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Clamoroso Pisa: l’ex Juve Comolli è il nuovo presidente e ad del club. Silurati i Corrado dopo 10 anni

Senza nessun sentore, senza nessuna anticipazione, totalmente a sorpresa. L’ex Juventus Damien Comolli è il nuovo presidente e amministratore delegato del Pisa, società che gioca nel campionato di Serie B dopo la retrocessione dello scorso anno. Ad annunciarlo è stato lo stesso club nerazzurro con una nota ufficiale: “Il Pisa Sporting Club è lieto di annunciare la nomina di Damien Comolli a Presidente e Amministratore Delegato del Club. Contestualmente Damien Comolli entrerà a far parte del Consiglio di Amministrazione”. A sorpresa, quindi, via anche Giuseppe e Giovanni Corrado, rispettivamente presidente e direttore generale del club, ma non più patron dal 2021, da quando la maggioranza è stata rilevata dal magnate Alexander Knaster.

“Dieci anni rappresentano un’era. Il Pisa Sporting Club rimarrà sempre una parte fondamentale delle nostre vite. Desideriamo quindi ringraziare tutti i collaboratori e la gente di Pisa per la disponibilità dimostrata e per l’affetto che ci hanno riservato”, scrivono i Corrado nel comunicato. “Un ringraziamento speciale ad Alex Knaster per il sostegno e l’amicizia dimostrati dopo la fase iniziale del progetto, avviata insieme a Enzo Ricci. Auguriamo al Pisa di proseguire con successo lo straordinario percorso di crescita intrapreso nel corso di questi dieci anni”.

Queste invece le prime parole di Damien Comolli, che fino a giugno 2026 era un tesserato della Juventus: “Sono molto felice di entrare a far parte del Pisa SC come Presidente e Amministratore Delegato. Sotto la proprietà di Alexander Knaster, il Club ha compiuto progressi davvero significativi. Questo dimostra che il Pisa SC è un Club stimolante in cui entrare, con un potenziale di crescita decisamente importante, a partire dalla propria organizzazione e dalla realizzazione di un nuovo centro sportivo all’avanguardia. Non vedo l’ora di contribuire, sotto ogni aspetto, al prossimo capitolo del percorso di sviluppo del Club. Forza Pisa!”.

Una mossa totalmente a sorpresa, commentata anche dal patron Alexander Knaster: “Dopo diverse stagioni durante le quali abbiamo assistito a significativi miglioramenti in tutte le aree del Club, ritengo che sia arrivato il momento per il Pisa SC di entrare in una nuova fase di crescita e sviluppo. Sono convinto che questo possa avvenire sotto la guida di Damien, che porta con sé una grande esperienza e una profonda conoscenza del calcio, sia dentro che fuori dal campo. Damien entra a far parte del Pisa SC con un contratto iniziale di tre anni.”, prima dei ringraziamenti alla famiglia Corrado.

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Psg-Barcellona a rischio rinvio, il ministro rassicura Nuñez: “Si gioca”. Cresce la paura per scontri e violenze a Parigi

A Parigi dovevano essere ore di attesa per il big match tra Psg e Barcellona (le due squadre oggi più forti in Europa), invece negli ultimi giorni a prendersi la scena sono state le forti proteste nella capitale francese e nel resto del Paese (tra cui anche Marsiglia, Bordeaux e Lione), per il carovita. Città devastate, violenze in diverse città, migliaia di persone fermate. Il 17 e il 18 ottobre in Francia sono state giornate complicate e nella capitale i disordini si sono protratti fino a notte fonda del 18, con negozi saccheggiati e attacchi alle varie strutture. Motivo per cui è anche circolata la voce che la sfida di Champions League tra Psg e Barcellona potrebbe non giocarsi. O meglio, la logica porta a pensare ciò ma il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha affermato che “non c’è alcun problema per la partita di martedì sera tra Paris Saint–Germain e Barcellona” a Parigi “e per altre partite che potrebbero svolgersi nelle competizioni europee”, in particolare “a Lille“. “Le partite non sono in dubbio“, ha insistito il ministro.

Intanto il primo ministro francese, Sébastien Lecornu, ha annunciato di aver chiesto ai prefetti di “decretare alcuni coprifuoco“. Sul tema è intervenuto anche l’allenatore del Psg Luis Enrique, che ha ribadito: “Ho le mie convinzioni. Non sono io la persona adatta a parlare di questo argomento; sono qui per parlare di calcio. Certamente non ci piace questo tipo di violenza, ma questa è la società. Per quanto riguarda le manifestazioni, è una battaglia, e nel nostro caso dobbiamo rimanere concentrati sulla partita. Non ho paura, ma spero che la partita possa svolgersi in condizioni normali“, ha spiegato l’allenatore parigino, mostrando qualche preoccupazione per la situazione.

Martedì sera sono attesi 2mila e 200 tifosi del Barcellona nel settore ospiti del Parco dei Principi e nonostante la partita non sia classificata come “ad alto rischio“, l’attenzione sarà inevitabilmente concentrata sull’area esterna allo stadio, che dovrebbe ospitare oltre 40mila tifosi. Motivo per cui – dopo un fine settimana di tanta violenza nelle strade di Parigi – crescono timori per quello che potrebbe succedere. Anche in Spagna, la stampa catalana ha mostrato preoccupazione alla vigilia. “Una Parigi in fiamme attende il Barça”, titolava ad esempio Mundo Deportivo. “La Francia e la sua capitale sono attualmente teatro di gravi disordini”, insisteva il quotidiano.

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L’Arsenal vuole licenziare 60 dipendenti e rinnova Arteta per 25 milioni all’anno. Il tecnico: “Bisogna prendere decisioni per raggiungere il successo”

Quasi venticinque milioni di euro all’anno fino al 2030 per l’allenatore e sessanta posti di lavoro a rischio per i dipendenti. Da una parte il rinnovo milionario di Mikel Arteta fino al 2030, dall’altra un piano di ristrutturazione che rischia di lasciare a casa decine di lavoratori. Il paradosso in casa Arsenal ha acceso più di qualche critica in Inghilterra. E le dichiarazioni di Arteta sulla questione di certo non aiutano. Si considera la persona meno adatta per parlarne – “Questa non è una domanda da fare a me” – ma quando c’è da difendere la scelta del club non si tira di certo indietro: “Bisogna prendere delle decisioni per mettere le persone giuste nei posti giusti e continuare a investire per raggiungere i nostri obiettivi e il successo che vogliamo costruire. Questo mi è stato spiegato in seguito a un’analisi condotta in tutto il club, sempre con l’intento di evolvere e migliorare”. Facile dire così quando per i prossimi anni puoi diventare l’allenatore più pagato della Premier League.

Annunciata mercoledì dalla dirigenza al personale, la ristrutturazione riguarda principalmente i dipartimenti amministrativi e commerciali. Il tempismo non è di certo dei migliori. “Questo è quello che mi è stato detto. Non sono la persona giusta per dare risposte su questi argomenti”, ha aggiunto lo spagnolo. Ma il contrasto resta evidente. E per certi versi inspiegabile, considerati i ricavi del club inglese negli ultimi anni.

Quasi un miliardo di ricavi

Ricavi record e fatturato in crescita. I numeri raccolti negli ultimi anni raccontano un Arsenal in piena espansione. Nella stagione 2024/25, i Gunners hanno registrato ricavi per 903 milioni di euro, contro i 788 milioni dell’annata precedente: di fatto un incremento del 14,5%, influenzato dai diritti tv e dal business legato allo stadio. Ma è soprattutto sul fronte commerciale che l’Arsenal ha accelerato, raggiungendo quota 307,6 milioni di euro. Un risultato favorito anche da accordi di sponsorizzazione come quello con Sobha Realty (multinazionale di sviluppo immobiliare di lusso), che nel febbraio 2024 ha acquisito i diritti sul nome del centro di allenamento del club. E con la finale di Champions League raggiunta nella passata stagione, le entrate sono destinate a crescere ulteriormente.

A crescere, fino a poco tempo fa, era anche il numero dei dipendenti. Per fare un esempio, al 31 maggio 2025 l’Arsenal contava 564 lavoratori nei settori commerciale e amministrativo, contro i 513 dell’anno precedente. Oggi la tendenza è un’altra. Il fatturato sale, ma per una parte dei dipendenti il futuro diventa sempre più incerto. E nessuno sembrerebbe preoccuparsi. L’obiettivo della ristrutturazione, infatti, sarebbe quello di risparmiare tra i 5 e i 7 milioni di sterline all’anno (circa 8 milioni di euro). Praticamente un terzo di quanto guadagnerà Mikel Arteta ogni stagione.

Il precedente in casa Gunners

Per l’Arsenal, però, non si tratta di una novità. Già nell’agosto del 2020, in piena pandemia di Covid–19, il club londinese aveva annunciato un piano di riduzione del personale che prevedeva il licenziamento di 55 dipendenti, principalmente nei settori sportivo, commerciale e amministrativo. Una scelta che aveva scatenato numerose polemiche e provocato la reazione negativa dei tifosi, anche perché arrivata dopo che i calciatori avevano accettato una riduzione dei propri stipendi proprio per contribuire alla tenuta economica della società in un periodo di difficoltà.

Anche in quell’occasione Arteta si era schierato a sostegno delle decisioni del club. Sei anni dopo la storia si ripete. Nel mese di settembre i Gunners si erano infatti affidati al Boston Consulting Group (BCG), società leader a livello internazionale nel campo della consulenza aziendale, con il compito di analizzare alcune aree del club nell’ottica di un miglioramento operativo e organizzativo. Risultato? La decisione di licenziare 60 dipendenti, ritenuti di troppo. Intanto Arteta ringrazia per il rinnovo faraonico.

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“Quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità”: l’appello di Pep Guardiola per la Palestina

“Non sono morti, sono persone assassinate. Non sono statistiche, sono vite con nomi, volti, famiglie, sogni e ricordi”. Comincia così il video–appello per la Palestina pubblicato sui social da Pep Guardiola. Il più influente allenatore di calcio del nuovo millennio ha infatti scelto di sposare la causa dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi. Il video è stato rilanciato dal canale spagnolo dell’UNRWA, che chiede di continuare a “parlare di Palestina”.

È il messaggio di fondo dell’appello di Guardiola, che dice: “Quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome, quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità“. Il tecnico catalano invita quindi a continuare a denunciare ciò che accade a Gaza e al popolo palestinese: “Le loro vite contano quanto le nostre; il loro dolore non ci è estraneo. Non dimentichiamolo”. Quindi l’appello a sostenere all’Agenzie delle Nazioni Uniti: “Da oltre 75 anni, l’UNRWA sostiene i rifugiati palestinesi fornendo assistenza sanitaria, protezione e aiuti umanitari. Ma l’UNRWA è molto più che aiuti. È anche memoria“.

Il discorso integrale di Pep Guardiola

Non sono morti, sono persone assassinate. Non sono statistiche, sono vite con nomi, volti, famiglie, sogni e ricordi. Non sono danni collaterali, sono bambini. E quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome, quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità. Stiamo vivendo un momento molto buio della nostra storia.

Vediamo bambini a Gaza che cercano i loro genitori tra le macerie, che implorano aiuto, che soffrono la fame, che vengono lasciati soli. Li vediamo perdere tutto prima ancora di aver avuto la possibilità di crescere, e l’inferno continua, insieme alla disumanizzazione del popolo palestinese. Le loro vite contano quanto le nostre, il loro dolore non ci è estraneo. Non dimentichiamolo. La solidarietà con la Palestina non può fermarsi.
Né può fermarsi la nostra responsabilità. Oggi, proprio oggi, il governo israeliano ha ucciso più di 74.000 persone a Gaza e continua a ostacolare l’ingresso degli aiuti umanitari. E mentre Gaza continua a essere devastata, la demolizione delle case palestinesi e gli sfollamenti forzati in Cisgiordania continuano. In questo contesto, è importante ricordare una cosa.

Per milioni di rifugiati palestinesi, la sofferenza non è appena iniziata. Hanno sopportato decenni di sfollamento, violenza, perdite, dolore, traumi, incertezza e ingiustizia. Eppure, perseverano. Quanto ammiriamo la resilienza del popolo palestinese. Ma non dovrebbero essere costretti a essere resilienti. Nessun popolo dovrebbe dover trascorrere generazioni a dimostrare la propria capacità di sopportare la sofferenza.

Nessun bambino dovrebbe crescere imparando a sopravvivere anziché a vivere. E in questo terribile contesto, c’è un’organizzazione che non li ha mai abbandonati, nemmeno per un solo giorno. Si chiama UNRWA. Da oltre 75 anni, l’UNRWA sostiene i rifugiati palestinesi fornendo assistenza sanitaria, protezione e aiuti umanitari. Ma l’UNRWA è molto più che aiuti. È anche memoria.

Ed è l’istituzione che ha preservato la storia, l’identità e i diritti di generazioni di rifugiati palestinesi. È la prova che la loro esistenza non può essere cancellata. Oggi, sostenere l’UNRWA è più necessario che mai. Sostenere l’UNRWA significa sostenere coloro che continuano a resistere alla fame, alla violenza, alla paura e all’abbandono. Perché per continuare a distruggere, bisogna imporre il silenzio. E noi non ci faremo mettere a tacere.

Oggi il silenzio è una forma di schieramento, ma non possiamo voltarci dall’altra parte. La Palestina conta, e la Palestina ha bisogno di giustizia e pace. Ora, per favore, continuate a parlare della Palestina. Continuate a difendere l’umanità di fronte all’indifferenza. Per favore, se potete, sostenete l’UNRWA affinché possa continuare a fornire aiuti a chi ne ha più bisogno. Grazie di cuore.

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“I dirigenti seguono le logiche del guadagno. Per loro i giovani sono un problema, i vecchi una garanzia”: l’accusa di Baldini

“Il problema non sono i giocatori giovani, ma i dirigenti. Non c’è un problema di materia prima, ma di dirigenti che hanno il loro modo di organizzare il calcio e fare le loro cose“. Così Silvio Baldini, ct dell’under 21, dopo aver ricevuto a Roma il premio ‘Scopigno-Pulici’ per l’immagine italiana nel mondo. “Il mondo del calcio è in mano a persone che mettono la coscienza in secondo piano, mentre prevalgono il guadagno e la visibilità. Ci sono dei valori che non possono cambiare – ha aggiunto – quando i nostri dirigenti non si assumono le loro responsabilità in coscienza ci sarà sempre questo problema”, ha detto Baldini puntando il dito appunto contro i dirigenti. “Non vanno a vedere se un ragazzo vale e può essere una risorsa importante. Vedono i giovani come un problema e i vecchi come una garanzia“, ha dichiarato l’attuale commissario tecnico dell’Under 21 che a giugno ha guidato la nazionale maggiore per due partite, lanciando diversi giovani e dando il via a un cambio di mentalità anche per il futuro.

“Non voglio passare per quello che ha fatto scoccare la scintilla, ma dopo le due partite che abbiamo fatto a giugno con la Nazionale ho visto nel calcio italiano molte società che hanno cominciato a far giocare più giovani, più ragazzi. È una cosa che in futuro sicuramente aiuterà il nostro calcio a venir fuori anche da queste posizioni di ranking che non rispettano i nostri valori”, ha poi proseguito Baldini, parlando appunto delle differenze tra questa prima parte di campionato e le scorse annate. Per risollevare il calcio italiano, secondo Baldini, “dobbiamo partire da fuori il calcio e poi andare dentro. Cosa significa? Non sono le idee a fare la differenza, ma le persone. Se non sono valide non combinano niente, a prescindere da come la pensano. Quindi al di là delle idee servono persone che sappiano portare avanti i principi“, ha concluso il ct.

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Gattuso, l’ombra di Zenica e la svolta con i giovani: “Questa generazione mi faceva imbestialire, poi ho capito che dovevo cambiare io”

Le dichiarazioni ai media nei dopo-partita sono quasi sempre di una banalità sconcertante, ma la coda di Juventus-Lazio ha rappresentato la classica eccezione. Protagonista, Gennaro Gattuso. Si è lasciato andare, come se invece di parlare di fronte alle telecamere, stesse confrontandosi con il suo strizzacervelli. L’analisi delle sue parole, per forza di cose, parte da lontano: esattamente da sette mesi fa. La sera del 31 marzo, dopo il successo ai rigori della Bosnia sull’Italia, Rino – e con lui milioni di persone che amano il calcio – era un uomo a pezzi, sprofondato nel momento più buio della sua carriera. La terza eliminazione di fila della nazionale al mondiale lo aveva travolto. Annichilito. Umiliato. La faccia della vergogna del nostro calcio era la sua: quella di una persona onesta, di indubbi valori morali, ma incapace. Sappiamo tutti che dietro alla sconfitta di uno sport di squadra non esiste un unico colpevole, ma per il ruolo che ricopre un allenatore, è lui il vero responsabile. Gattuso è sparito dal radar, poi, improvvisa e inattesa, la chiamata della Lazio. Lotito gli ha offerto una seconda chance. La sera del 16 agosto, alla prima partita ufficiale, un flop colossale: Lazio superata 2-0 in casa dal Mantova, in Coppa Italia. Gattuso già sulla graticola e voci di un possibile esonero, condite da parole impietose: “Non si è ripreso dalla vergogna di Zenica e chissà se mai ci riuscirà”.

Due mesi dopo, Gattuso è in testa al campionato, in tandem con l’Inter. La sua Lazio gioca un bel calcio: non ha la rosa vasta di altre candidate al titolo, ma non partecipare alle coppe europee rappresenta paradossalmente un vantaggio. La Lazio può fare una cosa che nel calcio moderno è spesso e colpevolmente secondaria: allenarsi bene. Il 3-0 in casa della Juve ha liberato le acque. Gattuso, per la prima volta dopo i giorni oscuri di Zenica, ha parlato non solo della sua Lazio, ma ha allargato gli orizzonti, aprendo una finestra sulla complessità dei rapporti di un allenatore con i giocatori.

Il contrasto generazionale appartiene alla cronaca dell’umanità. Non è storia di oggi. All’alba del terzo millennio, i normali temi che contrappongono i giovani con gli adulti sono stati però amplificati, nel calcio, da due elementi dirompenti: la figura del procuratore che piomba nelle vite dei giocatori quando sono ancora bambini e la comparsa dei social. Le linee guida sono offerte spesso non dalle famiglie – sulle quali bisognerebbe poi aprire un dibattito -, ma dai loro manager – ovvero gente che si preoccupa quasi sempre dei propri interessi – e dalle piattaforme web. La gioventù tende a isolarsi e, in diversi casi, questa realtà distopica annebbia il cervello dei più fragili, con il risultato di sfuggire al controllo e alla comprensione degli adulti (ma anche gli “over”, a proposito di social, non scherzano ). Fare gruppo e comunicare, lontani dalla tecnologia, rappresenta spesso un problema. Immaginare questo scenario trapiantato in una squadra di calcio, dove un allenatore deve gestire non più quindici-sedici giocatori come un tempo, ma venticinque.

“Fino a qualche anno fa – le parole di Gattuso – faticavo a interagire con la squadra. Vedevo cose che mi facevano imbestialire. Questa generazione ha un approccio completamente diverso da quello che avevamo io e miei compagni di allora. Piano piano ho capito che dovevo cambiare atteggiamento. Ho cercato di andare incontro a questo mondo nuovo. Lascio più libertà, purché siano rispettati quei concetti di base sui quali non transigo”. Gattuso ha 48 anni. Non è molto più avanti con l’età rispetto a giocatori over 35, eppure oggi bastano due generazioni di differenza per scavare un solco talvolta incolmabile.

L’inaspettato exploit della Lazio ha però ragioni più profonde: “Gestisco un gruppo che ha voglia di affermarsi, rispetta le regole fondamentali e in settimana lavora duro, senza lamentarsi. Il nostro mercato non è stato facile. C’erano pochi soldi a disposizione, ma abbiamo preso i giocatori giusti. Ora ci godiamo questa bella vittoria a Torino, ma da domani, si volta pagina e si pensa alla gara con al Parma. La strada è questa: non guardare lontano e concentrarsi sull’obiettivo immediato”.

La terza bocciatura dell’Italia resta una ferita aperta: “Me la porterò dietro per il resto della vita. Non la supererò mai. Avevamo svolto un buon lavoro, poi quella maledetta serata di Zenica. Sono tornato in pista perché non riesco a stare a casa senza lavorare. Ho commesso qualche errore in passato accettando situazioni rischiose anche per questa ragione. Il mio mondo, la mia vita è il calcio: lo spogliatoio, gli allenamenti, le partite”.

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Di Canio elogia l’Inter: “Maestra sul mercato”, Bergomi non ci sta: “Quello degli ultimi due anni non ha reso, stiamo aspettando”

L’Inter domina in Italia e fatica in Europa. È una squadra dai due volti quella vista in questa prima parte di stagione: solo vittorie e un pareggio contro la Roma in Serie A, solo sconfitte in Champions League. A proposito di ciò, domenica sera a Sky Calcio Club, si è aperto un dibattito sui nerazzurri e se l’inizio di stagione sia positivo o meno: “Tu non puoi fare la Champions con Diouf in quel ruolo. Sto parlando di un giocatore che è stato tra i migliori nelle due partite, ma è un gioco di squadra e lì devi avere un difensore che attacca”, ha esordito Giancarlo Marocchi, che ha posto l’accento tra l’altro su uno dei migliori dell’Inter in questi primi mesi.

A quel punto è intervenuto anche Paolo Di Canio, che ha specificato: “Volevano Palestra infatti, stanno mettendo delle toppe per il prezzo, ma l’investimento era quello. L’Inter ha consolidato la sua forza in Italia. Loro sanno operare sul mercato e sanno anche cosa possono andare a fare le avversarie. L’Inter è stata maestra in questo”, ha precisato Di Canio. Pronta però la risposta di Beppe Bergomi, che ha risposto a Di Canio con un punto di vista differente: “Gli ultimi due anni però non stanno rendendo come mercato dico. Stiamo aspettando”, ha detto facendo riferimento agli arrivi degli ultimi due anni. In casa Inter infatti Luis Henrique – tra gli acquisti più onerosi dell’anno scorso – non ha mai reso. Quest’anno tra i tre inglesi nessuno ha ancora dato qualcosa: Jones nella fase iniziale (poi infortunato), Spence è appena rientrato ma già contro il Brugge ha commesso un errore grave, mentre Stones si è infortunato e tornerà dopo la sosta. Stankovic sembra tra quelli pronti a dare qualcosa, ma ha fin qui trovato poco spazio. Di Canio ha poi precisato: “L’impianto comunque è solido per centrare l’obiettivo in Serie A. Per questo dico nel campionato italiano”.

Poi l’ex attaccante della Lazio ha continuato, difendendo l’operato del club nerazzurro: “Quando arrivò io lo dissi che Akanji era un lusso per l’uscita palla, scuola Guardiola. Ma già dal Dortmund non era difensore. Qui da centrale deve fare il leader difensivo ora. Bisseck non è bravissimo come tattica difensiva individuale in campo aperto. Ma la differenza netta è che l’Inter è forte, forte, forte, forte, forte”, ha spiegato Di Canio, parlando sempre di Serie A. “In Europa non è obbligata a vincere, è un’opportunità: è forte, ma se cala di poco ci sono squadre che fanno male, più organizzate anche. Il Club Brugge ha consolidato questo modo di giocare negli anni, tra Champions ed Europa League. Hanno la mentalità, nel loro giorno giusto è così”, ha concluso.

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Juventus nel baratro: la croce addosso a Spalletti, ma Carnevali ha fatto pure peggio

Fischiato, contestato, i tifosi hanno già emesso il loro verdetto. Rivogliono Antonio Conte, ancora, e magari stavolta saranno pure accontentati. Luciano Spalletti è il colpevole dell’ennesimo sfacelo juventino, la seconda stagione che rischia di essere compromessa ancora prima di cominciare. Capro espiatorio no: non c’è dubbio che abbia le sue responsabilità, che sia probabilmente un tecnico “finito” (questo è un capitolo che meriterà di essere approfondito a parte). Ma farlo oggi sarebbe come sparare sulla croce rossa, perché che squadra gli hanno fatto?

Questa Juve è la più scarsa che si ricordi, dagli anni immediati del post Calciopoli ad oggi. Una formazione senza né capo né coda, non soltanto perché il suo allenatore non è riuscito a trovarglieli. Ricordiamoci quali erano le premesse di quest’estate: la nomina a giugno di Giovanni Carnevali come nuovo amministratore delegato. Dopo gli eccessi di Giuntoli e le stravaganze dell’alieno Comolli, finalmente un dirigente forte e italiano, capace di unire le competenze gestionali a quelle di campo, profondo conoscitore del nostro campionato e del mercato. L’uomo giusto per ritrovare l’identità perduta della “Vecchia signora”. Insieme a Massara (direttore sportivo), fin qui ha fatto persino peggio dei tanto bistrattati predecessori.

È vero che i bilanci non si fanno dopo soltanto sei mesi, ma se nella frenesia del calcio moderno siamo abituati a giudicare allenatori e giocatori così rapidamente, non si vede perché non debba valere anche per i dirigenti. In fondo c’è stato un mercato di mezzo e a Comolli non è stato concesso più tempo, forse perché non godeva di buona stampa. Sicuramente la Juve si oggi sconta gli errori del passato, follie come Koopmeiners e Openda sono zavorre pesantissime per il bilancio del club. Però quest’estate, nell’anno della rifondazione, si è sbagliato tutto ciò che si poteva sbagliare.

Bisogna partire dal presupposto – evidente da subito a tutti, probabilmente anche ai diretti interessati – che la coperta era corta, non c’erano sufficienti risorse per completare la rivoluzione necessaria. Proprio per questo, diventano ancora più scellerati certi investimenti, che comunque ci sono stati: quasi 150 milioni di euro in cartellini, pur a saldo quasi zero sul bilancio. Sono stati spesi 50 milioni di euro per una punta (Kolo Muani) che non era tale, dopo averla inseguita per due anni quasi non ci fossero altri attaccanti nel mondo, a dimostrazione anche proprio di mancanza di idee, più che di soldi. Si è deciso di puntare forte su Alajbegović, giovane di sicuro talento, in una batteria di fantasisti già affollata dai vari Yildiz, Boga, Zhegrova, Conceição, volendo lo stesso McKennie visto che viene impiegato spesso in quel ruolo, mentre restava scoperto il reparto nevralgico.

Nel calcio moderno è col centrocampo che si dominano e si vincono le partite: la Juventus ha pensato di poter affrontare un’intera stagione con Koopmeiners (oggetto misterioso), Kephrem Thuram (rotto), Douglas Luiz (sul mercato), Sarr (prestito dell’ultimo minuto) e praticamente il solo Locatelli, con tutti i suoi limiti, come certezza, che si è pure infortunato subito perché la lingua batte dove il dente duole. È stato un errore dilettantesco, di cui qualsiasi tecnico pagherebbe le conseguenze. Così come ritrovarsi il primo settembre con insostituibile Nico Gonzalez, dopo aver provato a venderlo in tutti i modi fino al 31 agosto. Oppure soffiare Celik alla Roma a suon di milioni, con l’ennesimo ingaggio sconsiderato che affosserà il bilancio nei prossimi anni; giubilare a furor di popolo Di Gregorio, per incassare gli stessi gol con Vicario in porta.

Se Giuntoli con Thiago Motta aveva avviato un percorso in cui si era intravisto a tratti qualcosa, le ultime avvisaglie di vera Juve. Se Comolli era comunque mosso dall’ambizione di creare qualcosa di diverso (l’anno scorso quello bianconero ci sembrava l’attacco più forte del campionato, prima di vederlo giocare). Il mercato dimesso, conservativo di Carnevali sancisce il completamento di una parabola che ha portato la Juventus, la Signora del calcio italiano, ad essere oggi più debole non solo sul campo, ma anche sulla carta, di Milan, Roma, persino del Como (l’Inter non la prendiamo nemmeno in considerazione). A questo caos Spalletti non è riuscito a trovare un senso, non porta più alcun valore aggiunto, anzi semmai il contrario. Ma in questi casi – come si dice – il pesce puzza sempre dalla testa, bisogna risalire alla società, e forse anche più su (vero Elkann?). Che poi, confermare un tecnico a fine corsa dopo la mancata qualificazione in Champions è soltanto l’ennesima colpa che ricade più su chi decide che sul malcapitato in panchina.

X: @lVendemiale

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Sarri furioso con l’arbitro Chiffi per il caso Rabiot: “Se lo faccio io prendo il rosso”. Le proteste in Milan-Atalanta

“Oggi ho scoperto che ci sono giocatori che possono mandare affa… l’arbitro”. Maurizio Sarri esplode la sua furia dopo la sconfitta a San Siro, dove il Milan ha battuto per 3 a 2 la sua Atalanta: i rossoneri erano andati in vantaggio di tre reti, beneficiando anche di due calci di rigore (uno sbagliato), prima della rimonta solo sfiorata dei bergamaschi. Ma il tecnico non ha digerito l’arbitraggio di Daniele Chiffi, non solo per gli episodi in area.

Nella sua intervista post-partita a Sky, Sarri ha puntato il dito in primis sul caso che ha riguardato Adrien Rabiot. Il centrocampista del Milan sul finire del primo tempo ha avuto un acceso diverbio con Chiffi ed si è preso un cartellino giallo. Il francese è stato anche redarguito da Amorim e dalla panchina rossonera, che lo ha invitato a calmarsi. Poco dopo, lo stesso Rabiot ha firmato il gol del 2 a 0 con cui si è chiuso il primo tempo di Milan-Atalanta. Proprio all’intervallo, Sarri ha protestato duramente con l’arbitro, perché ha sentito un vaffa dell’avversario verso il direttore di gara.

Sarri non nomina mai Rabiot nell’intervista, ma il riferimento è chiaro: “L’ho detto all’arbitro e lui mi ha risposto ‘Sì, però l’ho ammonito‘. Lasciamo perdere, se lo faccio io prendo il rosso“. Insomma, secondo il tecnico dell’Atalanta Chiffi avrebbe dovuto espellere Rabiot. Che a sua volta ha ammesso di essersi arrabbiato parecchio in campo: “L’arbitro in 3-4 falli clamorosi contro di noi non ha tirato fuori il giallo, poi ha fischiato su De Ketelaere. Ci arrabbiamo perché proviamo a giocare e ci sono decisioni sbagliate“.

Chiffi insomma lo avrebbe graziato. E a Sarri non è piaciuta la direzione di gara anche nella gestione dei falli di mano. I due rigori dati al Milan, per fallo di mano prima di Obric e poi di Kristensen, erano abbastanza evidenti. C’è stato però anche un altro episodio: un tocco di De Winter nell’area rossonera, non sanzionato. “Tre falli di mano nelle due aree. Nella nostra è sempre stato fischiato il rigore, mentre nell’area del Milan non è stato dato. Il primo rigore, sinceramente, è un rigore molto leggero, perché il movimento di Obric mi sembrava molto congruo. Se si chiama il VAR per quello, si chiama anche per De Winter”, l’analisi di Sarri.

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Napoli, la partenza peggiore da 17 anni: Allegri sotto pressione, tra il caso De Bruyne e due sfide decisive

Non succedeva questo da 17 anni. Dal Napoli di Donadoni. Un’epoca fa. Massimiliano Allegri i numeri li guarda pochissimo, lo dice sempre. Ma chi li guarda, invece, sente suonare un campanello d’allarme. Il secondo nel giro di tre anni, quando Garcia raccolse l’eredità pesantissima, quasi impossibile, di Spalletti post scudetto ma soprattutto i cocci di un gruppo che andava ricomposto e che ricomposto non era. Conte, rispetto a Spalletti, aveva lasciato una squadra diversa. Non rotta, ma scarica. E Allegri di fatto con quella squadra ha a che fare. La stessa. Non possono certo bastare Badiashile e Favasuli a cambiare la fisionomia di un gruppo che deve ritrovare da solo le energie. E non basta nemmeno pensare di aver recuperato De Bruyne. Anche perché, di fatto, De Bruyne recuperato non è.

La sconfitta contro il Venezia è pesata come un macigno in casa Napoli. Con De Laurentiis che per ora resta silenzioso anche per evitare di creare quell’entropia che proprio tre anni fa spaccò in maniera irrimediabile il gruppo e portò a un’annata rovinosa. Allegri non rischia. Non ancora. Ma è chiaro che un brutto segnale contro il Bodo Glimt nella partita di domani in Champions potrebbe aumentare la pressione, soprattutto pensando che nel weekend arriverà la Roma. Non l’avversario migliore da affrontare, in questo momento.

I problemi

I problemi sono tanti. Forse troppi. Dopo la partita contro il Venezia, l’allenatore è stato chiaro: “Non ci resta che lavorare”, ha dichiarato. “Ci sono gli episodi che vanno male e soprattutto ci sono dei problemi in fase difensiva, dove dobbiamo intervenire”. Quella fase difensiva che viene criticata perché considerata vecchio–stampo. “Sembra che difendere sia diventato quasi un disonore”, aveva detto proprio Allegri prima della gara giocata in Laguna. Il fatto è che il Napoli, oltre a subire, fatica a segnare. Gli attaccanti sono a secco (l’ultimo gol di Hojlund, peraltro fermo a 2 finora, risale al 5 settembre, contro l’Inter) e soprattutto chi doveva davvero cambiare volto alla squadra non lo sta facendo. E, a proposito di volto, in campo appare sempre più cupo.

Il riferimento è a quel De Bruyne che a Napoli sembra proprio non essere riuscito a trovare la quadra giusta. C’è chi lo ha già rinominato ‘mestocampista’, chi nota che il suo connazionale, Mertens, a Napoli ha trovato quel calore che invece nelle Fiandre mancava. Non è quindi una questione di nazionalità, insomma, ma di testa. E forse d’età. Mertens era arrivato a Napoli a 26 anni, De Bruyne a 34. Il primo doveva ancora maturare del tutto, il secondo aveva già vinto tutto e l’aspettativa su di lui era altissima. Eppure già l’anno scorso, con Conte, non si trovò bene e lo dichiarò a fine stagione. Con Allegri non sembra andare meglio: il bisticcio in panchina durante la gara con il Villarreal è lì a certificarlo e il rigore sbagliato contro il Venezia è un sintomo di come le cose al momento non girino.

Serve svoltare e dimostrare che i problemi in casa azzurra non siano strutturali. Perché, alla fine, Roma, Inter e Como dopo le batoste in Champions si sono riprese alla grande. Il Napoli no.

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Alta tensione Juve, Bremer tuona: “Non posso prendere in braccio tutti”. Spalletti lo zittisce: “C’è dentro anche lui”

“Siamo 11 giocatori più 5 che entrano e io non posso prendere in braccio tutti“. Così Bremer, pilastro della difesa della Juventus, ai microfoni di Sky dopo la partita di ieri sera persa contro la Lazio per 3 a 0. “Non voglio puntare il dito, ma ognuno ha il suo carattere: c’è chi quando le cose vanno male esce fuori e chi, al contrario, si nasconde“, ha insistito il brasiliano.

È una presa di posizione netta quella del difensore bianconero, uno sfogo durissimo. dopo una prestazione, a detta degli stessi protagonisti, decisamente non sufficiente. Bremer però manda un messaggio chiaro ai compagni, sostenendo che al momento tra di loro c’è “chi ha più carattere e chi meno, chi sente i fischi si nasconde e ha paura e chi no”.

Le dichiarazioni del numero 3 della Juventus sono arrivate anche a Luciano Spalletti, allenatore dei bianconeri, che però non ha gradito la polemica del proprio giocatore: “Bremer è bene che faccia delle analisi, ma lui è dentro la partita di stasera come ci sono io, per cui prima di parlare della squadra bisogna parlare di noi stessi. Bremer non è escluso da quella che è la prestazione di stasera, ci è dentro come tutti“.

Le dichiarazioni dell’ex ct della nazionale mettono in mostra, dunque, uno spogliatoio teso, specchio di un momento di difficoltà della squadra bianconera certificato anche dall’ottava posizione in classifica con 11 punti conquistati dopo 7 giornate. L’uscita di Bremer forse doveva servire a scuotere la squadra, ma ha messo in mostra solamente una grave frattura nello spogliatoio. E la replica piccata di Spalletti apre ora un nuovo fronte di tensioni interne, di cui la Juve non aveva certo bisogno visto l’ottavo posto in Serie A.

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Serie A, la Juve crolla e il Milan resta in scia. Lazio prima con l’Inter: risultati, nuova classifica e partite di oggi

La Lazio travolge la Juventus a Torino nel posticipo domenicale della settima giornata di Serie A. La squadra di Gattuso domina e vince 3-0, tornando in testa alla classifica a quota 19 punti insieme all’Inter e a +2 sulla Roma. La Juventus di Spalletti, invece, resta ferma a 11 punti all’ottavo posto. Il Milan invece sale in quarta posizione dopo la vittoria (con brivido finale) contro l’Atalanta. I rossoneri però possono essere superati ancora dal Cagliari, impegnato oggi a Monza. L’altro match in calendario è Parma-Torino.

Serie A – Risultati 7ª giornata

Venerdì 16 ottobre
– Frosinone-Sassuolo 4-2

Sabato 17 ottobre
– Venezia-Napoli 1-0
– Bologna-Inter 1-3
– Roma-Genoa 2-0

Domenica 18 ottobre
– Udinese-Lecce 0-3
– Fiorentina-Como 1-3
– Milan-Atalanta 3-2
– Juventus-Lazio 0-3

La nuova classifica di Serie A

1. Inter – 19 punti (7 partite)
2. Lazio – 19 punti (7)
3. Roma – 17 punti (7)
4. Milan – 15 punti (7)
5. Como – 14 punti (7)
6. Cagliari – 13 punti (6)
7. Frosinone – 13 punti (7)
8. Juventus – 11 punti (7)
9. Napoli – 10 punti (7)
10. Atalanta – 9 punti (7)
11. Lecce – 9 punti (7)
12. Sassuolo – 8 punti (7)
13. Torino – 7 punti (6)
14. Bologna – 5 punti (7)
15. Monza – 4 punti (6)
16. Parma – 4 punti (6)
17. Udinese – 4 punti (7)
18. Genoa – 4 punti (7)
19. Fiorentina – 4 punti (7)
20. Venezia – 3 punti (7)

Prossime partite Serie A

7ª giornata – Partite da giocare oggi

Lunedì 19 ottobre
– Ore 18:30 – Monza-Cagliari
– Ore 20:45 – Parma-Torino

8ª giornata – Calendario

Venerdì 23 ottobre
– Torino-Monza, 20.45

Sabato 24 ottobre
– Cagliari-Bologna, 15
– Como-Sassuolo, 15
– Napoli-Roma, 18
– Lazio-Parma, 20.45

Domenica 25 ottobre
– Inter-Fiorentina, 12.30
– Atalanta-Frosinone, 15
– Genoa-Venezia, 15
– Lecce-Juventus, 18
– Udinese-Milan, 20.45

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Mourinho e l’uscita di Tebas sul Real Madrid e i nazisti: “Scusabile solo se è un caso clinico”

Tra il Real Madrid e il presidente della Liga spagnola, Xavier Tebas, non sembra esserci pace. Tebas ha paragonato le tecniche di propaganda usate dal Madrid a quelle del nazista Joseph Goebbels. La replica del tecnico José Mourinho non si è fatta attendere: “Si è avventurato in un campo in cui le scuse sono accettabili solo se si tratta di un caso clinico”. E ancora: “I tifosi del Real Madrid capiscono bene che cosa deve affrontare la squadra. Anche per il prestigio enorme di cui il calcio spagnolo gode all’estero… è meglio che mi limiti a fermarmi qui”, ha concluso l’allenatore portoghese.

Mourinho non ha mai citato direttamente il presidente della Liga, ma il messaggio è stato inequivocabile. Le sue parole si aggiungono alla dura reazione istituzionale del Real Madrid, che ha chiesto formalmente le dimissioni del numero uno della Liga con un lungo comunicato. Tebas ha rilanciato con un nuovo post su X, spiegando che le tecniche di propaganda attribuite a Goebbels “vengono studiate nelle facoltà di giornalismo e comunicazione” e per questo non sarebbe da considerare un insulto. “Il paragone riguarda queste tecniche di propaganda, non un’ideologia né, naturalmente, i tifosi del Real Madrid. Io mi riferisco a procedure concrete: ripetizione sistematica, selezione interessata dei fatti e costruzione di un nemico”, ha scritto il numero uno della Liga.

Nelle comunicazioni di Real Madrid TV, Tebas avrebbe riscontrato proprio questo schema. “Chi non è d’accordo può contestare quegli esempi. L’indignazione non li confuta. Chiedere le mie dimissioni non fornisce le risposte”, ha continuato nel post. Non è ancora chiaro se la richiesta di dimissioni avanzata dal Real avrà conseguenze concrete. La polemica è diventata una battaglia pubblica sui metodi di comunicazione del club madrileno, mentre Tebas sembra intenzionato a difendere fino in fondo la propria posizione.

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L’odio social costringe il Livorno a rompere la privacy per Regazzetti: “Operato per un tumore ai testicoli”

Il Livorno aveva mantenuto la privacy parlando di semplice “intervento programmato“. Ma il proliferare di commenti sui social hanno spinto all’operazione verità, d’accordo con il diretto interessato: il percorso medico che deve affrontare Samuele Regazzetti, difensore della squadra amaranto (Serie C, girone B) è dovuto a un tumore ai testicoli, per il quale appunto è stato operato, con successo. Il difensore ha continuato a giocare anche dopo aver ricevuto la diagnosi e la società amaranto ha provato a tutelare la privacy del proprio tesserato, ma ieri, in una conferenza stampa, ha dovuto prendere posizione. Non è mancata la rabbia dei fratelli Lucarelli (Alessandro è direttore sportivo e il fratello Cristiano è allenatore) per le spiacevoli illazioni sui social nel giorni scorsi, quando il Livorno aveva annunciato un’operazione “programmata da tempo” per il giocatore. Durante la conferenza stampa hanno raccontato anche delle lacrime per il giocatore per qualche commento sui social, in cui si insinuava che avevano comprato un giocatore nonostante fossero consapevoli della malattia (“Un bidone” ha scritto qualcuno dei più poveri di spirito). “Leggendo quei commenti è la prima volta nella mia vita che mi sono vergognato di essere livornese”, ha detto Cristiano Lucarelli. L’operazione è stata eseguita lunedì dal primario di Livorno Maurizio De Maria e i tempi di recupero sono ancora da stabilire. “Ciò che conta è che il problema sia stato risolto: quando Samuele sarà pronto noi saremo qui ad aspettarlo”, ha affermato il direttore sportivo.

Regazzetti, classe 2004, è cresciuto nel Bresciano tra Lumezzane e Ospitaletto dopo le giovanili alla Cremonese, ed è entrato ufficialmente nel Livorno il 25 luglio 2026. La scoperta del tumore per il calciatore di 22 anni è arrivata dopo la partita contro la Pianese del 26 settembre, come ha riportato Alessandro Lucarelli. “La cosa che da tifoso e da allenatore mi ha commosso di tutta questa situazione, è il fatto che lui abbia voluto giocare ugualmente, non c’è cosa più bella per chi ama il Livorno”, ha concluso l’allenatore ed ex bomber.

Nella serata di ieri, durante il derby con il Grosseto finito 4-4, la curva Nord – quella della tifoseria più calda – ha esposto uno striscione con scritto “Forza Samuele”. In tribuna a vedere la partita proprio Regazzetti.

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L’Inter deve ripartire, ma Bologna riapre vecchie ferite: Chivu senza Lautaro dopo il disastro in Champions | Orario, probabili formazioni e dove vedere in tv e streaming

Riprendere lo slancio in campionato per poi provare a dare una svolta anche a un inizio di Champions League disastroso. L’Inter di Cristian Chivu torna in campo oggi, alle 18, contro il Bologna. Non il campo migliore per reagire dopo i quattro gol subiti dal Brugge in Europa. Al “Dall’Ara” infatti l’Inter dal 2022 ha vinto una sola partita delle ultime cinque. Poi tre sconfitte e un pareggio: tra le due sconfitte anche quelle praticamente costate due scudetti ai nerazzurri. Quella con “papera” di Radu nel 2023 e poi quella famosa con rovesciata di Orsolini nel 2025.

Le squadre arrivano da due momenti opposti: il Bologna è reduce dalla prima vittoria in stagione per 1-2 contro il Lecce, mentre l’Inter dal 3-4 in casa in Champions League contro il Brugge. I nerazzurri però in campionato arrivano da un percorso quasi netto: cinque vittorie e un pareggio. L’ultimo successo per 3-0 contro il Parma. Una partita importante, con l’Inter che deve rinunciare a quattro giocatori importanti: non saranno infatti del match Lautaro Martinez, John Stones, Curtis Jones e anche Benjamin Pavard. Il Bologna invece dovrà fare a meno di Orsolini, Holm e Odgaard.

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Dalla Cisgiordania alla Guinea, Vincenzo Alberto Annese esporta calcio e importa vita

Ho iniziato a leggere questo libro mentre in tv trasmettevano Roma-Real Madrid, nella città caput mundi, i giallorossi sfidavano la squadra di calcio per eccellenza, i Galácticos, nella competizione più ricca e importante del mondo. Palcoscenico e protagonisti di prim’ordine per il nostro calcio che non mi hanno impedito però di azzerare l’audio per leggere pagine che raccontavano un altro pianeta di questo sport, un altro mondo che, forse, a livello tattico va guidato allo stesso modo di quello dorato di Gasperini e Mourinho ma che per tutto il resto è da costruire e conoscere giorno per giorno. Il libro che avevo tra le mani è L’allenatore del mondo scritto da Vincenzo Alberto Annese per SEM libri e uscito la prima settimana di ottobre.

Annese, ve lo spiego in maniera riduttiva, è un allenatore giramondo. Lo si potrebbe dire di tantissimi, anche e soprattutto degli italiani che da un trentennio a questa parte saltano da una panchina all’altra per “esportare calcio”. Vincenzo Alberto Annesse ha esportato il suo sogno ogni volta che ha cambiato Paese, attraversato frontiere (a volte con difficoltà legate ai visti), cambiato emisfero e fuso orario senza mai perdere la bussola. L’amore per il calcio l’ha portato praticamente in tutti i continenti: dai paesi baltici all’Armenia, dal Kosovo al Ghana, le non semplici esperienze in Palestina e Afghanistan e poi ancora in Indonesia, India, Nepal, Belize e Burkina Faso.

Non è entrata in questo libro ma è già iniziata la nuova vita di questo quarantaduenne pugliese, arrivato alla soglia del professionismo da calciatore ma frenato da problemi fisici che, da allenatore, non si lascia frenare quasi da nulla. Il suo nuovo mondo è la Guinea Equatoriale dove porterà ancora una volta le sue idee, i suoi studi, la sua formazione calcistica ma non solo. È proprio questo il punto, occuparsi di calcio in questi luoghi comporta troppo di più che tracciare dei segni sulla lavagna e sedersi in panchina la domenica. L’intervista cattivella dopo una pesante sconfitta o il rischio esonero sono una passeggiata di salute se a pochi metri dal campo di calcio hai visto fame, sete, miseria, disperazione, guerra, violenza, checkpoint e armi.

Prima ancora che vincere una partita, la vera impresa è imbastire una squadra in assenza di tutto ciò che si dà per scontato, per primi i giocatori sempre pronti a cambiare casacca per una manciata di denaro in più o, a volte, anche il campo su cui giocare, irraggiungibile per mancanza di risorse economiche o non omologato.

Le difficoltà fortificano è il messaggio che trasmette Annesse che, in poche righe a metà del libro, forse inconsciamente, ribalta il senso vero del suo vivere su questi campi: “L’Africa mi aveva costretto a rivedere parecchie convinzioni, e l’idea di lavorare in Cisgiordania mi sembrava un modo per continuare lo stesso percorso di crescita, anche calcistica”. In quel “anche” c’è il capovolgimento della prospettiva, la crescita umana di questo girovagare va oltre il calcio. Seppur il fattore umano nello spogliatoio e in società sia fondamentale, Annese ha capito che il calcio era il passe-partout per abbracciare culture, tradizioni, cibi, religioni e costumi diversi. Contraddizioni e odio ma anche magnifica bellezza, di luoghi e persone, meditazione, preghiera, spiritualità profonda o anche spiritismo, robe che ti fanno credere anche se non vorresti.

Annese esporta calcio ma importa vita e il suo bagaglio personale è sempre più pieno. Lo zaino che porta in spalla nasconde qualcosa di circolare, un pallone da calcio sarebbe il primo pensiero, ma secondo me, ci sta dentro un mondo intero.

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Bufera su Tebas: attacca il Real Madrid paragonandolo al nazismo. La furia del club: “Dimissioni immediate”

Il Real Madrid ha chiesto le “dimissioni immediate” del presidente della Liga Javier Tebas dopo che quest’ultimo ha paragonato le strategie comunicative della dirigenza madridista a quelle di Joseph Goebbels, ministro della Propaganda della Germania nazista. In una lunga nota ufficiale, il Real Madrid ha definito le dichiarazioni di Tebas “profondamente offensive” e “moralmente ripugnanti“, sostenendo che il suo comportamento sia incompatibile con gli incarichi istituzionali che ricopre. La società ha quindi invitato il dirigente a lasciare sia la presidenza della Liga sia la vicepresidenza della Federazione calcistica spagnola.

“La condotta ripetuta di Javier Tebas dimostra una mancanza di neutralità, rispetto e imparzialità incompatibile con le sue responsabilità istituzionali”, si legge nel comunicato del club. “I suoi continui attacchi al Real Madrid e a coloro che chiedono trasparenza e riforme costituiscono, a nostro avviso, una vera piaga per il calcio spagnolo“. La polemica è esplosa venerdì, quando Tebas ha pubblicato un lungo messaggio su X nel quale ha criticato duramente il modo in cui il Real Madrid comunica le proprie posizioni, chiamando in causa anche il canale televisivo ufficiale del club.

“La dirigenza del Real Madrid dirige un’orchestra di portavoce e Real Madrid TV ne dirige il coro“, ha scritto il presidente della Liga. Secondo Tebas, il club seguirebbe una strategia comunicativa basata sulla ripetizione delle proprie accuse, sull’alimentazione dei sospetti e sull’individuazione di avversari contro cui indirizzare le critiche. “Questo metodo richiama i meccanismi di propaganda sfruttati da Goebbels, ministro della propaganda della Germania nazista: ripetizione sistematica, costruzione di un nemico e subordinazione dei fatti alla narrazione”, ha aggiunto.

Il dirigente ha poi precisato che il paragone riguardava esclusivamente le tecniche di comunicazione, non l’ideologia nazista. Una precisazione che, tuttavia, non è bastata a placare la reazione del Real Madrid. Nella propria risposta, il club ha sostenuto che il chiarimento fornito da Tebas non fosse sufficiente a ridimensionare la gravità delle sue parole, definite incompatibili con il ruolo istituzionale del presidente della Liga. “Il Real Madrid ritiene che le ripetute dichiarazioni e il comportamento di Javier Tebas sarebbero inaccettabili in qualsiasi istituzione sportiva europea governata da principi di rispetto, neutralità e integrità, e che lo squalifichino istituzionalmente dal continuare a ricoprire le posizioni che occupa”, si legge ancora nella nota.

Il comunicato si inserisce in una contrapposizione che va avanti da anni. Il mese scorso, Tebas aveva accusato il Real Madrid di alimentare una “cospirazione permanente” dopo le ripetute proteste del club contro alcune decisioni arbitrali nelle partite di campionato. In quell’occasione, la società aveva replicato definendo le parole del presidente della Liga “intollerabili, inappropriate e irresponsabili“, sostenendo che il campionato avesse bisogno di una guida in grado di gestirlo con maggiore equilibrio. Le tensioni erano aumentate anche dopo la sconfitta per 2-1 contro l’Atletico Madrid, quando l’allenatore del Real, José Mourinho, si era presentato in conferenza stampa mostrando alcune immagini di interventi dei propri giocatori che, a suo giudizio, avrebbero meritato un cartellino rosso.

Le divergenze tra Tebas e Florentino Pérez, presidente del Real Madrid, non riguardano soltanto l’arbitraggio. I due si sono scontrati ripetutamente su diversi temi centrali per il futuro del calcio spagnolo ed europeo. Il Real Madrid si è opposto al progetto della Liga di disputare una partita di campionato ogni anno negli Stati Uniti, mentre Tebas è stato uno dei principali oppositori della Superlega europea promossa da Pérez. Le loro posizioni sono risultate distanti anche sulle questioni relative ai diritti televisivi e alla gestione commerciale del campionato. L’ultimo episodio ha quindi riacceso una rivalità che coinvolge da tempo i vertici del calcio spagnolo.

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La furia di Sarri: “Calendario assurdo, illogico e i giocatori si fanno male. Fate un esposto”. Cairo risponde: “Se pensiamo al tennis…”

“Fate un esposto alla Uefa e alla Fifa, ci sono troppe partite per tutti, non solo per noi“. Con queste parole – al termine di Atalanta–Pafos, dopo l’infortunio di Giacomo Raspadori – l’allenatore dei bergamaschi Maurizio Sarri ha rivolto critiche alle istituzioni calcistiche, puntando il dito contro un calendario sempre più fitto di impegni e difficile da sostenere per i giocatori. “I giocatori sono sottoposti a un calendario assurdo, illogico, e ne pagano tutti le conseguenze: ho letto di diverse situazioni in questi tre giorni europei. È un rischio che purtroppo si corre, e quando si torna dalle nazionali è un rischio in più”, ha tuonato Sarri, che per l’ennesima volta ha denunciato un calendario molto fitto. “Scalvini si è fatto male appena rientrato dalla nazionale, e anche Raspadori era appena tornato dalla nazionale. Questo è il calendario. La cosa che mi meraviglia di più è che l’associazione calciatori non dica niente su questa storia”.

A distanza di qualche ora è arrivata la replica del presidente del Torino Urbano Cairo. “Si gioca troppo? Se pensiamo al tennis… Guardate voi”, ha spiegato il numero 1 del Torino a margine dell’assemblea odierna riferendosi alle polemiche per un calendario che non lascia tregua ai calciatori. Spazio anche alla due giorni negativa delle italiane in Champions: “È stata una giornata un po’ difficile. La Roma stava per vincere, anche bene, purtroppo ha perso. È un percorso lungo, c’è ancora tempo per recuperare”. Sul calo di ascolti della Serie A: “Sono scesi ma nemmeno di molto, direi lievemente, sono numeri piccolissimi. C’è un calcio molto più divertente, le partite durano di più, un solo 0-0, secondo me recupereremo. Malagó? Quando ero in assemblea io non ne abbiamo parlato mai”, ha concluso.

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“C’era sangue a terra, fumo e tutti urlavano. Dopo lo scoppio delle bombe ci fu un boato assurdo”: Merino racconta l’attentato a Dortmund del 2017

Mikel Merino, centrocampista dell’Arsenal, è tornato a raccontare uno degli episodi più drammatici della sua vita, quando nel 2017 vestiva la maglia del Borussia Dortmund. Un attentato contro il pullman della squadra, diretto allo stadio per una partita di Champions League, avrebbe potuto avere conseguenze ben più tragiche. A distanza di anni, il calciatore è tornato su quell’episodio. “Credo di avere un angelo custode. In fondo, sono fortunato a essere ancora vivo”, ha raccontato Merino in un’intervista pubblicata su The Players’ Tribune, ripercorrendo quei momenti di paura.

Era il 2017 e il Borussia Dortmund stava raggiungendo il Westfalenstadion per disputare l’andata dei quarti di finale di Champions League. Durante il tragitto, tre ordigni esplosivi artigianali esplodono accanto al pullman della squadra, mandando in frantumi i finestrini e facendo perdere stabilità al mezzo, che rischiò di ribaltarsi. Nell’attacco rimase ferito il difensore Marc Bartra, che riportò una profonda lesione al polso e dovette essere trasportato in ospedale.

Merino, che all’epoca aveva appena vent’anni, ricorda ancora con lucidità la violenza dell’esplosione e il caos che seguì. “Giocavo nel Borussia Dortmund quando tre bombe artigianali esplosero proprio accanto al nostro autobus, mentre stavamo andando a una partita di Champions League. Forse oggi molti ragazzi più giovani non immaginano nemmeno quanto sia stato grave quello che è successo, ma quell’esperienza ha lasciato un segno profondo in tutti noi”.

Il centrocampista ha descritto quei momenti come una sequenza di immagini difficili da dimenticare. “Ci fu un boato assordante, poi ricordo che il pullman quasi si ribaltò. Mi voltai e vidi del sangue sul pavimento. C’erano fumo e urla ovunque“. Quella stessa notte, Merino si ritrovò in ospedale in attesa di notizie sulle condizioni di Bartra, preoccupato per il compagno di squadra. Fu proprio dopo l’attentato che il calciatore venne a conoscenza di un dettaglio che lo colpì profondamente. Un grosso frammento di scheggia si era conficcato nel poggiatesta del sedile accanto a quello occupato da Bartra, proprio il posto in cui Merino era solito sedersi durante gli spostamenti della squadra.

Quel giorno, però, aveva deciso di cambiare posto. “Il mio solito sedile era libero, ma avevo le gambe un po’ indolenzite e i sedili davanti si potevano reclinare. Per questo mi sistemai in un altro posto. Forse è stata proprio quella scelta a salvarmi la vita. Per questo sono convinto che le cose accadano per una ragione“, ha concluso il centrocampista dell’Arsenal.

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La Juve vince, ma Conceiçao impazzisce: pugni alla panchina. Spalletti lo gela: “Si arrabbi con sé stesso”

La luce è il risultato: vincere di rimonta e con i gol dei suoi due attaccanti è un segnale perfetto per Luciano Spalletti. Che dopo la vittoria a Vigo contro il Celta era sicuramente contento, l’ha detto ai suoi giocatori e alla stampa. Ma le luci di quel 2-1 non riescono a nascondere le ombre che ancora attanagliano questa Juventus che resta under construction. Gli errori difensivi, le difficoltà di Koopmeiners e soprattutto la furia di Conceiçao, uscito dal campo tirando pugni alla panchina.

Però gli aspetti positivi ci sono ed è giusto sottolinearli. Il primo: i bianconeri sono riusciti a vincere in rimonta dopo la doccia gelata di una rete subita per una serie di errori difensivi troppo brutti per essere veri. E non era facile. Il secondo: la rete del pareggio arriva con un gol di rapina, vecchia maniera, di Woltemade, che si fa trovare al posto giusto al momento giusto, sfruttando anche lui un errore di un avversario. Era l’osservato speciale, il tedesco, dopo un avvio di campionato veramente troppo sottotono. Segnare così dà fiducia a lui e a Spalletti, che si aspettava un segnale dall’attaccante arrivato a fine mercato per riempire quella casella lasciata vuota da Vlahovic. Il terzo: la rete della rimonta è arrivata con Kolo Muani, che a Cagliari ha segnato all’81’ mentre in Spagna ha dovuto aspettare il 91’. Ma non importa: la rete, di testa, indica che il francese c’è e si sta riprendendo la Juventus. E che le due punte, insieme, funzionano.

Non funzionano invece altre cose. La catena difensiva, per esempio, che ha commesso una serie di errori piuttosto marchiani nel gol del vantaggio del Celta. Ma anche i singoli. Koopmeiners ancora non ha inciso, Spalletti l’ha difeso nel post partita ma è stato chiaro: “Pensavo che in Europa League, lontano, potesse fare bene. Non ci è riuscito”, ha ammesso candidamente.

Mentre su Conceiçao, uscito dal campo particolarmente irritato, è stato anche più secco. Preambolo: il portoghese è stato sostituito da Nico Gonzalez, è andato in panchina, ha preso a pugni una poltrona ed è subito andato negli spogliatoi a cambiarsi. È ritornato poco dopo, con la testa bassa. “Fa meglio a essere arrabbiato con sé stesso” ha chiosato Spalletti. “Con me, comunque, non ha litigato”. Come a dire: problemi suoi.

Ma i problemi, in questo caso, sono anche della Juve, che aspetta ancora che emerga l’esterno portoghese, così come molti altri singoli. Alajbegovic è in potenza molto forte, ma ancora non incisivo; Boga deve ritrovare la forma e sarà presto a disposizione; Nico Gonzalez è, come McKennie, il giocatore multifunzione che però deve ancora trovare la giusta continuità.

Spalletti ha chiaro il quadro. Sorride, ma tra le rughe della fronte riflette anche. La sua Juventus in Europa League vince la seconda partita su due e si proietta oltre la League Phase. Ma deve essere più convincente e concreta. Ancora non lo è.

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