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Conte ha un piano, Schlein una comitiva da tenere insieme

Elly Schlein PD , Giuseppe Conte M5S in occasione del Manifestival 2026. Sabato 10 Ottobre 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse)

Fra la festa del Foglio e quella di Fanpage, il campo largo ha offerto due spettacoli complementari: la cruda sincerità di Giuseppe Conte e la dissimulazione come arte di governo di Elly Schlein. Lui spiega perché l’alleanza dovrebbe obbedirgli. Lei spiega perché bisogna comunque farla. Si preparano entrambi alle primarie, ma uno solo sembra aver capito come vincerle.

Conte è stato quasi commovente su Matteo Renzi: «Mi depotenzia». La sua comunità ne soffre, dunque Schlein deve procurargli garanzie. Tradotto: se vuoi Renzi, devi renderlo innocuo e assumerti la responsabilità di averlo imbarcato. Una sincerità disarmante. Il capo dei Cinquestelle misura l’utilità dell’alleanza sulla forza che conserva al suo Movimento. Se il conto non torna, lo presenta alla segretaria del Pd.

Schlein risponde che non bisogna dividersi e regalare un’altra vittoria alla destra. Unità, unità, unità. Ma Conte non le ha chiesto se voglia vincere. Le ha chiesto quanto sia disposta a pagare. E ogni volta che lei risponde invocando l’unità, lui capisce di poter alzare il prezzo.

Sull’Ucraina la distanza è più grave, perché riguarda la libertà di un paese aggredito e la sicurezza europea. Al Foglio Schlein ribadisce il sostegno a Kyjiv e rifiuta una pace che sia una resa. Bene. Ma come governerà con chi vuole interrompere gli aiuti militari? Quale delle due promesse sarà sacrificata: quella agli ucraini o quella agli alleati? L’unità non è una risposta. È il modo di rinviare la domanda a dopo il voto.

Conte, intanto, a Fanpage non sa dire se Zelensky sia un ostacolo alla pace: gli manca la conoscenza diretta, dice. Per negargli le armi necessarie a difendersi, invece, le informazioni gli bastano. Anche la sua sincerità ha un confine: coincide con la convenienza. Ma al suo pubblico arriva un messaggio riconoscibile. Basta armi, diffidenza verso Renzi, nessuna concessione ai moderati. Schlein deve tenere insieme quel pubblico e chi pensa il contrario.

Qui sta il suo problema. Il popolo dei gazebo non è machiavellico. Può accettare un compromesso, ma difficilmente si appassiona alla sua dissimulazione. Ai gazebo si va per scegliere qualcuno in cui riconoscersi, non per premiare chi ha lasciato aperto il maggior numero di equivoci. Chi considera Renzi un intruso e gli aiuti a Kyjiv un ostacolo alla pace trova in Conte una risposta. Da Schlein riceve un invito ad aspettare.

L’antico «onestà-tà-tà» grillino è diventato la schiettezza con cui si dichiarano le proprie pretese. Gli si oppone l’«unità-tà-tà» di chi spera di non dover mai dichiarare le proprie rinunce. Conte offre una direzione. Schlein promette di tenere insieme la comitiva.

Non sarà per questo che i sondaggi danno Conte in vantaggio per le primarie?

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L’America, e la democrazia trasformata in società per azioni

Il presidente Donald Trump alla celebrazione per il Columbus Day nella East Room della Casa Bianca

I Greci avevano chiari i rischi per la democrazia e coniarono i termini giusti. Plutocrazia, il governo dei ricchi; oclocrazia, il governo della folla, oggi si direbbe della pancia. Gli Stati Uniti sembrano in bilico tra queste due degenerazioni.

Ieri il New York Times aveva una cifra in apertura: 276 milioni di dollari da luglio. È quanto Elon Musk ha destinato a gruppi repubblicani e al proprio Super PAC per le elezioni di metà mandato. Di questi, 158 milioni sono andati al Senate Leadership Fund, più di quanto l’organizzazione democratica rivale abbia raccolto, nello stesso trimestre, da tutti i suoi donatori messi insieme.

Un solo uomo mette sul tavolo più denaro di un intero schieramento. Esercita una libertà o accumula un potere dal quale gli eletti faticheranno a emanciparsi? Il punto è che per condizionare un eletto non serve alcun patto. Basta che sappia da dove arrivano i soldi.

Il meccanismo è noto. Un cittadino può dare a un candidato al massimo 3.500 dollari per elezione, ma può versare una somma illimitata a un Super PAC che lavora per farlo eleggere. Basta che la spesa sia indipendente, cioè non coordinata con la campagna. È una condizione giuridica, non una distanza politica o personale. Il Super PAC di Musk, America PAC, è guidato da un suo consigliere politico; il Senate Leadership Fund è vicino alla leadership di John Thune. Musk finanzia sia una struttura vicina ai vertici repubblicani sia una propria organizzazione.

Queste strutture rispondono alla Federal Election Commission, che verifica la regolarità dei bilanci. Ma rendere conto dei conti non è rispondere delle scelte: la Commissione non conferisce alcun mandato popolare a chi decide come spendere. E chi può chiudere il rubinetto dispone di una leva che nessun elettore può revocare con una scheda. Aggiungi il dark money, che riguarda entrambi gli schieramenti, come ha documentato il Brennan Center anche per Future Forward, il Super PAC pro Biden e poi pro Harris: il nome dell’intermediario si vede, quello del finanziatore originario no.

Questa architettura nasce da una lunga evoluzione giurisprudenziale. Nel 1976 Buckley v. Valeo distinse tra limiti ai contributi e limiti alla spesa, proteggendo ampiamente la seconda. Nel 2010 Citizens United estese la tutela alle spese indipendenti di società e sindacati; poco dopo SpeechNow, sentenza della Corte d’appello di Washington, eliminò i tetti ai contributi per i comitati che fanno solo spese indipendenti. Nel giugno 2026, NRSC v. FEC ha tolto i tetti alle spese dei partiti coordinate con i candidati. La logica è seria: comunicare costa, e limitare la spesa può significare limitare la libertà di espressione. Ma la giurisprudenza ha ristretto sempre di più l’area in cui gratitudine e accesso privilegiato possono essere considerati corruzione.

Così un eletto può sentirsi obbligato senza aver promesso nulla. Può evitare una battaglia, rinunciare a una proposta, temere che alle primarie lo stesso miliardario sostenga il suo avversario. La dipendenza precede qualunque accordo e non lascia traccia di un ordine.

Negli Usa se ne discute. A settembre è stato presentato alla Camera il Sunlight on SuperPACs Act, che vuole rendere riconoscibili nei messaggi elettorali i principali finanziatori: per ora è una proposta, non una norma. A New York City un sistema volontario di finanziamento pubblico affianca a ogni dollaro di contributo ammissibile otto dollari pubblici, entro soglie definite. Non elimina la spesa esterna, ma offre un’alternativa di autonomia. Per reintrodurre limiti generali servirebbe invece un cambio di giurisprudenza o una modifica costituzionale, con due terzi delle Camere e tre quarti degli Stati: un percorso arduo.

Il denaro non garantisce la vittoria e gli elettori possono smentire i miliardari. Ma lo fanno dentro una competizione in cui pochissime persone hanno il potere di selezionare, promuovere e intimidire chi si candida. Gli oligarchi russi condizionavano il potere, prima che Vladimir Putin li spazzasse via con le buone o con le cattive. Negli Usa nessuno li spazza via, e una manciata di tycoon detiene una ricchezza superiore al bilancio di molti Stati.

La libertà economica consente di accumulare patrimoni. La sovranità popolare esige che quei patrimoni non diventino titoli privilegiati verso il governo. Una democrazia non è una società per azioni.

E poi c’è l’altra metà dell’equazione. Con soldi così, la propaganda arriva ai massimi livelli e l’elettore viene lavorato alla pancia. Prima c’è chi compra l’eletto; poi c’è chi plasma l’elettore. Il risultato lo abbiamo davanti.

 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Salvini si dimette per farsi rieleggere, Tajani apre alle primarie

Matteo Salvini e Antonio Tajani (LaPresse)

Matteo Salvini si è dimesso da segretario della Lega per preparare la propria ricandidatura al congresso straordinario del 24 e 25 ottobre a Milano. Una mossa formale, concordata da tempo, che accompagna il tentativo di ricompattare il partito dopo le tensioni degli ultimi mesi. Il vicepresidente del Consiglio ha annunciato un nuovo simbolo, che dovrebbe perdere la dicitura «Salvini premier», e una segreteria politica per condividere le decisioni con i diversi livelli territoriali. Nel frattempo, gli incarichi dei tre vicesegretari sono stati azzerati e il tesoriere Alberto Di Rubba è stato nominato vicesegretario vicario fino al congresso, che sarà presieduto da Lorenzo Fontana.

Salvini punta a una riconferma senza sfidanti, ma dovrà fare i conti con le richieste di maggiore attenzione al Nord avanzate, tra gli altri, dal capogruppo al Senato Massimiliano Romeo e dal presidente della Lombardia Attilio Fontana. Il segretario ha escluso l’esistenza di dissidenti e ha invitato tutti a presentare proposte al congresso, dove le votazioni sulle mozioni e sugli atti di indirizzo saranno palesi.

Anche in Forza Italia si apre il confronto sulla leadership. Antonio Tajani ha proposto una consultazione popolare sul programma e sulla guida del partito, attraverso congressi o primarie aperte anche oltre la platea degli iscritti. «Se qualcuno vuole cambiare dobbiamo chiederlo al nostro popolo», ha detto al Fatto Quotidiano. Il messaggio è rivolto soprattutto al governatore calabrese Roberto Occhiuto, che da settimane invoca un rinnovamento degli azzurri e ha criticato la gestione del segretario.

La proposta di Tajani arriva nonostante la famiglia Berlusconi abbia confermato il proprio sostegno alla sua leadership. Il segretario punta a ottenere una nuova legittimazione in vista delle elezioni politiche, che continua a collocare nell’autunno del 2027, mentre resta aperta la possibilità di un voto anticipato in primavera. Intanto, Salvini insiste sulle primarie del centrodestra per scegliere il candidato sindaco di Milano, indicando Silvia Sardone come propria preferita ma rimettendo la decisione ai cittadini in assenza di un accordo con gli alleati.

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Ue e Regno Unito, un vertice per superare lo status quo post Brexit

Il primo ministro britannico Andy Burnham lascia il numero 10 di Downing Street (AP/LaPresse)

Regno Unito e Unione europea si incontreranno il 20 novembre a Bruxelles per il secondo vertice bilaterale dalla Brexit. Lo ha annunciato ieri il primo ministro britannico Andy Burnham alla Camera dei Comuni, confermando la data già concordata con il presidente del Consiglio europeo António Costa. Parteciperà anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

L’obiettivo immediato è chiudere i negoziati su tre dossier: un accordo sanitario e fitosanitario per agevolare gli scambi di prodotti agroalimentari, il collegamento dei sistemi europei e britannici di scambio delle emissioni e un programma di mobilità per i giovani. Il vertice avrebbe dovuto svolgersi a luglio, ma era stato rinviato dopo le dimissioni del predecessore di Burnham, Sir Keir Starmer.

Il premier britannico vuole però utilizzare l’incontro anche per avviare una discussione più ampia sul futuro dei rapporti con Bruxelles. «Restare con lo status quo non è abbastanza» il Regno Unito, ha dichiarato ai deputati, definendo una rinuncia ingiustificabile non esplorare le possibilità di un accordo più ambizioso. Burnham ha indicato nella crescita economica, nel controllo dell’immigrazione e nella sicurezza le priorità del negoziato, sostenendo che gli accordi in preparazione potrebbero portare benefici economici equivalenti a circa dieci miliardi di sterline l’anno entro il 2040.

Il governo non ha escluso, nel lungo periodo, di valutare opzioni più profonde, compreso un eventuale ritorno al mercato unico o all’unione doganale. Burnham ha tuttavia precisato che la priorità resta raggiungere un risultato concreto al summit di novembre, prima di aprire un confronto sulle alternative per la relazione futura con l’Ue. Ha inoltre annunciato che Londra intende sollevare le proprie preoccupazioni sul programma europeo Made in Europe, che punta a rafforzare la produzione industriale del continente e potrebbe penalizzare le imprese britanniche.

Da Bruxelles, Costa ha definito essenziale rafforzare la cooperazione tra partner legati da interessi e valori comuni. Il presidente del Consiglio europeo ha indicato che i tre accordi in discussione potrebbero essere affiancati da ulteriori intese su difesa, sicurezza, migrazione e contrasto alla criminalità. Il quadro si inserisce nel partenariato strategico e nell’accordo sulla sicurezza e la difesa sottoscritti dalle due parti nel maggio 2025.

La prospettiva di un riavvicinamento ha però riaperto lo scontro politico interno. La leader tory Kemi Badenoch ha accusato Burnham di rimettere in discussione l’accordo sulla Brexit, sostenendo che Bruxelles non concederà condizioni migliori a Londra. Anche Reform UK ha criticato l’iniziativa, mentre i liberaldemocratici chiedono al governo di passare dalle dichiarazioni ai negoziati.

Il vertice del 20 novembre dovrà quindi misurare quanto spazio esista per migliorare concretamente i rapporti tra Londra e Bruxelles, a dieci anni dal referendum che sancì l’uscita britannica dall’Unione.

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I progetti idroelettrici cinesi in Tibet alimentano la catastrofe in Nepal

La seconda piena in due settimane ha spazzato via case e ponti: l’Himalaya è un territorio in equilibrio precario dove bisognerebbe agire con cautela, ma Pechino fa il contrario e i disastri sono il prezzo di decenni di cantiere e perforazioni

Sabato 10 ottobre una frana ha sbarrato il Budhi Gandaki, nel distretto di Gorkha, un centinaio di chilometri a ovest di Kathmandu. Quando la diga di detriti ha ceduto, l’onda di piena ha spazzato via case, due ponti sospesi, il ponte stradale verso il distretto di Dhading e parte del cantiere di un impianto idroelettrico. Le autorità nepalesi hanno ordinato l’evacuazione delle rive a valle, allertando i distretti fino a Chitwan e Nawalparasi; almeno cinque persone risultano disperse.

È la seconda piena improvvisa in sei settimane, e segue lo stesso copione di quella, ben più devastante, di fine agosto: un pezzo di montagna che crolla, un fiume che si blocca, un lago che si gonfia e poi si rovescia verso valle. Il Nepal sta imparando a sue spese che sull’Himalaya le catastrofi non arrivano mai da sole.

Nel distretto di Rasuwa si continuano a estrarre corpi dal fango e dalle macerie. Il bilancio di agosto è spaventoso: 1.457 morti, migliaia di dispersi, interi villaggi cancellati dalle mappe. Pechino racconta le piene improvvise che il 26 agosto hanno travolto il nord del Nepal e la contea tibetana di Gyirong come una fatalità della natura. Non lo sono. Sono il prezzo, prevedibile ed evitabile, di decenni di cantieri, dighe e tunnel con cui la Repubblica Popolare Cinese non ha soltanto occupato militarmente il Tibet, ma ha contemporaneamente aggredito l’Himalaya, trasformando le montagne più alte del mondo in un potenziale campo di morte.

Per capire come sia potuto accadere bisogna partire dalla geografia. L’Himalaya non è una montagna qualunque: è il più giovane e tettonicamente attivo dei grandi sistemi montuosi del pianeta, nato dalla collisione tra la placca indiana e quella euroasiatica. Le vette ospitano ghiacciai e nevai sterminati, i versanti sono così ripidi da cedere al minimo scossone, i fiumi precipitano in gole strette con una forza erosiva impressionante.

In altre parole: ghiacciai sono sospesi sopra pendii instabili, a loro volta sospesi sopra i fiumi, il tutto adagiato su zone sismiche. Un equilibrio precario, in cui chiunque dovrebbe muoversi con estrema cautela. Pechino ha scelto di fare l’esatto contrario.

Le indagini dei fatti dello scorso agosto alla frontiera fra Tibet e Nepal descrivono una dinamica precisa: ad alta quota una grande massa di ghiaccio e roccia è crollata, riversando nel fiume una valanga di detriti. Lo sbarramento ha formato una diga naturale; l’acqua si è accumulata alle sue spalle finché la barriera ha ceduto, liberando un’onda di piena devastante. L’onda alluvionale che si è cosi generata ha percorso circa 168 chilometri a valle, spazzando via strade, ponti, villaggi e centrali idroelettriche. Diverse centrali elettriche sono state distrutte e molte vittime sono morte intrappolate nelle gallerie.

Gli esperti chiamano questo fenomeno “GLOF, Glacial Lake Outburst Flood“: lo svuotamento improvviso di un lago glaciale. Con il ritiro dei ghiacciai, l’acqua si raccoglie dietro dighe naturali di ghiaccio, che possono restare stabili per decenni e poi cedere di colpo. Basta un terremoto, una frana o una valanga che precipita nel lago, piogge torrenziali, uno scioglimento rapido delle nevi o la lenta erosione della barriera. Se a valle c’è una gola stretta, anche un piccolo lago può scatenare un’onda che trascina con sé enormi quantità di roccia e sedimenti.

Il corridoio Gyirong–Rasuwagadhi, dove è avvenuta la tragedia di agosto, è peraltro il cuore dei progetti di connettività transhimalayana promossi da Pechino, ed è lo stesso tratto colpito più e più volte da calamità naturali. Nonostante il fatto che fosse ampiamente noto che quella valle è tra le più vulnerabili dell’intera catena non ha fermato le ruspe cinesi. Lo sviluppo infrastrutturale senza freni ha fatto da moltiplicatore di rischio.

Mentre i media di Stato cinesi liquidano la tragedia come un «crollo glaciale simile a un terremoto», i fatti raccontano altro. Dopo la piena, alla confluenza tra il Chhocken Khola e il Purepu Tsangpo si è formato un lago di sbarramento di 2 milioni di metri cubi, già tracimante. Lo stesso Ministero delle Risorse Idriche di Pechino ha dovuto ammettere un “alto rischio” di cedimento catastrofico entro tre giorni.

Ancora più pesanti sono le testimonianze di ingegneri nepalesi e residenti: nei mesi precedenti, attorno al valico di Rasuwagadhi–Gyirong, i cantieri cinesi hanno tracciato strade, scavato gallerie e tagliato versanti. Lavori che hanno destabilizzato permafrost e morene glaciali, preparando il terreno al collasso. A completare il quadro, uno studio pubblicato a maggio 2026 sull’International Journal of Disaster Risk Science documenta un’espansione del centonovantaquattro per cento del lago glaciale Qiangzongke Co, nel Tibet sudoccidentale, tra il 2018 e il 2024, con versanti che scivolano a oltre 100 millimetri l’anno: un fenomeno legato tanto al riscaldamento globale quanto alla pressione delle infrastrutture.

Di fronte a tutto questo, Pechino ha recitato il solito copione: negare, deviare, minimizzare. «Le accuse non aiutano; la cooperazione salva vite», ha replicato con sufficienza l’ambasciata cinese a Kathmandu. Parole da parte di un governo che ha sistematicamente ostacolato la condivisione dei dati idrologici transfrontalieri, si è rifiutato di aderire alle reti regionali di allerta precoce e ha tirato dritto con progetti di dighe che gli stessi scienziati definiscono «bombe geologiche a orologeria». La cooperazione, per la Repubblica Popolare, sembra valere solo quando non costa nulla.

Dall’altopiano tibetano nascono i grandi fiumi dell’Asia: chi ne controlla le sorgenti tiene in mano la sicurezza di milioni di persone.

Per gli Stati rivieraschi a valle è arrivato il momento di chiamare la Cina a rispondere delle proprie scelte. Servono un monitoraggio scientifico indipendente e rigoroso, una condivisione trasparente dei dati transfrontalieri e modelli di rischio elaborati congiuntamente. E serve, soprattutto, che Pechino si assuma le responsabilità che derivano dalla sua posizione di Stato a monte, fermando nuovi tunnel e perforazioni in una delle aree più fragili del pianeta. Prima che la prossima bomba a orologeria esploda.

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La tecnologia che porta il frutteto a tavola

Fra i filari di un frutteto, la cabina del trattore è un luogo di lavoro. Ci si trascorrono ore, si controllano le attrezzature, si osservano le piante, si ripetono manovre. Il lancio del nuovo STEYR Spezial F CVT ha permesso di guardare la produzione agricola da questa posizione: quella di chi deve organizzare il lavoro prima che il raccolto diventi cibo disponibile per tutti. Le prove sul campo e le visite agli impianti hanno messo in relazione la macchina con il territorio che la utilizza, mettendo in evidenza ciò che il consumatore raramente vede: persone, famiglie, generazioni di coltivazione. Il cibo al supermercato è il risultato di questo lavoro. Per un costruttore di macchine agricole il compito è renderlo più semplice, efficace e produttivo, partendo dalle esigenze di chi lo svolge.

Perché oggi a lavorare i campi è un agricoltore che unisce conoscenza del territorio, delle colture e dell’agronomia alla capacità di gestire strumenti digitali. Guide assistite di precisione e telemetria, cioè la trasmissione a distanza dei dati della macchina, gli mettono a disposizione informazioni utili per organizzare gli interventi. Il nuovo agricoltore è un vero professionista, un vero gestore: una persona che conduce un’attività economica, che è in grado di confrontarsi con la tecnologia e che prende decisioni più consapevoli, oltre a lavorare nei campi.

La tecnologia interviene anche sulla qualità di quel lavoro. Nel nuovo Spezial F CVT di Steyr, disponibile in tre modelli da 100 a 120 cavalli, la trasmissione a variazione continua consente di regolare la velocità senza i passaggi fra rapporti distinti di un cambio tradizionale. La cabina dispone di sospensioni e filtrazione di categoria 4, pensata per proteggere l’operatore durante i trattamenti, la rumorosità interna è di 69 decibel. Sedile pneumatico, vetri ampi e comandi personalizzabili affrontano questioni quotidiane come sobbalzi, visuale e gesti ripetuti. Ed è in questo senso che anche la progettazione di un trattore apre spazi di riflessione culturali, oltre che tecnici. La fatica fisica viene spesso associata all’autenticità del lavoro agricolo, mentre il comfort può sembrare un dettaglio inutile, ma è proprio il contrario a far diventare attrattivo un lavoro tradizionalmente pensato come “di fatica”. E così possiamo superare l’immagine di un mestiere arretrato: gli strumenti possono alleggerire alcune operazioni e accrescere la professionalizzazione. La competenza di chi coltiva si esprime anche nella capacità di usare i dati, riconoscere un problema e scegliere quando intervenire. I miglioramenti tecnologici sono uno strumento potente per migliorare la qualità della vita di chi passa la sua vita in campo.

Il rapporto fra macchine e paesaggio procede in entrambe le direzioni. Steyr distingue le colture esistenti, alle cui distanze e caratteristiche il mezzo deve adattarsi, dagli impianti progettati anche in funzione della meccanizzazione. I vigneti con filari stretti e gli oliveti organizzati per la raccolta meccanica sono situazioni differenti, da affrontare ascoltando gli agricoltori: il progetto di un trattore nasce dalle loro osservazioni, dalle difficoltà incontrate e dalle richieste di maggiore comfort e produttività.

Anche l’equivalenza fra raccolta manuale e qualità richiede attenzione: la possibilità di meccanizzare cambia con il prodotto e con l’operazione, ed è importante sottolineare il valore di rendere uniformi i compiti ripetitivi e di fornire informazioni per quelli che richiedono valutazioni specifiche. Non tutto quello che è raccolto a mano garantisce un risultato superiore, e con la meccanizzazione avremo di sicuro una migliore qualità della vita per gli addetti. Il contributo alla qualità va quindi letto nell’intero processo, dalla gestione del suolo alla cura delle piante, senza attribuire a una macchina il risultato del raccolto. Per le nuove generazioni gli strumenti digitali possono essere un punto di accesso al settore, attraverso competenze familiari e percorsi di carriera, mentre l’educazione e il contatto diretto con il lavoro agricolo possono rendere comprensibile questa filiera, e riconoscere nuova dignità a chi produce il cibo, spiegando meglio come lavora e quali strumenti gli permettono di continuare a farlo, in modo contemporaneo.

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Che cosa rischia l’Ucraina se Trump riduce la condivisione di intelligence

Donald Trump

La minaccia americana non riguarda soltanto le armi. Donald Trump potrebbe interrompere la condivisione d’intelligence con l’Ucraina se Volodymyr Zelensky non accettasse di fermare gli attacchi contro le raffinerie e le infrastrutture energetiche russe. Secondo il Financial Times, gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner hanno prospettato questa possibilità durante i colloqui con la delegazione ucraina a Miami. La pressione americana comprenderebbe anche una possibile sospensione del meccanismo Purl, attraverso il quale i Paesi europei finanziano l’acquisto di armamenti statunitensi destinati a Kyjiv. Per ora, però, si tratta di minacce riferite da fonti europee, non della conferma che la cooperazione d’intelligence sia stata nuovamente interrotta.

Per capire le conseguenze bisogna distinguere che cosa perderebbe concretamente l’Ucraina e quanto sarebbe difficile sostituire il contributo americano. Lo stop non renderebbe automaticamente impossibili gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo, ma potrebbe ridurne l’efficacia e aumentare i rischi per le forze di Kyjiv. Il problema riguarderebbe anche la difesa dagli attacchi russi, soprattutto quando si tratta di individuare tempestivamente le minacce missilistiche.

Dalle immagini satellitari alle coordinate dei bersagli
L’intelligence militare non consiste soltanto nello scoprire in anticipo che cosa sta preparando il nemico. Serve a individuare dove si trovano le sue forze, seguirne gli spostamenti, riconoscere i sistemi d’arma e trasformare una grande quantità di informazioni in indicazioni utilizzabili sul campo di battaglia.

Gli Stati Uniti contribuiscono a questo processo attraverso diverse capacità. I satelliti raccolgono immagini e altre informazioni sul territorio; l’intelligence dei segnali, o signals intelligence (Sigint), permette di ricavare informazioni da comunicazioni ed emissioni elettroniche. I sistemi di analisi integrano queste fonti per individuare e localizzare gli obiettivi. A ciò si aggiungono le informazioni necessarie per rilevare il lancio di missili e avvertire in tempo le forze ucraine.

Un’inchiesta del New York Times del marzo 2025 ha ricostruito il ruolo del centro di coordinamento americano di Wiesbaden, in Germania, dove ufficiali statunitensi e ucraini lavoravano insieme per definire le priorità operative. Gli analisti americani incrociavano immagini satellitari, intercettazioni e altre informazioni per individuare le posizioni russe e fornire coordinate utilizzabili per gli attacchi.

Un’interruzione della cooperazione non cancellerebbe le informazioni raccolte dagli ucraini, né le capacità sviluppate da Kyjiv in questi anni. Ridurrebbe però il flusso di dati provenienti da una rete di sorveglianza molto più estesa. La perdita potrebbe riguardare soprattutto la possibilità di integrare informazioni diverse, verificare rapidamente la posizione di un bersaglio e capire se sia ancora valida quando arriva il momento di colpire.

Le difese russe diventerebbero più difficili da aggirare
Il problema è particolarmente rilevante per gli attacchi a lungo raggio contro le raffinerie russe. L’Ucraina ha sviluppato droni e capacità autonome per raggiungere obiettivi situati anche molto lontano dal fronte. Ma conoscere la posizione di una raffineria non basta a pianificare un attacco: bisogna anche sapere quali difese la proteggono e come potrebbero cambiare.

Una delle informazioni più difficili da sostituire è la posizione dei sistemi di difesa aerea mobili russi. Questi possono essere trasferiti e riposizionati, rendendo meno affidabili le informazioni raccolte in precedenza. Per pianificare un’operazione, Kyjiv deve valutare le difese disponibili, i possibili corridoi di volo e il rischio che i droni vengano individuati e abbattuti.

L’Ucraina potrebbe continuare a condurre attacchi in profondità anche senza l’intelligence americana, a condizione che gli alleati europei mantengano il loro sostegno. La campagna contro le infrastrutture petrolifere russe si basa infatti anche su capacità sviluppate autonomamente, produzione nazionale di droni e informazioni provenienti da fonti diverse. Un’analisi del Washington Post descrive proprio l’integrazione tra produzione ucraina, tecnologie di puntamento e informazioni occidentali sulle difese russe.

Perdere il contributo di Washington, dunque, non significherebbe perdere ogni capacità autonoma. Ma senza informazioni tempestive sulle difese russe, alcuni attacchi potrebbero diventare più rischiosi, richiedere più risorse o avere minori probabilità di successo.

Il rischio più immediato: i missili balistici
L’altro fronte critico è la difesa del territorio ucraino. Le informazioni satellitari e i sistemi di allerta precoce contribuiscono a rilevare il lancio di missili e a fornire indicazioni sulla minaccia in arrivo. In questo caso il tempo è una risorsa decisiva: pochi minuti possono fare la differenza per attivare le difese, mettere al riparo la popolazione e proteggere le infrastrutture strategiche.

Una riduzione dell’assistenza americana potrebbe quindi avere conseguenze che vanno oltre la campagna contro le raffinerie. Non significherebbe che ogni missile diventerebbe impossibile da intercettare: l’Ucraina dispone di radar, sistemi di difesa aerea e informazioni proprie e alleate. Ma perdere una fonte importante di sorveglianza e allerta renderebbe più difficile compensare le lacune esistenti.

A questo si aggiunge il possibile stop agli acquisti di armi statunitensi attraverso il Purl. Per Kyjiv sarebbero due problemi distinti ma collegati: meno informazioni per anticipare gli attacchi e maggiori difficoltà nel rifornire alcuni dei sistemi necessari a contrastarli, soprattutto quelli per la difesa aerea a lungo raggio.

Ratcliffe e la continuità dei rapporti con Kyjiv
La pressione di Trump non va letta come il segnale di una posizione necessariamente uniforme all’interno dell’amministrazione americana. Un caso utile per capire questa distinzione è quello di John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency.

Nel marzo 2025, quando la Casa Bianca sospese temporaneamente la condivisione d’intelligence con Kyjiv, fu Ratcliffe a confermare la decisione. Ma, in un’intervista a Fox Business riportata da Reuters, aggiunse di aspettarsi che la pausa sarebbe terminata e che gli Stati Uniti avrebbero continuato a lavorare fianco a fianco con gli ucraini.

Ratcliffe non si oppose pubblicamente alla decisione presidenziale. Il suo ruolo mostra piuttosto la tensione tra l’utilizzo dell’intelligence come strumento di pressione politica e l’interesse a preservare una cooperazione strategica costruita nel corso degli anni. È un elemento di contesto, non una garanzia che la collaborazione continuerà: la portata concreta di un’eventuale sospensione dipenderebbe dalle informazioni bloccate, dalla sua durata e dalle eventuali eccezioni.

Che cosa può fare l’Europa
Il contributo europeo non si limita alle immagini satellitari. Francia e Regno Unito hanno investito anche nella formazione degli ufficiali ucraini e nello sviluppo delle loro capacità clandestine e operative. È il quadro che emerge da un’inchiesta di L’Express di agosto, secondo cui il sostegno occidentale alle operazioni ucraine si è costruito nel corso di anni di collaborazione.

La rivista francese ricostruisce il ruolo della Central Intelligence Agency a partire dal 2014 e quello delle forze speciali britanniche e polacche nell’addestramento degli ufficiali ucraini. Nel novembre 2024, l’allora capo del Secret Intelligence Service (o MI6), Richard Moore, aveva indicato il patrimonio di competenze nelle operazioni clandestine come una componente fondamentale del sostegno britannico. Secondo un alto funzionario dell’intelligence francese citato da L’Express, i Paesi baltici e i Paesi Bassi hanno contribuito soprattutto sul piano tecnico, mentre MI6 e il servizio collegato francese Dgse hanno messo a disposizione competenze operative.

La Francia, inoltre, fornisce immagini satellitari e informazioni utili a individuare gli obiettivi e pianificare gli attacchi a lungo raggio. A gennaio il presidente Emmanuel Macron aveva dichiarato che Parigi forniva ormai due terzi dell’intelligence destinata all’Ucraina, dopo la riduzione del contributo americano nel marzo precedente. La dichiarazione non equivale però alla dimostrazione che la Francia possa sostituire tutte le capacità statunitensi. Anche il Regno Unito dispone di risorse importanti. Come ricorda l’International Institute for Strategic Studies, Londra possiede aerei RC-135 Rivet Joint per la raccolta di intelligence elettronica, una capacità che resta rara in Europa. Ma addestramento operativo, raccolta di segnali e immagini satellitari non sono intercambiabili: ogni contributo copre una parte diversa del sistema.

Il limite principale resta la scala delle capacità spaziali e la loro integrazione. Secondo l’EU Institute for Security Studies, nel 2025 gli Stati Uniti disponevano di 263 satelliti militari, contro i 44 europei. Il dato non misura da solo la qualità dell’intelligence disponibile, ma rende evidente il divario nella capacità di sorveglianza continuativa. Gli Stati Uniti possono integrare le informazioni provenienti da una rete estesa; quelle europee restano più frammentate tra governi e apparati nazionali.

Due implicazioni
La minaccia di Washington ha quindi una doppia implicazione. Nell’immediato potrebbe restringere il margine operativo dell’Ucraina proprio mentre Trump cerca di ottenere uno stop agli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe. Nel medio periodo mostra quanto la sicurezza europea dipenda da capacità che i governi del continente non sono ancora in grado di garantire autonomamente.

L’Ucraina potrebbe continuare a colpire la Russia anche senza il sostegno americano. Ma farlo diventerebbe più difficile, mentre difendersi dai missili russi potrebbe diventare più rischioso. È la differenza tra perdere un alleato e perdere una parte del sistema che permette di combattere.

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La teoria della vittoria della Nato nell’era dell’incertezza americana

La Nato non considera imminente una guerra con la Russia, ma si prepara a combatterla. È questo il messaggio lanciato dal generale statunitense Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, intervenuto lunedì al Warsaw Security Forum per illustrare quella che ha chiamato la teoria della vittoria dell’Alleanza. Una visione strategica pensata per scoraggiare un attacco russo e, nel caso in cui la deterrenza fallisse, impedire a Mosca di conquistare e mantenere il controllo di territori alleati. «Non ritengo che un conflitto sia imminente o inevitabile. Non lo è», ha detto Grynkewich. Ma la pace, secondo il generale, non si conserva soltanto attraverso la comunicazione e la trasparenza. Richiede anche la capacità di combattere. «Essere pronti significa pianificare interventi non solo per gli scenari probabili, ma anche per quelli semplicemente possibili», ha spiegato.

Il discorso arriva mentre il Pentagono in particolare e l’amministrazione Trump in generale stanno riesaminando la presenza militare statunitense in Europa e gli alleati europei accelerano gli investimenti per rafforzare le proprie capacità di difesa. Grynkewich, ultimo americano a occupare un incarico Nato da sempre affidato a vertici militari a stelle e strisce, ha però respinto i dubbi sulla continuità dell’impegno degli Stati Uniti nella Nato. Rispondendo a una domanda sulla disponibilità degli Stati Uniti a inviare truppe in caso di attacco a un Paese europeo, ha ricordato la presenza di militari americani in Polonia e lungo il fianco orientale, sostenendo che nessuno dovrebbe mettere in discussione l’impegno di Washington nell’Alleanza. Ha anche precisato che decidere chi invia le truppe e dove è una scelta politica.

La teoria della vittoria non è un piano operativo dettagliato, ma una visione condivisa dai 32 alleati, basata sulla strategia di difesa dell’area euro-atlantica. Grynkewich ha spiegato che il quadro è stato elaborato per offrire alle forze armate una direzione comune e concentrarle sui compiti essenziali in caso di conflitto. Il messaggio è rivolto anche a Mosca, in una fase in cui i governi europei denunciano un’intensificazione di sabotaggi, incursioni di droni e attacchi informatici.

La strategia si articola in tre passaggi, riassunti da altrettanti verbi: block, blunt, break – bloccare, frenare, spezzare. Il primo obiettivo è fermare l’attacco sul punto di contatto, impedendo alle forze nemiche di conquistare territorio. Le forze terrestri dovranno contrastare l’avanzata, mentre aviazione e marina, coordinate con le componenti spaziali e informatiche, dovranno ottenere rapidamente la libertà di manovra necessaria a colpire l’avversario. Se l’offensiva dovesse proseguire, entrerebbe in gioco la seconda fase: frenarla, impedendo al nemico di guadagnare terreno e iniziativa. Sensori avanzati, sistemi autonomi e forze capaci di operare in più domini dovranno essere impiegati in modo coordinato, fino al livello tattico, per ostacolare la capacità dell’avversario di mantenere il ritmo dell’attacco. La terza fase punta a spezzare il sistema militare che sostiene l’offensiva. Non soltanto le unità impegnate in prima linea, ma anche le strutture e le capacità che consentono loro di ricevere rifornimenti, comunicare e mantenere il coordinamento. La Nato intende combinare munizioni di precisione ad alte prestazioni con sistemi più economici e producibili su larga scala, esercitando una pressione continua attraverso i domini terrestre, aereo, marittimo, spaziale e informatico.

L’obiettivo, ha precisato Grynkewich, non è infliggere alla Russia una sconfitta strategica complessiva, ma rendere impossibile la prosecuzione dell’attacco. È una distinzione che il generale collega anche al controllo dell’escalation: la Nato deve colpire quanto basta per fermare l’aggressione, senza perseguire obiettivi ulteriori. In questo modo, sostiene, la responsabilità di un’eventuale intensificazione del conflitto ricadrebbe sull’aggressore, che dovrebbe sapere che ogni ulteriore passo peggiorerebbe la propria posizione militare e politica.

La teoria dovrà ora tradursi in addestramento, esercitazioni e investimenti. Grynkewich ha citato le forze terrestri schierate sul fianco orientale, le capacità aeree e marittime, i sistemi di attacco di precisione a lungo raggio, le reti di sensori e le infrastrutture digitali necessarie a coordinare le operazioni. La preparazione militare, ha insistito, serve prima di tutto a evitare che la guerra cominci. «La Nato non cerca la guerra con nessuno», ha detto il comandante supremo, riconoscendo che l’attuazione della strategia potrebbe richiedergli di impartire ordini che spera di non dover mai dare. La deterrenza, però, deve essere credibile proprio perché poggia sulla capacità di agire. «Ci siamo addestrati, siamo pronti e lo saremo ancora di più domani e ogni giorno a venire», ha concluso. Il messaggio agli avversari è racchiuso nell’ultima frase del suo intervento: «Oggi non è il giorno giusto» per attaccare la Nato.

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La pianista filo Putin a Cagliari, e il necessario esame di coscienza delle istituzioni

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Le note sono quelle Chopin, le mani della pianista Valentina Lisitsa, star della musica classica con oltre un milione di ascoltatori mensili su Spotify e centinaia di milioni di visualizzazioni su YouTube. Lisitsa si è esibita domenica a Cagliari, nell’Auditorium del Conservatorio, per la rassegna “Itinerari Musicali dell’Identità”. Ma i “Notturni” e “Fantaisie-Impromptu” sono passati in secondo piano. Lisitsa è nata in Ucrana, a Kyjiv, eppure si è schierata pubblicamente la Russia nella guerra contro il suo Paese. Nel 2021 ha ricevuto da Denis Pushilin, leader della cosiddetta Repubblica popolare di Donetsk, il passaporto di quel territorio che appartiene all’Ucraina e su cui il Cremlino vuole allungare la sua sovranità – un documento riconosciuto solo da Russia e Corea del Nord, appunto. Da quel momento, parole sue, avrebbe rappresentato la Repubblica del Donetsk sulla scena internazionale. A maggio 2022 si è esibita a Mariupol dopo la conquista della città da parte dell’invasore russo, in una performance letta come un gesto di sostegno alla narrazione del Cremlino sulla «liberazione» del Donbas.

Giulio Biddau, pianista e docente al Conservatorio di Cagliari, ha contestato l’invito con una lettera alle istituzioni locali. «Qui non si parla di censura. Si parla di una scelta e di un atto politico», dice a Linkiesta. Biddau non mette in discussione il valore musicale di Lisitsa. Contesta però la decisione di ospitarla senza discutere le sue posizioni sulla guerra, tanto più quando sono coinvolte istituzioni pubbliche. «Il problema è invitare un’artista che ha una posizione così forte sull’Ucraina e farlo passare come se niente fosse», aggiunge.

Nell’intervista pubblicata dall’Unione Sarda, Lisitsa si è lamentata del fatto che alcuni suoi concerti siano stati annullati a causa delle sue posizioni politiche. Ha detto che chi entra in sala dovrebbe lasciare fuori «le proprie opinioni, i propri pregiudizi e le proprie fobie». La musica, dice la pianista, è un patrimonio comune che unisce gli esseri umani. Ma le dichiarazioni pubbliche di un’artista non si cancellano quando sale sul palco. Le figure pubbliche contribuiscono a dare visibilità alle cause che sostengono: in questo caso, a un regime autoritario. Da qui la contraddizione che Biddau vede nella richiesta di Lisitsa di separare la musica dalla politica dopo aver usato la sua notorietà per sostenere una causa politica: «Non capisco come un’artista che ha usato la sua visibilità per fare una rivendicazione possa cancellare tutto perché rivuole i concerti».

La rassegna di Cagliari è organizzata dall’associazione culturale “La Casa Rosa”, che ha ricevuto finanziamenti dal Comune e dalla Regione Sardegna. Il pianista dice di non avere elementi per definire l’invito un’operazione di propaganda di regime. Devono essere le istituzioni a valutarne il rischio: «Io non ho nessun tipo di competenza per fare un’affermazione del genere, però mi aspetto che chi ha una responsabilità politica, anche per il solo fatto di aver distribuito il denaro dei contribuenti, faccia una riflessione e un’analisi sul tema», dice Biddau, sottolineando l’amarezza per la superficialità del Conservatorio, che pure nei primi mesi della guerra si era mobilitato con concerti e iniziative di raccolta fondi per l’Ucraina. Biddau non accusa l’istituzione di simpatie filorusse o cose del genere: teme che la scelta di ospitare Lisitsa venga lasciata cadere senza discussione.

L’Italia riconosce un aggressore e un aggredito e sostiene l’Ucraina. Lo ha fatto fin dall’inizio dell’invasione, con il governo Draghi, e ha proseguito con il governo Meloni. È difficile conciliare questa linea con una presenza pubblica che sembra ignorare le posizioni della pianista. Posizioni che peraltro seguono senza profondità d’analisi la propaganda imperialista russa, annullando storia e attualità del territorio.

L’immagine di un Donbas naturalmente filorusso è una semplificazione alimentata nel tempo dalle politiche di russificazione e dalle narrazioni sovietiche e russe. All’inizio del Novecento circa il sessantacinque per cento della popolazione della regione parlava ucraino; all’inizio del Duemila la quota era scesa a circa il dieci per cento. Al referendum del 1991, inoltre, oltre l’ottanta per cento degli elettori nelle regioni di Donetsk e Luhansk votò per l’indipendenza dell’Ucraina. Prima del 2014, essere favorevoli a rapporti economici più stretti con Mosca non significava necessariamente essere contrari allo Stato ucraino. La storia del Donbas è più complessa di una contrapposizione tra una regione russa e un’Ucraina estranea – per approfondire, si può leggere il libro di Kateryna Zarembo, “Il Donbas è Ucraina” (edito da Linkiesta Books).

Biddau ha mosso la sua critica a partire dalla necessità che la vicenda non passi senza una discussione pubblica. La protesta, dice, deve partire dall’interno delle istituzioni. «Se ci giriamo tutti dall’altra parte, il rischio è che si apra un’autostrada per cose che nessuno di noi vuole. Bisogna che delle voci ci siano sempre per tenere sveglia la coscienza».

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Dallo specialty al cold brew, un lessico per capire come cambia il caffè che beviamo

Sul sacchetto c’è scritto «Etiopia, Yirgacheffe, naturale, note di pesca e gelsomino». Al banco si può ordinare un espresso oppure un filtro, chi lo prepara parla di ricetta e di rapporto di estrazione. Il caffè ha acquisito un vocabolario che racconta molte più cose della miscela e della tostatura. Per leggerlo conviene partire da ciò che accade alla pianta, seguire il chicco fino alla torrefazione e arrivare, infine, alla tazza.

Specialty. È la parola più usata e forse quella che ha bisogno di più cautela. Per anni è stata associata soprattutto ai caffè che ottenevano almeno 80 punti su 100 in assaggio. La Specialty Coffee Association oggi propone una definizione più ampia: il valore di un caffè comprende caratteristiche sensoriali, ma anche informazioni su origine, produttore e lavorazione. «Specialty» da solo dice poco; diventano interessanti le informazioni verificabili che lo accompagnano.

Origine, singola origine, microlotto. L’origine può indicare un Paese, una regione, una cooperativa o una singola azienda agricola: livelli di precisione molto diversi. Singola origine segnala che il caffè proviene da un’area dichiarata, ma non garantisce che sia stato coltivato in un’unica fattoria. Microlotto indica una partita tenuta separata dalle altre, spesso per parcella, raccolta o lavorazione. È sempre una descrizione della tracciabilità, non un voto di qualità.

Arabica, Robusta e varietà. Arabica e Robusta sono i nomi comuni delle due specie più diffuse nella coltivazione, rispettivamente Coffea arabica e Coffea canephora. All’interno di ciascuna esistono molte varietà, con caratteristiche agronomiche diverse: per questo leggere «Arabica» non equivale a conoscere la varietà, così come leggere «uva» non equivale a conoscere il vitigno. Robusta ha spesso più caffeina e solidi solubili, ma liquidarla automaticamente come caffè scadente significa ignorarne la diversità genetica e il lavoro di selezione.

Lavato, naturale, honey. Sono parole che descrivono la lavorazione del frutto dopo la raccolta. Nel metodo lavato si rimuovono polpa e mucillagine prima dell’essiccazione del seme. Nel naturale il frutto viene essiccato intero. Nel metodo honey si toglie la buccia e si lascia una parte della mucillagine durante l’essiccazione: non viene aggiunto miele. Le lavorazioni possono influire sul profilo della tazza, ma non permettono di prevederne il sapore senza considerare materia prima, fermentazione, essiccazione e tostatura.

Anaerobico. Indica una fermentazione condotta limitando o escludendo l’ossigeno. È diventato un termine visibile sulle confezioni perché alcune lavorazioni producono profili aromatici molto riconoscibili. Non designa però una ricetta unica: durata, contenitore e passaggi successivi possono cambiare da produttore a produttore. Se un caffè è presentato soltanto come «anaerobico», manca ancora una parte della storia.

Tostatura chiara, media, scura. Descrivono quanto il chicco viene sviluppato attraverso il calore. Sono indicazioni utili, ma senza una scala condivisa sulla confezione restano relative: «media» per una torrefazione può apparire «chiara» per un’altra. La data di tostatura, invece, è un’informazione concreta. Aiuta a capire quando il caffè è stato preparato per la vendita, pur senza stabilire da sola il momento perfetto per consumarlo.

Note di degustazione. «Pesca», «cioccolato» o «gelsomino» descrivono richiami percepiti nell’aroma e nel sapore: non sono, salvo diversa indicazione, ingredienti aggiunti. Sono un invito a cercare somiglianze, non la promessa che ogni persona sentirà esattamente la stessa cosa. La ruota degli aromi della Specialty Coffee Association serve proprio a dare un linguaggio comune all’assaggio.

Acidità. Nel lessico dell’assaggio indica una sensazione gustativa che può ricordare gli agrumi o altra frutta. Può contribuire alla vivacità di una tazza; quando risulta sgradevole, è sensato dirlo senza sentirsi in difetto. Va tenuta distinta sia dall’idea generica di «caffè acido» sia dall’intensità della bevanda: un caffè molto concentrato non è necessariamente meno acido.

Espresso, filtro, ricetta. Espresso e filtro sono modi di preparare la bevanda, non categorie di chicchi. In caffetteria la ricetta specifica, fra le altre cose, definisce quanti grammi di macinato si usano e quanta bevanda si ottiene. Un rapporto di 1:2 nell’espresso significa, per esempio, 18 grammi di caffè macinato per circa 36 grammi di bevanda. È una proporzione diffusa, non una norma obbligatoria: serve al barista per ripetere e correggere il risultato.

Estrazione. È il processo con cui l’acqua porta nella bevanda una parte delle sostanze contenute nel caffè macinato. Permette di capire perché macinatura, quantità di caffè e acqua, temperatura e tempo cambino il sapore. Concentrazione ed estrazione non sono la stessa misura: la prima riguarda quanto è intensa la bevanda, la seconda quanta parte del macinato è passata in tazza.

Differenza tra estrazione e corpo. L’estrazione è il passaggio delle sostanze del caffè macinato nell’acqua. Il corpo è invece una sensazione tattile in bocca, legata alla consistenza della bevanda. Sono due concetti che si incontrano nella preparazione, ma non sono sinonimi: una tazza può essere concentrata e avere un equilibrio gustativo poco convincente. Dose, acqua, macinatura e tempo incidono sul risultato.

Cupping. È una procedura di assaggio comparativo usato dai professionisti per valutare i caffè con una preparazione controllata. Il sistema di valutazione aggiornato della Specialty Coffee Association distingue la descrizione di ciò che si percepisce dal giudizio sulla qualità. È una distinzione utile anche fuori dalle sessioni professionali: dire che un caffè ricorda la frutta fermentata descrive una sensazione; dire che quella sensazione è piacevole esprime una preferenza. Per realizzare la comparazione si preparano più campioni secondo condizioni controllate per descriverne e valutarne le caratteristiche: il caffè viene assaggiato con un cucchiaio e aspirato con decisione per distribuirlo in bocca.

Cold brew. È caffè preparato con acqua fredda o a temperatura ambiente e tempi di infusione lunghi. Non coincide con un caffè estratto caldo e poi versato sul ghiaccio. La differenza nel procedimento può cambiare ciò che si percepisce in tazza, ma l’etichetta «cold brew» non garantisce da sola che la bevanda sia dolce o poco acida: contano anche il caffè scelto, la concentrazione e la ricetta.

Flat white. Espresso e latte montato con una schiuma fine, integrata alla parte liquida. Si serve in una tazza generalmente più piccola di quella del caffellatte, ma non esiste una proporzione identica in tutte le caffetterie. Se il nome da solo non basta a scegliere, la domanda utile è: quanto latte c’è rispetto al caffè?

Cortado. Espresso «tagliato» con una piccola quantità di latte caldo. Anche qui dimensioni e proporzioni cambiano da locale a locale. L’idea, rispetto al flat white, è che il latte accompagni il caffè senza diventare la parte prevalente della bevanda.

Q Grader. È un professionista che ha ottenuto una qualifica per la valutazione del caffè. Non è sinonimo di barista né un titolo che si acquisisce dichiarando di avere un buon palato: richiede formazione ed esami. Il programma attuale è gestito dalla Specialty Coffee Association e usa il suo sistema di valutazione, che considera caratteristiche fisiche e sensoriali del caffè.

Chemex. È il nome di una caffettiera in vetro per il caffè filtro. Il macinato si mette in un filtro di carta nella parte superiore; l’acqua attraversa il caffè e la bevanda si raccoglie nella caraffa sottostante. Dire «un Chemex» indica dunque lo strumento e, per estensione, il caffè preparato con quello strumento.

V60. È un portafiltro conico prodotto da Hario: vi si inseriscono un filtro di carta e il caffè macinato, poi si versa l’acqua dall’alto. Fa parte dei metodi pour over, nei quali chi prepara il caffè controlla anche il modo e il ritmo del versamento. V60 e Chemex appartengono entrambi alla famiglia del caffè filtro, ma sono strumenti diversi.

Bloom. È la prima breve bagnatura del caffè macinato, prima di versare il resto dell’acqua in una preparazione filtro. In questa fase il macinato può gonfiarsi e liberare gas, soprattutto se la tostatura è recente. Nelle ricette per V60 è spesso prevista una pausa di alcune decine di secondi. È un passaggio della preparazione, non una qualità del chicco.

French press. È la caffettiera a stantuffo. Il macinato resta a contatto con l’acqua per il tempo scelto; poi uno stantuffo con filtro separa gran parte dei fondi dalla bevanda. A differenza di V60 e Chemex, qui l’acqua non viene fatta passare progressivamente attraverso un letto di caffè: il metodo si basa sull’infusione.

Syphon, o siphon. È una caffettiera composta da due recipienti, spesso di vetro. Il calore spinge l’acqua verso la camera superiore, dove incontra il caffè; quando la fonte di calore viene rimossa, la bevanda torna nel recipiente inferiore passando attraverso un filtro. La preparazione è scenografica, ma ciò che la definisce è il funzionamento dello strumento.

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Anduril sfida il Patriot nella guerra degli intercettori, e Lockheed rilancia

Il problema dei sistemi antimissile occidentali non è soltanto riuscire a intercettare un missile in arrivo. È anche quanto costa farlo, quante munizioni restano negli arsenali dopo settimane di combattimenti e quanto rapidamente l’industria riesce a rimpiazzarle. È attorno a questa equazione che si sta aprendo una nuova competizione negli Stati Uniti, con i grandi contractor tradizionali chiamati a confrontarsi con aziende più giovani e ambiziose.

Ieri Anduril ha presentato Steelfin, una famiglia di intercettori terra-aria progettata per affrontare minacce diverse utilizzando un’architettura comune. L’obiettivo è ridurre i costi e rendere più semplice aumentare la produzione, senza sviluppare un missile completamente nuovo per ogni missione. L’annuncio arriva mentre Lockheed Martin, il produttore del Patriot, sta lavorando a una nuova generazione di intercettori.

La soluzione di Anduril, l’azienda statunitense fondata da Palmer Luckey, si basa su un sistema modulare a due stadi. Il primo è un razzo propulsore, il secondo è l’intercettore vero e proprio. A seconda della missione, possono cambiare le dimensioni del propulsore, il sensore utilizzato per individuare il bersaglio e la configurazione della parte terminale. L’azienda prevede sia intercettori che distruggono il bersaglio con l’impatto diretto, sia varianti con testata a frammentazione.

La famiglia dovrebbe coprire un ampio spettro di missioni, dalla difesa ravvicinata contro minacce aeree fino all’intercettazione di missili balistici. Anduril sostiene che una variante destinata a missioni simili a quelle del PAC-3 possa offrire l’80 per cento delle capacità del sistema di Lockheed a meno della metà del costo. Per una configurazione più avanzata, l’azienda dichiara di poter coprire missioni oggi affidate al sistema THAAD a una frazione del prezzo.

Sono stime del produttore, non prestazioni già dimostrate in volo. Anduril non ha pubblicato un listino né dati sufficienti a confrontare in modo indipendente le diverse configurazioni. I test di volo sono previsti per il 2027. L’azienda punta a produrre migliaia di esemplari all’anno, ma non ha ancora indicato un calendario dettagliato che dimostri come raggiungerà quei volumi.

La scommessa è soprattutto industriale. Utilizzare componenti, software e processi produttivi comuni dovrebbe consentire di riconfigurare le linee in base alla domanda, evitando che ogni missile richieda una filiera separata. È un approccio che risponde a una lezione emersa in Ucraina e in Medio Oriente: impiegare intercettori sofisticati e costosi contro minacce relativamente economiche può consumare rapidamente le scorte, anche quando l’intercettazione è indispensabile.

La pressione sui costi, però, non significa rinunciare alle prestazioni. Lo dimostra la mossa di Lockheed Martin, che alla fine della scorsa settimana ha presentato PAC-3 Edge, un nuovo intercettore sviluppato per il programma Future Interceptor dell’esercito statunitense. L’azienda è stata ammessa alla fase successiva del programma e prevede di avviare i test nel 2027, con l’obiettivo di arrivare al dispiegamento entro il 2031.

PAC-3 Edge riprende la tecnologia del PAC-3 MSE, ma introduce un nuovo sensore di ricerca del bersaglio sviluppato da Lockheed e un motore a propellente solido a impulsi multipli realizzato da Northrop Grumman. Gli aggiornamenti ai sistemi di controllo dovrebbero aumentare velocità, manovrabilità e capacità d’intercettazione a distanze e quote maggiori. L’obiettivo dichiarato è affrontare minacce missilistiche più avanzate, comprese quelle ipersoniche.

Steelfin ed Edge rappresentano quindi due risposte differenti a una stessa esigenza. Anduril punta sulla modularità e sulla produzione di massa per rendere più sostenibile la difesa contro una gamma ampia di minacce. Lockheed vuole spingere più avanti le prestazioni di una famiglia di missili già utilizzata dalle forze armate statunitensi. Non sono necessariamente alternative dirette: la loro eventuale sovrapposizione dipenderà dalle configurazioni, dai requisiti militari e dai risultati dei test.

Per l’Europa, la competizione americana è un ulteriore elemento da considerare mentre cerca di sviluppare una capacità industriale autonoma nel settore della difesa antimissile. Un intercettore statunitense meno costoso potrebbe attenuare il problema del prezzo e delle scorte, ma non risolverebbe quello della dipendenza da fornitori esterni. La questione non è scegliere tra prestazioni e quantità: è riuscire a sostenere entrambe, con una filiera capace di produrre abbastanza armi da rendere credibile la difesa nel tempo.

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La Svezia prospera anche perché ha smesso di trattare gli imprenditori da nemici

Ho utilizzato alcuni esempi per dimostrare che l’aumento delle tasse sui ricchi spinge le persone benestanti a lasciare il proprio paese. La controargomentazione è stata: «La maggior parte di loro rimane». Sì, la maggior parte delle persone benestanti rimane, anche quando il governo aumenta l’aliquota massima dell’imposta sul reddito o introduce un’imposta sul patrimonio. Ci sono molte ragioni per questo. Anche gli imprenditori sono esseri umani, non semplicemente esempi di Homo Economicus. Molti amano il proprio paese, nonostante tutto. Non vogliono lasciarsi alle spalle i propri amici. Molte persone benestanti sono anziane e hanno difficoltà a imparare altre lingue. Alcuni sperano semplicemente che la situazione politica nel loro paese migliori. Altri restano perché il governo rende loro difficile andarsene imponendo elevate imposte di uscita. Ma le conseguenze peggiori delle tasse elevate non sono che le persone benestanti lascino il paese. Il vero problema è il clima sociale e gli atteggiamenti prevalenti che portano, in primo luogo, all’introduzione di tasse elevate.

Per realizzare il mio documentario “What Sweden Got Right” ho parlato con imprenditori svedesi che ricordano gli anni ’70 e ’80, quando in Svezia le tasse erano esorbitanti. Ciò che ricordavano di più era l’atmosfera in cui gli imprenditori venivano trattati come nemici e guardati con sospetto. Il cambiamento più importante a cui hanno assistito negli ultimi decenni è che ora in Svezia gli imprenditori sono visti come modelli di riferimento, soprattutto da molti giovani. Non sono più capri espiatori. Al contrario, la gente li ammira e vuole seguire le loro orme.

Il successo di questa trasformazione si riflette nel panorama delle start-up svedesi, eccezionalmente vivace. Aziende come Spotify, Klarna, King e iZettle hanno raggiunto il successo a livello internazionale. Stoccolma è oggi uno dei principali centri europei per la nascita dei cosiddetti «unicorni», ovvero start-up con un valore di almeno un miliardo di dollari. Il paese ha già prodotto 46 unicorni e si colloca al primo posto in Europa in termini di unicorni pro capite. La Svezia ha inoltre ottenuto un successo eccezionale per quanto riguarda le offerte pubbliche iniziali (Ipo). Secondo l’Ocse, tra il 2014 e il 2025 in Svezia sono state quotate in borsa 1.114 aziende e, nel 2025, Stoccolma è stata addirittura la principale piazza borsistica europea per le nuove quotazioni.

Una situazione del genere sarebbe stata inimmaginabile negli anni ’70. All’epoca, lo scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger scrisse della Svezia:«In una società del genere, a quanto pare, i ricchi hanno ben poco di cui ridere. Se solo si trattasse solo delle tasse! Da cittadini rispettabili, sono disposti a pagarle, seppur a malincuore, ma almeno puntualmente. Ciò che li ferisce molto di più è il fatto che nessuno provi alcuna compassione per la loro situazione». Secondo Enzensberger, la Svezia era diventata un paese in cui i ricchi si sentivano «superflui, non rispettati ed esclusi».

Oggi l’invidia sociale è meno diffusa in Svezia che in molti altri paesi. In Francia e in Germania, ad esempio, ci sono molte più persone che invidiano i ricchi rispetto alla Svezia. Le imposte sulle successioni, sulle donazioni e sul patrimonio sono state abolite da tempo.

È importante comprendere che, quando un paese aumenta le imposte sui ricchi, questa è solitamente solo la fase finale di un cambiamento nella mentalità del paese.  Le imposte elevate sui ricchi vengono generalmente introdotte dopo anni di campagne condotte dai media e dai partiti politici di sinistra, che dipingono le persone benestanti come capri espiatori. Le imposte elevate sono solo la conseguenza di tali campagne. Ma queste campagne non si limitano semplicemente a spingere i politici a introdurre imposte più elevate. Fanno anche sì che gli imprenditori sentano che il loro contributo non è più apprezzato.

C’è una differenza tra un paese in cui i ricchi sono visti principalmente come capri espiatori – come in Francia e Germania – e uno in cui sono considerati modelli di riferimento – come in Polonia e Vietnam. Lo studio su 13 paesi citato in precedenza mostra che l’invidia sociale è più alta in Francia e Germania e molto più bassa in paesi come la Polonia e il Vietnam. Il maggiore dinamismo economico in paesi come la Polonia e il Vietnam ha anche a che fare con questo diverso atteggiamento nei confronti dei ricchi, che sono visti come modelli di riferimento.

Quando gli economisti analizzano le conseguenze di un aumento delle tasse, tendono a concentrarsi solo sui numeri: come cambia il carico fiscale sulle imprese o quante persone benestanti lasciano il paese. Prestano troppo poca attenzione agli effetti psicologici che il cambiamento di atteggiamento ha sull’economia e sulla società. Le tasse elevate sono semplicemente la conseguenza finale di un precedente cambiamento nella mentalità di un paese. Non sono la causa, ma soprattutto un indicatore di uno sviluppo che ha preso una piega sbagliata.

L’introduzione di tasse elevate sui ricchi è il risultato di una mentalità a somma zero dominante nella società: la convinzione che i ricchi siano diventati tali solo a spese dei poveri e che le risorse siano limitate.  In un paese dominato da questa mentalità, cambia l’intero modo in cui le persone concepiscono l’economia. L’attenzione non è più rivolta alla creazione di ricchezza, ma esclusivamente alla sua ridistribuzione.

Un paese in cui gli imprenditori sono visti come modelli di riferimento e i giovani aspirano a seguire le loro orme svilupperà un dinamismo economico molto diverso rispetto a un paese in cui la parola «ricco» è diventata un insulto. Questi effetti sono di gran lunga più dannosi delle conseguenze direttamente misurabili dell’esodo dei ricchi dal paese.

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Il volo da Malpensa che agita le compagnie italiane ma aiuta il consumatore

Una rendita è una rendita è una rendita. L’ultimo caso riguarda lo scontro che si sta consumando all’aeroporto di Milano Malpensa in merito a un nuovo collegamento Milano-Lima richiesto da Emirates. Secondo quanto riferito dal Corriere della sera , le altre compagnie aeree che fanno base nello scalo varesino starebbero in ogni modo cercando di impedirlo, appellandosi a Enac affinché blocchi l’operazione.

Attualmente, per raggiungere la capitale del Perù dal capoluogo lombardo sono disponibili solo voli con scalo: ciò nonostante, con circa centocinquanta mila passeggeri all’anno, si tratta della rotta più trafficata tra quelle non dirette e attrae circa il doppio dei viaggiatori rispetto alla Roma-Lima. Si capisce, quindi, perché un grande operatore vi abbia visto un’opportunità di valore e di reddito. Dal momento in cui Emirates ha presentato la richiesta, è scattata la reazione corporativa, che ha visto scendere in campo Ita (oggi controllata da Lufthansa ma di cui anche il ministero dell’Economia rimane azionista di minoranza) e altre aviolinee quali Neos (gruppo Alpitour) e Aeroitalia. La richiesta all’Enac e al ministero delle Infrastrutture è di convocare «un confronto con le compagnie nazionali interessate, affinché una decisione di tale rilievo sia assunta sulla base di un’istruttoria trasparente e di una valutazione complessiva dell’interesse del Paese». Ma il tema reale è che la più agguerrita concorrenza emiratina metterebbe in difficoltà i vettori italiani. Non a caso, la prima a muoversi è stata proprio Ita, forte anche del legame diretto che ha col Mef in forza della partecipazione azionaria: è proprio questa la ragione per cui noi abbiamo sempre incoraggiato la cessione totale del vettore di bandiera.

Non è la prima volta che, nel mercato aereo, si registrano queste operazioni: già nel passato la tutela del mercato delle imprese italiane (e più di tutte Alitalia) aveva portato a porre dei vincoli ai concorrenti. Basti pensare alla continua battaglia contro le low cost e, più nel passato, il divieto per i concorrenti di effettuare voli per Roma da Milano Linate, introdotto nel 2008 e terminato solo nel 2012 per ordine dell’Antitrust. Questi provvedimenti servono solo a garantire ricavi e margini agli incumbent ma sono contrari all’interesse dei consumatori. Bene ha fatto il governatore lombardo Attilio Fontana a prendere le difese di questi ultimi: «Credo che Malpensa abbia diritto di avere altre linee perché qui la gente vuole venire e ha bisogno di venire, quindi è assurdo che si cerchi di far arrivare gli aerei dove non c’è necessità».

Si parla sempre di produttività: ma se si vuole promuovere la crescita del Paese, bisogna lasciare che le imprese soddisfino i bisogni dei consumatori, e che lo facciano al costo più contenuto possibile. Che questo faccia dormire sonni agitati ai concorrenti non è un difetto: è la caratteristica fondamentale del sistema, perché è solo da questa inquietudine che possono nascere l’efficienza e l’innovazione.

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“Digger”, e i film delle sei tornati a farci bisticciare, come “Temptation Island”

Il declino dell’abitudine di andare al cinema sembrava irreversibile, poi sono arrivati Digger con Tom Cruise, “The Social Reckoning” e persino ”L’Odissea” a dimostrare che era solo perché non c’era nulla di interessante da vedere, per poi discuterci su

La regola l’ha codificata Anthony Lane, critico cinematografico del New Yorker, scrivendo un ritratto di Michael Haneke a settembre del 2009, e l’ha usata per spiegare “Il nastro bianco”, che allora era già passato a Cannes ma non era ancora uscito nei cinema americani.

Come regola generale, scriveva Lane, il cinema si divide in film delle sei e film delle nove, e la maggior parte appartiene all’insieme “film delle nove”. «Torni a casa dal lavoro, mangi qualcosa al volo, vai al cinema, e ti godi lo spettacolo». E dopo, che è il dettaglio che fa la differenza, vai a dormire.

Dopo i film che ha senso vedere alle sei, no. Servono una prenotazione al ristorante e gli amici giusti. «Ne avrai bisogno perché, se tutto va secondo i piani, passerai la seconda metà della serata a ribaltare il film, il suo impatto e il suo senso, da un lato e dall’altro».

Prima di arrivare a dire che “Il nastro bianco” era un film delle sei, Lane ci forniva la sua tassonomia. «”Persona” è un film da sei di pomeriggio, anche se poi al ristorante non avrete fame. Lo è anche “Il cacciatore”, mentre “Platoon”, per quanto rumoroso e furibondo, va benissimo alle nove».

C’è anche, in quella paginetta di Lane, una tassonomia del ceto medio complessato, anche se lui non lo chiama così, e anche se caratteristica precipua del ceto medio complessato e dei suoi film è non ritenersi tali. «A voce alta” è un film da nove di sera che pensa d’essere un film da sei di pomeriggio. “Ricomincio da capo” è il contrario». (“A voce alta” è quello in cui Kate Winslet è una nazista analfabeta, “Ricomincio da capo” è quello in cui Bill Murray si risveglia sempre nella stessa giornata).

Penso alla tassonomia di Lane da dieci giorni, cioè da quando ho iniziato a ricevere telefonate solo di sera, da gente che era uscita da “Digger”. Tra le persone con cui parlo abitualmente, ce ne sono solo due che in questi dieci giorni non mi hanno chiamata per parlare di “Digger”, ed è perché sono due persone che non vanno al cinema. Era dal 2010 che, della gente che non va al cinema, non pensavo: poverini.

Non andare al cinema è una cosa abbastanza normale, ormai, talmente normale che non abbiamo più gli anticorpi per quei piccoli inconvenienti di quando non vedi il film a casa tua. Domenica mattina sono andata a rivedere “Digger”, e il cinema era abbastanza pieno, e un po’ di gente è entrata in ritardo e invece di vergognarsi della propria maleducazione e sedersi dove capitava ha indugiato con la torcia del telefono accesa a cercare proprio il posto che aveva prenotato, facendo anche alzare gente già seduta, per disturbare meglio.

Succede ogni volta, e io ogni volta li insulto profusamente – disturbando la sala almeno quanto loro – e ogni volta mi chiedo se sia stato sempre così o se, quando andare al cinema era una cosa normale, mi sembrasse anche più normale che gli esseri umani fossero imperfetti. Così come, ogni volta che esco da un film bruttino furibonda del suo permettersi d’essere bruttino quando io ho fatto l’immane fatica d’andare fino al cinema, mi domando se fossi più tollerante dei film inutili quando andare al cinema era abituale come andare al bar.

Giovedì sono andata a vedere “The Social Reckoning”, e prima del film c’erano alcuni trailer di film italiani così orrendi ma così orrendi che mi sono detta sì va bene, le maestranze vanno fatte lavorare, due spicci in cultura è giusto continuare a investirli per non ritrovarci con ex truccatori e attrezzisti che fanno i fattorini di Glovo, però come si può pensare che uno, per vedere questa roba, cerchi una babysitter, prenda la macchina, vada al cinema, cerchi parcheggio, spenda dei soldi in più oltre a quelli che ogni mesi butta in abbonamenti alle piattaforme?

È chiaro che è ormai un’impresa eroica, e tu in cambio dell’impresa eroica non puoi darmi Filippo Timi che fa Gino Cecchettin (è ovviamente l’esempio sbagliato, quel film nello specifico incasserà tantissimo, perché andandoci dici al mondo che sei una persona perbene e vai vedere un film delle nove che pensa d’essere un film delle sei: sarà il nuovo “Naza”).

Tuttavia, “Digger” arriva in un anno in cui non è l’unica eccezione. Persino di “The Social Reckoning”, per quanto non piaccia a nessuno, ci sono cose da dire (io e uno dei miei Luminari Culturali di riferimento non riusciamo a convenire sulla ragione della sbagliatezza di Jeremy Strong: per lui è un limite di scrittura, per me della sua faccia). Quest’estate ho discusso parecchio persino dell’“Odissea”, quel film in cui Ulisse è un reduce del Vietnam e Calipso è la sua insegnante di yoga.

È iniziata un anno fa, quando abbiamo cominciato a discutere di “Una battaglia dopo l’altra”, che ho dovuto rivedere per sapere come cominciasse perché la prima volta al cinema entrava la gente in ritardo e mi distraevo a redarguirli.

Fanno, in un anno, quattro film da sei di pomeriggio, dopo non so quanti anni in cui si discuteva di Sanremo e di “Temptation Island”, ma se andavi al cinema eri uno strano che parlava di cose che capiva solo lui, un po’ come se avessi avuto l’hobby della filatelia. Qualche tempo fa su TikTok ho visto una ventenne che diceva che lei era cresciuta in una famiglia povera e lo capiva dal fatto che tutti andavano al cinema ma lei no. Ma sei cresciuta negli anni dello streaming: chi è che andava al cinema?

Pensavo fosse ormai irreversibile, del cinema parlavamo noialtri vegliardi cresciuti negli anni in cui davvero ci si andava, e qualche ragazzina con desiderio mimetico che giurava che quando era piccola tutti andassero al cinema. Al presente, nessuno. Pensavo c’entrasse la comodità del vedere le cose a casa, i prezzi dei biglietti in un paese con gli stipendi fermi alla lira, il fatto che le idee fossero finite e lo star system pure. E invece era che non c’erano abbastanza film da sei di pomeriggio.

Che, dopo, ti facessero venir voglia di bisticciare con lo stesso impeto con cui alzavi la voce per capire se avesse più torto Oronzo o Valentina (“Temptation” 2018), o se fosse meno peggio il vestito di Bianca Balti o quello di Miriam Leone (Sanremo 2025).

Poi è arrivata la stagione cinematografica 2025/2026, e ci siamo ritrovati a discutere di quanto fossero imbecilli quelli che, di “Una battaglia dopo l’altra”, notavano l’inseguimento sulle dune, stretti parenti di quelli che pensavano che Alessia (“Temptation” 2024) facesse bene a riprendersi Lino; di quanto non capissero niente gli adattatori di “Digger”, quelli che avevano trasformato il dualismo tra «essere vivi» e «vivere» in un’alternanza tra «vivere» e «sopravvivere» che sarebbe potuta essere un tatuaggio di Giovanni (“Temptation” 2026); e persino di quanto fosse liberatoria l’ultima mezz’ora dell’“Odissea”, quella in cui finalmente Matt Damon diventa Bruce Willis e mena tutti: era da quando Amadeus finalmente chiudeva il televoto alle due e mezza di notte, che non provavamo un tale sollievo. Solo che, al cinema, puoi provarlo prima di cena, e andare a dormire a un’ora decente.

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L’America vorrebbe lasciare il Medio Oriente, ma non riesce a farne a meno

Sono passati quasi otto mesi dall’inizio della guerra contro l’Iran e Donald Trump non è ancora riuscito a trovare una pace con Teheran, né a ripristinare il libero passaggio delle navi cargo nello Stretto di Hormuz. Oltre al conto geopolitico c’è quello economico: 38 miliardi di dollari secondo il Congressional Budget Office. Senza aspettare come finirà, alcuni osservatori hanno già aggiunto l’Iran alla serie di interventi americani conclusi senza i risultati politici sperati. Era già accaduto in Afghanistan, dove vent’anni di occupazione si sono chiusi nel 2021 con il ritorno al potere dei talebani. E in Iraq, dove la caduta di Saddam Hussein nel 2003 ha aperto una stagione di instabilità, finendo per rafforzare proprio l’influenza iraniana che Washington voleva contenere. Anche questa volta, la superiorità militare americana non è bastata a ottenere una soluzione politica.

Da oltre trent’anni il Medio Oriente continua ad assorbire una parte importante della politica estera statunitense anche se la sua importanza nelle priorità strategiche di Washington è progressivamente diminuita. Gli Stati Uniti considerano la competizione con la Cina il principale problema di sicurezza nazionale, eppure restano legati a una regione nella quale hanno costruito, a partire dalla guerra del Golfo del 1991, un sistema di alleanze e basi militari difficilmente smantellabile. Proteggono monarchie arabe che dipendono ancora dalla loro presenza, mentre la necessità di contenere l’Iran continua a trascinarli in crisi che ogni amministrazione promette di evitare.

Per Washington il problema è capire se la propria presenza militare contribuisca ancora alla stabilità del Medio Oriente o sia diventata una delle ragioni per cui gli Stati Uniti continuano a essere trascinati nei suoi conflitti. Le basi americane sono finite sotto attacco, mentre gli alleati del Golfo hanno subito le conseguenze di una guerra dalla quale avevano cercato di tenersi fuori. L’ultimo caso è quello dell’Arabia Saudita, dove il 10 ottobre un attacco rivendicato dagli houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, ha provocato 13 morti e oltre 300 feriti all’aeroporto internazionale di Riad. Eppure, senza la protezione americana, le monarchie arabe rischierebbero di trovarsi ancora più esposte alle pressioni di Teheran.

Sul dilemma del disimpegno si è aperto un confronto tra alcuni dei principali analisti della politica estera americana. La posizione più radicale è quella di Michael Fuchs, che su Foreign Affairs ha spiegato perché gli Stati Uniti dovrebbero ritirare interamente le proprie forze militari dalla regione e smettere di considerarsi responsabili della sua sicurezza. Secondo l’ex funzionario delle amministrazioni Obama e Biden, è l’intero sistema di alleanze costruito da Washington a essere diventato controproducente. Le basi militari vengono mantenute per scoraggiare gli attacchi, ma finiscono per creare nuovi bersagli che gli Stati Uniti devono difendere. Gli alleati, sapendo di poter contare sulla protezione americana, hanno meno incentivi a risolvere autonomamente le proprie controversie. E quando una crisi esplode, Washington si trova costretta a intervenire per non compromettere la credibilità delle garanzie offerte.

La guerra contro l’Iran, secondo Fuchs, ha mostrato i limiti di questo sistema meglio di qualsiasi altra crisi recente. Gli Stati Uniti dispongono da decenni di una presenza navale permanente nel Golfo Persico, con il comando della Quinta Flotta in Bahrain. Eppure non sono riusciti a impedire a Teheran di compromettere il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo tra Iran e Oman da cui transita normalmente circa un quarto del petrolio commerciato via mare nel mondo. La presenza americana avrebbe dovuto garantire la sicurezza di quella rotta. Invece Washington si ritrova impegnata in una guerra che ha contribuito a provocarne la chiusura, con conseguenze sui prezzi dell’energia in tutto il mondo.

Per Fuchs, le monarchie arabe dovrebbero assumersi maggiori responsabilità nella propria difesa e trovare accordi con l’Iran, il vicino con cui devono comunque convivere. Gli Stati Uniti potrebbero mantenere rapporti commerciali e diplomatici senza garantire automaticamente un intervento militare in caso di crisi. Anche il rapporto con Israele dovrebbe cambiare. Il sostegno quasi incondizionato di Washington, sostiene Fuchs, ha finito per ridurre la capacità americana di prendere le distanze da alcune decisioni del governo israeliano. Un ritiro consentirebbe agli Stati Uniti di concentrare le proprie risorse sulla competizione con la Cina, evitando di consumarle in conflitti regionali che difficilmente possono risolvere con la forza.

Il ragionamento è convincente soprattutto quando descrive le conseguenze dell’eccessivo coinvolgimento americano. Diventa più problematico quando immagina ciò che accadrebbe dopo il ritiro. I Paesi del Golfo, per esempio, non avrebbero necessariamente la forza o la volontà politica di raggiungere un accordo stabile con Teheran. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti temono da decenni le ambizioni iraniane e continuano a dipendere dalle forniture militari occidentali. Senza la protezione americana potrebbero cercare nuove garanzie presso altri Paesi, aumentando la competizione regionale anziché ridurla.

È una delle obiezioni sollevate da F. Gregory Gause III, in un’analisi pubblicata dal Middle East Institute. Lo studioso delle monarchie arabe osserva che i governi del Golfo avevano cercato di evitare il coinvolgimento nella guerra contro l’Iran, rifiutando di autorizzare gli Stati Uniti a utilizzare il loro territorio per attaccare Teheran. L’Iran li ha colpiti comunque, prendendo di mira anche aeroporti civili e infrastrutture energetiche. La presenza delle basi americane non basta dunque a spiegare gli attacchi. Le monarchie arabe rappresentano una parte essenziale dell’economia mondiale e danneggiarle consente a Teheran di esercitare pressione indirettamente su Washington.

Gause propone una distinzione che aiuta a comprendere il cambiamento avvenuto negli ultimi mesi. Per decenni le basi americane hanno contribuito a scoraggiare aggressioni esterne. La situazione è cambiata quando Washington e Israele sono passati dal contenimento dell’Iran a una campagna militare che puntava a ridimensionarne radicalmente le capacità, senza escludere la caduta del regime. Le monarchie arabe si sono ritrovate così esposte alle conseguenze di una guerra che non avevano deciso di combattere. Rinunciare alla protezione americana le renderebbe più vulnerabili alle pressioni iraniane. Continuare a dipenderne significa invece accettare che la propria sicurezza possa essere compromessa dalle scelte militari di Washington.

Per Gause, la soluzione è tornare alla deterrenza, facendo capire a Teheran che nuove aggressioni contro i Paesi del Golfo provocherebbero una risposta militare americana. Washington dovrebbe però rinunciare all’obiettivo di rovesciare il regime iraniano, evitando di alimentare un conflitto più ampio. Il primo banco di prova sarebbe il ripristino della libera navigazione nello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha acquisito un potere di interdizione che prima della guerra non esercitava.

La distinzione cruciale tra contenere l’Iran e tentare di cambiarne il regime è centrale anche nel ragionamento di Philip H. Gordon che è stato consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris. Sempre su Foreign Affairs, Gordon spiega come un ritiro completo priverebbe Washington degli strumenti per influenzare una regione le cui crisi continuerebbero comunque a coinvolgerla. Basta guardare al petrolio: è vero che gli Stati Uniti ne importano poco dal Golfo, ma il greggio ha un prezzo mondiale. Se le forniture si interrompono, aumentano anche i prezzi alla pompa negli Stati Uniti. E i rincari che frenano le economie europee e asiatiche finiscono per pesare sulle imprese americane. Teheran può così mettere sotto pressione Washington e i suoi alleati senza doverne affrontare direttamente la superiorità militare. 

Il rapporto tra Washington e le monarchie arabe, del resto, va ormai ben oltre il petrolio. Gordon ricorda che i fondi sovrani dei Paesi del Golfo amministrano oltre cinquemila miliardi di dollari e detengono fino a duemila miliardi di attività finanziarie americane. A questi legami si aggiungono gli investimenti nell’intelligenza artificiale. Ad Abu Dhabi è in sviluppo Stargate UAE, un grande polo di data center progettato per raggiungere una potenza di cinque gigawatt, con la partecipazione di OpenAI e Nvidia. In Arabia Saudita, Amazon ha annunciato con la società statale Humain investimenti per oltre cinque miliardi di dollari in infrastrutture per l’intelligenza artificiale..

La posta in gioco riguarda direttamente la competizione con la Cina. Le monarchie arabe dispongono dei capitali e dell’energia necessari a ospitare grandi centri di calcolo, ma dipendono dalle imprese americane per ottenere i semiconduttori più avanzati. Washington utilizza l’accesso a queste tecnologie per consolidare la propria influenza e limitare quella di Pechino. I governi del Golfo, invece, cercano di trasformare la ricchezza petrolifera in un ruolo nell’economia digitale, mantenendo margini di trattativa con entrambe le potenze. Un eventuale disimpegno americano avrebbe quindi conseguenze anche su rapporti industriali e finanziari sempre più strategici.

Ma anche mantenere l’attuale presenza militare comporta rischi crescenti. Caitlin Talmadge e Mara Karlin, in uno studio pubblicato dalla Brookings Institution, osservano che durante la guerra l’Iran ha colpito oltre duecento obiettivi in sette Paesi, danneggiando anche aerei radar e aerocisterne indispensabili alle operazioni americane. Teheran ha preso di mira persino i radar della difesa antimissile, cercando di compromettere i sistemi incaricati di intercettare i suoi attacchi.

La minaccia dei missili e delle mine iraniane ha limitato anche i movimenti delle navi americane, mostrando come un avversario militarmente inferiore possa ostacolare le operazioni statunitensi senza affrontarle direttamente. Per Talmadge e Karlin è un precedente preoccupante soprattutto in vista di un possibile confronto con la Cina, che dispone di capacità missilistiche più avanzate. Le due analiste chiedono al Pentagono di investire maggiormente nei sottomarini e nei sistemi senza pilota, riducendo la vulnerabilità delle proprie forze. 

È anche per rispondere a queste debolezze che Gordon propone di ripensare la presenza militare americana nel Golfo. Le grandi basi permanenti, dove si concentrano uomini e mezzi, potrebbero essere sostituite da installazioni più piccole e distribuite sul territorio, in modo che un singolo attacco non comprometta intere operazioni. Parte delle funzioni di comando potrebbe essere trasferita negli Stati Uniti o in Europa, mantenendo la capacità di intervenire nella regione senza esporre altrettante forze ai missili iraniani. Ma una simile riorganizzazione richiederebbe un maggiore utilizzo delle basi europee e quindi la collaborazione dei governi alleati. Una dipendenza politicamente delicata, proprio mentre Trump continua a mettere sotto pressione i rapporti con la Nato.

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Scoprire l’identità di un territorio attraverso la segnaletica stradale

Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema dei limiti, disponibile in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

L’Ufficio Cartelli del Touring Club Italiano in uno scatto degli Anni 30. Disegnatori, grafici, calligrafi, incisori, verniciatori, operai metallurgici, tecnici, amministrativi: dalle loro mani uscirono centinaia di migliaia di cartelli che orientarono i viaggiatori sulle strade italiane fino agli Anni 70. Courtesy of Touring Club

Era il 1865 quando, per la prima volta, nel Regno Unito, fu introdotto un limite di velocità. Riguardava le road locomotive, locomotive che qualche ingegnere aveva pensato bene di togliere dai binari per metterle su strada. Il limite prevedeva un massimo di 3,2 km/h nei centri abitati, esteso a 6,4 km fuori città, e un essere umano munito di bandierina rossa che precedesse l’ingombrante veicolo. Nulla di cui stupirsi, se pensiamo che allora le strade si percorrevano a piedi o, molto raramente, a cavallo. Ne troviamo traccia, tra i tanti, nel romanzo di Grazia Deledda Canne al vento, dove nella Sardegna d’inizio ‘900, il protagonista Efisio impiega 2 giorni per raggiungere dal borgo natio il capoluogo Nuoro, oggi raggiungibile in auto in 35 minuti. 

Mentre una lettera che oggi impiega su gomma 2 giorni da Madrid per arrivare a Bruxelles, per Fernand Braudel nel XVI secolo ne impiegava 20, velocità che sarebbe rimasta pressoché inalterata per tre secoli, fino a quando arrivò un mezzo di locomozione avveniristico che cambiò non soltanto le velocità di percorrenza, ma la stessa funzione delle strade, ampliando la nostra percezione del mondo: la bicicletta, le cui “molecole d’acciaio” artisti come Filippo Tommaso Marinetti, Luciano Folgore, Umberto Boccioni celebrarono come simboli del dinamismo moderno. Se alle due ruote dobbiamo l’inizio della locomozione meccanizzata, non di meno le dobbiamo l’ampliamento dei nostri orizzonti, l’immaginario nazionale e internazionale, conquistato attraverso un’innovazione umile ma dagli esiti immensi, così consueta da sembrare lì da sempre: il segnale stradale, secondo le sue declinazioni oggi standard, di divieto, direzione, pericolo, rispettivamente, tondo, freccia, triangolo.

“Cartelli preziosi per gli egittologi” sulla rivista mensile del Touring Club Italiano. La vignetta umoristica s’accompagna al serissimo intento di convergere verso standard internazionali accessibili a tutto il mondo. Courtesy of Touring Club

Ma il protagonista di questa storia, in Italia, ha un nome: Touring Club Italiano, o meglio, Touring Club Ciclistico Italiano, il predecessore, fondato l’8 novembre 1894 a Milano da 57 velocipedisti guidati da Luigi Vittorio Bertarelli e Federico Johnson. A raccontarci la storia è Maria Chiara Minciaroni, ricercatrice e project officer di quella che oggi è diventata la Fondazione Touring Club Italiano, esperta di valorizzazione territoriale e referente per i progetti di segnaletica: «Il Touring nasce dal basso, oggi diremmo da una community di ciclisti, escursionisti, viaggiatori, fotografi, perché la bicicletta a quel tempo era il mezzo di trasporto del futuro, il primo prodigio tecnologico ad affermarsi nella mobilità moderna». 

Si trattava di un mezzo elitario, ma per i nostri visionari portava sulla canna il futuro: «La bicicletta costava tantissimo. I soci del Touring erano quindi benestanti che potevano permettersi di viaggiare, reinterpretando in chiave borghese il modello aristocratico del Gran Tour». Nacque così la prima delle grandi imprese del Club: la realizzazione e diffusione della segnaletica italiana. Parallelamente, sarebbero fiorite la cartografia e la guidistica, vero e proprio repertorio dell’arte e dell’architettura nazionale, ancora oggi testimoniato dalle celebri “Guide rosse”.

I progetti legati alla segnaletica, inizialmente finanziati dai soci, man mano che procedeva la standardizzazione di grafica e testi, venivano realizzati dai disegnatori tecnici: in questa pagina, una prova semilavorata di un cartello d’interruzione stradale. Courtesy of Touring Club

Ma come erano le strade prima che il Touring iniziasse la sua impresa? L’Italia appena unificata era un mosaico di territori mal collegati, con dialetti, sistemi di misura e toponomastiche differenti: «Chi percorreva le strade era disorientato», rievoca Minciaroni parlando dei primi anni del secolo scorso. «Non si trattava soltanto d’indicare una direzione, ma di costruire un linguaggio comune della mobilità. Così, in un Paese attraversato da ampie differenze regionali, la segnaletica fu uno dei primi strumenti di unificazione culturale ancor prima che infrastrutturale. “Far conoscere l’Italia agli italiani”, diceva Bertarelli, questo era l’obiettivo». Il che significava anche costruirne e diffonderne l’immaginario, documentandolo fotograficamente. «Era frequente per quei ciclisti montare sulla bicicletta una macchina fotografica, altro prodigio moderno al debutto, per recare traccia del paesaggio italiano, della sua varietà e bellezza, allora tutt’altro che noto a un popolo abituato a muoversi su scala locale». 

Il processo non fu facile. I cartelli erano costosi da realizzare e da posare, tanto che per anni furono frutto di mecenatismo, recando il nome del donatore in calce. Intendevano farsi capire dagli stranieri. Ma ancora non esistevano standard né nazionali né internazionali. Inoltre, non sempre ottenevano buona accoglienza. Le popolazioni locali non ne avevano bisogno: conoscevano già il loro territorio e non di rado percepivano il forestiero come uno scocciatore e i segnali stradali ausili che impedivano loro di guadagnare qualcosa indicandogli la strada. Così li danneggiavano. In alcune Regioni a forte identità locale, poi, erano considerati espressione dello Stato centrale italiano. Ne avrebbe fatto le spese la toponomastica, affiancata abusivamente o cancellata dalle vecchie denominazioni locali dei luoghi.

Cartello stradale con la pubblicità: perché no? Quella di Esso, per esempio. Courtesy of Touring Club

Passaggi cruciali, però, furono quelli della Prima e soprattutto Seconda guerra mondiale, che vide l’Italia occupata da truppe italiane e straniere in lotta: «La segnaletica fu spesso divelta, per avvantaggiare chi conosceva il territorio, gli italiani, rispetto agli altri». Ma l’opera del Touring sopravvisse, anzi, ne uscì rafforzata. Nel 1897 erano stati posati i primi 100 “pali indicatori”. Nel 1915, tra nuovi e sostituiti, ne sarebbero stati posati oltre 23 000. Intanto, tra Parigi e Rouen, nel 1894, si era tenuta la prima gara automobilistica, con motori sia a scoppio sia a vapore: primo classificato, Jules-Albert de Dion, sfrecciando a 18,5 km/h di media. Ma già l’anno seguente nella Parigi–Bordeaux–Parigi, la benzina avrebbe trionfato a 24 km/h. «Un’altra era della velocità già germinava: nel 1924 viene costruita tra Milano e Varese la prima autostrada del mondo, detta dei Laghi». 

Il Touring l’aveva fiutata già un quarto di secolo prima, lasciandosi alle spalle quel nobile aggettivo – “ciclistico” – dal quale il sogno veloce della modernità era partito. E dando nuovo impulso all’impresa segnaletica. Al suo fianco non più sognatori, ma i nuovi capitani d’industria dell’auto: Fiat e Pirelli. Cosìcché, nonostante il passaggio della Seconda guerra mondiale, nel 1953 i cartelli sarebbero diventati 426 000. Dopo 80 anni di collaborazione, nel 1973 la segnaletica è rientrata definitivamente nella esclusiva competenza dello Stato. Ma il Touring non è uscito di scena. Minciaroni: «La segnaletica oggi non è più soltanto al servizio della sicurezza e dell’orientamento, ma un progetto di marketing territoriale: noi parliamo di comunicazione d’ambiente, fornendo consulenza agli enti locali che ce la chiedono».

Nel 1919 sulla rivista mensile del Touring ci s’interroga su “i cartelli indicatori… nei libri dei popoli”: qui, la “cunetta” in rumeno. Courtesy of Touring Club

Perché un cartello che orienta o racconta, come mostra la segnaletica “turistica” in cui spesso c’imbattiamo, esprime l’identità di un territorio: «Parla attraverso i materiali che impiega, la grafica, il modo di esplicitare le informazioni». Dopo decenni di centralità automobilistica, le biciclette ora tornano a dettare l’agenda della velocità, insieme a e-bike e monopattini. Le e-bike a pedalata assistita sono equiparate a biciclette se il motore non supera 250 W e l’assistenza s’arresta a 25 km/h. Oltre, sono assimilate ai ciclomotori, con obblighi aggiuntivi. I monopattini elettrici, invece, possono circolare fino a 20 km/h, ma devono limitarsi nelle aree pedonali a 6 km/h, salvo vincoli comunali aggiuntivi. La locomotiva “scionfante” del 1865, insomma, oggi si contenderebbe la strada con gli irrequieti e-scooter. Forse, allora, un omino con bandierina rossa a precederli sarebbe ancora una utile precauzione a tutela del solo locomotore attorno a cui non è ancora stato pensato un sistema di segnaletica: il pedone, quel bipede implume cui tutto si deve.

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