❌

Reading view

Drone nello spazio aereo lituano, le scuse di Kiev: “È nostro, forse deviato da Mosca”. Raid tra Russia e Ucraina: blackout a San Pietroburgo

Notte di intensi bombardamenti quella tra Russia e Ucraina, con l’esercito di Kiev che è tornato a colpire il cuore del Paese di Vladimir Putin sferrando attacchi a San Pietroburgo e provocando blackout parziali in città. I raid hanno preso di mira il centro dati VKontakte, il “Facebook russo”, e la sottostazione elettrica Vostochnaya. Mosca, da parte sua, ha attaccato l’Ucraina nella notte con un missile balistico Iskander-M e 180 droni d’attacco, con almeno tre persone che sono state uccise.

Dopo l’allarme della Nato su un drone sospetto nella spazio aereo lituano – con il decollo di due caccia italiani Eurofighter – sono giunte le scuse e le ammissioni di Kiev: il velivolo senza pilota era ucraino. Il presidente Gitanas Nauseda aveva subito tirato in ballo Mosca: “La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina si sta estendendo al fianco orientale della Nato e dell’Ue”. Il chiarimento è firmato dal portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhy: “Ci rammarichiamo per l’incidente” di stamattina. Il funzionario di Kiev chiama ancora in causa Putin, perché il drone gialloblu potrebbe essere stato deviato “da azioni di combattimento elettronico da parte della Russia“, durante “un’operazione contro obiettivi militari legittimi” nel territorio della Federazione. Infine, le scuse “per eventuali disagi, rischi e preoccupazioni”.

Per la Russia, la situazione più critica è appunto quella nell’ex capitale zarista che ha provocato interruzioni su larga scala nel social network, dato che a essere colpiti sono stati il centro dati, così come la sottostazione adiacente, che si trovano nel villaggio di Novosergievka, nel distretto di Vsevolozhsk, nell’oblast di Leningrado, al confine amministrativo con San Pietroburgo. Gli utenti lamentano seri problemi nel funzionamento della piattaforma e dei servizi correlati. L’ufficio stampa dell’azienda ha confermato l’attacco, ma ha assicurato che i servizi sono operativi: “Un attacco di droni è stato effettuato contro il centro dati VK nell’oblast di Leningrado. I servizi VK sono accessibili agli utenti in modalità normale”.

Un attacco massiccio, quello di Kiev, come testimoniano le comunicazioni diffuse dalle autorità russe, secondo le quali le forze di difesa aerea hanno abbattuto 126 droni nella regione di Leningrado, dove un terminal petrolifero è stato colpito e le operazioni all’aeroporto di Pulkovo sono state limitate. Il governatore Alexander Drozdenko ha scritto su Telegram che è hanno dovuto respingere un “attacco su larga scala” con velivoli senza pilota. I detriti dei droni sono caduti su abitazioni, automobili e linee elettriche, provocando brevi interruzioni della corrente, anche se non sono stati segnalati feriti. Il governatore di San Pietroburgo, Alexander Beglov, ha riferito che l’attacco ha provocato un incendio al terminal petrolifero della città, già colpito dall’Ucraina a giugno. I sistemi di difesa aerea sono entrati in funzione, mentre l’aeroporto internazionale di Pulkovo ha introdotto restrizioni alle operazioni “per motivi di sicurezza”. L’agenzia di stampa russa Tass ha segnalato disagi anche alle partenze.

Nei giorni in cui si è registrato il riavvicinamento, forse decisivo, di Donald Trump a Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky vuole quindi sottolineare come dal Cremlino non ci sia mai stata una reale volontà di aprire un tavolo e avviare dei colloqui di pace: “Da quando il presidente americano ha annunciato una tregua energetica una settimana fa, la Russia ha colpito deliberatamente il sistema energetico e il settore petrolifero e del gas dell’Ucraina già 76 volte – ha scritto su X – Solo questa notte ci sono stati attacchi contro sottostazioni nelle regioni di Vinnycja, Zytomyr, Chmelnyckyj e Odessa. Decine di migliaia di famiglie restano senza luce. Di fatto, gli operatori energetici e le squadre di riparazione lavorano ininterrottamente per il ripristino. Durante la notte i russi hanno colpito anche edifici residenziali nelle nostre regioni. Al momento si sa di 12 feriti, tra cui due bambini. Due persone sono morte. Le mie condoglianze ai familiari e ai loro cari”. E continua ricordando che “in mattinata c’è stato un attacco contro un’impresa agricola in Volinia. Tutti i servizi necessari stanno lavorando sul posto. In totale, nell’ultima settimana i russi hanno lanciato contro l’Ucraina quasi 2.700 droni d’attacco, 1.700 bombe aeree e 66 missili, la maggior parte dei quali balistici. Gli obiettivi principali di questi attacchi sono proprio le infrastrutture energetiche; i russi cercano di provocare un blackout”.

Nonostante ciò, Donald Trump continua a sostenere la bontà della sua decisione di stipulare l’accordo sul gasolio con Mosca e sospendere le sanzioni alla Federazione nel tentativo di provocare un ribassamento dei prezzi dell’energia e, di conseguenza, dei prodotti: “Molti di voi non sanno ancora quale sia la mia decisione, ma lo scopriremo e lo scoprirete anche voi – ha detto in merito alla sospensione del Graham Act – È un’ottima decisione, sarà una scelta positiva per il Paese e, credo, anche per il mondo, dato che ci troviamo davvero su un palcoscenico globale”. Dall’Europa, invece, una delle voci che torna a farsi sentire dopo la richiesta di ulteriori 70 miliardi di aiuti per il 2027 da parte di Zelensky è quella del ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, che annuncia: “Entro la fine dell’anno probabilmente ci sarà un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina”.

L'articolo Drone nello spazio aereo lituano, le scuse di Kiev: “È nostro, forse deviato da Mosca”. Raid tra Russia e Ucraina: blackout a San Pietroburgo proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Guerra, raid di droni su San Pietroburgo: un morto e cinque feriti, colpiti terminal petrolifero e centro dati. Mosca: “Atto terroristico”

Ucraina, maxi attacco su San Pietroburgo: colpiti terminal petrolifero e centro dati. Abbattuti nella notte 127 droni

Una persona è morta e cinque sono rimaste ferite a San Pietroburgo nel massiccio raid di droni della scorsa notte, come ha reso noto il governatore Aleksandr Beglov. Secondo i media statali russi, l’attacco ha colpito il terminal petrolifero della città, un centro dati della società di social media VKontakte e un ponte. L’incendio al terminal petrolifero è il secondo in pochi mesi: lo scalo era già stato bombardato a giugno.

Nel frattempo, il Comitato investigativo ha aperto un procedimento penale per atto terroristico in relazione all’attacco. Lo ha reso noto la portavoce Svetlana Petrenko, che ha parlato di attacchi compiuti da “formazioni armate ucraine” contro infrastrutture civili a San Pietroburgo e nella regione di Leningrado. È la ricostruzione di Mosca: i bersagli indicati dai media russi includono però anche un terminal petrolifero.

Il governatore dell’oblast’, Aleksandr Drozdenko, ha riferito che nella regione sono stati abbattuti 127 droni ucraini. I detriti di un velivolo hanno danneggiato quattro auto in un parcheggio e sono stati segnalati incendi. Altri frammenti sono caduti su una casa privata vicino a Kirovsk e su un condominio a Vsevolozhsk, mentre alcuni detriti hanno colpito le linee elettriche, causando interruzioni di corrente.

LEGGI LE NEWS DI ESTERI

L'articolo Guerra, raid di droni su San Pietroburgo: un morto e cinque feriti, colpiti terminal petrolifero e centro dati. Mosca: “Atto terroristico” proviene da Affaritaliani.it.

  •  

Ucraina, Zelensky: “Pronti a negoziare, gli Usa facciano pressione su Putin e non su di noi”. Ipotesi trilaterale già la prossima settimana

“È un’ottima decisione. E sarà una decisione positiva per il Paese e, credo, anche per il mondo”. Così il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito lo stop alle nuove sanzioni alla Russia disposte dal Graham act, durante una cena a Mar a Lago. Di diverso avviso la posizione del Presidente Zelensky, che in un’intervista al Corriere della Sera ha chiesto a Washington di esercitare maggiori pressioni sulla Russia, anziché sul governo di Kiev. “Il canale americano continuerà. Contiamo sugli Stati Uniti perché facciano più pressione su Putin e non su di noi. Altrimenti è semplicemente ingiusto”, ha dichiarato il leader ucraino.

Un nuovo incontro potrebbe tenersi già la prossima settimana. Secondo quanto riferito dal quotidiano, da parte americana sarebbe arrivato un segnale di apertura. Zelensky ha confermato la disponibilità del suo governo a recarsi negli Stati Uniti qualora arrivasse un invito ufficiale: “La parte americana ci ha dato un segnale, se vogliono incontrarci in America, ci invitino. Saremo pronti. Siamo pronti a qualsiasi formato: a tre, a due, a quattro, a cinque o più, non importa. Quello che conta è la pace”, ha affermato ancora Zelensky.

L’incontro potrebbe svolgersi in uno dei paesi del Medio Oriente, come gli Emirati Arabi Uniti o all’Arabia Saudita. “Un’altra possibilità è che l’incontro si tenga negli Stati Uniti durante il vertice del G20. Tuttavia, non c’è ancora stata alcuna conferma né da parte della Russia né da parte degli Stati Uniti. L’incontro potrebbe anche svolgersi in uno dei paesi europei. So che gli europei stanno avviando dei contatti in merito. Vedremo come si evolverà la situazione tra qualche tempo”, ha scritto su X.

LEGGI LE NEWS DI ESTERI

L'articolo Ucraina, Zelensky: “Pronti a negoziare, gli Usa facciano pressione su Putin e non su di noi”. Ipotesi trilaterale già la prossima settimana proviene da Affaritaliani.it.

  •  

Trump scommette sull’intesa con Putin come biglietto da visita per il voto di midterm: così l’Ucraina potrebbe diventare centrale alle elezioni

È una scommessa che, per Donald Trump, non sarà facile vincere. La scommessa è il cosiddetto “diesel deal”, l’accordo stipulato tra il presidente Usa e Vladimir Putin per la fornitura sul mercato statunitense e globale di migliaia di tonnellate di diesel. L’obiettivo dichiarato è bloccare l’aumento record dei costi energetici negli Stati Uniti e riuscire a farlo in modo consistente e rapido, prima delle elezioni di midterm del 3 novembre. Con lo stesso obiettivo, il tycoon ha poi deciso di sospendere le sanzioni nei confronti di Mosca. Gli elementi in gioco sono però molti, molto incerti, tali da rendere la strategia di Trump un azzardo, prima ancora che una scommessa.

Il “diesel deal” è una storia globale, che dalle pianure del Montana porta all’Iran e dall’Iran alla Russia. L’evento da cui partire è sicuramente il 28 febbraio 2026, quando i jet militari Usa lanciano le prime bombe su Teheran. Il midterm è ancora lontano e gli americani sono certi della vittoria totale nel giro di “4/5 settimane”. Cosa è successo è noto. Nonostante i proclami di Trump, la vittoria non c’è stata e gli Stati Uniti le hanno tentate tutte – minaccia di distruzione, aperture al negoziato, promessa di affari miliardari per gli ayatollah – prima di rendersi conto che le cose non sono andate come previsto. È a questo punto – più o meno nel corso dell’estate 2026 – che tra i responsabili dell’amministrazione si fa strada la possibilità più temuta, quella di un voto di midterm a guerra in corso, Stretto di Hormuz chiuso, americani furibondi per l’esorbitante costo della vita. A Washington si cerca quindi di correre ai ripari e il riparo trovato ha un nome: Ucraina. Un conflitto dimenticato per mesi, lasciato tragicamente vivacchiare perché considerato insolubile, torna improvvisamente d’attualità.

È chiaro ciò cui Trump e i suoi pensano, nel disegnare il “diesel deal”. Pensano di aggirare il “problema Iran” promuovendo un accordo tra Mosca e Kiev che faccia affluire sul mercato centinaia di migliaia di tonnellate di diesel e serva come calmiere dei prezzi. Trump sa ovviamente molto bene che europei e soprattutto ucraini non sono per nulla convinti da una strategia che appare come una resa di fronte alle richieste del Cremlino. Il suo problema in questo momento non sono però europei e ucraini, bensì gli agricoltori del Montana, l’industria manifatturiera e siderurgica del Midwest, i consumatori delle grandi città, tutti gli americani che subiscono costi della vita troppo alti e che il 3 novembre andranno a votare. È in nome della difesa del voto repubblicano, e della sua sopravvivenza politica, che il presidente riapre il canale d’affari con la Russia di Putin e abbandona gli ucraini al loro destino.

Il “diesel deal” è quindi ciò che dovrebbe risollevare l’America dalla crisi in cui è precipitata a partire dal 28 febbraio scorso. Le incognite sono però molte. Perché il piano abbia successo, gli Stati Uniti hanno anzitutto bisogno di piegare le resistenze degli ucraini. I messaggi partiti nei giorni scorsi da Washington, direzione Kiev, sono molto chiari. Trump ha chiesto agli ucraini di sospendere gli attacchi sulle raffinerie russe, mentre i russi continuano tranquillamente a bombardare le infrastrutture energetiche ucraine. Ancora Trump si è scatenato in una filippica contro Volodymyr Zelensky, chiedendone le dimissioni. L’esercito ucraino ha quindi perso, senza preavviso, l’accesso a una versione militare di Starlink, Starshield, pagata dal Pentagono e che ha sinora consentito di scambiarsi intelligence sul campo di battaglia. Ci sono pochi dubbi sul fatto che il “diesel deal” rappresenti la morsa che Mosca e Washington stringono attorno alle speranze di Kiev di opporsi all’invasione russa. Non sembra, almeno per ora, che il piano abbia sicuro successo. L’intervista di Zelensky al Financial Times giovedì, con l’annuncio della ripresa delle operazioni militari sulle raffinerie russe, è una sfida ai piani di Trump e la prova che l’Ucraina non ritiene inevitabile una conclusione del conflitto ai suoi danni.

Ciò in cui Zelensky confida, oltre all’immutato appoggio europeo, è infatti l’aleatorietà del piano. L’intesa con la Russia viola anzitutto l’Ending Importation of Russian Oil Act del 2022 che vieta l’importazione di prodotti energetici russi sino a quando Mosca non porrà fine alla guerra, riconoscendo l’integrità territoriale dell’Ucraina. Trump potrebbe certo, lo ha fatto altre volte, trascurare il dettato della legge e impegnarsi in una prova di forza con il Congresso. In questo caso, dovrà però affrontare non solo l’ostilità dei Democratici, ma anche la resistenza di vasti settori del suo partito. “L’accordo che hai concluso con il presidente Putin il 9 ottobre non porterà a cose giuste, né andrà a vantaggio degli americani. L’accordo è un regalo al nostro avversario e un tradimento nei confronti dei nostri alleati. Deve essere revocato”, ha scritto in una lettera un gruppo bipartisan di senatori, tra cui i repubblicani Mitch McConnell, Alan Armstrong e John Cornyn. Ci sono poi i ricorsi in tribunale per violazione della legge del 2022 ed eccesso di potere esecutivo che affluiranno sicuramente numerosi da parte di associazioni, membri del Congresso, soggetti commerciali.

Ci sono infine due altri elementi che rendono così incerto il futuro del dell’intesa. Anzitutto, non si sa quanto la Russia sia in grado di sostenerla in termini produttivi. Gli attacchi dei droni ucraini hanno seriamente danneggiato gli impianti di raffinazione. La ripresa delle operazioni militari, orgogliosamente rivendicata da Zelensky, rischia di aggravare la situazione e rendere impraticabile il rispetto dei target di esportazione fissati. Quelle esportazioni non rappresentano del resto l’affare del secolo per Mosca – le 300 tonnellate iniziali valgono circa 400 milioni di dollari – e si può supporre che Putin non sia disponibile a svuotare il mercato interno per salvare Trump al midterm. Per il capo del Cremlino, il “diesel deal” ha un valore soprattutto politico, più che economico, in quanto segnala come Trump abbia deciso di scaricare Zelensky. C’è infine quella che potrebbe diventare la pietra tombale sull’intesa. L’accordo risolve molto poco. I volumi fissati per le esportazioni sono troppo bassi, le raffinerie russe troppo malmesse, la crisi energetica troppo profonda e carica di ostacoli logistici. Non sarà insomma l’accordo con Putin a risollevare Trump. Come in altre fasi della sua irresistibile ascesa, il presidente ha sperato che un annuncio, una promessa, la rappresentazione di qualcosa che non c’è bastasse a ridargli lo slancio perduto. È un gioco che oggi, in America, non funziona forse più.

L'articolo Trump scommette sull’intesa con Putin come biglietto da visita per il voto di midterm: così l’Ucraina potrebbe diventare centrale alle elezioni proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Crosetto: “Sbaglia Trump a limitare Starlink per Kiev. Sovranità irrinunciabile”. Mentre l’Italia dipende da Usa e Cina

“La tecnologia è potere e la sovranità irrinunciabile”, secondo il ministro della Difesa Guido Crosetto. Peccato che l’Italia dipenda da Trump e Xi per gli investimenti e i device, con il marchio americano e cinese in settori chiave come cloud, data center, mail della pubblica amministrazione, telecomunicazioni, internet 5G. Esiste la possibilità tecnica del “kill switch”: staccare la spina, da remoto, premendo il pulsante off. Le conseguenze dell’interruttore, azionabile a distanza, si possono celare in tempi di pace, ma esplodono negli scenari di guerra. L’esempio è l’Ucraina con le limitazioni alle comunicazioni satellitari imposte da Starlink, il gigante americano di Elon Musk. Gli Usa premono off e spengono il servizio, ma l’esercito di Kiev paga un prezzo enorme mentre gioisce Putin. Lo sa bene Crosetto: “Se gli Stati Uniti privano l’Ucraina delle risorse, questo crea debolezza, allora” Mosca “crederà di poter vincere, quindi di continuerà la guerra”, ha dichiarato in un’intervista all’emittente pubblica inglese Bbc. Ecco gli effetti della dipendenza tecnologica: la difesa di un Paese alle mercé di un altro. L’opposto della “irrinunciabile sovranità” citata dal ministro durante l’interrogazione al Senato del 15 ottobre. Il giorno dopo, alla presentazione del computer quantistico Volta B1, l’esponente di Fratelli d’Italia ha posto l’Italia al bivio: una nazione che subisce, oppure in grado di “contribuire a determinare l’evoluzione e l’applicazione” delle regole su dati, intelligenza artificiale e infrastrutture. Un crocevia decisivo, perché “la tecnologia sta diventando una forma di potere”.

Il caso Starlink in Ucraina e la dipendenza dagli Usa su cloud e Difesa

Starlink ne è l’esempio. L’Ucraina, secondo Crosetto, pagherà il “grave e completo errore” compiuto dagli Stati Uniti di Donald Trump, con la decisione di limitare l’accesso ai satelliti e alle informazioni di intelligence. Una mossa “assolutamente priva di senso”, con il rischio di allontanare la pace, aumentare il numero dei morti e le sofferenze tra i civili. Offrendo l’incentivo a Mosca, perché Putin cesserà agli attacchi – prosegue Crosetto – solo quando “sarà convinto che ci sia una situazione di stallo, che non possa avanzare ulteriormente”.

Non solo l’Ucraina e i satelliti di Starlink, ma l’intera Europa dipende dagli Usa per una vastissima galassia tecnologica. Il rischio del kill switch pesa anche sul settore Difesa, secondo il noto rapporto “Cloud Defense: An Exposed European flank”, pubblicato lo scorso aprile. Il documento cita l’Italia nell’elenco dei Paesi a rischio medio, insieme a Francia e Spagna, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. La Francia ha appena imboccato la lunga e toruosa via dell’autonomia tecnologica, già tracciata dall’Austria. L’Italia, invece, “ha trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (Psn)“, con “tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”, si legge nel rapporto. Ministeri e Pubbliche amministrazioni custodiscono le informazioni nel ricettacolo del Psn. Un “contenitore” strategico, con servizi gestiti “in partnership con Google, Microsoft Azure, AWS e Oracle“. Big tech al gran completo. Eppure, Il Polo strategico nazionale doveva essere la soluzione “sovrana” per il cloud nazionale, in primis per escludere la minaccia del kill switch. Il documento sulla “Strategia cloud”, firmato nel 2021 da palazzo Chigi e dall’Agenzia nazionale per la cybersecurity, mette in guardia dai rischi di affidarsi ad aziende con sede fuori dai confini Ue. I pericoli? “Modifiche unilaterali delle condizioni dei servizi forniti, che potrebbero determinare variazioni significative degli stessi (dall’aumento dei costi di erogazione all’interruzione del servizio), in ragione di intenti potenzialmente non controllabili dal Paese”.

Mail, data center per l’IA, pubbliche amministrazioni: dominio Big Tech

Non solo sul cloud. Il gioco statunitense pesa sulla posta elettronica e sui nuovi data center per alimentare l’Intelligenza artificiale, in Italia e nel Vecchio Continente. Le caselle di posta per inviare e ricevere mail, in quasi tutte le pubbliche amministrazioni sono made in Usa, amministrate da Amazon, Google e Microsoft. Non solo Stati e governi, anche le aziende strategiche dipendono sovente dai servizi a stelle e strisce. In Italia il 69% delle aziende quotate in borsa si affida agli americani per le mail, secondo il rapporto pubblicato a luglio 2025 da Proton, l’azienda svizzera specializzata nella privacy digitale. Il documento cita le banche italiane, “uno dei settori più dipendenti (73%)”, al contrario dell’ Europa, dove è “uno dei meno dipendenti dai provider statunitensi”.

E le “nuove cattedrali” dei data center, il “motore” dell’Intelligenza artificiale? In Italia la dipendenza dagli Usa è conclamata: circa la metà degli investimenti sarà di Amazon, Google e Microsoft, secondo le stime dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, dal 2026 al 2028. La fetta dei capitali italiani? Meno della metà, perché anche le aziende europee mangiano un pezzo della torta. Gli americani non controllano solo gli edifici dei data center, ma soprattutto i server, le tecnologie e i servizi all’interno delle “cattedrali”, con un dominio lampante.

Staccare la spina e l’accesso ai dati: i rischi e i precedenti delle sanzioni Usa

Cosa accadrebbe se un’organizzazione italiana fosse sanzionata dagli Usa? Un’azienda a stelle strisce, a termine di legge, deve spegnere il servizio. Può bastare un ordine esecutivo del governo, come accaduto al collettivo di attivisti per la privacy digitale Autistici Inventati, obbligandolo (di fatto) a chiudere i battenti. Washington ha già sanzionato organizzazioni e individui europei: come Thierry Breton, l’ex commissario Ue che aveva esortato Big Tech al rispetto delle regole del Vecchio Continente. Oppure quattro magistrati della Corte penale internazionale (Cpi), per aver sostenuto indagini sull’esercito statunitense in Afghanistan e il mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu. A Karim Khan, giudice della Cpi, è stata disattivata la mail di Microsoft. Oltre alle sanzioni, incombe il cloud act: il governo Usa può accedere ai dati sui server delle aziende americane in ogni parte del mondo, in virtù di un mandato giudiziario.

L’Italia dipende anche dalla Cina. E Starlink è sugli appennini con il 5g

La tecnologia italiana dipende dagli Stati Uniti, ma anche dalla Cina giunge il pericolo Kill switch. Pechino ha conquistato una grossa fetta di mercato nel settore delle telecomunicazioni. Strumenti made in China sono molto diffusi nelle pubbliche amministrazioni, con router per la connessione WiFi, dispositivi di rete, componenti per server e data center. Buona parte delle telecamere di videosorveglianza, gestite da Comuni e Regioni, giungono dal paese del Dragone. Device di Pechino sono importanti anche per le nuove reti 5g, a banda larga e senza fili. In questo campo, anche Starlink gioca un ruolo. Guido Crosetto ha confermato a ilfattoquotidiano.it l’accantonamento del progetto per la Difesa da 1,5 miliardi. Ma il gigante di Elon Musk ha stretto un accordo con Fastweb-Vodafone per portare internet veloce nelle aree rurali d’Italia, con una una sperimentazione sugli Appennini centrali. Se la tecnologia è potere, come dice Crosetto, siamo sicuri che l’Italia sia una nazione sovrana?

L'articolo Crosetto: “Sbaglia Trump a limitare Starlink per Kiev. Sovranità irrinunciabile”. Mentre l’Italia dipende da Usa e Cina proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il grande bluff di Trump sarebbe un grande assist all’Europa (se lo volesse)

Il disimpegno degli Usa sull’Ucraina e la svolta obbligata per l’Europa

Era già tutto previsto. Perché era abbastanza facile immaginare che il guascone arrivato alla Casa Bianca avrebbe trasformato la politica internazionale in una gigantesca partita a poker, con il mondo come posta. La parabola è ormai compiuta, gli Stati Uniti hanno scelto infatti di arretrare, forse definitivamente, sull’Ucraina, lasciandola sempre più sola e facendo, nei fatti, un regalo enorme a Putin (diesel russo, meno sanzioni, ecc.). È una pessima notizia per gli ucraini.

Ma potrebbe, paradossalmente, essere una buona notizia per l’Europa che adesso è davanti al bivio che per troppo tempo ha evitato. Può vilmente mollare l’Ucraina, come chiedono Salvini, Conte e una curiosa compagnia nella quale destra e sinistra radicale, almeno sulla guerra, finiscono spesso per incontrarsi. Oppure può finalmente capire che la propria sicurezza non può essere delegata per sempre a qualcun altro. Come? Innanzitutto finanziando l’Ucraina quanto serve, sostenendola militarmente, economicamente e politicamente in una sorta di “Whatever it takes” draghiano e mettere così la Russia nella condizione di dover trattare.

Non perché la guerra piaccia all’Europa, ma esattamente per il motivo opposto, perché una pace ottenuta premiando l’aggressore non è pace, ma una tregua in attesa della prossima aggressione. Il paradosso è che Trump, nel tentativo di ridisegnare l’Occidente a propria immagine, potrebbe aver finalmente costretto l’Europa a scoprire di averne una. Restano però molti dubbi.

Perché mentre in Ucraina continuano a cadere bombe su case, scuole, ospedali e luoghi civili, in casa nostra (ma non solo) il mantra sempre più vigliacco sembra essere soltanto: «basta armi». Come se bastasse pronunciarlo per far sparire la guerra. Ogni volta viene da chiedersi: ma quelli che lo ripetono, guardandosi allo specchio, non provano un po’ di vergogna? Si ricordano almeno di guardare cosa succede dall’altra parte? La storia, purtroppo, non si ferma perché noi abbiamo deciso di non volerla vedere.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI

L'articolo Il grande bluff di Trump sarebbe un grande assist all’Europa (se lo volesse) proviene da Affaritaliani.it.

  •  

Ucraina, Zelensky attacca Trump: “Lo stop alle sanzioni incoraggia Putin a continuare la guerra”

Zelensky contro gli Usa: “Allentare le sanzioni incoraggia Putin a continuare ad attaccare”

“In un momento in cui i russi hanno condotto un attacco tanto massiccio contro il nostro settore dell’energia, è stata purtroppo presa in America la decisione di ignorare completamente il Lindsey Graham Act, che avrebbe dovuto esercitare una pressione davvero efficace sulla Russia per porre fine a questa guerra. Avrebbe potuto aiutare enormemente, e può ancora farlo!”. Così in un post su X il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che accusa i russi per aver sferrato ieri “uno dei più grandi attacchi al settore dell’energia” in Ucraina e denuncia come la Russia stia “cercando di provocare un blackout in Ucraina, proprio prima dell’inverno”, come stia “cercando di lasciare milioni di nostri cittadini senza elettricità e senza riscaldamento”.

Servono pressioni, insiste. “Un blackout delle sanzioni Usa, allentare il pressing sull’aggressore, ricompense finanziarie per Putin, tutto questo lo incoraggia solo a continuare ad attaccare – afferma Zelensky – Dobbiamo continuare a cercare di porre fine alla guerra. Di porre fine al conflitto, non di dare a Putin ogni motivo per continuarla senza fine“.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI

L'articolo Ucraina, Zelensky attacca Trump: “Lo stop alle sanzioni incoraggia Putin a continuare la guerra” proviene da Affaritaliani.it.

  •  

Trump sospende le sanzioni alla Russia per abbassare il prezzo del diesel negli Usa, Mosca esulta: “Momento storico”. Zelensky: “Se cadiamo, altri 20 milioni di profughi in Ue”

Pochi giorni prima della loro entrata in vigore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha congelato con un ordine esecutivo un massiccio pacchetto di sanzioni e dazi contro la Russia. La misura, formalizzata avvalendosi di una clausola di deroga legata all’interesse nazionale, disinnesca le penalità previste dal “Lindsey Graham Act” per tutelare il mercato interno dei carburanti in vista delle imminenti elezioni di midterm del 3 novembre. Una decisione che riscrive gli equilibri geopolitici e commerciali del conflitto ucraino, innescando immediate reazioni a Washington, a Kiev e a Mosca.

Kirill Dmitriev, inviato presidenziale russo e negoziatore, ha affidato a Telegram la posizione ufficiale del Cremlino: “La sospensione del Graham Act da parte dell’amministrazione del presidente Trump segna un momento importante e davvero storico. Al posto di sanzioni e confronto, abbiamo dialogo, una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e una responsabilità condivisa”.

La legge sospesa, approvata dal Congresso con sostegno bipartisan e firmata dallo stesso Trump il mese scorso, è intitolata a Lindsey Graham, il senatore repubblicano scomparso a luglio pochi giorni dopo essere rientrato da Kiev. Il provvedimento avrebbe consentito a Washington di imporre dazi fino al 100% sulle merci importate dai cinque maggiori Paesi acquirenti di petrolio greggio o gas russo, sanzionando inoltre funzionari di Mosca, istituti bancari e la cosiddetta “flotta ombra” di petroliere utilizzata per aggirare i divieti occidentali. Nell’ordine esecutivo, Trump ha richiamato la Sezione 115 della normativa per bloccare l’applicazione di queste misure. “Ho trasmesso al Congresso la certificazione sulla concessione di tale deroga, in questo momento, è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”, si legge nel documento pubblicato sul sito della Casa Bianca. Il provvedimento esenta dai dazi le merci russe a tempo indeterminato, sebbene Trump abbia precisato che le sanzioni preesistenti, varate con precedenti ordini esecutivi, rimangono in vigore.

L'articolo Trump sospende le sanzioni alla Russia per abbassare il prezzo del diesel negli Usa, Mosca esulta: “Momento storico”. Zelensky: “Se cadiamo, altri 20 milioni di profughi in Ue” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Trump smentisce Musk: “Non siamo stati noi a depotenziare Starlink all’Ucraina”

Diventa un mistero la decisione di depotenziare il sistema Starlink necessario all’Ucraina per avere comunicazioni tempestive anche sulla linea del fronte e riuscire a intercettare in tempo gli attacchi lanciati dalla Russia. L’esercito e i vertici del governo, nei giorni scorsi, avevano denunciato il funzionamento parziale del sistema che si è protratto per giornate intere lasciando il Paese sotto il tiro dei missili e dei droni di Mosca. Inizialmente, si era pensato a una scelta presa da Elon Musk, che nelle stesse ore stava attaccando il presidente ucraino su X, ma poi il miliardario americano aveva smentito dicendo che la responsabilità era da attribuire completamente al Pentagono. Dopo giorni di comunicazioni a singhiozzo, il nuovo colpo di scena: Trump, scrive Axios, ha detto che gli Stati Uniti non sono coinvolti nel depotenziamento dei servizi Starlink in Ucraina.

Come detto, Musk è stato il primo ‘indiziato’ per la decisione di penalizzare le comunicazioni ucraine tramite il sistema satellitare di SpaceX, essendone il fondatore e avendo espresso, nelle stesse ore, considerazioni critiche nei confronti di Zelensky, dicendo ad esempio che “è andato troppo oltre” e, più chiaramente, che “deve dimettersi“. Ma era stato lui stesso a spiegare che il funzionamento del sistema implica che solo l’esercito Usa possa disporre un depotenziamento del genere. La versione militare di Starlink è infatti Starshield, un sistema progettato e sviluppato sempre da Starlink, ma di proprietà e gestione esclusiva del Pentagono. Ed è quindi solo il Dipartimento della Guerra Usa a decidere se e quali limiti imporre, tenendo conto che è quella la tecnologia in uso all’esercito di Kiev.

Nella serata di venerdì, però, è arrivata la smentita direttamente dal presidente Trump. Una smentita che alimenta il mistero dietro allo sgambetto all’esercito di Zelensky.

L'articolo Trump smentisce Musk: “Non siamo stati noi a depotenziare Starlink all’Ucraina” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Giornalista chiede a Zelensky: “Si sente il capro espiatorio dei problemi di Trump?”. Lui rimane zitto, poi ride: “Ecco la mia risposta”| Video

Il tradimento di Trump nei confronti di Zelensky rischia di cambiare le sorti del conflitto russo-ucraino, con conseguenze dirette anche in Unione europea. Così, alla prima occasione utile, i giornalisti del Vecchio Continente hanno voluto chiedere al leader di Kiev quali fossero le sue impressioni dopo l’accordo sul gasolio tra Washington e Mosca e la richiesta del tycoon di un cambio al vertice nel suo Paese. Così, un reporter presente alla conferenza stampa a margine del Consiglio europeo di Bruxelles glielo ha chiesto direttamente: “Il presidente Trump si appresta ad affrontare delle difficili elezioni di midterm. La sua popolarità è molto bassa, i prezzi molto alti e la guerra iniziata in Medio Oriente non sta andando come lui voleva. Crede di essere stato trattato come capro espiatorio dei suoi problemi?”. A questo punto Zelensky tiene lo sguardo basso qualche secondo, poi lo alza, guarda i giornalisti e accenna una risatina, con la sala che scoppia a ridere. “Questa è la mia risposta“, ha concluso il presidente ucraino.

L'articolo Giornalista chiede a Zelensky: “Si sente il capro espiatorio dei problemi di Trump?”. Lui rimane zitto, poi ride: “Ecco la mia risposta”| Video proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La Francia offre “deterrenza nucleare” in difesa dell’Europa, i Paesi Bassi accettano: conclusi i primi colloqui ufficiali

“La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina ha peggiorato in modo sostanziale la situazione della sicurezza in Europa. Ciò richiede una maggiore responsabilità per la sicurezza dell’Europa stessa. L’offerta francese è in linea con questa esigenza. Il Consiglio dei ministri sottolinea che la cooperazione prevista con la Francia è un complemento, e non una sostituzione, della difesa collettiva e della deterrenza della Nato”. Con questa nota ufficiale, i Paesi Bassi hanno confermato il primo dialogo con la Francia del nuovo Gruppo direttivo nucleare bilaterale sul tema: come le forze nucleari di Parigi e quelle convenzionali europee potrebbero agire per scoraggiare attacchi contro l’Europa. Il confronto tra i funzionari del ministero della difesa olandese e quelli del governo francese è avvenuto sulla base della proposta avanzata dal presidente Macron il 2 marzo, durante il suo discorso nella base di Ile Longue, in Bretagna, dove si trovano i sottomarini nucleari.

In quell’occasione il capo dell’Eliseo ha parlato di “deterrenza nucleare avanzata”, una “importante evoluzione” della strategia militare francese rivolta a otto paesi, tra cui – oltre all’Olanda – Regno Unito, Germania, Polonia, Belgio, Danimarca, Svezia e Portogallo. In questo contesto, Macron ha sostenuto che durante una eventuale attacco ad un Paese amico, la Francia si riserverà il diritto di lanciare un “ultimo avvertimento nucleare” per dare un preciso avvertimento all’avversario. La strategia di deterrenza avanzata presume anche la possibilità che la Francia possa schierare propri contingenti in nazioni alleate: “Questo complicherà i calcoli dei nostri avversari e conferirà a questa deterrenza avanzata un grande valore per noi”; e questa scelta fornirà alle forze francesi “una nuova profondità strategica, in linea con le sfide alla sicurezza in Europa”. Per Macron, il punto centrale è questo: “Nessun avversario, o gruppo di avversari, può contemplare la possibilità di colpire la Francia senza la certezza di subire danni dai quali non si riprenderebbe mai”, ha affermato Macron.

Non è un caso che i Paesi Bassi abbiano avviato colloqui per passare a una fase concreta e partecipare alla strategia francese, nel momento in cui gli Stati Uniti del presidente Trump segnalano ormai da tempo una insofferenza per l’Europa in diversi contesti, e una scarsa volontà di proseguire il sostegno all’Ucraina nella guerra che dura ormai dal febbraio 2022, in seguito all’invasione russa. Nell’incontro avvenuto il 14 ottobre, funzionari dei Paesi Bassi e francesi hanno sottolineato che la collaborazione non entra in conflitto con le regole dell’Alleanza Atlantica, che resta come punto di riferimento per tutti i Paesi che fanno parte della Nato.

Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) Parigi può contare su 280 testate, più una decina di riserva. Potenza nucleare dal 1960, la Francia ha testato la prima bomba atomica nel Sahara, e una bomba all’idrogeno nel 1968 sull’isola di Mururoa, nella Polinesia francese. Sul piano della modernizzazione degli arsenali, allo sviluppo del missile balistico russo Oreshnik a duplice funzione – convenzionale e nucleare – con una gittata fino a 5.500 chilometri, Parigi si attrezza con il nuovo missile Asn4g e i nuovi missili M51.3, armati sui sottomarini. Il Bulletin of the Atomic Scientist ritiene che quest’arma possa avere una gittata fino a 9.500 chilometri.

L'articolo La Francia offre “deterrenza nucleare” in difesa dell’Europa, i Paesi Bassi accettano: conclusi i primi colloqui ufficiali proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Strage di Kharkiv, arrestato soldato russo. I servizi di Kiev: “Ha ucciso senza motivo”

“Li ho uccisi“. Questo Leonid Ryzhikov ha raccontato agli uomini del Servizio di sicurezza ucraino (SBU) parlando della strage avvenuta il 13 ottobre nella regione di Kharkiv. L’uomo, 36 anni, russo, originario di San Pietroburgo, avrebbe ucciso cinque soldati ucraini che si trovavano in una casa privata mentre non erano in combattimento e, secondo la procura, disarmati e in abiti civili. Alcuni addirittura dormivano. Nello stesso giorno, secondo l’accusa, Ryzhikov aveva ammazzato a sangue freddo anche un pescatore di 60 anni. Arrestato il 14 ottobre, l’uomo è accusato di crimini di guerra: ora rischia l’ergastolo. Ma nella ricostruzione restano ancora diversi punti oscuri.

La ricostruzione della SBU parte dalla storia personale del sospettato. Soprannominato “Yula”, Ryzhikov era stato mobilitato nell’esercito russo alla fine di luglio, dopo aver scontato otto anni di carcere per lesioni personali gravi e furto. Era stato assegnato al secondo battaglione del 1009° reggimento fucilieri motorizzati, appartenente alla 68ª divisione della fanteria motorizzata della 6ª armata russa. Tra il 5 e il 6 ottobre, riferiscono ancora i servizi, si trovava nelle posizioni russe nei pressi di Starytsia, nel distretto di Chuhuiv, quando era finito sotto il fuoco degli ucraini. A quel punto era scappato e, armato di un fucile automatico AK-74, si era diretto a piedi verso Kharkiv, nascondendosi nelle fasce boschive. Durante la fuga era entrato in una casa privata abbandonata, nella quale aveva rubato alcuni abiti civili.

Il 13 ottobre, vicino al villaggio di Mykhailivka, Ryzhikov avrebbe incontrato un uomo impegnato a pescare lungo un canale. La SBU sostiene che gli ha sparato senza alcuna ragione e poi ha spinto il corpo nell’acqua. “Avevo paura che mi denunciasse, tutto qui. L’ho ucciso e me ne sono andato”, ha raccontato Yula durante un interrogatorio del quale la Procura generale ha pubblicato un breve estratto video. “Se me ne fossi andato, lui avrebbe chiamato qualcuno dei militari e mi avrebbero preso”, ha aggiunto. L’uomo ha confermato anche di aver spinto il corpo nel canale dopo lo sparo.

La seconda parte del racconto è più oscura. Secondo la SBU, lo stesso giorno Ryzhikov è entrato in una proprietà privata a Momotove, dove si trovavano i cinque militari ucraini che “non stavano partecipando a operazioni di combattimento, non erano armati e indossavano abiti civili”. In quelle condizioni, sostiene l’intelligence di Kiev, erano protetti dalla Convenzione di Ginevra sulla protezione dei civili in tempo di guerra.

Nell’interrogatorio, Ryzhikov ha confermato di essere “entrato nel cottage” e di aver sentito che una persona era scappata. “Poi ha cominciato a tornare indietro, mentre io ero nel cottage in cui viveva. A quel punto non ho fatto niente. L’ho semplicemente ucciso”, ha raccontato, per poi aggiungere subito dopo: “L’ho ucciso, sono tornato indietro. Lì c’erano altri tre militari. Li ho uccisi, ho preso in fretta alcune cose”. A quel punto un altro militare gli avrebbe intimato di fermarsi. “Ho sparato e sono scappato”, ha proseguito l’uomo. “All’interno della casa c’era equipaggiamento militare?”, domanda un investigatore. “C’era – risponde Yula -. Dotazione tattica, munizioni“, ma anche “armi, giubbotti antiproiettile, elmetti e roba simile”. “Hai preso tutto?”. “Ho preso solo le cartucce che c’erano, ma il resto non l’ho toccato”.

Alla domanda su che cosa abbia fatto dopo gli omicidi, Ryzhikov ha risposto di aver proseguito verso Kharkiv. Gli agenti della sicurezza lo hanno arrestato nel quartiere di Saltivka e hanno rinvenuto l’AK-74. Rimangono senza risposta alcune domande, due in particolare: perché è entrato proprio in quella casa? E perché ha ucciso i cinque militari? Né la ricostruzione della SBU (che nel comunicato ufficiale scrive: “Senza alcun motivo, Ryzhikov sparò senza pietà a queste persone, alcune delle quali stavano semplicemente dormendo”), né lui lo spiega nello spezzone di video pubblicato. Non dice di essere stato attaccato, minacciato o riconosciuto, né descrive un confronto che possa spiegare l’inizio della sparatoria.

L'articolo Strage di Kharkiv, arrestato soldato russo. I servizi di Kiev: “Ha ucciso senza motivo” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

70 miliardi e scorte di Patriot. Cosa chiede Zelensky all’Ue per l’inverno

Chiede i Patriot all’Ue, prevede un’invasione di profughi in caso di sconfitta, fa i conti della serva sulle risorse che gli occorrono per il prossimo anno, incassa il supporto di alcuni senatori americani critici sul depotenziamento di Starlink per le difese ucraine. Volodymyr Zelensky, ospite del Consiglio Europeo, fa il punto sullo stato della guerra e delle relazioni politiche a supporto della sua parte, con una consapevolezza di base: se Washington sta mollando Kyiv, Bruxelles no.

“Per Putin non è mai abbastanza, ci vuole distruggere – parte in quarta – e poi vorrà di più e ancora di più. Ora sta mettendo alla prova i Paesi Nato con questi droni. Siamo di fronte a un’escalation”. Il tema è allo stesso tempo bellico, economico, geopolitico e militare. Perché se è vero come è vero che dagli europei ha ricevuto solo sostegno (“comprendono che la nostra posizione è totalmente giustificata”), mette l’accento sul ruolo americano. Quando dice che Putin darà ascolto all’America se eserciterà pressione fa riferimento alle tante persone presenti negli Stati Uniti “dal cuore nobile che desiderano sinceramente la sconfitta del male e che l’Ucraina rimanga salda. Sono proprio queste le persone che hanno aiutato l’Europa a difendere la propria libertà, che hanno combattuto durante lo sbarco in Normandia, che hanno vinto la Guerra Fredda e che vogliono il meglio per l’Europa. Persone che desiderano essere alleate, non dividere o umiliare l’Europa. Credo che la maggior parte degli americani la pensi ancora così. E, in ultima analisi, sarà il popolo americano a dire la sua”.

Una stoccata a quella minoranza che invece vorrebbe togliergli gli aiuti. In questo senso va letto il suo riferimento all’accordo Russia-Usa sul diesel che è stato “una sorpresa per tutti”, mentre per quanto riguarda il rapporto con Trump annuncia che “ci sarà nei prossimi giorni un incontro tra i negoziatori, col presidente abbiamo sempre temi da discutere”.

Ma oltre agli auspici ci sono previsioni e richieste. Sulle prime spicca lo scenario che si potrebbe abbattere sull’Europa in caso di caduta di Kyiv, ovvero 20 milioni di profughi ucraini, “perché ci distruggeranno, ci spingeranno fuori per questo vi chiediamo di difendere il nostro Paese”. La parte del leone in questo senso la sta facendo il nuovo strumento di guerra che risponde al nome di drone. Putin “sta già testando i droni sui Paesi europei, sull’Ucraina sono arrivati migliaia di droni. Migliaia. E gli americani dicono che è difficile parlare con Zelensky, che è più facile parlare con Putin”, come a voler rimarcare il passaggio iniziale. Sulle seconde, ecco la lista della spesa: altri 70 miliardi per i 2027, “per tenere a bada la Russia”, oltre agli intercettori per i sistemi Patriot (Pac-2 e Pac-3). Quelli disponibili in Europa permetteranno all’Ucraina di superare l’inverno e tutti i leader sono a conoscenza di questo pacchetto. La questione è sul tavolo dei paesi Ue, che stanno riflettendo sul da farsi.

Quel che è certo è che arriveranno presto nuovi F-16, verosimilmente entro la fine dell’anno. Infine una considerazione sull’accordo Trump-Putin sul gasolio: “ci ha sorpresi, non possiamo accettarlo”. Il timore di Zelensky è che il passo successivo verta un altro accordo simile sul gas, oppure l’esenzione da nuove sanzioni legate ai sistemi bancari, ad alcuni individui o all’industria chimica.

Tutto finito? Per nulla. Alcuni senatori americani hanno richiesto un’indagine urgente sulle interruzioni della rete Starlink in Ucraina, lo strumento che Musk aveva offerto a Kyiv per indirizzare i droni verso gli obiettivi russi. E in una missiva indirizzata all’ispettore generale del dipartimento della Difesa i senatori esprimono “grave preoccupazione” in merito al depotenziamento della rete, perché queste restrizioni “avrebbero compromesso la capacità dell’Ucraina di condurre operazioni difensive contro gli attacchi russi, effettuati tramite droni e missili, diretti verso le infrastrutture civili”.

  •  

La pace in Ucraina dipenderà dal riconoscimento dell’esigenza di sicurezza di entrambi i belligeranti

di Gerardo Ongaro

Il terzo (penultimo) anno, l’Università di Edimburgo ci mandò un anno accademico presso un’università russa. Io scelsi l’Università Linguistica di Mosca. L’occidente era un miraggio per una parte della popolazione che credeva ancora nelle “nostre” bugie. Questa atmosfera di entusiasmo si respirava specialmente tra i giovani negli alloggi universitari, dove risiedevo.

Fare amicizie era facile. Il bisogno degli studenti russi di parlare altre lingue facilitava la cosa. Con una studentessa, di quelle della Russia profonda, ebbi una relazione. Studiava tedesco, non sapeva l’inglese, dunque con lei dovevo parlare russo per forza: situazione ideale. Altre ragazze che studiavano inglese mi cercavano spesso, per amicizia e per praticare la lingua. Si capiva che molte di loro sognavano un futuro diverso dai loro genitori.

Io ero povero, ma le poche sterline che avevo in tasca valevano una montagna di rubli. Tuttavia, per aggiungere qualcosina al mio misero bilancio, davo lezioni private di italiano. Così, attraversavo quotidianamente Mosca in lungo e in largo, imparando a conoscere la città in tutti i suoi aspetti. La visione era devastante.

Era il periodo del presidente Yeltsin, della “Shock Therapy” (terapia d’urto) di Gaidar, una politica economica adottata per rendere la rivoluzione liberista irreversibile. Il popolo russo era sprofondato nella miseria. File di disperati, giovani e vecchi, affollavano i quartieri. Davanti ai loro piedi c’erano piatti, bicchieri, posate, oggetti di vario genere appartenuti alla famiglia nei secoli. Una volta, da una vecchietta comprai due piatti per pochi rubli. Vedevo in lei mia nonna Maria Rosa, conosciuta come la Mamma dei Partigiani durante la Resistenza; avrei voluto colmarla di baci, e di rubli, ma temevo di offenderla: lei non stava chiedendo la carità, stava vendendo le sue cose con dignità.

Intanto, mentre il popolo soffriva, non era raro vedere in una via del centro una giovane rock star scendere da una splendida limousine per inaugurare una boutique. Il contrasto era devastante. Questo fu il primo impatto del popolo russo con la nostra “democrazia”.

All’esperienza economica devastante di quegli anni, va aggiunta quella della minaccia militare. Quando studiavo presso l’Università Linguistica di Mosca, si vociferava dell’allargamento della Nato ai paesi dell’ex Patto di Varsavia. Ricordo il professore di scienze politiche esprimere preoccupazione, ma anche certezza che questo non sarebbe avvenuto. Per lui, e per il popolo russo, non sembrava logico, visto che la Russia si era ritirata dall’Europa dell’est e che con il presidente Yeltin la Russia era diventata amica dell’Occidente.

Quando alla fine del primo anno l’Università di Edimburgo ci mandò a Pietroburgo per un mese, ci fece alloggiare presso famiglie russe. La mia era composta da genitori, nonna e figlia. Chiacchieravo spesso con Бабушка (la nonna). Mi raccontò di lei bambina durante la Seconda Guerra Mondiale, nell’assediata Leningrado. Mi raccontò della paura, delle sofferenze…

Ancora vivida tra i russi è la memoria storica delle invasioni occidentali, l’ultima delle quali costò loro più di 20 milioni di morti, più della metà civili. Ancora vive sono alcune persone che hanno vissuto la tragedia. Nelle case russe, ci sono ancora le foto appese al muro dei loro parenti morti a causa dell’invasione nazista. L’avvicinamento ai loro confini della più grande potenza militare occidentale della storia, la Nato, richiama ricordi terrificanti. Vedere il governo ucraino costruire monumenti a ricordo di personaggi di quel paese che si unirono ai nazisti contro il popolo russo, vedere i resti di quei personaggi accolti come eroi, li fa rabbrividire.

La tragedia economica liberista della Shock Therapy e la minaccia militare occidentale hanno prodotto Putin. Per il popolo russo, lui ha ridato dignità al paese. Le trattative per la pace non possono prescindere dal riconoscimento dell’esigenza di sicurezza di entrambi i belligeranti.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo La pace in Ucraina dipenderà dal riconoscimento dell’esigenza di sicurezza di entrambi i belligeranti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Ucraina, chiusa l’inchiesta sull’ex premier Stefanishyna: “Arricchimento illecito per 276 mila euro e beni nascosti”. Rischia il processo

Arricchimento illecito per 13,9 milioni di grivne (276 mila euro) e falso nella dichiarazione dei redditi e dei patrimoni. Olha Stefanishyna, ex vicepremier ucraina ed ex ministro della Giustizia , dovrà rispondere a queste due accuse mosse dall’Autorità nazionale anti-corruzione (Nabu), che ha chiuso le indagini a suo carico. Il 5 agosto, giorno in cui era stata raggiunta dall’avviso di garanzia, Volodymyr Zelensky l’aveva rimossa dall’ultimo incarico affidatole nel 2025, quello di ambasciatrice negli Stati Uniti.

Secondo i magistrati Stefanishyna possedeva due appartamenti nel complesso residenziale “Faina Town“, registrati a nome di un’amica, del valore di quasi 11 milioni di grivne (218 mila euro). Inoltre, in diversi periodi, ha avuto in uso altri beni intestati a persone a lei vicine, tra cui un appartamento registrato a nome della madre nel complesso residenziale “Lvivska Ploshcha” a Kiev. L’ex vicepremier non ha dichiarato nessuno di questi beni nella E-deklaratsiya, la “Dichiarazione Patrimoniale Elettronica dei Funzionari Pubblici” (lo strumento utilizzato per il controllo preventivo della corruzione nel quale tutti i politici e gli alti funzionari devono dichiarare ogni anno non solo quanto guadagnano, ma tutto ciò che possiedono, usano o spendono), omissione che per il codice penale ucraino costituisce reato.

I pm anti-corruzione sostengono inoltre che Stefanishyna “stava trattando l’acquisto di una casa vicino a Kiev del valore di 550 mila dollari” (circa 490 mila euro). Secondo i magistrati, 250 mila dollari sarebbero dovuti essere pagati in contanti, il resto cedendo al venditore i due appartamenti di “Fayia Town”. La donna avrebbe rinunciato all’affare probabilmente a causa della sua nomina ad ambasciatrice a Washington, ma i redditi dichiarati non le avrebbero permesse di acquistare nessuno di questi beni. Tra l’inizio del 2024 e la metà del 2025, hanno ricostruito i pubblici ministeri, Stefanishyna ha guadagnato circa 3,7 milioni di grivne (73 mila euro) ma nello stesso periodo solo dai suoi conti bancari sono stati spesi circa 4,2 milioni di grivne (83 mila euro).

Oggi l’ex vicepremier è in libertà vigilata (deve presentarsi se convocata dai magistrati, comunicare tempestivamente ogni cambio di residenza o domicilio e non può comunicare con i testimoni o le persone indicate nell’ordinanza del giudice), dopo che a metà agosto uno studio legale per cui lavorava ha pagato la cauzione di 6 milioni di grivne (circa 116 mila euro) fissata dall’Alta Corte anti-corruzione, che ora dovrà decidere del suo rinvio a giudizio. Nel caso si andasse a processo, per la contestazione di dichiarazione patrimoniale non veritiera Stefanishyna rischierebbe fino a 2 anni di reclusione, mentre l’accusa di arricchimento illecito prevede una pena da 5 a 10 anni.

Per anni Stefanishyna è stata una fedelissima del presidente Zelensky e una una figura chiave nella sua amministrazione. Dal 2020 al 2025 è stata vicepremier con delega all’Integrazione Europea ed Euro-atlantica, aveva guidato i negoziati per l’ingresso di Kiev nell’Ue e nella Nato, e poi ha assunto anche la carica di ministro della Giustizia. Il presidente l’aveva rimossa il 17 luglio 2025, il giorno dopo che la Procura speciale anti-corruzione aveva reso noto di aver aperto un’inchiesta sulla gestione di quattro importanti beni sequestrati affidati all’Arma (l’agenzia incaricata di amministrare i patrimoni confiscati) in cui era coinvolto il suo ex marito e il 27 agosto l’aveva nominata ambasciatrice negli Stati Uniti, ruolo cruciale per il paese in tempo di guerra. Con l’arrivo dell’avviso di garanzia, Zelensky le ha tolto anche questa carica.

L'articolo Ucraina, chiusa l’inchiesta sull’ex premier Stefanishyna: “Arricchimento illecito per 276 mila euro e beni nascosti”. Rischia il processo proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Guerra in Ucraina, Trump durissimo: “Zelensky? Meglio non averci niente a che fare. Non sono un suo fan”

Donald Trump ha dichiarato a Newsmax di “non essere un grande fan” del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy e di considerarlo più difficile con cui negoziare rispetto al presidente russo Vladimir Putin, criticando la decisione dell’Ucraina di riprendere gli attacchi contro le raffinerie petrolifere russe nel contesto degli sforzi per porre fine alla guerra. “Zelensky non è una persona con cui è consigliabile avere a che fare“, ha dichiarato Trump in un’intervista esclusiva a “Finnerty” dalla Casa Bianca. “Non vuole trovare un accordo. Dice di volerlo, ma non lo vuole. No, non sono un grande fan di Zelensky”.

Intervistato da Newsmax sui nuovi attacchi dell’Ucraina, Trump ha affermato che stavano facendo aumentare i prezzi globali dell’energia. “Ora, se mi dite che Zelenskyy sta di nuovo sparando alle raffinerie, tutto ciò che sta facendo è far aumentare il prezzo mondiale del petrolio”, ha affermato. “Beh, penso che sia una vergogna. Ci sono molti altri obiettivi… Ci sono molti obiettivi che si possono colpire”, ha continuato Trump.

Nella notte del 16 ottobre, le forze ucraine hanno apparentemente colpito diversi obiettivi nelle regioni russe di Mosca, Rostov e Vladimir, nel corso di un’ampia operazione condotta con droni. Secondo i canali di monitoraggio ExileNova+ e SuperNova+, nell’operazione notturna è stato preso di mira il data center del colosso tecnologico russo Yandex, situato nell’oblast di Vladimir, a circa 500 chilometri dal confine ucraino.

Nella città di Sepetivka (regione di Khmelnytskyi, nell’Ucraina occidentale) è scoppiato un incendio nei pressi di un deposito di petrolio a colpito con i droni dalle forze armate russe. Lo scrive il capo dell’amministrazione statale di Khmelnytskyi, Serhiy Tyurin su Telegram: “A seguito dell’attacco, è scoppiato un incendio nell’area di un deposito di petrolio”.

L'articolo Guerra in Ucraina, Trump durissimo: “Zelensky? Meglio non averci niente a che fare. Non sono un suo fan” proviene da Affaritaliani.it.

  •  

L’ambiguità sull’Ucraina di una Schlein sempre più ostaggio di Conte

Le astensioni incrociate su cinque mozioni diverse sulla politica estera non sono esattamente un gran segnale di unità, anche se, come raccontano alcuni giornali, mercoledì alla Camera Elly Schlein e Giuseppe Conte sono apparsi particolarmente soddisfatti. Contenti loro.

Peccato che il Pd – non parliamo degli altri – abbia perso l’occasione per valorizzare la chiara posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina contro la Lega seguendo l’abc della politica che impone di incunearsi nelle contraddizioni dell’avversario.

Lo hanno capito solo i riformisti del Pd, oltre Carlo Calenda e Matteo Renzi, Pierferdinando Casini e Mario Monti. La linea è un’altra: a testa bassa contro il governo anche quando dice cose giuste. In ogni caso al Nazareno, a quanto pare, c’è entusiasmo per i «passi avanti» in vista del programma comune del campo largo. Si confida in una soluzione lessicale in grado di salvare capra e cavoli, ponendo la centralità della “trattativa” e lasciando sullo sfondo (ma come?) il problema dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Come se bastasse evocare la pace per sciogliere il nodo politico e morale del sostegno a un Paese aggredito.

L’ambiguità, in realtà, non è più un rischio: è già il metodo di lavoro. E Giuseppe Conte, su questo terreno, non sembra disposto a concedere nulla, nemmeno a costo di mandare in frantumi la coalizione perché per l’avvocato del populismo la questione ucraina non è una voce fra le altre del programma: è una linea identitaria, uno strumento di pressione sul Pd e, soprattutto, un modo per misurare quanto Schlein sia disposta a cedere pur di tenere in piedi l’alleanza.

Domenica la segretaria del Pd davanti alla assemblea nazionale metterà a sistema questa fiducia e forse indicherà qualcosina in più rispetto alle sue ultime uscite: se non proprio una data per la prima riunione del “tavolo” per il programma, almeno qualche punto fermo sulla sua “scaletta”. Di fatto, ancora è nebbia sui nodi principali: l’Ucraina – si è già detto – ma poi anche su chi fa parte della coalizione e sul problema delle primarie. Ma non è neppure chiaro se il Pd andrà al tavolo con un proprio programma.

L’unica cosa che in queste ore veramente interessa la squadra della segretaria è la sua incoronazione come unica candidata del partito alle primarie. Per questo occorre una modifica dello Statuto con una norma che escluda la celebrazione del congresso nell’anno delle elezioni politiche, in modo tale da prorogare il mandato di Schlein. Scontata l’approvazione della modifica statutaria, la giornata sarà un Elly day.

Il Nazareno sta organizzando una massiccia presenza anche di chi non è membro dell’assemblea. Si vuole fornire l’immagine di un partito tutto già impegnato nella campagna elettorale di Schlein in vista delle primarie, si serrano le fila perché – dicono gli uomini di Stefano Bonaccini, ora grande sostenitore della segretaria – «non ci sono elementi sostanziali di garanzia di una gestione realmente unitaria dei passaggi successivi».

Leggi: non ci deve essere spazio per dissensi sul nome della leader del partito. Con la speranza, inoltre, che non ci siano altre candidature che potrebbero toglierle voti. Ma come farà Schlein a convincere Alessandro Onorato o Franco Gabrielli di non presentarsi ai gazebo o a Matteo Renzi di non mandare in campo una candidatura di Casa riformista? Un problema non da poco che Conte non ha.

Così, mentre il Pd cerca di blindare la propria segretaria, l’avvocato del populismo può permettersi di tenere aperta ogni partita: quella sul programma, quella sull’Ucraina, quella sulla leadership del campo largo. Non ha bisogno di proclamarsi candidato unico, né di modificare uno Statuto per garantirsi la permanenza alla guida del Movimento. Gli basta che Elly Schlein sia costretta a inseguirlo.

L'articolo L’ambiguità sull’Ucraina di una Schlein sempre più ostaggio di Conte proviene da Linkiesta.it.

  •  

Quelli che non criticano Trump sull’Ucraina non sono pacifisti, ma guerrafondai che tifano per gli avversari

La dimostrazione eclatante che la posizione cosiddetta pacifista sulla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina è, quando va bene, ipocrita si è avuta in queste ore di ennesimo e vile attacco di Donald Trump e Elon Musk all’Ucraina, al suo presidente e al suo popolo.

Trump ha stretto un grottesco, inutile, e inapplicabile accordo con Vladimir Putin sul gasolio russo, in violazione delle leggi del suo Congresso e al solo fine propagandistico interno per scaricare sull’Ucraina, e non sulla guerra in Iran, le responsabilità del prezzo alto della benzina a poche settimane dal voto di metà mandato. Inoltre, da Mar-a-Lago, Trump ha ripreso a insultare e a minacciare Volodymyr Zelensky, dopo qualche mese di pausa, e ha smesso di passare agli ucraini parte delle informazioni di intelligence che servono ad anticipare la difesa della contraerea missilistica. Musk, invece, ha rallentato la connessione di Starlink in Ucraina e ha minacciato di staccare del tutto la spina, costringendo gli ucraini a rinunciare alle azioni belliche con i droni che così tanti danni hanno fatto alle infrastrutture offensive, energetiche e di approvvigionamento russe.

Il risultato della bravata del duo Trump-Musk è che i missili russi ora entrano nello spazio aereo ucraino indisturbati e poi colpiscono i civili ucraini come mai prima d’ora.

In linea generale, se le parole avessero un senso, un pacifista dovrebbe chiedere all’aggressore di fermare gli attacchi e non all’aggredito di smettere di difendersi, invece mai in quasi quattro anni abbondanti di guerra russa all’Ucraina ci sono state iniziative dei leader progressisti italiani o manifestazioni del fronte pacifista per chiedere alla Russia di fermare la guerra.

Ormai è diventato normale, malgrado sia un atteggiamento controintuitivo e moralmente osceno, che il sedicente pacifista italiano chieda all’Europa di non sostenere più l’aggredito, di non fornirgli le batterie antimissili che difendono la popolazione civile dall’attacco russo, e di inviare in Ucraina, anziché missili, un inviato di pace, come se fosse l’Ucraina a volere le guerra, al fine poi di intavolare una trattativa che la Russia non ha nessuna intenzione di intraprendere e che ogni giorno rigetta in tutte le lingue, a meno che la soluzione diplomatica sia la completa resa degli ucraini.

Questo è il teatrino dell’orrore cui assistiamo da oltre quattro anni, inscenato soprattutto da una parte della sinistra che si riempie la bocca della parola pace mentre con i fatti lavora per la continuazione della guerra russa.

Le ultimissime intemerate di Trump e Musk contro Zelensky e l’Ucraina scoperchiano però l’ipocrisia politica di quello che a buon diritto viene chiamato Campo Lavrov.

Qui non si tratta di cambiare linea politica sul “no alle armi” o sulla necessità di far terminare la guerra, né di mettere in difficoltà i leader dei partiti che provano a mantenere unita la coalizione elettorale. Qui ci sono i due più spudorati esponenti della destra nazionalista globale che, prendendosi una pausa dal gettare nel caos il mondo e dal sostenere tutti i movimenti neonazi del pianeta, minacciano l’aggredito, accarezzano l’aggressore cercando anche di fare affari personali, e mettono in pratica un piano di disimpegno per massimizzare le vittime civili ucraine.

Per i capi della sinistra “pacifista” non potrebbe esserci un’occasione più facile e doverosa di questa per criticare Trump e Musk e difendere le vittime innocenti della guerra, anche senza cambiare la linea politica sullo stop all’invio delle armi difensive.

Eppure non c’è stato nessun leader del Campo Largo o del fronte intellettuale pacifista che in queste ore abbia criticato Trump e Musk, dimostrando così in modo plastico l’impostura della posizione “pacifista”, ma anche la fine della gloriosa sinistra anti totalitaria, e la trasformazione del Campo Largo non solo in Campo Lavrov ma anche in Campo Mar-a-Largo.

Un fronte progressista che rifiuta di difendere l’aggredito, che non disturba mai l’aggressore, e che non riesce nemmeno a criticare i due più grandi fascistoni del pianeta impegnati a facilitare l’imperialismo russo può essere definito in qualsiasi modo, tranne che con l’aggettivo progressista.

Il più grande intellettuale della sinistra anti totalitaria, il compianto Christopher Hitchens, aveva svelato la vera natura dei pacifisti pro Saddam Hussein. Una lezione valida anche nel 2026. Oggi i pacifisti italiani non solo pretendono la resa degli aggrediti ucraini e non fanno niente per fermare l’aggressore russo, ma non trovano nemmeno il modo di censurare le mascalzonate di Trump e Musk contro l’Ucraina e l’Europa. Come scriveva Hitchens, questi non sono pacifisti, «non vogliono la pace, sono a favore della guerra, e tifano per gli avversari».

L'articolo Quelli che non criticano Trump sull’Ucraina non sono pacifisti, ma guerrafondai che tifano per gli avversari proviene da Linkiesta.it.

  •  

“Sensi del Pd vuole più armi per Ucraina con un governo di centrosinistra? Gliele porti lui personalmente”. La risposta di Silvestri (M5S) alle parole del senatore dem

“Con governo progressista invieremo armi per davvero”. “A patto che gliele porti lui personalmente, se le carica e gliele porta”. Alle parole del senatore del partito Democratico, Filippo Sensi, sull’invio di armi con un governo di centrosinistra, “Conte vuole discontinuità sull’Ucraina? Sono d’accordo: con il governo progressista invieremo armi per davvero”, replica Francesco Silvestri del Movimento 5 Stelle.

“C’è già un governo che invia armi, può unirsi a loro se vuole, non c’è nessun problema, io credo invece che un governo progressista debba fare l’esatto contrario di quello che ha fatto la meloni, Salvini e Tajani fino a questo momento – ovvero – smettere di inviare armi per aiutare gli ex colleghi di Crosetto e invece credo che dobbiamo aiutare quella parte di Europa che vuole dialogare con Putin per cessare una guerra che sta massacrando le nostre economie. Se lui (Sensi, ndr) si diverte tanto ad inviare armi lo può fare in forma personale o può aiutare questo governo a farlo. E’ legittimo”.

Con il Partito Democratico continueranno le differenze sul come sostenere l’Ucraina, se sotenererla anche militarmente? “O come danneggiare l’Ucraina – ribatte Silvestri – perché per me non è un diverso modi di aiutare l’Ucraina. Dopo quattro anni se continui a mandare armi e non gli dai sostegno stia peggiorando quelle che sono le condizioni degli ucraini e che gli ucraini stessi vogliono cambiare”.

“Parliamo di cose serie, noi siamo felicissimi come 5 Stelle di aver fatto un lavoro diplomatico importante all’interno della coalizione di centrosinistra per essere arrivata ad una mozione (quella sul Documento Programmatico di Finanza Pubblica, ndr) che dice basta riarmo, come coalizione, quindi Pd, riformisti, non riformisti, tutte le correnti del mondo e anche Italia Viva, sul no al 5% del Pil in spese militari, siamo contenti. Ma io – prosegue l’ex capogruppo dei deputati pentastellati – se riuscissi a portare su questa nostra posizione anche la Meloni sarei contento. Qui non faccio differenze Renzi, Meloni, Salvini. Se io riesco a portare tutte le forze politiche a dire il patto che ha firmato la Meloni del 5% è una boiata e ci massacrerà, non lo facciamo e no alle spese del riarmo, se il 5 Stelle è riuscito a farlo con la coalizione progressista, se riuscisse a farlo in tutto il Parlamento probabilmente sarebbe probabilmente il più grande atto della storia del Movimento perché stiamo andando verso un muro economico e sociale e stiamo anche accelerando”.

Il tema Ucraina è la spia che bisogna accelerare sul programma condiviso all’interno della coalizione progressista? “No. Il danno vero di questa storia dell’Ucraina sta facendo sembrare che 5 Stelle, Pd e Avs non abbiano un programma condiviso. Visto che c’è un problema, una divisione sembra che noi non abbiamo niente in comune, questo è il più grande danno. In realtà non è così. Noi abbiamo lavorato in questi quattro anni in maniera forte insieme, abbiamo trovate tante soluzioni sulla casa, sul diritto all’abitare, sul salario minimo e trovato anche tante altre soluzioni che vorremmo mettere in pratica, c’è questa decisione, è vero che è abbastanza netta”.

Come risolverla? “Con le primarie. Se c’è una divisione, visto che l’asse progressista non è solo dei suoi segretari, ma è anche degli elettori e se gli elettori possono darci un’indicazione, magari anche contro quello che dice il Movimento 5 Stelle ma perché non sfruttare la democrazia anche per capire l’indirizzo politico, cioè perché limitarsi a considerare la democrazia un esercizio che elegge un capo piuttosto che un altro, molte volte – conclude Silvestri – la democrazia può essere uno strumento per capire in che direzione andare. Quindi credo che le primarie saranno un buono strumento per questo”.

L'articolo “Sensi del Pd vuole più armi per Ucraina con un governo di centrosinistra? Gliele porti lui personalmente”. La risposta di Silvestri (M5S) alle parole del senatore dem proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌