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Cuba Denounces U.S. Oil Blockade and Lack of Progress in Talks

Cuba has stated that, despite recent contacts with Washington, it sees no progress toward a serious dialogue, while denouncing U.S. restrictions on oil supplies as a form of collective punishment against the island’s population. This statement was made by Tanieris Diéguez, Deputy Chief of Mission at the Cuban Embassy in the United States, in an interview with EFE.

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Cuba Expands Renewable Energy Use Amid U.S. Fuel Blockade

Diéguez explained that Havana has maintained contact with the administration of President Donald Trump, but that it perceives no movement toward substantive negotiations. “We truly do not see any progress toward a serious dialogue—which is what we are willing to engage in,” the diplomat stated.

In March, Cuban President Miguel Díaz-Canel confirmed that talks were taking place with the U.S. government. Since then, Washington has pushed for political and economic changes in Cuba.

When asked about potential threats of U.S. military intervention—like to the kidnapping of President Nicolás Maduro and his wife Cilia Flores in Venezuela—Diéguez noted that Cuba takes any statement from U.S. authorities seriously, given that the United States is the world’s foremost military, nuclear, and economic power.

When asked about potential threats of U.S. military intervention—similar to the operation that took place in Caracas—Diéguez noted that Cuba takes any statement from U.S. authorities seriously, given that the United States is the world’s foremost military, nuclear, and economic power.

Nevertheless, she emphasized that Havana considers the defense of its independence to be its highest priority. “Our people will never allow that to be sidelined or subjugated under any circumstances,” she affirmed.

As has become customary, the US government has imposed a new aggressive measure against Cuba, this time against BICSA, an absolutely legitimate bank whose transactions in Cuba and the world are also absolutely legitimate.

It is an evidence of the criminal determination to apply… pic.twitter.com/fRs6onus4a

— Bruno Rodríguez P (@BrunoRguezP) October 15, 2026

Impact of energy restrictions

The diplomat linked the worsening of Cuba’s energy crisis to the restrictions imposed by Washington on oil supplies—a situation exacerbated following the events in January involving Nicolás Maduro in Venezuela, the island’s primary fuel supplier.

According to Diéguez, fuel shortages and power outages are affecting essential services, including hospital care and surgical procedures. “This is a form of collective punishment; it is entirely contrary to international law and directly harms the Cuban people,” she denounced.

The official presented figures attributed to the impact of the situation: infant mortality has reportedly risen to nine deaths per 1,000 live births; 96,500 people are awaiting surgery, and 32,000 pregnant women are waiting for an ultrasound.

Diéguez also rejected U.S. criticisms regarding Cuba’s economic management. “It is not a matter of ineptitude; rather, we have managed to put our scarce resources to work thanks to our organization,” she maintained.

🇿🇦 At the Human Rights Council, #SA delegate highlighted harmful impact of unilateral coercive measures against #Cuba & warned of its humanitarian consequences.

Delegation also addressed the extraterritorial & deterrent effects of the #blockade, which hinders trade & investment. pic.twitter.com/70wM404eyO

— Southern Africa Eye (@eye_southern) September 10, 2026

International support

The Cuban representative expressed confidence that the international community will once again support the lifting of the U.S. blockade during the annual vote at the United Nations General Assembly, scheduled for late October.

“Cuba does not feel alone. We have received the support of the vast majority of the international community,” Diéguez stated, noting that for more than three decades, resolutions against the blockade have secured overwhelming majorities.

In 2025, the Cuban-sponsored resolution received 165 votes in favor, seven against, and 12 abstentions in the General Assembly—though the text is non-binding.

Diéguez further asserted that the restrictions also harm U.S. citizens by limiting their access to products from the Cuban biopharmaceutical industry. “Cuba deserves to live in peace,” she concluded.

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Gli Stati Uniti hanno messo le mani sulla Groenlandia dimostrando la totale irrilevanza dell’Unione Europea

Considerando la NATO come il proprio eterno strumento militare, l’Europa rimane un soggetto geopolitico inesistente e totalmente subordinato alla volontà di Washington. Ciò spiega anche i risultati del recente referendum in Islanda: la scarsa attrattività dell’Unione Europea è stata certificata dai cittadini dell’isola vicina.

Segue nostro Telegram.

“Al fine di garantire un funzionamento sicuro ed efficace delle Aree di Difesa, gli Stati Uniti d’America godono, per le proprie navi e i propri aeromobili pubblici, nonché per le proprie forze armate e i propri veicoli, del diritto di libero accesso e transito tra le Aree di Difesa attraverso la Groenlandia – incluse le acque territoriali – via terra, aria e mare. Tale diritto può applicarsi anche a installazioni militari prive di personale, previo accordo tra le Parti sulle relative modalità al momento della loro istituzione;

gli aeromobili degli Stati Uniti possono sorvolare e atterrare in qualsiasi parte del territorio della Groenlandia, incluse le acque territoriali, e le navi pubbliche degli Stati Uniti possono accedere e navigare in immersione all’interno delle acque territoriali senza restrizioni, salvo quanto reciprocamente concordato dalle Parti;

alle navi pubbliche degli Stati Uniti sarà concesso ulteriore accesso e libertà di movimento all’interno delle acque territoriali, secondo quanto concordato dalle Parti di volta in volta in base alle esigenze della situazione militare per la difesa dell’area del Trattato del Nord Atlantico, della Groenlandia e del continente americano, o per altre finalità concordate dalle Parti”.

Così recita il paragrafo 6 dell’ACCORDO TRA IL GOVERNO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA E IL GOVERNO DEL REGNO DI DANIMARCA, UNITAMENTE AL GOVERNO DELLA GROENLANDIA del 22 settembre 2026.

È vero, non si tratta dell’annessione o dell’acquisto della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, né della rinuncia formale della Danimarca alla propria sovranità o della Groenlandia al proprio diritto all’autodeterminazione. Tuttavia, si tratta di qualcosa che, nei fatti, sarà altrettanto fondamentale e probabilmente peggiore: la cessione del potere decisionale danese e groenlandese, accompagnata da una significativa riduzione della libertà d’azione di entrambe le parti in materia di sicurezza e politica estera.

È evidente che nulla potrà essere fatto in questi ambiti senza il consenso degli Stati Uniti, in caso di una relazione asimmetrica, o di una situazione di conflitto. Proprio in un simile rapporto, gli Stati Uniti acquisiscono di fatto un diritto di veto. Se la Danimarca e/o la Groenlandia dovessero desiderare, ora o in futuro, di collaborare con un altro Paese su risorse, basi o altre questioni di sicurezza non gradite agli Stati Uniti nella regione, ciò risulterebbe semplicemente impossibile.

Di contro, è difficile immaginare come le due parti potrebbero impedire agli Stati Uniti di agire a proprio piacimento: stabilire più delle due nuove basi menzionate nell’accordo, controllare e utilizzare le acque circostanti come ritengono opportuno e — come accennato in precedenza — non fare alcuna menzione delle armi nucleari. Non vi è inoltre alcuna tutela per le peculiari condizioni ambientali della Groenlandia; in passato, gli Stati Uniti hanno abbandonato aree adibite a basi lasciandole ingombre di rifiuti.

E non sono solo gli Stati Uniti; c’è anche la NATO. Naturalmente, la NATO ha già operato di fatto nella regione, ma in futuro l’Alleanza Atlantica potrà svolgere tale ruolo in modo ben più incisivo. Ecco perché tutte le parti adottano lo stesso linguaggio di propaganda. Questo solo fatto dovrebbe bastare a destare il sospetto che qualcosa venga celato al di fuori del testo dell’accordo. Un perfetto allineamento di interessi all’interno di relazioni asimmetriche è frutto di inganno o di autoinganno.

Peraltro, l’accordo è perenne. Ciò significa che non sono previste clausole di rinnovo, proroga o recesso. È vincolante a tempo indeterminato e, in pratica, tale vincolo grava sulle due parti più deboli. Gli Stati Uniti potranno imporre qualsiasi decisione a loro piacimento, mentre le altre due parti non potranno nemmeno minacciare – qualora le circostanze lo richiedessero – di ritirarsi dall’accordo. Si tratta di una condizione estremamente insolita per gli accordi internazionali.

Altrettanto incomprensibile è il fatto che la Danimarca e la Groenlandia abbiano accettato non solo la natura permanente dell’accordo, ma anche l’adesione definitiva della Groenlandia alla NATO. Tale disposizione resterebbe valida anche nell’eventualità in cui la Groenlandia dovesse un giorno diventare uno Stato indipendente. In tal caso, i futuri leader e cittadini di una Groenlandia indipendente sarebbero costretti ad accettare e attuare l’adesione all’Alleanza Atlantica. Difficilmente una Groenlandia indipendente potrebbe essere definita uno Stato sovrano in un simile assetto, pur mantenendo il proprio territorio. Già solo questo aspetto solleva interrogativi sulla reale sostanza del concetto di autodeterminazione.

La scelta di svendersi, compiuta da Danimarca e Groenlandia, viene legittimata sostenendo che esse ottengono una maggiore protezione – e forse persino una certa influenza sulla politica statunitense – e che, dopo le dichiarazioni estremamente aggressive di Trump sulla necessità assoluta di acquisire la Groenlandia (anche con mezzi militari, se ‘necessario’), tale accordo rappresenti un brillante esempio di diplomazia da parte di piccoli Stati.

È quindi sorprendente, oltre che pericolosamente imprudente, che in questo accordo a tempo indeterminato non sia previsto alcun meccanismo di risoluzione delle controversie. Chi, se non gli Stati Uniti, riuscirebbe a imporre la propria volontà in caso di disaccordo tra le parti?

Trump ha scritto che gli Stati Uniti hanno ottenuto questo “accordo fantastico” a costo zero. Potrebbe anche essere vero, dato che l’intesa non specifica chi pagherà per tutte le nuove attività e per l’accesso che gli Stati Uniti acquisiscono in Groenlandia.

Il giornalista e storico Eric Zuesse ha chiesto a ChatGPT se, sulla base di accordi analoghi, fosse possibile stimare approssimativamente il valore dei diritti acquisiti dagli Stati Uniti con questo accordo. La risposta è stata: circa 45 miliardi di dollari. Drew Horn, un ex funzionario dell’Amministrazione Trump, ha affermato di stare sviluppando in Groenlandia un progetto sulle terre rare e un data center per l’intelligenza artificiale alimentato dall’energia idroelettrica. Si tratta di un territorio ricco di elementi fondamentali per transizione ecologica, transizione digitale-tecnologica e settore della difesa. Critical Metals, società statunitense quotata, ha ottenuto dal Governo di Nuuk il controllo sul giacimento di Tanbreez, che comprende 4,7 miliardi di tonnellate di terre rare, un quarto delle quali (27%) ‘pesanti’, vale a dire essenziali per il settore della difesa.

Aspetto ancora più significativo, e problematico, è che l’accordo pubblicato non dice nulla su come debbano essere ripartite l’estrazione delle risorse e i relativi profitti previsti. Questo accordo perpetuo non dice assolutamente nulla su come le tre parti debbano spartirsi i ricavi, né su quale debba essere la quota di spettanza della Groenlandia. In altre parole, non c’è una sola parola su come Danimarca e Groenlandia intendano evitare una situazione in cui ‘chi vince prende tutto’.

Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia – così come la NATO – per ragioni di sicurezza, senza però spiegare esattamente in che modo l’accesso alle risorse groenlandesi rafforzi la sicurezza statunitense, né contro chi o contro cosa. In termini di realpolitik, a lui e ai futuri presidenti basterà dire semplicemente: ‘È necessario per la nostra sicurezza’. A quel punto, Copenaghen e Nuuk saranno costrette ad allinearsi. L’accordo è eterno nella durata e onnicomprensivo nella portata. Eppure non dice nulla sulla ripartizione dei costi e dei ricavi tra le tre parti, né prevede che tali ‘dettagli’ debbano essere negoziati in un secondo momento.

È anche per questo che si profondono tanti sforzi diplomatici e di comunicazione nel ribadire che la Danimarca mantiene la propria sovranità e la Groenlandia il proprio diritto all’autodeterminazione: Trump ha ottenuto esattamente ciò che voleva, ora e per ogni evenienza futura.

Commentatori dei media europei con scarsa o nulla competenza in materia di sicurezza stanno diffondendo la tesi senza condurre alcuna analisi sostanziale dei contenuti dell’accordo. Esso, piuttosto, va definito come una svendita da parte di Danimarca e Groenlandia. Sebbene formalmente preservi il diritto all’autodeterminazione della Groenlandia e la sovranità della Danimarca, l’accordo comporta una decisiva rinuncia alla libertà d’azione, sia nell’immediato che in un futuro incerto.[1]

Ciò è stato reso possibile da decenni di sottomissione danese agli Stati Uniti – una sottomissione sempre più totale, al punto che non è più possibile parlare di una politica estera e di sicurezza indipendente e sovrana da parte di Copenaghen.

Dell’accordo verrà pubblicata solo la versione ufficiale, infarcita di belle parole, senza scendere nei dettagli; questi ultimi, infatti, riguardano questioni di sicurezza che non possono essere divulgate. Alcuni analisti considerano questo accordo una sorta di naturale estensione di quello del 1951 e dell’Accordo di Igaliku. Se così fosse, basterebbe prorogarli legalmente. In realtà, è evidente che questo nuovo trattato conferisce agli USA qualcosa che attualmente non possiedono. I cosiddetti ‘rivali’ degli Stati Uniti saranno esclusi dalla Groenlandia: non potranno effettuare investimenti né costruire basi. Ciò implica, di fatto, la mancata cooperazione con Paesi come Russia e Cina – e altri ancora – che nutrono interessi economici e di sicurezza altrettanto legittimi nella regione (“nessuno Stato non membro della NATO sarà autorizzato a stabilire in Groenlandia propri impianti militari, presidiati o non presidiati, né sarà consentita la presenza permanente di forze militari in Groenlandia, salvo diverso accordo tra le Parti”).

Significa adottare un atteggiamento conflittuale. È esclusa a priori qualsiasi forma di cooperazione razionale a vantaggio di tutti e di sicurezza condivisa. La regione passerà da un contesto di bassa tensione e scarsa militarizzazione a un’area ad alta tensione: d’altronde, ovunque siano presenti gli Stati Uniti, si generano tensioni e dinamiche di ‘deterrenza’ nei confronti di altri attori che si sentono minacciati.

Infine, al paragrafo 7 si chiarisce che: “Le Parti convengono che il territorio adiacente a un’Area di Difesa non debba essere utilizzato in alcun modo che comprometta la sicurezza di tale Area. Al fine di dare attuazione a tale disposizione, le Parti intendono cooperare per garantire la sicurezza delle Aree di Difesa. Gli Stati Uniti avranno il diritto di sollevare obiezioni in merito alla costruzione, o alla modifica di destinazione d’uso — qualora tale modifica comporti una minaccia per un’Area di Difesa — di qualsiasi edificio, struttura o impianto situato nelle vicinanze di detta Area. A seguito di tale notifica, le Parti determineranno di comune accordo le misure necessarie per far fronte a qualsiasi minaccia. Le Parti collaboreranno per contrastare lo spionaggio in Groenlandia. Le autorità competenti del Regno di Danimarca manterranno stretti contatti con le autorità statunitensi competenti e con altri partner, nella misura necessaria all’attuazione del presente Articolo”.

Per l’Unione europea l’accordo economico è un duro colpo, perché i giacimenti di terre rare di cui l’UE ha bisogno per attuare le proprie agende – Green Deal, libro bianco per la difesa e strategia di competitività – le sono stati sottratti da sotto il naso.

Eppure all’inizio del 2026, sul dossier Groenlandia, Von der Leyen aveva spiegato che l’Unione si è mossa seguendo “quattro principi fondamentali: fermezza, apertura, preparazione e unità, e questo approccio si è rivelato efficace”. Nei giorni precedenti al vertice, la posizione europea si era già delineata attraverso una serie di prese di posizione unanimi dei leader, improntate “alla calma e al dialogo” con l’Amministrazione statunitense, senza escludere però il ricorso agli strumenti commerciali, il cosiddetto “bazooka”, qualora necessario.

Alla fine, nulla di tutto ciò si è verificato, perché considerando la NATO come il proprio eterno strumento militare, l’Europa rimane un soggetto geopolitico inesistente e totalmente subordinato alla volontà di Washington. Ciò spiega anche i risultati del recente referendum in Islanda: la scarsa attrattività dell’Unione Europea è stata certificata dai cittadini dell’isola vicina.

In Groenlandia non poteva che andare così.

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[1] Le Parti faranno il miglior uso possibile delle procedure stabilite negli Accordi di Difesa, inclusi l’Accordo di Difesa del 1951 e l’Accordo di Igaliku del 2004, come qui modificati e integrati, per consentire quanto segue:

  1. Agli Stati Uniti sarà consentito modernizzare ed espandere le proprie attività presso la Base Spaziale di Pituffik;
  2. Agli Stati Uniti sarà consentito istituire un’ulteriore Area di Difesa a Narsarsuaq e Mestersvig, secondo modalità e dettagli tecnici da concordare reciprocamente tra le Parti;

iii. Gli Stati Uniti potranno istituire ulteriori aree di difesa in Groenlandia e potenziare le proprie operazioni o strutture militari. Ciascuna delle Parti potrà individuare la necessità di una nuova Area di Difesa per la difesa dell’area del Trattato del Nord Atlantico, della Groenlandia e del continente americano. Tale Parte presenterà una proposta descrivente l’ubicazione, la finalità, le dimensioni e le tipologie di attività della proposta Area di Difesa, nonché altre modalità quali le misure di mitigazione, incluse quelle necessarie per tenere conto del Memorandum d’Intesa del 1991 e della Dichiarazione Congiunta del 2004. Le Parti si riuniranno immediatamente per avviare consultazioni tramite il Comitato Permanente al fine di definire i dettagli attuativi sulla base di un accordo reciproco. Qualora non si raggiunga un accordo entro 90 giorni in sede di Comitato Permanente, le consultazioni saranno elevate al livello di vice-ministro e, successivamente, a quello di ministro;

  1. Gli Stati Uniti affideranno a imprese groenlandesi, nella massima misura possibile, tutti i contratti per beni e servizi relativi all’istituzione, alla manutenzione e all’assistenza – inclusi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, i progetti di costruzione e smantellamento – delle Aree di Difesa in Groenlandia, tenendo conto delle capacità e della fattibilità di tali fonti nell’esecuzione dei contratti. Al fine di garantire l’assegnazione dei contratti a fonti groenlandesi, le Parti concordano di aggiornare di conseguenza le Note Diplomatiche del 2020.

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O que está acontecendo realmente na Venezuela?

O quão mais longe Delcy Rodríguez está disposta a ir? Eis a questão.

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O ano de 2026 está passando rápido. De fato, não falta muito para ele terminar. Ainda assim, nos lembramos muito bem de como este ano se abriu: em 3 de janeiro os EUA realizaram uma operação militar em Caracas, na qual sequestraram o presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua esposa, Lícia Flores. Durante essa operação, boa parte dos guarda-costas de Maduro perdeu sua vida. Maduro estava próximo de um bunker, mas não conseguiu chegar e selar a porta a tempo antes de ser capturado.

Em seu lugar, assume Delcy Rodríguez, apoiada por seu irmão Jorge Rodríguez, que preside a Assembleia Nacional, pelo Ministro do Interior Diosdado Cabello, e por Vladimir Padrino López, que controla os militares. Longe de apostar em “eleições livres e democráticas”, os EUA referendaram a continuidade política bolivarianista, mantendo Delcy Rodríguez no poder. Maria Corina Machado, sucessora de Juan Guaidó no projeto de “revolução colorida” venezuelana, já caiu no esquecimento.

O que realmente aconteceu quando do sequestro de Maduro? As circunstâncias nunca ficaram suficientemente bem explicadas e seguimos nadando em meio a rumores e boatos. Ocasionalmente, emergem informações inverificáveis de que alguns elementos da equipe de segurança de Maduro teriam vendido-o em troca de compensação financeira, nunca paga pelos EUA. De fato, o governo interino da Venezuela fez diversas alterações na guarda presidencial após o sequestro, mesmo enquanto nega que tenha havido qualquer traição.

Mas a grande dúvida é o que aconteceu com todo o equipamento militar russo e chinês adquirido pela Venezuela. Por que ele não foi usado em 3 de janeiro? Estamos falando, por exemplo, de radares chineses JY-27A, JYL-1 e JY-11, alguns dos quais têm capacidade anti-stealth, bem como de caças russos Sukhoi Su-30 e de sistemas antiaéreos russos como o S300 e o Buk-M2. Nada disso parece ter utilizado durante o ataque dos EUA. Falta de manutenção? Falta de prontidão dos soldado venezuelanos? Não se sabe.

Desde então, Delcy Rodríguez tem sido extremamente criticada, por anti-imperialistas estrangeiros, por sua postura conciliacionista com os EUA. Sempre que aparecem notícias de uma reunião da presidente interina da Venezuela com algum representante dos EUA, tal como Dan Caine do Estado-Maior Conjunto dos EUA, com Marco Rubio ou, tal como recentemente, com Donald Trump, abundam as críticas. O mesmo quando o governo venezuelano emite as suas já agora típicas notas oficiais comemorando a “colaboração” com os EUA, a “melhora nas relações”, as “oportunidades de investimentos”, e assim por diante.

Agora, em alguma medida, é bastante fácil criticar o governo interino da Venezuela estando fora da Venezuela e sem ter que lidar com o mesmo tipo de pressão. Num sentido prático e material, de que opções a Venezuela dispõe hoje? Em que medida ela pode desafiar diretamente e abertamente os EUA?

A versão oferecida pelos apoiadores do atual governo venezuelano é de que a prioridade de Delcy Rodríguez é preservar o sistema político bolivariano e conseguir a devolução de Nicolás Maduro. A soberania econômica pode, até certo ponto, ser sacrificada no curto-prazo, a estrutura de poder não, já que está é mais difícil de reconstruir ou recuperar caso deixe de existir. Nesse sentido, Delcy Rodríguez estaria oferecendo concessões aos EUA visando ganhar tempo, aguardando até que mudanças políticas dentro dos EUA – como uma derrota de Trump nas midterms ou, talvez, nas próximas eleições presidenciais – tragam algum cenário mais favorável.

A narrativa é plausível e, sinceramente, no lugar da Delcy Rodríguez eu faria a mesma coisa. Não parece haver muitas outras opções, nesse momento, para a Venezuela, além do controle de danos.

Mas o quanto é possível ceder?

Em apenas 1 ano vimos o retorno da Embaixada dos EUA a Caracas, bem como o estabelecimento de um escritório da CIA no país e a restauração das relações com o Estado de Israel.

No plano econômico, os EUA passaram a se aproximar da receita de aproximadamente 1 milhão de barris diários exportados, cujo valor é apenas parcialmente devolvido ao governo venezuelano para a realização de investimentos e gastos autorizados pelos EUA. Boa parte do valor permanece com o governo dos EUA, e Trump se referiu diretamente a este valor como espólio de guerra.

Logo em seguida, a Venezuela concedeu à empresa estadunidense Trafigura o direito de comprar e exportar ouro venezuelano para ser refinado no exterior, com aproximadamente 400kg de ouro por mês sendo transferidos para os EUA.

E mais recentemente, a Venezuela cedeu aos EUA controle majoritário sobre reservas venezuelanas ainda não exploradas e que equivaleriam, em tese, a 65 bilhões de barris de petróleo. Trata-se de áreas nas quais os EUA fariam investimentos de 100 bilhões de dólares para extrair petróleo por 25 anos, o que renderia 200 bilhões de dólares em receita para a Venezuela, mas muito mais para as empresas envolvidas e para o governo dos EUA.

O quão mais longe Delcy Rodríguez está disposta a ir? Eis a questão.

Finalmente, é temerário acreditar que uma mudança na Casa Branca de um governo republicano para um governo democrata representaria uma virada de sorte para a Venezuela. Em tópicos estratégicos, há uma surpreendente continuidade de política externa entre diferentes governos, o que nos indica que talvez não seja a Casa Branca a ditar as diretrizes realmente. Ademais, não custa nada recordar que foi sob Barack Obama que o cerco contra a Venezuela realmente se iniciou, intensificando-se com cada presidência subsequente, fosse ela republicana ou democrata.

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¿Qué está pasando realmente en Venezuela?

¿Hasta dónde más está dispuesta a llegar Delcy Rodríguez? He ahí la cuestión.

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El año 2026 está pasando rápido. De hecho, no falta mucho para que termine. Aun así, recordamos muy bien cómo se abrió este año: el 3 de enero los EE.UU. realizaron una operación militar en Caracas, en la cual secuestraron al presidente venezolano Nicolás Maduro y a su esposa, Lícia Flores. Durante esa operación, buena parte de los guardaespaldas de Maduro perdió la vida. Maduro estaba cerca de un búnker, pero no logró llegar y sellar la puerta a tiempo antes de ser capturado.

En su lugar, asume Delcy Rodríguez, apoyada por su hermano Jorge Rodríguez, que preside la Asamblea Nacional, por el Ministro del Interior Diosdado Cabello, y por Vladimir Padrino López, que controla a los militares. Lejos de apostar por “elecciones libres y democráticas”, los EE.UU. refrendaron la continuidad política bolivarianista, manteniendo a Delcy Rodríguez en el poder. Maria Corina Machado, sucesora de Juan Guaidó en el proyecto de “revolución de color” venezolana, ya cayó en el olvido.

¿Qué realmente aconteció cuando el secuestro de Maduro? Las circunstancias nunca quedaron suficientemente bien explicadas y seguimos nadando entre rumores y chismes. Ocasionalmente, emergen informaciones inverificables de que algunos elementos del equipo de seguridad de Maduro lo habrían vendido a cambio de compensación financiera, nunca pagada por los EE.UU. De hecho, el gobierno interino de Venezuela hizo diversas alteraciones en la guardia presidencial después del secuestro, incluso mientras niega que haya habido cualquier traición.

Pero la gran duda es qué pasó con todo el equipo militar ruso y chino adquirido por Venezuela. ¿Por qué no fue usado el 3 de enero? Estamos hablando, por ejemplo, de radares chinos JY-27A, JYL-1 y JY-11, algunos de los cuales tienen capacidad anti-stealth, así como de cazas rusos Sukhoi Su-30 y de sistemas antiaéreos rusos como el S300 y el Buk-M2. Nada de eso parece haber sido utilizado durante el ataque de los EE.UU. ¿Falta de mantenimiento? ¿Falta de preparación de los soldados venezolanos? No se sabe.

Desde entonces, Delcy Rodríguez ha sido extremadamente criticada, por antiimperialistas extranjeros, por su postura conciliacionista con los EE.UU. Siempre que aparecen noticias de una reunión de la presidente interina de Venezuela con algún representante de los EE.UU., tal como Dan Caine del Estado Mayor Conjunto de los EE.UU., con Marco Rubio o, tal como recientemente, con Donald Trump, abundan las críticas. Lo mismo cuando el gobierno venezolano emite sus ya ahora típicas notas oficiales celebrando la “colaboración” con los EE.UU., la “mejora en las relaciones”, las “oportunidades de inversiones”, y así sucesivamente.

Ahora, en alguna medida, es bastante fácil criticar al gobierno interino de Venezuela estando fuera de Venezuela y sin tener que lidiar con el mismo tipo de presión. En un sentido práctico y material, ¿de qué opciones dispone Venezuela hoy? ¿En qué medida puede desafiar directa y abiertamente a los EE.UU.?

La versión ofrecida por los partidarios del actual gobierno venezolano es que la prioridad de Delcy Rodríguez es preservar el sistema político bolivariano y conseguir la devolución de Nicolás Maduro. La soberanía económica puede, hasta cierto punto, ser sacrificada en el corto plazo; la estructura de poder no, ya que esta es más difícil de reconstruir o recuperar si deja de existir. En este sentido, Delcy Rodríguez estaría ofreciendo concesiones a los EE.UU. con el objetivo de ganar tiempo, aguardando hasta que cambios políticos dentro de los EE.UU. – como una derrota de Trump en las midterms o, tal vez, en las próximas elecciones presidenciales – traigan algún escenario más favorable.

La narrativa es plausible y, sinceramente, en el lugar de Delcy Rodríguez yo haría lo mismo. No parece haber muchas otras opciones, en este momento, para Venezuela, además del control de daños.

Pero ¿cuánto es posible ceder?

En apenas 1 año vimos el retorno de la Embajada de los EE.UU. a Caracas, así como el establecimiento de una oficina de la CIA en el país y la restauración de las relaciones con el Estado de Israel.

En el plano económico, los EE.UU. pasaron a acercarse a la recaudación de aproximadamente 1 millón de barriles diarios exportados, cuyo valor es apenas parcialmente devuelto al gobierno venezolano para la realización de inversiones y gastos autorizados por los EE.UU. Buena parte del valor permanece con el gobierno de los EE.UU., y Trump se refirió directamente a este valor como botín de guerra.

Poco después, Venezuela concedió a la empresa estadounidense Trafigura el derecho de comprar y exportar oro venezolano para ser refinado en el exterior, con aproximadamente 400 kg de oro por mes siendo transferidos a los EE.UU.

Y más recientemente, Venezuela cedió a los EE.UU. control mayoritario sobre reservas venezolanas aún no exploradas y que equivaldrían, en teoría, a 65 mil millones de barriles de petróleo. Se trata de áreas en las cuales los EE.UU. harían inversiones de 100 mil millones de dólares para extraer petróleo por 25 años, lo que rendiría 200 mil millones de dólares en ingresos para Venezuela, pero mucho más para las empresas involucradas y para el gobierno de los EE.UU.

¿Hasta dónde más está dispuesta a llegar Delcy Rodríguez? He ahí la cuestión.

Finalmente, es temerario creer que un cambio en la Casa Blanca de un gobierno republicano a un gobierno demócrata representaría un vuelco de suerte para Venezuela. En temas estratégicos, hay una sorprendente continuidad de política exterior entre diferentes gobiernos, lo que nos indica que tal vez no sea la Casa Blanca la que dicta las directrices realmente. Además, no cuesta nada recordar que fue bajo Barack Obama que el cerco contra Venezuela realmente se inició, intensificándose con cada presidencia subsequente, fuese republicana o demócrata.

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