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Quattromila pagine di piani, nessuna di pace: le folli provocazioni di guerra della NATO

 L’Europa ha già conosciuto questa strada, nell’estate del 1914. Sarebbe imperdonabile percorrerla di nuovo, stavolta con le testate nucleari in fondo.

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Tutto è pronto a esplodere

A Copenaghen, davanti ai capi di stato maggiore dei trentadue Paesi dell’Alleanza atlantica, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone ha scelto le parole con cui presentarsi all’opinione pubblica europea. Presidente del Comitato militare della NATO dal gennaio 2025, ha annunciato che l’Alleanza dispone di «4.000 pagine di piani» per il fianco orientale, che quei piani coprono ogni scenario «da una crisi minima o un intervento sul nostro territorio all’attivazione dell’articolo 5 e alle successive azioni», e che «il personale militare, i sistemi e le armi sono pronti». Poi la chiusa: in caso di attacco, i russi «hanno molto più da perdere che da guadagnare. Questo è assolutamente certo. Ed è questo che costituisce la deterrenza».

Nelle intenzioni dell’ammiraglio doveva essere un messaggio rassicurante. Letto con attenzione, è una delle dichiarazioni più imprudenti pronunciate da un vertice militare europeo dalla fine della Guerra fredda. Vale la pena smontarla pezzo per pezzo.

Le parole di Copenaghen non cadono nel vuoto. Poche ore prima il premier polacco Donald Tusk aveva previsto che Mosca potrebbe lanciare droni o missili sul territorio di un Paese NATO «nei prossimi mesi», per dimostrare che l’articolo 5 è una promessa di carta; Parigi, intanto, preparava un piano contro gli attacchi con droni. In un’atmosfera del genere, il compito di un militare di rango sarebbe raffreddare, distinguere l’ipotesi dal fatto, ricordare ai governi che la guerra tra potenze nucleari non è uno scenario da pianificare ma da impedire. L’ammiraglio ha fatto l’opposto: ha aggiunto combustibile.

E non è la prima volta. Nel dicembre 2025, in un’intervista al Financial Times, lo stesso Cavo Dragone spiegava che l’Alleanza stava valutando di diventare «più aggressiva» contro la guerra ibrida russa, che un «attacco preventivo» poteva essere considerato un’«azione difensiva» e che essere più aggressivi della controparte «potrebbe essere un’opzione». Mosca, per bocca di Marija Zacharova, parlò di un passo irresponsabile verso l’escalation, arrivato mentre si negoziava sull’Ucraina. Dieci mesi dopo il registro non è cambiato. Si è solo fatto più esplicito: prima l’ipotesi dell’attacco preventivo, ora l’inventario delle armi pronte.

La deterrenza non si fa con i proclami

L’ammiraglio chiama tutto questo «deterrenza». Ma la teoria della deterrenza, quella seria, dice altro. Thomas Schelling ha spiegato che la deterrenza è un atto di comunicazione in cui la credibilità conta quanto la forza, e che la minaccia efficace lascia sempre all’avversario una via d’uscita. Nel dilemma della sicurezza, ciò che una parte vive come difesa venga letto dall’altra come preparazione all’offesa. Quattromila pagine che arrivano fino alle «azioni successive» all’articolo 5 sono, viste da Mosca, piani di guerra contro la Russia. Nessun analista del Cremlino le leggerà in altro modo, e nessuno dovrebbe stupirsene.

C’è poi una questione di ruolo. Il presidente del Comitato militare è il principale consigliere militare del Segretario generale e del Consiglio Nord Atlantico: non decide la politica dell’Alleanza, la serve. Quando un ufficiale di questo livello usa la tribuna pubblica per lanciare avvertimenti a una potenza straniera, invade uno spazio che appartiene ai governi e ai parlamenti, cioè a chi risponde ai cittadini. In una democrazia la decisione sulla guerra non spetta alle stellette. Oppure dobbiamo intendere che è la NATO, tramite Cavo Dragone, a provocare lo scoppio di una guerra, invocandola a più non posso?

E soprattutto c’è l’arma nucleare. Dal novembre 2024 la dottrina russa considera l’aggressione di uno Stato non nucleare, condotta con la partecipazione o il sostegno di una potenza nucleare, come un attacco congiunto, e abbassa la soglia per l’impiego dell’atomica. Si può giudicare quella dottrina come si vuole. Ignorarla è impossibile. Chi parla di «azioni successive» all’articolo 5 contro un Paese che ha scritto nero su bianco queste regole sta parlando, che lo voglia o no, di guerra nucleare.

Tutta la costruzione retorica di Copenaghen poggia su una premessa mai dimostrata: che la Russia si prepari ad attaccare l’Alleanza. Gli indizi citati sono violazioni dello spazio aereo, sabotaggi, rapporti d’intelligence che parlano di un attacco «nei prossimi anni». Il Cremlino ha smentito piani del genere, e la smentita da sola non prova nulla. Ma la logica strategica sì. Mosca è impegnata in Ucraina da oltre quattro anni e mezzo; un’aggressione diretta contro un membro NATO la porterebbe contro gli arsenali di Stati Uniti, Regno Unito e Francia, senza alcun guadagno proporzionato al rischio. Che una simile scelta sia altamente improbabile lo capisce chiunque ragioni in termini di costi e benefici, a Mosca come a Bruxelles.

Perché allora insistere sull’imminenza della minaccia? Una risposta, difficile da scartare, sta nei bilanci. Al vertice dell’Aia del giugno 2025 gli alleati si sono impegnati a portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035. Un obiettivo del genere si giustifica davanti agli elettori solo con un nemico alle porte. La paura è diventata una voce di bilancio.

Resta l’altra metà del problema, la più grave. Se un attacco russo alla NATO è improbabile, una guerra della NATO contro la Russia è impensabile. La Federazione Russa possiede, secondo le stime della Federation of American Scientists, il più ampio arsenale nucleare del pianeta. Non esiste una vittoria militare contro una potenza di questo tipo: esiste solo la distruzione reciproca, e la sua geografia è già scritta. Si combatterebbe qui.

Ammiraglio, ci dia qualche spiegazione

Ammiraglio, adesso si calmi, si pulisca la bava che le è uscita dalla bocca, e ci spieghi esattamente cosa abbiamo noi da perdere da un confronto con la Russia. Lei ha misurato con certezza assoluta le perdite altrui. Le nostre non le ha nominate.

Proviamo a farlo noi. L’Italia ospita basi che le fonti aperte indicano da anni come depositi di armi nucleari statunitensi, ad Aviano e a Ghedi; ospita Sigonella, il comando alleato di Napoli, porti e infrastrutture che in qualunque pianificazione avversaria sono bersagli di prima fila. La Polonia, i Baltici, la Germania sono il teatro stesso delle «4.000 pagine». Gli Stati Uniti hanno un oceano di mezzo. L’Europa ha le sue città, le sue fabbriche, i suoi figli. In una guerra con la Russia l’Europa non è un attore: è il campo di battaglia.

E allora la seconda domanda, quella che nessun comunicato di Copenaghen affronta. Cosa otterremmo da un confronto nucleare combattuto sul nostro territorio, per l’esattezza? Quale obiettivo politico, quale interesse nazionale italiano, quale principio europeo varrebbe Milano, Monaco, Varsavia? La risposta onesta è una sola: niente. Una guerra che non si può vincere non è una politica. È un suicidio con un piano operativo allegato.

In 77 anni di storia, che l’ammiraglio rivendica, l’Alleanza ha prodotto piani per ogni contingenza. Mancano altre pagine, quelle che l’Europa dovrebbe pretendere dai propri governi: un’architettura di sicurezza continentale che includa anche la Russia, misure di fiducia reciproca, canali militari di comunicazione permanenti, trattati sul controllo degli armamenti da ricostruire dopo che quasi tutti sono stati lasciati decadere. Nel 1975, con l’Atto finale di Helsinki, due blocchi armati fino ai denti seppero sedersi allo stesso tavolo. Non era debolezza. Era la consapevolezza che la sopravvivenza del continente valeva più di qualunque vantaggio tattico.

Oggi quella consapevolezza sembra scomparsa proprio da chi, per mestiere, dovrebbe conoscere meglio di tutti il prezzo della guerra. Quando i generali parlano come ultimatum e i governi tacciono, il rischio non è che la guerra venga dichiarata. È che arrivi da sola, per inerzia, trascinata da parole che nessuno ha avuto il coraggio di ritirare.

L’Europa ha già conosciuto questa strada, nell’estate del 1914. Sarebbe imperdonabile percorrerla di nuovo, stavolta con le testate nucleari in fondo.

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Dopo Ankara, è il turno di Smirne: che cosa significa il “Vertice sulla tecnologia” della NATO?

La NATO Edge 26 a Smirne fonde la tecnologia civile con quella militare. L’intelligenza artificiale, il cloud e la sicurezza informatica sono ora al servizio del complesso militare-industriale.

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Il vertice della NATO tenutosi ad Ankara nel mese di luglio continua a far sentire il proprio impatto nel nostro Paese — un vertice caratterizzato dal blocco della città, dai tappeti rossi stesi per i leader imperialisti, dalle marce dei giannizzeri, dalla narrativa di una «grande Turchia» costruita attorno all’ospitare l’evento e dagli arresti che continuano a tenere le persone dietro le sbarre.

Come è stato spesso sottolineato, il vertice di luglio ha segnato l’inizio di una «nuova era» sia a livello internazionale che per il nostro Paese.

Sembra che discuteremo di questa importante svolta ancora per molto tempo. Nel frattempo, il «lavoro» della NATO nel nostro Paese non è ancora terminato. Si avvicina un altro evento cruciale della NATO, che ha ricevuto scarsa attenzione da parte dei media mainstream — e quando ne riceverà, sarà ancora una volta inquadrato nella narrativa dell’«importanza della Turchia»: il NATO Edge 26…Il NATO Edge 26, che si terrà a Smirne nel novembre 2026, viene promosso utilizzando concetti quali «innovazione», «prontezza operativa» e «sicurezza del futuro». O, per dirla in parole povere: la commercializzazione e l’integrazione delle tecnologie militari, dell’industria della difesa e della capacità bellica…Il testo promozionale ufficiale dell’evento, organizzato dall’Agenzia della NATO per le comunicazioni e l’informazione (NCIA), ne illustra lo scopo in modo piuttosto chiaro:«NATO Edge 26 si concentrerà sul rafforzamento della prontezza operativa e della capacità bellica della NATO attraverso una collaborazione più rapida, più intelligente e più scalabile con l’industria.…La NCIA è lieta di portare avanti questa tradizione in Turchia nel 2026 e di far compiere all’evento un ulteriore passo avanti con un formato rinnovato, incentrato sulla fornitura di soluzioni efficaci e sulla priorità data alle partnership con l’industria.La partecipazione dell’industria sarà al centro dell’edizione del 2026, offrendo maggiori opportunità di coinvolgimento diretto, sessioni informative mirate, una comprensione più completa delle imminenti esigenze e priorità di approvvigionamento della NATO, nonché maggiori opportunità di presentare le soluzioni del settore ai decisori della NATO, agli utenti finali e ai potenziali partner».Un ecosistema militare che opera secondo la logica di mercato, con le partnership e la partecipazione al centro del proprio funzionamento. Le aziende del settore della difesa, gli Stati e i comandi militari stanno ampliando la propria cooperazione al fine di rafforzare la «prontezza operativa»…Che cos’è esattamente NATO Edge?NATO Edge è l’evento tecnologico di punta del centro per la tecnologia e la sicurezza informatica della NATO, l’Agenzia NATO per le comunicazioni e l’informazione (NCI Agency).Il termine “Edge” può essere tradotto in turco con “bordo”, “frontiera”, “vantaggio”, “superiorità” o, a seconda del contesto, “all’avanguardia” o “avanzato”.Si è tenuto per la prima volta nel 2022 a Mons, in Belgio. L’evento è nato dalla fusione di due manifestazioni precedentemente separate: il Simposio della NATO sulla sicurezza delle informazioni (NIAS) e una conferenza di settore nota come NITEC.Secondo i documenti ufficiali della NATO, il NIAS era incentrato sulla sicurezza informatica, mentre il NITEC riguardava la dimensione tecnologica e industriale. In altre parole, NATO Edge si rivolge esplicitamente sia alla sfera tecnologica che a quella industriale/commerciale.Alla prima edizione, tenutasi a Mons, in Belgio, dal 25 al 27 ottobre 2022, hanno partecipato oltre 2.100 iscritti e più di 100 aziende hanno preso parte all’area espositiva. Il programma includeva argomenti quali l’uso dell’intelligenza artificiale nelle applicazioni militari, la sicurezza informatica e la trasformazione digitale.In occasione del secondo evento, tenutosi a Tampa, in Florida (Stati Uniti), dal 3 al 5 dicembre 2024, sono state discusse le tecnologie cloud, la sicurezza informatica, l’intelligenza artificiale e l’uso strategico delle risorse. Secondo il rapporto annuale 2024 della NCIA, circa il 60 per cento dei partecipanti proveniva dal settore industriale, mentre il 31 per cento rappresentava la NATO, i governi e le forze armate.Questo quadro indica chiaramente che la tecnologia dell’intelligenza artificiale — il cui sviluppo negli Stati Uniti ha subito un’accelerazione dall’inizio degli anni 2000 ed è esploso negli ultimi anni — viene sistematicamente adottata dal complesso militare-industriale.Inoltre, tale sistema è stato sviluppato direttamente sotto la guida militare della NATO, in collaborazione con l’industria civile, utilizzando risorse così vaste che le iniziative civili volte a impiegare la tecnologia — in particolare l’intelligenza artificiale — «a beneficio dell’umanità» non possono competere con esse.Negli Stati Uniti, ad esempio, molte aziende incapaci di reperire investimenti hanno iniziato a ricevere finanziamenti da istituzioni militari quali la CIA e la NATO e a sviluppare tecnologie sotto la loro direzione. Il fatto che la CIA sia stata il «primo investitore» in numerose startup tecnologiche costituisce un esempio lampante di questo sistema.In sintesi, il percorso dello sviluppo tecnologico è stato in gran parte lasciato alla mercé della leadership militare e dei giganti tecnologici americani.Un quadro simile emergerà al NATO Edge 26. Molte piccole startup partecipanti all’evento cercheranno di stringere accordi con i principali attori del settore e tenteranno di assicurarsi finanziamenti da parte loro. Naturalmente, ciò avverrà al prezzo di lavorare per gli interessi militari della NATO.Per le aziende tecnologiche «locali, nazionali e fortemente nazionaliste», il cui numero è cresciuto enormemente nel nostro Paese negli ultimi anni, la «giustificazione» è altrettanto chiara: la Turchia è oggi un Paese sull’orlo di una svolta epocale, sede di importanti eventi internazionali, destinato presumibilmente a diventare non il loro subordinato, ma il loro padrone, e dotato di qualità che lo rendono indispensabile per tutti… Allora perché non dedicare tutte le nostre forze e il nostro lavoro alla strategia elaborata dalla NATO? Guadagneremo denaro e faremo un ulteriore passo avanti in un ordine mondiale in cui, presumibilmente, siamo già un attore così importante…Questa è più o meno la logica che sta dietro alla retorica apparentemente contraddittoria e irrazionale dell’industria della difesa turca riguardo alla «sfida al mondo» e alle sue azioni che, in ultima analisi, equivalgono a lavorare per le potenze imperialiste.In parole povere, NATO Edge è proprio l’incarnazione di questa logica attraverso eventi, sessioni e stand espositivi aziendali.Perché si tiene a Smirne?L’NCIA non ha fornito una motivazione specifica per la scelta di Smirne come sede del NATO Edge 26. Tuttavia, è possibile comprendere il motivo della scelta di Smirne esaminando i documenti della stessa istituzione.In primo luogo, durante il vertice di Ankara del 7-8 luglio si è tenuto un Forum dell’industria della NATO, nel corso del quale sono state annunciate nuove decisioni in materia di appalti per un valore di decine di miliardi di dollari. Le decisioni adottate dalla NATO a luglio mirano a tradurre in capacità operativa gli impegni politici e finanziari assunti ad Ankara, mentre a Smirne la NATO e l’industria collaboreranno per accelerare lo sviluppo di tale capacità.In secondo luogo, il vertice di Ankara ha adottato una nuova Strategia per la cooperazione tra l’industria e la NATO (SYNC). Questo documento porta il rapporto tra la NATO e l’industria a una fase più precoce. Attraverso questo meccanismo, le aziende non si limiteranno a presentare offerte per gare d’appalto già indette, ma saranno coinvolte nel processo sin dal momento in cui vengono identificati i futuri requisiti di capacità.In terzo luogo, il Ministero della Difesa Nazionale turco ha presentato NATO Edge 26 come un evento finalizzato alla «promozione internazionale e alla maggiore visibilità delle capacità “high-tech” dell’industria della difesa turca». L’NCIA ha inoltre firmato, durante la Giornata dell’Industria Turca da essa organizzata in Turchia, uno dei primi contratti della sua storia riguardante la modernizzazione delle apparecchiature di sorveglianza aerea a bassissima frequenza per il Comando Marittimo Alleato con ASELSAN.In altre parole, Smirne non dovrebbe essere considerata semplicemente come una «sede dell’evento», ma come un punto di contatto per legare più strettamente la Turchia alla catena di approvvigionamento delle tecnologie di difesa dell’imperialismo.È proprio qui che NATO Edge 26 si differenzia in modo più significativo dai precedenti incontri. L’NCIA sta dicendo apertamente alle aziende: «Potrete conoscere le esigenze della NATO prima che diventino specifiche ufficiali di gara», offrendo al contempo oltre 1 miliardo di euro in imminenti «opportunità di appalto della NATO». ”Il NATO Edge 26 sta creando un meccanismo di abbinamento in fase iniziale tra le esigenze militari della NATO e le decisioni del settore privato in materia di sviluppo dei prodotti e di investimenti.Chi vi partecipa?L’elenco ufficiale dei partecipanti al NATO Edge è ancora in fase di aggiornamento e, nella sua versione accessibile al pubblico, non tutte le oltre 270 aziende di cui è nota la partecipazione compaiono contemporaneamente. Ciononostante, è possibile confermare la presenza di numerose aziende di rilievo sia attraverso l’elenco ufficiale sia tramite gli annunci relativi a NATO Edge diffusi dalle aziende stesse. Tra i nomi che figurano nell’elenco ufficiale figurano Airbus, AWS, Anduril, ASELSAN, ASFAT, BAE Systems Digital Intelligence, BlackBerry, Booz Allen Hamilton, Cisco, Cloudflare, Broadcom, Armis Federal/ServiceNow, Atos e Barikat Cyber Security.Tra i relatori del settore presenti nel programma figurano il cofondatore e amministratore delegato di Helsing, Gundbert Scherf; l’amministratore delegato di Planet Labs, Will Marshall; il fondatore di UiPath, Daniel Dines; il dirigente di AWS Global Defense, Christian Hoff; il dirigente tecnologico di Leonardo, Alessandro Massa; il dirigente di Thales cortAIx Factory, Mickael Brossard; e la consulente capo per la sicurezza di BlackBerry, Christine Gadsby.Il pericolo del «doppio uso»Uno dei concetti che emerge in modo particolare nei materiali dell’evento NATO 2026 è quello della tecnologia a «doppio uso».Il vice segretario generale della NATO, Jean-Charles Ellermann-Kingombe, ha affermato che NATO Edge 26 risulterà particolarmente interessante per «le aziende che, oltre alla propria attività commerciale principale, dispongono di una credibile applicazione militare». In altre parole, la NATO non si rivolge più esclusivamente alle tradizionali aziende del settore della difesa, ma punta anche alle tecnologie che possono essere trasferite dal mercato commerciale alla sfera militare.Ciò significa che un’azienda tecnologica non deve più essere necessariamente un’«azienda produttrice di armi» sin dall’inizio. Un’azienda può operare nei settori dell’analisi dei dati, delle immagini satellitari, dei sistemi cloud, delle comunicazioni, dell’intelligenza artificiale, della sicurezza informatica, dell’automazione o dell’informatica, entrando al contempo nel sistema NATO e lavorando per la NATO.Ciò amplia notevolmente la portata di ciò che da tempo viene descritto come la «militarizzazione della tecnologia».Il profilo dei partecipanti al NATO Edge 26 lo rende evidente. Da un lato vi sono giganti della difesa quali Airbus, Anduril, ASELSAN, Leonardo e Thales; dall’altro, aziende tecnologiche civili quali AWS, Cisco, Cloudflare, Broadcom, BlackBerry, UiPath e Planet Labs.In altre parole, la tecnologia militare non significa più semplicemente «produrre prodotti militari per gli eserciti»; significa sempre più mettere i prodotti che si creano al servizio degli interessi militari.In che modo il mercato e la militarizzazione si stanno fondendo?In questo nuovo sistema, in cui anche il settore privato viene coinvolto nell’industria della difesa, la formula è chiara:Finanziamenti pubblici, domanda della NATO, investimenti aziendali, sviluppo tecnologico, integrazione militare, appalti pubblici, produzione su larga scala, nuovi investimenti…A questo punto, è necessario fare una breve digressione. La combinazione tra impresa privata ed esigenze militari, quando a queste ultime viene data priorità, comporta l’emergere di nuove crisi economiche nelle società capitalistiche. Infatti, l’intera catena di esigenze finirà per essere finanziata a spese dei lavoratori e dei loro bisogni sociali, che vengono collocati in fondo alla lista delle priorità.La forza competitiva della Repubblica Popolare Cinese (RPC), che ha compiuto progressi significativi nell’intelligenza artificiale, nella tecnologia e nella tecnologia militare, deriva non solo da tali progressi, ma anche dalla leadership del Partito Comunista, che dirige i settori pubblico e privato da un unico centro. Ciò che conferisce alla Cina la sua «velocità», nonché la minaccia che essa rappresenta per l’alleanza atlantica, è il controllo e la guida del settore privato da parte del Partito.Questa «minaccia» rappresentata dalla Cina sta spingendo il capitalismo ad adottare misure più rapide e severe in nuovi ambiti di cooperazione civile-militare simili a Edge.L’«industria nazionale e interna» viene vincolata al mercato della NATOL’entusiasmo dell’«industria nazionale e interna» sopra menzionata viene inoltre direttamente vincolato, nell’ambito di questo nuovo sistema, al mercato della NATO e alle sue esigenze militari.Si sostiene ripetutamente che la Turchia stia espandendo la propria industria della difesa. Ma di che tipo di espansione si tratta?L’industria della difesa viene internazionalizzata attraverso gli standard della NATO, i meccanismi di approvvigionamento della NATO, le esigenze operative della NATO e l’accesso al mercato della NATO.Per questo motivo, «produzione nazionale» e «integrazione nella NATO» non devono necessariamente essere in contrapposizione. Al contrario, nell’ambito del modello odierno, le due cose possono avvenire contemporaneamente. Il carattere «nazionale» a cui si fa riferimento è, per un Paese la cui intera strategia militare è già stata costruita da anni in conformità con gli interessi della NATO, un tipo molto particolare di nazionalità.È interessante notare che un annuncio del giugno 2026 da parte della Camera di Commercio della Regione dell’Egeo rivela che la quota inizialmente assegnata di 100 stand per le organizzazioni dell’industria della difesa turca all’evento è stata ridotta a 40, dopo che sono state ricevute meno candidature del previsto da parte delle aziende nazionali.Questi dati sono importanti sotto due aspetti.In primo luogo, l’ipotesi secondo cui l’industria della difesa turca si stia automaticamente e intensamente orientando verso il mercato della NATO non si applica in egual misura a tutte le aziende. È possibile intuire quali tipi di aziende possano permettersi di presentare domanda.In secondo luogo, ciò dimostra che presentare il NATO Edge 26 semplicemente come una «mostra gigantesca che apre tutte le aziende turche del settore della difesa al mondo» non riflette la realtà.Cosa rivela il collegamento con l’Ucraina?NATO Edge 26 contiene anche segnali importanti riguardo alla guerra in Ucraina. Sebbene il nostro Paese abbia ripetutamente cercato di posizionarsi come mediatore in ogni momento cruciale della guerra tra Russia e Ucraina, è del tutto evidente che nessuno — la NATO in primo luogo — abbia preso sul serio tale intenzione.Tra i partecipanti a Edge figurano il Centro per l’Innovazione e lo Sviluppo delle Tecnologie di Difesa del Ministero della Difesa ucraino e Brave1. Fondata nel 2023, Brave1 è una piattaforma ufficiale attraverso la quale il governo ucraino riunisce sviluppatori di tecnologie per la difesa, forze armate, investitori e aziende tecnologiche. La loro partecipazione significa inoltre che la NATO trasferirà direttamente l’esperienza tecnologica della guerra in Ucraina nel proprio ecosistema di innovazione.Anche questo non è un caso. Nell’ambito del programma UNITE–Brave NATO, la NATO e l’Ucraina hanno già istituito un fondo comune per appalti del valore complessivo di 10 milioni di euro, con l’intenzione di espandere il programma fino a 50 milioni di euro nelle fasi successive.A quali interessi serve la tecnologia?

Considerare il NATO Edge 26 a Smirne semplicemente come un evento in cui vengono esposte armi di nuova generazione, applicazioni di intelligenza artificiale o sistemi di difesa digitali sarebbe una grave semplificazione eccessiva. Il «quadro più ampio» mostra come le capacità civili e militari vengano fuse in un unico bacino, con aziende, Stati, istituzioni militari e sviluppatori tecnologici che partecipano congiuntamente alla costruzione di una nuova capacità bellica sotto il nome di «partenariato».

Pertanto, l’ambito della guerra cessa di limitarsi ai sistemi d’arma impiegati sul campo di battaglia; dati, intelligenza artificiale, sistemi cloud, comunicazioni, tecnologie satellitari, software e logistica stanno diventando tutti componenti della preparazione alla guerra e della pianificazione militare.

Dal punto di vista del nostro Paese, si può affermare che la retorica «interna e nazionale» di Ankara sia orientata verso i requisiti, gli standard, i meccanismi di approvvigionamento e le reti internazionali dell’industria della difesa della NATO. I limiti della narrativa secondo cui la Turchia sarebbe una potenza indipendente in grado di sfidare il mondo attraverso la propria industria della difesa sono, in ultima analisi, determinati dalle decisioni prese in sede di NATO.

Allo stesso tempo, eventi di questo tipo mettono ancora una volta in luce un’altra realtà che i marxisti hanno ripetutamente sottolineato — e ripetutamente dimostrato nella pratica: quanto sia in realtà condizionata la retorica del «libero mercato» del capitalismo.

Quando si tratta di guerra e di esigenze militari, la tradizionale affermazione secondo cui il mercato dovrebbe essere lasciato a se stesso può improvvisamente passare in secondo piano. La capacità produttiva può essere orientata in base a priorità strategiche, e il capitale privato può essere incoraggiato a operare per soddisfare le esigenze di «sicurezza».

In breve, la «vera questione» sollevata da NATO Edge 26 non è quale nuova tecnologia venga sviluppata, ma in base alle esigenze di chi, secondo quali priorità politiche ed economiche e, in ultima analisi, al servizio di chi venga sviluppata questa capacità tecnologica.

A chi era impegnato nella lotta organizzata un tempo veniva detto: «Lasci perdere tutto questo, si trovi prima un lavoro». Ora la frase è cambiata: «Lasci perdere la politica, viviamo nell’era dell’intelligenza artificiale — impari la tecnologia».

Eppure, sebbene lo sviluppo tecnologico e i tempi che cambiano trasformino gli strumenti e le esigenze a nostra disposizione, non modificano il fatto che le classi dominanti utilizzino ogni strumento del «progresso» per preservare il proprio potere.

Da questa prospettiva, lo scopo politico che sta alla base della monopolizzazione dell’intelligenza artificiale da parte dei giganti militari ed economici è lo stesso che stava alla base del controllo dei macchinari da parte dei detentori del capitale nelle prime fasi della Rivoluzione Industriale.

Nel nostro Paese, dove i tempi che cambiano, gli strumenti e le esigenze sono forieri di gravi crisi, questi «accordi diabolici» che verranno stipulati a Smirne apriranno le porte a un’altra nuova era.

In definitiva, NATO Edge 26 è un esempio contemporaneo non solo dello sviluppo tecnologico in sé, ma anche dell’organizzazione della tecnologia per scopi «prebellici» e della socializzazione dei suoi costi — ovvero, del trasferimento di tali costi sulle spalle dei lavoratori.

I nostri predecessori politici, che un tempo osservavano a quale scopo venissero effettivamente utilizzate le gigantesche macchine nelle fabbriche oltre che per la produzione, ci hanno anche tramandato ciò che era necessario fare in risposta.

Ciò che occorre costruire oggi è il bastone che verrà conficcato negli ingranaggi digitali della nostra epoca.

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L’Occidente congela, l’Oriente incassa: 100 tonnellate d’oro russo invadono Hong Kong e Pechino prepara la trappola al dollar

Fabio LUGANO

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La chiusura dei mercati di Londra spinge 100 tonnellate di lingotti russi nei caveau di Hong Kong: Pechino accumula metallo prezioso, scarica i titoli di Stato USA e blinda lo yuan.

Un fiume di lingotti d’oro sta abbandonando le rotte tradizionali a velocità impressionante, dirigendosi verso i mercati delle materie prime orientali, come Hong Kong, invece che Londra e New York.

I numeri descrivono una vera e propria fuga strategica verso l’Asia. Solo nei primi sette mesi dell’anno in corso, la Russia ha scaricato a Hong Kong quasi 100 tonnellate di metallo giallo: un record assoluto, pari a quasi il triplo rispetto allo stesso periodo precedente.

Dal 2022 a oggi, gli operatori di Hong Kong hanno comprato oro russo per 276 miliardi di dollari locali, cioè circa 35 miliardi di dollari americani. È la prova tangibile che la guerra economica produce effetti opposti a quelli previsti nei palazzi occidentali.

Da dove arriva quest’oro e perché scappa a est

La Russia è il secondo produttore mondiale di oro dopo la Cina. Prima del conflitto in Ucraina, la quasi totalità dei suoi lingotti prendeva la strada di Londra, capitale indiscussa della custodia e della contrattazione aurea.

Con l’avvio delle ostilità nel 2022, Regno Unito e Stati Uniti hanno imposto il bando totale sui lingotti di Mosca. L’obiettivo dichiarato era soffocare le entrate del Cremlino. Il risultato pratico è stato un semplice cambio di indirizzo sulle bolle di spedizione.

Come ha fatto notare Debajit Saha, analista del London Stock Exchange Group (LSEG), la reazione dei produttori russi è stata immediata. Trovando le porte sbarrate in Europa, hanno dirottato l’intera produzione verso Oriente, dove la fame di metallo fisico non è mai calata.

A facilitare questo travaso è intervenuta anche la crisi in Medio Oriente. Gli attriti logistici che hanno colpito Dubai hanno convinto i venditori a puntare dritti sull’estremo oriente cinese.

Il ruolo chiave di Hong Kong: perché proprio lì?

Ci si potrebbe chiedere per quale ragione i carichi non atterrino direttamente a Pechino o Shanghai. La risposta risiede nelle norme commerciali. La Cina continentale impone quote rigide all’ingresso di oro per controllare i movimenti valutari interni. Hong Kong, al contrario, gode di uno status di porto franco: nessuna restrizione doganale e nessun limite ai volumi. Quindi diventa una destinazione ottimale.

Inoltre, né Hong Kong né Pechino riconoscono le sanzioni decise dai paesi occidentali. La città funge quindi da perfetto filtro logistico e finanziario. Gli operatori cinesi acquistano i lingotti a Hong Kong, li stoccano nei moderni depositi locali e poi li trasferiscono con calma verso la terraferma. Vita Spivak, consulente della società britannica Gatehouse, ha riassunto il fenomeno senza mezzi termini: è il naturale accordo di convenienza tra Mosca, che offre risorse strategiche, e Pechino, che garantisce sostegno economico e liquidità.

Ecco il quadro numerico di questo passaggio storico:

Cosa cambia davvero per la Cina

A Pechino non si limitano a guardare il passaggio dei vagoni d’oro: stanno costruendo un’alternativa materiale al sistema basato sulla moneta americana. Le riserve ufficiali della Banca Popolare Cinese hanno superato le 2.360 tonnellate. IUn modo per cercare di stabilizzare il patrimonio della Banca Centrale senza dover dipendere dalle valute di altri paesi.

Questo cambio di rotta non è una coincidenza. Hippolyte Fofack, economista già ai vertici della Export-Import Bank of Africa e ricercatore alla Columbia University, ha chiarito che l’oro ha smesso di essere un mero strumento di investimento. È diventato un pilastro di sovranità monetaria.

Con un bilancio corazzato dal metallo fisico, la banca centrale cinese può sostenere accordi commerciali in yuan, lanciare obbligazioni denominate in valuta locale (i cosiddetti Panda e Dim Sum bond) e offrire un’alternativa a chi teme il blocco dei beni da parte di Washington.

Nel 2025 la Borsa dell’Oro di Shanghai ha persino inaugurato un maxi-caveau a Hong Kong. È il primo fuori dalla terraferma e serve a liquidare contratti con consegna materiale del metallo, bypassando del tutto il dollaro.

Il baricentro del mercato si sposta a Oriente

La supremazia storica dell’asse Londra-New York si sta sgretolando sotto la pressione dei fatti. L’analista Angelo Giuliano ha definito questa rete il “corridoio dell’oro” che salda i paesi emergenti e i membri dei BRICS. L’idea di fondo è semplice: nessun governo vuole più rischiare di vedere i propri averi congelati con un click oltreoceano.

Non a caso, anche banche centrali europee hanno iniziato a rimpatriare le proprie riserve custodite all’estero. In Asia, intanto, la richiesta non accenna a diminuire.

Sara Esshaimi, alla guida del team materie prime di Société Générale, ha rilevato come le autorità cinesi abbiano persino autorizzato i maggiori colossi assicurativi a investire fino all’1% dei loro patrimoni in oro fisico. Una decisione che garantisce una domanda interna solida e continua.

Come ha sintetizzato Jeremy Mark, ricercatore dell’Atlantic Council, Hong Kong sta completando la sua trasformazione in un centro finanziario “con caratteristiche cinesi”.

Chi pensava di piegare la Russia chiudendo le piazze di scambio europee ha ottenuto un risultato tragicomico: ha regalato alla Cina il monopolio del metallo prezioso più conteso al mondo, accelerando la nascita di un sistema finanziario su cui l’Occidente non ha più alcun potere di veto.

Articolo originale  scenarieconomici.it

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