❌

Normal view

Non ditemi di condannare la violenza senza se e senza ma: questo è il risultato della repressione

21 October 2026 at 05:55

Come più e più volte abbiamo scritto nel corso degli scorsi mesi e anni, questo governo ha dichiarato fin dal giorno del suo insediamento una vera propria guerra ai giovani. Che alla guerra si risponda con la guerra, che chi è attaccato reagisca, è qualcosa che non può sorprendere.

Il primo Consiglio dei Ministri del governo in carica, nell’ottobre 2022, fu utilizzato per introdurre il reato di rave party. A un anno di distanza, nel settembre 2023, è arrivato il Decreto Caivano, il più grande stravolgimento del sistema della giustizia penale minorile italiana, un sistema che era fondato sull’approccio educativo, sull’integrazione sociale, sul principio del superiore interesse del minorenne. Poi altri pacchetti sicurezza si sono susseguiti, introducendo nuovi reati, aggravanti, aumenti di pena, il fermo preventivo per chi va alle manifestazioni, l’espansione impazzita e illiberale di misure amministrative di contenimento per i più giovani, finanche dodicenni.

Nel mio utopico ottimismo, continuerò sempre a credere che un mondo senza violenza è possibile. Continuerò sempre a condannare ogni forma violenta di azione e anche di reazione, convinta che la nonviolenza sia la strada da percorrere per un’umanità razionale. Ma non mi si dica di condannare la violenza senza se e senza ma. Sono i se e i ma che articolano la comprensione del mondo. E allora dico che se non avessimo in Italia ben 1,28 milioni di minorenni in povertà assoluta forse non avremmo assistito a quanto accaduto nei giorni scorsi. Si tratta della fascia di età con la maggiore incidenza di persone in povertà assoluta tra i residenti nel nostro paese. E anche questa è violenza, di tipo strutturale. Così come è strutturalmente violenta la mancanza di 11.000 posti di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati. Se non li costringessimo a vivere in mezzo alla strada e a far da manovalanza ai piccoli spacciatori, salvo poi sbatterli in galera e lamentarci che le carceri minorili sono piene di ragazzini irrequieti che dobbiamo isolare in cella e sedare con dosi da cavallo di psicofarmaci, le cose andrebbero diversamente.

Quante violenze istituzionali hanno visto questi ragazzi, a partire dai morti ammazzati nel Mediterraneo? E i giovani stigmatizzati come maranza e baby gang (in assenza, non ci stancheremo di ripeterlo, di dati statistici che ci parlino di alcuna emergenza sulla criminalità minorile), e le seconde generazioni trattate come bambini indesiderati, e le classi scolastiche dalle quali se ne devono andare? È assurdo che non si parli di tutto questo ma si riempiano i media solamente delle poche decine di giovani che hanno sfasciato le vetrine.

La sola risposta che i ragazzi e le ragazze hanno avuto in questi anni alle loro richieste sono stati i pacchetti sicurezza, la repressione, la promessa di altre e più dure punizioni. Il ministro dell’Istruzione (mi rifiuto di parlare di merito) non ha mai chiesto agli insegnanti di discuterne nelle scuole, ma ha invece promesso metal detector e sanzionato i professori che parlavano di Palestina. Il ministro dell’Interno ha difeso le forze dell’ordine che hanno manganellato gli studenti a Pisa, Firenze, Roma. Nessuno ha ascoltato le loro istanze.

Venite a farvi un giro nelle carceri minorili per capire chi ci sbattiamo dentro. I giovani più fragili, quelli che andrebbero sostenuti, protetti, aiutati, e per i quali il governo ha dovuto aprire in fretta e furia tre nuovi istituti perché non sapeva più dove infilare tutti quelli che arrestava. Sarebbe ridicolo se non fosse tragico. Si continua a testa bassa come muli su una strada che porterà al disastro. Quanti pacchetti sicurezza bisogna emanare prima di dichiarare che no, proprio non funzionano, che non è quella la strada? Fino a dove può espandersi il sistema penale prima di farci soffocare? Quante altre norme illiberali e repressive prima di ammettere che è con la prevenzione, il dialogo, l’inclusione, le politiche sociali che si rende sicura una società?

L'articolo Non ditemi di condannare la violenza senza se e senza ma: questo è il risultato della repressione proviene da Il Fatto Quotidiano.

“La politica? Ormai solo un teatrino: il merito non esiste e a noi non resta che scappare” – La lettera di una ragazza

21 October 2026 at 05:51

di Giulia Benedetta Arienzo

A chi governa, a chi decide, a chi giudica, e a chi continua a fingere di non vedere.

Non vi scrivo per rabbia. La rabbia è una fiammata che si spegne in fretta. Vi scrivo con la lucidità di chi è sfinito, ma ha l’ostinata pretesa di non rimanere in silenzio. Sono un’umile ragazza di Salerno. Una ragazza ITALIANA. Lavoro, faccio i miei sacrifici e, nel tempo che mi resta, faccio la volontaria al canile della mia zona. Nonostante il mio piccolo stipendio e la fatica ad arrivare a fine mese, se serve qualcosa per i cani corro a prenderlo. Lo faccio perché conosco il valore della cura e dell’empatia. Ma mi chiedo: com’è possibile che chi ha poco offra tutto ciò che ha, mentre chi possiede il potere e la ricchezza sembra del tutto privo di umanità?

Vi riempite la bocca con la parola “merito”, ma in questa Italia il merito è un’illusione per consolare chi parte svantaggiato. Andare avanti non dipende da quanto studi o ti spacchi la schiena: dipende dai soldi della famiglia, dalle conoscenze e dai privilegi. Vedo i “figli di papà” con la strada spianata, mentre a noi restano solo precarietà, stipendi da fame e l’ansia costante di non essere mai abbastanza. Guardando le vostre istituzioni, ecco quello che fa davvero paura:

– Il teatrino della politica e le figure autorevoli: La delusione non riguarda un singolo partito, ma una classe politica intera. Dall’incompetenza e dalla gestione improvvisata del governo Meloni, fino alle sparate retrograde di personaggi come Vannacci; dalle giravolte della sinistra che ha dimenticato i lavoratori, fino agli scandali di corruzione che da decenni travolgono ministri, amministratori e parlamentari di ogni colore. Cambiano i governi, ma i privilegi restano gli stessi… Vi siete mai chiesti cosa resterà del vostro potere quando l’intera società sarà crollata sotto il peso dei vostri egoismi?

– Le caste e i vitalizi sulla pelle del popolo: Che sia la casta politica (spesso atea nei fatti) o quella religiosa (la Chiesa), entrambe sostengono a parole di lavorare per il popolo e per i fedeli. La verità è che nessuna delle due si priva mai dei propri immensi privilegi a favore di chi dovrebbe proteggere, accumulando ricchezze e garantendosi persino vitalizi a vita, mentre spremono il cittadino fino all’ultimo centesimo. Come potete guardare negli occhi un padre di famiglia che non sa come sfamare i propri figli mentre continuate a riscuotere i vostri privilegi senza provare la minima vergogna?

– La perdita della speranza e della fede: a parer mio, è solo ed esclusivamente colpa vostra se noi giovani ci siamo allontanati sia dalla politica, sia dalla religione. Avete distrutto ogni senso di comunità e fiducia, mostrandoci che le istituzioni (civili o spirituali) pensano solo ad autoconservarsi. Quando avrete spento l’ultima fiammella di fede e di speranza nei giovani, con quale coraggio vi sorprenderete se questo Paese diventerà un deserto arido e senza futuro?

– L’ombra della malagiustizia e le prove svanite: Assistiamo a un sistema giudiziario forte con i deboli e debole con i potenti. Vediamo troppi casi oscuri mai chiariti, come la tragica morte di David Rossi, archiviata troppo in fretta tra perizie ignorate e ombre mai dissipate. Vediamo i dubbi atroci su vicende come la strage di Erba, o la storia di innocenti finiti in carcere per anni solo perché chi doveva indagare ha preferito la fretta, l’arroganza o la propria carriera alla ricerca della verità. Quando la giustizia sbaglia o si piega agli interessi, chi paga non è mai chi ha sbagliato, ma l’anello più debole. Riuscite davvero a dormire la notte sapendo che dietro i vostri errori archiviati ci sono vite spezzate, innocenti in gabbia e verità sotterrate per comodità?

– La sanità a due velocità: Quando un potente o una figura istituzionale ha un problema di salute, si muovono reparti interi in pochi minuti. Per la gente comune ci sono liste d’attesa di mesi o anni, ed è pieno di cittadini che muoiono nell’attesa di un esame. Le nostre vite e la nostra salute valgono davvero meno della vostra solo perché non abbiamo un titolo, una tessera di partito o un conto in banca a proteggerci?

Avete calpestato la nostra legge fondamentale. L’Articolo 3 della Costituzione Italiana recita che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” e che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza”. Voi questi ostacoli li state aumentando ogni giorno. Ma il prezzo più alto di tutto questo è psicologico. L’angoscia per il domani non è una debolezza individuale: è il sintomo di uno Stato fallito. Quando un ragazzo della mia età sceglie di togliersi la vita perché travolto dal terrore di non farcela, schiacciato da un sistema spietato e lasciato solo dalle istituzioni, quello non è un dramma privato: è la sconfitta di una Nazione. Non sono così ingenua da credere che una lettera possa cambiare l’Italia. Ma se questa mia voce servirà anche solo a muovere un piccolo sassolino, non sarà stata vana.

A chi legge sui social: Sappiate che non siete soli nella paura del futuro.

Ai quotidiani e alle redazioni: pubblicatela. Abbiate il coraggio di dare spazio alla realtà di noi giovani.

A chi siede in Parlamento: smettetela di usarci per la propaganda. Il nostro futuro non è un dibattito televisivo: è la mia vita… è la NOSTRA vita.

Vorrei sapere se un giorno ce la faremo. Desidero un Paese in cui non si debba solo scappare o disperarsi, ma in cui valga la pena restare, lottare e vivere con dignità.

L'articolo “La politica? Ormai solo un teatrino: il merito non esiste e a noi non resta che scappare” – La lettera di una ragazza proviene da Il Fatto Quotidiano.

Cosa dovrebbero fare i giovani per farsi sentire? Sfilare come delle educande?

21 October 2026 at 05:51

Gli esecratori di professione imperversano nei giornali e sulle televisioni. La premessa a ogni articolo o commento, riguardante le proteste giovanili di questi giorni, è esecrare, esecrare e ancora esecrare. Chi studia il funzionamento cerebrale conosce il dato psicologico secondo cui la mente umana coglie i primi 10/15 secondi per classificare gli stimoli in arrivo e definire se prestare attenzione. Questa caratteristica serve a non sovraccaricare il cervello con input che non interessano. Soprattutto in un mondo come il nostro, in cui le notizie e le informazioni in arrivo sono un numero spropositato, questa funzione di screening è stata ulteriormente sviluppata.

Gli esecratori di professione sono ben a conoscenza di ciò. Sanno che l’informazione, per avere efficacia, deve seguire il ritmo dello spot pubblicitario, che dura mediamente dai venti ai trenta secondi. Per questo, nei primi venti secondi, esecrano a più non posso. Tutto il “parolame” che seguirà poi, non verrà neppure percepito dal lettore e, comunque, sarà derubricato a fuffa di chi vuole barcamenarsi in ragionamenti noiosi e complessi. Quello che rimarrà, lo sanno perfettamente, è l’esecrazione iniziale.

Le proteste giovanili di questi giorni e quelle che, presumibilmente, seguiranno nei prossimi, sono quindi tutte da commentare, iniziando con il doveroso biasimo delle violenze che qualcuno – forse inserito alla bisogna – ha perpetrato. Ma come dovrebbero comportarsi i ragazzi per far sentire la loro voce? Sfilare come delle educande o meglio – e per certi commentatori sarebbe l’ideale – con passo militare, tutti ben schierati? I ragazzi fanno naturalmente del casino, in età adolescenziale sentono le regole come strette e da sovvertire. Sanno benissimo che se protestassero in modo perfetto, senza eccessi, nessuno se li filerebbe.

I giornali e le televisioni metterebbero un velo di oblio su tutto. Solo quando ci scappa un cassonetto divelto o una vetrina rotta, i mezzi di informazione si attivano per diramare la notizia. Naturalmente, iniziando con l’esecrazione. Il termine esecrazione deriva dalla parola “sacro” che viene sovvertita con l’ex iniziale, per cui significa il contrario: maledire, detestare, aborrire, distruggere la sacralità. Proprio questa sacralità del potere, fa scattare nel commentatore o giornalista di professione l’immediata condanna. Loro sono le vestali di un potere che non deve essere neppure messo in discussione.

Ripeto però la domanda: cosa dovrebbero fare i giovani di fronte al fatto che lasciamo loro debiti a non finire, una società profondamente ingiusta e la prospettiva di dover andare in guerra? Quando i dirigenti dei paesi Europei, in un rituale stantio, si trovano per decidere che saremo al fianco di uno dei contendenti in guerra (senza definire le nostre priorità) fino alla fine, cosa significa? Tutti sanno che fino alla fine vuol dire mandare sul campo i soldati, che inevitabilmente saranno i giovani. Fino alla fine significa indebitare la società, con conseguenze inimmaginabili per le nuove generazioni. Fino alla fine significa non provare neppure a capire le ragioni del nemico, rischiando di arrivare al conflitto nucleare.

Quando i ministri e la presidente del Consiglio mostrano di essere in grado di tagliare solo sulla sanità e sulla scuola senza intaccare i proventi, mostruosi, delle lobby di potere da cui , presumibilmente, dipendono, come si dovrebbero sentire i ragazzi? Quando si vogliono inculcare paure del diverso per colore e razza, del povero che intacca il nostro benessere, di colui che ha un bagaglio culturale e religioso non del tutto conosciuto come dovrebbero reagire i giovani che per definizione sono aperti alle novità?

Finisco questo commento e, volutamente, lo pongo nella fase terminale, con l’esecrazione delle violenze. Il rischio è che tirando troppo la corda ci scappino dei feriti gravi e, Dio non voglia, uno o più morti. Proprio per evitare tutto questo le proteste dei giovani vanno capite, si deve offrire attenzione mentale e spazio sui giornali e televisioni per le loro rivendicazioni, senza iniziare con la rituale esecrazione.

L'articolo Cosa dovrebbero fare i giovani per farsi sentire? Sfilare come delle educande? proviene da Il Fatto Quotidiano.

Salieri, maiali stonati e altre verità che forse non sapevi

21 October 2026 at 05:45

In tempi come gli attuali – confusionari, tendenziosi e bluffisti – un po’ d’erudizione non guasta. Per esempio non tutti sanno che Salieri, maestro di cappella alla corte imperiale di Vienna dal 1788 al 1824, nonché direttore dell’Opera italiana di corte e insegnante di composizione (ebbe tra i suoi allievi Beethoven, Schubert e Liszt), un giorno, trovandosi in una fattoria, sentì strillare un maiale ed esclamò all’istante: “La bemolle!”. Qualcuno corse al clavicembalo: era proprio un la bemolle. Quindi Salieri organizzò quei maiali per tonalità e in 2 mesi li addestrò a eseguire l’Ave verum corpus K. 618 dell’odiato Mozart, a sfottò. E forse non tutti sanno che…

…in California è stato ritrovato un salmone Chinook grande quanto una donna minuta. Ma con tette meno belle.

…biologi marini australiani sono entusiasti di aver filmato uno squalo balena mentre defecava. E mentre arrossiva alle loro risatine.

….il riscaldamento globale impedisce ai lemming norvegesi di lanciarsi dalle scogliere, ma favorisce il loro tuffo in piscina dai trampolini.

…la Florida è minacciata dall’invasione di scarafaggi esotici, estranei alla fauna locale, come lo scarafaggio aragosta, lo scarafaggio sibilante del Madagascar, lo scarafaggio a macchie arancioni e lo scarafaggio del Turkestan, che in ascensore cerca ossessivamente il contatto visivo con gli sconosciuti.

…gli scienziati dell’Università di Uppsala hanno stabilito che il pesce Panderichthys ha cominciato a sviluppare le dita prima di abbandonare l’acqua. “Annoiato, le usava per grattarsi le palle”, ha spiegato il responsabile dello studio.

…gli uomini spendono più soldi nell’appuntamento con una donna vestita di rosso. Scegli una donna in beige per risparmiare? Finirai per pagarle l’analista.

…un terzo degli infarti in tutto il mondo sono attribuiti agli effetti di abitudini alimentari poco salutari. La cattiva notizia è che l’alternativa è lo yogurt magro.

…alcuni informatici, dopo aver dirottato una parte di una vasta rete di computer utilizzata per lo spam, hanno stabilito che una email pubblicitaria indesiderata su 12,5 milioni si traduce in una vendita. Adesso ditemi voi cosa me ne faccio di 8 tonnellate di torba.

…degli antropologi spagnoli hanno scoperto che le donne obese hanno tanti partner sessuali quante le non obese, mentre gli uomini obesi hanno meno partner sessuali dei non obesi. In compenso ricevono messaggi osceni da Glovo.

…i padri avvenenti trasmettono alle figlie i tratti del bel viso, ma non ai figli. Poi con Liv Tyler non ti si rizza perché ci vedi Steven Tyler. Per fortuna non avrai mai questo problema.

…le cicatrici sul volto rendono gli uomini più attraenti agli occhi delle donne nelle relazioni a breve termine, ma non in quelle a lungo termine. In particolare, le donne preferiscono le cicatrici maschili che suggeriscono violenza o traumi a quelle causate dall’acne o dalla varicella. Non tutte le manganellate della polizia vengono per nuocere.

L'articolo Salieri, maiali stonati e altre verità che forse non sapevi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il ‘Falstaff’ a Roma con lo striscione: una scelta con ammiccamento facile ma poco senso

21 October 2026 at 05:37

Mario Bortolotto ci aveva avvertito: Verdi non va imbalsamato nel marmo della tradizione, ma affrontato nella sua figura complessa, satura di vitalità e contraddizioni. Esiste però un modo opposto di tradirlo, altrettanto efficace, ed è ridurlo a slogan. Il Falstaff che Tatjana Gürbaca firma per il Teatro dell’Opera di Roma, con Michele Mariotti sul podio, pende più sulla seconda opzione.

Sgombriamo per l’ennesima volta il campo: il problema non è attualizzare. L’ultimo Verdi regge benissimo l’aria del presente, perché parla di ciò che il presente non ha smesso di frequentare: la vanità, il desiderio, la vecchiaia che si crede ancora irresistibile. Il problema è come lo si fa. Quando a un certo punto si srotola uno striscione con la scritta TREMATE LE STREGHE SON TORNATE, il “come” si rivela per quello che è: la traduzione didascalica di un sottotesto evidente. Le comari di Windsor dell’originale shakespeariano sono già streghe, già è potente l’alleanza femminile, già trionfa il loro potere che si fa beffe del maschio. C’era davvero bisogno di scriverlo a stampatello, con un ammiccamento facile al femminismo chic, nel caso in platea ci fossero spettatori distratti?

Shakespeare aveva la grazia di mettere in scena archetipi perenni eppure cangianti nella forma. Verdi, con Boito, li trasforma con passione in un testamento: l’addio di un vecchio genio che, invece di congedarsi con un requiem, sceglie la risata. L’archetipo agisce sull’Inconscio perché si mostra e si offre all’interpretazione individuale. Spiegarlo didascalicamente significa disinnescarne il potere sapienziale. Eppure il legame fiabesco tra potere magico ed emancipazione femminile ha una storia lunga e illustre, dai miti pre-biblici fino al cinema, come nei primi esempi che mi vengono in mente: ne Le margheritine di Věra Chytilová due ragazze demoliscono le convenzioni borghes con leggerezza teppistica e supremamente giocosa. In Suspiria, da Dario Argento a Luca Guadagnino, la stregoneria al femminile diventa il volto inquietante del tremendo e della vendetta storica.

Oggi quella stessa mitologia domina le serie Netflix.

Tra il gioco anarchico e il sacro terribile c’era un intero spettro di possibilità. La regia ha scelto lo striscione. Anche i costumi, che oscillano tra il completo da tennis, il trapper e il drugo di Arancia meccanica, aggiungono colore senza aggiungere troppo senso: scelte che non dialogano né con la musica, né con il testo, né tra di loro.
Giovanni Bietti dell’ultimo Verdi ha sempre messo in luce il sorriso, non la risata grassa della farsa, ma la lucidità affettuosa con cui il compositore guarda le debolezze umane, comprese le proprie. Il sorriso è una forma di sapienza: conosce e perdona.

Sorridiamo e perdoniamo, dunque, anche tali insensatezze. Rimane, però, grandiosa la musica, in una degnissima interpretazione.

Luca Salsi è un Falstaff di razza: voce ampia e scura, dizione scolpita, una dignità scandalosa che non fa mai del vecchio cavaliere un buffone. Marina Monzò è una Nannetta seducente, capace di creare con la sola voce l’incantesimo che la scena le nega. Maria Agresta disegna un’Alice elegante e maliziosa, Violeta Urmana una Quickly autorevole, Carmen Artaza una Meg di carattere, mentre George Petean è un Ford credibile. Alla recita del 15 ottobre il Fenton era Pietro Adaíni, voce giovane e pulita, da seguire. Completano con classe ed eleganza Carlo Bosi, Paolo Antognetti e Gabriele Sagona. Mariotti guida l’Orchestra del Teatro con slancio e trasparenza, una vivacità trionfante e beffarda. Sempre plausi per il coro guidato da Ciro Visco.

E poi arriva il paradosso. Nel finale, subito dopo la parodia della vetta tragica del Don Giovanni mozartiano, si scandisce l’eterna verità sapienziale (Tutto nel mondo è burla)…e nel caos anche le scelte meno indovinate della messinscena funzionano. È merito della musica, certo, e di chi canta, Salsi su tutti. Ma forse c’è anche qualcosa di più sottile: la fuga verdiana assorbe tutto, comprese le cadute di gusto, e le trasforma in materia comica. È la vendetta del vecchio maestro sui suoi interpreti: aveva previsto anche loro.

Tutto nel mondo è burla, anche le regie didascaliche e, se volete, le recensioni ipercritiche.

Foto: ©Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma

L'articolo Il ‘Falstaff’ a Roma con lo striscione: una scelta con ammiccamento facile ma poco senso proviene da Il Fatto Quotidiano.

Manganelli e buone maniere: perché il dibattito morale ci distrae dal vero problema

21 October 2026 at 05:00

di Simone Millimaggi

Ogni volta che le piazze tornano ad agitarsi, la scena pubblica italiana mette in moto una messa in scena dall’esito ampiamente prevedibile. Le immagini delle vetrine infrante e dei fumogeni saturano i palinsesti, il commentariato si divide istantaneamente tra custodi della legalità e apologeti della rivolta, e l’attenzione collettiva viene catturata da un interrogativo squisitamente morale. La violenza di piazza è giustificabile o va condannata senza appello?

È proprio in questo interrogativo che si consuma il vero cortocircuito della nostra sfera pubblica. La polarizzazione tra violenza e pacifismo non rappresenta un fallimento del dibattito, bensì il suo dispositivo più raffinato. Concentrare il giudizio sulle modalità della contestazione consente di operare una scientifica sostituzione del referente, traslando l’oggetto del contendere dal piano materiale, ovvero la svalutazione del lavoro, la precarietà e lo smantellamento dello Stato sociale, al piano estetico e deontologico del decoro e dell’ordine pubblico.

Per decodificare questo meccanismo occorre superare l’analfabetismo sociologico che riduce la politica a contenzioso etico e analizzare la funzione sistemica che la retorica della protesta assolve nelle democrazie di mercato. Contrariamente alla narrazione istituzionale, che dipinge l’antagonismo radicale come una minaccia eversiva estranea al corpo sociale, la sociologia critica insegna che la devianza visibile è altamente funzionale alla riproduzione dell’ordine vigente.

Il momento della devianza scenografica funge da acceleratore di delegittimazione preventiva. Consentendo al discorso pubblico di ripiegare sull’emergenza securitaria, il potere politico ottiene una duplice rendita. Da un lato opera una neutralizzazione semantica, riducendo le istanze sociali a problema di gestione dell’ordine pubblico. Dall’altro alimenta una coesione reazionaria, offrendo al ceto medio impoverito un nemico tangibile contro cui proiettare l’ansia sociale. Il perno del conflitto viene così spostato da una traiettoria verticale, tra classi subalterne ed élite, a una orizzontale tra cittadini perbene e presunti devianti.

Sul versante opposto, l’esaltazione aprioristica della protesta pacifica si traduce nell’imposizione di una semiotica dell’innocuità. Nelle democrazie post-politiche, il dissenso viene tollerato a patto che si configuri come performance puramente estetica, incapace di produrre alcuna reale frizione nei flussi della produzione o del consumo. Quando la mobilitazione rispetta integralmente le procedure amministrative, essa viene incorporata nel paesaggio urbano come mero rumore di fondo, appagando il bisogno di espressione democratica ma privando i manifestanti di reale potere contrattuale.

In questo quadro, l’intervento di opinionisti e figure dello spettacolo si riduce a operazione economica sul mercato identitario. Entro le coordinate del capitalismo cognitivo, l’indignazione e la condanna morale sono merci ad altissimo valore di scambio. La difesa della non-violenza o la romanticizzazione dello scontro diventano marchi ideologici con cui estrarre capitale simbolico e finanziario. La frammentazione del pubblico in tifoserie è la logica stessa degli algoritmi, strutturati per premiare la reattività emotiva a scapito della decodifica strutturale.

Rimanere intrappolati nell’esame etico della violenza di piazza significa cedere alla principale strategia di neutralizzazione del dissenso. La vera questione riguarda il modo in cui il sistema spettacolare converte la rabbia sociale in merce mediatica, riducendo le cause del disagio a un contenzioso d’immagine. Fino a quando la discussione rimarrà incardinata su questi binari, sia la risposta securitaria delle istituzioni sia la condanna dell’opinione pubblica continueranno a svolgere lo stesso compito, garantire cioè che l’infrastruttura economico-sociale rimanga perfettamente intatta al di sotto del rumore della polemica.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo Manganelli e buone maniere: perché il dibattito morale ci distrae dal vero problema proviene da Il Fatto Quotidiano.

Cesare Cremonini diventa “Amateur” a Londra: “Il gossip può prendere me o uno di voi e trasformarlo in qualcos’altro in un battito di ciglia. Ho citato Diletta Leotta perché è un’icona. La libertà è sexy”

20 October 2026 at 23:01

Si presenta come un “Amateur”, ma il dilettante qui è solo il titolo. Cesare Cremonini torna con un disco, in uscita il 23 ottobre, in cui Freud viene mollato come tutti, i paparazzi hanno sempre un po’ ragione e la felicità borghese si brinda con lo champagne, sapendo che non porta da nessuna parte. Tra Nietzsche che consola, mele che sono poesia e divani pieni di polvere, l’artista bolognese prende il dolore, lo trucca da commedia e lascia che a ridere, o a commuoversi, sia chi ascolta.

L’album di undici brani ruota attorno a tre assi. Il primo è l’amore ferito e ritrovato, tra abbandono, desiderio, clandestinità e intimità domestica. Il secondo è la fragilità psicologica, raccontata con ironia nera, dalla psicoanalisi al disturbo mentale. Il terzo è la critica sociale e artistica, con la spettacolarizzazione di “Paparazzi”, il rifiuto del copione borghese di “Mega Linz” e l’interrogarsi sul senso della poesia in “Cavalli da corsa”.

Abbiamo incontrato il cantautore a Londra, la città dove è nato il disco. E per l’occasione l’artista si è esibito per un concerto allo O2 Shepherd’s Bush Empire, ieri sera 20 ottobre, per presentare i brani inediti assieme agli amici e colleghi che hanno collaborato Salmo in “Amateur”, Fabri Fibra per “Paparazzi”, Malika Ayane per la bellissima “Cose molto piccole” (scritta insieme a Petrella) e Sig in “Disturbo mentale”. Ad applaudire a teatro c’erano amici come: Valentino Rossi, Edoardo Bove, Paolo Di Canio, Elisa, Davide Petrella e Federico Ravaglia.

Nel disco Cremonini spinge sul pop-rock per scompaginare le carte, ma non mancano le sonorità che hanno decretato il suo successo, le ballad intense, sentimentali, anche malinconiche. Insomma “Amateur” lascia intravedere un nuovo percorso, dove porterà, ad oggi nemmeno l’artista stesso lo sa ancora. Una piccola curiosità, c’è anche lo zampino di Morgan ne “Il giardino dei sassofoni”, ma non ha assolutamente voluto comparire nemmeno nei crediti “perché per lui la musica è dialogo e arte”.

L'articolo Cesare Cremonini diventa “Amateur” a Londra: “Il gossip può prendere me o uno di voi e trasformarlo in qualcos’altro in un battito di ciglia. Ho citato Diletta Leotta perché è un’icona. La libertà è sexy” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Carburante esaurito a Napoli per le proteste degli autotrasportatori. Lunghe code davanti alle stazioni aperte: “Situazione surreale”

20 October 2026 at 21:16

A Napoli la protesta degli autotrasportatori sta mettendo sotto pressione anche i rifornimenti di carburante. Dopo i disagi nella distribuzione degli alimenti con i conseguenti scaffali vuoti nei supermercati è il turno delle pompe di benzina chiuse in anticipo per esaurimento scorte. Alle 19 su tutto il territorio cittadino diverse stazioni avevano già spento gli erogatori e affisso i cartelli con scritto ‘tutto esaurito’ e ‘chiuso per sciopero’. “È una situazione surreale – spiega Claudio Vivenzio titolare di un’area di servizio – gli autisti non riescono ad uscire dai depositi a causa dei blocchi stradali, hanno caricato regolarmente stamattina ma poi nel corso della giornata abbiamo esaurito tutto, sia gasolio che benzina e domani siamo senza rifornimenti, speriamo almeno che questa protesta porti degli effetti positivi”. In città mentre sulle autostrade e all’ingresso del porto proseguiva il blocco dei camion è scattata la corsa al distributore con lunghe code davanti alle poche aree di servizio che non avevano ancora esaurito il carburante.

L'articolo Carburante esaurito a Napoli per le proteste degli autotrasportatori. Lunghe code davanti alle stazioni aperte: “Situazione surreale” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Blocchi e proteste, anche la pasta inizia a scarseggiare. Produttori in attesa che arrivi la semola da Puglia e Sicilia: “Il governo trovi ora una soluzione”

20 October 2026 at 19:06

Il pastificio La Molisana di Campobasso ha ridotto drasticamente l’attività, Cosimo Rummo, amministratore dell’omonimo pastificio di Benevento aveva parlato già una settimana fa di “conseguenze non più sostenibili” e oggi lo stabilimento è fermo. Anche Garofalo ha fermato la produzione sabato, 18 ottobre. “Siamo ripartiti solo questa mattina (20 ottobre, ndr) con il 40 per cento della produzione e non riusciamo ancora a consegnare. Ora aspettiamo e speriamo che la situazione si sblocchi quanto prima” racconta a ilfattoquotidiano.it Massimo Menna, amministratore delegato del Pastificio Lucio Garofalo. La protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori mette in crisi la produzione della pasta, nel paese per cui questo alimento è rito quotidiano e identità nazionale insieme. Accade perché la produzione ha una particolare geografia e necessita di passaggi fondamentali che, in questi giorni, stanno incontrando diversi ostacoli. La Puglia è considerata la vera capitale del grano duro, coprendo circa il 25 per cento della produzione complessiva (alcune stime arrivano al 30%), in particolare è il Tavoliere delle Puglie, la provincia di Foggia, l’area di maggiore coltivazione. Se in Puglia, infatti, ci sono circa 340mila ettari coltivati, solo in quell’area ce ne sono più di 183mila. La seconda regione è la Sicilia, con un’altra fetta (tra il 18% e il 20%) della produzione nazionale che arriva da circa 320mila ettari coltivati. E dato che la protesta dei camion dei trattori ha bloccato prima queste due regioni (coinvolgendo tutto il Sud) si capisce perché il settore è particolarmente colpito da quanto sta avvenendo.

Da Claai Calabria a Garofalo, vicinanza per le ragioni della protesta

In queste ore, manifesta tutta la sua preoccupazione anche Giuseppe Bellamena, presidente del settore panificazione della Claai (Confederazione libere associazioni artigiane italiane) di Reggio Calabria che, però, esprime vicinanza alla protesta: “Oggi le nostre aziende non sono più in grado di andare avanti a queste condizioni. Il governo deve intervenire immediatamente con misure straordinarie per calmierare e abbassare in modo strutturale i costi di luce, gas e carburanti. Esprimiamo piena vicinanza allo sciopero degli agricoltori e degli autotrasportatori. Come panificatori Claai siamo pronti e favorevoli a far fronte comune e a scendere in piazza per uno sciopero regionale”. Vicinanza alle ragioni della protesta manifesta anche Massimo Menna: “Non potrebbero essere altrimenti, dato che i nostri rapporti contrattuali con il settore sono legati al costo del carburante, quindi comprendiamo la situazione”. La protesta di un settore, ne danneggia un altro. “Sì, ma capiamo le ragioni. Ci si poteva muovere anche prima, per esempio incontrando subito gli autotrasportatori. Ci siamo resi conto giorni fa – aggiunge l’amministratore delegato del Pastificio Garofalo – di quali potessero essere i rischi dei blocchi. Ad oggi, però, l’importante è trovare una soluzione tempestiva che, almeno per il momento, se non strutturale possa almeno dare ossigeno. E voglio sottolineare anche la disponibilità e la collaborazione che in questi giorni abbiamo trovato da parte dei nostri fornitori”.

La geografia della produzione del pane che ora fa fermare le produzioni

Anche quelli di Garofalo sono per la maggior parte in Puglia. Per capire cosa sta avvenendo in queste ore, infatti, al dato sulle coltivazioni di grano duro è necessario aggiungere il racconto di ciò che avviene al grano coltivato. Perché per ogni passaggio, in queste ore, rappresenta un problema insormontabile. Primo: la semola di grano duro, quella tradizionalmente utilizzata per la pasta, si coltiva soprattutto in Puglia e Sicilia, quindi spesso a diversi chilometri di distanza dagli stabilimenti di produzione che, per esempio, ci sono in Campania o in Molise. E già questo sarebbe un ostacolo. Secondo problema: se il grano duro in chicchi è una materia prima resistente e può essere stoccato nei silos dei mulini per molti mesi senza perdere le sue proprietà nutrizionali e tecnologiche, discorso diverso vale per la semola (il prodotto della macinazione del grano). Una volta che il chicco viene spezzato e ridotto in sfarinato, infatti, entra a contatto con l’ossigeno e questo avvia un processo rapido di ossidazione e degradazione enzimatica. Per produrre una pasta secca di alta qualità, quindi, la semola deve essere idratata e impastata quasi subito, idealmente entro 24 ore dalla macinazione. Terzo: non tutti i pastifici hanno molini propri. Ergo: il mulino, che magari si trova in Puglia o in Sicilia, deve smettere di macinare perché non può spedire la semola fresca e non ha senso accumularla nei silos, perché andrebbe comunque a male. E così, non ricevendo la semola fresca entro le 24 ore dalla macinazione e una volta esaurite le scorte, i pastifici in Campania (e non solo) sono costretti a spegnere le linee di produzione, anche se a pochi chilometri di distanza ci sono silos stracolmi di grano intatto. Sette impianti molitori, in particolare, si trovano presso la sede centrale del Gruppo Casillo, a Corato, nel Barese.

I pastifici costretti a ridurre o fermare la produzione

A parte la Barilla, che ha diversi stabilimenti anche al Nord e a Pedrignano (Parma) c’è lo stabilimento storico con un grande mulino e il pastificio più grande del mondo, i principali produttori di pasta del Paese si trovano quasi tutti al Sud. Alcuni pastifici, come De Cecco, sono autosufficienti per i mulini, mentre altri – come Garofalo e Rummo – non lo sono e dipendono proprio dai camion che portano la semola fresca da Puglia e Sicilia. Come ha raccontato a La Repubblica Cosimo Rummo, amministratore delegato dell’omonimo pastificio, la produzione è stata interrotta dal 13 ottobre (“non arrivano camion né cisterne e abbiamo finito le scorte)”. La Molisana, invece, che ha sede a Campobasso è autosufficiente perché ha dei mulini di proprietà, ma lo è solo per metà produzione. L’azienda ha già ridotto drasticamente l’attività a causa delle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e degli imballaggi, oltre che dei problemi nella distribuzione del prodotto finito. Perché il problema riguarda sia l’arrivo delle forniture necessarie alla lavorazione e al confezionamento della pasta, sia l’impossibilità di spedire regolarmente la merce prodotta, con il rischio di esaurire gli spazi di stoccaggio. L’azienda ha confermato che lo stabilimento è ancora operativo, ma lavora a ritmi sensibilmente ridotti, utilizzando le scorte disponibili nei magazzini. Se i blocchi dei trasporti dovessero proseguire, la produzione potrebbe fermarsi completamente nel giro di pochi giorni. Si parla dei brand più venduti, stando ai dati di report di settore che includono non solo le vendite nella grande distribuzione, ma anche i canali di Food Service/Horeca, ossia ristorazione, hotel e catering, oltre che la vendita al dettaglio. La geografia della produzione di pasta è ben nota agli addetti ai lavori ed è proprio per questo che, nei giorni scorsi, il presidente di Italmopa, l’associazione che rappresenta l’industria molitoria nazionale, aveva scritto non solo al prefetto di Foggia, Antonio Giannelli, ma anche al ministro degli Interni, Matteo Piantedosi “per segnalare la situazione di assoluta emergenza derivante dal blocco spontaneo e non autorizzato dei mezzi pesanti attualmente in corso sul territorio pugliese”. Sono passati giorni, ma la protesta di camion e trattori sembra essere finita in agenda solo quando non è stato più possibile girarsi dall’altra parte.

L'articolo Blocchi e proteste, anche la pasta inizia a scarseggiare. Produttori in attesa che arrivi la semola da Puglia e Sicilia: “Il governo trovi ora una soluzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.

A Bruxelles l’azione degli europarlamentari M5s a sostegno di autotrasportatori e agricoltori del Sud Italia: “Siamo con voi”

By: F. Q.
20 October 2026 at 19:01

La protesta di agricoltori e autotrasportatori contro il caro carburante nel Sud Italia arriva al Parlamento europeo. A margine della plenaria di Strasburgo, la delegazione del Movimento 5 Stelle ha organizzato una manifestazione di solidarietà, esibendo cartelli con le scritte “Sud in crisi”, “Stop al carovita” e “Siamo con voi”. L’eurodeputato Mario Furore ha annunciato un’interrogazione urgente alla Commissione europea per sapere se il governo abbia informato Bruxelles delle proteste. Valentina Palmisano ha definito “sacrosante” le richieste dei manifestanti, mentre il capodelegazione Pasquale Tridico ha rilanciato la proposta di tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche per finanziare un credito d’imposta europeo sul carburante. Giuseppe Antoci ha criticato le politiche europee che penalizzano famiglie e lavoratori, rivendicando l’opposizione all’accordo Mercosur.

L'articolo A Bruxelles l’azione degli europarlamentari M5s a sostegno di autotrasportatori e agricoltori del Sud Italia: “Siamo con voi” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Decreto sicurezza, ok del Cdm. Meloni: “Nasce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione”. Saltano i poteri di polizia giudiziaria ai militari

20 October 2026 at 18:44

“Il fermo preventivo, che finora valeva solamente per gli adulti, si potrà applicare anche ai minorenni“. È la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a confermare la presenza del provvedimento, che per gran parte del pomeriggio è sembrato in bilico a causa dei dubbi del Colle. La norma che estende la linea dura anche agli under 18 dopo gli scontri e i saccheggi del week end a Milano è quindi contenuta nel nuovo decreto Sicurezza approvato in serata dal Consiglio dei ministri, risultato di una serie di limature fatte dopo le interlocuzioni con il Quirinale. Modifiche che hanno fatto saltare, come da previsioni, il conferimento di poteri di polizia giudiziaria ai militari, sul quale pesava la contrarietà del ministero dell’Interno, quella del presidente della Repubblica Mattarella e quella dei sindacati.

Appena terminato il Consiglio dei ministri, la premier sceglie di annunciare il nuovo pugno di ferro in un filmato pubblicato sui social prima della tradizionale conferenza stampa post vertice. Oltre 6 minuti e mezzo di video in cui spiega le novità del testo che riguardano chi partecipa a proteste e cortei. Una stretta sulla quale uffici e ministeri hanno iniziato a lavorare già da domenica proprio su impulso della presidente del Consiglio, allo scopo “di impedire che quello che abbiamo visto in questi giorni diventi la normalità”. Il decreto introduce un nuovo reato: la partecipazione violenta a una manifestazione. Se durante un corteo o una manifestazione, spiega la premier, “ti unisci a un gruppo di cinque o più persone e ti metti a tirare pietre, petardi, bastoni, metti in pericolo la sicurezza di tutti, rischi fino a cinque anni di carcere e fino a 20mila euro di multa“. Pene che aumentano se se la persona era a volto coperto o si trovava in gruppo. “Voglio essere chiara – aggiunge – non c’è idea politica, non c’è disagio sociale, non c’è opposizione al governo che possa giustificare la devastazione di un negozio per portare via la merce. Dietro quella vetrina c’è una famiglia che ha investito i sacrifici di una vita, ci sono i lavoratori che rischiano di perdere il proprio impiego, ci sono cittadini che hanno diritto di vivere la propria città senza paura. Non c’è niente di rivoluzionario nel devastare e nel rubare” che “non è protesta, è criminalità. E la risposta dello Stato deve essere ferma”.

L’altolà del Quirinale

Il passaggio più delicato, sul cui si sono concentrati i contatti tra gli uffici giuridici del Quirinale e quelli di palazzo Chigi, riguardava l’attribuzione di poteri di polizia ai militari. Una richiesta esplicitata dal ministro della Difesa Maurizio Crosetto, ma ritenuta impraticabile dal presidente Sergio Mattarella. Al Colle l’idea dell’esercito schierato nelle città, pronto ad arrestare cittadini, è apparsa più adatta a una dittatura militare che a una democrazia occidentale. Dopo un pomeriggio concitato la norma è quindi saltata dal testo finale. Davanti ai giornalisti, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha cercato di minimizzare le tensioni tra il Colle e l’esecutivo. “Nessuno stop c’è sempre un’interlocuzione col Quirinale, ma è sempre molto fluida, molto serena, costruttiva” ha detto.

Il risarcimento dei danni

Uno dei temi più dibattuti in queste ore è quello relativo al costo economico delle manifestazioni che degenerano in scontri e devastazioni, come quella dello scorso fine settimana. Il decreto appena approvato prevede che, nel caso sia coinvolto un minore, siano i genitori a pagare per lui. Lo ha spiegato il ministro Piantedosi. “Viene introdotta la possibilità che qualora il minore, anche non imputabile, partecipi alla commissione di fatti come quelli a cui abbiamo assistito in questi giorni, il prefetto può irrogare una sanzione amministrativa ai genitori da 500 a 1000 euro, raddoppiabile in caso di reiterazione”. Il prefetto – ha detto ancora il ministro – “quando irroga la sanzione può disporre una sorta di anticipazione del risarcimento del danno al genitore”, se si tratta di “danni allo Stato, alla Regione, agli enti locali, o danni di carattere pubblico”. Quando invece “sono commessi danni ai privati, il prefetto può ricorrere a un procedimento semplificato, per ottenere un riconoscimento veloce“.

Secondo la premier, in questo modo si applica “un principio semplice: chi rompe paga“. E “se chi rompe è un minorenne pagano i suoi genitori”. Se il danno è a un bene pubblico, una pensilina, un semaforo, una camionetta, “il prefetto manda a casa l’ingiunzione di pagamento. Se il danno è a un privato, una vetrina, un negozio, un auto, il proprietario va dal giudice e ottiene un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo. Certo, ci si potrà opporre, ma intanto i genitori di quel ragazzo che si è divertito a spaccare tutto dovranno pagare e chi ha subito il danno potrà rivalersi su tutto, sui beni di quella famiglia, anche sui soldi che lo Stato eventualmente le deve”.

Introdotto l’arresto differito

Illustrando il testo nella conferenza stampa, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato anche una modifica “al Codice di procedura penale che consente l’arresto differito“. Un istituto che esiste già per alcune circostanze, tra cui le violenze domestiche e i disordini in occasione di manifestazioni sportive, e che ora verrà esteso. “Il reato – ha spiegato il Guardasigilli, viene commesso al di là della flagranza. Vi sono casi in cui l’arresto in flagranza è obbligatorio e altri nei quali è facoltativo. In questi casi può essere anche differito. E, cioè, l’arresto può avvenire dopo la flagranza del reato e prima della emissione dell’ordinanza di custodia cautelare, che dovrebbe invece essere quella normale per la quale una persona viene incarcerata prima del giudizio”.

L'articolo Decreto sicurezza, ok del Cdm. Meloni: “Nasce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione”. Saltano i poteri di polizia giudiziaria ai militari proviene da Il Fatto Quotidiano.

Matera, la protesta degli studenti da anni senza una sede per il loro liceo: in corteo fino alla Provincia

20 October 2026 at 18:37

“Diritto a restare, diritto a studiare”. Dietro questo slogan, in queste ore, centinaia di studenti dei licei classico e artistico “Emanuele Duni” di Matera sono scesi in piazza per manifestare in maniera pacifica i disagi che vivono da anni nella loro scuola. Una storia come tante altre in Italia di promesse mancate, di cantieri mai finiti, di alunni costretti a vagabondare da una parte all’altra della città (firma qui la petizione del Fatto quotidiano “La scuola non si arma, si insegna”). A preoccupare gli studenti sono gli interventi edilizi interni ed esterni alla scuola in atto da un anno e l’ipotesi che la Regione Basilicata possa rientrare in possesso delle aule al primo piano del plesso, con il conseguente trasferimento di una parte delle classi in un’altra sede, al momento non individuata.

1 / 4

2 / 4

3 / 4

4 / 4

Una protesta che è servita dal momento che una delegazione è stata accolta dai vertici della Provincia e dal sindaco Antonio Nicoletti per un confronto che ha portato ad un obiettivo: istituire un tavolo di confronto mensile tra il rappresentante della Consulta provinciale degli Studenti, i futuri rappresentanti d’Istituto e la Provincia. I ragazzi avranno il compito di raccogliere e riportare le problematiche sollevate dalla componente studentesca, garantendo un dialogo diretto e continuativo con le istituzioni. Un traguardo a detta di Michele Caserta, rappresentante del classico che con i compagni ha organizzato la protesta. Gli studenti ci tengono a difendere il loro diritto di studiare. La storia del “Duni” risale al 1864: tra i suoi insegnanti più illustri c’è stato persino Giovanni Pascoli. Fino agli anni sessanta del secolo scorso il liceo si trovava a palazzo Lanfranchi, edificio del Seicento; successivamente è stato spostato in viale delle Nazioni Unite, in un edificio molto grande e rifornito di ogni mezzo per fare didattica.

“Nel settembre del 2018 – racconta Caserta – a seguito di carenze e problematiche strutturali di una certa importanza tutta la scuola è stata costretta ad abbandonare la sede storica trovando una prima sistemazione presso l’istituto agrario della città, per poi stabilirsi fino ad oggi nei locali della Regione Basilicata: un ex ospedale pediatrico che chiaramente non ha un’aula magna, dei laboratori, una palestra, una biblioteca. Fare scuola in queste condizioni è molto complicato”. Parole che sono diventate slogan per la manifestazione che ha visto le delegazioni dei licei in corteo fino alla Provincia per chiedere trasparenza sui tempi e sui piani degli interventi respingendo l’ipotesi di una divisione delle classi tra sedi differenti. La protesta sortito qualche risultato: “La Provincia ha chiesto alla Regione – continua Caserta – di posticipare gli interventi previsti nella nostra attuale sede di via Annibale Maria di Francia, riprogrammandoli per il periodo estivo, anche qualora ciò comportasse il pagamento di una penale. Allo stato attuale, non sono state individuate soluzioni che consentano di trasferire l’intera comunità scolastica in un’unica sede. Né la Provincia né il Comune dispongono, al momento, di strutture adeguate a ospitare tutte le classi del nostro liceo”.

L'articolo Matera, la protesta degli studenti da anni senza una sede per il loro liceo: in corteo fino alla Provincia proviene da Il Fatto Quotidiano.

Motori termici oltre il 2035, l’Europa fa un altro passo indietro

By: F. Q.
20 October 2026 at 18:22

Lo stop ai motori termici dal 2035 perde un altro pezzo del sostegno politico su cui era stato costruito. Dopo l’intesa raggiunta la scorsa settimana tra Francia e Germania, anche i principali gruppi del Parlamento europeo hanno trovato un accordo per allentare gli obiettivi sulle emissioni delle nuove automobili. Un passaggio che avvicina la revisione delle norme comunitarie, pur lasciando ancora aperta la strada verso l’approvazione definitiva.

Secondo quanto riportato da Bloomberg, il Partito Popolare Europeo, i Socialisti e Democratici e il gruppo liberale Renew Europe hanno concordato una proposta che prevede una riduzione delle emissioni di CO₂ dell’87,5% entro il 2035, rispetto ai livelli di riferimento stabiliti dalla normativa europea. Un ulteriore 7,5% potrebbe essere compensato attraverso l’impiego di acciaio verde nella produzione delle vetture.

La differenza rispetto al quadro normativo attuale è significativa. Il regolamento europeo ancora in vigore prevede una riduzione del 100% delle emissioni di CO₂ delle nuove auto dal 2035, ma già lo scorso dicembre la Commissione aveva proposto di abbassare l’obiettivo al 90%, compensando il restante 10% attraverso l’impiego di acciaio a basse emissioni e carburanti sostenibili. L’intesa raggiunta ora tra i principali gruppi parlamentari va oltre, fissando la riduzione all’87,5%, con un ulteriore 7,5% riconosciuto attraverso l’utilizzo di acciaio verde prodotto nell’UE.

L’accordo parlamentare arriva come detto a pochi giorni da quello tra Parigi e Berlino, che proponeva una riduzione del 90% senza l’obbligo di compensare il restante 10%. Le due formule non coincidono, ma condividono l’obiettivo di concedere maggiore flessibilità all’industria automobilistica europea, alle prese con gli investimenti nella transizione elettrica e la concorrenza dei produttori cinesi.

Manfred Weber, presidente del gruppo PPE, ha accolto l’intesa come un successo per il settore automobilistico, sostenendo che il divieto dei motori a combustione sia ormai superato. Una valutazione che anticipa però l’esito del percorso legislativo: le norme del 2035 restano in vigore e potranno cambiare soltanto dopo un accordo definitivo tra Parlamento e Stati membri.

La proposta comprende anche un ampliamento delle possibilità di utilizzare i cosiddetti supercrediti per i veicoli elettrici, oltre a requisiti meno severi per i veicoli commerciali leggeri. Restano da definire i dettagli dei meccanismi di compensazione e le condizioni alle quali i costruttori potranno continuare a vendere modelli termici.

Per l’industria europea, la revisione potrebbe prolungare la vita degli investimenti nei motori tradizionali e nelle tecnologie ibride, riducendo la pressione su stabilimenti e fornitori. Sul fronte opposto, chi sostiene gli obiettivi originari teme che un rallentamento della transizione finisca per ampliare il ritardo rispetto alla Cina nello sviluppo delle tecnologie elettriche.

Il prossimo passaggio è previsto per la fine di novembre, quando il Parlamento europeo dovrebbe votare la propria posizione. Seguirà il confronto con gli Stati membri per definire il testo finale. La direzione politica appare sempre più orientata verso una revisione del 2035, ma la portata delle concessioni all’industria e il futuro delle motorizzazioni tradizionali restano ancora da negoziare.

L'articolo Motori termici oltre il 2035, l’Europa fa un altro passo indietro proviene da Il Fatto Quotidiano.

Prima del mito, il sogno: la storia di Rocky sul grande schermo. Applausi alla Festa del Cinema di Roma

20 October 2026 at 18:10

Applausi scroscianti in ogni sala: I Play Rocky ha conquistato il pubblico della 21ª Festa del Cinema di Roma, dove è presentato nella sezione Grand Public. E certamente, quando uscirà nelle sale italiane il 31 dicembre, sarà il pubblico a decretarne il successo popolare. Perché di questo si tratta: un film che, agganciandosi al mito di Rocky, ne ripercorre la genesi e la trasforma in un’epopea dal sapore vintage, squisitamente divertente.

Tra i titoli finora visti alla kermesse capitolina, I Play Rocky è, insieme a Elsinore e in attesa di The Debut, uno dei film che hanno le carte in regola per affacciarsi all’imminente stagione dei premi, che culminerà con gli Oscar. Difficilmente, infatti, l’Academy resterà indifferente alla superlativa prova di Anthony Ippolito, quasi un clone di Sylvester Stallone, tanto fisicamente quanto nella tenacia. Ma tutto questo appartiene al futuro.

Il dato presente è che, dopo la presentazione al Festival di Toronto, I Play Rocky di Peter Farrelly, questa volta senza il fratello Bobby, è già un piccolo meta-cult. Il film celebra i cinquant’anni dell’iconica pellicola premiata con tre Oscar e ne prolunga il mito senza retorica né enfasi, concentrandosi sugli aspetti più intimi, esistenziali e antropologici della nota vicenda del giovane newyorkese Sylvester Stallone, allora un underdog in cerca della propria occasione.

Partendo dalla brillante sceneggiatura di Peter Gamble e avvalendosi della consulenza dello stesso attore e sceneggiatore, oggi ottantenne, Farrelly riesce a restituire un racconto in sintonia con il leggendario originale per tono e look indipendente, pur adottando un registro comico decisamente diverso dall’epica drammaticità che pervade il film sceneggiato e interpretato da Stallone.

Il fulcro di I Play Rocky è racchiuso proprio nella frase scelta come titolo: “Io recito Rocky”, mentre il titolo italiano previsto per l’uscita sarà Rocky sono io. Una dichiarazione che sottolinea la reale ostinazione di Sylvester Stallone, capace di rifiutare offerte assai generose pur di non cedere il suo magico copione e rinunciare a interpretarlo. Un “gran rifiuto” che sfidava la povertà in cui lui e la moglie Sasha versavano, mentre erano in attesa del loro primo figlio. Eppure fu proprio quella scelta la chiave vincente per entrare nel mito.

In definitiva, poco importa che il pubblico conosca già il lieto fine. Ciò che brilla nel film di Farrelly è il ritmo, insieme alla forza della commedia sociale e umana e a un percorso a ostacoli che parla al presente, in una Hollywood spesso ostile ai sogni fuori dagli schemi. Già, perché I Play Rocky è anche un film sul fare cinema con un budget ridotto, capace di dialogare con la contemporaneità, in cui la crisi sociale e la ferocia dello show business appaiono sempre più evidenti. Ma i sognatori caparbi e tenaci come rocce non smetteranno mai di nascere, esistere e vincere. Del resto, la dedica pronunciata da Stallone agli Oscar del 1977 è rimasta leggendaria e conserva tutta la sua attualità: “A tutti i Rocky del mondo, vi amo!”.

Apparentato a I Play Rocky soltanto per lo spirito di endurance incarnato dal protagonista, il documentario polacco Closure di Michal Marczak, in concorso nella sezione Progressive Cinema, racconta la tenace ricerca di un figlio scomparso da parte di suo padre.

Il regista ha seguito con la videocamera gli eventi successivi alla probabile scomparsa nelle acque della Vistola del sedicenne Krzysztof “Chris” Dymiński, un fatto di cronaca che ha scosso l’intera Polonia. Lirico nel suo farsi elegia funebre e meditazione su una perdita ancora senza risposte, Closure accompagna una famiglia che non ha smesso di cercare Chris e amplia la vicenda fino a farne una riflessione universale sul dolore provocato dalla scomparsa di una persona cara, tanto più insopportabile quando si tratta di un figlio. Un padre che non si dà pace e sperimenta ogni strumento possibile per setacciare il grande fiume, una madre che ogni sera attende il ritorno del figlio: una storia emozionante che, lentamente, trascina lo spettatore dentro il dolore di questi genitori, rendendolo partecipe di un’attesa sospesa tra speranza e disperazione.

L'articolo Prima del mito, il sogno: la storia di Rocky sul grande schermo. Applausi alla Festa del Cinema di Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.

Usa 2026, il Washington Post: “Ex funzionari del Pentagono istruiscono gli Stati per proteggere il voto dalle interferenze di Trump”

20 October 2026 at 18:07

Il timore è diffuso, non solo in ambienti democratici: l’amministrazione Trump potrebbe tentare di interferire nelle elezioni di medio termine del 3 novembre, cruciali per il prosieguo del mandato del tycoon. Per questo alcuni funzionari americani stanno fornendo consulenze private ai governi statali e ad alcuni membri del Congresso su come prepararsi all’eventualità. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti tra cui due di questi funzionari, secondo le quali il gruppo è composto da circa 10 persone con esperienza all’interno del Dipartimento della Difesa. Il loro sforzo è dettato dal crescente timore che Donald Trump possa mettere in pericolo la democrazia mettendo a rischio l’integrità del voto per mantenere il controllo del Partito repubblicano sul Congresso.

Il quotidiano, che non rivela il nome dei funzionari intervistati o dei congressisti e leader statali con cui si sono incontrati, afferma di aver visionato anche alcuni dei documenti preparati per gli incontri tesi ad aiutare le autorità statali a proteggere il processo elettorale. Incontri – sottolineano i funzionari – che sono stati condotti in maniera privata, non nell’ambito del loro ruolo di dipendenti governativi. Bisogna ricordare che Trump al suo ritorno alla Casa Bianca ha condotto una crociata contro quello che definisce il “deep state“, cioè i funzionari interni che lavorerebbero per minare la sua presidenza, avviando, anche con il sostegno del Department of Government Efficiency affidato per alcuni mesi a Elon Musk, consistenti purghe di funzionari di carriera non considerati fedeli.

Negli ultimi mesi, il gruppo ha avuto incontri in 10 Stati, parlando con governatori, funzionari elettorali e membri del Congresso di entrambi i partiti che condividono il timore di un intervento federale nelle elezioni, hanno spiegato ancora le fonti del Washington Post. “Tutti ci hanno detto che sono preoccupati ma non sanno cosa fare, il risultato che speriamo è che gli stati possano essere preparati ad ogni emergenza che possa crearsi”, aggiungono, sottolineando che negli incontri è stato illustrato come l’amministrazione Trump potrebbe usare i poteri federali per interferire nelle elezioni, comprendendo attività sia legali che illegali. La preoccupazione principale è che Trump possa schierare militari o agenti federali anti-immigrati, come il controverso U.S. Immigration and Customs Enforcement, davanti ai seggi o cercare di annullare i risultati denunciando frodi.

L’obiettivo dei funzionari è far crescere la consapevolezza da parte membri del Congresso, soprattutto tra i repubblicani, di questi rischi in modo da essere pronte a opporsi pubblicamente a questi tentativi, mentre con le autorità statali si è puntato a rafforzare le misure e i protocolli elettorali in modo da scongiurare strumentalizzazioni da parte del governo federale di eventuali debolezze. Infine, i funzionari intervistati dal Post ci tengono a sottolineare che i loro timori nascono unicamente dall’analisi delle dichiarazioni pubbliche di Trump e dei suoi alleati, e non specifiche informazioni a cui possono aver avuto accesso in qualità di funzionari federali.

Una portavoce della Casa Bianca, Lauren Bis, ha liquidato come infondati i timori, accusando invece i democratici di non volere leggi elettorali più severe. L’amministrazione Trump, ha affermato in una dichiarazione, “sta portando avanti un’azione decisa per proteggere le nostre elezioni, perseguendo crimini elettorali, rafforzando la sicurezza delle infrastrutture e proteggendo gli elettori vulnerabili da frodi e coercizioni”. Il presidente, ha concluso, “sta dicendo chiaramente che chiunque voti illegalmente nelle nostre elezioni dovrà rispondere delle sue azioni”.

L'articolo Usa 2026, il Washington Post: “Ex funzionari del Pentagono istruiscono gli Stati per proteggere il voto dalle interferenze di Trump” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Avellino, assenza ingiustificata e sanzioni per gli studenti che hanno scioperato. Dopo le polemiche il preside fa marcia indietro

20 October 2026 at 18:04

Gli studenti vanno in piazza a scioperare, il preside minaccia sanzioni disciplinari e chiede ai genitori di venire di persona a dichiarare che l’assenza era “ingiustificata”. Poi, dopo le polemiche, è costretto al passo indietro. Il caso è scoppiato nei giorni scorsi nel Polo liceale di Ariano Irpino, dopo che circa 400 giovani hanno aderito alla manifestazione studentesca di venerdì 16 ottobre ad Avellino. Contro di loro si è scagliato il preside Gerardo Cipriano, che ha diffuso una prima circolare (la numero 85) in cui definiva l’assenza “ingiustificata” e dichiarava che avrebbe influito “sulla valutazione della condotta disciplinare dello studente”. A protestare è stato il Collettivo studentesco di Irpinia e i Giovani Comunisti che hanno parlato di atto “intimidatorio“. Le conseguenze per gli studenti vengono “ingigantite e falsate”, si legge nella nota, mentre gli studenti sono scesi in piazza per rivendicare “il diritto allo studio e un miglioramento delle condizioni della scuola stessa”. In piazza, durante lo sciopero, gli studenti hanno protestato per le condizioni degli edifici scolastici, la carenza di personale, gli stipendi degli insegnanti, il costo dei trasporti e hanno portato avanti la richiesta di investire nell’istruzione anziché nel riarmo (firma qui la petizione del Fatto “La scuola non si arma, si insegna”).

Come riporta Avellino Today, la circolare prevedeva una giustificazione ad hoc da parte dei genitori dell’alunno assente. Non più la solita modalità telematica, ma per l’assenza del 16 ottobre ai genitori veniva richiesto di compilare un modulo specifico in cui consideravano “ingiustificata” l’assenza del figlio e legittimare – di conseguenza – i docenti a valutare in modo negativo il loro comportamento. “Viene demandata al genitore una dichiarazione di colpevolezza del proprio figlio dall’essersi astenuto dalle lezioni”, aveva commentato così Faustino Liuzzi, l’avvocato a cui si sono rivolti gli studenti, ai microfoni di Irpinia Tv. Per il legale, la definizione di “ingiustificata” e il carattere collettivo, presenti nella circolare, erano già motivo di illegittimità.

Dopo le polemiche, il dirigente scolastico Cipriano, ha fatto marcia indietro, pubblicando una nuova circolare, la numero 87, che modifica le disposizioni precedenti: le assenze degli studenti che hanno partecipato alla manifestazione del 16 ottobre potranno essere giustificate attraverso il registro elettronico Argo, senza che i genitori debbano presentarsi personalmente a scuola. Escluse anche le conseguenze disciplinari: non saranno avviati procedimenti né applicate sanzioni individuali o collettive, e nessuno studente sarà escluso dalle lezioni o dalle attività didattiche. Al loro posto, la scuola prevede momenti di riflessione nell’ambito dell’educazione civica, dedicati ai diritti, ai doveri e alla partecipazione democratica. Intervistato da Alanews, Cipriano ha sostenuto che la prima comunicazione non era sufficientemente chiara, pur ribadendo che “il diritto di sciopero spetta ai lavoratori e non agli studenti, per i quali la frequenza scolastica rimane un obbligo”.

L'articolo Avellino, assenza ingiustificata e sanzioni per gli studenti che hanno scioperato. Dopo le polemiche il preside fa marcia indietro proviene da Il Fatto Quotidiano.

Claudio Mattio trovato morto in una scarpata: storico dirigente del ciclismo cuneese, aveva 66 anni

20 October 2026 at 18:03

Da tre anni era andato in pensione dal suo lavoro, ma mai dalla sua passione. Anche ieri, lunedì 19 ottobre, Claudio Mattio era salito a Elva per un appuntamento in Municipio: sta lavorando a un sopralluogo su alcuni percorsi destinati a un prossimo evento ciclistico. Non è più tornato a casa. La moglie ha lanciato l’allarme, le ricerche sono proseguite per tutto il giorno. Poi la tragica scoperta: l’auto di Mattio è stata ritrovata in una scarpata della strada del Colle di Sampeyre. È morto a 66 anni, lasciando un grande vuoto nella sua famiglia e anche nel ciclismo cuneese.

Mattio era appunto un ex dipendente del Comune di Revello. Grande appassionato di ciclismo, aveva gareggiato fino ai dilettanti e poi era salito in ammiraglia. Era presidente della società Vigor di Piasco, ma si occupava anche dell’organizzazioni di gare ed eventi. “Pur non avendolo avuto come dipendente – ricorda il sindaco di Revello, Paolo Motta – conoscevo Claudio personalmente e ne ho apprezzato le doti umane e professionali, il suo entusiasmo nell’organizzazione di eventi sportivi”.

“Amava il ciclismo e la sua passione per la bicicletta raccontava qualcosa di lui, del suo modo di vivere e di sentire. Davanti a questa notizia che mi lascia sconvolta, faccio fatica ad accettare che il suo viaggio si sia interrotto”, scrive invece la sindaca di Piasco, Stefania Dalmasso. Il suo ricordo commosso prosegue: “Piasco perde un amico, una persona legata a una passione autentica, quella del ciclismo, che da decenni coinvolge tutta la nostra comunità. E io perdo qualcuno a cui ero legata da affetto e amicizia. Non posso che esprimere le sincere condoglianze, anche a nome della nostra comunità alla moglie Maria e alla figlia Erika, oltre che ai fratelli Silvio e Luciano e a tutta la grande famiglia Mattio”.

L'articolo Claudio Mattio trovato morto in una scarpata: storico dirigente del ciclismo cuneese, aveva 66 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Datemi fiducia, pensate che io sia innocente. Ho perso moglie e figlia”, lo sfogo di Gianni Di Vita

20 October 2026 at 18:00

“Sono passati dieci mesi, sono esasperato. Non ce la faccio più, rendetevi conto che ho perso una moglie e una figlia”. È lo sfogo di Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre di Sara, la quindicenne morta insieme alla madre a seguito di un avvelenamento da ricina a Pietracatella, in Molise. Davanti alle telecamere della trasmissione di Rai Uno La vita in diretta, l’uomo esprime tutta la fatica di convivere con un dolore che, dice, non può essere raccontato davanti a un microfono. “Il dolore è una cosa intima, privata. Io ne parlo con mia figlia, con i miei cari, con i miei amici. Non ne posso parlare davanti a un microfono”. Poi l’appello: “Datemi fiducia un attimo, per un secondo pensate che io sia innocente”.

Mentre le parole di Di Vita riaccendono l’attenzione sul caso, proseguono le indagini sulla morte delle due donne, avvenuta tra il 27 e il 28 dicembre 2025. Uno degli aspetti ancora da chiarire riguarda l’origine della ricina che ha provocato l’intossicazione mortale e le modalità con cui il veleno sarebbe stato procurato. Negli ultimi giorni si sono moltiplicate le segnalazioni di piante di ricino alle forze dell’ordine. L’ultimo episodio, in ordine di tempo, riguarda Casacalenda, in provincia di Campobasso, dove gli investigatori della Squadra Mobile sono intervenuti su indicazione di un cittadino. Le piante sono state fotografate e ne è stata verbalizzata la presenza; secondo una delle ricostruzioni diffuse, sono stati inoltre prelevati campioni di vegetazione nei pressi del liceo delle Scienze Umane del paese.

La zona non è estranea all’inchiesta: proprio venerdì scorso, nello stesso istituto, si era conclusa una delle quattro perquisizioni informatiche disposte dalla Procura di Larino e condotte dalla Squadra Mobile e dallo Sco. Gli investigatori stanno cercando eventuali tracce di ricerche online sulla ricina e su sostanze e procedimenti collegati. Nell’ambito degli accertamenti non sono stati sequestrati computer, ma sono stati acquisiti i dati della rete centralizzata ed è stata effettuata la copia forense di un notebook.

Al momento, tuttavia, non è stato accertato alcun collegamento tra le piante individuate nei pressi della scuola, il computer sottoposto a copia forense e la morte di Antonella e Sara. Le verifiche sulla presenza del ricino sul territorio vengono definite dagli ambienti investigativi come attività ordinarie, senza che siano emersi elementi in grado di collegare gli esemplari segnalati agli omicidi. Le segnalazioni, del resto, non riguardano soltanto Casacalenda. Nei giorni precedenti piante della stessa specie erano state individuate a Riccia, nelle campagne di Sant’Elia a Pianisi, nella zona del lago di Occhito, al confine tra Molise e Puglia, e nelle campagne di Campodipietra. In alcuni casi, gli esemplari presentavano numerosi semi, la parte della pianta dalla quale è possibile estrarre la ricina. Anche a Castelpagano, in Campania, erano state segnalate piante analoghe.

Gli accertamenti mirano a chiarire uno degli interrogativi centrali dell’inchiesta: se il veleno possa essere stato ricavato dai semi del ricino oppure se sia stata utilizzata una sostanza già preparata e procurata attraverso altri canali. Per ora nessuna delle due ipotesi risulta accertata. Le analisi condotte dal Centro antiveleni Maugeri di Pavia sui campioni biologici delle vittime avevano individuato lectine e frammenti proteici riconducibili al Ricinus communis, risultati compatibili con un’intossicazione acuta da ricino confermata dall’autopsia. Resta però da stabilire in quale forma la sostanza sia stata assunta.

Sul fronte investigativo, non sono esclusi nuovi interrogatori nei prossimi giorni. La pista seguita resta quella passionale e, negli ultimi giorni, sono emersi dettagli relativi ad alcune deposizioni di Gianni Di Vita, durante le quali l’ex sindaco avrebbe ammesso di aver avuto una relazione extraconiugale con un’insegnante sua amica da molto tempo.

L'articolo “Datemi fiducia, pensate che io sia innocente. Ho perso moglie e figlia”, lo sfogo di Gianni Di Vita proviene da Il Fatto Quotidiano.

Zeekr, oltre 4.100 chilometri in 24 ore sul raccordo anulare di Roma

By: F. Q.
20 October 2026 at 17:53

Oltre 4.100 chilometri percorsi in 24 ore, senza mai lasciare il Grande Raccordo Anulare di Roma. È il bilancio della 24 Heures du GRA, la prova di durata organizzata da Zeekr per verificare autonomia, consumi e capacità di ricarica dei modelli elettrici 7X e 7GT.

Le due vetture, entrambe nella versione Long Range a trazione posteriore e con batteria da 100 kWh, hanno viaggiato su strade aperte al traffico, alternando la guida alle soste presso una stazione di ricarica IPlanet da 300 kW.

La Zeekr 7X ha percorso 2.059,8 chilometri, equivalenti a 31 giri del raccordo, con un consumo medio dichiarato di 21,2 kWh/100 km. La 7GT ha invece raggiumto 2.098,7 chilometri, completando 31,5 giri e registrando un consumo di 18,8 kWh/100 km.

Il dato più significativo riguarda le ricariche: ciascuna vettura ha effettuato sette soste, compreso il rabbocco finale, per un tempo complessivo di 100 minuti sulla 7X e 109 minuti sulla 7GT. Nelle dodici sessioni complete, le auto hanno recuperato in media 68,4 kWh in 15 minuti e 50 secondi, con picchi di potenza vicini ai 300 kW. Entrambi i modelli possono teoricamente raggiungere i 420 kW utilizzando infrastrutture compatibili.

L’energia complessiva erogata è stata di 862,88 kWh. Applicando la tariffa IPlanet Plus di 0,52 euro/kWh, la spesa è stata di 448,70 euro per entrambe le vetture. Senza abbonamento, alla tariffa di 0,74 euro/kWh, sarebbe salita a 638,53 euro. I conteggi comprendono anche le ricariche conclusive.

La prova ha messo in evidenza il ruolo cruciale della ricarica ultrarapida nella mobilità elettrica sulle lunghe distanze. Più che sull’autonomia di una singola carica, Zeekr ha puntato sulla possibilità di sostenere percorrenze elevate riducendo i tempi di fermo. Un risultato ottenuto in condizioni specifiche, con infrastrutture ad alta potenza sempre disponibili

L'articolo Zeekr, oltre 4.100 chilometri in 24 ore sul raccordo anulare di Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.

“A Milano rischio violenze neofasciste”, “Piazza unita anche con i neri”: i collettivi studenteschi contestano gli apolitici di Telegram. “Usate chat segrete e messaggi cifrati”

20 October 2026 at 17:51

Le locandine sono pronte, in vista delle proteste di sabato 24 ottobre, a Milano e nelle principali città del centro e del nord Italia. “Diffondiamo ovunque, facciamo girare e stampiamo e attacchiamo ovunque in città”, è l’invito lanciato alle 9 del mattino nel gruppo Telegram Movimento 17 ottobre. La chat conta oltre 3.500 iscritti e 1.600 messaggi, raccolti in poco più di 24 ore. Gli anonimi contestatori sono divisi, a giudicare dalle conversazioni di queste ore. Una corrente invoca un’organizzazione in vecchio stile, con lo striscione in testa al corteo e servizio d’ordine per gestire infiltrati e provocatori violenti, additati come neofascisti o agenti in borghese. La linea tradizionale è sostenuta dai collettivi studenteschi milanesi, di sinistra. Propongono l’esclusione dell’estrema destra dalle manifestazione. Ma in chat molti non sono d’accordo e rilanciano l’unità della piazza, rifiutando etichette politiche e includendo i “neri”: “O ma parlate tutti di fascisti che non volete, ma stiamo facendo una protesta per una rivoluzione? O contro i fascisti, si deve scendere tutti insieme se volete qualcosa”, scrive un utente. “Dobbiamo avere un indirizzo politico chiaro”, ribatte il nickname Nuel.

La frattura tra collettivi studenteschi di sinistra e gli apolitici di Instagram e Telegram

La frattura non si esprime solo in chat. I rappresentanti delle due anime si sono riunite in assemblea alla vigilia delle proteste, per valutare la possibilità di unirsi in piazza. Da una parte gli studenti dei collettivi. Dall’altra, gli organizzatori della pagina Instagram Italiainpiazza17, detonatore social delle contestazioni di sabato. I primi hanno risposto picche, per due ragioni. La prima: “Possibile presenza di realtà neofasciste all’interno del corteo”. La seconda: “Mancanza di una linea politica chiara e l’eccessiva vaghezza del messaggio della manifestazione”. Così le strade si sono divise, come illustra il verbale della riunione, in possesso de ilfattoquotidiano.it. Il timore di violenze da parte dell’estrema a destra, a Milano, riecheggia forte anche nel gruppo Telegram.

“Neofascisti a Milano. Occupiamo il Comune per depistare militari a piazza Duomo”

“Qualcuno ha notizie sulla presunta presenza di neofascisti violenti?”, scriveva in chat SoraKH, ieri. “Sono arrivate voci che si stanno organizzando per il 24, 1700 persone armate ma dubito fortemente”, l’immediata risposta del profilo Giulio Andreotti. “Facciamo ronde antifa”, propone Sivallettoh. “Rimaniamo compatti e cerchiamo comunque di fare qualcosa”, rimbecca “Andreotti” invitando all’unità. Non solo i gli estremisti di destra. In chat, la frangia “politica” teme devastazioni indiscriminate, senza escludere azioni non violente contro i palazzi istituzionali.

Poco dopo la mezzanotte, un messaggio ammoniva sui militari a Milano, suggerendo di ingannare agenti e provocatori per manifestare in sicurezza: “Stanno mobilitando l’esercito per sabato in Duomo state attenti, cambiare zona in anonimato, senza farlo sapere create gruppi chiusi con controlli su chi entra. E organizziamo. Una cosa fatta bene così la celere si scontrerà con i mong… che vanno a distruggere, e noi dall’altra parte potremo fare qualcosa di serio!”. E ancora: “Depisterei gli sbirri facendogli credere che scendiamo al Duomo, e invece si va altrove, questo di sicuro non fermerà la celere nell’esercito ma ci potrebbe far guadagnare tempo..”. L’utente, con nickname M, propone un nuovo obiettivo della protesta: “Andiamo a Loreto davanti al Comune e occupiamolo”. “Vanno fermati tutti gli edifici che impattano sul sistema”. Vengono citate citate Inps e banche.

“Esercito in piazza? No paranoia, propaganda di Meloni”

Molti in chat temono il pugno duro del governo contro la piazza. Il profilo Movimento 17 Ottobre condivide il lancio di agenzia con l’annuncio del vicepremier Tajani: “Cinquecento militari in più a Milano”. Anche in Toscana qualcuno è preoccupato: “A Firenze come pensate di fare che è pieno di militari?”. “Noi siamo pirati”, la risposta accompagnata da un’illustrazione ad hoc firmata dall’Intelligenza artificiale. A chi invoca rassicurazioni giungono risposte spavalde: centinaia di militari “in una città come Milano non fanno un cazzo. Solo propaganda” di Meloni, “una mossa di Giogggggia per farsi dire brava, sta facendo qualcosa questo governo”. I prudenti sottolineano che “avranno diritto di arrestare” e “chi è maggiorenne, cosa rischia?”. La risposta elenca “il fermo, devastazione e saccheggio (c.p 419), resistenza a pubblico ufficiale (c.p 337) nei casi peggiori pluriaggravata. Ma è sempre stato così, non fatevi prendere dalla paranoia”, incoraggia Demetrius. Molti non sono convinti. Il “principe Sayan” dice di vivere a Catania e punta il dito contro le priorità del governo: “Al sud ci sono i supermercati vuoti e questi il massimo che fanno è schierare 500 militari”.

24 ottobre, la mappa delle proteste: Bologna, Torino, Roma, Bari, Padova, Genova

Il gruppo Telegram, oltre alla chat generale con migliaia di messaggi, è divisa in canali di comunicazione locali. Bologna, Torino, Roma, Bari, Padova, Genova: ciascuna città ha la sua chat separata per consentire l’organizzazione sul posto. Ogni sottogruppo ha condiviso la locandina per l’appuntamento del 24 ottobre. E in “zona Marche niente?”, chiede Kknote. “Ad Ancona non si fa niente di serio”, dice sconfortato. Al Sud “Irma Bandiera” – che prende il nome da un’eroica partigiana di Bologna – tratteggia il dipinto della decadenza: “Gli agricoltori e i fornai stanno protestano per il caro carburante e mancanza di materie prime, noi giovani non riusciamo a vedere un futuro, salari bassi e lavori precari, mentre le nostre famiglie faticano a curarsi per i costi e le liste d’attesa, mentre le scuole cadono a pezzi”.

Chat segrete per organizzarsi: Signal Bitchat, Briar. E GrapheneOS per cancellare i dati

Quello che è emerso in questi giorni, cioè che si tratta di gruppi di contestatori così diversi, divisi per geografia e idee politiche, piomba anche sulle chat dei social. L’ala movimentista, nata sui social con il fortino su Telegram, rifiuta capi, gerarchie e disciplina: “Il nostro obiettivo è decentralizzare il più possibile questa rete, così che sia difficile per lo Stato reprimerci. Più siamo diffuse e diffusi, più siamo forti”, mette in chiaro il post fissato all’inizio della chat. Si prediligono i messaggi cifrati in chat per dare il via alle proteste locali: “L’organizzazione spetta a ogni città, in autonomia: di persona, nelle piazze, e su gruppi Signal creati da chi partecipa, in modo anonimo. Questi gruppi vanno aperti solo per la giornata di piazza e cancellati subito dopo”. Non solo Signal, dice un utente, ma anche “Bitchat durante le manifestazioni, che non usa dati cellulare”. Così “possiamo depistare i puffi”, ovvero gli agenti, “perché lavora solo bluetooth”. Anche Briar è consigliata, oltre a GrapheneOS per cancellare all’occorrenza ogni dato sullo smartphone.

“C’è qualche maggiorenne qui?”

La cosiddetta “decentralizzazione”, che appare come un “caposaldo” dei fondatori del gruppo Telegram, viene contestata. “Il Moicano” invoca soluzioni vecchio stampo, come quelle dei partiti di sinistra negli anni della contestazioni: “Ma come è strutturata la manifestazione?? Parlo di ruoli, perché secondo il mio umile parere bisogna avere una prima linea, un servizio di ordine (per arginare eventuali “infiltrazioni di stato” chiamiamole così) Poi bisogna avere chi mostra gli striscioni che prevalentemente dovrebbero essere anziani e donne, cosa contraria per la prima fila…”. Dice di avere 37 anni. Molti in chat sono più giovani, forse anche minorenni. “C’è qualche altro ragazzo maggiorenne qui?”, domanda un utente. Ma arriva l’alt del nickname Movimento 17 ottobre: “Non date informazioni personali. Molti sbirri fanno questo tipo di domande. Stiamo attenti”. Syrex insiste: “Quanti anni avete voi raga?”. Nessuna risposta. Ma giunge l’appello per sgli studenti delle scuole superiori: “Per tutti i liceali qua dentro: organizzatevi con i vostri collettivi, perché “di persona in una scuola siete intoccabili”.

L'articolo “A Milano rischio violenze neofasciste”, “Piazza unita anche con i neri”: i collettivi studenteschi contestano gli apolitici di Telegram. “Usate chat segrete e messaggi cifrati” proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌