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Il campo largo decida ora da che parte starà l’Italia o si spaccherà al primo voto

22 October 2026 at 13:10

A un anno dalle elezioni politiche (se non verranno anticipate) il centrosinistra è competitivo come non accadeva da tempo. Secondo i sondaggi di metà ottobre 2026, la coalizione progressista e il centrodestra sono separati da pochi decimali. Il Partito democratico, il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva, Più Europa e il nuovo soggetto politico di Ernesto Maria Ruffini discutono di primarie, di un programma da scrivere e di un nome nuovo per l’ormai logora formula del “campo largo”. Prima del nome, del candidato e del programma c’è però una domanda che nessuno vuole porsi apertamente traendone le necessarie conseguenze: su quale idea della collocazione internazionale dell’Italia si fonda questa alleanza?

Dove sono d’accordo – Sarebbe ingeneroso negare che i punti di convergenza siano numerosi e concreti. Le forze del centrosinistra (continuiamo a chiamarle così anche se qualcuna tra esse a sentire sinistra se la dà a gambe) hanno presentato insieme una proposta di salario minimo legale. Difendono il finanziamento della sanità pubblica e la lotta alle liste d’attesa. Si sono opposte all’autonomia differenziata e al premierato. Condividono un’agenda sui diritti civili, sulla scuola pubblica, sulla transizione ecologica e sul contrasto alla precarietà. Su Gaza, dopo molte incertezze, hanno trovato posizioni comuni in Parlamento e in piazza. È un patrimonio programmatico reale, un dato di fatto, non un’invenzione propagandistica.

Dove si dividono – Anche le divergenze, però, non sono marginali. In politica interna riguardano la giustizia, con Italia Viva più vicina alla separazione delle carriere, e il lavoro, come ha mostrato il referendum sul Jobs Act, che ha visto il Pd (ma non solo) di Schlein e i renziani su fronti opposti. Riguardano anche le infrastrutture e l’energia, dai termovalorizzatori al nucleare, le politiche di sostegno al reddito e i bonus edilizi. Sono differenze serie che a essere seri precluderebbero qualsiasi possibilità di spacciarsi di fronte agli elettori come possibile maggioranza credibile e coesa. Ma volendo fare uno sconto agli interessati e munendosi di uno sconfinato ottimismo, diciamo che potrebbero essere divergenze negoziabili, collocabili nella normale dialettica di ogni coalizione italiana.

Diverso è il caso della politica estera. Le posizioni sull’invio di armi all’Ucraina, sull’aumento delle spese militari, sul piano europeo di riarmo e sul rapporto con la Nato e con l’amministrazione americana non sono sfumature di uno stesso orientamento: sono orientamenti diversi. Il Pd, pur con un dibattito interno vivace, ha sostenuto l’aiuto militare a Kiev. Italia Viva, Più Europa e l’area riformista lo considerano non negoziabile. Il Movimento 5 Stelle e AVS chiedono di fermare l’invio di armi e di puntare solo sulla via diplomatica (come se fossero alternative) e hanno votato contro il riarmo europeo. Non a caso, dentro il Pd c’è chi già oggi giudica inaccettabile la linea di Conte, e dentro il Movimento c’è chi considera la linea del Pd subalterna all’Alleanza atlantica e dunque da respingere.

Perché la politica estera non è un capitolo come gli altri

Nella tradizione politica italiana (ma aggiungerei in qualsiasi seria democrazia) la politica estera non è mai stata un semplice capitolo del programma: è stata la cornice entro cui tutto il resto prendeva senso. Ai congressi dei grandi partiti di una volta, dalla Dc al Pci al Psi, le relazioni iniziali, la base su cui confrontarsi, si aprivano immancabilmente con l’analisi della situazione internazionale e solo dopo passavano alle questioni interne. Non era un rito: era la consapevolezza che la collocazione internazionale del Paese fissa i margini di ogni altra scelta, dall’economia al welfare, dalle politiche fiscali alla sicurezza.

La storia lo conferma. Nel 1949 la scelta atlantica di De Gasperi definì per decenni il perimetro delle maggioranze possibili. Negli anni Sessanta il centrosinistra organico nacque solo dopo che il Psi di Nenni ebbe chiarito la propria posizione sull’Alleanza atlantica: senza quel chiarimento i socialisti non sarebbero potuti entrare al governo. Nel 1976 Enrico Berlinguer sentì il bisogno di dichiarare che si sentiva “più sicuro” sotto l’ombrello della Nato, perché sapeva che la credibilità di governo del Pci passava di lì.

Gli esempi più recenti sono ancora più eloquenti e dovrebbero essere oggi considerati alla stregua di un monito. Nel febbraio 2007 il secondo governo Prodi andò in crisi proprio su un voto di politica estera, quello al Senato sulla mozione presentata da D’Alema su Afghanistan e base di Vicenza, che fu affossata da senatori della stessa maggioranza. L’anno seguente quella fragilità portò alla caduta definitiva. Nel 2022 la scissione di Di Maio dal Movimento 5 Stelle nacque dallo scontro sulle armi all’Ucraina, e da quelle tensioni partì la crisi che chiuse l’esperienza del governo Draghi. La politica estera, insomma, non è soltanto il terreno su cui le coalizioni nascono, discutono, litigano: è quello su cui cadono.

Una questione di onestà verso gli elettori

Per questo il problema smette di essere tattico e diventa non solo strategico ma, per la buona politica, anche etico. Già oggi, infatti, si può prevedere con ragionevole certezza che, chiunque vinca le primarie, Schlein o Conte, la maggioranza si spaccherebbe al primo voto sugli aiuti a Kiev o sulle spese per la difesa. Se è così, presentare questa coalizione come un’alternativa di governo stabile significa chiedere agli elettori di chiudere gli occhi e concedere una delega su qualcosa -piena coesione della maggioranza, unità di intenti, assicurazioni sulla stabilità- che non esiste. Non basta una formula lessicale da scrivere nel programma, tipo un “sostegno all’Ucraina nel quadro di un’iniziativa diplomatica europea” o simili, che ciascuno può domani leggere anche in due modi opposti. Le formule ambigue reggono in campagna elettorale, non al momento del voto nelle aule di Montecitorio e Palazzo Madama.

Prima ancora delle ricette economiche, i cittadini hanno dunque diritto di sapere da che parte starà l’Italia: con quali alleati, con quali impegni, con quale idea della sicurezza europea. È questa la prima garanzia di trasparenza che una forza di governo deve offrire. Un’alleanza che ha come unico obiettivo battere l’avversario e rimanda il nodo decisivo della collocazione internazionale in un contesto bellico a dopo il voto rischia di essere percepita persino dai propri elettori, come un cartello elettorale piuttosto che come un serio progetto di governo.

Che cosa resta in mano agli elettori

Si dirà che anche il centrodestra ha le sue contraddizioni in politica estera e che nessuna coalizione è perfettamente omogenea. È vero, ed è giusto riconoscerlo. Ma i problemi del fronte contrapposto non risolvono i propri. La strada onesta è una sola: affrontare ora, pubblicamente, la divergenza sull’Ucraina e sulla collocazione internazionale, e risolverla con una scelta chiara, anche a costo di perdere un pezzo dell’alleanza. Se la divergenza è insanabile, onestà intellettuale e politica dei diversi partiti, ma anche dei rispettivi leader, impongono di dichiararlo. A quel punto restano due strade: andare al voto con alleanze più ristrette ma coerenti, oppure stringere un patto esplicitamente limitato, dicendo agli elettori fin dove arriva.

Fingere che il problema non esista è la soluzione peggiore. Lo è per i partiti, che si condannerebbero a un governo fragile. Lo è per i cittadini che voterebbero un’alleanza che non sa nemmeno dove portare l’Italia nel mondo. Un pastrocchio, se non un’impostura, in grado di assicurare poltrone di governo, ma non certo quella alternativa politica di cui si dice il Paese ha bisogno. Morale: se la buona politica si fonda sulla trasparenza e l’onestà di intenti, il campo largo-progressista deve avere il coraggio e la saggezza di sciogliere immediatamente questo nodo in maniera chiara e netta di fronte agli elettori. A meno che non voglia prenderli in giro promettendo cose che non riuscirà mai a realizzare con il rischio di tornare alle urne al primo inciampo.

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L’ambiguità sull’Ucraina di una Schlein sempre più ostaggio di Conte

16 October 2026 at 03:45

Le astensioni incrociate su cinque mozioni diverse sulla politica estera non sono esattamente un gran segnale di unità, anche se, come raccontano alcuni giornali, mercoledì alla Camera Elly Schlein e Giuseppe Conte sono apparsi particolarmente soddisfatti. Contenti loro.

Peccato che il Pd – non parliamo degli altri – abbia perso l’occasione per valorizzare la chiara posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina contro la Lega seguendo l’abc della politica che impone di incunearsi nelle contraddizioni dell’avversario.

Lo hanno capito solo i riformisti del Pd, oltre Carlo Calenda e Matteo Renzi, Pierferdinando Casini e Mario Monti. La linea è un’altra: a testa bassa contro il governo anche quando dice cose giuste. In ogni caso al Nazareno, a quanto pare, c’è entusiasmo per i «passi avanti» in vista del programma comune del campo largo. Si confida in una soluzione lessicale in grado di salvare capra e cavoli, ponendo la centralità della “trattativa” e lasciando sullo sfondo (ma come?) il problema dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Come se bastasse evocare la pace per sciogliere il nodo politico e morale del sostegno a un Paese aggredito.

L’ambiguità, in realtà, non è più un rischio: è già il metodo di lavoro. E Giuseppe Conte, su questo terreno, non sembra disposto a concedere nulla, nemmeno a costo di mandare in frantumi la coalizione perché per l’avvocato del populismo la questione ucraina non è una voce fra le altre del programma: è una linea identitaria, uno strumento di pressione sul Pd e, soprattutto, un modo per misurare quanto Schlein sia disposta a cedere pur di tenere in piedi l’alleanza.

Domenica la segretaria del Pd davanti alla assemblea nazionale metterà a sistema questa fiducia e forse indicherà qualcosina in più rispetto alle sue ultime uscite: se non proprio una data per la prima riunione del “tavolo” per il programma, almeno qualche punto fermo sulla sua “scaletta”. Di fatto, ancora è nebbia sui nodi principali: l’Ucraina – si è già detto – ma poi anche su chi fa parte della coalizione e sul problema delle primarie. Ma non è neppure chiaro se il Pd andrà al tavolo con un proprio programma.

L’unica cosa che in queste ore veramente interessa la squadra della segretaria è la sua incoronazione come unica candidata del partito alle primarie. Per questo occorre una modifica dello Statuto con una norma che escluda la celebrazione del congresso nell’anno delle elezioni politiche, in modo tale da prorogare il mandato di Schlein. Scontata l’approvazione della modifica statutaria, la giornata sarà un Elly day.

Il Nazareno sta organizzando una massiccia presenza anche di chi non è membro dell’assemblea. Si vuole fornire l’immagine di un partito tutto già impegnato nella campagna elettorale di Schlein in vista delle primarie, si serrano le fila perché – dicono gli uomini di Stefano Bonaccini, ora grande sostenitore della segretaria – «non ci sono elementi sostanziali di garanzia di una gestione realmente unitaria dei passaggi successivi».

Leggi: non ci deve essere spazio per dissensi sul nome della leader del partito. Con la speranza, inoltre, che non ci siano altre candidature che potrebbero toglierle voti. Ma come farà Schlein a convincere Alessandro Onorato o Franco Gabrielli di non presentarsi ai gazebo o a Matteo Renzi di non mandare in campo una candidatura di Casa riformista? Un problema non da poco che Conte non ha.

Così, mentre il Pd cerca di blindare la propria segretaria, l’avvocato del populismo può permettersi di tenere aperta ogni partita: quella sul programma, quella sull’Ucraina, quella sulla leadership del campo largo. Non ha bisogno di proclamarsi candidato unico, né di modificare uno Statuto per garantirsi la permanenza alla guida del Movimento. Gli basta che Elly Schlein sia costretta a inseguirlo.

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