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Sui saccheggi a Milano c’è chi parla di esproprio proletario: un termine del tutto fuori luogo

Sul proprio profilo Instragram, il neonato ‘Movimento 17 ottobre’ (scorso) posta un video in cui alcuni giovani responsabili dei recenti saccheggi a Milano consegnano un po’ della merce rubata a un ignaro senzatetto. Titolo: ‘Esproprio proletario a Milano’. Un termine del tutto fuori luogo: l’esproprio proletario, infatti, ha tutt’altra storia.

Quei ragazzini, presi a calci nel sedere dai genitori – alcuni non solo metaforicamente – che li attendevano davanti alla Questura dove sono stati portati dopo il fermo di polizia, non possono comprendere cos’è l’esproprio proletario, quello storico, se non altro per motivi anagrafici, a meno che qualche (cattivo) maestro glielo avesse insegnato. La locuzione nasce, infatti, nel 1965, coniata dal movimento uruguaiano dei Tupamaros e viene ripresa, a fine anni ’60, dai militanti della Rote Armee Fraktion (Baader-Meinhof). Era un modo per finanziare la propria attività terroristica.

Lo aveva teorizzato, nel suo Piccolo manuale della guerriglia urbana, Carlos Marighella (1911-1969), guerrigliero brasiliano dall’aria distinta (per un paio d’anni, deputato federale) poi ucciso dalla polizia al soldo della dittatura militare. L’esproprio proletario nasce dunque con logiche squisitamente politiche e, soprattutto, organizzate: elementi che i fatti violenti di questi giorni ignorano completamente e che, se mai, potrebbero portare alla mente per esempio (se non fosse per la giovane età dei saccheggiatori d’oggi) le devastazioni made in Usa del ’71 prodotte dai tagli sociali di allora alla povera gente.

“Nel giro di pochi minuti – scriveva Leo Essen il primo gennaio del ’79 sulla rivista Magazzino – la notte fu illuminata dagli incendi, le strade furono invase da saccheggiatori che spaccavano le vetrine e portavano via di tutto al grido di ‘abbiamo intenzione di prendere ciò che vogliamo: e vogliamo ciò di cui abbiamo bisogno, e anche di più’.” Furono assalti, è vero, come quelli milanesi, “senza collegamento fra loro, ma con un comportamento omogeneo e determinato, squadre ben organizzate di giovani e giovanissimi abbatterono saracinesche e vetrine di grandi magazzini e supermercati” attraverso saccheggi “ad Est e Central Harlem, South Bronx, Bushwick, Bedford-Stuyvesant, Brooklyn, Jamaica Queens, residenze di neri, portoricani, immigrati legali e illegali dell’America centrale, ispanoamericani”.

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Diversa, ovviamente, la portata sociale e materiale dei furti: “Nel Bronx, in un salone della Pontiac – proseguiva Essen- i saccheggiatori abbatterono il portone d’acciaio e portarono via 50 auto nuove valutate 250 mila dollari”.

In Italia l’esproprio proletario coincise, negli anni 70, con le lotte di gruppi della sinistra extraparlamentare che teorizzavano, la “riappropriazione” operaia. Dunque negozi e librerie (le immagini della devastazione dei giorni scorsi alla Feltrinelli di Torino non mostrano neppure un ragazzino che si porta via un libro, attratti invece dai giubbotti firmati e le scarpe griffate dei negozi chic di via Torino, a Milano). Probabilmente un libro non lo avranno hanno mai letto… e non lo scrivo con supponenza, ma su basi fattuali di ciò che avviene, salvo rare eccezioni, nelle periferie urbane.

E poi, negli anni 70, nessuno avrebbe mai assalito la Feltrinelli, notoriamente un’editrice di sinistra… ma i ragazzini di oggi neppure questo sanno. Allora i redditi erano bassi e anche oggi, secondo i dati di Eurostat e Banca Centrale Europea, riportati dal Corriere della Sera, “la quota di patrimoni finanziari e immobiliari nelle mani del 5% più ricco delle famiglie italiane è salita, negli ultimi 15 anni, da meno del 40% a più della metà della ricchezza totale”, mentre i poveri aumentano e pure i ceti medi se la passano male.

Anche i movimenti del ’77 puntarono su espropri proletari (e autoriduzioni). Negli espropri proletari di supermercati o negozi la merce sottratta veniva, però (spesso) redistribuita nei quartieri più poveri. Ad esempio, l’esproprio del 6 novembre 2004 a Roma da parte dei centri sociali (e i cosiddetti ‘disobbedienti’) puntò a una “spesa proletaria” al centro commerciale Panorama di Pietralata e alla libreria Feltrinelli di Largo Argentina. Si trattò, però, in effetti, di una “autoriduzione”, “per sensibilizzare, con tanto di stampa convocata, l’opinione pubblica sul mancato controllo dei prezzi arrivati alle stelle”, scriveva il manifesto del 23 gennaio 2007. Tanto che tutti vennero poi assolti. E allora i libri li presero, eccome, perché li leggevano.

Visionando le immagini delle recenti devastazioni in via Torino, a Milano, dove incredibilmente non si è visto un poliziotto per quasi 20 minuti di libere scorrerie (i contingenti erano nella vicina piazza Duomo), si può assistere a uno spacca-spacca generale, a ruota libera. Fra i ragazzini che uscivano dal supermercato Carrefour imbracciando tutto ciò che non potevano permettersi a casa loro, ho notato anche un vecchietto che, barcollando nella fuga, s’era mischiato ai devastatori con due bottiglie di liquore. Mentre un pullman rosso City Sightseeing, quelli a due piani che portano in giro i turisti mostrando le bellezze della città, transitava poco lontano, inquadrato dalle telecamere: chissà cosa avrà detto al microfono la guida…

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Archivio Aperto, a Bologna il festival del filmato amatoriale con oltre 40mila pellicole

Il cinema non è solo quello che riempie le sale, non è i ‘film evento’. È anche altro. Sono tante le mini-produzioni indipendenti, ignorate dai distributori, magari opere prime che non accettano quella trita struttura ‘televisiva’ nazionale che annienta, ormai da troppi anni, lo ‘specifico filmico’, per usare un desueto termine anni Settanta. Ci sono poi i prodotti audiovisivi ‘minori’ (si fa per dire…) che spesso appassiscono dopo labili apparizioni nei festival specializzati.

Meno male che, ogni tanto, c’è qualcuno che tenta di porre un freno a questo maligno sistema: certo lo fa Archivio Aperto, il festival di Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia (siamo alla diciannovesima edizione) che si tiene a Bologna anche quest’anno dal 22 al 26 ottobre. Un appuntamento “dedicato alla riscoperta del patrimonio filmico privato amatoriale, sperimentale, d’artista, in piccolo formato” conservato, catalogato e restaurato dai primi anni Duemila in poi e che ha creato, passo dopo passo, una monumentale montagna di oltre quarantamila pellicole.

La locuzione ‘film di famiglia’ non deve trarre in inganno: non si tratta, infatti, di filmati amatoriali che i papà e le mamme girano in giardino o in spiaggia per riprendere i propri pargoletti. Qui stiamo parlando di prodotti audiovisivi, girati senza tecniche iperprofessionali, ma che ci raccontano più realisticamente di tanti film prodotti con soldoni la storia del nostro Paese. E non unicamente quella.

Forse solo uno, fra questi filmati, almeno fra i prodotti italiani, l’ha girato una regista professionista come Francesca Archibugi: la storia pubblica e privata di una delle voci più dirompenti e lucide del femminismo, quella di Carla Lonzi (1931-1982). Dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, è la prima uscita pubblica del film sulla Lonzi ed è in programma il 22 ottobre, in serata.

Le opere presentate a Bologna (lungometraggi e cortometraggi) hanno tutte un unico comun denominatore: offrire uno sguardo sulla complessità del mondo che stiamo vivendo. Qualche appuntamento: Unsetting Genealogies, ad esempio, è una “ricerca di Alessandra Ferrini ospitata nella project room del festival e pone l’accento sulle origini fasciste di alcune istituzioni artistiche italiane”. E “in parallelo”, anche “sulla dimensione privata e affettiva della storia”.

Focus Upside Down descrive invece, con una serie di proiezioni e incontri, “le pratiche di militanza e di mediattivismo”; nella sezione L’Archivio che non c’è viene proiettato il documentario A Place in the Italian Sun che “riporta alla luce una storia poco conosciuta di violenza coloniale, esilio e reclusione” e in Storie Sperimentali viene presentata una retrospettiva d’autore: la proiezione delle Songs “canzoni visive mute” in pellicola originale (8 millimetri), ideate e realizzate da Stan Brakhage (1933-2003), regista americano sperimentale, autore di oltre 400 opere, la maggior parte delle quali girate in 8 e 16 millimetri (a volte dipingeva o manipolava con interventi esterni la pellicola…).

Fra gli altri, anche i filmati, interessantissimi, delle lotte sociali e politiche degli anni Sessanta e Settanta “che fecero dei media uno spazio di partecipazione, protesta, sperimentazione e libertà di informazione: da quello, a oggi inedito, su Radio Alice, a 50 anni dalla nascita dell’emittente, alle tristi esperienze del G8 di Genova; dalle Street TV dei primi anni Duemila, provocazione situazionista e di difesa della libertà d’informazione contro l’oligopolio televisivo, al film ‘militante a soggetto’ Processo politico di Francesco Leonelli e dello scultore Arnaldo Pomodoro sull’affaire Pinelli-Calabresi”.

Il concorso internazionale dedicato alle opere realizzate con materiali d’archivio presenta 16 titoli, fra cui 13 anteprime italiane (fra le quali Auber 89 di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia, 1980), sulle vicende passate (e in itinere) della periferia parigina a partire dagli anni Ottanta. Ma non mancano filmati sul conflitto israelo-palestinese e persino storie curiose come quella del primo e unico astronauta afghano. Nella sezione Open Frame sono in competizione opere brevi di found footage (letteralmente ‘filmato rinvenuto’, ovvero una tecnica grazie alla quale alcune scene sembrano registrazioni di filmati amatoriali). Sono opere selezionate realizzate all’interno di vari organismi legati al cinema e alle arti visive.

In definitiva, le varie sezioni della manifestazione (Festival, Concorso internazionale, Installazioni, Archivio aperto) formano un coacervo di informazioni e approfondimenti sul mondo che abbiamo vissuto (e che viviamo) di cui oggi c’è un gran bisogno: una sorta di riposizionamento delle nostre coscienze, una boccata d’ossigeno, un momento di disintossicazione da un sistema mediatico drogato e drogante.

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