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Gli Stati Uniti hanno messo le mani sulla Groenlandia dimostrando la totale irrilevanza dell’Unione Europea

Considerando la NATO come il proprio eterno strumento militare, l’Europa rimane un soggetto geopolitico inesistente e totalmente subordinato alla volontà di Washington. Ciò spiega anche i risultati del recente referendum in Islanda: la scarsa attrattività dell’Unione Europea è stata certificata dai cittadini dell’isola vicina.

Segue nostro Telegram.

“Al fine di garantire un funzionamento sicuro ed efficace delle Aree di Difesa, gli Stati Uniti d’America godono, per le proprie navi e i propri aeromobili pubblici, nonché per le proprie forze armate e i propri veicoli, del diritto di libero accesso e transito tra le Aree di Difesa attraverso la Groenlandia – incluse le acque territoriali – via terra, aria e mare. Tale diritto può applicarsi anche a installazioni militari prive di personale, previo accordo tra le Parti sulle relative modalità al momento della loro istituzione;

gli aeromobili degli Stati Uniti possono sorvolare e atterrare in qualsiasi parte del territorio della Groenlandia, incluse le acque territoriali, e le navi pubbliche degli Stati Uniti possono accedere e navigare in immersione all’interno delle acque territoriali senza restrizioni, salvo quanto reciprocamente concordato dalle Parti;

alle navi pubbliche degli Stati Uniti sarà concesso ulteriore accesso e libertà di movimento all’interno delle acque territoriali, secondo quanto concordato dalle Parti di volta in volta in base alle esigenze della situazione militare per la difesa dell’area del Trattato del Nord Atlantico, della Groenlandia e del continente americano, o per altre finalità concordate dalle Parti”.

Così recita il paragrafo 6 dell’ACCORDO TRA IL GOVERNO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA E IL GOVERNO DEL REGNO DI DANIMARCA, UNITAMENTE AL GOVERNO DELLA GROENLANDIA del 22 settembre 2026.

È vero, non si tratta dell’annessione o dell’acquisto della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, né della rinuncia formale della Danimarca alla propria sovranità o della Groenlandia al proprio diritto all’autodeterminazione. Tuttavia, si tratta di qualcosa che, nei fatti, sarà altrettanto fondamentale e probabilmente peggiore: la cessione del potere decisionale danese e groenlandese, accompagnata da una significativa riduzione della libertà d’azione di entrambe le parti in materia di sicurezza e politica estera.

È evidente che nulla potrà essere fatto in questi ambiti senza il consenso degli Stati Uniti, in caso di una relazione asimmetrica, o di una situazione di conflitto. Proprio in un simile rapporto, gli Stati Uniti acquisiscono di fatto un diritto di veto. Se la Danimarca e/o la Groenlandia dovessero desiderare, ora o in futuro, di collaborare con un altro Paese su risorse, basi o altre questioni di sicurezza non gradite agli Stati Uniti nella regione, ciò risulterebbe semplicemente impossibile.

Di contro, è difficile immaginare come le due parti potrebbero impedire agli Stati Uniti di agire a proprio piacimento: stabilire più delle due nuove basi menzionate nell’accordo, controllare e utilizzare le acque circostanti come ritengono opportuno e — come accennato in precedenza — non fare alcuna menzione delle armi nucleari. Non vi è inoltre alcuna tutela per le peculiari condizioni ambientali della Groenlandia; in passato, gli Stati Uniti hanno abbandonato aree adibite a basi lasciandole ingombre di rifiuti.

E non sono solo gli Stati Uniti; c’è anche la NATO. Naturalmente, la NATO ha già operato di fatto nella regione, ma in futuro l’Alleanza Atlantica potrà svolgere tale ruolo in modo ben più incisivo. Ecco perché tutte le parti adottano lo stesso linguaggio di propaganda. Questo solo fatto dovrebbe bastare a destare il sospetto che qualcosa venga celato al di fuori del testo dell’accordo. Un perfetto allineamento di interessi all’interno di relazioni asimmetriche è frutto di inganno o di autoinganno.

Peraltro, l’accordo è perenne. Ciò significa che non sono previste clausole di rinnovo, proroga o recesso. È vincolante a tempo indeterminato e, in pratica, tale vincolo grava sulle due parti più deboli. Gli Stati Uniti potranno imporre qualsiasi decisione a loro piacimento, mentre le altre due parti non potranno nemmeno minacciare – qualora le circostanze lo richiedessero – di ritirarsi dall’accordo. Si tratta di una condizione estremamente insolita per gli accordi internazionali.

Altrettanto incomprensibile è il fatto che la Danimarca e la Groenlandia abbiano accettato non solo la natura permanente dell’accordo, ma anche l’adesione definitiva della Groenlandia alla NATO. Tale disposizione resterebbe valida anche nell’eventualità in cui la Groenlandia dovesse un giorno diventare uno Stato indipendente. In tal caso, i futuri leader e cittadini di una Groenlandia indipendente sarebbero costretti ad accettare e attuare l’adesione all’Alleanza Atlantica. Difficilmente una Groenlandia indipendente potrebbe essere definita uno Stato sovrano in un simile assetto, pur mantenendo il proprio territorio. Già solo questo aspetto solleva interrogativi sulla reale sostanza del concetto di autodeterminazione.

La scelta di svendersi, compiuta da Danimarca e Groenlandia, viene legittimata sostenendo che esse ottengono una maggiore protezione – e forse persino una certa influenza sulla politica statunitense – e che, dopo le dichiarazioni estremamente aggressive di Trump sulla necessità assoluta di acquisire la Groenlandia (anche con mezzi militari, se ‘necessario’), tale accordo rappresenti un brillante esempio di diplomazia da parte di piccoli Stati.

È quindi sorprendente, oltre che pericolosamente imprudente, che in questo accordo a tempo indeterminato non sia previsto alcun meccanismo di risoluzione delle controversie. Chi, se non gli Stati Uniti, riuscirebbe a imporre la propria volontà in caso di disaccordo tra le parti?

Trump ha scritto che gli Stati Uniti hanno ottenuto questo “accordo fantastico” a costo zero. Potrebbe anche essere vero, dato che l’intesa non specifica chi pagherà per tutte le nuove attività e per l’accesso che gli Stati Uniti acquisiscono in Groenlandia.

Il giornalista e storico Eric Zuesse ha chiesto a ChatGPT se, sulla base di accordi analoghi, fosse possibile stimare approssimativamente il valore dei diritti acquisiti dagli Stati Uniti con questo accordo. La risposta è stata: circa 45 miliardi di dollari. Drew Horn, un ex funzionario dell’Amministrazione Trump, ha affermato di stare sviluppando in Groenlandia un progetto sulle terre rare e un data center per l’intelligenza artificiale alimentato dall’energia idroelettrica. Si tratta di un territorio ricco di elementi fondamentali per transizione ecologica, transizione digitale-tecnologica e settore della difesa. Critical Metals, società statunitense quotata, ha ottenuto dal Governo di Nuuk il controllo sul giacimento di Tanbreez, che comprende 4,7 miliardi di tonnellate di terre rare, un quarto delle quali (27%) ‘pesanti’, vale a dire essenziali per il settore della difesa.

Aspetto ancora più significativo, e problematico, è che l’accordo pubblicato non dice nulla su come debbano essere ripartite l’estrazione delle risorse e i relativi profitti previsti. Questo accordo perpetuo non dice assolutamente nulla su come le tre parti debbano spartirsi i ricavi, né su quale debba essere la quota di spettanza della Groenlandia. In altre parole, non c’è una sola parola su come Danimarca e Groenlandia intendano evitare una situazione in cui ‘chi vince prende tutto’.

Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia – così come la NATO – per ragioni di sicurezza, senza però spiegare esattamente in che modo l’accesso alle risorse groenlandesi rafforzi la sicurezza statunitense, né contro chi o contro cosa. In termini di realpolitik, a lui e ai futuri presidenti basterà dire semplicemente: ‘È necessario per la nostra sicurezza’. A quel punto, Copenaghen e Nuuk saranno costrette ad allinearsi. L’accordo è eterno nella durata e onnicomprensivo nella portata. Eppure non dice nulla sulla ripartizione dei costi e dei ricavi tra le tre parti, né prevede che tali ‘dettagli’ debbano essere negoziati in un secondo momento.

È anche per questo che si profondono tanti sforzi diplomatici e di comunicazione nel ribadire che la Danimarca mantiene la propria sovranità e la Groenlandia il proprio diritto all’autodeterminazione: Trump ha ottenuto esattamente ciò che voleva, ora e per ogni evenienza futura.

Commentatori dei media europei con scarsa o nulla competenza in materia di sicurezza stanno diffondendo la tesi senza condurre alcuna analisi sostanziale dei contenuti dell’accordo. Esso, piuttosto, va definito come una svendita da parte di Danimarca e Groenlandia. Sebbene formalmente preservi il diritto all’autodeterminazione della Groenlandia e la sovranità della Danimarca, l’accordo comporta una decisiva rinuncia alla libertà d’azione, sia nell’immediato che in un futuro incerto.[1]

Ciò è stato reso possibile da decenni di sottomissione danese agli Stati Uniti – una sottomissione sempre più totale, al punto che non è più possibile parlare di una politica estera e di sicurezza indipendente e sovrana da parte di Copenaghen.

Dell’accordo verrà pubblicata solo la versione ufficiale, infarcita di belle parole, senza scendere nei dettagli; questi ultimi, infatti, riguardano questioni di sicurezza che non possono essere divulgate. Alcuni analisti considerano questo accordo una sorta di naturale estensione di quello del 1951 e dell’Accordo di Igaliku. Se così fosse, basterebbe prorogarli legalmente. In realtà, è evidente che questo nuovo trattato conferisce agli USA qualcosa che attualmente non possiedono. I cosiddetti ‘rivali’ degli Stati Uniti saranno esclusi dalla Groenlandia: non potranno effettuare investimenti né costruire basi. Ciò implica, di fatto, la mancata cooperazione con Paesi come Russia e Cina – e altri ancora – che nutrono interessi economici e di sicurezza altrettanto legittimi nella regione (“nessuno Stato non membro della NATO sarà autorizzato a stabilire in Groenlandia propri impianti militari, presidiati o non presidiati, né sarà consentita la presenza permanente di forze militari in Groenlandia, salvo diverso accordo tra le Parti”).

Significa adottare un atteggiamento conflittuale. È esclusa a priori qualsiasi forma di cooperazione razionale a vantaggio di tutti e di sicurezza condivisa. La regione passerà da un contesto di bassa tensione e scarsa militarizzazione a un’area ad alta tensione: d’altronde, ovunque siano presenti gli Stati Uniti, si generano tensioni e dinamiche di ‘deterrenza’ nei confronti di altri attori che si sentono minacciati.

Infine, al paragrafo 7 si chiarisce che: “Le Parti convengono che il territorio adiacente a un’Area di Difesa non debba essere utilizzato in alcun modo che comprometta la sicurezza di tale Area. Al fine di dare attuazione a tale disposizione, le Parti intendono cooperare per garantire la sicurezza delle Aree di Difesa. Gli Stati Uniti avranno il diritto di sollevare obiezioni in merito alla costruzione, o alla modifica di destinazione d’uso — qualora tale modifica comporti una minaccia per un’Area di Difesa — di qualsiasi edificio, struttura o impianto situato nelle vicinanze di detta Area. A seguito di tale notifica, le Parti determineranno di comune accordo le misure necessarie per far fronte a qualsiasi minaccia. Le Parti collaboreranno per contrastare lo spionaggio in Groenlandia. Le autorità competenti del Regno di Danimarca manterranno stretti contatti con le autorità statunitensi competenti e con altri partner, nella misura necessaria all’attuazione del presente Articolo”.

Per l’Unione europea l’accordo economico è un duro colpo, perché i giacimenti di terre rare di cui l’UE ha bisogno per attuare le proprie agende – Green Deal, libro bianco per la difesa e strategia di competitività – le sono stati sottratti da sotto il naso.

Eppure all’inizio del 2026, sul dossier Groenlandia, Von der Leyen aveva spiegato che l’Unione si è mossa seguendo “quattro principi fondamentali: fermezza, apertura, preparazione e unità, e questo approccio si è rivelato efficace”. Nei giorni precedenti al vertice, la posizione europea si era già delineata attraverso una serie di prese di posizione unanimi dei leader, improntate “alla calma e al dialogo” con l’Amministrazione statunitense, senza escludere però il ricorso agli strumenti commerciali, il cosiddetto “bazooka”, qualora necessario.

Alla fine, nulla di tutto ciò si è verificato, perché considerando la NATO come il proprio eterno strumento militare, l’Europa rimane un soggetto geopolitico inesistente e totalmente subordinato alla volontà di Washington. Ciò spiega anche i risultati del recente referendum in Islanda: la scarsa attrattività dell’Unione Europea è stata certificata dai cittadini dell’isola vicina.

In Groenlandia non poteva che andare così.

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[1] Le Parti faranno il miglior uso possibile delle procedure stabilite negli Accordi di Difesa, inclusi l’Accordo di Difesa del 1951 e l’Accordo di Igaliku del 2004, come qui modificati e integrati, per consentire quanto segue:

  1. Agli Stati Uniti sarà consentito modernizzare ed espandere le proprie attività presso la Base Spaziale di Pituffik;
  2. Agli Stati Uniti sarà consentito istituire un’ulteriore Area di Difesa a Narsarsuaq e Mestersvig, secondo modalità e dettagli tecnici da concordare reciprocamente tra le Parti;

iii. Gli Stati Uniti potranno istituire ulteriori aree di difesa in Groenlandia e potenziare le proprie operazioni o strutture militari. Ciascuna delle Parti potrà individuare la necessità di una nuova Area di Difesa per la difesa dell’area del Trattato del Nord Atlantico, della Groenlandia e del continente americano. Tale Parte presenterà una proposta descrivente l’ubicazione, la finalità, le dimensioni e le tipologie di attività della proposta Area di Difesa, nonché altre modalità quali le misure di mitigazione, incluse quelle necessarie per tenere conto del Memorandum d’Intesa del 1991 e della Dichiarazione Congiunta del 2004. Le Parti si riuniranno immediatamente per avviare consultazioni tramite il Comitato Permanente al fine di definire i dettagli attuativi sulla base di un accordo reciproco. Qualora non si raggiunga un accordo entro 90 giorni in sede di Comitato Permanente, le consultazioni saranno elevate al livello di vice-ministro e, successivamente, a quello di ministro;

  1. Gli Stati Uniti affideranno a imprese groenlandesi, nella massima misura possibile, tutti i contratti per beni e servizi relativi all’istituzione, alla manutenzione e all’assistenza – inclusi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, i progetti di costruzione e smantellamento – delle Aree di Difesa in Groenlandia, tenendo conto delle capacità e della fattibilità di tali fonti nell’esecuzione dei contratti. Al fine di garantire l’assegnazione dei contratti a fonti groenlandesi, le Parti concordano di aggiornare di conseguenza le Note Diplomatiche del 2020.

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Colonialism Did Not Die — It Changed Its Suit for New Clothes

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His Excellency President of the Republic of Ghana John Dramani Mahama : “ I have no doubt that we will achieve our objectives because we are firmly united across the African world and we will never give up ”

For “New Eastern Outlook”, this interview is not merely a political conversation, but a sign of special trust. It is a great honour for us to present to our readers a dialogue with a leader whose influence extends far beyond the borders of his country. We discussed topics that shape the global agenda: unity, historical […]
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Standoff in the North of Ireland over loyalist ‘Orange’ march continues

Since Sunday, September 27, residents of Garvaghy Road in Portadown have prevented the Orange Order’s Drumcree march from passing through their community. Linking arms, locals and supporters warned that the parade could undo years of progress against sectarian violence in the north of Ireland.

More than 4,000 people signed petitions opposing the march, yet authorities formally allowed it to move ahead. First, the Parades Commission approved a limited procession. Then, the Court of Appeal lifted an injunction imposed by the High Court, paving the way for the march attempt on Sunday.

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Negotiations to end the stand-off continued Thursday evening. According to local media, an earlier proposal suggested residents would accept the Orange Order’s legal right to walk down the road in return for the Order choosing not to march. The organization rejected the deal, insisting on passing through the neighborhood.

Stand-offs at Drumcree previously used to launch loyalist attacks

Recent events carry particular weight because of Drumcree’s history. During the Troubles, loyalist stand-offs in the area became a notable flash point of violence, with effects rippling out beyond Portadown. Following the Good Friday Agreement, the march had been rerouted for almost 30 years.

“The Orange Order organized stand-offs at Drumcree (particularly in 1995, 1996, 1997 and 1998) were regularly used by unionist death squads as a rallying cry and pretext to launch attacks, block roads, and intimidate Catholic families,” Garvaghy Road Residents Coalition spokesperson Breandán Mac Cionnaith wrote in August. “At least ten murders were carried out in Portadown and other areas during this period by those same death squads.”

Speaking to the People Before Profit party, Mac Cionnaith emphasized that the march had been rerouted because of the devastation it unleashed. “I always make a point that people need to remember that between 1996 and 1999, 21 people lost their lives across the north because of killings and murders carried out by loyalists acting in support of Drumcree,” he said. “Several of those victims were our neighbors, they were our friends, they lived in this community.”

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Past decades gave the Garvaghy Road community a chance to rebuild, yet the memory of the violence was passed on through generations. “My family moved to England to escape the viciously sectarian climate around the marches,” one resident said. “My aunt went to school with Robert Hamill, a young man kicked to death by loyalists in the midst of the marches.”

“For 28 years, the Garvaghy Road community has lived in peace,” wrote Chris Hazzard of Sinn Féin. “That peace didn’t need a solution – it needed protection. Forcing an unwanted, sectarian march through this area defies all logic.”

“Why did the Orange Order want to march down a Catholic community?”, asked Sinn Féin’s Vice President and First Minister of Northern Ireland Michelle O’Neill. “It’s about supremacy, it’s about domination, it’s about ‘we’re in charge,’ and this community deserve better than that.”

“There is no going back, we’re not going back to the days of the past. What I want is to build upon the progress that’s been made over the last 28 years. What I want to do is actually ensure that we continue to let this community to flourish. Right now, what this community is being told by the Orange Order and political unionism is that they’re second class citizens and that their rights can be railroaded over.”

Solidarity messages from as far as Palestine

Progressive organizations, parties, musicians and artists across Ireland have voiced support for Garvaghy Road, many joining protesters in Portadown to warn against the standoff’s possible ripple effects. “The Garvaghy Road community is still living with the legacy of traumatic street conflict and state violence stretching back decades,” the Irish Republican Socialist Party wrote. “This latest attempt by the Orange order is merely a continuation of that conflict.”

Messages of solidarity arrived from as far as Palestine, where a Gazan teenager wrote in support of Garvaghy Road residents. “I know what it feels like when basic peace and dignity are stripped away, and how painful it is to fight for safety in your own home,” she emphasized. “The residents of Garvaghy Road deserve to live in peace without fear or intimidation, just as every family in Gaza does.”

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How does the diversification of African partnerships with the East and West obstruct the continent’s development path?

Even as the Euro-American stellionate collapses under its own weight and two-faced diplomacy signs its own bankruptcy, at the same time, Africa is charting its own paths to sovereignty beyond the impasse of hybrid partnerships. Since time immemorial, a basic principle of law has dictated that one should never be both judge and party. Yet […]
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How a Tiny Danish Colony Ruled a Piece of India for 225 Years

Tharangambadi is a fishing village on India’s Coromandel Coast, in the state of Tamil Nadu. Its name means “place of the singing waves,” a nod to the Indian Ocean lapping at its shore. It isn’t much of a tourist stop, and fishing is still its main trade, but anyone who walks its streets runs into […]

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Ireland, Scotland, and Wales independence parties pledge cooperation toward self-determination

Leaders of pro-independence parties in Ireland, Scotland, and Wales met in Cardiff on Monday to sign a memorandum of understanding laying out a plan for strengthened cooperation. The document commits Sinn Féin, the Scottish National Party (SNP), and Plaid Cymru to deepen exchanges on renewable energy, economic policy, and, notably, “supporting the right of each nation to determine its own future.”

“For the first time ever, people across these islands have First Ministers in Scotland, in Wales, and in the North of Ireland who are all committed to independence from the United Kingdom,” the memorandum states. “For people watching across these islands – for people watching around the world – there could be no clearer sign that Westminster’s time is coming to an end.”

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The agreement includes commitments to break with the economic policy shaped in London and to build a different approach that would “create good jobs, tackle inequality and ensure that wealth and opportunity are spread more fairly.” It also outlines an energy strategy promising to leverage the three regions’ renewable resources to bring more affordable energy to communities.

However, the provision that has attracted most attention is the commitment to realize the three nations’ right to self-determination. “We call for the British Government to prepare for, plan and facilitate constitutional change in each jurisdiction,” the party leaders wrote. “No Westminster government has the right to block democracy or undermine the principle that our people will decide their own future,” they added.

The meeting followed comments by British Prime Minister Andy Burnham on the possibility of independence referendums in Scotland and Ireland. Burnham ruled out – in different terms – such public votes, drawing criticism from independence-oriented parties. 

In Ireland, his remarks were called out for contradicting Good Friday Agreement provisions that foresee a path to the island’s unity. “It is not an option that the British government can choose whether or not to exercise based on what is politically convenient, but a legal obligation that plays a critical role in underpinning the relative peace achieved since 1998,” the Workers’ Party of Ireland wrote.

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The SNP insisted their ongoing efforts for achieving independence must be contextualized as a response to the aftermath of the 2014 referendum, where unionist parties argued that staying in the UK provided more stability and predictability. Following that vote – where a majority of Scots opted for remaining in the UK – British authorities failed to live up to such arguments, the party said, including when it comes to the protection of public services. “Westminster blocked legislation designed to protect the NHS from being opened up to US healthcare corporations in post-Brexit trade deals, treating our public health service like a garage sale item,” the SNP wrote.

Pro-union critics suggested the memorandum’s commitments risk diverting public attention from everyday issues toward lengthy constitutional discussions. However, Sinn Féin, the SNP and Plaid Cymru contrasted this with a different approach, insisting that independence would allow more space for challenging harmful policies imposed by the British government and for realizing a different vision of society.

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