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Proteste di camionisti e agricoltori, il cdm stanzia sostegni per il caro gasolio. 105 milioni per l’autotrasporto, 60 per l’agricoltura e 10 per la pesca

Sessanta milioni di euro per gli agricoltori, 10 milioni per la pesca e 105,2 milioni di nuove risorse per l’autotrasporto. Il Consiglio dei ministri ha approvato l’annunciato decreto legge con misure di sostegno per i comparti in protesta a causa del caro gasolio determinato dalla guerra in Iran. Per i tir che nei giorni scorsi hanno bloccato mezza Italia, il provvedimento arriva a due giorni dal vertice con le associazioni di categoria in Prefettura a Milano, quando il ministro Matteo Salvini e il viceministro ai Trasporti Edoardo Rixi avevano annunciato lo sblocco di oltre un miliardo di euro. Una cifra che comprendeva però anche risorse già stanziate e rimaste finora in attesa di essere erogate. Ora il governo garantisce di aver accelerato sulla messa a disposizione dei crediti d’imposta e di essere intervenuto anche per andare incontro alle imprese più piccole. Le associazioni nazionali dell’albo autotrasporto “apprezzano” l’approvazione immediata del decreto, dice Paolo Uggè, presidente Fai e Unatras. Ma le 11 grandi sigle non controllano la protesta e i provvedimenti non convincono tutti: in alcune zone della Campania restano i blocchi.

“Entro la prossima settimana i crediti sul cassetto fiscale”

Il Mit “da ieri ha iniziato a fare i pagamenti e oggi ce li certifica l’Agenzia delle Entrate, quindi entro la prossima settimana le prime 2.000 imprese mandate ieri avranno i crediti di imposta sul cassetto fiscale delle Entrate”, ha detto Rixi. Si tratta dei crediti a compensazione del 70% dei maggiori costi per il carburante sostenuti tra marzo e agosto rispetto a febbraio, prima dell’esplosione dei rincari. Si tratta di contributi attesi da mesi. Per il periodo marzo-agosto, per cui erano giù stati stanziati 480 milioni, sono arrivate oltre 30mila domande che ora vanno smaltite. “I controlli si faranno dopo perché chi lavora non può restare fermo ad aspettare la burocrazia”, ha chiosato Giorgia Meloni in un video diffuso dopo il Consiglio dei ministri, annunciando anche il rifinanziamento del credito d’imposta per settembre e ottobre con ulteriori 106 milioni di euro”. Si tratta di 45,2 milioni aggiuntivi per il credito d’imposta relativo alle spese di gasolio da marzo ad agosto 2026, che portano la dotazione complessiva da circa 430 a circa 480 milioni, e circa 60 milioni per le spese sostenute dal 1° settembre al 5 ottobre. In aggiunta “diamo più tempo, cioè fino al 31 marzo 2027, per utilizzare questi crediti”.

Meloni ha anche annunciato che da novembre saranno sbloccati i pagamenti arretrati per il trasporto via mare, attraverso le cosiddette Autostrade del mare. Anche in questo caso le imprese attendono contributi relativi alle annualità precedenti.

Le misure per i piccoli

Il decreto interviene anche, rivendica il governo, per le imprese di dimensioni ridotte, spesso con pochi mezzi e camion più vecchi, che restano escluse dal credito d’imposta riservato ai veicoli Euro 5 e superiori con massa oltre le 7,5 tonnellate. “Abbiamo dato la possibilità di sospendere per 7 mesi i leasing sugli automezzi in modo da conservare liquidità”, ha spiegato Rixi. Salvini ha parlato di 5 mesi. E ha confermato “la spalmatura del costo del carburante anche sui committenti” attraverso il meccanismo del fuel surcharge che entrerà obbligatoriamente nei contratti, stando agli annunci.

Il contributo per il gasolio agricolo e per la pesca

Per quanto riguarda agricoltori e pescatori, vengono stanziati 60 milioni di euro per un contributo a fondo perduto sul costo del gasolio agricolo, che “nei fatti si tradurrà in uno sconto fino a 0,45 centesimi al litro per oltre 120 milioni di litri”, ha detto Meloni, e 10 milioni di euro per la pesca. Il ministro degli Affari europei Tommaso Foti, e chi gli chiedeva se le risorse fossero sufficienti, ha risposto: “Per ora dovrebbero bastare, un po’ di ottimismo non guasta”. Per il presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, quei soldi “danno finalmente un pò di respiro a un comparto in totale apnea da crisi di liquidità”. Ma adesso “auspichiamo che tempi e metodo di erogazioni arrivino subito a compensare queste lunghe settimane di agonia” e “chiediamo subito la costruzione di un piano nazionale straordinario per l’agroalimentare che coinvolga tutta la filiera – produzione, trasformazione, Gdo – per affrontare in modo più organico tutte le difficoltà in campo”. Coldiretti parla di “segnale concreto di attenzione verso un settore strategico per il Paese” e Confagricoltura di “un segnale importante in un momento di grave difficoltà per il settore primario”.

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I rendimenti dei titoli decennali francesi ai massimi dal 2002: il differenziale con i Bund vola a 170 punti. Si allarga anche lo spread italiano

La crisi del debito francese si aggrava e le tensioni si propagano di nuovo al mercato obbligazionario europeo. Il differenziale tra i titoli di Stato decennali francesi e tedeschi è arrivato giovedì a 170 punti base e il rendimento degli Oat a 10 anni ha superato il 5,1%, ai massimi dal 2002. Un nuovo campanello d’allarme per la seconda economia dell’Eurozona, alle prese con i conti pubblici in affanno, l’incertezza politica e le tensioni sociali a sei mesi dalle elezioni presidenziali. Anche i titoli italiani finiscono sotto pressione: lo spread tra Btp e Bund tedeschi sale a 124 punti base, sui livelli dell’aprile 2025, e il rendimento del decennale italiano si avvicina al 4,63%.

Quando lo spread si allarga, significa che gli investitori chiedono un premio maggiore per finanziare lo Stato percepito come più esposto a rischi politici e fiscali. Ieri, 20 ottobre, il differenziale tra Oat e Bund aveva già superato la soglia simbolica dei 150 punti base, attestandosi a 153 punti. Un livello che non si vedeva in chiusura di seduta dal 2012 ed è “associato alla crisi del debito nell’area euro”, ricordano gli analisti di Ubs Global Wealth Management. L’ulteriore allargamento a 170 punti segnala un nuovo deterioramento della fiducia del mercato. A pesare sul debito francese sono le preoccupazioni per la tenuta dei conti pubblici e la capacità del governo di trovare una maggioranza per le misure di bilancio. Il Parlamento sta discutendo la manovra finanziaria per il 2027 che prevede risparmi per 54 miliardi, ma visto il clima politico con le tensioni nelle piazze a margine delle manifestazioni contro il carovita e la prospettiva delle presidenziali della prossima primavera il timore dei mercati è che quei tagli necessari per contenere il disavanzo e stabilizzare il debito non si faranno.

In questo quadro anche l’Italia vede salire il costo del finanziamento: il rendimento del decennale italiano sale al 4,63%. Significa maggiori costi sulle nuove emissioni e sul debito da rifinanziare, con effetti che si trasferiscono progressivamente sulla spesa per interessi.

A rendere più complicato il quadro è la contemporanea fiammata dei prezzi energetici. Il Brent sale del 3,1% e supera i 112 dollari al barile, mentre il Wti guadagna il 2,9% e arriva a 99,9 dollari. Il gas resta sopra gli 89 euro al megawattora, sui massimi dal dicembre 2022. Il rincaro delle materie prime riaccende i timori sulle prospettive dell’inflazione e sulle conseguenze per la crescita. E un’inflazione più persistente preannuncia nuovi aumenti dei tassi da parte delle banche centrali contribuendo a tenere alta la pressione sui rendimenti obbligazionari.

Le vendite colpiscono anche i listini azionari, stretti tra il caro energia e la correzione del settore tecnologico. Gli investitori continuano a interrogarsi sulla redditività degli ingenti capitali investiti nell’intelligenza artificiale e sui tempi necessari perché la spesa delle grandi società tecnologiche si traduca in ricavi e profitti. Lo Stoxx 600, l’indice che riunisce le principali società europee, perde circa l’1%. Piazza Affari è tra le peggiori Borse del continente: il Ftse Mib cede l’1,87%.

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Musk punta a fondere SpaceX e Tesla: obiettivo un gruppo da 3.600 miliardi. E più potere nelle mani del multimiliardario

Un unico gruppo da 3.600 miliardi di dollari di capitalizzazione e circa 155mila dipendenti con attività che spaziano dalle auto elettriche ai razzi spaziali, dai satelliti all’intelligenza artificiale. E con un fabbisogno finanziario altrettanto imponente. Il progetto di fusione tra Tesla e SpaceX, i due gioielli dell’impero del multimiliardario Elon Musk, potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’industria tecnologica e finanziaria. Per chi possiede direttamente azioni delle due società, ma pure per i risparmiatori esposti indirettamente attraverso fondi comuni, Etf e fondi pensione.

L’uomo più ricco del mondo ha definito l’unione una “buona idea” e ha annunciato la creazione di comitati ad hoc nelle due società per valutarla: lui non ne fa parte essendo in conflitto di interessi. L’obiettivo sarebbe riunire sotto un’unica struttura Tesla, impegnata nelle auto elettriche, nella robotica e nella guida autonoma, e SpaceX, protagonista dei lanci spaziali e dei servizi satellitari, con importanti contratti pubblici negli Stati Uniti. Quotata a giugno, quest’ultima ha archiviato il terzo trimestre in grande spolvero, con ricavi in crescita del 161% a 14,6 miliardi di dollari e utile in salita a 4,4 miliardi, più del doppio dei due miliardi attesi dagli analisti e in forte accelerazione rispetto al rosso di 1,1 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno. Ma anche le spese in conto capitale per sostenere i progetti spaziali e quelli legati all’intelligenza artificiale sono salite a 19,6 miliardi dai 18,4 miliardi del secondo trimestre.

Secondo il Financial Times, che cita le stime degli analisti raccolte da Visible Alpha, il nuovo gruppo avrebbe ricavi per 153 miliardi di dollari ma un flusso di cassa negativo per almeno 54 miliardi. Vuol dire che gli investimenti e le altre uscite di cassa potrebbero superare le risorse generate dalla gestione, rendendo necessario finanziare il buco con liquidità disponibile, debito o nuovi capitali.

Il primo nodo per gli investitori sarà il prezzo attribuito alle due società e il rapporto di cambio con cui le azioni verrebbero convertite. Se il mercato giudicasse SpaceX sopravvalutata o temesse che Tesla si accolli rischi e investimenti eccessivi, l’operazione potrebbe penalizzarli. C’è poi la questione del controllo. Musk dispone di circa l’84% dei diritti di voto di SpaceX grazie alle azioni con supervoto, mentre in Tesla la sua influenza è inferiore. La fusione rafforzerebbe ulteriormente il suo potere. Questo mentre già da tempo, nota il Ft, “gli investitori si interrogano sulla capacità di Musk di concentrarsi su tutti i suoi progetti” e “gli azionisti non riescono a capire dove stia investendo la maggior parte delle sue energie o del suo denaro”.

L’operazione dovrebbe inoltre superare l’esame delle autorità regolatorie e ottenere il consenso degli azionisti. Oltre agli Stati Uniti, servirà il via libera di giurisdizioni come Unione europea, Regno Unito e Cina. Pechino è un ostacolo particolarmente delicato: secondo il Ft Tesla ha generato nel Paese 21 miliardi di dollari di ricavi nel 2025, circa il 22% del totale, mentre SpaceX è un importante contraente della difesa americana.

Le conseguenze della fusione potrebbero toccare anche chi non ha mai comprato un’azione Tesla. Il titolo è presente in numerosi indici azionari e può quindi entrare nei portafogli di fondi comuni, Etf e gestioni patrimoniali. Raggiungendo anche chi investe per la pensione integrativa. I possibili caveat, al netto dell’eventuale oscillazione del titolo, comprendono anche la concentrazione del rischio in un gruppo sempre più legato alle scelte di Musk, alle aspettative sull’intelligenza artificiale e alle politiche industriali e militari statunitensi.

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Anthropic perde 80 miliardi nel primo semestre. “Investiremo 518 miliardi in un decennio per servizi cloud, calcolo e infrastrutture”

La società Usa dell’intelligenza artificiale Anthropic ha chiuso il primo semestre 2026 con una perdita netta di 80,7 miliardi di dollari, in forte aumento rispetto ai 13 miliardi dello stesso periodo del 2025. A pesare, però, è soprattutto una posta contabile: 72 miliardi derivano dall’aumento del valore stimato dei titoli convertibili in azioni della società, legato alla crescita del suo valore di mercato. Si tratta di passività finanziarie ma non di costi operativi sostenuti in contanti. Resta comunque enorme il fabbisogno legato alla corsa all’intelligenza artificiale: nei primi sei mesi l’azienda ha speso quasi 9 miliardi per capacità di calcolo e infrastrutture, contro i 2,3 miliardi di un anno prima, e si è impegnata a investire almeno 518 miliardi nell’arco di dieci anni in servizi cloud, calcolo e infrastrutture.

Sul fronte dei ricavi, nel terzo trimestre la società che sviluppa il chatbot Claude secondo i media Usa è arrivata a quota 16,8 miliardi di dollari, in crescita del 45% sul trimestre precedente. Il rallentamento della crescita congiunturale, tuttavia, ha deluso alcuni investitori in vista della prevista quotazione a novembre, sulla quale si concentrano le aspettative dell’intero comparto dell’IA.

Nei giorni scorsi la startup di Dario Amodei ha organizzato nei giorni scorsi una giornata per gli investitori nella sua sede a San Francisco in vista dell’Ipo affrontando anche l’approccio ai rischi di sicurezza, l’aspetto che ha portato Amodei allo scontro prima con il Pentagono e poi con la Casa Bianca. Una crisi che al momento appare rientrata ma che è destinata probabilmente a condizionare i rapporti di lungo periodo fra l’amministrazione e Anthropic.

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Assegni più bassi (e un mese in più al lavoro) per chi va in pensione nel 2027: che cosa cambia

Dal primo gennaio 2027 si andrà in pensione un mese più tardi rispetto a quest’anno e gli assegni a parità di età di uscita saranno più bassi. L’anno prossimo infatti entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione del montante contributivo, aggiornati su base biennale per tenere conto tra il resto dell’evoluzione dell’aspettativa di vita. I coefficienti determinano l’importo della pensione annua in rapporto al montante contributivo accumulato e all’età del lavoratore al momento del pensionamento. In pratica con lo stesso montante contributivo e la stessa età di pensionamento la pensione che si riceverà sarà più magra. La nuova tabella dei coefficienti pubblicata dal ministero del Lavoro mostra che a 67 anni il coefficiente di trasformazione scenderà da 5,608 a 5,514 mentre per chi ha 68 anni passerà da 5,808 a 5,707. Più tardi si esce più il coefficiente sarà alto, ma comunque in calo rispetto a quest’anno.

La revisione dei coefficienti, spiega il decreto del ministero del Lavoro di concerto con quello dell’Economia anticipato dal Corriere della Sera, avviene “sulla base delle rilevazioni demografiche e dell’andamento effettivo del tasso di variazione del Pil di lungo periodo rispetto alle dinamiche dei redditi soggetti a contribuzione previdenziale, rilevati dall’Istat”. Nel 2027 chi andrà in pensione a 64 anni grazie ad un’uscita anticipata avrà un coefficiente di trasformazione del proprio montante contributivo del 5,009 a fronte del 5,086 del biennio 2025-2026.

L’anno prossimo l’incremento di un mese dell’età pensionabile è previsto per tutte le uscite, sia per il pensionamento di vecchiaia (a 67 anni e un mese) sia per quello anticipato (con 42 anni e 1 mese di contributi per gli uomini, 41 anni e 11 mesi per le donne). Nel 2028 i requisiti crescono di ulteriori due mesi portando l’età per la vecchiaia a 67 anni e tre mesi e i contributi necessari alla pensione anticipata a 43 anni e un mese per gli uomini e a 42 anni e 1 mese per le donne. A questi per l’anticipata si aggiunge l’attesa per avere la pensione: la cosiddetta finestra mobile di tre mesi per il settore privato e cinque mesi per il pubblico.

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L’Ue apre un’indagine su Booking su rischi di falsi annunci, phishing e visibilità degli annunci sponsorizzati

Un’indagine per accertare se Booking.com non abbia valutato con la dovuta diligenza né mitigato con efficacia i rischi legati agli annunci fraudolenti e alle truffe di phishing. È la mossa decisa dalla Commissione Europea che ha aperto un’indagine sulla possibile violazione del Digital Services Act, anche in materia di trasparenza in relazione a una segnalazione non chiara di annunci in cui gli inserzionisti pagano per ottenere un posizionamento più elevato nei risultati di ricerca mostrati agli utenti.

In particolare, la Commissione esaminerà se il gestore del noto sito per le prenotazione online, la Booking Holdings che è quotata al Nasdaq, abbia valutato correttamente i rischi connessi alla diffusione di contenuti illeciti come quelli relativi a strutture inesistenti, casi di furto d’identità e offerte di alloggio non conformi alle regole. L’indagine valuterà anche se la piattaforma abbia adottato misure efficaci per mitigare questi rischi, anche attraverso la rimozione di annunci fraudolenti o non in regola.

L’indagine si concentrerà anche sui rischi legati alle modalità di condivisione dei dati sulle prenotazioni e sugli ospiti con le strutture ricettive, nonché sulla progettazione e sul funzionamento del servizio di messaggistica di Booking.com. La Commissione verificherà inoltre se l’azienda offra garanzie sufficienti a impedire che i dati vengano utilizzati in modo improprio, per compiere operazioni di phishing o sollecitare pagamenti fraudolenti.

“Booking.com ha segnalato un aumento del 500% delle truffe a livello globale sulla propria piattaforma”, ha riferito un alto funzionario dell’Ue in merito all’indagine sulla piattaforma di prenotazione online. Il funzionario ha citato anche i dati dell’organizzazione Fraudehelpdesk che riguardano i Paesi Bassi: “Nella prima parte del 2026 sono state registrate 1.072 segnalazioni di frode, per danni pari a 82.000 euro”, ha spiegato la fonte, specificando che si è trattato di un numero di casi “dieci volte” superiore “rispetto all’anno precedente”. “È un vero problema”, ha sottolineato, specificando che “segnalazioni di questo tipo provengono da quasi tutti gli Stati membri”.

Infine, la Commissione deciderà se su Booking.com le strutture ricettive possono aumentare la visibilità dei propri annunci nei risultati di ricerca, pagando una commissione più elevata: gli utenti, sottolinea l’esecutivo Ue, devono essere in grado di riconoscere chiaramente che questi annunci sponsorizzati sono, a tutti gli effetti, pubblicità. Verrà inoltre esaminato se, per ogni annuncio visualizzato su Booking.com, gli utenti siano in grado di comprendere facilmente chi vi sia dietro, chi abbia pagato, perché lo stiano visualizzando e come possano modificare le impostazioni che determinano quali annunci vengono loro mostrati. Il Dsa prevede infatti che gli utenti hanno il diritto di sapere quando un annuncio pubblicitario viene loro presentato e per conto di chi: senza queste informazioni, non sono in grado di distinguere se un annuncio appaia in una posizione di rilievo perché è pertinente alla loro ricerca o perché la struttura ricettiva ha pagato per ottenere maggiore visibilità.

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Caro gasolio, perché la rivolta dei camionisti si concentra al Sud. Tra ritardi della politica e fragilità strutturali

Il governo si impegna per 480 milioni di euro complessivi destinati a compensare il caro gasolio, più ulteriori risorse per altri interventi, anche per i collegamenti marittimi e per adeguare automaticamente le tariffe ai rincari. È la risposta alle proteste degli autotrasportatori, che si aspettano di vedere i fatti entro il prossimo incontro del 27 ottobre. Anche perché i ristori non risolvono i problemi strutturali che il caro carburante ha fatto esplodere, soprattutto nel Mezzogiorno, dove i rincari sono gli stessi ma hanno un peso differente. Piccole imprese, scarso potere contrattuale, costi logistici elevati e mercati lontani sono problemi comuni all’intero settore, ma che in alcune aree del Sud si sommano l’uno all’altro riducendo o azzerando i margini per assorbire i rincari.

“Quella che era una difficoltà è diventata per molte imprese, soprattutto quelle più piccole che hanno un potere contrattuale minore, disperazione”, ha spiegato il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, alla Adnkronos. Due i problemi: quanto costa riempire il serbatoio, e quanto resta in tasca all’autotrasportatore. Se la ditta è piccola e ha pochi committenti, i margini per imporre aumenti tariffari sono ridotti. E se il prezzo del gasolio sale, si rischia di dover scegliere tra lavorare in perdita e perdere il cliente. La geografia, poi, non aiuta. Secondo l’Istat, nel 2024 il 68,2% delle merci trasportate su strada aveva origine nelle regioni settentrionali, dove si concentra anche il 56,4% del Pil nazionale. Fotografia di un mercato molto più ricco, con grandi poli industriali e logistica che alimentano l’autotrasporto e dovrebbero garantire maggiore continuità nelle commesse.

Al Sud le cose cambiano e per la Sicilia lo svantaggio è stato persino quantificato. Uno studio del 2023 della Regione Sicilia, realizzato col supporto di Prometeia, ha stimato un indice dei costi di trasporto superiore del 58,8% alla media nazionale, dando maggiore peso ai collegamenti con le regioni coi mercati economicamente più grandi. Non è una misura delle tariffe pagate, ma quella di uno svantaggio strutturale che spiega perché la distanza dai mercati precede e si somma con i rincari del carburante. A incidere sui collegamenti marittimi c’è anche l’Ets europeo, il sistema per incentivare la decarbonizzazione che impone alle compagnie di navigazione di acquistare quote per le emissioni inquinanti. Dal 2026 il meccanismo è entrato a pieno regime, con costi che possono far aumentare le tariffe dei traghetti. Un ulteriore aggravio per chi deve attraversare il mare che, ha detto il viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi, ricade “soprattutto sulle isole”.

Poi c’è la questione decisiva di chi paga davvero gli aumenti. La legge prevede meccanismi di adeguamento dei corrispettivi al prezzo del carburante, il cosiddetto fuel surcharge. Il problema è che non è sempre facile farli valere, soprattutto quando il trasportatore è piccolo e dipende da pochi committenti, dunque con scarsa forza contrattuale. “Il mercato dell’autotrasporto è un mercato che non ha una tariffa di legge”, ricorda Russo. Anche un aumento richiesto del 15% resta quindi affidato alla negoziazione con il committente. E non sempre quest’ultimo se lo può permettere o più semplicemente lo accetta. Come non bastasse, ha denunciato lo stesso Russo, gli sconti sul gasolio ottenuti dal governo dopo aver fatto pressione sulle compagnie petrolifere, sarebbe finito soprattutto nei distributori stradali e non sulla cosiddetta extrarete, dove molti camionisti acquistano il carburante all’ingrosso. E secondo Conftrasporto, proprio lì ci sarebbero stati i maggiori aumenti dei prezzi.

Problemi che si incrociano con quelli dell’agricoltura che in molte regioni alimenta la domanda di trasporto. Se i produttori non riescono a incassare abbastanza per le proprie merci, come lamenta il settore, è ben difficile riconoscere tariffe maggiori ai camionisti. E i blocchi dei tir rischiano di aggravare ulteriormente la situazione della filiera. Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, avverte che l’ortofrutta rischia di restare nei campi, mentre il latte incontra difficoltà nel raggiungere trasformazione e commercializzazione. Una situazione che il governo dovrebbe conoscere, almeno da maggio. Da quando a Palazzo Chigi fu sottoscritto un protocollo con le associazioni per le compensazioni economiche. “Se si fossero portati avanti nei tempi concordati, forse non si sarebbe arrivati alle proteste di oggi”, osserva Russo. Ora che sono stati presi nuovi impegni, si chiede almeno che i provvedimenti arrivino in fretta e così i soldi.

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Revolut in down: un guasto a Google Cloud manda in tilt pagamenti e prelievi

Pagare con la carta e ritirare denaro agli sportelli, per gli utenti Revolut, martedì 20 ottobre non è stato possibile. I servizi in rete della banca non sono operativi e fin dal mattino si sono registrati problemi di autenticazione sulla app e sul sito online. All’origine dei problemi ci sono interruzioni di servizi di Google Cloud nella regione di Londra. “Stiamo attualmente riscontrando un’interruzione che interessa diversi servizi. Possiamo confermare che il denaro e i dati di tutti i nostri clienti sono al sicuro. Ci scusiamo con tutti coloro che ne sono stati colpiti per gli eventuali disagi causati”, ha comunicato Revolut sul proprio account X.

Il problema a Google Cloud ha interessato il data center Europe-west2 di Londra: il colosso di Mountain View parla di “elevati tassi di errore” e “interruzioni intermittenti della rete”, spiegando che gli ingegneri sono al lavoro per risolvere il guasto, di cui al momento non si conoscono le cause. Oltre a quelli Revolut, il problema ha mandato in tilt i servizi online di altre aziende: il sito Downdetector riporta centinaia di segnalazioni di disservizi rispetto alle banche britanniche Lloyds e Hsbc, al sito immobiliare Rightmove, alle poste Royal Mail, al gruppo telefonico Bt al corriere Dpd.

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Altolà di Confindustria al governo sulla manovra: “No alle mancette elettorali, facciamo cose che servano al Paese”

“Come le chiamano i giornalisti, mancette elettorali? Vediamo di fare cose che servono per il Paese”, con “una visione di politica industriale a lungo termine”. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, non le ha mandate a dire al governo Meloni mentre chiudeva il convegno di Capri dei Giovani imprenditori.

È necessario oggi “costruire misure a lungo termine“, perché “ad accontentare tutti non ci si riesce”, dice. “In questo momento è giusto contenere i conti” ma, sulla manovra, “è importante, visto che siamo in campagna elettorale, che si facciano cose che servono per il futuro e che si pensi a un piano industriale del Paese”.

Quindi per Orsini è bene “continuare il super ammortamento in investimenti. Visto che abbiamo un problema di produttività, abbiamo chiesto di far sì che le aggregazioni tra piccole imprese o fusioni, per cercare di creare dei poli più produttivi, possano essere aiutate fiscalmente”. Non solo. “Abbiamo chiesto anche, visto che sappiamo che il Pnrr ha dato uno 0,5% al Pil quest’anno, di continuare, di fare un nuovo piano che possa attrarre gli investimenti dai fondi pensione e dai capitali dei privati che sono sui conti correnti che oggi non vengono utilizzati”.

Secondo il numero uno degli industriali, queste misure vanno messe in terra oltre alla patrimonializzazione, “oltre al come riuscire a fare in ogni modo far sì che comunque le nostre imprese possano essere più competitive”.

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Prosegue la protesta degli autotrasportatori in Puglia e Calabria per il caro carburanti. Bus gratis a Reggio per 8 giorni

Il caro carburanti alimenta la protesta degli autotrasportatori e del mondo agricolo, con mobilitazioni in Calabria e nel Foggiano. Le manifestazioni denunciano l’aumento dei costi di gestione e chiedono interventi concreti per sostenere imprese e produttori, alle prese con difficoltà economiche sempre più pesanti.

In Calabria la protesta degli autotrasportatori prosegue da oltre 24 ore. Numerosi mezzi pesanti sono fermi lungo la Statale 18, nell’Alto Tirreno cosentino, con presìdi a Santa Maria del Cedro, Tortora e Guardia Piemontese, anche nell’area della rotatoria. La mobilitazione, avviata alla mezzanotte del 16 ottobre e annunciata fino al 20, potrebbe provocare rallentamenti nei tratti interessati. Al centro della contestazione ci sono il prezzo del gasolio e i costi di gestione, che secondo i manifestanti mettono a rischio la sostenibilità delle aziende di trasporto. Nel Foggiano, intanto, va avanti da lunedì 12 ottobre il presidio nei pressi del casello autostradale di Poggio Imperiale, lungo l’A14. In piazza agricoltori, olivicoltori e autotrasportatori, uniti dalla protesta contro il costo del carburante e le difficoltà del comparto agricolo. I manifestanti stanno valutando anche la possibilità di portare la mobilitazione a Roma nei prossimi giorni.

“Stiamo pensando di recarci su Roma per farci sentire da chi governa davvero le nostre vite. Qui noi non ce la facciamo più”, ha dichiarato Rocco Romagnolo, rappresentante del comitato olivicoltori di Carpino. “Le aziende agricole sono al collasso”, ha aggiunto, invitando i politici a raggiungere il presidio per verificare direttamente le condizioni in cui operano i produttori. Alla manifestazione hanno partecipato numerosi sindaci del territorio e il presidente della Provincia di Foggia, Giuseppe Nobiletti, che ha chiesto un intervento delle istituzioni: “Roma deve fare la sua parte e anche la Regione”. Presenti anche studenti e il vescovo di San Severo, Giuseppe Mengoli, che ha espresso vicinanza a chi vive una situazione di difficoltà, sottolineando la necessità di ascoltare un disagio diffuso. A rappresentare la protesta anche un asinello, presentato ironicamente dal proprietario come il possibile “futuro mezzo di trasporto”, e un manifesto con la scritta “Stato assente” affisso su un trattore. Segni di una mobilitazione che, tra costi crescenti e richieste di sostegno, punta a portare all’attenzione nazionale le difficoltà di chi lavora nei campi e sulle strade.

Intanto il sindaco di Reggio Calabria, Francesco Cannizzaro, risponde all’emergenza carburanti rendendo gratuito il trasporto pubblico urbano ed extraurbano per otto giorni. Da giorni, gli agricoltori e gli autotrasportatori del Sud Italia sono in protesta contro il caro carburante e per il sindaco di Forza Italia rendere gli autobus Atam gratuiti per poco più di una settimana rappresenta “un gesto concreto di attenzione verso la comunità”. Per Cannizzaro, “un sindaco può fare poco di fronte a una crisi che investe l’intero Paese, ma qualcosa può comunque fare”.

L’aumento dei prezzi pesa sui bilanci familiari e sulla libertà di movimento e il comune di Reggio Calabria “è il primo in assoluto in Italia ad adottare una misura di questo genere in un momento così delicato”, ha comunicato in una nota il Municipio. Il provvedimento punta a promuovere anche l’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico per una mobilità più sostenibile, anche se in una regione come la Calabria il modo principale per spostarsi resta l’automobile, in alcuni casi anche l’unico possibile.

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Ex Ilva, cassa integrazione per 9 lavoratori su 10: la richiesta di Acciaierie d’Italia a governo e sindacati. Fiom: “Numeri raddoppiati, provocazione inaccettabile”

Acciaierie d’Italia (Adi) vuole aumentare il numero dei lavoratori ex Ilva in Cassa integrazione straordinaria (Cigs) dagli attuali 4.450 fino a 8.622 (quasi il doppio) fino al 28 febbraio 2027, ma non si escludono le proroghe. Lo ha comunicato l’azienda in amministrazione straordinaria ai ministeri del Lavoro, delle Imprese e ai sindacati. E’ quanto si apprende dalle organizzazioni dei lavoratori. Questi ultimi sono impiegati in vari siti produttivi, dal nord al sud Italia: si prevedono fino a 6.964 lavoratori in cig a Taranto (su un totale di 7.875); 870 a Genova (su un totale di 917); 515 a Novi (su un totale di 542). Attualmente i dipendenti totali di Adi sono 9.626. La cassa integrazione straordinaria tocca quasi 9 lavoratori su 10: l’89,57%. Un piano “imposto”, secondo Adi, dall’ordine della magistratura sulla sospensione dell’area a caldo. Cgil e Uil sono d’accordo: una richiesta “inaccettabile”. Uil sottolinea la portata “drammatica e senza precedenti” della crisi industriale. Per il sindacato Cisl, la batosta non è un fulmine a ciel sereno: “Fondamentale ribadire che le lettere di avvio della nuova Cigs non rappresentano una sorpresa”, ha dichiarato il segretario nazionale della Fim, Valerio D’Alò. Intanto, a Taranto nel pomeriggio scenderà in piazza la rete di associazioni e cittadini ‘Onda del futuro’.

Loris Scarpa (Fiom): “A palazzo Chigi chiederemo conto delle scelte di Adi”.

“Inaccettabile sia nel merito sia rispetto ai tempi visti i prossimi incontri e le scadenze”, ha commentato in una nota Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil, bollando la richiesta di Adi come “una provocazione“. “Ieri in tarda serata abbiamo ricevuto la nuova istanza di cassa integrazione con numeri pressoché raddoppiati, lavoratrici e lavoratori coinvolti – prosegue il documento sindacale – I lavoratori hanno lottato con scioperi e manifestazioni, nell’ultima settimana per garantirsi il lavoro, la continuità produttiva degli stabilimenti e le manutenzioni e per aprire una vera discussione sul proprio futuro e per un ex Ilva decarbonizzata. Questa cassa integrazione non tiene conto di quanto ottenuto dai lavoratori nell’ultima settimana nei numeri e nelle modalità”. La nota elenca le prossime tappe: “Il 20 ottobre abbiamo un incontro al Ministero del Lavoro per discutere le misure straordinarie per i lavoratori e chiedere modifiche al decreto del Consiglio dei Ministri del 14 ottobre scorso e, per il 27 ottobre abbiamo ottenuto, grazie alla lotta dei lavoratori, un nuovo confronto a Palazzo Chigi“. All’appuntamento previsto presso la presidenza del Consiglio dei ministri, “chiederemo conto ai commissari straordinari di queste scelte visto che è dall’esplosione dell’Altoforno 1 a maggio del 2025 che non accettiamo e non condividiamo più l’uso della cassa integrazione”, conclude Loris Scarpa.

Guglielmo Gambardella (Uil): “Richiesta vergognosa, situazione drammatica”

Guglielmo Gambardella, segretario nazionale Uilm e responsabile del settore siderurgico, punta il dito sulla “drammaticità dei numeri” e “la portata della crisi dell’ex Ilva: quasi 9mila lavoratori sospesi contemporaneamente dal lavoro. Una situazione senza precedenti per dimensioni nella storia industriale del nostro Paese”. La nuova cassa integrazione “è inaccettabile e vergognosa“, mentre è “responsabilità del Governo accompagnare questo processo con strumenti concreti, risorse adeguate e garanzie per le persone”. Anche Gambardella ricorda l’incontro del 20 ottobre al ministero del Lavoro, dove “ribadiremo la necessità di introdurre strumenti straordinari che riconoscano la particolare gravosità e l’usura delle lavorazioni del ciclo siderurgico integrale, insieme a misure di prepensionamento e incentivi all’esodo volontario, accessibili a tutti i dipendenti dell’ex Ilva che ne abbiano i requisiti. La transizione industriale e ambientale non può essere realizzata scaricandone il costo sociale sui lavoratori”.

Le motivazioni di Adi: richiesta “imposta dall’ordine della magistratura”, “revocati approvvigionamenti”

Acciaierie d’Italia spiega la sua richiesta con “il non dilazionabile adempimento dell’ordine giudiziale“, nel comunicato inviato ai ministeri, sindacati e Regioni dove hanno sede gli stabilimenti. La sospensione dell’attività nell’area a caldo nell’impianto ex Ilva di Taranto, prosegue l’azienda, “risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della Società. La sospensione della produzione di manufatti in acciaio mediante l’esercizio” di quell’area “impone di porre in essere ed attuare tempestivamente un diverso piano operativo”. Secondo Adi è l’ordine della magistratura ad obbligare l’aumento dei lavoratori in cassa integrazione straordinaria. L’azienda in amministrazione straordinaria sottolinea di mantenere “in servizio 1004 unità al fine di garantire la guardiania degli asset e la salvaguardia degli impianti produttivi, oltre all’adempimento degli obblighi amministrativi, ambientali e la continuità produttiva”. “La Società ha provveduto – tra le altre – alla revoca degli ordini di approvvigionamento delle materie prime precedentemente pianificati, non più compatibili con il sopraggiunto fermo delle attività del ciclo integrale, anche al fine di salvaguardare l’equilibrio economico della gestione”, concludono i commissari.

In piazza a Taranto nel pomeriggio

Questo pomeriggio a Taranto si svolgerà la manifestazione promossa dalla rete di associazioni e cittadini ‘Onda del futuro’, che invoca la chiusura del polo siderurgico, la bonifica del Sito di interesse nazionale, la tutela della salute e la costruzione di alternative economiche e occupazionali. Il concentramento è previsto alle 16 in piazzale Democrate, con partenza del corteo alle 17 e arrivo in piazza Maria Immacolata.

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Decreto Bollette, primo passo verso l’intesa con Bruxelles: come funziona il tetto al gas e perché l’Ets resta fuori

Dopo mesi di braccio di ferro, il governo Meloni e la Commissione europea hanno raggiunto un’intesa preliminare sul decreto Bollette. Il via libera definitivo non c’è ancora: Roma dovrà presentare a Bruxelles un nuovo testo delle misure per ridurre il costo dell’elettricità, che dovrà passare al vaglio sugli aiuti di Stato. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin parla di “un primo passo importante” e annuncia che “a breve notificheremo alla Commissione Ue un nuovo testo della norma”, coerente con il quadro temporaneo di aiuti per la crisi in Medio Oriente, il Metsaf. “È stata una trattativa lunga, ma costruttiva, che ha portato a un risultato importante”, ha commentato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che si è detta “molto contenta” dell’accordo che aprirebbe la strada a una soluzione simile alla cosiddetta “eccezione iberica”, quella accordata a Spagna e Portogallo nel 2022 proprio per limitare l’effetto del costo del gas sul prezzo dell’elettricità.

Per capire la posta in gioco tocca partire dal prezzo dell’elettricità e da come viene calcolato. In Italia viene prodotta con rinnovabili: solare, eolico, idroelettrico. Ma anche con il gas. E nel mercato all’ingrosso il prezzo viene spesso determinato dall’ultima centrale necessaria a soddisfare la domanda, che generalmente è quella alimentata a gas. Se per esempio eolico e fotovoltaico non bastano a coprire il fabbisogno e serve anche una centrale a gas, con costi più elevati, il prezzo di mercato viene fissato in base a quest’ultima e riconosciuto anche agli altri produttori. Così, quando rincara il gas, l’aumento può ricadere su tutto il mercato, anche sull’elettricità prodotta con le rinnovabili.

Per attenuare questo effetto, tra le ipotesi negoziate dal governo c’è un tetto convenzionale al costo del gas utilizzato dalle centrali elettriche, e compensazioni pubbliche, finanziate attraverso un meccanismo da definire, a copertura della differenza con il costo effettivo del combustibile. Il tetto permetterebbe così di abbassare il prezzo all’ingrosso dell’elettricità, compresa quella prodotta dalle rinnovabili. I dettagli del meccanismo, però, non sono ancora confermati e andranno verificati sul nuovo testo. Bisogna infatti rispettare le regole europee sulla concorrenza ed evitare che le centrali destinatarie delle compensazioni ottengano un vantaggio ingiustificato rispetto agli operatori di altri Paesi europei.

Resta invece fuori dall’intesa la compensazione dei costi dell’Emission Trading System (Ets), il sistema europeo che obbliga le centrali a pagare per le emissioni di anidride carbonica. Anche questa spesa contribuisce ad aumentare il prezzo dell’elettricità, ma Bruxelles ha chiarito che i rimborsi potranno coprire soltanto il rincaro del gas, non il costo delle emissioni. La Commissione vuole infatti evitare che le compensazioni annullino il costo delle emissioni, pensato proprio per scoraggiare l’uso dei combustibili fossili e incentivare le fonti rinnovabili. La Commissione precisa inoltre che le compensazioni saranno temporanee, finanziate solo dai consumatori che ne beneficeranno e dovranno tradursi interamente in una riduzione dei prezzi per gli utenti finali. Resta da conoscere il contenuto definitivo del decreto che l’Italia invierà a Bruxelles, il costo delle compensazioni e in quale misura, una volta approvato, il meccanismo riuscirà a trasferire i benefici alle bollette. “Sono molto contenta dell’accordo Ue, le abbasserà“, assicura Meloni. L’intesa politica è raggiunta, l’autorizzazione europea deve arrivare.

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Accordo Francia-Germania “per garantire il futuro dell’auto europea”. Ma con meno vincoli si rischia di rallentare gli investimenti nell’elettrico

Francia e Germania si accordano su un “approccio comune volto a garantire il futuro dell’industria automobilistica europea“. E provano a trascinare gli altri Paesi europei sulla loro linea. Il compromesso raggiunto da Emmanuel Macron e Friedrich Merz punta ufficialmente a conciliare due obiettivi: concedere più “flessibilità” alle case automobilistiche nella transizione dai motori a combustione e rafforzare la produzione industriale europea. Di fatto, Berlino ottiene un allentamento degli obiettivi climatici, Parigi punta a legare più strettamente il sostegno pubblico alla produzione nell’Unione. Stellantis festeggia: “Accogliamo con favore l’accordo come un passo importante verso la finalizzazione del pacchetto europeo per il settore automobilistico. Insieme alle discussioni in corso al Parlamento europeo e alle posizioni già espresse da diversi Stati membri, riteniamo che possa contribuire a concludere rapidamente il processo, garantendo al nostro settore le flessibilità e la chiarezza di cui ha bisogno, affinché possa concentrarsi su ciò che sa fare meglio: innovare e offrire soluzioni ai propri clienti”.

È “approccio equilibrato” che permetterà all’Ue di perseguire i suoi obiettivi climatici e, in parallelo, rafforzare la sovranità tecnologica, la base industriale e la competitività internazionale della sua industria automobilistica, rivendica la dichiarazione diffusa dall’Eliseo. La Germania, che ospita big come Volkswagen, Bmw e Mercedes, vuole ridurre la pressione su un settore messo alle strette dalla concorrenza cinese, i costi industriali e una domanda di auto elettriche inferiore alle attese. La Francia vuole evitare che il mercato europeo diventi uno sbocco per veicoli e componenti prodotti prevalentemente all’estero. Il compromesso scambia dunque flessibilità normativa con protezione industriale. Ma per Transport & Environment (T&E), organizzazione europea che si occupa di trasporti sostenibili, si tratta di “un errore storico”: l’accordo rischia di essere un boomerang e finirà per rallentare gli investimenti nelle tecnologie del futuro. Secondo le sue stime, con regole meno stringenti la quota di veicoli elettrici nell’offerta delle case automobilistiche nel 2030 scenderebbe dal 57% previsto con gli obiettivi attuali al 43%.

La normativa europea ora in vigore prevede dal 2035 una riduzione del 100% delle emissioni medie di CO₂ allo scarico delle nuove auto e dei nuovi furgoni rispetto ai valori di riferimento del 2021. La Commissione ha proposto di annacquarla passando a un taglio del 90% mentre il restante 10% verrebbe compensato attraverso l’utilizzo di acciaio a basse emissioni di carbonio prodotto nell’Unione o da combustibili sintetici e biocarburanti. L’intesa franco-tedesca va oltre: secondo quanto illustrato da Merz, l’obiettivo sarebbe una riduzione del 90% dal 2035, senza obbligo di compensare il restante 10%. Resteranno vincoli sulle emissioni medie delle flotte e le condizioni dovranno essere definite dalla normativa europea. Il cambiamento sostanziale è che verrebbe abbandonato l’obiettivo di azzerare le emissioni allo scarico delle nuove auto, lasciando maggiore spazio a tecnologie diverse dall’elettrico puro. Francia e Germania ribadiscono comunque l’obiettivo di sviluppare e produrre in Europa la prossima generazione di veicoli elettrici. La tesi è che la transizione debba proseguire senza imporre una traiettoria tecnologica troppo rigida a un’industria che attraversa una fase difficile.

L’altro pilastro dell’intesa è il rafforzamento della produzione europea. Il principio è utilizzare incentivi pubblici, appalti e altri strumenti di sostegno per favorire gli investimenti nell’Unione, anziché alimentare le filiere dei concorrenti extraeuropei. Ma stabilire che cosa significhi prodotto in Europa non è semplice visto che molte componenti arrivano da oltre confine. È il caso delle batterie, destinate ad avere un peso crescente nel valore delle auto elettriche.

Transport & Environment critica proprio i requisiti prospettati per il contenuto europeo delle batterie, almeno il 10% nel biennio 2028-2029 e il 20% nel 2030-2031. Secondo l’organizzazione, le soglie sono insufficienti a proteggere gli investimenti europei, considerando che nel 2025 oltre il 50% delle celle impiegate nelle auto elettriche vendute nell’Ue era già prodotto in Europa. Il rischio è che un’auto assemblata nell’Unione possa beneficiare della qualifica di prodotto europeo pur utilizzando batterie cinesi. L’organizzazione avverte che questi vincoli potrebbero compromettere gli investimenti nelle gigafactory europee, mettendo a rischio una capacità produttiva stimata in 164 GWh nel 2027 e 254 GWh nel 2030. “Germania e Francia stanno commettendo un errore storico”, dice Andrea Boraschi, direttore di T&E Italia.

Il ragionamento è che se gli obiettivi climatici diventano meno impegnativi, i costruttori possono avere meno necessità di accelerare lo sviluppo e la commercializzazione dei modelli elettrici. Nel breve periodo questo potrebbe aiutare a contenere i costi e difendere i margini delle auto tradizionali. Nel lungo periodo, però, rischia di ritardare gli investimenti nelle tecnologie che stanno trasformando il mercato mondiale. Allo stesso modo la maggiore gradualità potrebbe proteggere temporaneamente i posti di lavoro legati ai motori tradizionali e alla componentistica, ma non garantisce la creazione di nuove attività nelle batterie, nell’elettronica e nel software. Se queste filiere si sviluppassero soprattutto fuori dall’Europa, la difesa delle lavorazioni esistenti non sarebbe sufficiente a salvaguardare la competitività futura.

In ogni caso l’intesa a due ha davanti una lunga strada prima di tradursi eventualmente in una modifica delle regole europee. Sarà necessario trovare un’intesa con gli altri Stati membri e con il Parlamento europeo, dove restano differenze sulle modalità e sui tempi della transizione. Parigi e Berlino si dicono “determinate” a “lavorare rapidamente con i partner europei” per giungere a un accordo. “Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri lavoratori, delle nostre industrie e dei nostri cittadini: far sì che l’Europa resti un attore di primo piano nella trasformazione globale dell’industria automobilistica”, concludono, ribadendo l’obiettivo di creare “un’industria automobilistica europea competitiva, innovativa e decarbonizzata, che produca in Europa e crei i posti di lavoro di domani”. Secondo Merz, l’Italia è “ampiamente d’accordo”. Anche se non è stata invitata a partecipare.

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Manovra, ai magistrati quasi 100mila euro a testa tra arretrati e aumenti

Con la prossima legge di bilancio sono in arrivo fino a 100mila euro a testa per i magistrati. Secondo il Sole 24 ore, nelle tabelle del Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles c’è un “fondo sentenze” da 1,9 miliardi. In particolare, a disposizione delle toghe ci sono 970 milioni di euro, che diventano costi lordi a carico dello Stato, divisi in arretrati una tantum (circa 70mila euro a testa) e aumento fisso in busta paga (20mila euro l’anno). A incassare di più saranno gli oltre 10mila magistrati in servizio già dal 2018, anche se tutti, in modo proporzionale, riceveranno qualcosa.

La misura si spiega andando a vedere il meccanismo di calcolo dei trattamenti economici, utilizzati dall’Istat per far crescere le buste paga dei lavoratori non contrattualizzati. Il sistema fino ad ora utilizzato è stato bocciato dal Consiglio di Stato: per la categoria dei magistrati erano state escluse indennità che invece sarebbero dovute essere pagate. Gli stipendi dei magistrati, infatti, per legge non vengono contrattati anno per anno bensì ogni tre anni e, a partire dal 2018, gli aumenti di stipendio non sono stati calcolati in modo consono. La prossima legge di bilancio, quindi, conterrà i decreti che adeguano le retribuzioni per la magistratura dal 2018 al 2023. Per farlo, il ministro Giorgetti sta rinunciando ai tagli Irpef per il ceto medio e alla detassazione delle tredicesime.

In bilico rimangono le retribuzioni del triennio 2024-26, che potrebbero in futuro essere oggetto di revisione e successiva compensazione. Interessati a questo pagamento ritardato sono pure professori universitari e militari: anche loro fanno parte della categoria “personale di diritto pubblico“, e anche per loro il calcolo dell’Istat potrebbe essere stato sbagliato. I sindacati di ricercatori e docenti si sono già messi in moto per un ricorso collettivo.

“Le somme indicate sono il frutto di una stima priva di fondamento: gli importi effettivi sono di gran lunga inferiori a quelli riportati dal quotidiano: si parla per un magistrato con 20 anni di esperienza di una cifra che non arriva a un quarto di quanto scritto dal quotidiano”, ha spiegato all’Adnkronos l’Associazione nazionale magistrati (Anm) in merito a quanto pubblicato dal ‘Sole 24 Ore’ secondo cui ai magistrati italiani con la legge di bilancio 2027 potrebbero arrivare quasi 100mila euro a testa, in media, tra arretrati e aumenti di stipendio.

La misura nasce dall’obbligo di dare attuazione a una serie di sentenze del Consiglio di Stato relative alla modalità di calcolo dell’indicatore per l’adeguamento triennale di stipendi e indennità del personale di magistratura ed equiparati. “Si tratta, peraltro, di componenti stipendiali dovute per legge, che l’amministrazione ha omesso per anni di corrispondere – osserva l’Anm – Il loro ammontare è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento”.

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Btp Valore, offerta al via da lunedì: meglio “tradizionale” o con “maxi-cedola”? Ecco quanto possono rendere

Due titoli di Stato, entrambi della durata di cinque anni, ma con una differenza fondamentale: incassare gli interessi ogni tre mesi oppure riceverli tutti insieme alla scadenza, nell’ottobre 2031. Da lunedì 19 a venerdì 23 ottobre il ministero dell’Economia e delle Finanze offre la doppia possibilità di investimento: il Btp Valore tradizionale e il nuovo Btp Valore Insieme. I tassi minimi garantiti sono già stati fissati: fino al 4,7% annuo per il primo, il 22,25% complessivo per il secondo. Ma quanto rendono concretamente? E quale conviene scegliere?

Il Btp Valore tradizionale paga una cedola, cioè gli interessi maturati, ogni tre mesi. Il tasso annuo lordo è del 3,7% per i primi due anni, sale al 4,1% per i successivi due e arriva al 4,7% nell’ultimo. Investendo 10mila euro, si incassano complessivamente 2.030 euro lordi, che diventano 1.776,25 euro dopo la tassazione del 12,5%. Alla scadenza, ovviamente, viene restituito anche il capitale iniziale.

Il Btp Valore Insieme funziona diversamente: non paga nulla durante i cinque anni, ma riconosce un’unica maxi-cedola finale del 22,25%. Con gli stessi 10mila euro, gli interessi lordi sono 2.225 euro, pari a 1.946,88 euro netti. I calcoli non comprendono eventuali costi e imposta di bollo.

Quale conviene? Dipende dalle esigenze. Il tradizionale è indicato per chi vuole disporre periodicamente degli interessi, anche per reinvestirli. Insieme si rivolge invece a chi può attendere, rinunciando agli incassi intermedi e preferendo accumulare una somma per obiettivi futuri. Attenzione però: il 22,25% finale non significa necessariamente un rendimento finanziario superiore. Come spiega Davide Iacovoni, direttore del Debito pubblico, i due titoli hanno lo stesso rendimento all’emissione: cambia il momento in cui si ricevono gli interessi. Il confronto tra gli incassi complessivi, del resto, non considera la possibilità di reinvestire le cedole trimestrali.

Inoltre, è possibile acquistarli entrambi, anche contemporaneamente, con un investimento minimo di mille euro per ciascuno. Basta rivolgersi alla propria banca o all’ufficio postale, disponendo di un conto corrente e di un deposito titoli, oppure utilizzare l’home banking abilitato agli investimenti. Il collocamento termina alle 13 del 23 ottobre, salvo chiusura anticipata. I tassi annunciati sono minimi garantiti, che significa che il Tesoro potrà modificarli soltanto al rialzo alla conclusione dell’offerta. Quella che inizia lunedì 19 è l’ultima emissione del 2026 riservata ai piccoli risparmiatori.

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Manovra senza risorse, Tajani spera nella “card per le spese sanitarie degli anziani”. Tramonta (di nuovo) la detassazione delle tredicesime

“Abbiamo scritto soltanto i titoli, adesso bisogna svolgere il tema”. Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia, mette le mani avanti sulla prossima manovra e ammette che il confronto sulle misure è ancora tutto da fare. La lunga lista di proposte della maggioranza, a partire dal taglio dell’Irpef per il “ceto medio”, si scontra con la mancanza di risorse: per “misure fiscali” ci sono stando al Documento programmatico di bilancio solo 2,1 miliardi, insufficienti per finanziare l’allargamento a 60mila euro dello scaglione Irpef con aliquota al 33% che al momento arriva fino a 50mila.

A disposizione, se si escludono i 14 miliardi di deficit da utilizzare per difesa e sicurezza energetica, restano meno di 10 miliardi. Di cui peraltro 5 attesi da un nuovo contributo da banche e assicurazioni che lo stesso Tajani non vuole, anzi sostiene “non esistere” a meno che non si tratti di “una scelta concordata e non una scelta imposta”. Di non concordato al momento non c’è nulla: l’Abi ha fatto sapere che la notizia è arrivata senza preavviso. Il “dialogo forte, concreto con tutto il mondo finanziario e con quei settori che possono dare un contributo volontario” sognato dal forzista è tutto da avviare. Ma il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti conferma che l’intervento ci sarà eccome perché “riteniamo che il sistema finanziarlo possa sostenerlo” e “credo che non morirà nessuno“. Del resto, “tenere sotto controllo lo spread è nell’interesse di tutti”, anche delle banche che hanno a bilancio miliardi di euro di Btp il cui valore diminuisce quando i rendimenti salgono.

Tajani quell’intervento non l’ha mai voluto, visto che tra gli interessati c’è anche la Mediolanum che fa capo al gruppo della famiglia Berlusconi. Ma sull’allargamento della seconda aliquota fa mostra di non demordere: “Pensiamo all’abbassamento dell’Irpef, pensiamo anche a far sì che il nostro sistema possa avere una complessiva riduzione della pressione fiscale”. E in aggiunta propone di allargare l’esenzione dal bollo (al momento in vigore solo per il 2027, va ricordato) a tutte le prime auto, oltre a “dare libertà sull’utilizzo nei primi anni del Tfr”.

“Un altro tema importante per noi è la sanità”, aggiunge. “Come sapete, oggi si possono detrarre le spese sanitarie nell’anno successivo a quello nelle quali vengono effettuate. Noi diciamo di anticipare nell’anno stesso, vediamo in quale forma: ci può essere per esempio una card che permette magari agli anziani di poter avere una somma a disposizione per effettuare spese sanitarie, penso alle cure dentali, alle cure oculistiche, quelle che sono fuori dal Servizio sanitario nazionale, o l’acquisto di medicine particolarmente costose”. Nei giorni scorsi era emerso il tentativo di cercare di anticipare le detrazioni Irpef per le spese sanitarie o un bonus a forfait che vada anche a chi non ha capienza fiscale.

Ma intanto dal libro dei sogni di Tajani esce per l’ennesima volta, come da attese, la detassazione delle tredicesime: “Questo rimane sul tavolo ma sarà per una prossima manovra vista la situazione economica”. E chi vivrà vedrà. Visto che “abbiamo ottenuto flessibilità per due tipi di spesa, quella per il risparmio energetico – e lì ci saranno provvedimenti anche a favore delle famiglie e delle imprese – e per la sicurezza”, tocca accontentarsi di “un tema molto importante che riguarda la previdenza dedicata ai militari”.

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Bankitalia: “Con forti rincari delle materie prime e aumento dell’inflazione nel 2027 e 2028 sarà recessione”

La Banca d’Italia conferma le stime sul Pil diffuse nei giorni scorsi in Parlamento, riviste al rialzo rispetto a giugno, ma avvisa della forte incertezza che in caso di scenario avverso e un nuovo balzo del greggio potrebbe ridurre la crescita a zero quest’anno e portarla in negativo nei due successivi. Nelle proiezioni macroeconomiche per l’Italia nel triennio 2026-28 la crescita del pil prevista per il 2026 è a +1%, che si ferma a +0,9% tenendo conto delle variazioni stimate su dati trimestrali destagionalizzati e corretti per il numero di giornate lavorative. Per il 2027 la previsione è di +0,7 e 0,8%. Ma, spiega il bollettino economico, in caso di “rincari particolarmente marcati delle materie prime” e di un aumento dell’inflazione la recessione sarebbe alle porte, con il pil in calo di 0,3% in entrambi gli anni.

Rispetto alle proiezioni di giugno di Palazzo Koch le stime di crescita sono riviste al rialzo per 0,4 punti percentuali nel 2026 e 0,3 punti nel 2027. La revisione per l’anno in corso è riconducibile a un impatto della crisi energetica meno marcato delle attese e al buon andamento degli investimenti connessi con la transizione digitale ed energetica e, nel trimestre estivo, del turismo. All’andamento del pil nel 2027 contribuiscono anche le ipotizzate misure di aumento di spesa per la difesa e la sicurezza energetica. I maggiori tassi di interesse agiscono in direzione opposta, frenando l’attività e compensando gli impulsi espansivi nel 2028. Le proiezioni di inflazione sono riviste al rialzo nel 2026 e 2027, rispettivamente per 0,1 e 0,4 punti percentuali, e al ribasso nel 2028, per 0,2 punti percentuali. Dipende soprattutto dal nuovo profilo ipotizzato per i prezzi dei beni energetici, più elevato in particolare per il gas.

”L’andamento dell’attività economica e dell’inflazione dipenderà in misura rilevante dagli sviluppi del conflitto in Medio Oriente e dalle conseguenti ripercussioni sui prezzi delle materie prime energetiche: il perdurare di quotazioni elevate potrebbe determinare un’inflazione ancora più alta e persistente e comprimere la crescita”, sottolinea Via Nazionale. Che ha esaminato una serie di scenari ipotetici sull’evoluzione della crisi mediorientale, caratterizzati da andamenti diversi dei prezzi delle materie prime, definiti in linea con la metodologia utilizzata dalla Bce per gli scenari riferiti all’area dell’euro. In uno scenario “severo”, con “rincari particolarmente marcati delle materie prime, la crescita del Pil è inferiore a quella dello scenario di base per quasi 2 punti percentuali cumulativamente nel triennio di previsione” mentre “l’inflazione è più elevata per oltre 3 punti percentuali, concentrati soprattutto nel 2027”.

In uno scenario avverso ma meno estremo, “gli effetti sull’attività economica e l’inflazione sarebbero qualitativamente analoghi, ma più contenuti” mentre in un’ipotesi più favorevole, “in cui l’andamento dei prezzi energetici sarebbe più moderato che nello scenario di base, la crescita è più elevata, per 0,4 punti percentuali cumulativamente nel triennio” e “l’inflazione scendere di circa mezzo punto percentuale”.

“L’attività economica globale ha mostrato una tenuta superiore alle attese, nonostante il protrarsi delle tensioni geopolitiche”, si legge. “La crescita ha continuato a beneficiare degli investimenti connessi con l’intelligenza artificiale (IA), che hanno contribuito ad attenuare gli effetti del rincaro dei prodotti energetici, seppure in misura diversa tra i principali paesi. La domanda interna rimane robusta negli Stati Uniti, mentre in Cina la crescita è sostenuta dagli scambi con l’estero. Al netto dei prodotti energetici la dinamica del commercio si sarebbe mantenuta solida, alimentata dalla domanda di beni per l’IA”.

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Inflazione ai massimi da tre anni: 4,2% a settembre. Dalle bollette alla spesa, i dati degli aumenti record

L’inflazione in Italia sale al 4,2% a settembre, ai massimi da tre anni. A spingerla sono soprattutto i rincari dell’energia e degli alimentari freschi. L’Istat conferma così la sua stima preliminare, con l’indice nazionale dei prezzi al consumo aumenta dello 0,7% rispetto ad agosto, mentre su base annua la crescita sale dal 3,3% al 4,2%. Ad essere colpite sono soprattutto le famiglie con minori disponibilità: nel terzo trimestre 2026 i prezzi sono aumentati del 4,4% per i nuclei con bassi livelli di spesa, contro il 2,9% di quelli con i livelli più alti.

I prezzi dei beni energetici, principali responsabili dell’impennata, salgono del 22,6% su base annua, contro il 17,1% di agosto. Ancora più marcati gli aumenti degli energetici regolamentati, come luce e gas quando a stabilire il prezzo è un’autorità pubblica e non il mercato, passati dal 18,6% al 25,8%, mentre quelli non regolamentati accelerano dal 17% al 22,5%. Su base mensile i rincari sono rispettivamente del 5,8% e del 4,6%. La dinamica investe anche gli alimentari, con una crescita annua che passa dall’1% all’1,7%, interamente dovuta ai prodotti non lavorati, saliti dal 3,8% al 5,5%. Il cosiddetto “carrello della spesa” accelera dallo 0,9% all’1,5%, mentre i prodotti acquistati più frequentemente registrano rincari del 5,2%, contro il 4,3% di agosto. Aumentano anche i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+2,9%) e quelli relativi ai trasporti (+1,6%).

Particolarmente pesanti i rincari di frutta e verdura. Secondo le elaborazioni di Adusbef, su base annua i carciofi aumentano del 28%, le fragole del 27,2%, i pomodori del 19,3%, cavolfiori e broccoli del 18,7%. L’Unione Nazionale Consumatori segnala che, nel solo mese di settembre, i pomodori sono rincarati del 21,1%, le zucchine del 16,7% e i cetrioli del 14,8%. Per le associazioni, a pesare sono i maggiori costi dell’energia, dei carburanti e dei trasporti, oltre ai fattori climatici. Le associazioni dei consumatori parlano di “una batosta per i consumatori”, secondo il Codacons, che stima una maggiore spesa di 1.389 euro a famiglia, mentre per l’Unione Nazionale Consumatori si tratta di 1.116 euro. Per il presidente Massimiliano Dona “siamo solo all’inizio”, avvertendo del rischio di ulteriori rincari con l’arrivo delle bollette invernali.

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Cambio dell’ora, risoluzione alla Camera per rendere l’ora legale permanente: la battaglia in Ue, i benefici e gli svantaggi

Torna in Parlamento la battaglia per abolire il cambio dell’ora. Proprio mentre si avvicina il nuovo passaggio all’ora solare (tra sabato 24 e domenica 25 ottobre le lancette andranno spostate indietro di 60 minuti), alla Camera è stata presentata una risoluzione che, se approvata, impegnerebbe l’Italia a essere in prima fila in Europa per rendere l’ora legale permanente. In altre parole, abolire il cambio dell’ora per due volte l’anno. Un tema di cui si dibatte da anni e che divide gli esperti, tra chi ritiene che siano maggiori i benefici e chi mette l’accento sugli svantaggi.

L’iter parlamentare era cominciato a marzo scorso con l’avvio di di un’indagine conoscitiva dedicata agli effetti dell’abolizione del cambio dell’ora, su impulso della Società italiana di medicina ambientale (Sima), di Consumerismo No profit e del deputato Andrea Barabotti (Lega), che aveva presentato la proposta un anno fa. Il documento conclusivo è stato approvato all’unanimità il primo ottobre: il risultato, in sintesi, propende per l’abolizione del cambio dell’ora, ma non sulla soluzione da adottare. Ora legale tutto l’anno oppure ora solare per 365 giorni?

L’ora legale permanente potrebbe garantire un risparmio energetico annuo complessivo di circa 462 milioni di kilowattora, rispetto ai 302 milioni attuali, e favorire il commercio, la ristorazione, il turismo, la frequentazione degli spazi pubblici e l’attività fisica grazie a un’ora di luce in più nel tardo pomeriggio. Tra il 2004 e il 2025, l’ora legale ha già consentito all’Italia di risparmiare oltre 12 miliardi di kilowattora, pari a circa 2,3 miliardi di euro, sebbene i benefici energetici si siano ridotti con la diffusione di tecnologie più efficienti e le stime future restino incerte.

D’altra parte, mantenere l’ora legale in inverno ritarderebbe l’alba, che al solstizio invernale arriverebbe alle 9.04 a Torino, alle 9 a Milano, alle 8.34 a Roma e alle 8.23 a Napoli, costringendo molti studenti e lavoratori a iniziare la giornata al buio. L’ora solare permanente, invece, garantirebbe maggiore luminosità al mattino, favorendo la sincronizzazione dell’orologio biologico e potenzialmente il benessere del sonno e dei ritmi circadiani, mentre comporterebbe meno luce naturale nel tardo pomeriggio, limitando le opportunità per attività ricreative e sociali all’aperto.

La politica però ha preso la sua decisione: la risoluzione infatti chiede al Governo di impegnarsi in Europa per promuovere l’estensione dell’ora legale permanente in tutta l’Ue. Qui però si arriva al secondo nodo della faccenda. La discussione sul cambio dell’ora in Europa ha origine dalla consultazione pubblica promossa dalla Commissione europea nel 2018, alla quale parteciparono 4,6 milioni di cittadini: l’84% si espresse a favore dell’abolizione. L’anno successivo il Parlamento europeo approvò una proposta per lasciare ai singoli Stati la scelta tra ora solare o legale permanente, ma il processo si è fermato tra pandemia e divisioni tra i Paesi membri.

La scelta dell’ora infatti spetta agli Stati, ma deve essere coordinata: se ognuno decidesse in autonomia, si rischierebbe infatti un fuso orario a macchia di leopardo in Europa. Il dossier quindi per il momento resta bloccato a Bruxelles. Quindi, anche se l’Italia decidesse di sposare la battaglia per l’ora legale permanente – magari con una maggioranza bipartisan – in ogni caso l’abolizione del cambio dell’ora non potrà mai essere un processo rapido. Per il momento, il rito notturno del giro di lancetta continuerà a scandire la primavera e l’autunno degli italiani.

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L’economia sommersa e illegale vale oltre 218 miliardi nel 2024. I lavoratori irregolari salgono a 3,27 milioni, +4,6%

Oltre 218 miliardi di euro, quasi un decimo del Pil italiano. È il valore (aggiornato al 2024) dell’economia non osservata, che comprende il sommerso e le attività illegali. Il fenomeno, secondo le stime diffuse dall’Istat, si allarga in valori assoluti dai 217,6 miliardi del 2023 ma rallenta lievemente in rapporto al pil: l’incidenza sul prodotto interno lordo è scesa al 9,9% dal 10,2% del 2023. Continua però ad allargarsi il fronte del lavoro irregolare. Nel 2024 le unità di lavoro non regolari sono state 3 milioni e 277mila, oltre 145mila in più rispetto all’anno precedente, con un aumento del 4,6%. Il tasso di irregolarità, calcolato sul totale delle unità di lavoro, è salito così dal 12,7% al 13,1%: più di un’unità di lavoro su otto è irregolare.

L’economia sommersa, al netto delle attività illegali, si attesta a 198,4 miliardi di euro, 800 milioni in più rispetto al 2023. La sua incidenza sul Pil torna al 9%, dal 9,2% dell’anno precedente, interrompendo la crescita registrata nel biennio precedente. Ma all’interno del sommerso le componenti si muovono in direzioni opposte. La sotto-dichiarazione dei redditi d’impresa, ottenuta attraverso comunicazioni intenzionalmente errate di fatturato e costi, resta la voce più consistente: vale 107,6 miliardi, contro i 108,2 miliardi del 2023, con una flessione dello 0,6%.

Al contrario, il valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare sale a 80,3 miliardi, dai 77,2 miliardi dell’anno precedente: 3,1 miliardi in più, pari a una crescita del 3,9%. Il lavoro irregolare pesa così per il 36,8% sul valore dell’intera economia non osservata, contro il 35,5% del 2023. La quota riconducibile alla sotto-dichiarazione scende invece dal 49,7% al 49,3%. Si riducono anche le componenti residuali del sommerso, che comprendono tra l’altro fitti e mance non dichiarati: da 12,2 a 10,6 miliardi, con una contrazione del 13,1%.

Anche le attività illegali, che comprendono il traffico di stupefacenti, i servizi di prostituzione e il contrabbando di tabacco, arretrano leggermente, passando da circa 20 miliardi a 19,8 miliardi, lo 0,9% in meno, pari allo 0,9% del Pil. Il valore aggiunto del traffico di droga scende da 15,3 a 14,9 miliardi, mentre quello dei servizi di prostituzione sale da 4,1 a 4,2 miliardi.

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