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Hormuz, la stoccata di Teheran a Washington: 'Perché vi rivolgete a Mosca?'"

 

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha ribadito la vigilanza del Paese sullo Stretto di Hormuz e ha difeso i legittimi diritti della Repubblica Islamica, nonostante le pressioni degli Stati Uniti.

Lunedì, Baqai ha respinto le accuse che mettono in dubbio la sorveglianza marittima e il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, affermando che "i mercati finanziari non prestano attenzione né danno credito alle affermazioni degli americani". Dopo aver osservato che gli Stati Uniti hanno dovuto fare affidamento su altri Paesi per l'approvvigionamento di carburante, "il che la dice lunga sulla situazione", ha affermato che la situazione nello Stretto di Hormuz dal 28 febbraio 2026 è "una conseguenza delle azioni degli Stati Uniti e di Israele". "Finché Washington insisterà nel mettere a repentaglio la sicurezza di questa via navigabile attraverso un blocco economico e una guerra navale, la sicurezza non tornerà nello stretto", ha aggiunto.

Ha inoltre affrontato le sfide che gli Stati Uniti e i mercati energetici si trovano ad affrontare a causa della situazione nello Stretto di Hormuz dopo la guerra, e ha sottolineato: "Se, come affermano gli Stati Uniti, non ci sono problemi nello Stretto di Hormuz e la situazione è già risolta, come si spiega che Washington debba rivolgersi alla Russia per risolvere alcuni dei suoi problemi?".

Riguardo alle sette condizioni poste dall'Iran per porre fine alla guerra e all'inadeguata risposta di Washington, il portavoce ha osservato che lo scambio di messaggi tra Teheran e Washington continua attraverso i mediatori. "Quanto presentato a margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e soprannominato il 'piano dei sette giorni' dell'Iran rappresentava una rivendicazione dei legittimi diritti dell'Iran", ha sottolineato, precisando i punti chiave del piano: "La revoca del blocco navale, la cessazione della guerra su tutti i fronti e il rilascio dei beni iraniani; in breve, tutto ciò che avevamo concordato nell'ambito di un memorandum d'intesa".

Nel sottolineare che gli Stati Uniti devono soddisfare queste condizioni, Baqai ha affermato che la posizione di Washington, secondo cui la principale preoccupazione rimane la questione nucleare iraniana, contiene una grave contraddizione: "Hanno ripetutamente affermato di aver completamente distrutto il programma nucleare iraniano e continuano a parlare della fittizia minaccia delle armi nucleari dell'Iran".

Riguardo alle sanzioni statunitensi, Baqai ha chiesto: "Se il popolo iraniano non è il bersaglio delle sanzioni, allora chi lo è?". Ha inoltre denunciato Washington per aver considerato persino il territorio, le risorse naturali e l'ambiente dell'Iran come obiettivi legittimi, sottolineando che gli Stati Uniti hanno imposto le sanzioni più severe negando al contempo che queste colpiscano la popolazione: "Non è forse un atto contro gli iraniani privarli di cure mediche, istruzione e persino degli esami IELTS e TOEFL?". Ha denunciato anche le restrizioni all'accesso ai servizi di aviazione civile, che contraddicono l'ordinanza provvisoria della Corte Internazionale di Giustizia del 2018, concludendo che "senza dubbio, ogni singolo iraniano è bersaglio dell'ostilità e delle azioni malevole degli Stati Uniti".

Infine, il portavoce iraniano ha messo in dubbio le preoccupazioni occidentali riguardo a un possibile ritiro dell'Iran dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), affermando che "questa preoccupazione è inutile, poiché sono stati loro stessi a causare questa situazione". Baqai ha osservato che in meno di nove mesi impianti nucleari pacifici iraniani sono stati attaccati — nonostante l'Iran sia membro del trattato dal 1970 — senza una risposta adeguata dell'AIEA o un'azione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Ha dunque messo in discussione l'utilità di rimanere in un trattato i cui tre pilastri (disarmo, non proliferazione e uso pacifico dell'energia nucleare) sono stati indeboliti da chi avrebbe dovuto proteggerli, chiedendosi infine come sia possibile che coloro che hanno assassinato la Guida Suprema, l'Ayatollah Seyed Ali Khamenei — il quale aveva emesso una fatwa contro le armi nucleari — possano ora esprimere preoccupazione per la presunta esistenza di tali armi in Iran.

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Teheran boccia la risposta di Washington sullo Stretto di Hormuz

 

Gli Stati Uniti hanno accettato soltanto alcune delle sette condizioni stabilite dall'Iran, ma Teheran considera la risposta di Washington "inadeguata". A dichiararlo domenica, attraverso un post su X, è stato il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, Mohsen Rezaei.

"Gli Stati Uniti hanno accettato alcune delle sette condizioni poste dall'Iran, ma riteniamo la loro risposta INADEGUATA", ha scritto Rezaei. "La diplomazia iraniana è cambiata e non ci sarà alcun ritorno allo status quo precedente."

The U.S. has agreed to some of Iran’s seven conditions, but we consider its response INADEQUATE. Iranian diplomacy has changed and there will be no return to the status quo ante.

— ???? ????? (@ir_rezaee) October 11, 2026

In un secondo intervento, Rezaei ha dichiarato che gli Stati Uniti non sono riusciti a riaprire lo Stretto di Hormuz, accusando apertamente Washington di ricorrere al contrabbando: "Ora che la flotta statunitense non è riuscita a riaprire lo Stretto di Hormuz, si è data al contrabbando. L'esercito americano non era mai caduto così in basso!"

L'Iran aveva presentato una proposta articolata in sette punti durante l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, offrendosi di riaprire lo Stretto di Hormuz e ripristinare il regolare traffico marittimo entro sette giorni, a patto che tutte le richieste venissero accolte. La replica degli Stati Uniti è giunta successivamente attraverso la mediazione del Qatar.

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Rabbia Netanyahu contro NAZA: chiesti processi per i soldati

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto un'indagine sui partecipanti al documentario NAZA, nel quale alcuni soldati israeliani descrivono di aver compiuto massacri di civili a Gaza.

In un post pubblicato su X, Netanyahu ha definito il film una "trama falsa, fuorviante e di parte che diffama lo Stato di Israele" e le sue forze armate, aggiungendo che l'opera reca un grave danno alla reputazione internazionale del Paese.

Per questo motivo, il premier ha chiesto al capo delle forze armate, al servizio di sicurezza Shin Bet e al procuratore generale di avviare un'indagine approfondita nei confronti di tutti i partecipanti, chiedendo di portarli a processo per gravi reati di sicurezza informatica, diffamazione e lesione degli interessi politici e di sicurezza di Israele.

NAZA, acronimo ebraico che sta per "danni collaterali", sostiene che Israele abbia impiegato sistemi tecnologici avanzati — inclusi alcuni gestiti dall'intelligenza artificiale — per rintracciare ed eliminare presunti combattenti, conducendo attacchi con la consapevolezza che avrebbero causato la morte di un numero elevato di civili.

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Araghchi: L'Iran è pronto a contribuire al dialogo tra l'Arabia Saudita e gli Houthi

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo saudita, Faisal bin Farhan Al Saud, per discutere degli ultimi sviluppi nella regione mediorientale, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Tasnim.

Nel corso della telefonata, il capo della diplomazia di Teheran ha espresso forte preoccupazione per l'escalation delle tensioni, sottolineando che insistere su una linea militare e ignorare la via diplomatica non farà altro che complicare ulteriormente lo scenario attuale. Araghchi ha ribadito che le crisi nell'area non possono avere una risposta di tipo militare e ha assicurato che l'Iran è pronto a fornire tutta l'assistenza necessaria per facilitare il dialogo tra l'Arabia Saudita e il movimento Houthi, favorendo il raggiungimento di un accordo.

La conversazione è avvenuta a seguito dell'intensificarsi delle azioni militari da parte del movimento Houthi, che ha fornito dettagli sulle recenti operazioni di rappresaglia condotte contro il territorio saudita. Attraverso una nota ufficiale, le forze armate Houthi hanno dichiarato di aver portato a termine quattro operazioni di precisione nelle ultime 24 ore mediante l'uso di missili balistici, da crociera e droni, confermando l'intenzione di proseguire e intensificare gli attacchi in risposta alle aggressioni subite.

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Pakistan’s Emergency Rule Raises Uncomfortable Questions for Brussels

The imposition of emergency rule in Khyber Pakhtunkhwa, an opposition-controlled province, raises disturbing questions about the relationship between Pakistan’s civilian government and its powerful military establishment. Is this a legitimate response to terrorism, or another calculated assault on democracy?

There is an old saying in Pakistan that most countries have an army, but in Pakistan the army has a country. It is a cynical observation, certainly, but one that has survived successive governments, constitutional crises and military interventions with remarkable durability.

The latest developments in Khyber Pakhtunkhwa, the northwestern province governed by the Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI) party of imprisoned former Prime Minister Imran Khan, suggest that the observation may be as relevant today as ever.

President Asif Ali Zardari’s decision to impose emergency rule in the province, ostensibly in response to deteriorating security conditions, has prompted an obvious and deeply uncomfortable question: is Pakistan witnessing another military coup, albeit one conducted without tanks surrounding parliament or generals appearing on television to announce the suspension of democracy?

The answer depends largely upon how one defines a coup.

A constitutional manoeuvre with political consequences

Under Pakistan’s constitutional framework, federal authorities possess emergency powers that can, under specified circumstances, override provincial administrations.

Such powers are not inherently illegitimate. Khyber Pakhtunkhwa has experienced serious violence involving the Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), and the federal government has a responsibility to protect citizens against terrorist attacks.

Nevertheless, the timing of the intervention demands scrutiny.

The province represents one of the most significant remaining political strongholds of Imran Khan, whose imprisonment and continuing confrontation with Pakistan’s political establishment have generated considerable unrest.

Suspending an elected provincial administration in these circumstances inevitably raises suspicions that national security has become a convenient instrument for achieving political objectives.

The crucial distinction is between responding to a genuine emergency and exploiting that emergency to neutralise an inconvenient opposition.

Pakistan’s authorities must demonstrate not merely that a security threat exists, but that the removal of elected provincial leadership is necessary and proportionate.

The army that never really left politics

Pakistan’s military has exercised an extraordinary degree of influence over the country’s political development since independence in 1947.

General Ayub Khan seized power in 1958. General Zia-ul-Haq overthrew Zulfikar Ali Bhutto’s government in 1977. General Pervez Musharraf removed Prime Minister Nawaz Sharif in 1999.

These were unmistakable military coups, involving direct intervention against civilian authority.

Yet Pakistan’s experience also demonstrates that generals need not formally assume the presidency to dominate political affairs. The military establishment has long maintained substantial influence over national security, relations with India, Afghanistan policy and, at various moments, the composition and survival of civilian governments.

Under Field Marshal Asim Munir, the relationship between the armed forces and civilian political authority has again attracted intense scrutiny. The central question is therefore not simply whether Pakistan’s generals have seized power. It is whether elected politicians retain sufficient independence to exercise it.

Imran Khan and the price of political defiance

Imran Khan’s political trajectory illustrates the extraordinary volatility of Pakistan’s relationship between civilian leadership and military power.

Once widely regarded as enjoying the establishment’s favour, Khan subsequently became one of its most prominent critics. His removal through a parliamentary no-confidence vote in April 2022 marked the beginning of an increasingly bitter confrontation.

His subsequent imprisonment, the prosecution of PTI figures and restrictions affecting the party’s political activities have fuelled allegations that Pakistan’s democratic institutions are being manipulated to exclude a popular opposition movement.

The authorities reject accusations of politically motivated persecution, while Khan’s supporters insist that his treatment demonstrates the extent to which democratic competition has been compromised.

Against this background, emergency intervention in a PTI-governed province cannot reasonably be viewed in isolation. It forms part of a wider struggle over who ultimately controls Pakistan’s political future.

A coup without the traditional trappings?

The latest emergency is particularly significant because Pakistan’s civilian government and military leadership appear aligned in their criticism of PTI.

According to Reuters reporting on 11 October, the province will be administered by a governor for an initial six months, with troops deployed to support security operations.

Hundreds of activists and three of Khan’s sisters have reportedly been detained ahead of opposition demonstrations.

PTI spokesperson Zulfikar Bukhari has characterised the emergency as a disguised coup. Even Maulana Fazlur Rehman, whose party has been involved in mediation efforts, condemned the intervention as an attack on democracy.

Yet evidence that the military directly ordered the takeover remains absent from the public record. Accusations of military involvement should be investigated rather than treated as established fact.

Nevertheless, a coup need not always involve soldiers removing a prime minister. Democratic institutions can also be progressively hollowed out through ostensibly lawful decisions that concentrate authority and deprive opposition parties of meaningful power.

A dangerous precedent for Pakistan

For Pakistan’s international partners, including the European Union, the implications extend beyond an internal constitutional dispute.

Pakistan benefits from preferential access to European markets under the EU’s GSP+ trading arrangement, which is linked to commitments concerning human rights, democratic governance and international conventions. Brussels should therefore be watching developments closely.

If emergency powers become a mechanism for suppressing political opposition rather than protecting public security, the European Commission will face legitimate questions about Pakistan’s adherence to its international obligations.

The immediate crisis may not constitute a conventional military coup. But the more troubling possibility is that Pakistan’s political system is evolving towards a form of government in which elections continue, civilian politicians remain in office, and the military’s influence is sufficiently powerful to determine the boundaries of democracy.

For Imran Khan‘s supporters, that distinction may offer little consolation.

Pakistan’s generals have seized power openly before. The question now is whether they need to do so again.

Geneva side event sharpens focus on Pakistan’s GSP+ status and rights record

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Zakharova accusa BMW: «Non voltò le spalle al Terzo Reich e oggi serve gli eredi ideologici del nazismo»

BMW finisce nel mirino di Maria Zakharova. La portavoce del ministero degli Esteri russo ha accusato il colosso automobilistico tedesco di applicare criteri ideologici nei propri rapporti commerciali, denunciando quello che considera un doppio standard nei confronti della destra tedesca e dell’Ucraina. La polemica nasce dalla decisione dell’azienda di ritirare un’offerta di leasing destinata a Tobias Rausch, esponente di Alternative fur Deutschland (AfD) e nuovo presidente del Parlamento della Sassonia-Anhalt. Secondo Zakharova, la scelta sarebbe stata dettata da «considerazioni ideologiche».

La diplomatica russa ha quindi richiamato il ruolo svolto da BMW durante il Terzo Reich, ricordando che l’azienda produsse veicoli e motori aeronautici per le forze armate tedesche, compresa la Luftwaffe, impiegata nei bombardamenti contro l’Unione Sovietica e altri Paesi europei. Zakharova ha inoltre sottolineato il ricorso al lavoro forzato durante la guerra. Secondo i dati da lei citati, circa 35.000 persone furono costrette a lavorare negli stabilimenti dell’azienda, arrivando a rappresentare fino a due terzi della forza lavoro complessiva.

Nel suo intervento, la portavoce ha chiamato in causa anche la famiglia Quandt, che detiene una quota rilevante del capitale di BMW, ricordandone i legami con il sistema industriale tedesco durante il nazismo e i profitti ricavati dalla produzione bellica e dallo sfruttamento dei lavoratori forzati. Da qui l’affondo politico contro l’attuale direzione del gruppo. Zakharova sostiene che BMW, mentre nega un servizio a un rappresentante eletto in Germania, continui a intrattenere rapporti commerciali con l’Ucraina che glorifica e riabilita ambienti legati al collaborazionismo nazista.

La diplomatica critica inoltre il sostegno militare tedesco al regime di Kiev, inserendolo nel quadro di una politica che denuncia come ostile alla Russia.


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Yemen, Sana’a risponde ai raid sauditi: colpiti aeroporti e impianti energetici

Le Forze armate yemenite hanno rivendicato quattro operazioni militari contro due aeroporti sauditi, a Riad e Dammam, e due impianti energetici di Aramco, utilizzando missili balistici e da crociera e droni. Secondo il portavoce Yahya Saree, gli attacchi hanno provocato incendi e interruzioni del traffico aereo e rappresentano una risposta alla prosecuzione dell’aggressione saudita contro lo Yemen.

Saree ha inoltre riferito di un attacco contro concentrazioni di truppe saudite con sei missili balistici e due droni, annunciando nuove operazioni finché non cesseranno gli attacchi e sarà revocato il blocco dello Yemen. Il portavoce ha denunciato anche 124 raid aerei sauditi nelle precedenti 24 ore, portando a 2.058 il totale dall’inizio dell’escalation.

Separatamente, la coalizione a guida saudita ha confermato un incendio al terminal 4 dell’aeroporto internazionale di Riad, attribuito all’impatto di un proiettile non identificato.



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Provocazioni e retorica separatista: la Cina stronca il discorso di Lai Ching-te sul "Double Ten"

La Cina torna a lanciare un chiaro monito ai secessionisti di Taiwan: il portavoce del Ministero della Difesa Nazionale cinese ha duramente criticato il discorso del leader regionale di Taiwan, Lai Ching-te, in occasione della ricorrenza del "Doppio Dieci" ('Festa Nazionale' di Taiwan), accusandolo di esasperare la "minaccia militare della terraferma" e di promuovere un aumento della spesa per la difesa; secondo il portavoce, le dichiarazioni di Lai - come riporta il quotidiano Global Times - rivelano il suo tentativo di perseguire l'"indipendenza di Taiwan" attraverso il potenziamento militare e la ricerca di sostegno esterno da parte dei soliti noti destabilizzatori imperialisti.

Secondo quanto riferito, Lai Ching-te ha recentemente tenuto il suo discorso per il "Doppio Dieci", nel quale ha enfatizzato le affermazioni secondo cui la terraferma cinese continuerebbe a utilizzare azioni militari per esercitare pressioni sulla regione di Taiwan e modificare lo status quo nello Stretto, invocando al contempo un aumento della spesa per la difesa e una maggiore "resilienza difensiva dell'intera società".

In risposta, il portavoce Chen Xi ha dichiarato che esiste una sola Cina al mondo e che Taiwan ne è parte integrante; questo è il vero status quo nello Stretto di Taiwan. Lai si aggrappa ostinatamente alla posizione dell'"indipendenza di Taiwan", stravolge la realtà dei fatti, esaspera la cosiddetta "minaccia militare della terraferma" e fomenta lo scontro nello Stretto. I suoi tentativi di perseguire l'"indipendenza di Taiwan" attraverso il potenziamento militare e la ricerca di sostegno esterno rivelano ancora una volta la sua natura di fonte di problemi per Taiwan e di minaccia alla pace, ha affermato Chen.

Negli ultimi anni, per i propri interessi di parte, le autorità del DPP (Democratic Progressive Party) hanno perseguito l'"indipendenza" e ostacolato la riunificazione, corteggiato forze esterne, promosso la cosiddetta "mobilitazione dell'intera società" e tentato di trasformare l'intera isola in un campo di battaglia sulla stregua dell'Ucraina contro  la Russia. Così facendo, stanno legando i residenti di Taiwan al carro dell'"indipendenza di Taiwan", minando la stabilità nello Stretto e sacrificando il futuro della regione di Taiwan, ha detto Chen.

Il portavoce ha osservato che le esercitazioni e l'addestramento regolari dell'Esercito Popolare di Liberazione (EPL) attorno all'isola di Taiwan mirano a scoraggiare le mosse separatiste per l'"indipendenza di Taiwan" e le interferenze di forze esterne, nonché a salvaguardare la sicurezza e il benessere dei residenti di Taiwan. Tali azioni sono pienamente giustificate e ineccepibili.

Chen ha affermato che l'"indipendenza di Taiwan" è fondamentalmente incompatibile con la pace nello Stretto. La riunificazione nazionale è una tendenza storica irresistibile, una causa giusta e un'aspirazione del popolo. "Ci auguriamo che i compatrioti di Taiwan comprendano appieno l'estremo pericolo e i danni derivanti dal perseguimento ostinato dell'«indipendenza di Taiwan» da parte delle autorità di Lai, e che si uniscano a noi nell'opporsi risolutamente alle forze separatiste favorevoli all'«indipendenza di Taiwan» e alle interferenze esterne, salvaguardando congiuntamente una patria pacifica e serena e condividendo i benefici e la gloria del ringiovanimento nazionale", ha affermato Chen.

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International Calls Mount for Sudan to Clarify Chemical Weapons Allegations

 

The Sudanese army is once again facing mounting international pressure over allegations that it used chlorine-based chemical weapons in its war against the Rapid Support Forces (RSF).

The United States, Germany, Australia, Finland and Belgium pressed Sudan over the allegations at the 113th session of the Executive Council of the Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons (OPCW), held in The Hague from 6 to 9 October 2026.

The United Kingdom and the European Union also raised Sudan at the session. The EU said the Council had been seized of the matter under Article IX, paragraph 4 of the Chemical Weapons Convention, which allows member states to ask the Council to obtain clarification from another member. 

The statements came a month after The New York Times and The Washington Post published separate investigations on 5 September reporting that the Sudanese army ran a secret programme to develop, test and store chlorine-based munitions. 

The material included around 150 documents, photographs, video clips and voice messages, as well as several thousand text messages taken from the phones of senior Sudanese officers, according to The New York Times. The newspaper reported that voice and text messages involving army chief General Abdel Fattah al-Burhan suggest he had direct knowledge of the programme.

A Sudanese military spokesperson rejected the findings as “baseless and without material foundation” and threatened to sue The New York Times in a US court, according to Semafor. Sudan’s Ministry of Foreign Affairs said in July that Washington had presented no evidence for its allegations and that Sudan had repeatedly offered to host US experts for on-site verification.

Belgium Voices Concern

Belgium told the Council that Sudan’s answers so far did not match the seriousness of the allegations. Ambassador Wouter Detavernier, speaking in French on 7 October, said Belgium was concerned by allegations that the army had used chlorine bombs during the civil war, and he asked Sudan’s authorities for more information, according to the Belgian statement.

US Warning

The United States has gone further than the other four countries and imposed two rounds of sanctions on Sudan.

The State Department determined on 24 April 2025 that Sudan’s government had used chemical weapons in 2024, and it announced the finding on 22 May 2025. Washington imposed the first sanctions, restricting US exports and Sudan’s access to US government credit, on 27 June 2025. A second round, which took effect on 20 July 2026, added US opposition to multilateral development bank loans to Sudan, further export restrictions and the suspension of air carrier authority linked to Sudan, according to the Federal Register.

At the Council’s 112th session in July, US Ambassador Nicole Shampaine said Sudan should give the OPCW Technical Secretariat “unhindered, transparent access” and that its national investigative committee could not replace independent verification, according to the Arms Control Association.

This week Shampaine told the Council it must confront Sudan’s continued non-compliance tied to its 2024 use of chemical weapons. She asked regional groups and States Parties to “reject as candidates for this Council those States Parties that remain in noncompliance,” according to the US statement.

Sudan currently holds a seat on the 41-member Council, according to The Standard. In March, the United States warned it would revisit its approach to Sudan’s seat if the matter was not resolved swiftly. Council members are elected by the Conference of the States Parties, which next meets from 23 to 27 November 2026, according to the OPCW calendar.

Germany Points to an Undeclared Programme

Germany’s ambassador, Gudrun Lingner, said new media reporting suggested the 2024 use might have been more than a single incident. “Indications pointing at an undeclared chemical weapons programme have been published,” Lingner said, according to the German statement.

Germany called on Sudan’s government to finish a thorough national investigation, publish it swiftly and cooperate fully and transparently with the OPCW.

Australia Focuses on Storage and Use

Australian Ambassador Gregory French said Australia had noted with alarm media reports that the Sudanese Armed Forces had stockpiled and used chemical weapons. He said Sudan had shared an interim report from its national investigation, and he called on Sudan to give “a genuine and transparent account of any non-compliance with the Convention,” according to the Australian statement.

Finland Seeks Prompt Answers

Finland repeated its serious concern about the allegations and said Sudan’s authorities must address them “in a prompt, objective, and transparent manner,” according to its statement. Finland welcomed the Technical Secretariat’s confirmation that it will monitor the situation.

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Trump’s Diesel Deal with Putin Undermines US Sanctions Pressure as Ukraine Peace Talks Stall

President Donald Trump announced an agreement with Vladimir Putin on Friday, 9th October, under which Russia will resume substantial diesel exports to American and international markets, despite Washington’s existing sanctions against Moscow over its invasion of Ukraine.

According to Trump’s announcement following the telephone conversation, Russia will immediately release more than 300,000 tonnes of diesel, followed by 500,000 tonnes in November and another million tonnes shortly afterwards. A further three million tonnes could become available once Russian refining capacity permits.

The announcement was accompanied by a temporary authorisation from the US Treasury allowing transactions involving Russian diesel until 7 April 2027. It represents a substantial departure from the administration’s recent sanctions policy, which had sought to restrict Russian energy revenues and strengthen Washington’s negotiating position over Ukraine.

The timing is politically significant. Trump faces congressional midterm elections on 3 November, while diesel prices have become a growing economic concern for American businesses and consumers. The agreement gives the White House an opportunity to present itself as addressing fuel costs, although its practical effect on prices remains uncertain.

Russian diesel cannot resolve the global supply shortage

Trump has linked the proposed Russian deliveries to his administration’s efforts to restore energy flows through the Strait of Hormuz, arguing that the combined measures will produce a rapid reduction in diesel prices.

The disruption of maritime energy supplies following the confrontation with Iran has, however, created a problem considerably larger than the quantities Russia has initially promised.

The first two deliveries amount to approximately 800,000 tonnes. Even including the subsequent million tonnes, the announced volumes are modest relative to global consumption. Their arrival may provide temporary relief in individual markets, but there is little evidence that they could independently reverse the wider shortage.

Russia’s capacity to maintain larger exports is also uncertain.

Ukrainian attacks on Russian refineries have disrupted production and contributed to restrictions on petroleum exports. Moscow has periodically imposed limits to protect domestic supplies, while damaged facilities require repairs before returning to normal operations.

The condition of those refineries is explicitly acknowledged in Trump’s announcement, which makes the proposed additional three million tonnes dependent on their recovery.

This introduces a further contradiction. Washington is seeking Russian diesel at precisely the moment Ukraine is attempting to reduce Moscow’s capacity to refine and export petroleum products.

The economic benefits of the agreement may consequently depend partly on developments in a military campaign that the United States has previously supported through intelligence cooperation with Kyiv.

Zelenskyy rejects sanctions relief without Russian concessions

President Volodymyr Zelenskyy responded critically to the agreement, describing the relaxation of economic pressure as a concession to Putin that had not been accompanied by any meaningful Russian commitment to de-escalation.

In his response to the American decision, Zelenskyy argued that Moscow would exploit renewed export revenues to prolong its war rather than make concessions towards a settlement.

Ukraine has indicated that it remains prepared to consider reciprocal measures concerning attacks on energy infrastructure. Such arrangements would require Russia to stop striking Ukrainian facilities in exchange for restrictions on Ukrainian operations against Russian energy targets.

No comparable undertaking was announced as part of Friday’s diesel agreement.

This distinction is central to Kyiv’s objections. Sanctions relief has traditionally been regarded as leverage to obtain changes in Russian behaviour. In the present arrangement, Moscow stands to receive additional commercial opportunities without publicly agreeing to alter its military campaign.

Lukoil negotiations raise further questions

The agreement also comes amid separate discussions concerning the international assets of Lukoil, Russia’s second-largest oil producer.

A recent account of negotiations involving American investors and Russian officials described proposals involving Lukoil’s overseas oilfields, refineries and distribution businesses.

The discussions have reportedly involved figures connected to Trump’s diplomatic efforts, including Steve Witkoff and Jared Kushner, alongside Russian representatives.

On Friday, another development complicated the proposed transaction when Carlyle withdrew from the competition to acquire Lukoil’s international assets, previously valued at approximately $22 billion.

The negotiations illustrate the extent to which potential commercial cooperation has entered the broader American-Russian relationship.

There is no verified evidence, however, that the diesel agreement was concluded to facilitate a particular acquisition or benefit individuals connected to Trump’s administration. The commercial negotiations and Friday’s sanctions decision remain separate developments unless further evidence establishes a direct connection.

Washington and Europe move in different directions

The American decision creates an additional complication for European sanctions policy.

On 7th October, EU ambassadors agreed to expand sanctions against Russia’s military-industrial network, approving 1,646 additional designations, many directed at the production of ballistic missiles used against Ukraine.

Britain has also introduced further restrictions on Russian oil-related businesses, tankers and financial intermediaries, reinforcing its stated objective of limiting Moscow’s ability to finance the war.

The contrast with Washington’s diesel authorisation is substantial. While European governments are attempting to restrict Russian petroleum revenues, the United States is providing a temporary legal route for renewed sales.

The development also recalls the difficulties already examined by EU Today in its reporting on sanctions enforcement against Russia’s shadow fleet, where differences in national restrictions and their application have complicated efforts to control petroleum exports.

For Moscow, the significance of Friday’s agreement extends beyond the immediate revenue generated by diesel sales. It establishes that the United States is prepared to relax particular economic restrictions before securing a settlement over Ukraine.

Whether the arrangement ultimately lowers American fuel prices will depend on production, shipping and international market conditions. The diplomatic consequence is already apparent: Russia has obtained an opportunity to restore part of its international energy trade without accepting publicly announced conditions concerning its war against Ukraine.

For Kyiv and European governments, the question is whether this remains a narrowly defined response to an energy shortage or marks the beginning of a broader American policy of separating commercial relations with Moscow from negotiations over Ukraine.

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Il Montenegro arresta il fondatore di Rybar per compiacere NATO e UE

 

Mikhail Zvinchuk, fondatore del canale Telegram militare russo Rybar, è stato fermato in Montenegro, secondo quanto riportato venerdì dai media locali.

L'operazione sarebbe stata condotta quella mattina dalla polizia e dall'Agenzia per la sicurezza nazionale del Paese nella località costiera di Risan. Stando alle notizie diffuse, sono stati fermati anche la moglie di Zvinchuk e tre suoi collaboratori.

L'operazione è stata descritta come mirata a contrastare presunte "attività ibride" della rete Rybar, ma non sono state presentate prove specifiche a sostegno dell'accusa.

Il canale, che conta circa 1,3 milioni di iscritti, era già stato accusato da Stati Uniti e Regno Unito di diffondere propaganda russa e di condurre operazioni di informazione all'estero. Nel 2024, il Dipartimento di Stato USA aveva persino offerto una ricompensa di 10 milioni di dollari per informazioni sugli individui responsabili del canale Rybar.

L'ambasciata russa in Montenegro sta attualmente verificando le circostanze del fermo di Zvinchuk, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

Il canale Telegram Baza ha riferito di aver confermato in modo indipendente l'arresto di Zvinchuk, precisando che lui e la moglie sono stati fermati alle 7:30 (ora locale) presso l'hotel Movenpick di Risan e che, a quanto si apprende, non è stato loro consentito né di pagare il conto della camera né di recuperare i propri effetti personali.

Secondo quanto riferito da Baza, i due sono stati trasferiti a Podgorica, capitale del Montenegro, dove sono attualmente sotto interrogatorio; i loro telefoni e documenti sono stati sequestrati.

I media montenegrini hanno reso noto che i servizi di sicurezza locali monitoravano il gruppo di Zvinchuk già da diversi giorni prima del fermo. Si ritiene che il team di Rybar fosse giunto nel Paese per realizzare un servizio sui piani del Montenegro di allineare la propria politica sui visti agli standard dell'UE.

A quanto si apprende, le autorità considerano il video in programma come un tentativo di dipingere l'integrazione europea come una minaccia per il turismo, l'economia e gli interessi nazionali del Paese.

Baza ha successivamente riferito che le autorità hanno aperto un procedimento penale per una presunta minaccia alla sicurezza nazionale. È stata inoltre sequestrata l'attrezzatura della troupe, inclusi i droni, ha precisato la testata.

Rybar ha poi confermato il fermo di Zvinchuk insieme ad altri cittadini russi, sottolineando che tutti i membri del gruppo si trovavano in Montenegro legalmente. I loro piani prevedevano riprese presso il monastero di Cettigne, per le quali era stata inoltrata una richiesta ufficiale.

Anche il primo ministro montenegrino Milojko Spajic ha confermato la detenzione del capo di Rybar. In un post su X, ha descritto l’operazione di venerdì come “di successo” e l’ha collegata a presunti tentativi da parte del gruppo di Zvinchuk di “mettere a repentaglio” il tentativo del paese di aderire all’UE.

Il Montenegro, un paese con meno di 650.000 residenti, sta cercando di entrare nell’UE dal 2008. Ha anche aderito alla NATO nel 2017 nonostante le proteste di piazza contro l’adesione con gli oppositori che ricordavano la campagna di bombardamenti del blocco del 1999, che colpì il paese quando era ancora parte della Jugoslavia insieme alla Serbia.

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Quanto petrolio esporta il Venezuela verso gli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti hanno aumentato le importazioni di petrolio venezuelano a 624.000 barili al giorno nella settimana conclusasi il 2 ottobre, rispetto ai 553.000 della settimana precedente.

L'aumento ha interrotto due settimane consecutive di cali, secondo i dati preliminari della Energy Information Administration (EIA).

L'agenzia colloca il Venezuela al secondo posto tra i fornitori segnalati per la settimana, subito dopo il Canada, che ha registrato circa 3,9 milioni di barili al giorno.

È aumentata anche la media mobile a quattro settimane degli acquisti dal Venezuela, passando da 629.000 a 636.000 barili al giorno. Secondo i dati dell'EIA, tale indicatore aveva precedentemente toccato un picco di 684.000 barili al giorno nella settimana conclusasi il 28 agosto.

Tra l'ultima settimana di gennaio - in seguito all'aggressione militare statunitense che ha portato al sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, la parlamentare Cilia Flores - e la settimana del 2 ottobre 2026, le importazioni di greggio venezuelano sono passate da 175.000 a 624.000 barili al giorno.

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As seis medidas do OE2027 que podem afetar a carteira do contribuinte – Economia ao Minuto

Já se conhece a proposta do Orçamento do Estado para 2027 (OE2027), que foi apresentada pelo ministro das Finanças, Joaquim Miranda Sarmento, na quinta-feira e sobre o que vai mudar.

O Economia ao Minuto publica uma análise na qual destaca seis medidas que podem ter impacto na carteira do cidadão contribuinte e que se considera importante veicular.

1) Escalões do IRS vão ser atualizados

A atualização dos limites dos nove escalões de IRS em 3,88%, bem como uma revisão do mínimo de existência é a proposta do Governo.

O Governo mantém as taxas dos escalões iguais às que inscreveu na proposta de lei que prevê uma descida adicional do IRS para 2026, ainda não votada em sede de Parlamento.

Segundo o Economia ao Minuto, além de atualizar os valores dos nove escalões, o OE2027 sobe o patamar de rendimentos a partir do qual incide a taxa de solidariedade de IRS que desde a ‘troika’ tributa os rendimentos mais altos, alinhando-a com o 9.º escalão.

2) Salário mínimo nacional sobe para 970 euros

De acordo com o previsto no acordo assinado em Concertação Social, segundo o relatório que acompanha a proposta do OE2027, o Governo assume que o salário mínimo nacional passará para 970 euros em 2027.

“Em 2027, o Governo da AD elevará o salário mínimo (RMMG) para os 970 euros, concretizando o terceiro aumento consecutivo desde que tomou posse o XXIV Governo Constitucional, em 2024, ano em que a RMMG se cifrava nos 820 euros”, refere o documento.

O salário mínimo nacional, que se encontra atualmente em 920 euros, será definido por portaria do Governo, após auscultação dos parceiros sociais e será então homologado.

3) Maior despesa com a Prestação Social Única

O Governo prevê mais de 730 milhões de euros no Orçamento do Estado para 2027 para a Prestação Social Única (PSU), que reúne 13 apoios sociais [Rendimento Social de Inserção (RSI), pensões sociais (velhice, invalidez especial, viuvez e orfandade), o Complemento Extraordinário de Solidariedade (CES), o subsídio social de desemprego e vários subsídios sociais no âmbito da parentalidade e riscos clínicos], sofre um aumento de 10,1% face à previsão de execução de 2026.

De acordo com o documento entregue na Assembleia da República, refere a Economia ao Minuto que a PSU “foi orçamentada em 734,3 milhões de euros, em 2027, mais 10,1% face à previsão de execução em 2026, com as 13 prestações sociais do regime não contributivo que vão ser substituídas pela PSU”.

“Este aumento é justificado essencialmente pela fixação do valor de referência em 50% do indexante dos apoios sociais e pela componente de incentivo ao trabalho”, lê-se no documento.

4) Previsão é o Governo gastar mais 100 milhões no Complemento para Idosos

O Governo estima que o Complemento Solidário para Idosos custará mais 100 milhões de euros em 2027, ultrapassando os 700 milhões de euros, com o valor mensal a subir para 720 euros, segundo a proposta do Executivo.

Assim, a despesa com o CSI deverá atingir o montante de 709,7 milhões de euros, uma variação anual de 15,6% face a 2026″.

A explicação está no “aumento do valor de referência em 50 euros/mês em 2027, para 720 euros, no âmbito da sua trajetória de convergência para 870 euros em 2029″.

5) Garantia de neutralidade fiscal para aumentos até 4,5%

O ministro das Finanças assegurou que existe neutralidade fiscal para quem tenha aumentos salariais de até 4,5%, em virtude da atualização dos escalões de IRS, do mínimo de existência, da dedução específica e da baixa das taxas.

O ministro Joaquim Miranda Sarmento, questionado em conferência de imprensa sobre o desfasamento entre a atualização dos escalões de IRS e o referencial para o aumento global dos salários de 4,5% previsto no acordo assinado entre UGT, confederações empresariais e Governo em 2024, reiterou que existe um nível de neutralidade fiscal.

6) Isenções de IMT e Imposto de Selo mantêm-se para jovens comprarem casa

A garantia pública e as isenções de IMT e de Imposto de Selo concedidas aos jovens de até 35 anos na aquisição da primeira habitação própria e permanente devem manter-se no próximo ano, de acordo com a proposta orçamental do Governo.

No relatório da proposta de OE2027 é mencionado que estas medidas “já beneficiaram quase 120 mil jovens, para um valor médio de aquisição de imóvel de 200 mil euros”. O OE2027 reforçará também o programa Porta 65, dirigido ao arrendamento para habitação permanente dos jovens.

OE2027: O que se segue?

Importa salientar ainda que o Parlamento vai debater na generalidade a proposta do Governo de OE2027 nos dias 27 e 28 de outubro, ocorrendo a votação final global (prevista) em 24 de novembro.

Depois do debate na generalidade, a proposta de OE2027 será ainda discutida na especialidade entre 29 de outubro e 24 de novembro. O prazo para a entrada de propostas de alteração por parte dos diferentes partidos termina em 6 de novembro, data em que ocorrerá uma nova audição com o ministro de Estado e das Finanças.

AEP coloca reservas nas ‘virtudes’ do OE2027

Na publicação a que tivemos acesso da Associação Empresarial de Portugal (AEP) a exigência é de que o Orçamento do Estado para 2027 (OE2027) coloque o crescimento económico e a competitividade empresarial no centro da política económica.

Com base nesses objetivos, a AEP enviou ao Governo 16 propostas, que incluem “redução da carga fiscal sobre empresas e trabalho, mais investimento, maior escala empresarial, reforço da internacionalização e um Estado mais eficiente“.

“Portugal está a crescer, mas não cresce o suficiente para convergir com a União Europeia. O próximo Orçamento deve, por isso, criar condições para que a economia cresça a ritmos superiores, assente em mais investimento, produtividade, exportações e valor acrescentado”, diz a associação liderada por Luís Miguel Ribeiro, conforme publicação no DN a que tivemos acesso.

A AEP no que se refere ao trabalho, diz que o país apresenta um quadro de “escassez de trabalhadores” e “dificuldade em atrair e reter talento”, por isso a AEP “propõe uma redução da progressividade do IRS, através da redução do número de escalões e da sua atualização anual”.

Defende também a majoração de 50% em IRC dos custos suportados pelas empresas com o alojamento dos trabalhadores; majoração de 50% dos gastos com pessoal jovem altamente qualificado; e a contabilização da formação modular financiada por fundos europeus, quando integrada nos planos de formação das associações empresariais, para efeitos das 40 horas de formação contínua obrigatória, lê-se no DN.

Concluindo !…

Não há qualquer dúvida que as famílias sentem o aumento do custo de vida, as empresas, principalmnete as PME’s, enfrentam encargos elevadissimos, a habitação para muitos jovens está fora de hipótese e o Estado continua a arrecadar muito sem que os portugueses sintam benefícios, ou sequer esperança que eles possam surgir a curto prazo.

A votação final global da proposta do Governo de OE2027 vai ocorrer na véspera da sessão solene evocativa do 25 de Novembro de 1975.

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Putin: la CSI sostiene un ordine multipolare contro ogni egemonia

I Paesi della Comunità degli Stati indipendenti (CSI) sostengono la costruzione di un ordine mondiale multipolare, fondato sul diritto internazionale e sul ruolo centrale delle Nazioni Unite. È quanto ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin durante l’incontro con i leader dell’organizzazione, indicando nella cooperazione regionale uno strumento per consolidare i rapporti economici, politici e culturali tra gli Stati membri. «I Paesi della CSI sostengono all’unanimità la formazione di un ordine mondiale multipolare e giusto, basato sui principi universalmente riconosciuti del diritto internazionale e sul ruolo centrale dell’ONU», ha affermato Putin. Una posizione che colloca la cooperazione tra gli Stati post-sovietici nel quadro della più ampia trasformazione degli equilibri internazionali e della rivendicazione di un sistema fondato sul pluralismo dei centri di potere. Uno dei principali ambiti di collaborazione resta quello economico. Secondo il presidente russo, nel 2025 il commercio tra la Russia e gli altri membri della CSI ha superato i 110 miliardi di dollari, registrando un’ulteriore accelerazione nel corso dell’anno in corso. «Soltanto nel primo semestre di quest’anno è cresciuto di un altro 19%», ha precisato. Per Putin, tuttavia, esistono ancora margini significativi per ampliare gli scambi. «Che cosa bisogna fare per raggiungere questo obiettivo? Dobbiamo eliminare le barriere», ha dichiarato, sottolineando come alcune restrizioni vengano imposte dagli stessi governi nazionali. «Siamo noi stessi, consapevolmente, a frenare il ritmo di sviluppo che potremmo raggiungere».

Il superamento degli ostacoli commerciali e il rafforzamento degli investimenti rappresentano quindi priorità concrete per un’organizzazione che, secondo il leader del Cremlino, può rendere più efficace l’integrazione regionale. «I Paesi della CSI mantengono una stretta cooperazione nel commercio, negli investimenti e nelle tecnologie avanzate», ha ricordato Putin, ribadendo la necessità di accelerare ulteriormente questo processo. Un elemento centrale di questa strategia è la progressiva riduzione della dipendenza dalle infrastrutture finanziarie esposte alle pressioni esterne. Putin ha sottolineato che la quota delle valute nazionali nei pagamenti reciproci tra gli Stati membri ha superato il 90%. «Un’infrastruttura finanziaria stabile, indipendente dalle influenze esterne, ci permette di affrontare efficacemente molte delle sfide attuali», ha dichiarato. «Questo ci consente di approfondire la cooperazione economica, indipendentemente dalle influenze esterne e dalle condizioni dei mercati».

La diffusione delle valute nazionali nei regolamenti commerciali costituisce così uno degli strumenti attraverso cui i Paesi della CSI cercano di consolidare la propria autonomia economica e di rendere gli scambi regionali meno vulnerabili alle decisioni adottate al di fuori dell’area. Putin ha inoltre richiamato il valore storico dei legami tra le popolazioni dell’ex Unione Sovietica, sostenendo che la CSI abbia permesso di preservare relazioni costruite nel corso di secoli di storia comune. «Negli ultimi tre decenni e mezzo, la CSI ha compiuto un lungo percorso e si è affermata come un’organizzazione regionale d’integrazione autorevole», ha affermato. Il presidente russo ha insistito anche sulla necessità di proteggere la memoria storica condivisa, in particolare rispetto all’esperienza sovietica e alla Seconda guerra mondiale. «I giovani devono conoscere la verità sulle conquiste dei nostri popoli durante l’epoca sovietica e sulle imprese eroiche dei nostri padri e nonni durante la Grande guerra patriottica», ha dichiarato, mettendo in guardia contro la falsificazione della storia comune. Sul fronte della cooperazione sociale e umanitaria, Mosca ha sostenuto le iniziative di Tagikistan e Turkmenistan per dedicare il 2028 allo sviluppo sociale e il 2029 ai trasporti nell’ambito della CSI.

L’obiettivo è promuovere progetti comuni che coinvolgano istituzioni, imprese, autorità regionali e società civile, rendendo più tangibili i benefici della collaborazione. Il vertice ha affrontato anche il coordinamento nella lotta alla criminalità economica, al riciclaggio di denaro, alla corruzione e ai reati informatici. «I nostri Paesi hanno stabilito un coordinamento efficace nella lotta ai reati finanziari ed economici, al riciclaggio di denaro e alla corruzione», ha affermato Putin, ricordando inoltre i programmi congiunti contro la criminalità organizzata, il traffico di droga, il terrorismo e l’estremismo. La riunione conferma dunque la volontà russa di rafforzare la CSI non soltanto come spazio di cooperazione commerciale, ma anche come piattaforma d’integrazione regionale e di coordinamento politico. Nel quadro internazionale delineato da Putin, l’autonomia finanziaria, la rimozione delle barriere economiche e la difesa di una storia condivisa si accompagnano alla richiesta di un ordine multipolare nel quale il ruolo delle Nazioni Unite rimanga centrale.


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New York Times: pronto il piano del Pentagono per colpire l'Iran in 72 ore

 

Il Pentagono, su indicazione del presidente statunitense Donald Trump, ha elaborato i dettagli per una nuova offensiva militare contro l'Iran. Il piano prevede una campagna di tre giorni di intensi attacchi mirati contro obiettivi strategici, militari ed energetici, come rivelato dal New York Times sulla base di informazioni fornite da funzionari americani.

Secondo la ricostruzione del quotidiano, le operazioni prenderebbero di mira depositi di missili e droni, infrastrutture energetiche, posti di comando e quartier generali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. I dettagli sono stati analizzati durante un vertice ad alto livello sulla sicurezza nazionale tenutosi a Camp David, la residenza presidenziale nel Maryland, e presieduto dal vicepresidente JD Vance. Ciononostante, il presidente Trump avrebbe già respinto negli ultimi mesi cinque diverse proposte per interventi militari su larga scala contro l'Iran o le milizie Houthi in Yemen. Il capo della Casa Bianca ha dichiarato che non autorizzerà azioni contro Teheran prima delle elezioni di medio termine di novembre, aggiungendo che tra i due Paesi sono in corso colloqui definiti produttivi.

Nel frattempo, Washington continua a potenziare la propria presenza militare in Medio Oriente. Entro la fine di ottobre, tre portaerei statunitensi con i rispettivi gruppi d'attacco potrebbero trovarsi contemporaneamente nella regione per la prima volta dal 2003, supportate da oltre 20.000 tra marinai e marines e da centinaia di velivoli da combattimento. All'interno dell'entourage presidenziale le opinioni restano divise: una parte degli advisor dubita che nuove incursioni possano modificare la linea strategica di Teheran, mentre altri ritengono che un'offensiva breve ma ad alta intensita possa destabilizzare l'economia iraniana.

A dispetto dei preparativi bellici, non vi e alcuna certezza che Trump dia il via libera definitivo alle operazioni, nemmeno dopo la scadenza elettorale. Nel frattempo, il canale diplomatico tra Washington e Teheran rimane in una fase di stallo a causa dei profondi disaccordi sul programma nucleare iraniano.

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Droni iraniani low cost mettono in crisi Pentagono e NATO

 

Secondo un'analisi pubblicata da Politico, i droni iraniani a basso costo stanno mettendo a dura prova le capacità militari degli Stati Uniti e dei loro alleati NATO, evidenziando le difficoltà delle forze occidentali nell'affrontare la guerra asimmetrica.

Nonostante le ripetute affermazioni del presidente Donald Trump — secondo cui il potenziale militare dell'Iran sarebbe stato "completamente distrutto" dopo mesi di attacchi americani e israeliani —, Teheran continua a condurre operazioni efficaci con i suoi droni Shahed. In particolare, i nuovi modelli Shahed-238 a propulsione a reazione stanno ridefinendo il concetto di minaccia economico-letale, sfidando aperto le moderne reti di difesa aerea.

Le incursioni dei droni hanno causato rilevanti danni strutturali a diverse installazioni statunitensi, costringendo il Pentagono a ridimensionare i livelli di sicurezza di varie basi strategiche. Tra le decisioni più significative figura il ritiro completo dei bombardieri strategici B-1 dalla base aerea di Fairford, nel Regno Unito, un episodio che dimostra come tecnologie accessibili ed economiche possano vulnerare apparati militari ad altissima tecnologia.

I blitz iraniani condotti con droni e missili balistici hanno inoltre colpito il centro di comando, i terminali satellitari e i depositi logistici della base USA in Bahrein. Le ripercussioni operative sono immediate: la Marina statunitense, non potendo più effettuare rifornimenti nel porto bahreinita, è stata costretta a deviare le proprie rotte logistiche di ben 3.200 chilometri verso la base di Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, mentre le scorte di sistemi d'intercettazione antiaerea continuano a ridursi drasticamente.

La pressione iraniana rischia di estendersi anche alle installazioni americane in Qatar e Kuwait, esposte a possibili attacchi in un momento di forte carenza di intercettori. Le preoccupazioni legate alla sicurezza sono tali da aver spinto i servizi di protezione a far viaggiare il presidente Trump con un velivolo di scorta segreto durante una visita ufficiale ad Ankara.

Di fronte a questa emergenza, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato la creazione di un comando militare dedicato alla guerra con i droni. Tuttavia, fonti ufficiali ammettono che occorreranno anni prima che questa nuova struttura produca risultati concreti sul campo.

L'allarme coinvolge direttamente anche i partner europei della NATO, che temono una proliferazione incontrollata di droni assemblati con componenti commerciali di facile reperibilità, utilizzabili da gruppi organizzati o singoli per attacchi a infrastrutture critiche. Nel frattempo, il Congresso degli Stati Uniti ha formalmente riconosciuto le perdite subite, confermando che 81 velivoli del Pentagono sono stati distrutti o danneggiati durante le operazioni di rappresaglia iraniane.

Come conclude l'analisi di Politico, l'espansione della tecnologia dei droni sta costringendo Washington e gli alleati a ripensare integralmente la propria dottrina difensiva: la capacità dell'Iran di esercitare una forte pressione con sistemi low-cost mette seriamente in discussione la tradizionale superiorità militare convenzionale dell'Occidente.

 

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Rubio: il conflitto in Ucraina potrebbe degenerare

Il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha avvertito che i combattimenti in Ucraina potrebbero degenerare in un conflitto regionale "molto più pericoloso". "Si tratta di una guerra molto pericolosa. È una guerra estremamente pericolosa perché, francamente, al momento sembra esserci una situazione di stallo; e le situazioni di stallo sono molto pericolose, poiché possono concludersi solo in due modi", ha dichiarato durante una conferenza stampa a Lisbona.

"Il primo è un accordo negoziato, in cui entrambe le parti devono cedere qualcosa per ottenere la pace <...>. L'altro modo in cui si risolve uno stallo è attraverso un'escalation. Una delle due parti, o entrambe, intensificano le proprie azioni nel tentativo di piegare l'avversario e rompere lo stallo: ed è proprio questo l'aspetto molto pericoloso", ha affermato Rubio. Ha avvertito che un'escalation potrebbe "trasformare quella che è una guerra tra due Paesi in un conflitto regionale molto più ampio e pericoloso".

Rubio ha aggiunto che Washington continuerà a lavorare per favorire una soluzione negoziata e porre fine al conflitto.


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Riyadh e Damasco valutano l'invio di 20.000 truppe siriane in Yemen

 

Secondo quanto riportato da Axios l'8 ottobre, che cita tre funzionari statunitensi, l'Arabia Saudita e la Siria starebbero discutendo il dispiegamento di fino a 20.000 soldati siriani in Yemen. L'obiettivo sarebbe sostenere l'offensiva promossa da Riyadh contro il governo yemenita guidato da Ansarallah (i ribelli Houthi).

Il presidente autoproclamato siriano, Ahmad al-Sharaa, starebbe valutando seriamente la richiesta. Secondo le stesse fonti, l'amministrazione Trump e il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) sono stati consultati e non si opporrebbero alla proposta in linea di principio.

Attualmente, Riyadh impiega mercenari yemeniti sul campo per contrastare le forze guidate da Ansarallah. Tra le unità siriane prese in considerazione per la missione figurerebbero la 90ª e l'84ª divisione dell'esercito di Damasco; quest'ultima sarebbe composta da combattenti estremisti che hanno militato sotto il comando di Hayat Tahrir al-Sham (HTS).

Un'analisi di Axios rileva come l'invio di truppe siriane rischi di introdurre una marcata dimensione confessionale e di aggravare ulteriormente il conflitto. L'attuale esercito siriano include infatti una forte componente estremista sunnita legata all'ex affiliata di Al-Qaeda HTS — caratterizzata da un'ideologia salafita ostile alle comunità sciite e alawite —, mentre Ansarallah è un movimento musulmano sciita zaydita.

In passato, Donald Trump aveva suggerito l'impiego di combattenti estremisti siriani in Libano a sostegno delle operazioni israeliane contro Hezbollah.

La notizia del possibile accordo giunge in un momento di forte escalation: nel fine settimana, le forze filosaudite, coperte dal supporto aereo di Riyadh, hanno lanciato un'imponente operazione di terra mirata a riconquistare territori strategici, tra cui la capitale Sana'a e lo stretto di Bab al-Mandab. Riyadh punta a ribaltare le recenti sconfitte subite per mano delle Forze Armate yemenite (YAF), che hanno conquistato la città costiera di Mokha e minacciano il controllo saudita su Taiz.

Un funzionario statunitense ha confermato che l'ipotesi del dispiegamento è stata discussa a Riyadh durante l'incontro tra il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) e il presidente siriano.

Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Mohammad al-Julani), ex comandante dello Stato Islamico in Iraq ed ex leader di HTS designato come terrorista dalle Nazioni Unite, è salito al potere a Damasco nel dicembre 2024. Sebbene fonti statunitensi definiscano "altamente probabile" l'adesione di Sharaa alla richiesta saudita, Ahmad Muwaffaq Zaidan, consigliere per i media della presidenza siriana, ha smentito ufficialmente la ricostruzione di Axios.

Per Washington, il coinvolgimento delle truppe siriane rappresenterebbe un modo per sostenere l'alleato saudita e consolidare i rapporti con il nuovo corso a Damasco senza impegnare direttamente truppe statunitensi. Tale riavvicinamento trova riscontro nelle recenti decisioni dell'amministrazione Trump: il 30 settembre, il Dipartimento di Stato ha modificato il regolamento ITAR rimuovendo la Siria dalla lista dei paesi soggetti a embargo sulle armi statunitensi e ha annunciato l'intenzione di riaprire l'ambasciata americana a Damasco dopo 14 anni di chiusura.

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