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Menelaou: Pyroi crossing point dispute resolved, Louroujina blocks deal

Greek Cypriot negotiator Menelaos Menelaou said on Wednesday that problems over the routing of the Pyroi crossing point “have been overcome”, although a dispute over a second crossing point still stands in the way of an agreement.

Speaking to the Cyprus Mail, Menelaou said the remaining obstacle was the Turkish Cypriot demand that the Louroujina to Lympia crossing be included in any such deal.

He said the Louroujina issue remains open and has not yet been reconciled with the Greek Cypriot proposal for a crossing at Kokkina.

The earlier dispute concerned the route of the proposed road from Athienou through Pyroi to the Nicosia suburb of Aglandjia.

The Greek Cypriot side treats it as a single crossing, while the Turkish Cypriot side objected to a road running through so many kilometres of the buffer zone, arguing that it created security complications.

Menelaou told the Cyprus Mail the route now sits roughly evenly, between the government-controlled areas and the occupied north.

Pyroi is a ruined village in the north, inside a Turkish military zone, whose residents have been displaced since 1974.

Athienou lies on the government-controlled side, and a crossing would cut the drive from there to Nicosia from up to an hour to about ten minutes.

Christodoulides said on Tuesday that he had given Turkish Cypriot leader Tufan Erhurman two new proposals on crossing points, one of which had already been rejected.

Erhurman separately confirmed late on Tuesday that he had rejected a proposal to open the fenced-off area of Varosha under United Nations administration and the port of Famagusta under European Union control.

He said formal negotiations could not begin until the sides agree on methodology and make progress on confidence-building measures.

New crossing points are the most concrete of those measures, as both sides agreed on a package of four after an enlarged meeting in Geneva in March 2025, when UN Secretary-General Antonio Guterres told each side to suggest two.

The Greek Cypriot side proposed the Athienou to Aglandjia road, with a crossing at each end, while the Turkish Cypriot side proposed Mia Milia and Louroujina.

The package has since stalled, for during Guterres’ visit in July, sources told the Cyprus Mail that the Greek Cypriot side suggested opening only two of the four, with Louroujina shelved, which the Turkish Cypriot side refused.

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Emissioni e clima, per l’Onu se tutto va bene andrà male: rispettando ‘solo’ gli impegni attuali il riscaldamento salirà a 2,6°C (l’obiettivo era 1,5)

Anche se le nazioni dovessero rispettare i propri impegni di riduzione delle emissioni di gas serra, entro la fine del secolo le temperature globali risulterebbero superiori di 2,6°C rispetto ai livelli preindustriali. È l’ennesima tegola che arriva sul fronte del riscaldamento globale, forse una delle più dure da metabolizzare, ma è quanto si afferma nell’Emissions Gap Report 2026, il rapporto sul divario tra la riduzione delle emissioni e gli obiettivi da raggiungere, appena pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). Il mondo è “pericolosamente lontano dall’obiettivo” e “non può più evitare di superare il limite di 1,5°C (non annuale, ma basato su medie decennali, ndr)” ha spiegato António Guterres, segretario generale dell’Onu (nella foto), in occasione della presentazione del rapporto, riferendosi al traguardo più ambizioso fissato dall’Accordo di Parigi del 2015. Dieci anni dopo quegli impegni, lo scorso anno, le emissioni globali di gas serra si sono mantenute su livelli record. “I piani climatici nazionali e le politiche attuali – aggiunge Guterres – sono pericolosamente insufficienti, lasciando presagire un riscaldamento compreso tra 2,6°C e 2,8°C” entro il 2100. Si tratta di proiezioni persino più cupe rispetto a quelle dello scorso anno, che indicavano un riscaldamento compreso tra 2,3°C e 2,5°C (Leggi l’articolo). E dovute, tra l’altro, al ritiro degli Stati Uniti (il secondo maggior inquinatore al mondo) dall’Accordo di Parigi e alla revisione delle stime sulle emissioni storiche.

Emissioni ancora su livelli record

Tra i sei maggiori emettitori, i dati preliminari per il 2025 indicano un aumento delle emissioni negli Stati Uniti, in Indonesia e in Cina, a fronte di una diminuzione in India, Russia e Unione Europea. Tuttavia, gli analisti dell’Unep si sono mostrati cauti nel definire i livelli attuali come un vero e proprio “picco”, date le grandi incertezze geopolitiche e la crescente dipendenza dai combustibili fossili, nonostante la forte crescita delle energie rinnovabili. L’Emissions Gap Report 2026, intitolato ‘The Point of Return’ (Il punto di ritorno), rileva che la possibilità di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, senza alcuno sforamento o con uno sforamento limitato, è ormai svanita dopo “decenni di un’azione climatica insufficiente”, in particolare da parte dei paesi ricchi del G20, responsabili di tre quarti delle emissioni. Dure, durissime le parole di Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep: “Per anni, i governi sono stati avvertiti che il tempo stava per scadere. Dicevamo che c’era ancora un’opportunità, se avessimo fatto questo sforzo erculeo per rimanere entro il limite di 1,5°C, ma ora è chiaro che lo sforzo non è stato fatto. Abbiamo temporeggiato e ora diciamo che questa finestra di opportunità si è chiusa”.

L’obiettivo attuale: il minimo sforamento possibile

Ma non bisogna gettare la spugna. Questo è il messaggio dell’Unep. Ogni ulteriore frazione di grado e ogni anno aggiuntivo di riscaldamento al di sopra di 1,5°C accrescono i rischi climatici, come cambiamenti irreversibili nelle calotte glaciali, nel carbonio contenuto nel permafrost, nella circolazione oceanica, nelle barriere coralline e altro ancora, con gravi ripercussioni per la salute e la prosperità umana. L’obiettivo attuale, ormai è noto, deve essere quello di ridurre al minimo la durata e l’entità dello sforamento, per poi tornare a 1,5°C entro la fine del secolo. A questo riguardo, il rapporto esamina uno scenario di sforamento del target di 1,5°C definito come il “più contenuto possibile”, in cui il picco di riscaldamento viene limitato a 1,7-1,8°C. Per intraprendere questo percorso, le emissioni globali di gas serra (GHG) dovrebbero essere ridotte, rispetto ai livelli del 2025, del 18% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040. Per fare un confronto, secondo l’Onu, il rispetto degli attuali impegni climatici porterebbe a una riduzione di appena il 5-8% entro il 2030 e dell’11-15% entro il 2035. Si tratta quindi di un obiettivo difficilissimo da raggiungere, impossibile senza un cambio di rotta deciso e repentino. Implica tassi di riduzione medi annui del 5,7 per cento nel decennio 2025-2035, superiori al quelli indicati nel sesto rapporto di valutazione del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, che richiedeva tassi di riduzione annuali di circa il 5 per cento.

Tornare sotto l’1,5°C di riscaldamento

Per tornare a 1,5°C o scendere al di sotto di tale soglia, sarà necessaria la rimozione di CO2 dall’atmosfera su larga scala. Si parla della necessità di rimozione dall’atmosfera e di stoccaggio permanente di circa 320 gigatonnellate di CO2 (equivalente a circa otto anni di emissioni globali di CO2 del 2024) nel corso di questo secole, oltre all’avvio di rigorose misure di mitigazione. Solo in questo modo, si stima nel rapporto, si avrà una probabilità del 66% di non superare 1,8°C, riportando, con una probabilità del 50% invece, l’aumento della temperatura globale a 1,5°C o meno, entro il 2100. Sebbene la sfida sia imponente, esistono ampie opportunità per accelerare l’azione: “Dall’adozione dell’Accordo di Parigi, le energie rinnovabili hanno registrato un forte sviluppo, l’offerta complessiva di energia derivante da carbone e petrolio è cresciuta meno di quanto previsto e le politiche climatiche si sono dimostrate efficaci nel ridurre le emissioni”. Il report indica la strada: la capacità globale di produzione elettrica da fonti rinnovabili dovrebbe almeno triplicare entro il 2035 (rispetto al 2025) e al massimo cinque anni più tardo (entro il 2040) dovrebbe raggiungere almeno 4,5 volte il livello del 2025. Sempre entro il 2035 le quote di carbone, petrolio e gas nell’offerta energetica globale dovrebbero ridursi rispettivamente di almeno il 55%, il 1% e il 5%, raggiungendo nel 2040 riduzioni del 75%, del 30% e del 35%. La generazione elettrica da carbone, invece, dovrebbe diminuire di almeno il 75% entro il 2035, per arrivare all’eliminazione a livello globale cinque anni dopo.

Dove si arriva con le politiche attuali (o rispettando gli impegni). I vari scenari

Le traiettorie attuali sono ben lontane dal consentire il raggiungimento di questo obiettivo. Se le politiche che si stanno mettendo in campo oggi dovessero proseguire, senza quindi seguire gli impegni presi dai Paesi, il riscaldamento si attesterebbe a 2,8°C entro il 2100 per poi aumentare ulteriormente. Qualora venissero attuati tutti i contributi determinati a livello nazionale (Ndc, i Nationally Determined Contributions*) e proseguissero sforzi analoghi, il riscaldamento sarebbe limitato a 2,6°C. Questi piani, come si diceva, ridurrebbero le emissioni solo del 5-8% entro il 2030 e dell’11-15% entro il 2035, ma si tratta comunque di una risposta del tutto insufficiente per invertire la rotta in tempi utili. Si tratta di stime peggiori rispetto alle proiezioni dello scorso anno. I nuovi Ndc presentati dopo la pubblicazione del rapporto dell’anno scorso hanno avuto un impatto trascurabile sulle proiezioni. Anche nello scenario più ottimistico, in cui vengono raggiunti tutti gli Ndc più ulteriori obiettivi net-zero, il riscaldamento globale raggiungerebbe 2,1°C in questo secolo. Morale: “Senza un’azione urgente, la traiettoria che prevede il superamento più contenuto della soglia di 1,5°C diventerà rapidamente irraggiungibile”. Basta fare i conti: “Ogni cinque anni di emissioni di CO2 ai livelli attuali – avverte l’Unep – innalza il picco di riscaldamento di circa 0,1°C”.

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La ONU asume la “dura realidad”: el mundo superará los 1,5 grados y activa un plan B

Tras años de alertar de que se estaba cerrando la ventana de oportunidad para cumplir con el objetivo del Acuerdo de París más ambicioso —y seguro para la humanidad—, el área de medio ambiente de la ONU ha terminado por asumir este miércoles una “dura realidad”: la posibilidad de mantener el calentamiento global por debajo de 1,5 grados Celsius respecto a los niveles preindustriales se ha esfumado. Lo hace por primera vez en el informe de referencia que desde 2010 presenta para analizar los planes climáticos de los países y las trayectorias que se deben seguir para cumplir con los acuerdos internacionales. En las anteriores entregas se señalaba que todavía había “una oportunidad” si se hacía “un esfuerzo hercúleo”, recuerda Inger Andersen, directora ejecutiva del Pnuma (Programa de las Naciones Unidas para el Medio Ambiente). “Ahora está claro que ese esfuerzo hercúleo no se hizo; procrastinamos con el clima. Y, en consecuencia, ahora decimos que esta ventana se ha cerrado”.

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© Manon Cruz (REUTERS)

Un hidroavión lucha contra las llamas en un incendio forestal en el municipio francés de Cotignac, este pasado julio.
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EU and Turkey Plan Cyprus Talks as New Dispute Threatens Diplomatic Opening

The European Union and Turkey are preparing high-level talks before the end of October in an attempt to revive negotiations over Cyprus, following an initiative by United Nations Secretary-General António Guterres.

Cypriot President Nikos Christodoulides announced the planned meeting on 16 October during the European Council summit in Brussels, saying discussions would address both the resumption of negotiations over the island’s division and the possibility of improving relations between Ankara and the EU.

The initiative follows diplomatic contacts in New York involving Guterres, European institutional leaders and the Cypriot government. However, renewed differences over the conditions for negotiations have already cast doubt on whether the process can produce substantial progress.

On Sunday, 18 October, Christodoulides accused Turkish Cypriot leader Tufan Erhürman of imposing preconditions before formal negotiations could resume, particularly concerning arrangements for a rotating presidency in a reunited Cyprus.

The disagreement underlines the difficulties facing an initiative intended to reconnect the UN peace process with the EU’s broader relationship with Turkey.

Brussels seeks a negotiating role

Christodoulides said the planned meeting between the EU and Turkey would examine how to establish the necessary conditions for negotiations to restart within the previously agreed UN framework.

He indicated that any improvement in EU–Turkey relations would be linked to progress over Cyprus.

The president’s announcement in Brussels follows months of diplomatic consultations involving the Commission, European Council and UN.

European Commission President Ursula von der Leyen and European Council President António Costa have urged Turkish President Recep Tayyip Erdoğan to support the renewed peace initiative.

Turkey’s relationship with the EU encompasses trade, customs cooperation, migration and regional security. Ankara remains an EU candidate country, although accession negotiations have been effectively stalled for years.

Cyprus remains one of the principal obstacles to any substantial improvement in that relationship.

The island has been divided since Turkey’s military intervention in 1974. The internationally recognised Republic of Cyprus joined the EU in 2004, but EU law remains suspended in areas where its government does not exercise effective control.

The self-declared Turkish Republic of Northern Cyprus is recognised only by Turkey.

Disagreement over political equality

The UN has traditionally sought a settlement based on a bizonal, bicommunal federation with political equality between the Greek and Turkish Cypriot communities.

Negotiations collapsed at Crans-Montana in Switzerland in 2017 amid unresolved disputes over security guarantees, political representation, territory and the presence of Turkish troops.

Erhürman, who became Turkish Cypriot leader in 2025, has expressed support for renewed negotiations within a federal framework. However, he wants assurances about political equality and the structure of future talks.

The latest dispute concerns whether the principle of a rotating presidency between the two communities should be accepted before negotiations resume.

Christodoulides rejected that demand on 18 October, arguing that substantive questions should be negotiated together rather than settled in advance.

The Turkish Cypriot leadership regards rotating executive power as an essential element of political equality, while the Greek Cypriot side objects to making agreement on that arrangement a prerequisite for restarting discussions.

The disagreement has emerged despite recent efforts by the United Nations to improve relations between the communities.

In a statement issued on 13 October, the UN confirmed that Christodoulides and Erhürman had met in Nicosia and agreed to continue discussions, including participation in bicommunal initiatives.

The two leaders subsequently attended a joint event in Pyla, although their public differences persisted.

Turkey’s position remains decisive

A Cyprus settlement would require agreement not only between the island’s communities but also on Turkey’s military presence and the system of security guarantees established at independence.

Ankara has long maintained that Turkish Cypriots require effective political equality and credible security arrangements.

Greek Cypriot leaders argue that the continuation of foreign intervention rights and Turkish military deployments would be incompatible with a fully sovereign and reunited state.

The EU cannot resolve those differences independently of the UN process, but it can influence the economic and institutional framework within which a settlement might operate.

A comprehensive agreement would affect property ownership, trade, customs arrangements, border administration and the application of European law throughout the island.

The European Commission has sought a greater role in supporting the UN-led peace process, reflecting Brussels’ interest in progress towards a settlement.

Negotiations face immediate test

The UN Secretary-General’s personal envoy, María Ángela Holguín, has warned that the opportunity for renewed negotiations may be narrowing.

Disagreements over diplomatic representation, contacts with foreign missions and the status of Turkish Cypriot institutions have complicated relations between the two communities.

Christodoulides has also referred to a series of proposals intended to advance discussions, including the future of the fenced-off area of Varosha. Their full contents have not been publicly disclosed.

The proposed EU–Turkey meeting offers a separate diplomatic channel through which Brussels can assess Ankara’s willingness to support renewed negotiations.

No final date, detailed agenda or list of participants had been publicly confirmed by 18 October.

The immediate test will be whether the parties can agree on the basis for formal talks without attempting to settle disputed constitutional questions before negotiations begin.

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Carolyn Rodrigues-Birkett, candidate to lead the United Nations: Not choosing a woman would send ‘a very bad message’

The race to succeed António Guterres as head of the United Nations (UN) from next January 1 is a long-distance one with very few certainties. Among the seven current candidates, Carolyn Rodrigues-Birkett, a former minister of Guyana and that country’s ambassador to the United Nations, stands out alongside Costa Rica’s Rebeca Grynspan and, to a lesser extent, Argentina’s Rafael Grossi. Rodrigues-Birkett, who received EL PAÍS in her New York office last Tuesday, avoids speculation but does speak of a campaign against her that caused her to lose ground in the last vote.

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© Jaclyn Licht

Carolyn Rodrigues-Birkett, candidate for UN secretary-general, in her New York office at Guyana’s permanent mission to the organization last Tuesday.
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António Guterres: apoio às energias fósseis é suicídio

Hidrocarbonetos "estão a fazer ferver o nosso planeta e constituem um flagelo para a biodiversidade", defendeu o secretário-geral da ONU num discurso em Erevã, capital da Arménia, antes da COP17.

© MICK TSIKAS/EPA

A declaração de Guterres ocorreu numa reunião de preparação da cimeira da COP17 sobre biodiversidade
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A woman at the helm of the United Nations

The 81st UN General Assembly, which ends this Monday, will be remembered for the photograph of a smiling Delcy Rodríguez and Donald Trump—a perfect metaphor for the new era in Venezuela–U.S. relations—and for the decision by many delegates to leave the chamber when Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu was speaking. The New York gathering is concluding with the realization that the world faces a pressing choice between a future governed by “a return to the law of the jungle or a civilized international society,” as French President Emmanuel Macron summed up.

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© SARAH YENESEL (EFE)

United Nations Secretary-General António Guterres addressing the General Assembly.
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