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Caso Kata, archiviata l’indagine sui due zii: “Non ci sono elementi per una condanna”

È sparita il 10 giugno 2023, quando aveva 5 anni, dall’ex hotel Astor, il tre stelle chiuso per la pandemia e poi occupato abusivamente e dove la piccola viveva. Ora a distanza di oltre tre anni, il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’archiviazione dell’inchiesta sulla scomparsa di Kataleya Mia Alvarez Chicclo, detta Kata, accogliendo la richiesta della procura perché “gli elementi raccolti non consentono una ragionevole previsione di condanna”.

Le indagini non hanno permesso di ricostruire con certezza le circostanze della scomparsa, né di individuare prove sufficienti a sostenere l’accusa. Resta possibile la riapertura in presenza di nuovi elementi. Il provvedimento, depositato oggi, riguarda Argenis Abel Alvarez Vasquez e Marlon Edgar Chicllo Romero, rispettivamente zio materno e zio paterno della bambina, indagati per il presunto sequestro di persona della minore a scopo di estorsione.

Nonostante le numerose attività investigative svolte, non è stato possibile ricostruire con sufficiente certezza le circostanze della sottrazione e dell’allontanamento della piccola, né individuare elementi probatori specifici in grado di attribuire ai due uomini le condotte contestate. Le diverse ipotesi esaminate nel corso dell’inchiesta, secondo quanto emerge dal decreto, non hanno trovato riscontri abbastanza solidi da sostenere l’accusa in giudizio. L’archiviazione definisce dunque il procedimento nei confronti dei due indagati sulla base del quadro probatorio attualmente disponibile. A chiarirne la portata è il presidente del tribunale di Firenze, Angelo Antonio Pezzuti, che in un comunicato sottolinea come il provvedimento si fondi sull’assenza, allo stato, di una ragionevole prospettiva di condanna.

La decisione, tuttavia, non esclude in assoluto la possibilità di riaprire le indagini. Nel decreto viene infatti richiamato l’articolo 414 del codice di procedura penale, che consente al pubblico ministero di chiedere la riapertura del fascicolo qualora emergano nuove esigenze investigative e sia ragionevolmente prevedibile l’individuazione di ulteriori fonti di prova, da sole o insieme a quelle già acquisite, tali da giustificare l’esercizio dell’azione penale.

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Scontri in Duomo a Milano, in carcere 4 maggiorenni. Il gip: “Preciso progetto di destabilizzazione, alto rischio riaccada”

Il rischio che “possa accadere di nuovo nel breve termine è altissimo” ed “è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico”. Sono alcune delle motivazioni con le quali il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, Fabrizio Ficile, ha disposto il carcere per quattro giovani arrestati sabato scorso durante i disordini in centro, mentre per un quinto ragazzo è stato posto ai domiciliari con il braccialetto elettronico. I cinque, tutti maggiorenni, sono accusati – a vario titolo – di devastazione, saccheggio e resistenza pluriaggravata. Per quanto riguarda i minorenni, invece, sono stati collocati in comunità o ai domiciliari gli 11 arrestati: in alcuni casi hanno rigettato la richiesta del carcere avanzata dalla procura.

Secondo il giudice del tribunale ordinario, gli scontri corpo a corpo con le forze dell’ordine in piazza Duomo e l’assalto ai negozi nelle vie del centro potrebbe essere ripetuti: ritiene, infatti, “altissima” la possibilità di un bis, “bastando considerare che il giorno successivo ai fatti, domenica 18 ottobre, si è creata una situazione analoga e che dal giorno successivo si sono diffuse nuove convocazioni via social” dagli account Italia in piazza e Movimento 17 ottobre. Canali, questi ultimi, si legge nell’ordinanza con la quale è stata decisa la detenzione, sui quali “sono in corso indagini” e che puntano a mantenere “un profilo decisamente violento e insurrezionale”. Non solo: si indaga anche, si legge nelle carte, “su quanto ci fosse di programmato in tale degenerazione sin dalla convocazione via social della protesta” e “su se vi fosse una regia organizzativa dietro gli eventi”.

“È importante notare come la ‘creazione’ di una situazione quale quella occorsa sabato 17 e domenica 18 ottobre, funga proprio da ‘detonatore esponenziale della violenza’”, una tentazione che impone come unica misura – a dire del giudice – il carcere, non essendo gli indagati di auto-contenersi di fronte ai propri istinti violenti. Il “battage via social” per convocare altre proteste nei prossimi fine settimana, ad avviso del gip, rende “evidente” che “è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico, che conta proprio sulla spontanea partecipazione di molti giovani”, i quali “perdono completamente il controllo dei propri impulsi e diventano a propria volta attori violenti e antisociali” trovandosi “in quella situazione di sfogo collettivo di rabbia e violenza”, conclude il giudice.

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Scontri in Centrale dopo il corteo pro-Pal, prosciolti due studenti minorenni: reati estinti dopo la messa alla prova

Sono stati prosciolti dalle accuse di resistenza aggravata e danneggiamento i due studenti che, a 17 anni, erano stati arrestati il 22 settembre 2025 per gli scontri alla stazione Centrale di Milano, al termine di un corteo pro-Pal per Gaza. La decisione è arrivata nei giorni scorsi dal Tribunale per i minorenni, che ha dichiarato estinti i reati dopo l’esito positivo della messa alla prova, un percorso della durata di nove mesi che ha consentito di arrivare al proscioglimento.

La sentenza è stata emessa l’8 ottobre, sulla base delle relazioni positive relative al percorso svolto dai due giovani. Ammessi alla messa alla prova a gennaio, su richiesta dei loro legali, gli avvocati Mirko Mazzali e Guido Guella, i ragazzi hanno seguito un programma che comprendeva lavori socialmente utili, colloqui con gli assistenti sociali e un corso di mediazione penale promosso dal Comune e organizzato dal professore e criminologo Adolfo Ceretti. Il processo abbreviato era stato sospeso durante lo svolgimento del percorso, valutato positivamente dal Tribunale.

La decisione chiude così il procedimento nei confronti dei due studenti, che frequentavano lo stesso liceo e che, dopo l’arresto, erano stati sottoposti alla misura dell’obbligo di permanenza in casa. Già il 9 ottobre 2025, il Tribunale per i minorenni aveva infatti accolto i ricorsi dei difensori, revocando la misura cautelare disposta dal gip e sostituendola con alcune prescrizioni.

I giudici del Riesame avevano ritenuto “sproporzionato” l’obbligo di permanenza in casa rispetto al rischio di reiterazione del reato. Per i due ragazzi erano quindi rimasti gli obblighi di frequentare regolarmente la scuola, seguire un percorso psicologico e psicoterapeutico e partecipare a uno o più incontri di educazione alla legalità.

Anche sul fronte amministrativo i provvedimenti adottati nei loro confronti erano stati sospesi. Il 19 gennaio il Tar della Lombardia aveva infatti sospeso i cosiddetti daspo urbani notificati ad alcuni dei giovani arrestati dopo gli scontri, tra cui i due studenti. I divieti prevedevano, per due anni, l’impossibilità di stazionare nelle vicinanze di ristoranti, bar, pizzerie, gelaterie, pasticcerie e altri locali in diverse zone di Milano e, per un anno, di accedere o avvicinarsi alla stazione Centrale, ai treni, alla metropolitana e alle aree limitrofe.

La vicenda giudiziaria legata agli scontri del 22 settembre 2025, quando al termine del corteo pacifico pro-Pal era stato tentato l’assalto per occupare i binari della stazione Centrale, resta però aperta per altri indagati e imputati. Per due studentesse universitarie di 21 anni, arrestate quel giorno e successivamente sottoposte all’obbligo di firma, il processo per resistenza e danneggiamento è ancora in corso davanti al Tribunale di Milano.

Nel corso delle indagini coordinate dalla pm Francesca Crupi e condotte dalla Digos, sono state inoltre disposte diverse misure cautelari. A marzo erano state emesse otto misure, tra obblighi di firma e di dimora, dopo gli interrogatori preventivi davanti alla gip Giulia D’Antoni. Altri sei giovani erano già stati destinatari di provvedimenti analoghi nell’ambito del procedimento per resistenza aggravata. A maggio, infine, sette persone erano finite agli arresti domiciliari, mentre per altre tre erano stati disposti l’obbligo di dimora e quello di presentazione alla polizia giudiziaria.

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Stalking al cronista del Fatto Vincenzo Iurillo, le motivazioni della condanna di Langellotto: “Il racconto della vittima è coerente, preciso, senza contraddizioni”

Il racconto nelle denunce e in aula della vittima, Vincenzo Iurillo, è stato ritenuto “coerente, preciso e privo di contraddizioni tali da minarne l’attendibilità”. E’ scritto a pagina 24 delle motivazioni con cui il giudice di Torre Annunziata Adele Marano ha condannato in primo grado l’imprenditore edile Salvatore Langellotto a due anni e otto mesi per atti persecutori ai danni del giornalista di giudiziaria del ‘Fatto quotidiano’, che si è costituito parte civile attraverso l’avvocato Salvatore Pinto. La condanna riguarda anche l’aggressione al presidente del Wwf costiero Claudio d’Esposito, (difeso come parte civile dall’avvocato Johnny Pollio), avvenuta a fine marzo 2023. D’Esposito fu picchiato fino alla frattura di una costola all’interno di un condominio di Sant’Agnello (Napoli): la vendetta per una vecchia denuncia, che impedì alle imprese della famiglia Langellotto la illegittima realizzazione di 252 box interrati in un ex agrumeto di Sorrento.

Iurillo iniziò a scrivere di queste vicende, peraltro ricordate a marzo scorso nella relazione della commissione d’accesso di Sorrento, nella parte che evoca i rapporti societari tra Langellotto e l’ex sindaco di Sorrento Giuseppe Cuomo, già consigliere per il paesaggio del ministro Gennaro Sangiuliano, e che si concludeva con la richiesta di scioglimento per camorra (rigettata dal Viminale).

Per questa ragione, anche il giornalista divenne bersaglio dell’uomo già condannato per concorso esterno in associazione camorristica, finito in carcere nel 2015 e liberato nel 2019. Ora Langellotto è di nuovo detenuto, per un cumulo di condanne per bancarotta.

I due reati – gli atti persecutori a Iurillo e le lesioni a d’Esposito – sono stati ritenuti uniti dal vincolo della continuazione. Al termine delle 27 pagine di motivazioni, depositate il 14 ottobre, il giudice ha calcolato la condanna partendo dal reato più grave, lo stalking, e ha riconosciuto le attenuanti generiche “per meglio adeguare il disvalore del fatto alla pena”. Il pm Antonio Barba e il procuratore Nunzio Fragliasso avevano chiesto cinque anni.

La sentenza – per la quale l’imprenditore può proporre ricorso – ricostruisce le “condotte moleste e le minacce” di Langellotto al nostro cronista a partire dal 9 aprile 2023 fino al 20 gennaio 2024. Comprese quelle mandate in onda e fuori onda per un servizio delle Iene (Gulio Golia ha testimoniato al processo). La dottoressa Marano evidenzia che Iurillo “non ha enfatizzato indiscriminatamente ogni contatto con l’imputato: ha anzi chiarito che il primo episodio, isolatamente considerato, non lo indusse a proporre querela, poiché confidava che non avrebbe avuto seguito. Tale precisazione depone per la genuinità della narrazione, e spiega come la portata intimidatoria sia stata percepita pienamente soltanto con il ripetersi e il progressivo aggravarsi delle condotte”.

Più episodi, un unico filo conduttore, secondo l’accusa: silenziare il cronista del Fatto. Impedirgli di lavorare, di seguire le inchieste sull’imputato, di continuare a narrare gli sviluppi della benedizione religiosa dei suoi camion davanti alla Chiesa di Sant’Agnello. Il giudice precisa che questo obiettivo non fu raggiunto. “La prosecuzione dell’attività giornalistica non esclude tali eventi (il reato, ndr). Gli articoli pubblicati dopo i fatti dimostrano che Iurillo continuò a esercitare la propria professione, ma non smentiscono né lo stato di ansia nè le cautele adottate”. In quel periodo il giornalista del Fatto dovette cambiare radicalmente le sue abitudini di vita e, su disposizione del commissariato di Ps di Sorrento, comunicare alle forze dell’ordine i suoi spostamenti. La precauzione cessò con l’arresto di Langellotto, avvenuto il 26 gennaio 2024.

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Caso Regeni, la famiglia chiede all’Egitto di pagare 500mila euro: “Rispettare la parola data”

A quasi dieci anni dalla morte di Giulio Regeni, la sentenza di primo grado che ha condannato tre agenti dei servizi segreti egiziani torna al centro della vicenda giudiziaria con una richiesta concreta: dare esecuzione alle provvisionali riconosciute alla famiglia del ricercatore italiano. I genitori, Paola e Claudio Regeni, attraverso i loro legali Alessandra Ballerini e Giacomo Satta, hanno scritto all’ambasciatore egiziano a Roma sollecitando un intervento per ottenere il pagamento delle somme stabilite dalla Corte d’assise. La lettera, inviata oltre due settimane fa, è rimasta finora senza risposta.

I giudici hanno disposto provvisionali immediatamente esecutive per complessivi 500mila euro in favore dei familiari: 200mila euro ciascuno per il padre e la madre di Giulio e 100mila euro per la sorella Irene. Altri 150mila euro sono stati riconosciuti alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Le somme costituiscono un anticipo sul risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, che dovrà essere quantificato in sede civile.

Nella lettera, riferisce Repubblica, gli avvocati ricordano che per l’esecuzione delle provvisionali non è necessario attendere il giudizio definitivo. Occorre però la collaborazione delle autorità egiziane, chiamate a intervenire nei confronti di appartenenti ai propri apparati di sicurezza. Ballerini e Satta richiamano inoltre una promessa fatta personalmente dall’ambasciatore ai genitori di Regeni durante un colloquio privato: avrebbe “rispettato qualsiasi decisione della Corte”. Da qui la richiesta di un “attivo intervento per facilitare l’esecuzione del dispositivo della sentenza”, con la fiducia che il diplomatico non venga meno “alla parola data alla famiglia Regeni”.

La pronuncia di primo grado ha inflitto dieci anni a tre imputati: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per il quale la procura aveva chiesto l’ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. Le condanne riguardano il sequestro di Regeni, avvenuto al Cairo il 25 gennaio 2016: i giudici hanno escluso l’accusa di omicidio, riconoscendo quella di sequestro di persona.

Nel commentare la decisione, il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, aveva sottolineato il risultato raggiunto nonostante quella che ha definito una “cooperazione non particolarmente proficua” da parte delle autorità egiziane. Il procedimento, ha spiegato, rischiava di rimanere bloccato, ma è stato possibile proseguire anche grazie all’intervento della Corte costituzionale. Ora, mentre si attende di conoscere le ragioni della decisione dei giudici, la famiglia Regeni chiede che almeno le somme riconosciute in via provvisionale trovino concreta esecuzione.

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Omicidio Vassallo, il ricorso della procura di Salerno contro l’assoluzione del pentito Ridosso: “Confessione attendibile e coerente con i verbali delle indagini”

“Romolo Ridosso non è un collaboratore di giustizia le cui dichiarazioni per essere credibili devono essere valutate ricercando riscontri obiettivi individualizzanti – così come sostenuto nella sentenza impugnata – ma è un imputato che ammette le sue responsabilità e altresì chiama in correità altri partecipi”. Inoltre, le prove che sia implicato nell’omicidio di Angelo Vassallo risalgono a prima delle sue confessioni del 24 e 25 marzo 2025. Erano già contenute negli atti delle indagini preliminari e dell’ordinanza di custodia cautelare del 2024.

Ecco alcuni dei punti cruciali delle 25 pagine del ricorso con cui la Dda della Procura di Salerno – procuratore Raffaele Cantone, pm Elena Guarino – proverà a smontare in Appello la sentenza di assoluzione del pentito. Ridosso è l’ex ras della camorra di Scafati che con le sue dichiarazioni aveva riaperto le indagini sull’omicidio del sindaco pescatore di Pollica. Un cold case che attende giustizia dal 5 settembre 2010.

Un comunicato a firma del procuratore Cantone ha dato notizia dell’impugnazione. Ilfattoquotidiano.it ora offre ai suoi lettori in anteprima alcuni dei passaggi di un atto cruciale per lo snodo dei processi. Se l’assoluzione di Ridosso dovesse infatti passare in giudicato, quasi certamente crollerebbero le fondamenta delle accuse a carico dei coimputati che hanno scelto il rito ordinario: l’ex brigadiere dei carabinieri Lazzaro Cioffi e l’imprenditore Giuseppe Cipriano. Mentre pende un’altra impugnazione, relativa al proscioglimento in udienza preliminare del colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo. Vicende umane e giudiziarie strettamente intrecciate, che dipendono le une dalle altre.

I magistrati inquirenti avevano chiesto per Ridosso (difeso dall’avvocato Michele Avino) una condanna a sette anni e quattro mesi. E ritengono che la sentenza di assoluzione del giudice Giovanni Rossi, motivata con una serie di giudizi molto severi sulla complessiva inattendibilità delle confessioni e del narrato del criminale di Scafati al termine di un processo col rito abbreviato, “omette di valutare l’esistenza di una pletora di elementi di prova già acquisiti agli atti della richiesta di misura cautelare, trascura che Ridosso non è un collaboratore di giustizia ma un imputato che ha reso una confessione riscontrata da una serie di elementi, compie una serie di errori logico deduttivi”.

In sostanza, la Procura punta sulla circostanza che la partecipazione di Ridosso al sopralluogo del 3 settembre 2010 ad Acciaroli in Bmw bianca con Cipriano, per verificare l’esistenza di eventuali telecamere, è un dato granitico, costante e più volte ribadito nei verbali del collaboratore. Anche quelli risalenti agli anni precedenti alle confessioni. E le contraddizioni tra le varie ricostruzioni, evidenziate dal giudice sono così spiegate: “Ridosso si è comportato come spesso accade nell’esperienza ricorrente dei nostri Uffici giudiziari, come un imputato di fatti gravi che – sentito nella fase delle indagini non conoscendo le fonti di prova a suo carico – cerca di evitare il suo coinvolgimento. Successivamente, di fronte alle evidenze investigative rese note dalla lettura dell’ordinanza cautelare emessa nei suoi confronti, decide di ammettere le sue responsabilità. Questi ha reso una serie di interrogatori nel corso degli anni – circa 15 – in cui ha sempre cercato di riferire una versione dei fatti non veritiera spinto dalla necessità di tutelare sé stesso ed il figlio Salvatore (che lo accompagnava il giorno del sopralluogo ad Acciaroli) da possibili accuse circa il loro coinvolgimento”.

E quando il giudice asserisce che Ridosso è inattendibile perché si sarebbe “inventato” solo l’ultimo giorno che il sopralluogo era finalizzato a verificare l’assenza di telecamere e che si era offerto di gambizzare il sindaco per 50mila euro, “soltanto per ottenere benefici penitenziari”, i pm nel ricorso ricordano che non hanno chiesto i benefici per l’imputato, e ribattono che la questione delle telecamere era stata sollevata già il giorno prima, nell’interrogatorio del 24.3.2025. Inoltre era già stata detta dal collaboratore nel 2024. E che se l’essersi proposto come killer di una gambizzazione è stata una sua fantasia, “la logica conseguenza sarebbe stata quella di una pronuncia di condanna per concorso pieno in omicidio, e non l’assoluzione dall’accusa per concorso anomalo in omicidio”, perché la sua responsabilità penale resta connessa alla partecipazione al sopralluogo e alle attività preparatorie del delitto.

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Rigopiano, ricorso in Cassazione della procura generale di Perugia. L’avvocato di parte civile: “Impedire che cali il sipario sulle responsabilità”

Il caso dell’hotel Rigopiano tornerà davanti alla Cassazione. Il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani, ha impugnato la sentenza della Corte d’appello nel processo bis di secondo grado sulla tragedia del 18 gennaio 2017, quando una valanga travolse e distrusse l’hotel di Farindola, nel Pescarese, causando la morte di 29 persone. Il ricorso, articolato in 21 pagine, si concentra su tre questioni: l’assoluzione dell’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, quella del tecnico comunale Enrico Colangeli e il calcolo dei termini di prescrizione.

Sul primo punto, il Pg contesta l’esclusione della responsabilità di Lacchetta. Secondo la ricostruzione contenuta nell’impugnazione, anche in assenza della Carta di localizzazione del pericolo valanghe, il sindaco avrebbe avuto autonomi obblighi di prevenzione e intervento in quanto garante della pubblica incolumità. Una posizione analoga viene sostenuta per Colangeli, all’epoca funzionario dell’ufficio tecnico comunale. Per Sottani, gli obblighi del tecnico derivavano dal Testo unico degli enti locali e dalla normativa regionale. Nel suo ruolo rientrava inoltre la partecipazione alla commissione comunale per la prevenzione del rischio valanghe.

Il terzo fronte riguarda tutti gli imputati e l’applicazione della prescrizione. Il procuratore generale propone un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’articolo 157 del codice penale, affinché il raddoppio dei termini venga esteso anche all’omicidio colposo plurimo e non resti limitato, come attualmente previsto, al solo disastro colposo.

La sentenza impugnata aveva chiuso l’appello bis con tre condanne, cinque assoluzioni e due prescrizioni, dopo quasi otto ore di camera di consiglio. La Corte aveva condannato a due anni per disastro colposo gli ex dirigenti regionali Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci. Erano stati assolti, perché il fatto non costituisce reato, Lacchetta (che aveva rinunciato alla prescrizione), Colangeli e i dirigenti regionali Carlo Giovani, Emidio Primavera e Sabatino Belmaggio. Per gli ex dirigenti provinciali Mauro Di Blasio e Paolo D’Incecco era stato dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione.

Contro la sentenza si è mosso anche l’avvocato Wania Della Vigna, che assiste alcune parti civili e ha depositato un ricorso ai soli effetti civili per tutelare Giorgia Galassi, sopravvissuta alla valanga dopo essere rimasta per molte ore sotto la neve. La legale ha accolto con favore l’iniziativa della Procura generale, sostenendo che impedisce di far calare il sipario sulle responsabilità della tragedia. “Tocca ora agli Ermellini, attraverso il vaglio del giudizio di legittimità, rimettere in gioco la questione e tracciare con fermezza gli aspetti salienti del diritto”, ha dichiarato Della Vigna. “Le vittime, i familiari e i sopravvissuti di Rigopiano hanno il sacrosanto diritto di avere un’ultima, definitiva parola di giustizia da parte della Suprema Corte”. La tragedia avvenne il 18 gennaio 2017: la valanga investì l’albergo di Farindola, uccidendo 29 persone, tra ospiti e dipendenti, mentre undici persone riuscirono a sopravvivere. Ora spetterà alla Cassazione esaminare le questioni sollevate dai ricorsi.

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Stadio Roma, assolti De Vito, Mezzacapo, Lanzalone, Bardelli e Statuto. Prescrizione per Centemero e Manzoni

La III sezione della Corte d’Appello di Roma ha ribaltato la sentenza di primo grado nel maxi processo sul progetto dello stadio di Roma che sarebbe dovuto sorgere a Tor di Valle. I giudici hanno assolto l’ex presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito, l’avvocato Camillo Mezzacapo e Luca Lanzalone, che in primo grado erano stati condannati rispettivamente a 8 anni e 8 mesi, 9 anni e 3 anni di reclusione.

Assolti anche gli imputati Gianluca Bardelli e Giuseppe Statuto, mentre per l’imprenditore Luca Parnasi la pena è stata ridotta a tre mesi, dai due anni stabiliti in primo grado nell’aprile 2024. Rideterminata anche la condanna per Adriano Palozzi, scesa da un anno e dieci mesi a otto mesi. La Corte ha inoltre dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Giulio Centemero, ex tesoriere della Lega, e di Andrea Manzoni.

L’inchiesta, coordinata dall’allora procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo, contestava agli imputati, a seconda delle rispettive posizioni, reati che andavano dalla corruzione al traffico di influenze illecite fino al finanziamento illecito. Diversi imputati erano già stati assolti in primo grado. Tra loro Francesco Bonifazi, ex tesoriere del Pd, l’ex assessore regionale Michele Civita, Gianluca Talone, Domenico Petrolo, Fortunato Pititto, Fabio Serini, Claudio Santini, Francesco Prosperetti e Davide Bordoni. Nell’elenco figurano anche Giampaolo Gola, Nabor Zafiri, Paolo Desideri e Vanessa Adabire Aznar.

Al c’erano il progetto dello stadio dell’As Roma avviato dal presidente James Pallotta – poi revocato con l’arrivo del nuovo patron Dan Friedkin – nell’area dell’ex Ippodromo di Tor di Valle e le manovre politiche per far sì che l’amministrazione pentastellata guidata da Virginia Raggi (inizialmente contraria) potesse avallare la realizzazione dell’opera. L’inchiesta deflagrò nel marzo 2019 con gli arresti ordinati dalla Procura di Roma, tra cui quello dell’allora presidente dell’Assemblea capitolina, De Vito, e del “facilitatore” Lanzalone, accusati di aver preso soldi e utilità per oliare i meccanismi e portare il progetto di Parnasi a buon fine.

Le accuse a Centemero riguardavano un finanziamento da 250mila euro erogato dalla Immobiliare Pentapigna srl e finito nelle casse della “Più voci”, onlus di area leghista. I soldi, per i pm, erano arrivati in due tranche: un primo bonifico da 125mila è stato emesso il primo dicembre 2015, un secondo con lo stesso importo è arrivato a febbraio del 2016. Si trattava di contributi “erogati – secondo il capo di imputazione – in assenza di delibera da parte dell’organo sociale competente e senza l’annotazione dell’erogazione nel bilancio di esercizio”. In passato Centemero aveva sempre spiegato che quei versamenti erano regolari e che neanche un centesimo era andato al partito di Matteo Salvini.

Ma la procura era convinta che la “Più Voci” fosse un’associazione “riconducibile alla Lega Nord quale sua diretta emanazione e comunque costituente una sua articolazione”. Per quanto riguarda Bonifazi, i fatti contestati riguardavano 150mila euro pagati dalla Immobiliare Pentapigna Srl, società in passato riconducibile all’imprenditore romano, a cavallo delle elezioni politiche alla Fondazione Eyu il 22 febbraio 2018. Per i pm il pagamento era solo un modo per camuffare il contributo economico, ma il giudice ha assolto Bonifazi sia in primo che secondo grado.

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Tre studenti minorenni arrestati per le violenze di Torino tornano a casa con misura cautelare. La procuratrice Avezzù: “Inseriti, andavano a scuola”

Tornano a casa i tre studenti minorenni che erano stati arrestati venerdì durante il corteo studentesco di Torino per lanciato grosse pietre contro la polizia: per loro è stata disposta la permanenza domiciliare, la misura equivalente agli arresti domiciliari prevista per i minori d’età. Emma Avezzù, procuratrice della Repubblica presso il tribunale per i minorenni di Torino, lo ha confermato dopo aver partecipato all’udienza di convalida: secondo la pm non c’erano segnali di disagio giovanile in due dei tre arrestati, mentre il terzo aveva un precedente pendente.

“Per quanto ho visto e sentito durante la convalida, erano normo-inseriti con una vita che non presentava lati oscuri. Andavano a scuola regolarmente, uno anche con profitto” ha aggiunto la procuratrice. Interrogati sui motivi che hanno portato al comportamento violento, i tre avrebbero risposto che “volevano partecipare alla manifestazione”, ma poi, finiti in mezzo ai disordini, “si sono fatti trascinare” ha spiegato la pm in un’intervista a La Stampa.

Avezzù racconta, inoltre, del dolore delle famiglie per l’arresto dei propri figli: “I genitori erano presenti, erano molto provati, con gli occhi lucidi”. In particolare, sempre nell’intervista a La Stampa, descrive il padre di uno dei ragazzi arrestati, un muratore straniero che lavora 12 ore al giorno: “Piangeva di fronte a tutti. Mi ha detto che se il figlio fosse stato collocato ai domiciliari e avesse dovuto prendersene cura lui avrebbe lasciato anche il lavoro. Ma ha anche ringraziato la Digos per come ha trattato suo figlio”. Nessuna delle tre famiglie, tra l’altro, vive in estrema periferia, e tra i genitori ci sono anche persone laureate. “Chi tira dentro questi ragazzi sfruttando marginalità e fragilità dovrebbe provare una vergogna morale infinita” ha concluso la procuratrice.

La permanenza domiciliare è stata disposta anche per un quarto minorenne, coinvolto però in un episodio diverso: aveva sferrato un pugno a un poliziotto. Rimane in carcere, invece, il diciasettenne arrestato giovedì scorso durante i disordini all’istituto Bosso-Monti.

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Caso David Rossi, le accuse a Mussari e Ceccherelli basate su due testimoni: un imprenditore vicino alla ’ndrangheta e un detenuto

Un tentativo di intimidazione finito male. Ordinato dall’ex presidente del Monte dei Paschi Giuseppe Mussari e organizzata da un “calciante” fiorentino, Gabriele Ceccherelli, che non avrebbe però partecipato alla spedizione punitiva contro David Rossi, ma sarebbe rimasto nel vicolo. Sullo sfondo di questa vicenda, una spedizione punitiva finita male, compaiono affari opachi con la ’ndrangheta emiliana e i milioni erogati da Mps in sponsorizzazioni sportive.

È questo lo scenario ricostruito dalla commissione parlamentare di inchiesta sulla morte del manager, e ancora tutto da dimostrare, sulla base di due testimoni: un imprenditore considerato contiguo alla ‘ndrangheta e un detenuto sentito da un consulente della commissione. I due, pur non conoscendosi, hanno riferito dettagli concordanti sul presunto omicidio di Rossi. Il presidente della commissione Gianluca Vinci e il commissario Walter Rizzetto hanno ripetuto più volte che la scelta insolita di divulgare parte delle risultanze di questi verbali, sarebbe stata dettata dalla necessità di tutelare i due soggetti chiamati in causa, per consentire loro una difesa legale. Non sembra vederla così Mussari che ha definito “una follia” le prime indiscrezioni già fatte trapelare in questi giorni da Massimo Giletti, e minacciato di querelare chiunque diffonda queste contestazioni. Né Mussari, né Ceccherelli sono indagati.

Il primo testimone, l’imprenditore legato alla criminalità calabrese, è detenuto a Bologna. Secondo la sua versione, Rossi era stato messo nel mirino dal boss Nicolino Grande Aracri, “in quanto Mps aveva bloccato lo stanziamento di soldi a una società sportiva”, “una squadra di basket”: “Vorrei precisare – dice ancora l’imprenditore – che Rossi non era “molto pulito”, sono a conoscenza del fatto che era in affari con Nicolino Grande Aracri e a persone a lui vicine (una di esse ricordo in particolare il cognome Muto); nello specifico Rossi gestiva dei conti correnti per le persone citate, avendo accesso diretto a tali conti: faceva fruttare i soldi, spostandoli da un conto all’altro, convertendoli in criptovalute, poi riconvertendo i bitcoin in denaro contante per impedire il tracciamento di tale denaro”:

Secondo questa tesi, smentita dal diretto interessato, Mussari avrebbe voluto far pressione su Rossi, per convincerlo a sbloccare quegli affari, in qualche modo proteggerlo. L’incarico di spaventarlo viene affidato secondo il testimone al capitano di una squadra di calcio fiorentina, Gabriele Ceccherini, legato “allo spaccio di cocaina”, che sarebbe rimasto nel vicolo affidando l’esecuzione del piano a due compagni di squadra: “Doveva essere un giovo da ragazzi”, ma “Rossi non si piegò”.

Dettagli sulla dinamica vengono forniti dal secondo testimone, un altro detenuto, per reati diversi: i due autori della spedizione, farebbero parte dell’ambiente del calcio fiorentino, e sarebbero passati quella notte della porta principale, dopo essere arrivati con un van: “Aggiungeva poi spontaneamente che Rossi era in grado di spostare 50 milioni con un click ed erano coinvolti ingenti flussi di denaro della ’ndrangheta”. Informazioni “sensibili” sarebbero state detenute da Rossi “in pc e chiavette”. La commissione ha annunciato che gli atti saranno inviati alle varie Procure interessate, che molto probabilmente potrebbero essere Brescia (a cui compete il filone sulla ndrangheta mantovana), e le Dda di Bologna e Firenze.

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Caso David Rossi, la Commissione “accusa” Giuseppe Mussari e Gabriele Ceccherelli: “Follia e calunnie”

Il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta bis sul caso della morte di David Rossi, Gianluca Vinci, ha riferito ai componenti dell’organismo gli elementi raccolti nel corso dei lavori, indicando due nomi e delineando l’ipotesi di un’intimidazione organizzata, finita con la morte del responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena.

Secondo quanto dichiarato da Vinci, Giuseppe Mussari, ex presidente di Mps, sarebbe stato il mandante di un’azione intimidatoria che inizialmente non avrebbe dovuto provocare la morte di Rossi. Gabriele Ceccherelli, ex calciante del Calcio storico fiorentino, avrebbe invece organizzato l’operazione, individuando le persone incaricate di intervenire materialmente, che al momento non sarebbero ancora state identificate. Ceccherelli, secondo questa ricostruzione, sarebbe rimasto fuori da Palazzo Salimbeni, sede della banca senese. Naturalmente le due persone indicate non sono indagate.

Le dichiarazioni della Commissione hanno provocato l’immediata reazione dei due uomini, che respingono ogni coinvolgimento. Mussari ha definito le accuse una “follia” e una “calunnia”, annunciando iniziative giudiziarie contro chi le ha formulate e contro chi dovesse ripeterle. L’ex presidente di Mps ha inoltre dichiarato di non essere mai stato convocato né ascoltato dalla Commissione e di non aver avuto contatti con le Procure che si occupano del caso. Anche Ceccherelli nega qualsiasi legame con la vicenda. “Non so niente, non conosco nessuno di questa vicenda, l’unica volta che sono stato a Siena è stato per comprare un paio di scarpe, non ho nulla a che fare con questa vicenda”, ha dichiarato, contestando la ricostruzione resa pubblica dal presidente della Commissione.

A fare da sfondo alle nuove conclusioni sono gli accertamenti tecnici condotti dai carabinieri del Ris sui filmati delle telecamere che riprendevano il vicolo Monte Pio, dove Rossi precipitò dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013. Durante un’audizione parlamentare, gli esperti hanno illustrato le immagini nelle quali si distinguerebbe l’ombra di almeno una persona rimasta all’imbocco del vicolo dalle 20.04 alle 20.20, circa venti minuti dopo la caduta.

Secondo la ricostruzione illustrata da Vinci, il tempo necessario per scendere dall’ufficio di Rossi, al terzo piano di Palazzo Salimbeni, fino al vicolo sarebbe di circa quattro minuti. Una coincidenza temporale che, nell’interpretazione del presidente della Commissione, rafforzerebbe l’ipotesi che qualcuno sia arrivato sul posto poco dopo la caduta e sia rimasto lì fino a quando il manager ha smesso di respirare. Per Vinci, quella presenza non sarebbe riconducibile a un semplice passante. La persona, o le persone, avrebbero atteso che Rossi morisse, impedendo eventuali soccorsi. Le immagini analizzate mostrerebbero inoltre, in alcune occasioni, ombre compatibili con la presenza di più individui, anche se l’identificazione delle persone coinvolte resta ancora da chiarire.

La tesi avanzata dal presidente della Commissione è che Rossi non fosse destinato a morire nell’immediato, ma che un’azione intimidatoria sia degenerata, trasformandosi in un intervento volto a impedirne il salvataggio. Vinci ha parlato di un’azione organizzata e ha riferito che alcuni elementi raccolti indirizzerebbero gli accertamenti verso un’organizzazione criminale, evocando la ‘Ndrangheta della bassa Lombardia. “Abbiamo deciso di trasmettere gli atti. Invieremo tutta la documentazione alla Procura. L’autorità giudiziaria saprà come muoversi” ha dichiarato etto Gianluca Vinci riferendosi a quanto acquisito da due detenuti.

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Deindustrializzazione in Europa: i numeri della crisi industriale

 

di Michele Blanco

La progressiva frattura dello spazio economico eurasiatico e il drastico ridimensionamento delle catene di approvvigionamento tra Unione Europea e Russia non rappresentano un semplice danno collaterale derivante da un conflitto regionale.

Si tratta, al contrario, degli elementi centrali di un profondo riposizionamento egemonico globale, concepito per impedire l'affermazione di un'Europa unita, autonoma e competitiva sullo scacchiere internazionale. L'integrazione tra le immense risorse naturali ed energetiche russe e la straordinaria capacità industriale e tecnologica europea stava dando vita a un polo economico di primissimo piano, in grado di alterare gli equilibri geopolitici e finanziari d'oltreoceano. In questo contesto, l'escalation della crisi ucraina ha fornito il pretesto per raggiungere l'obiettivo primario di separare strutturalmente l'Europa dalla Russia, trasformando un conflitto narrato in chiave difensiva in una vera e propria guerra economica ai danni della stabilità del continente.

Di fronte a un simile stravolgimento, l'attuale classe dirigente europea ha espresso un'inadeguatezza profonda, agendo in palese contrasto con la tutela dei propri cittadini e delle proprie imprese. Piuttosto che difendere la tenuta sociale ed economica attraverso la diplomazia e il realismo politico, le istituzioni di Bruxelles e i governi nazionali hanno promosso una strategia sanzionatoria che si sta traducendo in un doloroso arretramento economico. Questa condotta solleva interrogativi drammatici sulle reali motivazioni delle decisioni politiche: ci si trova davanti a un deficit di competenza o alla condescendenza verso logiche estranee al benessere dei popoli amministrati?

Il risultato netto è un'Europa priva della propria indipendenza energetica, costretta ad acquistare risorse a prezzi speculativi e a subire passivamente le dinamiche di un mercato globale dominato dall'interesse nazionale dei singoli attori.

Mentre il continente affronta il blocco dei canali tradizionali e l'impennata dei costi, il commercio mondiale dimostra un pragmatismo spietato che smentisce la rigidità ideologica europea. I flussi internazionali si sono semplicemente riorganizzati. Una quota rilevante del greggio siberiano continua a circolare sui mercati globali attraverso complesse triangolazioni che vedono nazioni come India e Cina raffinare la materia prima per poi rivenderla agli stessi paesi occidentali sotto forma di carburanti finiti, ma a prezzi notevolmente maggiorati. Contemporaneamente, il Gas Naturale Liquefatto nordamericano ha progressivamente rimpiazzato il metano trasportato via gasdotto, esponendo l'apparato produttivo europeo alla volatilità e alle speculazioni dei mercati spot internazionali.

Questo ridimensionamento del tessuto industriale è stato accompagnato dall'allineamento dell'apparato informativo mainstream, che ha giustificato scelte economiche gravose presentandole all'opinione pubblica come un inevitabile sacrificio morale. L'analisi pragmatica dei fatti e il giornalismo d'inchiesta sono stati gradualmente messi da parte in favore di una narrazione uniforme e rassicurante. Per lungo tempo sono stati minimizzati i reali flussi economici globali e taciuti gli effetti collaterali a lungo termine su famiglie e imprese. Quando la complessità della realtà è emersa con evidenza, la narrazione si è progressivamente spostata altrove, evitando una seria autocritica sulle responsabilità passate e marginalizzando le posizioni di dissenso qualificato.

I segni di questo processo di deindustrializzazione si riflettono chiaramente negli indicatori macroeconomici del continente. I rilevamenti periodici indicano una contrazione costante dell'indice di produzione industriale nella zona euro, con un impatto particolarmente severo sui settori ad alta intensità energetica quali la chimica, la metallurgia e la filiera automobilistica in paesi manifatturieri chiave come Germania e Italia. L'industria europea si trova così a sostenere costi energetici strutturalmente più elevati rispetto a quelli dei concorrenti internazionali. Questo divario genera uno svantaggio competitivo sistematico a favore delle aziende operative in aree geografiche dove il costo dell'energia resta contenuto, accelerando lo spostamento di capitali e la delocalizzazione degli stabilimenti verso contesti più favorevoli.

Il dramma di questa fase storica risiede nella perdita di una prospettiva strategica di lungo termine. La cooperazione nello spazio eurasiatico avrebbe potuto garantire al continente una solida autosufficienza energetica, stabilità geopolitica e un'elevata competitività globale. Il ridimensionamento di questa visione — accentuato dall'interruzione definitiva di infrastrutture chiave come i gasdotti Nord Stream — ha invece relegato l'Europa a una posizione di marcata vulnerabilità. I cittadini e il tessuto produttivo si trovano oggi a sostenere le conseguenze economiche e sociali di scelte geopolitiche di cui non hanno il controllo, guidati da una leadership che ha sacrificato la sovranità economica e il benessere futuro in nome di un allineamento privo di contrappesi.

 

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Protestare è un diritto, devastare è inaccettabile. Ma non c’entra solo l’ordine pubblico

Preoccupa ed inquieta profondamente che un Paese si accorga dei giovani soltanto quando scendono in piazza per manifestare, e la protesta diventi soltanto un problema di ordine pubblico, per cui l’unica preoccupazione è quella di reprimere comportamenti violenti commessi da minori, talora di undici o dodici anni.

Da Parigi a Milano, da Tirana a Bruxelles, le proteste per la scuola e l’università portano in superficie una rabbia che non nasce in una notte. Gli scontri e gli episodi di teppismo minorile sono solo la parte visibile del problema. Sotto la cenere cova un disagio psicologico, culturale e sociale, che la politica, a tutti i livelli ed ormai da troppo tempo, sembra incapace, o poco interessata, ad affrontare. Sia chiaro: protestare è un diritto, devastare è inaccettabile. Incendiare cassonetti, distruggere le vetrine dei negozi e aggredire le forze dell’ordine non ha niente a che fare con il dissenso espresso in maniera civile, perché è pura violenza, e chi la commette deve risponderne in base alle leggi vigenti. La rabbia non è una giustificazione e la disperazione non cancella le responsabilità individuali.

Tuttavia, fermarsi alla condanna dei teppisti, senza interrogarsi sulle ragioni di tanta aggressività, significa scegliere la strada più comoda, ma anche quella più deresponsabilizzante e meno utile.

Da dove nasce questa violenza? Perché una parte dei giovani sembra aver smarrito il confine tra protesta e distruzione? Quanto pesano il disagio psicologico, la solitudine, la frustrazione e la sensazione di essere esclusi da una società che promette opportunità ma distribuisce privilegi e rivela profonde ingiustizie ? E quale ruolo hanno le carenze educative, familiari e sociali, quando mancano punti di riferimento, ascolto e capacità di gestire i conflitti? Sono queste le domande alle quali si dovrebbe rispondere, sebbene non esistano risposte semplici e ricette miracolose, né una spiegazione valida per tutti.

Ma fingere che siano soltanto problemi di ordine pubblico è un modo per non vedere ciò che accade. Famiglie e scuole in difficoltà, lavoro precario, redditi insufficienti, affitti proibitivi, ma soprattutto sfiducia e diseguaglianze crescenti alimentano la percezione di un futuro bloccato. Se studiare non garantisce autonomia e impegnarsi non sembra servire, quale fiducia può restare nelle istituzioni?

C’è poi una contraddizione che merita una riflessione severa. Viviamo in una società che misura il successo attraverso il denaro, il consumo, la visibilità ed il possesso, ma spesso investe troppo poco in cultura, educazione, pensiero critico e partecipazione. Ai giovani vengono mostrati modelli di benessere immediato, mentre si restringono gli strumenti concreti per raggiungerlo. Quando le aspettative crescono e le opportunità diminuiscono, la frustrazione può trasformarsi in rancore. Non è un destino inevitabile, ma un rischio che non possiamo ignorare.

E che cosa accade quando viene meno anche la speranza di cambiare le cose e gestire le relazioni conflittuali attraverso il dialogo ed il rispetto dell’altro, quando le controversie tra gli Stati vengono risolte con la guerra ed il ricorso alla legge del più forte, ed i responsabili di crimini efferati e di reati contro l’umanità rimangono impuniti? Se il voto, il dialogo, lo studio e l’impegno civile appaiono inutili, la protesta rischia di perdere la propria natura politica e di degenerare in una rabbia senza obiettivi, capace soltanto di distruggere. È qui che dovrebbe cominciare la riflessione collettiva, non finire con l’ennesimo bollettino degli arresti e delle condanne di rito.

Chi governa deve garantire la sicurezza, ma non può usare gli scontri come alibi per sottrarsi alle proprie responsabilità. E le famiglie, la scuola, i media e l’intera società devono fare la loro parte e chiedersi quale educazione stiano offrendo alle nuove generazioni e quali esempi stiano trasmettendo. Reprimere i comportamenti illegali è necessario; investire nell’istruzione, nella salute psicologica, nelle opportunità e nella mobilità sociale lo è altrettanto. Perché una società che risponde alla rabbia soltanto con la forza può forse contenere l’emergenza, ma non eliminarne le cause.

La domanda, allora, è scomoda: vogliamo soltanto riportare la piazza al silenzio o vogliamo capire perché la maggior parte dei giovani non crede più nel futuro? Perché quando la speranza si spegne, la cenere può sembrare fredda, ma sotto il fuoco continua a covare, e prima o poi esplode.

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Giletti sul caso David Rossi: “Per la commissione d’inchiesta tra i presunti mandanti dell’omicidio c’è Mussari”. L’ex presidente Mps: “Una follia, lo querelo”

“Per la commissione d’inchiesta sulla morte del manager di Monte dei Paschi David Rossi, il presunto mandante dell’omicidio sarebbe stato l’ex presidente di Mps, Giuseppe Mussari“. È quanto riporta Massimo Giletti in un video su Instagram rimandando per i dettagli a lunedì 19 ottobre.

“Domani la commissione parlamentare d’inchiesta si riunisce, farà i nomi degli esecutori e dei mandanti, uso sempre il termine presunti, però il nome che emerge e che verrà fuori è un nome importante perché il mandante sarebbe stato il presidente di banca Mps Mussari, un nome importantissimo, una notizia incredibile”, ha detto il conduttore alla vigilia di una nuova puntata de Lo Stato delle cose incentrata sul caso. “Credo sia importante dare una notizia che riguarda un caso che noi abbiamo seguito per 13 anni – dice ancora Giletti nel video – Grazie al lavoro importante della Commissione parlamentare d’inchiesta abbiamo la certezza oggi che si deve si può solo parlare di omicidio”.

Dopo la pubblicazione del video Mussari ha istantaneamente annunciato querela nei confronti del giornalista. “Quanto affermato dal signor Giletti è una follia prima ancora che una calunnia gravissima e senza uguali, agirò in tutte le sedi nei suoi confronti così come nei confronti di coloro che oseranno ripetere detta calunniosa follia“. Giletti, parlando con l’agenzia Ansa, non arretra: “Non devo replicare a Mussari, perché ho semplicemente detto quello che succederà domani in Commissione d’inchiesta secondo le mie informazioni. Non capisco le ragioni di questa querela, ho solo anticipato quello che sarà raccontato. Sarà lui a dover rispondere ai magistrati, non io”.

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Attentato a Sigfrido Ranucci, le motivazioni del Riesame: “Inverosimile” la versione di Lavitola. I giudici: “Materiale investigativo granitico”

La versione fornita da Valter Lavitola sull’attentato contro Sigfrido Ranucci è “inverosimile” e le risultanze investigative a suo carico sono “granitiche”. È quanto sostengono i giudici del Tribunale del Riesame di Roma nelle 31 pagine di motivazioni con cui hanno respinto le richieste della difesa dell’ex editore, confermando la custodia cautelare in carcere. Lavitola è accusato di essere il mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del giornalista, di cui è indicato come mandante reo confesso. Davanti a giudici l’imprenditore ed ex editore si era assunto di aver dato un mandato in bianco Clesio Tavares Gomes, suo uomo di fiducia coindagato nel procedimento di assumersene la responsabilità. Al centro della decisione ci sono le contraddizioni emerse nelle dichiarazioni dell’indagato, che secondo i magistrati riguardano almeno tre aspetti: il sopralluogo nei pressi della casa di Ranucci, le modalità con cui sarebbe stato organizzato l’attentato e i chiarimenti sul movente. Su quest’ultimo punto, scrivono i giudici, resta possibile una matrice politica. Confermata anche l’aggravante del metodo mafioso.

Uno degli elementi contestati riguarda il ruolo di Gomes. In un primo momento, l’ex editore avrebbe riferito di avergli affidato un incarico preciso: sparare tre o quattro colpi contro il muro dell’abitazione del giornalista, senza coinvolgere altre persone. Soltanto il giorno successivo all’attentato, secondo questa ricostruzione, avrebbe appreso dai mezzi di informazione che Tavares non aveva rispettato le istruzioni e aveva agito autonomamente, coinvolgendo soggetti a lui sconosciuti per collocare l’ordigno. Successivamente, però, Lavitola ha modificato la propria versione. Avrebbe prima ammesso di aver accettato il rischio che il coindagato, forte delle sue esperienze nel campo della sicurezza e in ambito militare internazionale, potesse discostarsi dalle indicazioni ricevute. In seguito avrebbe descritto l’incarico appunto come una sorta di “mandato in bianco”, sostenendo di non avergli detto espressamente come procedere né di avergli suggerito di rinunciare all’attentato.

Per il Riesame, le differenze tra le dichiarazioni sono rilevanti. I giudici ritengono inoltre “del tutto inverosimile” che Tavares abbia cambiato autonomamente le modalità esecutive senza consultare Lavitola. Una ricostruzione che, secondo il Tribunale, contrasta con il rapporto di fiducia reciproca, descritto dallo stesso ex editore come quasi filiale. I magistrati si chiedono perché il coindagato avrebbe dovuto tradire quel legame, assumendosi responsabilità penali e oneri economici.

Un altro punto riguarda il sopralluogo effettuato il 15 settembre 2025 nei pressi dell’abitazione di Ranucci, a Torvajanica. Lavitola lo avrebbe negato sia nelle prime dichiarazioni spontanee sia durante l’interrogatorio. L’analisi del traffico telefonico degli indagati avrebbe però evidenziato che quel pomeriggio lui e Tavares si erano recati nella zona in cui si trova la casa del giornalista, per poi rientrare immediatamente a Roma.

Il Tribunale conferma anche l’aggravante del metodo mafioso. I giudici richiamano le “allarmanti modalità dell’azione“, considerate di per sé evocative della forza intimidatrice di tale metodo. Nelle valutazioni dei magistrati pesa anche quanto riferito da Ranucci, che avrebbe raccontato di aver ricevuto negli anni ripetute minacce e avvertimenti legati alla sua attività giornalistica e d’inchiesta, anche sulla criminalità organizzata. Per questo, ricordano i giudici, al giornalista era stata assegnata una misura di tutela personale già dall’agosto 2021.

Le motivazioni sottolineano inoltre la gravità delle modalità dell’azione e la spregiudicatezza attribuita a Lavitola, che avrebbe incaricato Tavares di individuare gli esecutori materiali, disposti a compiere il fatto per pochi soldi. Un’azione che, osservano i magistrati, avrebbe potuto avere conseguenze ancora più gravi, anche perché le automobili della persona offesa erano alimentate a gas. A sostegno della custodia cautelare in carcere viene indicato infine il pericolo di fuga. Secondo quanto emerso dalle intercettazioni, a partire dal primo luglio 2026, subito dopo l’esecuzione della misura nei confronti dei quattro presunti esecutori materiali, Lavitola sarebbe stato in procinto di partire per l’Africa. I difensori dell’ex editore, gli avvocati Sergio e Arturo Cola, contestano le conclusioni del Riesame, in particolare per quanto riguarda l’aggravante del metodo mafioso, e hanno annunciato ricorso in Cassazione.

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Forza Italia, l’avvocato dei Berlusconi è sbarcato in Parlamento: il partito lo manda dritto in commissione Giustizia

Martedì 6 ottobre era stato oggetto di qualche ilarità tra i colleghi perché si era presentato di buon mattino al suo nuovo scranno di Montecitorio durante la discussione generale sulla legge elettorale a cui avevano partecipato solo una decina di deputati. Il tesoriere di Forza Italia Fabio Roscioli sta prendendo il nuovo e inedito ruolo di deputato molto sul serio: da quando si è insediato alla Camera dopo la vittoria alle suppletive di Reggio Calabria, il partito gli ha assegnato la commissione Giustizia. E nelle prime due settimane non si è perso una seduta, oltre ai lavori d’aula. Una scelta significativa alla luce del fatto che Roscioli è anche avvocato ed è stato legale della famiglia Berlusconi.

Roscioli è considerato l’uomo di Marina Berlusconi nei palazzi romani ed è un noto avvocato civilista. È storico legale di Fininvest in diverse cause note alle cronache: ha curato il ricorso (perso) in Cassazione di Silvio Berlusconi costretto a pagare 50 mila euro all’ex pm di Milano Guido Robledo per averlo attaccato nel 2006 sul processo Mills, ma anche il ricorso (anche questo perso) di Fininvest nei confronti del giornalista Ferruccio Pinotti e del magistrato Luca Tescaroli sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia riportate in un libro. Roscioli è stato anche il liquidatore del Popolo delle Libertà nel 2013, gruppo politico durato pochi mesi tra l’allora Forza Italia e Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini. E avrà un ruolo fondamentale in Forza Italia nei prossimi mesi: da tesoriere dovrà essere lui a mettere la firma, e quindi la certificazione, sulle liste elettorali del partito.

La decisione di inserirlo in commissione Giustizia è legata sia alla sua professione, ma anche al fatto che nelle ultime settimane si era liberato un posto da ricoprire in commissione: quello di Tommaso Calderone, nel frattempo passato a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. La maggioranza, insomma, aveva un parlamentare in meno in una commissione chiave e quindi doveva scegliere qualcuno per sostituire Calderone che, nel frattempo, ha mantenuto il suo posto di vicepresidente della Commissione nonostante sia dell’opposizione. La commissione Giustizia è tra quelle più importanti e in cui la maggioranza è più risicata in termini numerici, dunque serviva un rinforzo.

Roscioli comunque sarà presto chiamato a discutere e votare su provvedimenti importanti sul fronte della Giustizia: alla Camera, infatti, è in discussione il disegno di legge che limita il sequestro degli smartphone da parte dei magistrati, il disegno di legge sulla geografia giudiziaria oltre al decreto Giustizia che arriverà in commissione la prossima settimana. Se dovesse essere approvata al Senato, la commissione Giustizia di Montecitorio sarà chiamata anche ad esprimersi sulla riforma della prescrizione.

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Aggressioni in minicar a Roma, per i due minorenni si aggravano le accuse: contestate anche le percosse. Rischiano una misura cautelare

Da quella che avrebbero definito una bravata a un’inchiesta per tentato omicidio, lesioni personali aggravate e percosse in concorso. Si aggrava il quadro accusatorio nei confronti dei due ragazzi di 16 e 17 anni coinvolti nella serie di aggressioni compiute a Roma a bordo di una minicar. I due, che hanno confessato, saranno interrogati martedì 20 ottobre dalla Procura dei minorenni, che ha assunto la titolarità dell’indagine. La nuova contestazione potrebbe incidere anche sulla valutazione delle eventuali misure cautelari.

Al centro degli accertamenti c’è soprattutto l’aggressione del 5 ottobre a Monteverde, quando Davide Iacopini, attore di 42 anni, è stato colpito con un calcio mentre viaggiava in monopattino in via Anton Giulio Barrilli. L’uomo ha perso il controllo del mezzo ed è finito contro un’auto in sosta, perdendo conoscenza. Operato due volte alla testa, è ancora ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo, con prognosi riservata anche se le sue condizioni sembrano in miglioramento.

Quell’episodio rappresenta il momento più grave di un’escalation di violenza concentrata nell’arco di 48 ore, durante le quali si sono verificate altre cinque aggressioni ai danni di passanti, con conseguenze meno gravi. Quando sono stati identificati, i due avrebbero ricondotto quei gesti alla noia e al desiderio di divertirsi. “Ci siamo divertiti così”, avrebbero detto agli investigatori, spiegando di essersi fermati dopo aver appreso delle condizioni dell’attore.

Le indagini dovranno ora chiarire se dietro gli episodi ci fosse soltanto l’iniziativa dei due ragazzi o se le aggressioni fossero legate a una sfida condivisa con altre persone, eventualmente anche online. I carabinieri hanno sequestrato i cellulari dei minorenni e dei loro genitori, oltre a una dashcam, che potranno essere esaminati su delega della Procura.

Mentre tra i compagni di scuola prevale l’incredulità, il fratello del sedicenne, che si trovava sul lato passeggero della minicar e sarebbe colui che materialmente ha colpito le vittime, ha raccontato ai giornali che i due amici, quando sono insieme, diventano “esplosivi”. Secondo il suo racconto, qualche mese fa le famiglie avevano già deciso di limitarne la frequentazione.

Adesso saranno gli interrogatori e gli accertamenti sui dispositivi sequestrati a contribuire alla ricostruzione dei fatti e delle responsabilità individuali. Per i due minorenni, intanto, l’inchiesta entra in una fase decisiva, mentre restano da chiarire le circostanze e le ragioni di una sequenza di aggressioni che ha avuto il suo esito più drammatico nelle gravi condizioni di Iacopini.

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Equalize, chiuse le indagini sull’estorsione a Del Vecchio: verso il processo l’ex collaboratore, l’ex spia De Marzio e l’hacker Calamucci

Accessi abusivi e archivi reputazionali rubati. A far da corollario la Squadra Fiore, gruppetto di presunti spioni composto da ex dei servizi segreti, impegnata a costruire dossier contro Leonardo Maria Del Vecchio. Ma se i dossier erano fasulli, gli accessi alla vita personale dell’erede Luxottica si sono dimostrati reali. Ora l’indagine della Procura di Milano corre rapida verso la richiesta di processo, dopo che ieri è stato notificato l‘avviso di chiusura indagini a Mario Cella, addetto alla sicurezza e collaboratore personale di Del Vecchio, a Vincenzo De Marzio, ex Ros ed ex spia, nome in codice Tela, titolare della Neis Agency e infine all’hacker Samuele Calamucci, personaggio centrale dell’indagine sulla società Equalize.

Il fascicolo in cui Del Vecchio è parte offesa riguarda i reati di estorsione (ai danni di Del Vecchio) e accesso abusivo a sistema informatico, contestati a Cella e De Marzio, mentre per truffa aggravata oltre a De Marzio è indagato Calamucci con una posizione marginale. Secondo i pm, Cella “esfiltrava” dal circuito di videosorveglianza della casa di Del Vecchio “immagini private costituendo un archivio reputazionale” che consegnava a De Marzio. I due poi riferivano a Del Vecchio il rischio della diffusione di tali immagini, incassando 30mila per “una protezione reputazionale”.

La truffa, per circa 230mila euro, sarebbe consistita nel far credere a Del Vecchio l’esistenza di un dossieraggio a suo danno orchestrato dai vertici di EssilorLuxottica e portato avanti dalla Squadra Fiore. Uno scenario che la Procura considera falso.

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Strage di Bologna, la difesa Cavallini insiste: “Nuove analisi Dna”. Il presidente dei familiari: “L’86esima vittima era nella pancia di una donna incinta”

La difesa di Gilberto Cavallini torna a chiedere nuovi accertamenti sui resti biologici rinvenuti nella bara di Maria Fresu, una delle 85 vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980. Nell’udienza davanti alla Corte d’assise d’appello di Bologna, l’avvocato Alessio Pomponi, sostituto di Gabriele Bordoni, ha ribadito la richiesta di autorizzare nuove analisi del Dna sui reperti riesumati nel 2019 dal cimitero toscano di Montespertoli. Sentite le parti, la Corte presieduta da Pasquale Stigliano si è riservata la decisione, attesa nei prossimi giorni.

La richiesta

L’istanza è stata presentata nell’ambito di un incidente di esecuzione, già promosso nel 2023 e respinto. La difesa chiede che il genetista Emiliano Giardina possa effettuare una comparazione con i profili delle altre vittime di sesso femminile e approfondire l’origine ancestrale e il fenotipo del Dna, cioè alcune caratteristiche biologiche osservabili. Al centro della richiesta c’è un frammento facciale con scalpo rinvenuto nella bara di Fresu, la donna che morì con la figlia Angela di 3 anni.

Le analisi svolte durante i processi hanno concluso che il Dna di quel reperto non fosse attribuibile alla donna. Da qui l’ipotesi della difesa: potrebbe appartenere a una persona mai identificata, forse una donna che si trovava nelle immediate vicinanze dell’esplosione. L’eventuale esistenza di una 86esima vittima, tuttavia, non è stata dimostrata. Un’ipotesi legata alla presunta pista palestinese – suggerita dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga – che prevedeva un terrorista o una terrorista di passaggio a Bologna. L’ordigno sarebbe esploso per errore. Ma queste ricostruzioni, proposte in più fasi dei processi, sono state vagliate ed escluse dai giudici. Che hanno attribuito la paternità del massacro ai Nuclei Armati rivoluzionari, con i finanziamenti di Licio Gelli e il contributo dei servizi segreti deviati e quello dell’ex terrorista di Avanguardia nazionale Paolo Bellini.

Gli accertamenti richiesti mirano a verificare se il materiale genetico possa essere ricondotto a una delle vittime già identificate o a una persona diversa, ma la questione era già stata affrontata nel corso del procedimento che ha portato alla condanna definitiva al fine pena mai di Cavallini. I periti, nominati nei processo d’appello, avevano rilevato che alcuni resti rinvenuti nella bara, tra cui una mano e il frammento del volto, appartenevano a due donne diverse. Avevano inoltre spiegato che, nelle operazioni di soccorso successive all’esplosione, la ricerca dei sopravvissuti tra macerie e polvere poteva aver determinato il mescolamento di parti organiche. I soccorritori disperati cercavano con foga di tirar fuori dalla macerie più persone possibile.

L’opposizione delle parti civili

La richiesta incontra la netta opposizione delle parti civili. Paolo Lambertini, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, ha respinto l’ipotesi di una persona in più tra le vittime della strage: “L’86esima vittima era nella pancia di Viviana Bugamelli, che era incinta”. Lambertini ha definito l’iniziativa un ulteriore tentativo di far sentire Cavallini non abbandonato, aggiungendo che, a suo giudizio, questo potrebbe contribuire a evitare che l’ex terrorista decida di parlare. “Crediamo che questo sia un ulteriore tentativo di far sentire Gilberto Cavallini non abbandonato. Di cose Cavallini ne avrebbe da dire, in questo momento è in isolamento, forse farlo sentire non abbandonato aiuta a fare in modo che non parli. La verità è che in quella ecatombe, in quel massacro che c’era sotto le macerie, le condizioni di molti corpi umani erano terribilmente gravi, c’erano state mutilazioni su tanti corpi”. Nelle macerie e tra la polvere della sala d’aspetto di seconda classe restarono i resti, appunto, di 85 persone e furono soccorse oltre 200 persone.

Le parti civili contestano innanzitutto che gli accertamenti richiesti possano essere considerati una prova nuova. Il collegio di avvocati parte civile – Andrea Speranzoni, Alessandro Forti, Lisa Baravelli, Alessia Merluzzi, Giulia Tosti – sostiene che la diversa natura scientifica delle analisi, sostengono, non basta a renderle tali, perché si tratta di approfondimenti che avrebbero potuto essere svolti già durante il processo. Una richiesta identica volta a ottenere una consulenza integrativa sul Dna affidata allo stesso Emiliano Giardina, era stata presentata – come si legge nelle note depositate alla Corte – l’8 giugno 2023 nel giudizio d’appello. I legali ricordano la questione è stata ampiamente valutata e respinta dai giudici di merito e dalla Cassazione, con la sentenza n. 26 del 2025. L’istanza attuale sarebbe quindi una reiterazione di questioni già giudicate. Per la parte civile, inoltre, le analisi avrebbero un valore soltanto probabilistico e non consentirebbero un’identificazione certa. Proprio per questo, sostengono i legali, non sarebbero in grado di modificare in modo significativo il quadro probatorio e avrebbero un carattere meramente esplorativo.

Un altro punto riguarda la conservazione dei reperti. Le parti civili denunciano un’interruzione nella catena di custodia, con incertezze sui trasferimenti, sui luoghi di conservazione e sui soggetti che ne sarebbero stati responsabili. Una circostanza che, a loro giudizio, impedirebbe di stabilire con certezza se i materiali oggi disponibili corrispondano a quelli analizzati all’epoca dal professor Pappalardo. Da qui la contestazione sulla possibilità stessa di utilizzare nuovi risultati genetici. “Questa confusione di reperti induce la difesa a ritornare su un tema già trattato, vagliato, deciso nella fase di cognizione nel processo Cavallini e validato dalla Suprema Corte di Cassazione nel gennaio 2025”, ha dichiarato al termine dell’udienza Speranzoni.

La Corte dovrà ora decidere se autorizzare gli approfondimenti richiesti dalla difesa. Un eventuale via libera alle analisi non comporterebbe, di per sé, la riapertura del processo né una revisione della condanna definitiva all’ergastolo di Cavallini per concorso nella strage.

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Garlasco, Sempio: “Vorrei chiudere tutto in udienza preliminare”. E sull’impronta 33: “Non è attribuibile a me, né a nessuno”

“Mi auguro di non arrivare al vero e proprio processo”. Andrea Sempio – che la procura di Pavia ritiene l’assassino di Chiara Poggi – guarda al prossimo passaggio dell’inchiesta sul delitto di Garlasco per cui è stato condannato in via definitiva Alberto Stasi e, intervistato da Sky TG24, dice di sperare che la vicenda possa chiudersi già in udienza preliminare. Il 38enne si aspetta una richiesta di rinvio a giudizio: “Dopo che è cambiata l’accusa, è ovvio che non si andrà verso un’archiviazione, sembra scontato”. L’obiettivo, spiega, è arrivare rapidamente davanti al giudice e poter discutere gli elementi raccolti, senza trascinare la vicenda per altri anni.

Tra i punti su cui la difesa intende insistere c’è l’impronta 33, rinvenuta sulle scale della villetta di via Pascoli. “Secondo me non è attribuibile né a me né a nessuno”, afferma Sempio, sostenendo che in quel punto fosse normale appoggiarsi con la mano scendendo le scale. Dice inoltre di ritenere possibile dimostrare che non si trattasse di un’impronta insanguinata. A sostegno della propria posizione cita le analisi di due esperti, che avrebbero lavorato separatamente e sarebbero arrivati allo stesso risultato. Sempio contesta anche la compatibilità della traccia con la propria calzatura, ricordando di portare il numero 44 fin da quando aveva 17-18 anni.

Quanto alla cantina, racconta di esserci stato tre o quattro volte, come avrebbero confermato anche altri ragazzi del gruppo. La presenza di una sua impronta in un punto frequentato, sostiene, non sarebbe di per sé un elemento decisivo. Nell’intervista affronta anche la questione dei video intimi di Chiara Poggi e Alberto Stasi: dice di non averli mai visti e di aver appreso della loro esistenza soltanto attraverso i media. “Tra noi amici Chiara era una figura distante, non facevamo parte della sua vita e non si è mai parlato di lei”, afferma. Proprio Alberto Stasi, sentito dai pm di Pavia, esclude che Chiara gli abbia mai parlato di Sempio.

Sui messaggi a sfondo sessuale, in particolare quelli relativi allo stupro, Sempio respinge l’interpretazione secondo cui avrebbe celebrato la violenza. “In nessuno di quei messaggi io glorifico lo stupro o ne parlo come di qualcosa di positivo”, dichiara, riconoscendo tuttavia che il linguaggio utilizzato era forte e che gli stessi temi avrebbero potuto essere affrontati in modo diverso. Alcuni messaggi, aggiunge, sarebbero stati recuperati da un vecchio hard disk del 2014.

Il peso dell’inchiesta, racconta, si riflette anche sulla vita quotidiana. “La parte più brutta è l’attesa“, dice, spiegando di non lavorare al momento e di temere le difficoltà nel ricominciare con un procedimento giudiziario ancora aperto. Sempio afferma inoltre di non sapere se sia indagato anche per la vicenda legata a una presunta corruzione: la richiesta di chiarimenti presentata dai suoi legali, riferisce, non ha ancora ricevuto risposta. A Brescia è stato archiviato l’ex procuratore di Pavia, Mario Venditti, che era indagato in concorso con il padre di Sempio e gli atti sono stati trasmessi alla procura di Pavia per competenza. Sul contatto avuto nel 2017, dice di aver avvisato subito il proprio avvocato e di aver lasciato a lui ogni seguito.

Non individua, almeno per ora, errori nella nuova indagine, ma precisa che eventuali criticità saranno contestate se dovessero emergere. Quanto alla famiglia Poggi, dice che gli sarebbe piaciuto incontrarla, pur comprendendo che non sia il momento: “Hanno affrontato anni e anni di processi e hanno perso una figlia“.

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