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La farsa della "pace" di Kiev e il mito delle Wunderwaffe

 

La “pace” fasulla dei Goncharenko ucraini e le “Wunderwaffe” di Kiev

 

6 ottobre. La notizia, se così la si vuol definire, dato che si tratta sostanzialmente di un goffo e aperto tentativo di “bidonare” Moskva, è che il deputato della Rada Aleksej Goncharenko, uno abituato in passato a farsi immortalare in compagnia di Joe Biden o nelle scene più violente del majdan ucraino, ha rilasciato nei giorni scorsi una dichiarazione dettata dal panico, cavalcando però anche l'onda degli umori della gente che, stando ai sondaggi ufficiali ucraini, al 72% propende per addivenire a un accordo con la Russia. «Ponti parzialmente chiusi a Kiev» ha detto Goncharenko, «attacchi al settore energetico. Attacchi alle imprese. Attacchi ai depositi. Attacchi ai data center. Ci troviamo di fronte a un problema enorme. E la strategia scelta dal governo, cioè la ricerca di una “Wunderwaffe” che risolverà tutti i nostri problemi, è assurda».

Goncharenko fa parte della frazione parlamentare Solidarietà europea, che fa capo all'ex Presidente golpista Petro Porošenko, pur se, ufficialmente, la frazione non appoggia tali posizioni, condivise invece da alcuni deputati del frazione Servo del popolo del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, secondo il quale, però, l'uscita di Goncharenko risponde a precise istruzioni ricevute da non meglio identificati inviati di Donald Trump. «La realtà è questa: stiamo perdendo la guerra» afferma Goncharenko; «stiamo perdendo un numero enorme di uomini; non abbiamo abbastanza denaro nostro per pagare la guerra, figuriamoci per governare il paese; stiamo perdendo attività commerciali ed economiche: per la prima volta in 100 anni, non abbiamo prodotto una sola tonnellata di acciaio in una settimana». Dunque, propone di raggiungere un accordo con la Russia, contando comunque che il regime banderista mantenga il controllo sulla maggior parte dell'Ucraina. «Se i nostri alleati americani vogliono prezzi dell'energia bassi... e le sanzioni contro la Russia vengono comunque revocate, forse non dovremmo essere così sciocchi e dovremmo approfittarne.

Ad esempio, dovremmo noi stessi sostenere la revoca delle sanzioni contro la Russia in cambio della fine di tutti gli attacchi sul territorio ucraino, dello sblocco del mar Nero e della limitazione delle ostilità in un settore del fronte nel Donbass».

Goncharenko propone quindi di accettare l'abbandono dell'adesione alla NATO, anche se, come si evince dal suo ragionamento, solo a parole, restando cioè l'Ucraina una forza per procura dell'Alleanza atlantica, sotto l'ombrello occidentale: «Per cercare di raggiungere un accordo, dobbiamo inviare un segnale. Ad esempio, la questione della neutralità. Torniamo di nuovo alla realtà. Saremo accettati nella NATO? Se veniamo presi, la NATO ci aiuterà in caso di guerra? Conosciamo la risposta a queste domande... Facciamo intendere che siamo pronti a parlare di neutralità... Continueremo la cooperazione con la NATO come ora. Creeremo un bilancio europeo comune per finanziare il nostro esercito. Proseguiremo nel riarmo». Questo il succo, chiaro e tondo, spiattellato quanto basta, da un lato, per adeguarsi al sentimento popolare stanco della guerra e, dall'altro, per non essere accusato di “tradimento” da nazisti e nazionalisti.

Il politologo Vladimir Fesenko, di stretta osservanza presidenziale ucraina, ritiene che l'uscita di Goncharenko risponda a un sentimento diffuso nel paese: «Molte persone dicono che sia necessario avviare colloqui di pace con la Russia e che si debbano fare delle concessioni; alcuni lo dicono sottovoce, altri tra di loro, altri ancora in discussioni riservate. Goncharenko si limita a esprimere pubblicamente la stessa posizione che, in un modo o nell'altro, viene già discussa nella nostra società a porte chiuse... Non faccio una valutazione quantitativa in questo momento, perché ci sono dati sociologici, ma penso che il numero reale di queste persone sia più alto; non tutti rispondono alle domande dei sociologi». In ogni caso, dice, Goncharenko cerca di approfittare dell'attuale situazione militare, politica e socio-psicologica: «si rende conto che la gente è stanca, molti sono depressi. Ci sono sempre più persone che desiderano sinceramente porre fine alla guerra, anche a costo di fare delle concessioni. Lui ha percepito questo sentimento e vuole cavalcare quest'onda, diventarne il leader, elaborare il suo programma politico e sfruttare questo momento favorevole. Questa è la sua politica».

“Sua” relativamente, obietta il politologo ucraino, fieramente russofobo, Jurij Romanenko: conoscendo il soggetto, si può dire che Trump stia creando una falsa immagine di "pacificatore" a partire dalla “prostituta” Goncharenko, che viene promosso dagli americani come una delle alternative politiche per l'Ucraina del dopoguerra. Per quanto riguarda Porošenko, anche se la frazione Solidarietà europea ha preso le distanze dalle dichiarazioni di Goncharenko, l'ex presidente sta conducendo un ben preciso gioco, visto che Goncharenko non è stato espulso dalla frazione alla Rada: Porošenko «è astuto in questo senso. La sua è una strategia razionale... ti metti al riparo dai rischi, lanci un'esca e, se succede qualcosa, hai in mano gli strumenti adatti... Ipotizziamo che Goncharenko si candidi alla presidenza, inizi la campagna elettorale; Porošenko guarda i sondaggi e valuta le probabilità tra Zalužnyj e Goncharenko, o qualcun altro... se ci saranno le elezioni, se ci sarà un paese, se a quel punto ci sarà uno stato. Ecco come andrà a finire».

Oltre che delle smanie “pacifiste” di Goncharenko, Romanenko parla anche della situazione militare, che è lecito supporre niente affatto slegata dall'uscita del deputato di Solidarietà europea. Così, dice Romanenko, nella guerra con la Russia, l'Ucraina si è affidata a un miracolo, sperando  in un colpo di fortuna. Evidente il riferimento ai famosi “Flamingo”, al FP-7, della cui realizzazione in accordo con la Germania si è trattato anche nel corso della visita a Kiev di Friedrich Merz del 4 ottobre. Romanenko dice che «il percorso è più o meno questo: si crede nei miracoli, si aspetta un'arma miracolosa che cambierà tutto, si aspetta che la Russia crolli da sola o che arrivi la NATO. Mentre aspettiamo, per quanto tempo combatteremo? Fino alla fine, fino all'ultimo ucraino. Il governo è alla ricerca di una “Wunderwaffe”, un'arma miracolosa che risolverà tutti i nostri problemi».

Il fatto è, afferma il politologo, che nemmeno la comparsa di missili balistici ucraini cambierebbe la situazione, dato che la Russia ne avrebbe comunque molti di più, anche se Kiev, dice, potrebbe trovare una contromisura ai droni a reazione russi.

Ma la Russia poi ne creerà di nuovi e «noi cercheremo di nuovo una contromisura. E così via, in un circolo vizioso. E ogni ciclo ci costa migliaia di vite, migliaia di distruzioni. Gli ucraini amano il misticismo. Crediamo nei segni, nella salvezza miracolosa, che in qualche modo accadrà, che in qualche modo ce la faremo. Ma il mondo reale è spiacevole. I buoni muoiono, le armi miracolose arrivano troppo tardi o non arrivano affatto».

Anche un nazista convinto, come l'ex comandante di compagnia di “Ajdar”, Evghenij Dikij, afferma che non abbia senso annunciare continuamente le date di lancio dei missili balistici ucraini contro Moskva, dato che la Russia ha già attaccato con successo gli impianti di produzione di FirePoint e dei suoi subappaltatori. Indicare delle «date precise, in queste circostanze, a mio parere è un po' sbagliato: sarebbe stato meglio tacere, come hanno fatto con il FP-7. Lo hanno annunciato solo dopo che il lancio in combattimento era già iniziato... Penso che sarebbe una buona idea imporre il silenzio anche sul FP-9, destinato a Moskva». Le preoccupazioni dei nazisti sono comprensibili, commenta Anatolij Lapin su PolitNavigator; ma, con i “Gherani” che "decomunizzano" quotidianamente le strutture di Kiev, il regime di Zelenskij ha semplicemente bisogno di placare in qualche modo il malcontento pubblico, e le promesse di vendetta con i nuovi “Flamingo” servono proprio a questo.

A questo proposito, l'ex vicesegretario del Consiglio di sicurezza ucraino Serghej Krivonos sostiene che il programma missilistico balistico di FirePoint sia una pura farsa, e la dimostrazione del lancio del FP-7 nient'altro che un tentativo di giustificare l'appropriazione indebita di miliardi di dollari. «Non è il primo lancio di questo missile che io ricordi; è il quindicesimo o sedicesimo. E ancora una volta non ha prodotto alcun risultato. Se ci fosse stato un risultato, le autorità lo avrebbero sbandierato ai quattro venti. Si tratta dell'ennesima truffa populista a basso costo per ingenui... negli ultimi due anni sono stati spesi oltre due miliardi di dollari per la campagna FirePoint... con quella somma avremmo potuto bombardare l'Impero russo con semplici sgabelli, in termini di quantità... non vediamo obiettivi effettivamente colpiti in territorio nemico, non vediamo niente, e non vediamo i soldi che sono stati investiti in questo progetto... Guardate, invece, con quanta sistematicità, purtroppo, operi l'industria della difesa nemica e come stia accelerando la modernizzazione dei droni aerei di cui dispone, ampliandone le capacità. Stiamo portando avanti un progetto che risale alla Seconda Guerra Mondiale, cercando di presentare come arma miracolosa un missile che ha esaurito le sue potenzialità. Cosa faremo con quest'arma miracolosa, anche se iniziasse a volare per i 250-300 chilometri promessi? Per noi, questo non risolve assolutamente nulla».

In effetti, afferma il politologo ucraino Ruslan Bortnik, Kiev ha migliorato le contromisure contro i droni russi, ma ne sta pagando un prezzo elevato. A suo dire, il numero di droni russi che raggiungono Kiev si sarebbe ridotto al 10-15%: «Potremmo assistere a un calo di efficacia dei droni russi, i cosiddetti “pacchetti”, che vengono abbattuti con maggiore frequenza. Per inciso, questa settimana c'è stato un attacco balistico su Kiev, ma alcuni missili, compresi quelli balistici, sono stati abbattuti, il che indica che il sistema di difesa aerea ucraino si è dotato di munizioni, anche antimissile, che vengono parzialmente utilizzate... e purtuttavia la difesa aerea ha un costo elevato... il rapporto costi-benefici non è a favore dell'Ucraina. In altre parole, la Russia spende meno risorse infliggendo danni maggiori. L'Ucraina deve spendere più risorse per abbattere queste armi relativamente più economiche».

Secondo Bortnik, la fase più acuta della guerra aerea raggiungerà il suo primo picco a dicembre e il successivo a febbraio; «quindi, amici, prepariamoci». Soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, non diamo un peso che assolutamente non ha alle omelie propagandistiche dei Goncharenko di turno: se ce fosse stato ancora bisogno, proprio la visita del cancelliere tedesco a Kiev è servita a ribadire dove e chi prenda le decisioni sulla guerra in Ucraina contro la Russia. La pace necessaria ai conti elettorali della Casa Bianca, se arriverà, potrà benissimo sorvolare sulle uscite alla Goncharenko.

 

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Le leggi non scritte che condizionano l’economia italiana

Esistono regole non scritte radicate nel tessuto sociale italiano che hanno impatti sulla condizione economica del nostro paese. Con Alberto Bisin affrontiamo questo ulteriore aspetto che può aver contribuito al declino italiano.

L'articolo Le leggi non scritte che condizionano l’economia italiana proviene da Lavoce.info.

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Festa nazionale ed esplosione dei consumi: come la risposta del mercato interno cinese smonta i calunniatori della sua economia

Pan Li, una trentenne di Pechino, ha appena concluso un viaggio on the road con la sua famiglia a Datong. Le parole d'ordine: meraviglie turistiche, cucina locale, attività educative per i bambini e un pizzico di tecnologia. La sua esperienza non è un caso isolato, ma il ritratto vivido di una nazione che si muove, spende e si gode la vita. Durante le recenti festività, centinaia di milioni di cinesi hanno preso la strada, confermando un trend che va ben oltre il semplice svago. È il termometro di un'economia che respira a pieni polmoni e di un benessere quotidiano che si traduce in scelte di consumo più consapevoli e appaganti.

Non si tratta solo di spostamenti fisici. I numeri delle ferrovie, con oltre 250 milioni di viaggi, e gli incassi al botteghino, superiori a 1,1 miliardi di yuan, raccontano di un mercato interno vibrante. Il vero segnale di un miglioramento tangibile della qualità della vita emerge però da come le persone decidono di utilizzare il proprio budget. I viaggiatori cercano esperienze più lunghe e ricche. Quasi il 30 percento ha prenotato hotel in almeno due città, mentre le prenotazioni in quattro o più città sono schizzate in alto. Questo desiderio di esplorazione profonda indica che i cittadini non si limitano più a risparmiare per necessità, ma investono attivamente nel proprio benessere culturale e personale.

Pan Li e la sua famiglia hanno speso circa 8.000 yuan per una settimana di viaggio, come racconta il quotidiano Global Times La voce più grossa del budget non è andata a finire in costi rigidi come benzina, pedaggi o biglietti d'ingresso, ma in esperienze. "Il servizio di guida turistica è straordinario, costa circa 500 yuan a visita. Mia figlia sembra avere domande senza fine per la nostra guida riguardo ai reperti culturali che abbiamo visitato", racconta. 

Questa transizione dal consumo materiale a quello esperienziale è la prova regina di un tessuto economico maturo. Le persone hanno la serenità finanziaria per pagare la conoscenza, il tempo e le emozioni.

L'innovazione dal lato dell'offerta asseconda perfettamente questa nuova domanda. Sul monte Tai, circa 2.000 turisti hanno provato gli esoscheletri robotici per scalare la montagna. Per 80 yuan, questa tecnologia ad alta intensità ha azzerato la fatica, trasformando una passeggiata faticosa in un'esperienza accessibile e memorabile. È l'immagine perfetta di un'economia che funziona. La tecnologia non sostituisce l'uomo, ma eleva la sua esperienza quotidiana, rendendo il tempo libero davvero tale.

Gli analisti leggono questi dati come un indicatore macroeconomico di prim'ordine. Wang Peng, ricercatore associato presso l'Accademia di Scienze Sociali di Pechino, fotografa la situazione con chiarezza: "Non si tratta di una crescita a impulsi in un singolo settore, ma di un riflesso concentrato della continua ottimizzazione della struttura dei consumi e di un impulso endogeno del mercato che si rafforza costantemente, gettando le basi a livello micro per la ripresa e il miglioramento dell'economia per l'intero anno. I vantaggi del super-mercato cinese continuano a essere liberati, i consumi nei servizi sono diventati il motore principale della crescita, gli effetti del sostegno politico sono stati erogati con precisione e l'innovazione dal lato dell'offerta ha continuato a rinvigorire la vitalità".

Questo benessere si riversa anche oltre i confini nazionali. I turisti cinesi hanno invaso le mete globali, dai Dodici Apostoli in Australia alle Dolomiti in Italia. Un trend sui social recitava "Il mondo intero sa che i cinesi sono in vacanza". Le autorità thailandesi prevedono l'arrivo di 250.000 visitatori dalla Cina. Il cerchio si chiude con il turismo in entrata. Zhang Yiwu, professore all'Università di Pechino, nota come gli stranieri cerchino sempre più la Cina autentica: "La tendenza a privilegiare le esperienze approfondite è anche notevolmente evidente nel turismo in entrata, con i visitatori d'oltremare sempre più disposti ad avventurarsi in regioni meno conosciute per sperimentare la Cina autentica".

Le vacanze autunnali in occasione della Festa Nazionale cinese non sono solo una pausa dal lavoro. Sono la manifestazione tangibile di una società che ha raggiunto un nuovo gradino di prosperità. Un'economia che sa produrre ricchezza, distribuire opportunità e permettere ai suoi cittadini di godersi il frutto del proprio impegno, scoprendo il mondo e se stessi. Vista dalla Cina, la depressa Europa in crisi è a una distanza siderale.

 

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Fisioterapeuta é preso suspeito de manter clínica de estética clandestina em Goiânia

Um fisioterapeuta foi preso em flagrante nesta quarta-feira (7) durante uma operação da Polícia Civil de Goiás que investiga o funcionamento irregular de uma clínica de estética em Goiânia. O estabelecimento, segundo a corporação, funcionava sem autorização sanitária.

A ação foi realizada pela Delegacia Estadual de Repressão a Crimes Contra o Consumidor (Decon), que apura suspeitas de exercício ilegal da medicina, lesão corporal grave e crimes contra as relações de consumo. Ao todo, dois mandados de busca e apreensão foram cumpridos na capital.

Durante uma das buscas, os policiais encontraram o estabelecimento investigado. No local, havia medicamentos vencidos, produtos de uso hospitalar, materiais e equipamentos cirúrgicos, além de receituários em branco e substâncias sem registro na Agência Nacional de Vigilância Sanitária (Anvisa). Um carimbo pertencente a uma médica também foi localizado.

Vigilância Sanitária interditou o estabelecimento

A fiscalização contou com a participação da Vigilância Sanitária, que determinou a interdição da clínica. Entre as irregularidades encontradas estavam a ausência de alvará sanitário e de responsável técnico, além de problemas relacionados às condições de higiene do espaço.

Diante do material apreendido e das circunstâncias verificadas durante a operação, o fisioterapeuta recebeu voz de prisão em flagrante. Conforme a Polícia Civil, ele foi autuado por suspeita de exercício ilegal da medicina, crime contra as relações de consumo e venda ou exposição à venda de mercadorias em condições impróprias para o consumo.

A investigação continua e também busca esclarecer uma suspeita de lesão corporal grave que teria relação com os procedimentos realizados no estabelecimento.

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Médica com 50% do corpo queimado recebe alta após passar por sete cirurgias

A médica Maize Oliveira, de 34 anos, recebeu alta hospitalar após passar por sete cirurgias em decorrência das queimaduras sofridas durante um incêndio em uma lancha no Lago Paranoá, no Distrito Federal. Ela teve cerca de 50% do corpo queimado e agora continuará a recuperação em casa.

A família comemorou a alta e agradeceu pelas mensagens de apoio recebidas durante o período de internação. Apesar da evolução, Maize ainda terá um longo processo de recuperação e precisará manter os cuidados médicos.

Em um vídeo gravado ainda no hospital e compartilhado pela família, a médica aparece usando uma máscara especial para pacientes com queimaduras, além de faixas nas mãos e nos pés. Ela caminha pelos corredores até a entrada da unidade de saúde, onde levanta os braços e faz o sinal da cruz.

Após sete cirurgias, Maize Oliveira recebe alta e celebra a nova etapa da recuperação em casa | Vídeo: Reprodução/instagram

“Pessoal, quero agradecer imensamente todas as ações de vocês. Falar que deu certo, graças a Deus estou curada, as lesões já melhoraram 99%”, afirmou Maize na gravação.

Ao celebrar a alta, a médica também destacou a dificuldade enfrentada durante o tratamento e agradeceu às pessoas que acompanharam sua recuperação.

“Foram dias de luta, dias de glória, foram difíceis, mas eu consigo vencer. E tudo isso primeiro graças ao Senhor e depois a vocês. Obrigada por tudo”, disse.

Relembre o caso

O acidente aconteceu no dia 20 de setembro, quando a lancha em que Maize estava pegou fogo e explodiu no Lago Paranoá, em Brasília. A médica estava entre as 15 pessoas que estavam na embarcação no momento da ocorrência.

De acordo com o Corpo de Bombeiros do Distrito Federal (CBMDF), 11 pessoas ficaram feridas ou sofreram queimaduras. Maize teve 50% do corpo queimado e foi transferida para Goiânia, onde permaneceu internada e passou por sete cirurgias durante o tratamento.

Um vídeo gravado por testemunhas registrou o momento em que a embarcação foi tomada pelas chamas, enquanto algumas pessoas tentavam conter o fogo com água.

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Spionaggio e Mossad: terremoto sui servizi segreti tedeschi

 

L'ex capo dei servizi segreti esteri tedeschi (BND) è stato arrestato con l'accusa di spionaggio e tradimento, secondo quanto riferito dalla procura. August Hanning, 80 anni, è sotto inchiesta per tentato tradimento e per aver agito come agente di un servizio di intelligence straniero, come confermato dall'Ufficio del Procuratore Generale Federale.

Hanning è stato presidente del Servizio federale di intelligence tedesco tra il 1998 e il 2005. L'arresto è avvenuto a Bad Tölz-Wolfratshausen, nella Germania meridionale. Contemporaneamente, il suo ex capo di stato maggiore — identificato solo come Manfred D. — è stato arrestato a Steinfurt, nella Germania occidentale, con l'accusa di "favoreggiamento in tentato tradimento e spionaggio".

La procura ha dichiarato: "In un'occasione, Hanning ha utilizzato informazioni classificate fornite da Manfred D. per redigere un'analisi destinata a un ufficiale di un servizio di intelligence straniero".

Secondo le ricostruzioni dell'accusa, Manfred D. ha ricoperto il ruolo di capo dello staff anche per i successori di Hanning tra il 2012 e il 2026. Sfruttando tale posizione per accedere a dati altamente riservati, li avrebbe poi trasmessi ad Hanning in cambio di compensi in denaro; Hanning avrebbe infine riutilizzato quelle informazioni nella sua attività di consulenza privata.

"Le attuali scoperte suggeriscono che, nel corso degli anni, Manfred D. abbia fornito a Hanning circa 2.000 documenti, molti dei quali contenevano informazioni classificate da utilizzare esclusivamente dai servizi segreti federali per scopi interni, in particolare per i briefing di intelligence destinati ai dirigenti", si legge nel comunicato ufficiale.

La nota della procura non ha specificato per chi i due uomini stessero spiando né quale fosse il Paese dell'agente straniero coinvolto, aggiungendo che "è ancora da stabilire se il materiale sia effettivamente giunto al destinatario previsto".

Le reazioni politiche e la pista azera

Il deputato tedesco Marc Henrichmann, presidente della commissione parlamentare per la vigilanza sui servizi segreti, ha dichiarato con fermezza all'agenzia AFP che la Germania "non tollererà il tradimento dei segreti" e ha aggiunto: "Chiunque si allei con i nemici della nostra democrazia liberale verrà smascherato".

Parallelamente, la rivista Der Spiegel ha rivelato che gli inquirenti starebbero valutando una pista che porta in Azerbaigian, ipotizzando che Hanning fosse in contatto diretto con un agente di quel Paese. La procura federale si è tuttavia rifiutata di commentare questa indiscrezione.

Nel corso delle indagini, le proprietà di Manfred D. e di Hanning sono state perquisite in diverse località della Germania, tra cui la capitale Berlino.

La pista del Mossad e il caso Christina Block

Le indagini sul caso di spionaggio avrebbero preso quota grazie ad alcune prove rinvenute nella residenza di Hanning ad Amburgo, perquisita dalla polizia locale nel settembre 2025 nell'ambito di una diversa inchiesta che coinvolge l'imprenditrice Christina Block.

Block, erede della nota catena di ristoranti di famiglia Block House, si trova al centro di un controverso caso giudiziario per l'affidamento dei figli ed è attualmente a processo con l'accusa di sequestro di persona. Secondo gli inquirenti, la donna avrebbe inizialmente ingaggiato la società di sicurezza privata di Hanning, la System 360, e l'ex agente della polizia criminale Thorsten Mehles per prelevare i suoi due figli minori dalla casa del padre in Danimarca e riportarli in Germania.

Dopo il fallimento di questo primo tentativo, Hanning avrebbe quindi commissionato l'operazione a Yaakov Perry, ex capo dello Shin Bet (l'agenzia di intelligence interna israeliana). Perry, oggi alla guida della società di intelligence privata CGI Group, ha assemblato una squadra che ha aggredito l'ex marito di Block, Stefan Hansel, riuscendo a rapire i bambini. Lo stesso Hansel sostiene che Hanning abbia reclutato anche l'ex capo del Mossad, Danny Yatom, per partecipare all'azione.

Interrogato su queste accuse dai media israeliani, Yatom ha dichiarato di aver conosciuto Hanning alla fine degli anni '80, sostenendo però di non avere "alcun legame con questo caso". Tuttavia, intervistato nel 2021 sempre dalla stampa israeliana, era stato lo stesso Hanning ad affermare di aver mantenuto "rapporti di lavoro molto stretti, persino di amicizia" con Yatom e con altri alti funzionari del Mossad anche ben oltre la fine del suo mandato alla guida del BND.

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Troppo tardi per salvare l’Europa: cosa mi hanno detto Putin, Lavrov, Oreshkin e Karaganov al Summit Valdai 2026

Se la porta che, secondo Mosca, è aperta è in realtà chiusa, lo è da questa parte – e non è stata Roma a chiuderla di propria iniziativa.

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Un Valdai fuori sede

Quello che racconterò in questo articolo è meno tecnico e più personale del solito. Si tratta delle informazioni raccolte in alcune giornate di dialogo, confronto e, a quanto pare, una domanda “scandalosa” che è diventata lo scoop dei media europei, perché ho chiesto al Presidente della Federazione Russa, Vladimir Vladimirovic Putin, cosa ne sarà dell’Europa.

Potete trovare il video integrale del discorso di Vladimir Putin al Valdai qui.

Il mio intervento e le risposte di Putin le trovate qui.

Quest’anno il Valdai non si è riunito a Soči. Gli inviti spediti in estate indicavano ancora la città sul Mar Nero, poi a fine agosto gli organizzatori hanno comunicato il trasferimento nella regione di Mosca. Secondo il Meduza, a pretendere lo spostamento è stato il Servizio federale di protezione, preoccupato dalla minaccia dei droni ucraini dopo un’estate di attacchi alle raffinerie della costa. Il dettaglio logistico ha un suo peso. La guerra, di cui al Valdai si parla sempre nel linguaggio del sistema internazionale, entra ormai anche nell’organizzazione materiale del forum.

La XXIII Riunione annuale si è svolta dal 28 settembre al 1° ottobre sotto un titolo che a un europeo suona quasi come una domanda personale: «Responsabilità per il futuro: i limiti del possibile o possibilità senza limiti?». L’apertura è stata affidata al rapporto annuale del Club, Keep Calm. Lo Stato e la responsabilità per il futuro, che gli autori presentano con una strizzata d’occhio a Kubrick come un manuale per smettere di preoccuparsi e imparare ad amare il disordine. Seguivano nove sessioni tematiche, una sessione speciale e, l’ultimo giorno, la plenaria con il Presidente.

Sono arrivato da italiano e da europeo, sapendo che in quelle sale le due qualifiche pesano in modo diverso. Nel corso della settimana ho parlato, in maniera particolare, con quattro interlocutori di alto livello: Sergej Karaganov, Maksim Oreškin, Sergej Lavrov e, durante la plenaria, Vladimir Putin. Le prime tre conversazioni si sono svolte a margine delle sessioni e le restituisco dai miei appunti, nella sostanza e non parola per parola. Il quarto scambio è pubblico e documentato dalla trascrizione, dalla quale cito direttamente.

Presi uno per uno, i quattro dialoghi dicono cose che chi segue il dibattito russo conosce. Messi in fila disegnano qualcosa di più preciso: una diagnosi condivisa sull’Europa e quattro modi diversi di trarne le conseguenze. E, soprattutto, un futuro per niente luminoso.

Karaganov: l’Europa come origine del male

Sergej Karaganov è tra i fondatori del Club Valdai, presidente onorario del Consiglio per la politica estera e di difesa e da anni la voce più radicale del realismo russo. Con lui la conversazione è partita subito dal punto più duro. L’Europa, ha detto, è la radice di ogni male. Se venisse distrutta, nessuno ne sarebbe addolorato. Un conflitto nucleare tattico sul suo territorio non coinvolgerebbe altri attori. Gli europei hanno avuto tutto il tempo per trovare una soluzione ai propri problemi; ora che hanno scelto di prepararsi alla guerra contro la Russia, è troppo tardi per offrire loro un’altra possibilità.

Devo essere sincero, non sono mai stato un fan di Karaganov, spesso ho trovato le sue posizioni troppo radicali e all’antica. Ma a partire da un caffè dopo pranzo insieme, per poi proseguire in una settimana di dialoghi, ho scoperto che la pensiamo in maniera molto simile e che le sue posizioni non sono affatto banali. Chi ha letto i suoi interventi recenti riconosce la linea. Nel giugno 2023 Karaganov aveva sostenuto pubblicamente che la Russia dovesse abbassare la soglia d’impiego dell’arma nucleare per restituire credibilità alla propria deterrenza e indurre l’Occidente a ritirarsi dal conflitto ucraino. Una parte di quell’impostazione è poi entrata nei documenti ufficiali: i Fondamenti della politica statale della Federazione Russa nel campo della deterrenza nucleare, aggiornati nel novembre 2024, trattano come attacco congiunto l’aggressione di uno Stato non nucleare condotta con la partecipazione o il sostegno di una potenza nucleare.

Nelle sue parole convivono però tre affermazioni di natura diversa, e conviene tenerle separate. La prima è un giudizio storico-civilizzazionale: l’Europa come matrice delle grandi catastrofi della modernità, dalle guerre mondiali al colonialismo. È una tesi che Karaganov argomenta da tempo e che si può contestare, ma appartiene al terreno dell’interpretazione. La seconda, che nessuno piangerebbe l’Europa, è una previsione sulle reazioni altrui; per quel che ho potuto osservare in quei giorni, trova ascolto in una parte non piccola dei partecipanti asiatici, africani e latinoamericani. La terza è un’ipotesi strategica e regge tutto il resto: un’escalation nucleare in Europa resterebbe confinata all’Europa.

Su questo punto la letteratura sulla deterrenza discute da settant’anni e le prove empiriche, per fortuna, mancano. Il dato che complica l’ipotesi è interno all’Europa stessa. Francia e Regno Unito dispongono di arsenali nazionali, e nel marzo 2025 Parigi ha aperto formalmente il dibattito sulla dimensione europea della propria dissuasione. Un conflitto nucleare «solo europeo» presuppone che due potenze nucleari europee restino a guardare. È l’assunto più fragile dell’intera costruzione, e lo è indipendentemente da come si giudichino gli altri due.

Va poi ricordato che Karaganov non parla a nome del governo. Al Valdai rappresenta il polo del dibattito russo che spinge il Cremlino verso posizioni più nette, e una delle sue funzioni è proprio spostare il confine di ciò che si può dire. Letto così, il suo «troppo tardi» è un’indicazione di tendenza più che di dottrina.

Oreškin: il mercato che non c’è più

Con Maksim Oreškin il registro è cambiato del tutto. Vice capo dell’Amministrazione presidenziale, già ministro dello Sviluppo economico e poi consigliere economico del presidente, Oreškin ragiona per flussi e bilanci. La sua formula è stata secca: l’Europa è finita. Sul mercato energetico non esiste più una competizione che possa reggere, perché Cina e India occupano ormai il primo posto tra i clienti della Russia. E non vi sono ragioni per investire in un salvataggio europeo, dal momento che agli europei, fino a oggi, non è interessato trovare una soluzione pacifica e ragionevole. La domanda che gli avevo posto nell’incontro con i partecipanti del Valdai era stata: “Considerando che non è più disponibile il gasdotto Nord Stream 2, perché è stato sabotato, avete intenzione di trovare un nuovo sistema di trasporto energetico, sempre che l’Europa si riappacifichi e la situazione diplomatica torni positiva?”. La sua risposta netta – e forse brutale – è come un pugnale di verità che viene piantato nella coscienza di ogni abitante dell’Europa.

«Finita» va inteso in senso tecnico. Oreškin non parlava direttamente della civiltà europea ma dell’Europa come controparte: un mercato che ha smesso di essere centrale per la Russia e che quindi non giustifica concessioni politiche per essere riconquistato. Dopo il 2022 il greggio russo ha trovato in Cina e India i suoi principali acquirenti, mentre Bruxelles, con l’accordo tra Consiglio e Parlamento europeo del dicembre 2025, si è impegnata ad azzerare entro il 2027 le importazioni di gas russo, gasdotto e GNL compresi. L’interdipendenza energetica che per mezzo secolo aveva tenuto in contatto Europa e Russia anche nei momenti peggiori della Guerra fredda è stata smontata da entrambe le parti. Il ragionamento di Oreškin ne registra la conseguenza più semplice: chi non è più il cliente principale non ha più leva. Queste sono le leggi del mercato, e né a Londra, né a Berlino, né a Bruxelles ci sono più politici o gruppi di potere che possano dire alla Russia “che cosa fare”.

Il rovescio è noto anche a Mosca. Un mercato dominato da due grandi compratori consente loro di imporre sconti, e la sostituzione dell’Europa con l’Asia ha un costo in termini di prezzo e di accesso alle tecnologie. Ma nella logica che mi è stata esposta la domanda non è più se l’Europa convenga alla Russia. È quanto costerebbe tornare a farla convenire, e la risposta implicita è che quel costo spetta agli europei.

Lavrov: la porta chiusa a «questo» assetto

Con Sergej Lavrov il discorso si è spostato dall’economia alla diplomazia, senza cambiare la conclusione. L’Europa, ha detto, ha avuto molte possibilità di ristabilire un dialogo con la Russia e ha preferito alimentare lo scontro diretto. Ora è tardi per tornare indietro: sono stati superati tutti i limiti e con l’attuale assetto europeo non c’è modo di tornare alle relazioni precedenti.

Vorrei che ci soffermassimo un attimo sul peso di queste parole. Chi conosce Lavrov sa che è un politico capace di pesare ogni parola con una grande intelligenza, anche in contesti più rilassati come il Summit del Valdai. “I limiti sono stati superati”. Sarebbe inutile fare l’elenco di questi limiti, perché sono talmente evidenti a davanti agli occhi del mondo intero, che sarebbe solo una perdita di tempo. Ma lo sguardo con cui Lavrov ha parlato dell’Europa, quello non lo dimenticherò mai. Lo ho incontrato molte altre volte, ma in questa occasione c’era qualcosa di diverso.

Il ministro ha alle spalle un elenco di occasioni che la diplomazia russa richiama con regolarità: gli accordi di Minsk, le bozze di trattato sulle garanzie di sicurezza consegnate a Stati Uniti e NATO il 17 dicembre 2021, i negoziati di Istanbul della primavera 2022. La lettura russa di ciascuno di questi passaggi è controversa, e in Europa la si contesta. A me interessa qui un altro elemento, una qualificazione che riletta dopo la plenaria si è rivelata la chiave dell’intera settimana. Il ritorno è impossibile con questo assetto europeo. Non con l’Europa, con il suo assetto attuale, ovvero la UE e la NATO. La chiusura riguarda una classe dirigente e un’architettura istituzionale, non i Paesi che ne fanno parte.

Quanto è stata abusata la pazienza russa, mi chiedo, per arrivare a dire queste cose? La letteratura classica russa ci regala degli esempi mirabili di come i politici russi siano capaci di prendere tempo, ignorare, pazientare. E non si può negare che ciò sia stato costantemente l’atteggiamento della classe dirigente russa negli ultimi anni di conflitto. Per giungere a dire che il limite è stato superato – cosa che dirà poi anche Putin nella sessione plenaria del summit – vuol dire che non ci sono più forze da sprecare nell’attesa paziente; vuol dire che l’Orso è stato svegliato dal suo letargo nel momento sbagliato; vuol dire che le conseguenze di queste azioni avranno un peso epocale.

Un’altra cosa ha aggiunto Lavrov: “Siamo pronti a colpire l’Europa in maniera esemplare, non come abbiamo fatto in Ucraina”. Segnatevi queste parole, cari amici europei. Rileggetele e meditate sul loro peso. Non serve aggiungere altro.

Un professore italiano fa una domanda a Putin

Veniamo ad uno dei momenti più pericolosi della mia carriera. La plenaria si è svolta, come da tradizione, con il presidente russo e la moderazione di Fëdor Luk’janov. Ho preso la parola e ho posto una domanda in due parti:

«Vengo dall’Italia, Paese che attualmente non ha buoni rapporti con la Russia. In quanto europeo, vorrei chiederle: quali condizioni porrà la Russia per elaborare un nuovo sistema di sicurezza per i Paesi europei? E, se immaginiamo un’Europa post-Unione Europea, lei la considererà come parte di un grande partenariato eurasiatico oppure, a suo avviso, Stati Uniti e Russia saranno sempre in competizione per questi territori?»

Putin ha cominciato dalla seconda parte, e l’ordine non è casuale:

«L’Italia si trova per l’appunto in Europa e io parlo di partenariato eurasiatico: va da sé, quindi, che considereremo e già consideriamo anche l’Italia un partner eurasiatico.»

Subito dopo ha chiarito che il destino dell’Unione Europea, e la permanenza dell’Italia al suo interno, «non è affar nostro». Mosca non intende nemmeno discuterne, perché qualunque parola in merito verrebbe letta come un tentativo di disgregare l’UE, «mentre noi non vogliamo disgregare un bel niente. Noi vogliamo soltanto costruire e cooperare».

Sulle condizioni per un nuovo sistema di sicurezza la risposta è stata netta: «non abbiamo alcuna condizione preliminare». L’ostacolo, nella sua ricostruzione, sta dall’altra parte. Alcuni politici europei ritengono inammissibile che un singolo Paese apra un dialogo con la Russia, e Putin ha definito questa pretesa un diktat più forte di quello dell’epoca sovietica. Il paragone è stato costruito con cura: l’URSS era uno Stato unitario e fortemente centralizzato, le cui Repubbliche facevano parte di un’unica compagine statale; l’Unione Europea in teoria non lo è, ma in pratica si comporta come se lo fosse. «A noi non lo vieta nessuno, siamo pronti.»

A quel punto Luk’janov è intervenuto con una provocazione da moderatore esperto: visto che a Bruxelles lo vietano, non converrebbe contribuire un po’ alla disgregazione dell’UE, così da trattare più facilmente con i singoli Paesi? La risposta è arrivata senza esitazioni: «Ma non serve, si disgregheranno da soli.»

Poi Putin si è rivolto direttamente a me. «Il nostro collega italiano lo sa meglio di noi», ha detto, e ha cominciato a fare i conti: debito pubblico italiano al 140%, deficit intorno al 3%, in altri Paesi europei vicino al 5%. Le cifre erano arrotondate ma non lontane dal vero. Secondo Istat ed Eurostat, a fine 2024 il debito pubblico italiano era pari al 135,3% del PIL e l’indebitamento netto al 3,4%. Il senso del passaggio, comunque, non stava nei decimali. Tutti i problemi cominciano con l’economia: il tenore di vita cala, i disoccupati aumentano, i cittadini delle principali economie europee lo avvertono sulla propria pelle, e questo, ha detto, «mina anche le fondamenta stesse dell’Unione Europea. Ma non è affar nostro, noi non c’intromettiamo».

La chiusura ha riproposto l’offerta in forma simmetrica: dialogo con l’Unione nel suo complesso, se l’Unione lo desidera, oppure con i singoli Paesi, senza condizioni preliminari. «Ma di condizioni preliminari non devono essercene neppure da parte europea.»

Provare a comprendere la grandezza di queste parole, l’equilibrio politico che ne traspare, la forza di uno statista che ha a cuore non solo il bene del proprio Paese, ma anche quello di un intero altro continente, è un vero esercizio di apprendimento di cosa sia la Politica.

Ascoltatevi l’intero intervento di Putin e capirete come, in meno di cinque minuti, sia possibile fotografare la decadenza dell’Europa intera, sotto tutte le sue sfaccettature, e allo stesso tempo ribadire, con malinconia, che la Russia ha fatto di tutto per dare il proprio aiuto. Ma le scelte degli europei sono degli europei, sotto qualsiasi bandiera essi si trovino. La Russia rispetta e rispetterà sempre i principi fondamentali della propria politica estera e della propria tradizione politica. Nessun messianismo miracoloso, nessun salvatore improvvisato.

L’Europa, anzi gli europei di questa Europa, cosa hanno intenzione di fare?

Rileggendo gli appunti di viaggio

Rileggendo gli appunti al ritorno, la prima cosa evidente è la convergenza. Lo stratega, l’economista, il capo della diplomazia e il Presidente hanno espresso, ciascuno nel proprio linguaggio, lo stesso giudizio: l’Europa attuale ha esaurito il proprio credito presso Mosca. La seconda cosa evidente è che da quella diagnosi ognuno ricava una conseguenza diversa.

In Karaganov la conseguenza è coercitiva e ha un tono quasi escatologico: l’Europa ha avuto la sua occasione e ciò che segue non è più affare di diplomazia. In Oreškin è indifferenza contabile: l’Europa non vale l’investimento necessario a recuperarla. In Lavrov è una chiusura diplomatica circoscritta, rivolta all’assetto e non ai popoli. In Putin, infine, la porta torna aperta, ma verso gli Stati e non verso Bruxelles, accompagnata dall’attesa che l’erosione economica faccia il resto.

La contraddizione apparente tra il «troppo tardi» dei primi tre e il «nessuna condizione preliminare» del quarto si scioglie proprio nella qualificazione di Lavrov. Ne risulta una linea coerente, che chiamerei di bilateralizzazione: Mosca non tratta con l’Unione come soggetto politico finché la sua dirigenza resta quella attuale, offre ai singoli Stati membri canali senza precondizioni e lascia che siano le difficoltà interne europee a rendere quei canali attraenti. Il riferimento all’Italia come partner eurasiatico «già oggi» va letto dentro questa cornice: non è una cortesia, è l’indicazione di quale interlocutore Mosca preferisce.

Non posso certo affermare che i quattro interlocutori d’eccezione si fossero messi d’accordo, è ovvio, ma questa convergenza l’ho trovata veramente “profetica”. Il Valdai è da sempre il luogo in cui il dibattito russo mostra la propria ampiezza davanti a un pubblico straniero. Posso dire che sono compatibili e che si rafforzano a vicenda: la durezza di Karaganov fa apparire moderata l’offerta di Putin, i numeri di Oreškin rendono credibile che Mosca non abbia bisogno di fare concessioni, la formula di Lavrov tiene insieme la chiusura e l’apertura.

La crisi dei debiti sovrani del 2010–2012 produsse il Meccanismo europeo di stabilità e l’unione bancaria; la pandemia produsse Next Generation EU e il primo debito comune su larga scala. Nell’Unione le crisi hanno generato almeno tanta centralizzazione quanta frammentazione. «Si disgregheranno da soli» è dunque una scommessa, non un’osservazione, anche se la scommessa costa poco a chi la fa: se l’Unione regge, Mosca ha comunque offerto il dialogo; se cede, ha già pronti i canali bilaterali.

Gli indicatori da seguire nei prossimi dodici-diciotto mesi sono abbastanza chiari. Il primo riguarda le visite bilaterali a Mosca di capi di governo dell’Unione oltre ai precedenti di Viktor Orbán nel luglio 2024 e di Robert Fico nel maggio 2025. Il secondo è la tenuta dell’unanimità nei rinnovi semestrali delle sanzioni, dove basta un veto per aprire una crepa. Il terzo sono le deroghe nazionali al calendario di uscita dal gas russo. Il quarto, il più significativo per noi, è l’eventuale apertura di un canale strutturato da parte di una grande capitale, Roma inclusa.

Cosa mi porto a casa? Da italiano, la frase che porto con me non è quella sulla disgregazione, è l’altra, «già consideriamo anche l’Italia un partner eurasiatico». Contiene un’offerta e un’osservazione rivolta a noi. Se la porta che Mosca dice aperta è chiusa, lo è da questa parte, e a chiuderla non è stata Roma per una decisione propria.

Per quanto tempo un Paese con un debito oltre il 135% del PIL possa permettersi di lasciare ad altri la decisione su chi può parlare con chi, a Mosca nessuno me l’ha chiesto. È una domanda che mi sono portato a casa da solo. E la risposta la conosce ogni italiano di retta coscienza, ogni europeo che abbia ancora un cuore.

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Fare soldi a palate: chi trae profitto dalle stragi a Gaza e in Yemen?

 

In un articolo scritto da Fleur Hargreaves su Middle East Eye si ricorda come il commercio globale di armi sia un business che calcola i suoi profitti in miliardi e le sue perdite in vite umane. Questo devastante bilancio e il tema di Making a Killing: How the West Profits from Slaughter in Gaza and Yemen, un nuovo libro dell'organizzazione investigativa sulla corruzione nel settore degli armamenti Shadow World Investigations, scritto da Andrew Feinstein, Ruth Rohde e Jack Cinamon, insieme a Paul Holden e alla professoressa Anna Stavrianakis.

Nel libro, gli autori ripercorrono i fiumi di sangue che sgorgano dalle rovine di Gaza e dello Yemen fino agli incontri segreti tra politici e amministratori delegati di aziende produttrici di armi, smascherando la corruzione che permea il complesso militare-industriale: non tanto un virus che infetta il settore, quanto piuttosto la sua linfa vitale, ciò che lo mantiene in vita. Il progetto e iniziato nel 2017 con l'intento di documentare la crisi in Yemen, ma gli autori hanno incluso Gaza dopo l'inizio del genocidio nell'ottobre del 2023. L'opera, la cui pubblicazione e prevista per novembre, trasmette l'urgenza e l'immediatezza dei conflitti che stanno per definire il crollo dell'ordine internazionale e della supremazia morale un tempo rivendicata dalle democrazie occidentali.

Come osserva Hargreaves, mentre le perdite non vengono mai avvertite da coloro che traggono profitto dalla guerra, il libro rende omaggio ad alcune delle sue vittime attraverso le voci del giornalista palestinese Ahmed Alnaouq e dei fondatori di Mwatana for Human Rights, organizzazione con sede in Yemen, Radhya al-Mutawakel e Abdulrasheed al-Faqih. Mwatana e un'organizzazione che si propone di documentare le vittime civili della guerra in Yemen, le cui notizie non vengono riportate dai media internazionali o regionali. Alnaouq, autore di Non siamo numeri, ha visto tre generazioni della sua famiglia sterminate in un singolo raid aereo israeliano sulla sua casa a Gaza. Nel libro racconta con angoscia di come lo apprese da un messaggio di un amico a Gaza che diceva: "Attacco aereo. Tutti uccisi". «Israele pensava che uccidere la mia famiglia mi avrebbe messo a tacere, che mi avrebbe spezzato», dice, «ma non avrebbero mai potuto prevedere che questo avrebbe dato un nuovo scopo alla mia vita. Ora piu che mai, la mia vita ha un senso, un obiettivo chiaro e preciso: scoprire chi ha ucciso la mia famiglia, chi ha tratto profitto dall'omicidio della mia famiglia». La ricerca di una risposta a questa domanda diventa la forza trainante dell'indagine intrapresa da Feinstein, Rohde e Cinamon.

Sebbene si tratti di un conflitto meno conosciuto, gli autori ripercorrono in dettaglio la storia della guerra in Yemen e come essa sia stata resa possibile dagli armamenti occidentali, una realta tuttora in atto, nonostante il Primo Ministro britannico Andy Burnham abbia recentemente promesso di continuare a sostenere l'Arabia Saudita nel contesto dell'ultima escalation con gli Houthi in Yemen. Il rapporto tra le potenze occidentali e l'Arabia Saudita, descritto semplicemente dall'allora principe ereditario Fahd come uno scambio di petrolio in cambio di sicurezza, e da tempo caratterizzato da corruzione e illegalita. L'accordo per la fornitura di armi Al-Yamamah tra l'Arabia Saudita e il Primo Ministro britannico Margaret Thatcher e stato il piu grande nella storia del Regno Unito, con un valore stimato fino a 6 miliardi di sterline (7,94 miliardi di dollari) versati in tangenti e regali sontuosi a membri della famiglia reale saudita, intermediari e altre personalita, tra cui il figlio della stessa Thatcher, da parte dell'azienda oggi nota come BAE Systems, la piu grande azienda di armamenti del Regno Unito.

Nonostante rappresentino solo lo 0,5% del commercio globale, le transazioni di armi sono responsabili di circa il 40% dei casi di corruzione. Tale corruzione e facilitata da accordi opachi, conclusi con denaro dei contribuenti e celati dietro autorizzazioni di sicurezza di alto livello, per impedire che i nemici si impossessino di informazioni cosi preziose. Sebbene alcuni casi di corruzione siano palesi, molti altri sono sistemici: aziende produttrici come BAE Systems vengono regolarmente trattate come un braccio dello Stato. Quello che viene spesso definito un porta girevole tra funzionari governativi e lobbisti delle armi potrebbe essere descritto piu accuratamente come un ufficio open space o, come osservo una volta il ministro degli esteri di Tony Blair a proposito di BAE Systems, come avere la chiave della porta del giardino di Downing Street numero 10.

Secondo gli autori, non e il valore dei prodotti in se, solitamente gonfiato al limite della truffa, bensi la capacita dell'azienda di influenzare il governo a rendere possibile questo rapporto. In questo modo, il denaro intriso di sangue ritorna nelle mani di politici corrotti, gruppi di pressione e think tank, per poi confluire nel tessuto vitale della democrazia, ostacolando la politica estera al fine di favorire un ulteriore accumulo di profitto privato a qualsiasi costo. Non si tratta di un errore del sistema, bensi del sistema che funziona esattamente come previsto.

"Il commercio di armi e la spina dorsale del potere statale sotto l'egemonia statunitense", sostengono gli autori, con Israele e Arabia Saudita che rappresentano due poli strategici per il mantenimento del potere degli Stati Uniti in Medio Oriente. Lo Yemen e Gaza simboleggiano il passaggio globale dal potere coloniale europeo al periodo postbellico di un ordine politico ed economico incentrato sugli Stati Uniti. In questo contesto, le elite di tutte le nazionalita collaborano tra loro e con i dirigenti delle aziende produttrici di armi per il proprio arricchimento personale e per sostenere un sistema che permette loro di continuare a guadagnare. Ecco perche la politica estera sembra spesso svolgersi al di fuori del dibattito democratico, con decisioni prese in uffici aziendali appartati, senza essere influenzate dai milioni di persone che scendono in piazza a protestare. "Il commercio corrotto di armi ci sta trascinando inesorabilmente in un mondo in cui persino le democrazie liberali stanno diventando le migliori democrazie che il denaro possa comprare", scrivono.

Citando 1984 di George Orwell, gli autori spiegano che "la consapevolezza di essere in guerra, e quindi in pericolo, fa si che la cessione di tutto il potere a una piccola casta appaia come la condizione naturale e inevitabile per la sopravvivenza". Pertanto, le spese per la difesa vengono presentate come un servizio di interesse pubblico volto a garantire la sicurezza, anche se assorbono fondi che potrebbero essere destinati ai servizi pubblici. In guerra esistono sempre fondi inesauribili.

L'ingerenza negli affari esteri, attraverso l'invio di armamenti in conflitti regionali instabili, comporta determinati rischi, tra cui quello che viene definito effetto boomerang. Le conseguenze negative, spiega il libro, dimostrano come la distribuzione globale sconsiderata delle armi possa alimentare proprio quell'instabilita che il commercio di armi e l'establishment della difesa affermano di voler contrastare. Dall'armamento dei mujahidin in Afghanistan contro i sovietici al sostegno a Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq, gli Stati Uniti hanno la tendenza a trasformare i propri alleati in nemici da un giorno all'altro. Ma quando sacche di instabilita e violenza sono all'ordine del giorno, le ripercussioni negative vengono percepite come un vantaggio, mentre il rischio viene scaricato sulla popolazione locale: un altro nemico creato per la guerra al terrorismo, un'altra opportunita per aizzare l'opinione pubblica e spingerla a sostenere guerre senza fine con il pretesto della difesa.

In alcuni casi cio e del tutto esplicito. Israel Ziv, ex capo della Direzione Operazioni dell'esercito israeliano e fondatore di Global CST, una societa di servizi di sicurezza che ha orchestrato le esportazioni di armi israeliane, e stato sanzionato dal governo statunitense per aver fornito armi a entrambe le parti in conflitto nel Sud Sudan, traendo al contempo profitto da contratti per risolvere la crisi umanitaria che lui stesso aveva contribuito a creare. Allo stesso modo, l'ex primo ministro britannico Tony Blair, che ha guidato il Regno Unito in un'invasione illegale dell'Iraq e ha mentito al pubblico sulle armi di distruzione di massa del paese, ha capitalizzato sui suoi fallimenti da quando ha lasciato l'incarico, in particolare sedendo nel Consiglio per la Pace di Trump per la ricostruzione di Gaza. «Mentre i palestinesi setacciano 60 milioni di tonnellate di macerie, Blair e i suoi alleati stanno gia pianificando come monetizzare la ricostruzione», scrivono Feinstein, Rohde e Cinamon. "L'uomo che ha contribuito a distruggere la regione ora si propone come colui che la risana, ovviamente a pagamento."

Making a Killing svela come dirigenti e politici abbiano stabilito un prezzo per le vite umane nelle sale riunioni delle aziende, senza mai dover affrontare le conseguenze delle proprie azioni dall'altra parte del mondo. L'inchiesta riportata nel libro ha calcolato che la somma finale dei profitti accumulati dalla distruzione di Gaza, con la conseguente devastazione di innumerevoli famiglie come quella di Alnaouq, ammonta a 50 miliardi di dollari. I ricchi e i potenti coinvolti nel Consiglio per la Pace sperano di generare ulteriori profitti trasformando Gaza in una zona di speculazione immobiliare senza regole, come suggerito da un video di intelligenza artificiale pubblicato da Trump.

La tecnologia israeliana viene commercializzata a Gaza come testata sul campo ed esportata in zone di conflitto in tutto il mondo, oltre ad essere utilizzata per la sorveglianza interna al fine di contrastare le proteste antigovernative. Teatri di guerra come quelli di Gaza e dello Yemen vengono trattati come laboratori per la produzione di armi ad alta tecnologia, che vengono poi vendute a prezzi esorbitanti nelle fiere del settore. La bomba che ha ucciso la famiglia di Alnaouq e stata prodotta dalle aziende statunitensi Boeing e General Dynamics e sganciata da aerei prodotti da Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman e BAE Systems, tra gli altri; aziende le cui azioni hanno registrato un incremento vertiginoso e i cui dirigenti sono piu ricchi che mai.

L'indagine rivela i parallelismi tra i due conflitti: la bomba probabilmente utilizzava la stessa testata di quella sganciata su un mercato in Yemen, documentata da Mwatana, che uccise quasi 100 civili, tra cui 25 bambini. La risposta alla domanda "chi ha fabbricato la bomba che ha ucciso la mia famiglia?" mette a nudo l'avidita e la corruzione intrinseche a un'industria il cui modello di crescita si basa sulla morte e sulla distruzione, elementi che sono al centro dell'egemonia occidentale. Il libro Making a Killing: How the West Profits from Slaughter in Gaza and Yemen di Andrew Feinstein, Ruth Rohde e Jack Cinamon e pubblicato da Verso.

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"Ho degli esami da correggere": il piano del docente israeliano per massacrare centinaia di palestinesi

 

Un docente di matematica israeliano è stato incriminato per un presunto piano volto a uccidere centinaia di cittadini palestinesi di Israele e palestinesi residenti nei territori occupati, con l'obiettivo di costringere le popolazioni ad abbandonare le proprie case.

Secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, l'uomo, un professore sessantenne dell'Università Bar-Ilan, è accusato di aver elaborato un piano dettagliato per attacchi simultanei contro comunità palestinesi, comunità beduine e città miste, stando all'atto d'accusa presentato dai pubblici ministeri. Il suo nome è attualmente coperto da un'ordinanza di silenzio emessa dal tribunale.

Secondo l'accusa, il docente avrebbe pianificato di reclutare 72 attentatori ebrei, incluso se stesso, da dividere in 12 gruppi da sei persone. I gruppi, armati di armi da fuoco, asce e martelli, avrebbero dovuto sferrare attacchi coordinati per provocare un elevato numero di vittime e seminare il terrore. Tra i bersagli figuravano cittadini palestinesi di Israele, comunità beduine, residenti di Gerusalemme Est e della Cisgiordania occupata.

L'obiettivo finale indicato dai magistrati era costringere i palestinesi alla fuga o all'espulsione definitiva verso Giordania, Libano e Striscia di Gaza. Il docente aveva battezzato il suo progetto "AIT", acronimo della frase ebraica "la nazione effettuerà il trasferimento".

L'elaborazione del piano sarebbe iniziata nel febbraio 2023, sulla scia delle tensioni interetniche del 2021, per poi subire un'accelerazione dopo gli attacchi condotti da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023. L'uomo avrebbe anche effettuato sopralluoghi nei pressi della comunità beduina di Tuba-Zangariyye, nel nord del Paese, per studiare le vie d'accesso.

Per oltre un anno il professore ha cercato reclute per le azioni armate, senza tuttavia trovare adesioni. Tra i tentativi figura anche quello nei confronti del politico di estrema destra Moshe Feiglin, leader del partito Zehut; di fronte al mancato riscontro, il docente avrebbe tentato di ricattarlo con lettere minatorie. Feiglin e i membri del suo partito hanno successivamente denunciato le minacce alla polizia.

"Ho degli esami da correggere"

I pubblici ministeri hanno chiesto la custodia cautelare in carcere fino alla conclusione del processo, evidenziando la pericolosità sociale dell'imputato e la natura meticolosa dei preparativi. Durante l'udienza, tuttavia, il docente ha respinto le accuse di pericolosità chiedendo di tornare a casa: "Ho degli esami da correggere", avrebbe dichiarato in aula secondo quanto riportato da Ynet. L'Università Bar-Ilan ne ha disposto la sospensione immediata in attesa del giudizio, condannando con fermezza i fatti contestati.

Il caso si inserisce in un quadro di crescente allarme per la violenza dell'estrema destra e gli attacchi contro i palestinesi in Israele e nei territori occupati. Dall'inizio dell'operazione militare a Gaza, i palestinesi in Cisgiordania hanno subito un'escalation di aggressioni, incendi dolosi e distruzioni di proprietà da parte dei coloni.

Dal 2023 si registrano più di 1.300 palestinesi uccisi nella Cisgiordania occupata. Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), tra gennaio e metà settembre sono stati censiti oltre 1.600 attacchi condotti da coloni che hanno causato vittime o danni materiali. La Commissione d'inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha definito questa ondata di violenza come prolungata e senza precedenti, evidenziando il sostegno logistico, finanziario e militare garantito dal governo israeliano a tali gruppi.

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Il Melonellum è un golpe (ma non per le ragioni sollevate dalle opposizioni parlamentari)

 

di Agata Iacono per l'AntiDiplomatico

 

La nuova legge elettorale è a tutti gli effetti un golpe. E non per le questioni sollevate dai media e dalle opposizioni parlamentari. Perché l'aspetto della raccolta firme passa sotto silenzio?
 
Abbiamo gridato allo scandalo per le elezioni annullate in Romania, per i partiti messi fuorilegge, per le vere e presunte ingerenze sovranazionali, per i brogli. Ma il Melonellum bypassa direttamente tutti questi fastidiosi e noiosi ostacoli, che potrebbero inficiare gli esiti già stabiliti.
 
Comunque vada. il Parlamento resta blindato: chi è dentro è dentro, chi è fuori resterà per sempre fuori. Non c'è alcun bisogno, infatti, con questo emendamento, di fingere una vera campagna elettorale.
 
Chiunque sarà eletto sarà espressione di una legge incostituzionale.
 
Perché l'esclusione di qualsiasi soggetto politico che non sia già in parlamento non è l'argomento principe del dibattito pubblico mediatico e politico?
Forse perché è funzionale al falso bipolarismo e perpetua il gattopardesco balletto?
 
Vediamo, in sintesi, cosa prevede la nuova legge elettorale.
 
Per le liste e i nuovi partiti privi di rappresentanza parlamentare, la nuova norma quadruplica il numero di firme, innalzando da 1.500 a 6.000 le sottoscrizioni cartacee richieste per ciascun collegio plurinominale (con un massimo che può arrivare fino a 7.000 a seconda delle disposizioni).
 
Esattamente, per singolo collegio plurinominale saranno necessarie un minimo di 6.000 a un massimo di 7.000 firme (rispetto alle precedenti 1.500–2.000).
A livello nazionale, quindi , saranno richieste fino a circa 450.000 firme complessive tra Camera e Senato (o circa 300.000–378.000 a seconda delle stime sui collegi)
 
Questo significa, in pratica, costringere i partiti più piccoli fuori dal parlamento e i nuovi soggetti politici, (come Agorà), a costituire banchetti di raccolta per ogni singolo collegio (perché puoi firmare solo se risulti nelle liste elettorali dello specifico ambito territoriale), mobilitando non solo un numero esorbitante di volontari, ma affrontando soprattutto spese ingenti per pagare gli autenticatori autorizzati.
 
D'altronde, l'astensionismo fa molto comodo. Proprio quei cittadini, che hanno disertato le urne e che sono andati invece a votare no al referendum contro il controllo della magistratura, potrebbero votare contro la guerra, per interrompere ogni relazione con Israele, per riprendere i rapporti commerciali con la Russia, per uscire addirittura dalla NATO e dalla UE....
 
Meglio non correre questo pericolo, meglio non farli proprio votare. Meglio, molto meglio, criminalizzarli e perseguirli nelle piazze. Meglio trasformarli in violenti disorganizzati, piuttosto che aprire loro la possibilità di usare gli strumenti di una (vera) democrazia parlamentare...

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E' lotta di classe, bellezza! La verità sulle piazze francesi in fiamme che i media vi nascondono

La rivolta degli studenti francesi non si ferma e comincia a oltrepassare i confini. Dopo settimane di mobilitazioni contro riforme, tagli di bilancio e il progressivo deterioramento delle condizioni scolastiche, le proteste si sono estese anche al Belgio, in particolare ad Arlon e Liegi. In Francia, martedì 450.000 persone sono scese in piazza in oltre 30 città, mentre nella capitale gli studenti hanno eretto barricate con i cassonetti.

Gli scontri hanno già provocato centinaia di feriti e quasi mille arresti. Dietro la rabbia ci sono problemi molto concreti: classi sempre più affollate, carenza di insegnanti, giornate scolastiche eccessivamente lunghe e ore di lezione perse per l'assenza di personale. Il Ministero dell'Istruzione riconosce che circa il 10% delle ore di lezione annuali viene perso per diverse ragioni. Ma la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. La carenza di docenti e personale è particolarmente grave nelle scuole delle aree più povere, mentre nei territori più svantaggiati gli studenti pagano un prezzo molto più alto in termini di qualità dell'istruzione. Nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, una delle aree più povere attorno a Parigi, stime citate nel dibattito parlamentare hanno indicato perdite di ore di lezione enormemente superiori alla media nazionale.

A questo si aggiunge un'altra realtà difficilmente occultabile: edifici scolastici in condizioni fatiscenti, arredi deteriorati, aule prive di adeguati sistemi di climatizzazione e persino locali colpiti da infiltrazioni e allagamenti. Sono immagini circolate nelle ultime settimane sui social e diventate uno dei simboli della protesta. Eppure la reazione di Donald Trump ha cercato di spostare completamente il terreno dello scontro, attribuendo quanto accade in Francia all'immigrazione e alla diffusione dell'islam. Una lettura che ignora proprio le ragioni concrete portate dagli studenti nelle piazze. La Francia, infatti, spende per l'istruzione secondaria più della media OCSE. Il problema riguarda quindi anche l'efficacia della spesa, la sua distribuzione e le profonde disuguaglianze territoriali. Le risorse non impediscono che interi territori, soprattutto quelli più poveri, soffrano della carenza di insegnanti e di strutture adeguate.

La protesta degli studenti francesi, ora arrivata anche in Belgio, racconta così qualcosa di più profondo di una vertenza scolastica: una generazione che si trova a fare i conti con servizi pubblici sempre più diseguali e con un modello economico che scarica sui territori più fragili il costo delle proprie contraddizioni.

 

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"Smettetela di usare i diritti umani come arma". Uno storico discorso della Cina all'ONU

I paesi del cosiddetto occidente collettivo sono veri e propri maestri di doppi standard e nel vantare una incomprensibile e ingiustificata superiorità morale rispetto al resto del mondo. L’ultima conferma è arrivata nell’ambito della della Terza Commissione dell'Assemblea Generale dell'ONU, dove sono tornati ad attaccare la Cina sul tema dei diritti umani. A tal proposito – come riporta il quotidiano Global Times -  Sun Lei, vice rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite, ha replicato esortando un gruppo di paesi a smettere di inventare e diffondere falsità sulla Cina e a cessare di strumentalizzare la questione dei diritti umani a fini politici.

La Cina ha quindi condannato fermamente e respinto con sdegno le accuse infondate e le denigrazioni malevole riguardanti la situazione dei diritti umani nel Paese, mosse da nazioni quali Regno Unito, Australia, Giappone, Irlanda, Repubblica Ceca e Lituania durante il dibattito generale della Terza Commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite; quanto dichiarato da Sun è contenuto in una nota diffusa dalla Missione permanente della Cina presso l'ONU.

Questi paesi si considerano superiori agli altri e spesso assumono l'atteggiamento di chi si autoproclama "maestro dei diritti umani", pur avendo essi stessi gravi problemi in questo ambito; Sun ha aggiunto che tali paesi non sono nella posizione di impartire lezioni agli altri sui diritti umani, né tantomeno di rilasciare dichiarazioni irresponsabili sulla Cina.

Come evidenziato da Sun, la Cina ha continuato a tutelare e migliorare il benessere della popolazione attraverso lo sviluppo, eliminando la povertà assoluta su tutto il territorio nazionale. Quasi 100 milioni di persone sono state sottratte alla povertà ed è emersa una classe a reddito medio composta da oltre 400 milioni di persone.

Per contro, negli ultimi anni la povertà nel Regno Unito è peggiorata: oltre 14 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà, metà delle quali in condizioni di "povertà estrema". In Giappone, il tasso di povertà relativa tra le famiglie si attesta al 15%, mentre la povertà infantile è diventata sempre più marcata. La Cina esprime profonda preoccupazione per la situazione dei diritti umani in Giappone, ha affermato Sun.

Nel frattempo, la Cina ha continuato a promuovere la democrazia popolare a processo integrale e a garantire che il popolo gestisca il Paese; da anni, il sostegno e la soddisfazione dell'opinione pubblica nei confronti del governo superano il 90%. La legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong ha segnato una svolta storica per la città, portandola dal caos al buon governo e dalla stabilità alla prosperità, migliorando e sviluppando al contempo il suo sistema democratico e ottenendo un ampio sostegno in tutta la città.

Di contro, i sondaggi mostrano che circa il 75% dei cittadini del Regno Unito è preoccupato per il futuro della cosiddetta democrazia. O di quel simulacro presenta in tali paesi. In Australia e nella Repubblica Ceca, la fiducia dell'opinione pubblica nel governo è scesa a livelli minimi storici, con un calo significativo anche della fiducia dei giovani nella democrazia, ha aggiunto Sun.

Sun ha affermato che tutti i gruppi etnici in Cina sono membri paritari della famiglia della nazione cinese e sono strettamente uniti, come i “chicchi di un melograno”. I diritti politici, economici, culturali, religiosi e di altra natura delle popolazioni di tutti i gruppi etnici nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang e nella Regione autonoma del Xizang sono efficacemente tutelati. L'adozione e l'attuazione della legge sulla promozione dell'unità e del progresso etnico mirano a favorire la prosperità e lo sviluppo comuni per tutti i gruppi etnici. Al contrario, il Giappone non ha adempiuto ai propri impegni di eliminare la discriminazione razziale e non ha trattato le popolazioni Ainu e Ryukyu come gruppi etnici alla pari, mettendo a rischio la loro sopravvivenza e il loro sviluppo. Nel Regno Unito, in Australia e in Irlanda, il colonialismo ha causato danni duraturi che persistono ancora oggi; questi Paesi affrontano gravi problemi sociali, tra cui razzismo e divisioni etniche, ha evidenziato Sun.

Sun ha inoltre dichiarato che, in un contesto di turbolenze globali e ostacoli per il multilateralismo, la Cina ha contribuito alla causa internazionale dei diritti umani attraverso il proprio sviluppo e sforzi concreti per promuovere il dialogo, la cooperazione e una governance globale dei diritti umani più equa.

Per contro, Paesi come Regno Unito, Australia, Giappone, Repubblica Ceca e Lituania invocano spesso la moralità, pur rimanendo indifferenti al trattamento ingiusto subito dalle popolazioni di Palestina, Iran e Cuba. Essi utilizzano ripetutamente i diritti umani come pretesto per interferire negli affari interni di altri Stati, in linea con l’imperialismo USA, e imporre misure coercitive unilaterali, ledendo gli interessi dei Paesi in via di sviluppo e assumendo un ruolo estremamente deplorevole.

In conlusione, Sun ha affermato che la tendenza globale verso il multipolarismo e relazioni internazionali più democratiche è irreversibile e ha invocato maggiore solidarietà e cooperazione in materia di diritti umani. Ha ribadito che la Cina perseguirà un percorso di sviluppo dei diritti umani adeguato alle proprie condizioni nazionali, si impegnerà in un dialogo costruttivo e si opporrà alla politicizzazione dei diritti umani, esortando al contempo un ristretto numero di paesi a smettere di fabbricare e diffondere menzogne sulla Cina e di strumentalizzare le questioni relative ai diritti umani a fini politici; in caso contrario, finiranno solo per recare danno a se stessi.

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L'UE taglia il welfare per regalare 574 miliardi all'industria bellica USA (I DATI AGGIORNATI)


La spesa militare complessiva dei paesi europei salirà del 15% nel 2026, raggiungendo i 574 miliardi di euro. Si tratta di un aumento del 103% rispetto al 2021, quando la spesa ammontava a 283 miliardi di euro, secondo i dati di SIPRI e NATO esaminati dal quotidiano Vedomosti.

Quest'anno, la spesa militare in Europa è salita al 2,55% del PIL, rispetto all'1,64% di cinque anni fa. È importante notare che questa cifra rappresenta solo la spesa diretta per la difesa. I paesi della NATO destineranno un ulteriore 1,4% del PIL a investimenti correlati in infrastrutture militari e sicurezza. Per coprire tutte queste spese, le autorità hanno dovuto attingere alle tasche dei cittadini europei, aumentando le tasse, accrescendo il debito pubblico e i relativi costi di servizio, e persino riducendo la spesa sociale.

La spesa europea cresce partendo da una base inferiore rispetto a quella statunitense; inoltre, l'Europa ha sostenuto la maggior parte dei costi per il supporto all'Ucraina, ha sottolineato l'esperto di relazioni internazionali Vasily Kashin. Nel 2022, ad esempio, l'Europa ha stanziato 16 miliardi di euro in aiuti militari al regime di Kiev, mentre gli Stati Uniti ne hanno forniti 21 miliardi. Tuttavia, entro il 2025, gli Stati Uniti hanno azzerato i propri finanziamenti. Gli europei hanno coperto la differenza, portando gli aiuti a 33 miliardi di euro, secondo l'Istituto di Kiel per l'economia mondiale (Kiel Institute for the World Economy). Le forniture belliche rimangono di provenienza statunitense, ma sono finanziate quasi interamente dagli europei.

In linea con programmi strategici chiave come il piano "ReArm Europe/Readiness 2030", del valore di 800 miliardi di euro, l'Europa sta attivamente riconvertendo la propria industria verso la produzione militare, ha osservato l'esperto militare Alexander Stepanov. Tuttavia, la militarizzazione è un motore di crescita economica inefficiente, poiché i beni e i servizi prodotti non vengono reinvestiti nel ciclo produttivo, ha fatto notare Kashin. Gli investimenti nel settore della difesa creano posti di lavoro, stimolano la produzione industriale e sostengono lo sviluppo tecnologico; pertanto, nel breve termine, possono avere un impatto positivo sul PIL, ha sottolineato l'esperto economico Pavel Sevostyanov. Tuttavia, gli investimenti nelle infrastrutture di trasporto, nella digitalizzazione, nell'energia o nella modernizzazione industriale accrescono la produttività dell'intera economia, mentre una parte significativa della produzione militare non genera valore aggiunto, ha spiegato.

Il piano "ReArm Europe" (o "Readiness 2030") dovrebbe mettere l'Europa in condizione di esercitare autonomamente una deterrenza militare nei confronti della Russia entro tale data, riducendo la sua dipendenza critica dagli Stati Uniti, ha sottolineato Kashin. Tuttavia, sono state le aziende statunitensi a trarre i maggiori vantaggi dal riarmo europeo, basato su tecnologie USA – come l'acquisto di caccia F-35, sistemi di difesa aerea Patriot e infrastrutture informatiche –, ha osservato Demokrit Zamanapulov, ricercatore senior presso l'Accademia russa delle scienze. Il trasferimento di equipaggiamenti e munizioni all'Ucraina ha ulteriormente svuotato gli arsenali europei, rendendo necessario l'acquisto di nuovi modelli dagli Stati Uniti. Praticamente gli USA si sono smarcati dal pantano ucraino ma costretto l’Europa a rimpinguare le sue casse acquistando gli armamenti da inviare al regime di Kiev. 

Intanto le popolazioni europee pagano le conseguenze delle scellerate politiche del blocco europeo. Dalle sanzioni alla rinuncia dell’energia russa a basso costo su cui l’Europa aveva fondato la sua competitività economica. Neoliberismo e russofobia hanno provocato crisi economica, crisi energetica, irrilevanza sullo scacchiere internazionale e quindi qualità della vità che si riduce a vista d’occhio. Così mentre in Francia scoppia la rivolta studentesca contro il neoliberismo e in Spagna quella per il diritto alla casa. I fanatici neoliberisti che siedono in quel di Bruxelles studiano nuovi tagli al residuo welfare europeo per finanziare la guerra per procura contro la Russia. 

 

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Lo Yemen non ha ancora nemmeno iniziato

Abbiamo assistito a uno spettacolo da prima serata – in realtà un doppio inganno: il 11 settembre rivisitato su FlyDubai.

Segue nostro Telegram.

Il 30 settembre, termine ultimo per una possibile mossa militare iraniana contro il blocco navale di Trump , è passato senza che l’Iran intervenisse. L’Iran ha mantenuto la sua posizione, senza però sferrare l’attacco decisivo contro la Marina statunitense (che è così lontana) impegnata nel blocco. Ma lo spettacolo deve continuare. Come piano B, abbiamo assistito a uno spettacolo in prima serata, in realtà una doppia farsa: la riedizione dell’11 settembre su FlyDubai.

Questa patetica trovata non è mai stata un “attacco terroristico”; si è trattato di una mediocre operazione psicologica del Mossad, confezionata in modo approssimativo e arricchita da una serie di comparse improbabili, tra cui un idraulico che ha preso i comandi dell’aereo perché lo aveva visto in televisione.

I manipolatori erano il culto della morte in Medio Oriente, gli stessi Emirati Arabi Uniti e Washington. La narrazione ufficiale è per persone con un QI inferiore a 50: un copilota “jihadista” – guarda caso proveniente dall’Oman, perché la demonizzazione lo richiede – tenta di far schiantare un aereo pieno di sionisti. I proverbiali passeggeri eroici – idraulico incluso – lo sopraffanno a mani nude.

Il culto della morte sta facendo di tutto per assolvere gli emiratini da ogni responsabilità. L’attenzione è puntata sul “terrorista” omanita.

Ecco la combinazione perfetta: i musulmani sono e saranno sempre terroristi; il culto della morte è sempre una vittima; e l’Arabia Saudita deve consegnare il “terrorista” al culto della morte.

Un gioco da ragazzi, quindi, per un copilota contrabbandare un coltello nell’aeroporto ultra-sorvegliato di Dubai, a bordo di una delle rotte più sorvegliate del pianeta. E che dire dell’aeronautica militare, fanatica della morte, che non è riuscita a impedire l’atterraggio dell’aereo a Tabuk?

Perché il piano è sempre stato quello di atterrare a Tabuk. Si tratta della più grande base aerea saudita nel nord-ovest, e la più vicina a Israele; la setta della morte ha cercato per anni di ottenerne l’accesso. Ora potrebbero finalmente ottenere tutto: accesso allo spazio aereo saudita, informazioni riservate e altro ancora, grazie alla pressione congiunta di Abu Dhabi e Washington.

Presso Transition Protocol abbiamo appurato che quando il leader della setta della morte si è recato “segretamente” ad Abu Dhabi per incontrare il capo degli Emirati Arabi Uniti, MbZ, in un incontro bilaterale, potrebbe aver incontrato anche persone provenienti da diverse nazioni arabe, tra cui Qatar, Oman, Libia e Marocco.

L’Arabia Saudita ha negato categoricamente di far parte del pacchetto. Lo stesso ha fatto la Giordania. L’Oman compare solo attraverso una fonte israeliana. Non vi è alcuna conferma ufficiale da parte di Qatar, Oman, Marocco o Libia.

Teheran ha comunque reagito con estrema irritazione, avvertendo di “conseguenze molto pericolose”. La determinazione iraniana è chiara: non permettere che quei chihuahua facciano deragliare il processo fondamentale di riduzione al massimo dell’influenza statunitense e israeliana in Medio Oriente.

Islamabad, dal canto suo, continua a perseguire l’impresa sisifea di avanzare a piccoli passi verso un progresso minimo, mediando sia tra Arabia Saudita e Ansarallah, sia tra Stati Uniti e Iran.

Martedì scorso a Doha, il Qatar ha effettivamente consegnato al ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi la risposta degli Stati Uniti. Lo scontro sembra riguardare la sequenza degli accordi, piuttosto che i singoli elementi. Il testo, così com’è, è una sorta di versione migliorata del famigerato memorandum d’intesa fallimentare, noto anche come Accordo quadro di Islamabad. Nessuno scommette che il carro morto risorgerà, ancora una volta.

Russia, Iran, Yemen: diamo una lezione a quei bastardi senza pietà.

Ora veniamo al dunque: lo Yemen. E a quale livello di annientamento sono disposti a infliggere a Riyadh i duri di Sana’a. La distruzione degli impianti petroliferi è fin troppo facile: basta un’apertura graduale. Lo Yemen è in preda alla furia. E non si fermeranno davanti a nulla.

Possiamo già osservare una sorprendente convergenza tra la Casa dei Saud, la Marina statunitense al di fuori della Persia e la NATO nel Paese 404: vengono tutti martellati senza pietà. Russia e Iran non hanno ancora iniziato. E parliamo dello Yemen.

All’inizio di questa settimana, Sergey Karaganov lo ha ribadito pubblicamente: lo Stavka russo ha finalmente preso la fatidica decisione di porre fine alle sofferenze dei neonazisti di Kiev. E in una sessione informale di due ore al Valdai, alle porte di Mosca, il Gran Maestro Sergey Lavrov, in totale relax, ha ribadito ancora una volta che la Russia è pronta per la guerra in Europa. E sì, sarà rapida. Senza esclusione di colpi.

Ansarallah e le Forze Armate yemenite attendono che tre fattori si combinino: un’inevitabile Ora Zero che risuoni in tutta l’Asia occidentale; la crescente tensione e l’esplosività degli scontri interni alla famiglia reale e tra le tribù in Arabia Saudita; e il perfetto incastro di tutti i pezzi del puzzle per scatenare la prossima Tempesta Yemenita sull’Arabia Saudita.

Allo stato attuale, Riyadh non riconosce alcun attacco proveniente dallo Yemen, mentre Sana’a annuncia ogni giorno, con precisione svizzera, il numero di raid aerei sauditi sullo Yemen, che prendono di mira mercati, fattorie, case, ponti, infrastrutture idriche, reti di telecomunicazioni: il proverbiale manuale del sindacato Epstein.

L’Iran, dal canto suo, ha già alzato la posta in gioco, colpendo il giacimento di Bu Hasa della ADNOC, a sud-ovest di Abu Dhabi: si tratta di uno dei più grandi giacimenti di petrolio e gas onshore degli Emirati Arabi Uniti, che alimenta lo strategico oleodotto Habshan-Fujairah, l’unica via di esportazione degli Emirati Arabi Uniti che aggira lo Stretto di Hormuz.

Il gasdotto East-West, di proprietà dell’Arabia Saudita, è stato colpito tre settimane fa e bombardato nuovamente dallo Yemen all’inizio di questa settimana, ad Abqaiq.

Colpire ADNOC e Abqaiq quasi simultaneamente potrebbe comportare la perdita di ben 13 milioni di barili di petrolio al giorno dal mercato. Non si ripete mai abbastanza che Iran e Yemen sono un tutt’uno. È questo il tutt’uno che conta, e nessun misero attacco informatico dell’11 settembre potrà cambiare le cose.

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Gaza, l'inchiesta che smentisce Parigi: "35 spedizioni di armi a Israele"

 

Secondo un’indagine congiunta del Movimento Giovanile Palestinese e del collettivo francese Urgence Palestine, tra maggio e settembre 2026 la Francia ha autorizzato 35 vendite di armi a Israele. Tutti i trasferimenti erano destinati a filiali di Elbit Systems, il principale produttore di armi israeliano.

Il rapporto rivela che i fornitori, distribuiti in cinque regioni francesi, hanno prodotto equipaggiamenti chiave: unità di raffreddamento per carri armati e lanciamissili, visori integrati nei caschi dei piloti di elicotteri e caccia, sistemi di sorveglianza e dispositivi elettronici avanzati. Tra questi spicca il colosso francese della difesa Thales, che ha costruito e spedito pannelli di controllo per l'azionamento di armi a distanza. Si tratta di una tecnologia che, secondo costanti denunce di reporter e gruppi per i diritti umani a Gaza, Israele impiega per colpire i civili — compresi i bambini — nelle strade e tra le tende dei rifugiati.

Delle 35 spedizioni tracciate, 33 sono partite dall’aeroporto parigino Charles de Gaulle, 32 delle quali a bordo di voli della compagnia di bandiera israeliana El Al.

La scorsa settimana, la ministra della Difesa francese Catherine Vautrin ha dichiarato in parlamento che Parigi non fornisce "armi offensive" a Israele, ribadendo la posizione ufficiale del governo secondo cui tali vendite si sarebbero concluse nel 2024. Tuttavia Thomas Nayla, avvocato di Urgence Palestine, ha categoricamente smentito questa tesi ai microfoni di Middle East Eye: considerando materiali come le unità di raffreddamento per i carristi o i visori per la caccia, "non esiste alcun modo in cui questi componenti possano essere definiti 'difensivi'".

Questa nuova inchiesta segue quella pubblicata ad aprile dai medesimi gruppi, che aveva documentato oltre 525 spedizioni di materiale militare francese verso Tel Aviv tra ottobre 2023 e marzo 2026, contribuendo ad armare l'esercito israeliano durante il genocidio a Gaza.

I dati francesi si inseriscono in un contesto europeo di profonda ipocrisia: governi e aziende del Continente continuano a fornire a Israele materiali militari e a duplice uso (dual-use), mentre in pubblico diverse cancellerie criticano i crimini di guerra e l'apartheid annunciando restrizioni spesso solo simboliche.

In Germania, primo fornitore europeo di armi a Tel Aviv, il ministero dell'Economia ha approvato licenze di esportazione militare per oltre 930 milioni di dollari nei soli primi cinque mesi del 2026, come rivelato da Der Spiegel. La Gran Bretagna, pur sbandierando la sospensione di alcune licenze, ha mantenuto un'eccezione fondamentale per i componenti dei caccia F-35. Secondo i dati della Campaign Against Arms Trade, Londra ha autorizzato esportazioni militari verso Israele per almeno 236 milioni di dollari dall'ottobre 2023, senza contare le licenze aperte che coprono gran parte del programma F-35.

Elbit Systems, che garantisce circa l'85% dei droni e delle dotazioni terrestri delle forze israeliane, gioca un ruolo centrale nelle operazioni militari in Asia Occidentale. I suoi droni Hermes assicurano una sorveglianza aerea continua e la tracciatura dei bersagli, mentre il sistema gestito da intelligenza artificiale Tzayad ha identificato oltre 800.000 "obiettivi" tra Gaza e il Libano in due anni. Durante questi anni di massacro, la società ha registrato profitti record, arrivando a vantarsi del fatto che il sistema Tzayad abbia catalogato come bersagli "fino a metà della popolazione civile" e delle infrastrutture di Gaza, e promozionando sul mercato globale i propri armamenti come "testati sul campo".

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LETTURA CONSIGLIATA:

LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"

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Goiás tenta reagir nesta terça-feira (6) contra Athletic na Série B

O Goiás volta a campo nesta terça-feira (6) com a necessidade de interromper a sequência negativa na Série B do Campeonato Brasileiro. O Esmeraldino recebe o Athletic-MG, às 20h30, no Estádio Hailé Pinheiro, a Serrinha, em Goiânia, pela 32ª rodada da competição.

Com 42 pontos, o Goiás ocupa a 12ª posição e vem de duas derrotas consecutivas. O momento de queda começou no clássico contra o Atlético-GO, quando perdeu por 1 a 0 em casa, e continuou na rodada passada, com o revés por 3 a 0 diante do Novorizontino, em Novo Horizonte.

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A campanha esmeraldina até aqui tem 12 vitórias, seis empates e 13 derrotas. O time marcou 30 gols e sofreu 39. A partida na Serrinha aparece como oportunidade para o clube voltar a pontuar e tentar se aproximar da parte de cima da tabela nas rodadas finais.

O adversário também chega pressionado pelo resultado da rodada anterior. O Athletic-MG perdeu por 2 a 1 para o Sport, de virada, em São João del-Rei. A equipe mineira tem os mesmos 42 pontos do Goiás e ocupa a 14ª colocação, enquanto o Náutico aparece entre os dois clubes, na 13ª posição.

Em 31 partidas, o Athletic soma dez vitórias, 12 empates e nove derrotas. Foram 37 gols marcados e 35 sofridos. O alto número de empates é uma das marcas da campanha mineira, com igualdades em 12 dos 31 jogos disputados.

Para o confronto, Mozart terá o retorno de jogadores que ficaram fora da derrota para o Novorizontino por suspensão. Luiz Felipe, Nicolas e Lourenço estão novamente à disposição. Ramon Menezes também retorna, enquanto Lucas Rodrigues será avaliado pela comissão técnica após retornar da Seleção Brasileira Sub-20, pela qual disputou três partidas.

O Athletic-MG terá três desfalques para o duelo em Goiânia. Sidimar se recupera de uma lesão no menisco, Ronaldo Tavares sofreu ruptura do ligamento cruzado e Zeca está fora por causa de uma lesão muscular.

Com Goiás e Athletic-MG separados apenas pelos critérios da classificação, o duelo na Serrinha coloca frente a frente duas equipes com 42 pontos e que buscam recuperação na reta final da Série B.

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L'Iran convoca l'ambasciatore francese e denuncia i "doppi standard" sulla repressione degli studenti

Il Ministero degli Esteri iraniano ha convocato l'ambasciatore francese a Teheran. Non per una nota diplomatica di routine, ma per consegnare una "forte protesta" contro quella che il governo iraniano denuncia senza mezzi termini come una "violenta" repressione delle proteste studentesche in Francia. Il dito puntato da Parigi contro l'Iran si è improvvisamente ritorto contro la Francia stessa.

"A seguito della violenta risposta del governo francese alle proteste dei sindacati studenteschi e alle diffuse violazioni dei diritti umani, l'ambasciatore francese a Teheran è stato convocato oggi al Ministero", si legge nella nota ufficiale diramata dalla Repubblica Islamica dell'Iran.

Il portavoce Esmail Baghaei ha affondato il colpo, smascherando l'ipocrisia di Parigi. A gennaio, ricorda Baghaei, la Francia parlava di "sollevazione pacifica" in Iran esortando il governo al "contegno". Oggi, di fronte ai propri cittadini in piazza, la narrazione è crollata: "Ora, in Francia, le proteste studentesche vengono definite 'violenza urbana'".

En janvier 2026, la France a appelé l’Iran à garantir le « droit de manifester pacifiquement sans crainte de représailles » et à faire preuve de retenue dans sa réponse aux manifestations. Malgré les appels à la révolte lancés depuis l’étranger et les informations faisant état d’attaques armées contre des centres et des forces de sécurité en Iran, le ministre français des Affaires étrangères a même parlé d’une « révolte pacifique ». Aujourd’hui, en France, les manifestations de lycéens sont décrites comme des « violences urbaines ». Le ministre de l’Intérieur semble beaucoup moins enclin à la retenue et appelle à une intervention rapide et à l’usage de la force pour rétablir l’ordre. Le gouvernement évoque également une « manipulation politique » et le rôle des mouvements d’extrême gauche. Il est évident que les violences contre la police, les incendies volontaires et les dégradations de biens publics ne peuvent être justifiés, et que l’État a le devoir de maintenir et de rétablir la paix et l’ordre public. Mais la contradiction se situe ailleurs : pourquoi les mêmes comportements et les mêmes critères sont-ils interprétés d’une manière lorsque le manifestant se trouve en Iran, et d’une autre lorsqu’il se trouve en France ? Le problème n’est pas la contestation ; le problème est le deux poids, deux mesures. Si les droits humains et le droit de manifester sont des principes universels, leur définition ne devrait pas changer en fonction de la géographie du manifestant.

— Esmaeil Baqaei (@IRIMFA_SPOX) October 6, 2026


Dietro la diplomazia, c'è la realtà cruda e insanguinata delle strade francesi. Adolescenti mutilati dalle armi della polizia: un quindicenne ha perso una mano, un altro un occhio, a un terzo hanno frantumato mascella e denti, costringendolo a nutrirsi con una cannuccia in ospedale. "La polizia è un disastro. Le persone sono state mutilate... è orribile", denuncia Lily, 17enne scesa in piazza per un sistema educativo che abbandona i più poveri.

Il bilancio della repressione è pesante: oltre 5.000 arresti, l'87% dei quali di minorenni. Mentre il governo francese parla di "manipolazione politica" e dà la colpa all'estrema sinistra, i cartelli degli studenti raccontano un'altra verità: "Uno Stato che gasa gli studenti delle superiori è uno Stato debole".

La stoccata di Teheran a Parigi si chiude con una domanda che risuona come una sentenza: "Se i diritti umani e il diritto di protesta sono principi, non dovrebbero cambiare a seconda della geografia del manifestante. Il problema non è la protesta, il problema è il doppio standard".

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L’erosione sistematica e strutturale della base imponibile dell’Irpef non è una buona notizia


di Alessandro Volpi - Altreconomia

 

Poco meno del 19% dei contribuenti italiani paga il 65% dell’intera Imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef). Si tratta di coloro che hanno un reddito lordo superiore ai 35mila euro annui. È evidente che si tratta di un dato non sostenibile perché significa che solo quel 19% scarso versa più di quanto riceva dallo Stato in termini di servizi complessivi e dunque contribuisce a pagare per tutti gli altri.

Su questo tema si potrebbero fare molte considerazioni. Mi limito qui a esporne una che mi pare decisamente rilevante perché è una chiara sconfitta dell’interesse pubblico. L’andamento recente del gettito derivante dalle imposte sostitutive dell’Irpef ha mostrato una crescita imponente, passando dallo storico bacino di 8-10 miliardi di euro all’anno a un picco vicino ai 18 miliardi. Questa apparente impennata, celebrata come un successo di cassa, cela in realtà una strutturale e profonda perdita di gettito potenziale per le casse dello Stato, determinata dalla progressiva sostituzione del modello di tassazione progressiva con regimi sostitutivi a flat tax e sanatorie straordinarie.

La causa scatenante di questo picco finanziario risiede principalmente nell’introduzione del “concordato preventivo” biennale per le partite Iva e gli autonomi, unito al relativo ravvedimento speciale per gli anni dal 2019 al 2023. Attraverso questo meccanismo, i contribuenti che aderiscono al concordato beneficiano di un’imposta sostitutiva fortemente agevolata, con aliquote ridotte tra il 10% e il 15%, applicata esclusivamente sulla quota di reddito incrementale rispetto all’anno precedente.

Il vero costo per l’Erario, e dunque per la collettività, emerge nel momento in cui si confronta questo prelievo agevolato con l’imposta ordinaria: in un regime Irpef progressivo -secondo quanto previsto dalla Costituzione all’articolo 53- quel medesimo extra-reddito verrebbe tassato con le aliquote marginali ordinarie che raggiungono rapidamente il 35% o il 43%, senza contare l’impatto delle addizionali regionali e comunali. Di conseguenza, per ogni quota di maggior reddito emerso, lo Stato rinuncia a una porzione consistente di prelievo fiscale, concedendo uno sconto d’imposta che varia dal 20% al 30% rispetto alla tassazione ordinaria e ai contribuenti a cui il prelievo è effettuato alla fonte.

Questa perdita di gettito potenziale risulta ancora più evidente e marcata se si analizza l’impatto del cosiddetto ravvedimento speciale. Per incentivare l’adesione al Concordato, il legislatore ha concesso la possibilità di sanare cinque annualità di dichiarazioni passate mediante il versamento di un’imposta sostitutiva calcolata su basi imponibili notevolmente ridotte e, soprattutto, con il totale abbattimento delle sanzioni amministrative e degli interessi. Nel regime ordinario, le sanzioni per infedele dichiarazione variano dal 70% al 135% della maggiore imposta dovuta. Sanando cinque anni di irregolarità con un’imposta sostitutiva minima e priva di sanzioni, l’Erario incassa una liquidità immediata di circa 10-12 miliardi, ma contestualmente rinuncia a un ammontare potenziale di sanzioni e maggiori imposte accertabili stimato tra gli otto e i 12 miliardi di euro. In pratica hanno vinto gli evasori.

L’incasso immediato di oggi si traduce infatti in un’enorme rinuncia alle pretese fiscali di domani, blindata dalla contestuale preclusione per legge di ogni futuro accertamento analitico su quelle annualità. Il fenomeno non si limita tuttavia alle sole misure straordinarie per le partite Iva ma rispecchia un’erosione sistematica e strutturale della base imponibile dell’Irpef a favore di regimi sostitutivi permanenti. Il Regime forfettario per gli autonomi, ad esempio, applicando un’aliquota secca al 15% o al 5%, sottrae ogni anno miliardi di euro alla progressività dell’Irpef, generando un minor gettito potenziale annuo valutato dall’Ufficio parlamentare di bilancio tra i quattro e i cinque miliardi di euro.

Analogamente, la cedolare secca sugli affitti sostituisce la tassazione ordinaria sui redditi da locazione con un’imposta flat al 21% o al 10%, causando un’ulteriore perdita di gettito potenziale pari a circa 2,5-3 miliardi all’anno rispetto a quanto l’Erario incasserebbe se tali redditi concorressero al reddito complessivo Irpef dei proprietari. L’argomento spesso sollevato per giustificare tali scelte fa leva sulla certezza dell’incasso e sulla prevenzione dell’evasione fiscale, secondo la logica per cui un’imposta bassa viene pagata subito mentre un’imposta alta rischia di alimentare il sommerso o finire in contenziosi infiniti.

In realtà, in termini più chiari, lo Stato ha deciso che gli evasori decidessero quanto versare. Il balzo del gettito delle imposte sostitutive a 18 miliardi di euro non rappresenta così la monetizzazione svenduta del credito fiscale dello Stato: l’Erario ha accettato di incassare subito una somma inferiore in cambio della rinuncia definitiva a un gettito potenziale di gran lunga superiore, alterando peraltro il principio di equità fiscale e progressività sancito dalla Costituzione. Di questo, penso, dovrebbe occuparsi la politica.

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Israele verso la guerra civile? Rapporto della CIA spaventa Tel Aviv

 

Un nuovo rapporto pubblicato congiuntamente da Drop Site News e Capital & Empire rivela che una valutazione riservata della CIA ha lanciato un allarme drammatico: Israele rischia "una guerra civile o il collasso dello Stato".

Il documento, redatto ad agosto e intitolato "Frattura dall'interno", è stato elaborato dagli esperti della Red Cell della CIA — la struttura responsabile di fornire "analisi alternative" all'interno dell'intelligence statunitense — utilizzando sia fonti aperte sia dati riservati dell'intelligence USA.

MUST READ: CIA report warns Israel is headed toward civil war and total collapse. The report says Israel is seeking deeper integration into the American military, intelligence and defense establishment (like a leech) to save itself at US permanent expense. https://t.co/0VSDoGOQhq

— GenXGirl (@GenXGirl1994) October 6, 2026

Secondo quanto riferito da Drop Site News, la valutazione si concentra principalmente sulla popolazione ebraica di Israele, evidenziando "un mix esplosivo di pressioni": la crisi economica, l'esplosione della spesa militare e lo scontro attorno agli Haredi (gli ebrei ultraortodossi), che continuano a rifiutare la leva obbligatoria. Questo rifiuto, sostenuto dalla stessa coalizione di governo, ha esasperato una già grave carenza di personale all'interno delle forze armate.

Tra i fattori di rischio citati nel rapporto figurano anche "veterani pesantemente armati di ritorno dai combattimenti, molti dei quali affetti da gravi traumi psicologici", la crescente violenza dei coloni e le manovre del Primo Ministro Benjamin Netanyahu per restare al potere a costo di innescare una crisi costituzionale — processo iniziato già nell'estate del 2023 con la controversa riforma della giustizia.

La gestione della guerra a Gaza da parte di Netanyahu ha scavato solchi ancora più profondi. Drop Site News sottolinea come gran parte dell'opposizione interna non contesti la brutalità delle operazioni contro i palestinesi, bensì le modalità di gestione del conflitto, la leadership e le responsabilità del premier nel fallimento della sicurezza del 7 ottobre.

Il dossier dell'intelligence evidenzia inoltre l'impennata dei prezzi dei beni alimentari, giunti a livelli record, e il progressivo isolamento internazionale del Paese, con un’erosione del sostegno negli Stati Uniti che gli stessi funzionari israeliani considerano una minaccia a lungo termine. Per la CIA, il fatto che Israele stia "diventando sempre più uno Stato paria" rappresenta un elemento chiave verso un potenziale collasso.

Una delle fonti ha tracciato un parallelo storico inquietante: «La combinazione di frammentazione politica e una popolazione crescente di veterani traumatizzati e pesantemente armati ha dei precedenti. Pensiamo ai Freikorps tedeschi post-Prima Guerra Mondiale. Non dico che Israele sia la Germania di allora, ma le similitudini sono evidenti».

Nel frattempo, la situazione sul campo di battaglia è estrema. Nonostante le operazioni su più fronti (Gaza, Libano, Siria), le truppe sono esauste e soffrono di gravi carenze di equipaggiamento. Il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir ha più volte messo in guardia contro il crollo del sistema dei riservisti. Rapporti interni ammettono che molte unità operano sottorganico e privissime di carri armati: «Le unità di riserva oggi sono vuote», ha dichiarato un comandante.

A questo si aggiunge la fuga dal Paese. Studi dell'Università di Tel Aviv confermano un record di emigrazione da Israele nel 2025, un dato definito "profondamente preoccupante" dagli stessi analisti locali.

Il rapporto della CIA emerge a poche settimane dalle elezioni generali in Israele. Secondo fonti militari citate dai media locali, Netanyahu starebbe valutando di intensificare il conflitto a Gaza e aprire nuovi fronti nella regione con un unico obiettivo: ostacolare o rinviare il voto per difendere la propria sopravvivenza politica.

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Lo Yemen sotto l'attacco dell’"Alleanza della Mecca": Turchia e Pakistan corrono in soccorso di Riad

 

L'incendio geopolitico in Medio Oriente si allarga a macchia d'olio, spingendo le principali potenze dell'area a una mobilitazione senza precedenti. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno concordato di attivare i meccanismi di deterrenza collettiva e di dispiegare immediatamente forze militari congiunte sul territorio saudita. La decisione è stata presa al termine di una riunione d'emergenza del Comitato strategico, politico e di difesa dell'Alleanza della Mecca, convocata per rispondere ai recenti attacchi e alle minacce che incombono direttamente sul Regno e sui luoghi santi dell'Islam.

La dichiarazione congiunta rilasciata da Riyadh condanna fermamente i tentativi di attacco diretti contro le città sante della Mecca e di Medina, nonché contro infrastrutture civili ed economiche strategiche. Riconoscendo che la sicurezza di ciascuna delle tre nazioni è parte integrante di un unico sistema di difesa, le potenze hanno deciso il passaggio immediato all'attuazione pratica degli impegni militari congiunti. Come confermato dal Ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, l'obiettivo è garantire una risposta di deterrenza netta contro i responsabili degli attacchi e difendere l'integrità territoriale del Regno.

L'escalation in Yemen: dalla conquista di Bab el-Mandeb all'Operazione "Yemen Dawn"

Il fattore scatenante di questa drammatica accelerazione risiede nella ripresa su vasta scala del conflitto in Yemen, esplosa ad agosto dopo la fine della tregua in vigore dal 2022. Tra agosto e settembre, il movimento Ansar Allah (Houthi) ha condotto un'offensiva travolgente, estendendo il proprio controllo sull'intera costa del Mar Rosso fino a conquistare la città portuale di Mocha e l'isola di Perim, situata nello stretto di Bab el-Mandeb, mettendo così sotto scacco una delle rotte marittime e commerciali più vitali del pianeta.

Per consolidare questa posizione di vantaggio, gli Houthi sono avanzati verso la roccaforte strategica di Taiz. Un'eventuale caduta di Taiz spalancherebbe loro la strada verso il sud dello Yemen, sancendo un'inversione di potere determinante nell'intero scacchiere. Per impedire questo scenario, Rashad al-Alimi, capo del Consiglio Presidenziale Yemenita (PLC) sostenuto da Riyadh, ha annunciato una grande controffensiva.

L'operazione terrestre è supportata massicciamente dall'alto: la coalizione internazionale guidata dall'Arabia Saudita ha avviato l'Operazione "Yemen Dawn", impiegando oltre cento velivoli che forniscono copertura aerea continua. Il portavoce della coalizione, il generale Turki al-Maliki, ha confermato il ferimento o la distruzione di oltre 300 "obiettivi di alto valore". Sul campo la tensione è altissima: gli Houthi hanno già rivendicato l'abbattimento di un drone da ricognizione armato saudita Wing Loong II nei cieli del governatorato di Taiz, mentre le forze governative tentano di riprendere il controllo dell'area di Bab el-Mandeb.

Un nuovo tipo di guerra all'orizzonte

Analisti ed esperti militari concordano sul fatto che l'ingresso operativo di Turchia e Pakistan al fianco di Riyadh segni una svolta strutturale. Se da un lato la campagna condotta dalle forze governative punta ora a un obiettivo ambizioso — la riconquista totale dello Yemen e della capitale Sana'a —, dall'altro la pressione militare spingerà inevitabilmente Ansar Allah a intensificare la guerra asimmetrica.

Ci si attende quindi un aumento di attacchi mirati contro le navi mercantili nel Mar Rosso e contro le infrastrutture energetiche saudite, come il fondamentale gasdotto Est-Ovest. Il Medio Oriente si appresta così a vivere una fase di conflitto completamente nuova e profonda, dove lo scontro locale in Yemen si è ormai saldato con le grandi dinamiche della sicurezza collettiva regionale.

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