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Perché le proteste dei giovani hanno ragione di esistere

Da troppi anni insegno agli adulti, detenuti a Rebibbia per di più: altra tipologia di questioni e problemi. Il mondo dei giovani mi arriva solo attraverso i miei due figli adolescenti. Ne so comunque abbastanza da comprenderne alcune istanze e soprattutto le ragioni delle proteste che stanno infiammando le piazze in questi giorni. I nostri ragazzi stanno loro malgrado ereditando un mondo che non meritano.

Prima di tutto c’è il problema climatico e più in generale ambientale: in pochi anni abbiamo trasformato il pianeta rendendolo inospitale, con sempre più frequenti minacce di squilibri, lunghe siccità interrotte da improvvise inondazioni. Con il paradosso che le località turistiche di montagna chiedono risarcimenti per calamità naturali per mancanza di neve per poi, dopo poche settimane, essere sommerse da precipitazioni eccezionali fuori stagione e chiedere quindi… lo stato di calamità naturale. Le città delle nostre zone, che erano dette “temperate”, si avviano a diventare per un periodo estivo sempre più lungo invivibili senza aria condizionata, come negli Emirati. Questo vale soprattutto laddove non ci si attrezza con la piantumazione di alberi e anzi si procede con potature e tagli incondizionati, prediligendo ancora il cemento al verde.

Noi abbiamo avuto la fortuna di assistere al meraviglioso alternarsi di stagioni nette e definite ma la nostra cupidigia, la ricerca di benessere alimentato da consumi incuranti dei limiti naturali consegna ai figli un mondo impazzito, di eterne mezze stagioni imprevedibili.

Il nostro vecchio e malandato Occidente è, per la prima volta da diversi secoli, in ritardo incolmabile rispetto ad altri contesti più dinamici. Le democrazie di cui ci siamo fatti fautori e addirittura esportatori mostrano evidenti problemi nella selezione delle classi dirigenti e, oggi, un giovane che vuole mettere a frutto le proprie competenze trova maggiori opportunità lontano da casa. Abbiamo lasciato le leve del comando nelle pessime mani di esaltati squilibrati deliranti incompetenti, spesso disonesti e inaffidabili. Chi fa affari su di noi si diverte a dividerci su questioni di marginale importanza ma di facile presa.

Ci ritroviamo un sistema dei prezzi insostenibile, un costo della vita per nulla commisurato alla dinamica dei salari reali. Nel settore turistico, ad esempio, si sta delineando un’offerta, dagli hotel agli stabilimenti balneari e anche la semplice ristorazione che sempre meno persone del posto possono permettersi, con una classe media falcidiata da ogni direzione.

Eravamo cresciuti in un sistema inconsapevolmente dorato in cui, per citare il grandissimo Guccini, il figlio di una casalinga e un impiegato poteva permettersi di accedere al massimo livello degli studi ed “esser della razza sua il primo che ha studiato”. La famiglia monoreddito poteva comprare casa e arredarla di tutti gli elettrodomestici. Nonostante si lavorasse mezza giornata e si andasse in pensione piuttosto presto, ci sembrava naturale, persino ovvio aspettarsi che i figli dovessero e potessero aspirare a una condizione migliore dei padri. Oggi non può essere così, se non per pochissimi più attrezzati o fortunati.

Scuola, studi universitari, sanità, servizi erano per tutti, alla portata di tutti. Oggi prevale il modello americano privato a pagamento, in cui solo chi sa nuotare può salvarsi. Nelle scuole, non solo quelle in carcere, si tende a prediligere la formazione professionale, il collegamento con il mondo del lavoro, cioè con le imprese pronte ad avvalersi di stagisti e manovalanza a basso costo e senza garanzie. In tema di diritti dei lavoratori c’è stato un evidente regresso rispetto alle condizioni dettate dallo Statuto negli anni Settanta.

Le nostre scuole, dalle elementari alle superiori, con le eccellenze dei licei (quelli veri) e le università statali, al contrario, formavano coscienze critiche e cervelli spendibili nei migliori modi e posti, in patria e fuori. Avevamo media e tv che, con i relativi limiti, puntavano a formare e informare, non a inebetire.

Oltre a una vita mediamente agiata in casa, molti di noi potevano permettersi avvincenti vacanze all’estero. Prima della destabilizzazione del Medio Oriente da parte dei nostri Alleati, potevamo fare interessanti viaggi in città fantastiche, ricche di storia e di cultura come Beirut, Damasco, Aleppo, Sanaa, Isfahan. Oggi quegli stessi luoghi sono tetri teatri di guerra in cui i giovani rischiano piuttosto di finire come carne da macello a combattere contro chissà quale nemico immaginario evocato dai nostri prodi governanti che vedono la propria unica ragione d’essere in un folle riarmo, talmente dispendioso da compromettere qualsiasi altra spesa sociale. Qualcuno vorrebbe chiamare la leva militare in guerra nella stessa Crimea dove noi andavamo in vacanza.

Anche nei fenomeni meno importanti, di “costume”, lo squilibrio generazionale è evidente: noi abbiamo avuto la fortuna di essere contemporanei dei grandi geni della musica rock e d’autore, destinati a fornire materiale classico a quanti, nella gran massa, non vanno tanto oltre la produzione di trap. Nello sport, noi avevamo il campionato di calcio più bello in assoluto, in cui militavano i migliori giocatori di ogni nazionalità anche in squadre di mezza classifica; i nostri azzurri arrivavano in finale del mondiale, vincendone ben due, uno più esaltante dell’altro.

I ragazzi di oggi non hanno mai avuto l’opportunità di assistere neanche alla partecipazione della nostra Nazionale, eliminata da una Macedonia o una Bosnia che all’epoca neanche esistevano come Stati.

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Clima, spopolamento e isolamento sociale: i rischi del futuro per le aree interne del Mezzogiorno

Nuove emergenze si profilano all’orizzonte, come quella del cambiamento climatico, che, secondo quanto riportato da Luca Bianchi, di Svimez, potrà costarci, entro il 2050, fino a 6 punti di Pil. E sarà proprio il Mezzogiorno l’area più esposta del Paese. Siccità e ondate di calore prolungate stanno già danneggiando l’agroalimentare meridionale e il relativo export. Il cambiamento climatico porterà a fenomeni di desertificazione dei territori più esposti alle crisi idriche: riguarderà il 70% del territorio siciliano, ad esempio, e il 57% della Puglia.

Nel frattempo, quella delle aree interne è ritenuta ormai una delle principali emergenze nazionali, strettamente connessa al tema della desertificazione umana di ampie aree del Paese, all’emigrazione dei giovani, alla contrazione dei servizi offerti sul territorio, all’isolamento di chi vi resta, per obbligo o per scelta. Sono molte le idee e le proposte che animano il dibattito sui paesi e sulle aree interne, e in certi casi al fioccare di proposte non si affiancano idee sul reperimento delle risorse e sulle direttrici di sviluppo che dovrebbero dare alimento e continuità alla rinascita di queste aree.

Un recente progetto di ricerca di interesse nazionale, intitolato Geography and social inequality in Italy, coordinato dal prof. Nazareno Panichella, dell’Università degli Studi di Milano, ha studiato la mobilità interna dalle campagne e dai piccoli comuni verso le città o verso il Nord. Che si sia trattato di fuga o di una strategia di promozione sociale, migrando verso territori con più opportunità, nelle aree di partenza si è andato tracciando il profilo di una popolazione “residuale”: più anziana, meno mobile, con minori titoli di studio e reti professionali più deboli.

Come viene riportato nello studio, con riferimento alle aree interne, “considerando le professioni dall’impiegato di concetto in su (impiegati, professionisti, quadri, dirigenti, imprenditori), la quota di occupati qualificati nelle aree interne si ferma al 34% nel Nord, al 35% nel Centro e scende sotto il 30% nel Mezzogiorno, contro valori compresi fra il 40 e il 46% nei centri urbani. Questa frattura occupazionale si accompagna a un divario educativo altrettanto netto. Nelle aree interne, quasi il 40% della popolazione si ferma alla licenza media inferiore, a fronte del 30% nei centri”.

Secondo gli autori del Progetto, il problema principale non è soltanto quello di fermare la fuga, ma anche quello di ricostruire il tessuto sociale e professionale che può incentivare la permanenza, valorizzando soprattutto le competenze dei giovani. Spesso si tratta di competenze specialistiche e focalizzate su settori avanzati. Dalle analisi effettuate emerge che i territori definiti come aree interne soffrono di isolamento geografico, ma anche di “immobilità sociale”: reti sociali spesso endogamiche impediscono a merito e istruzione di fare svolte significative di destino.

Molti giovani, per questo, non intendono abbandonare i propri paesi, ma vanno via per sottrarsi a un ordine sociale bloccato. Gli autori del progetto parlano di “disuguaglianza cumulativa”. A questo quadro, si aggiunge la necessità di rafforzare l’offerta scolastica tecnico-professionale, che può alimentare la formazione di competenze che si possano spendere sul posto. Al contrario, l’istruzione universitaria, invece di consolidare la permanenza, può diventare un canale di uscita.

Così, il giovane studente migra dall’area interna verso il capoluogo di provincia per gli studi superiori e, spesso, verso il Nord per gli studi universitari. Emerge il dato degli spostamenti degli anziani, per aiutare figli e nipoti già migrati, o per trovare strutture di cura. Va precisato che se nel Nord-Ovest un terzo dei comuni ricade nella definizione di area interna, al Sud si arriva a due comuni su tre, riguardando un terzo della popolazione meridionale.

Uno squilibrio geografico che interessa soprattutto il Mezzogiorno, in termini di distanza dai servizi, spopolamento, debolezza economica e istituzionale. Gli autori del progetto fanno notare che le aree interne del Sud presentano una doppia penalizzazione: nascere in un’area interna del Sud può comportare lo svantaggio della periferia e quello dei classici dualismi Nord-Sud.

Viene fatto notare come la scelta di restare sia talora anche esito di necessità, per mancanza di risorse economiche, reti di sostegno o competenze, che bloccano la persona interessata nel paese di origine, limitandone la mobilità. Chi parte, invece, può creare nuovi ponti per chi resta. Queste reti migratorie possono costituire una importante opportunità: “chi è emigrato e ha costruito esperienze professionali altrove può contribuire alla nascita di nuove attività nei luoghi d’origine (piccole imprese, iniziative culturali, progetti di turismo sostenibile o di agricoltura di qualità) condividendo conoscenze, contatti e capitali”. È un tessuto connettivo su cui si possono impostare percorsi di cambiamento; in molti casi è già attivo.

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Va messo un argine al guadagno sfrenato: se le macchine producono tutto, poi chi compra?

C’è un problema che nessuno vuole mettere per iscritto nei piani industriali: se le macchine producono tutto, poi chi compra? Domanda banale, quasi offensiva per chi gestisce un’azienda. Eppure, è il nodo che tiene insieme tutta la baracca capitalistica.

Il ragionamento è semplice. Un’impresa sostituisce i lavoratori con i robot. Risparmia stipendi, aumenta i margini, festeggia i dividendi in consiglio di amministrazione. Poi guarda fuori dalla finestra e scopre che il mercato è fatto di persone. Quelle stesse persone che non hanno più uno stipendio. Il bisogno di un bene non basta a creare domanda, serve potere d’acquisto. Una famiglia che ha bisogno di una casa ma non può pagarla, per chi vende, semplicemente non esiste.

La parte tragicomica è che ogni azienda capisce il problema, ma nessuna ha l’incentivo a risolverlo da sola. Se una fabbrica automatizza, il risparmio è suo. La perdita di consumi si spalma su supermercati, ristoranti e negozi. È il classico caso in cui il comportamento razionale del singolo produce un disastro collettivo. Nessuno è stupido, nessuno è cattivo ma, semplicemente, nessuno paga il conto.

I soldi risparmiati sugli stipendi non svaniscono, certo. Diventano profitti, prezzi più bassi o investimenti. Il guaio è che un miliardario consuma una frazione del suo reddito, mentre una famiglia lo spende quasi tutto per vivere. E costruire nuove fabbriche diventa meno attraente se prevedi che mancheranno clienti. Il Fondo monetario internazionale lo ha detto senza giri di parole: l’AI rischia di aumentare la disuguaglianza patrimoniale, perché chi possiede capitale incassa rendimenti sempre maggiori.

Quindi a chi si venderebbe? A chi lavora ancora, finché il reddito resta diffuso. Ai proprietari del capitale, che però sostengono il lusso, non il mercato di massa. Allo Stato, a patto che decida di redistribuire. A una popolazione che possiede quote delle attività produttive, scenario che richiede tuttavia una proprietà molto più diffusa di quella attuale. Se nessuno di questi canali compensa, la produzione potenziale resta lì, accanto a povertà e capacità inutilizzata.

Chi è ottimista ha i suoi argomenti, perché secondo lui i prezzi più bassi e i nuovi mestieri possono attenuare il colpo. Ma un prezzo più basso aiuta poco chi non ha affatto reddito, e un nuovo lavoro non è automaticamente accessibile a chi ha perso il vecchio. Contano competenze, età, luogo. Una crescita aggregata può convivere con perdite devastanti per singole persone.

Il punto vero non è se il capitalismo sopravvivrà; ma se il lavoro umano diventa meno necessario per produrre ciò che serve può continuare ad essere la condicio sine qua non per avere diritto a consumarlo? La tecnologia potrebbe permetterci di vivere meglio lavorando meno. Il modo in cui distribuiamo proprietà, reddito e potere decide chi potrà beneficiarne.

Emerge allora la questione che molti (i ricchi, soprattutto) evitano come la peste ma che sarebbe quella centrale. Senza limiti strutturali al guadagno capitalistico incontrollato, la concentrazione della ricchezza non si corregge da sola. Serve un tetto, una soglia oltre la quale il surplus non resta nelle mani di pochi ma ritorna alla collettività. Non è un’espropriazione, è un argine alla deriva sociale. Perché un sistema che produce abbondanza ma non la distribuisce non è solo ingiusto, è fragile. E quando la ricchezza si accumula senza freni, la storia ha già dimostrato come va a finire.

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Davanti ai dati sulla povertà assoluta, credo sia il momento di cambiare rotta

Chi ci governa dovrebbe avere l’onestà intellettuale di ammettere che dei problemi del nostro paese non gli interessa niente.

In un paese serio e civile chi è alla guida dovrebbe garantire a tutti gli strumenti perché ogni persona possa sviluppare le proprie potenzialità, solo così un paese può realmente crescere e ogni persona diventare protagonista e parte integrante della società e anche chi ha delle difficoltà non sentirsi discriminato, ma valorizzato; perché non visto solo e unicamente per il suo limite, ma considerato una risorsa e non uno scarto o un peso per il paese.

Riporto alcuni dati: “Oltre 2,1 milioni di famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui. È la situazione dell’Italia nel 2025, secondo l’Istat. In termini percentuali, l’incidenza della povertà assoluta – ovvero la condizione in cui si trovano chi non ha la capacità economica per coprire i costi minimi essenziali per condurre una vita dignitosa ed evitare gravi forme di esclusione sociale – tra le famiglie è pari all’8,0%, in lieve calo rispetto al 2024 (8,4%), e al 9,3% tra le persone (9,8% nel 2024)”. Credo sia arrivato il momento di cambiare rotta, altrimenti il paese non riuscirà più a risollevarsi e le famiglie si sentiranno sempre più sole.

I soldi ci sono, perché altrimenti non si potrebbe neanche comprare nessun tipo di arma, o sbaglio? Dipende se chi ci governa vuole realmente il bene del paese e dei cittadini o pensa solo al profitto e alla propria affermazione politica, anche se vorrei ricordare che le carriere politiche finiscono, ma i problemi irrisolti legati alla politica reale e alla vita quotidiana del popolo aumentano.

Ovviamente, nei limiti del possibile, bisogna sempre cercare di non arrendersi e soprattutto dobbiamo sempre lottare contro le ingiustizie e far sentire sempre la nostra voce.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it

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I dati sulla povertà assoluta confermano che l’affitto è un fattore di forte vulnerabilità economica

L’Istat ha pubblicato i dati sulla povertà assoluta nel 2025.

Nel 2025, in Italia, oltre 2,1 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di persone. L’incidenza resta stabile rispetto al 2024, attestandosi all’8% tra le famiglie e al 9,3% tra gli individui. Dietro questi numeri emerge un dato che richiama il tema della precarietà abitativa: 999mila famiglie in povertà assoluta vivono in affitto, quasi la metà del totale delle famiglie in povertà assoluta.

Il rapporto tra condizione abitativa e povertà è evidente. Tra le famiglie che pagano un affitto l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 20,9%, contro il 4,5% di quelle che vivono in una casa di proprietà. Per chi abita in un alloggio in usufrutto o a titolo gratuito, il dato è del 10,2%. L’affitto rappresenta dunque un fattore di forte vulnerabilità economica, soprattutto per chi dispone di redditi molto limitati e deve destinare una parte significativa del proprio reddito alle spese abitative.

La situazione è ancora più critica per le famiglie con figli. L’incidenza della povertà assoluta tra quelle con minori che vivono in affitto sale al 28,7%, contro il 6% delle famiglie proprietarie e il 10,5% di quelle in usufrutto. Quasi tre famiglie con minori su dieci tra quelle in locazione si trovano in condizioni di povertà assoluta. Un dato che evidenzia quanto il costo della casa possa incidere sulle condizioni di vita dei minori e sulle possibilità delle famiglie di sostenere le spese essenziali.

La questione abitativa si conferma così centrale nelle politiche di contrasto alla povertà. L’affitto è una spesa difficilmente comprimibile, che sottrae risorse ad alimentazione, salute, istruzione. Per le famiglie in povertà assoluta, l’affitto medio secondo Istat è di circa 379 euro al mese, contro i 454 euro delle famiglie non povere. Ma attenzione: questi affitti medi sono la media di tutti gli affitti, compresi quelli delle case popolari. Una differenza che non attenua il problema.

Di fronte a questi numeri, diventa prioritario rafforzare le politiche abitative pubbliche. Ampliare il patrimonio di edilizia residenziale pubblica. Aumentare il numero di case popolari disponibili significa offrire un’alternativa concreta alle famiglie che non riescono a sostenere i canoni del mercato privato sia libero che agevolato. A questo obiettivo possono contribuire il recupero degli immobili pubblici e privati inutilizzati, la riqualificazione e recupero degli alloggi esistenti e una programmazione stabile di nuovi investimenti.

Il sostegno economico all’affitto come misura di contrasto agli sfratti resta strumento importante, ma rischia di non essere sufficiente, o solo un travaso di risorse pubbliche verso i proprietari, se manca un’offerta adeguata di abitazioni pubbliche a canone sociale. Serve quindi una strategia di lungo periodo che consideri la casa non soltanto come un bene di mercato, ma come un elemento fondamentale del welfare e della tutela sociale pubblica.

Le differenze territoriali confermano la portata del problema: tra le famiglie in affitto, l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 22,4% nel Mezzogiorno, il 21,3% nel Nord e il 17,8% nel Centro. Particolarmente esposte sono anche le famiglie in affitto con almeno un componente migrante, per le quali l’incidenza sale al 32,8%, contro il 14,9% delle famiglie composte esclusivamente da italiani.

La stabilità della povertà rispetto al 2024 non deve dunque essere scambiata per un superamento dell’emergenza. I dati mostrano che il disagio economico è strettamente legato anche alle condizioni abitative e colpisce soprattutto chi non possiede una casa e deve mantenerla attraverso un affitto. Investire nell’edilizia residenziale pubblica, aumentando la disponibilità di alloggi ad affitti rapportabili al reddito netto, rappresenta una leva essenziale per contrastare la povertà, ridurre le disuguaglianze e garantire alle famiglie povere, il diritto a una casa effettivo.

Purtroppo i segnali di politiche abitative che vengono dall’Unione europea, Governo, Regioni e Comuni non sembrano affrontare la questione in termini di incremento dell’edilizia residenziale pubblica, continuando a proporre programmi abitativi di privati o fondi immobiliari. Questo è il nodo da sciogliere.

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