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Giordania, attacco armato a una chiesa a sud di Amman: “Almeno 7 morti”

23 October 2026 at 14:26

Attacco in una chiesa in Giordania. Almeno 2 uomini armati sono scesi da un veicolo e hanno aperto il fuoco durante un corteo funebre presso la chiesa di Hamoud nella provincia di Karak, a sud della capitale Amman. Almeno 7 persone sono rimaste uccise, altre 10 sono rimaste ferite, molte delle quali in maniera grave. E’ in corso una vasta operazione per trovare i responsabili.

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Acqua in bottiglia, radio a manovella e cibo in scatola: la guida di sopravvivenza di Londra contro crisi climatica e “potenze ostili”

23 October 2026 at 12:26

La campagna, che durerà tre anni, è stata lanciata dal Cabinet Office, il dipartimento che si occupa del coordinamento del governo britannico, e mira a persuadere le persone a fare scorta di provviste sufficienti per 72 ore, in un contesto di crescente preoccupazione ufficiale per l’impatto della crisi climatica, la dipendenza tecnologica e le minacce provenienti da stati ostili. La campagna “Be Ready” è stata illustrata in Parlamento dal ministro per la Sicurezza Dan Jarvis, secondo cui “chiunque possa seguire questi consigli dovrebbe farlo”: meno pressione sui servizi di emergenza significa poter dare la priorità a chi ne ha davvero bisogno. Le azioni chiave sono due: tenere in casa acqua in bottiglia e cibo non deperibile sufficienti per tre giorni e iscriversi, se si ha diritto, al Priority Services Register, il registro gratuito che segnala alle aziende di luce, gas e acqua i clienti più fragili da assistere per primi in caso di guasti.

Secondo le nuove linee guida del governo, ogni cittadino britannico è invitato a fare scorta di nove litri di acqua in bottiglia e di cibo sufficiente per tre giorni, al fine di garantire la sopravvivenza delle famiglie in caso di emergenze meteorologiche, informatiche o di altro tipo grave. Dan Jarvis, il ministro della sicurezza, ha affermato che “chiunque possa seguire questo consiglio dovrebbe farlo”. Si tratta di “semplici passi per essere pronti alle emergenze quotidiane” nell’ambito di un più ampio sforzo a livello comunitario “per migliorare la nostra resilienza come nazione”, ha aggiunto.

Wes Streeting, il ministro della Difesa, ha aggiunto che la Gran Bretagna deve anche prepararsi alla minaccia del “terrorismo sponsorizzato dallo Stato” da parte della Russia o di altre potenze ostili, prendendo di mira le infrastrutture quotidiane. “Di fronte a queste minacce, che non sono ipotetiche ma reali, e non provengono da altrove ma sempre più spesso sono qui, dobbiamo farci avanti e prendere sul serio la nostra resilienza nazionale, oltre alla nostra difesa nazionale”.

Si consiglia di tenere a casa una scorta di coperte e denaro contante, oltre a un kit di pronto soccorso, una torcia con batterie e una radio FM a manovella. È inoltre necessario conservare tre litri d’acqua a persona al giorno per bere, e una quantità maggiore per cucinare e lavarsi, aggiungono le linee guida. Ad agosto il governo aveva annunciato che ai cittadini del Regno Unito sarebbe stato consigliato di fare scorta di cibo in scatola, ma la campagna ‘Be Ready’ del Cabinet Office è più specifica. Sarà seguita da una campagna pubblicitaria sui social media e alla radio.

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Attacco a Hebron, l’ultradestra fa scattare le ruspe. Smotrich: “Demolizione immediata di edifici arabi”. Ben Gvir: “Ora smantellare l’Autorità Palestinese”

23 October 2026 at 12:16

L’attacco armato avvenuto questa mattina a Hebron da parte di due cittadini palestinesi scatena la prevedibile controffensiva politica dei partiti dell’ultradestra israeliana, alla vigilia delle elezioni parlamentari del 27 ottobre. “In seguito all’attentato – ha annunciato su X il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich -, ho disposto la demolizione immediata di un’ampia serie di edifici arabi abusivi situati nelle immediate vicinanze del luogo dell’attentato in Cisgiordania. L’ordine sarà eseguito entro la prossima ora e le operazioni proseguiranno nel corso delle ore pomeridiane”.

“E’ inevitabile una campagna militare su vasta scala in Giudea e Samaria (nome che le autorità israeliane usano per indicare i Territori occupati, ndr) per smantellare l’Autorità Palestinese, sequestrare le armi ed eliminare i terroristi. Proprio come a Gaza e in Libano”, aveva commentato il leader del Partito Nazionale Religioso-Sionismo Religioso subito dopo l’attentato. ”Nell’attuale governo, abbiamo guidato una rivoluzione negli insediamenti che stronca la pericolosa idea di instaurare uno stato terrorista nel cuore dello Stato di Israele, ma il compito non sarà completato senza un cambiamento del concetto di sicurezza e senza sconfiggere il terrorismo e i suoi responsabili con un’ampia campagna militare. Nel prossimo governo, questo sarà uno dei primi passi che dovremo esigere e attuare”, ha aggiunto.

Anche il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, anch’egli esponente dell’estrema destra, ha chiesto lo smantellamento dell’Autorità Palestinese. “Dobbiamo agire prima che sia troppo tardi. L’Autorità Palestinese deve essere smantellata e smilitarizzata, e la sua infrastruttura terroristica completamente eliminata”, ha affermato il leader di Otzma Yehudit. Noto per le sue posizioni estremiste, Ben Gvir ha affermato che l’attacco a Hebron dimostra che Israele deve limitare la libertà di movimento dei palestinesi in Cisgiordania: “Le vite degli abitanti della Giudea e della Samaria, dei coloni, le vite dei soldati, delle forze di polizia e dei nostri combattenti sono un milione di volte più importanti della libertà di movimento”.

Hamas, intanto, esulta per l’attacco avvenuto nei pressi dell’incrocio di Yehuda: “L’eroica operazione nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, rappresenta una vivida espressione della volontà del nostro popolo tenace e invia un messaggio chiaro al nemico sionista: la nostra resistenza continua, e sarà sempre più formidabile e intensa, finché l’occupazione non sarà scacciata dalla nostra terra e dai nostri luoghi sacri”, ha scritto l’organizzazione sul suo canale Telegram.

“Questa eroica operazione costituisce una risposta naturale e legittima ai crimini in corso e alle brutali aggressioni contro il nostro popolo: non deporremo le armi finché l’aggressione non cesserà, l’occupazione della nostra terra non avrà fine e la benedetta Moschea di Al-Aqsa non sarà purificata dalla profanazione dei coloni usurpatori”, aggiunge la nota, in cui Hamas lancia “un appello a tutti gli individui liberi del nostro popolo perché dirigano il loro fuoco contro gli occupanti che continuano a commettere i crimini più efferati contro la nostra gente in Cisgiordania, a Gerusalemme e nella Striscia di Gaza. È una lotta che può portare solo alla vittoria o al martirio”.

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A novembre negoziati tra Russia e Ucraina ad Abu Dhabi. Gli Stati Uniti saranno mediatori

23 October 2026 at 11:56

A novembre Russia e Ucraina faranno un nuovo tentativo per arrivare a un accordo di pace. Dopo i colloqui indiretti favoriti dalla mediazione degli Stati Uniti ma poi naufragati, un nuovo round si terrà, come ipotizzato nei giorni scorsi, ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Ad annunciarlo è stato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, con la Russia che si è dichiarata pronta a riprendere i colloqui di pace, in stallo dall’inizio dell’anno, dopo un incontro avvenuto mercoledì tra il presidente russo Vladimir Putin e Steve Witkoff, inviato speciale di Donald Trump. Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si era espresso a favore.

L’Europa, come dall’inizio del conflitto, viene esclusa dai tavoli dei negoziati, pur essendo rimasto, dopo il disimpegno di Trump, il principale sostenitore dell’Ucraina. In quasi 5 anni di guerra non ha ancora nominato un suo mediatore da proporre in sede di negoziati, tema sul quale governi e famiglie politiche si sono già scontrate. Adesso, secondo il Daily Telegraph, nella shortlist dei cinque papabili figurerebbe anche quello della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Insieme a lei, tra i candidati ci sono, si legge, il presidente finlandese Alexander Stubb, quello ceco Petr Pavel, la premier danese Mette Frederiksen e il premier norvegese Jonas Gahr Store.

Nomi che, però, rischiano di essere respinti in blocco da Mosca. Per due motivi. Il primo, il Cremlino non ha intenzione di accogliere al tavolo un ulteriore soggetto determinato a difendere i diritti e gli interessi dell’Ucraina, rafforzando così anche la posizione di Zelensky. Il secondo, quattro di questi nomi sono esponenti delle istituzioni di Paesi Ue che la Russia considera soggetti attivi nel conflitto, dato che forniscono aiuti militari ed economici all’esercito ucraino, e quindi incandidabili per il ruolo di mediatore. Diversa la posizione del premier norvegese che, comunque, rimane capo dell’esecutivo di un Paese Nato.

Un portavoce della Commissione Ue ha intanto fatto sapere, nel corso del consueto midday briefing, che l’Unione sta “lavorando costantemente affinché l’Ucraina si trovi, innanzitutto, in una posizione di forza e affinché si raggiunga una pace giusta e duratura. Attualmente ci aspettiamo che si terranno dei colloqui a livello multilaterale con alti funzionari. L’Ue sarà presente a questi colloqui che si terranno nel prossimo futuro. Il formato dovrebbe essere simile a quello dei precedenti colloqui, ad esempio quelli di Miami“.

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Lo scienziato citato nel Nobel per la Fisica: “Dopo 2300 candidature non trovo lavoro, neanche per preparare polpette”

23 October 2026 at 10:20

Le sue ricerche vengono citate dal comitato per il Nobel, è laureato con lode alla Rice University, ha un dottorato in ingegneria chimica, ma nessuno vuole assumerlo. Jack Weis ha 30 anni, è uno scienziato con un curriculum invidiabile, ma è costretto ancora a vivere nel seminterrato di suoi genitori. Da quando ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università di Princeton, ha inviato oltre 2.300 candidature, ma dopo due anni non ha ancora trovato lavoro, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal. Si è anche proposto a un’azienda che cercava figure da impiegare nella preparazione di polpette di granchio surgelate. Ma anche in questo caso, nulla da fare.

La sua storia è un caso eclatante che però rappresenta bene la stagnazione del mercato del lavoro americano, in particolare per i giovani laureati o con un titolo di studio superiore. Sebbene il tasso di disoccupazione complessivo rimanga basso, le nuove opportunità di lavoro sono sempre più limitate, rendendo difficile per i disoccupati trovare un posto nell’economia. Le prime candidature di Weis erano per posizioni di ricerca scientifica per aziende e programmi di ricerca post-dottorato nei laboratori nazionali. Dopo aver ricevuto una serie di “no”, lo scienziato ha ampliato la sua ricerca all’ingegneria del software e ad altri settori.

Anche per fare l’addetto alla preparazione di cibi, Weis ha ricevuto diversi no e per questo è costretto a vivere ancora nel seminterrato, come un adolescente. La sua ricerca sulla formazione del ghiaccio e sulle interazioni molecolari è stata citata dal Comitato per il Nobel nell’assegnazione del Premio per la Fisica del 2024. “Non avremmo mai immaginato che potesse avere dei problemi. È più intelligente di me, sa esprimersi meglio di me. Possiede una conoscenza enciclopedica della storia”, ha affermato il padre, il professor John Weis. Dopo vari tentativi, in ambiti diversi, anche demansionando il suo livello di conoscenza e competenza, si è iscritto al Law School Admission Test: se come scienziato non riesce a trovare lavoro, si augura possa andargli meglio come avvocato.

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Attacco in Cisgiordania: feriti 6 soldati israeliani, uccisi 2 assalitori. Idf: “Volevano fare strage di civili sull’autostrada 35”. Netanyahu chiude i Territori: “Lockdown totale”

23 October 2026 at 09:22

“Ho ordinato alle Israel Defense Forces e alle forze di sicurezza di imporre immediatamente un coprifuoco sulla città di Hebron e di prepararsi a un lockdown totale su tutta la Giudea e Samaria a partire da oggi”. E’ il post su X con il quale Benjamin Netanyahu ha annunciato il blocco totale della Cisgiordania dopo una sparatoria avvenuta questa mattina. Il primo ministro ha ordinato al suo partito, il Likud, di annullare tutti gli eventi politici previsti per la mattinata. Martedì 27 ottobre Israele torna alle urne per le elezioni parlamentari.

Questa mattina l’esercito israeliano e fonti mediche israeliane hanno riferito che un conflitto a fuoco durato oltre 20 minuti nei pressi dell’incrocio di Yehuda, vicino a Hebron, ha causato la morte di due uomini armati e il ferimento di almeno 6 soldati israeliani, due dei quali in modo grave. Secondo Al Jazeera alcuni palestinesi, a bordo di un’auto con targa israeliana, avrebbero aperto il fuoco contro i soldati nei pressi di un posto di blocco militare, uno dei tanti che circondano Hebron. Dopo una breve caccia all’uomo, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver ucciso due palestinesi. Le vittime sono state identificate come Mohammad Jaaba e Firas Jaaba, entrambi residenti a Hebron e di 27 anni. I due appartenevano alla stessa famiglia, sebbene il loro esatto grado di parentela rimanga poco chiaro. L’Idf ha imposto un blocco a Hebron e a diversi villaggi della zona. Secondo l’esercito, gli aggressori erano armati di un fucile M16 e di una pistola.

La dinamica dell’attacco. Intorno alle 7:30, hanno ricostruito le forze di sicurezza, una task force del Comando del Fronte Interno stava effettuando un controllo stradale di routine (“check-post”) alle porte di Hebron. I due terroristi sono arrivati a bordo di un’auto. Quando si sono resi conto che non avrebbero potuto superare il blocco per raggiungere la Route 35 – un’importante arteria stradale percorsa da civili israeliani – hanno cambiato piano, decidendo di colpire direttamente i militari sul posto.

I due, ricostruisce ancora l’Idf, sono scesi dall’auto armati di un fucile automatico M4 e una pistola. Sfruttando i ripari offerti dagli edifici vicini, hanno aperto il fuoco contro il checkpoint. Ne è nato un violento scontro a fuoco durato oltre 20 minuti, nel quale alcuni militari sono rimasti feriti. La situazione si è sbloccata grazie all’intervento dei comandanti di settore e di un’unità di paracadutisti della zona adiacente: i rinforzi hanno aggirato i terroristi, uccidendoli entrambi al termine del conflitto.

Le perquisizioni successive hanno rivelato che l’auto dei terroristi era piena di munizioni, inclusa un’intera cassa di proiettili. Secondo gli inquirenti l’obiettivo originario della cellula era raggiungere la Route 35 per compiere un massacro tra i civili. Il piano della strage è fallito solo grazie alla presenza del posto di blocco temporaneo.

L’intelligence israeliana ha precisato che non c’erano avvisi specifici per quel checkpoint, ma l’allerta era già massima a causa di un periodo di forti tensioni legato alla stagione della raccolta delle olive e alle imminenti elezioni. “Sapevamo che avrebbero tentato di fare attentati in vista del voto”, ha confermato un alto ufficiale. Ora le indagini dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, si concentrano sulla matrice dell’attacco: si cerca di capire se si sia trattato di una cellula locale o se i due abbiano agito per conto di organizzazioni più grandi o attori esterni.

Il portavoce dell’Idf ha comunica che i soldati stanno effettuando “operazioni offensive antiterrorismo nell’area di Hebron, posta sotto blocco di sicurezza, e in altre aree. I militari stanno operando all’interno delle abitazioni dei terroristi e di altri sospettati”. L’Idf riferisce inoltre di aver effettuato decine di operazioni nel corso della settimana in tutta la Cisgiordania, “arrestando circa 70 ricercati, tra cui individui affiliati a Hamas e Jihad islamica, nonché soggetti che incitavano contro lo Stato di Israele e i soldati. Sono state rinvenute decine di armi, tra cui fucili M16, mitra di tipo Carlo e quattro ordigni esplosivi”.

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Trump e Netanyahu all’unisono alla vigilia delle elezioni: “Pronti a finire l’Iran”

23 October 2026 at 08:16

Due appuntamenti elettorali fondamentali per il loro futuro, una retorica comune. Donald Trump e Benjamin Netanyahu si avvicinano alle elezioni negli Stati Uniti e in Israele tornando a mettere nel mirino l’Iran. “Ho risolto otto guerre e ne stiamo risolvendo altre due – ha premesso il capo della Casa Bianca nel corso di un comizio in Iowa -. Finiremo l’Iran molto presto. In un modo o nell’altro. Per me è quasi insignificante come”, ha proseguito il presidente repubblicano indicando ancora una volta il regime di Teheran come obiettivo militare – di una guerra che, stando ai sondaggi, i cittadini americani capiscono sempre meno – a pochi giorni dalle elezioni di medio termine del 3 novembre.

Nelle stesse ore in Israele Netanyahu ha dichiarato che l’alleato della Casa Bianca lo ha indicato come il leader più adatto a condurre fino in fondo la guerra contro gli ayatollah, e citando il recente sostegno espresso da Trump, ha riferito che il presidente americano ha chiarito di voler “portare a termine il lavoro” avendo lui, Netanyahu, come partner. A poche ore dall’apertura delle urne il 27 ottobre inoltre il capo del governo israeliano, riferisce Al-Jazeera, ha aggiunto che qualsiasi nuovo attacco da parte dell’Iran riceverà una risposta caratterizzata da “una forza e una potenza che non riescono nemmeno a immaginare“, utilizzando una retorica che fin dall’inizio della guerra il 28 febbraio ha in comune con il tycoon.

Ieri il New York Times aveva riferito che Washington e Tel Aviv hanno messo a punto nuovi piani per attaccare l’Iran subito dopo le elezioni di metà mandato. I dettagli dei nuovi raid sono ancora in fase di elaborazione, ma sarebbero già stati individuati i bersagli da colpire: dalle infrastrutture energetiche agli impianti nucleari, passando per l’arsenale di droni. Funzionari iraniani, ha riferito ancora il quotidiano, hanno pronosticato che Teheran potrebbe rispondere a nuovi raid “ampliando gli obiettivi al di là di navi commerciali e infrastrutture energetiche della regione” e mettendo nel mirino anche “centri di elaborazione dati e i cavi sottomarini per Internet“.

“Il messaggio dell’Iran è netto – scrive oggi il Wall Street Journal -: se gli Stati Uniti e Israele dovessero riprendere la loro campagna aerea, Teheran risponderà colpendo non solo basi e navi da guerra americane, ma anche aeroporti, condutture e altri obiettivi civili nei paesi vicini del Golfo Persico”. “Tali avvertimenti, scrive ancora il giornale, formulati sia pubblicamente che attraverso canali diplomatici riservati, mirano chiaramente a scoraggiare qualsiasi attacco mediante un linguaggio dai toni duri. Tuttavia, essi rappresentano anche una minaccia concreta: l’Iran dispone infatti di un consistente arsenale di missili e droni, oltre alla capacità di impiegarli”.

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Guerra in Ucraina, Putin apre ai negoziati: “Accordo possibile”. Ma intanto i raid continuano

22 October 2026 at 20:57

Raggiungere un accordo sulla situazione in Ucraina è possibile. Almeno a sentire le ultime dichiarazioni del presidente russo Vladimir Putin: “Siamo concordi su questo”, ha detto il leader russo riferendosi alla fattibilità di un’intesa di lungo termine che chiuda l’invasione iniziata il 24 febbraio 2022. Al centro della disputa restano sempre le porzioni di territorio ucraino, attualmente occupate dalle forze di Mosca, che il capo del Cremlino ha definito “storicamente russe”, alzando la posta in gioco nei negoziati per risolvere il conflitto.

Putin ha definito “inappropriata” la dichiarazione del leader ucraino Vladimir Zelensky, secondo cui sarebbe disposto ad accettare la perdita di alcuni territori pur di raggiungere la pace, aggiungendo che i territori in questione sono storicamente russi: “Innanzitutto, la mia opinione su questa questione è che non si tratta di territorio russo, ma di territorio storicamente russo”, ha dichiarato Putin in un’intervista al conduttore Pavel Zarubin. “Le persone che vivono in questi territori hanno votato, in primo luogo, per l’indipendenza dello Stato e, in secondo luogo, per la riunificazione con la Federazione Russa”, ha affermato. “Pertanto, parlare di eventuali perdite territoriali mi sembra inappropriato”, ha concluso.

Un eventuale vertice tra Putin, Zelensky e Donald Trump potrebbe essere il formato con il quale finalizzare la possibile intesa? “La discussione è in corso”, ha rimarcato il vice ministro degli Esteri russo, Serghei Ryabkov, il giorno dopo il faccia a faccia tra Putin e l’inviato statunitense Steve Witkoff. “L’argomento è stato sollevato” mercoledì durante le tre ore di confronto tra i due a San Pietroburgo, ma “al momento non c’è ancora una chiara comprensione in merito”, poiché “non c’è un accordo completo, ma la discussione è in corso”. È ancora presto per parlare di una vera e propria apertura, anche se Trump – che ha intanto chiesto a Elon Musk di riattivare totalmente l’uso di Starlink in Ucraina – si è lasciato andare nelle ultime ore all’ottimismo affermando che “ci stiamo avvicinando alla risoluzione della guerra” e forse – ha aggiunto – “è il punto in cui siamo stati più vicini finora”.

L’unica novità ufficialmente resa nota dopo l’incontro di San Pietroburgo – oltre al rilascio dell’americano Stephen Hubbard dalle carceri russe – è stata la probabile ripresa il mese prossimo dei contatti trilaterali tra Mosca, Kiev e Washington, ma a livello di tecnici, non ancora certo di leader. Tuttavia, anche il consigliere di Putin per la cooperazione e gli investimenti stranieri, Kirill Dmitriev, che ha partecipato al colloquio, si è detto convinto che ci si stia muovendo “verso una pace a lungo termine che garantirà la sicurezza di Russia, Ucraina ed Europa”. Proprio l’Unione Europea, nelle scorse ore, ha rimarcato che in qualsiasi formato dovesse svolgersi dei nuovi colloqui ritiene di doversi sedere al tavolo.

Di tono opposto i commenti all’incontro di San Pietroburgo da parte di Zelensky, che il giorno prima aveva avuto un colloquio con Witkoff a Oslo insieme a rappresentanti di Paesi europei, compresa l’Italia. Il leader ucraino ha denunciato bombardamenti russi nella notte tra mercoledì e giovedì con l’impiego di 21 missili e oltre 200 droni e un bilancio di almeno due morti e 34 feriti. “Tre ondate di missili balistici sono state lanciate contro Kiev dai ‘compassionevoli’ russi“, ha rincarato Zelensky, ironizzando su quella definizione di ‘compassionevole’ usata da Witkoff per Putin quando l’ha ringraziato per il rilascio di Hubbard.

Zelensky ha affermato che nei raid è stato colpito “persino un monastero”. Il ministero della Difesa si Mosca ha invece rivendicato attacchi solo su obiettivi militari, tra cui uno stabilimento dell’industria aeronautica Antonov dove si assemblano droni e missili da crociera Flamingo, oltre che sul ponte ferroviario e stradale Sud. Mentre sull’altro fronte nel corso della notte 600 droni sono stati lanciati verso Mosca, con la maggior parte neutralizzata dalle forze di difesa aerea nelle zone periferiche, secondo il sindaco, Serghei Sobjanin. Nell’est dell’Ucraina, invece, a causa dei continui bombardamenti russi, è stata decisa l’evacuazione forzata delle famiglie con bambini da tutti gli insediamenti delle comunità di Kramatorsk e Slavyansk, le due cittadine che sono l’obiettivo più ambito delle truppe di Mosca per completare la conquista della regione di Donetsk.

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Cisgiordania, 5 italiane tra gli attivisti fermati. Farnesina chiede chiarimenti. Israele annuncia l’espulsione: “Promozione del terrorismo”

22 October 2026 at 19:22

Gli attivisti internazionali fermati in Cisgiordania, tra cui cinque italiane, stanno per essere espulsi da Israele. Lo annuncia la polizia israeliana, secondo cui alcuni dei fermati sarebbero coinvolti nella “promozione del terrorismo” e nell'”esaltazione di attentatori”. L’annuncio arriva dopo che la Farnesina ha chiesto chiarimenti urgenti alle autorità israeliane sul fermo delle connazionali, avvenuto mentre accompagnavano agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive.

Secondo la polizia israeliana, gli attivisti “hanno violato la legge e si sono nascosti dietro la raccolta delle olive”. Sarebbero entrati “senza coordinamento in una zona militare chiusa”, rifiutando gli ordini delle Forze di difesa israeliane (Idf). Il comunicato riferisce del fermo di undici attivisti stranieri e un palestinese a Hebron, sostenendo che alcuni sarebbero coinvolti anche in “attività di organizzazioni ostili a Israele”. Non viene precisato a chi siano rivolte le accuse.

Le cinque italiane erano state fermate nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron, insieme ad altri attivisti internazionali. Il ministero degli Esteri aveva ottenuto conferma della loro presenza in una stazione di polizia israeliana. L’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv e il Consolato generale d’Italia a Gerusalemme avevano quindi preso contatto con le autorità locali per ottenere informazioni sulle circostanze del fermo e favorire una rapida risoluzione della vicenda.

Il caso arriva dopo il fermo di altri due italiani, Manuel Tartarotti e suo padre Alberto, originari di Bolzano, trattenuti per oltre un giorno e poi espulsi, con un divieto di ingresso in Israele per dieci anni. Mercoledì 21 ottobre, inoltre, circa 80 attivisti internazionali erano stati fermati dai militari israeliani mentre partecipavano alla raccolta delle olive nei pressi di Nahalin.

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Google abbatte 250mila alberi in Finlandia per costruire un data center da 13 miliardi

22 October 2026 at 17:40

Duecentocinquantamila alberi in meno e un data center in più, dal valore di 13 miliardi di euro. Google ha fatto abbattere in Finlandia una foresta di 330 ettari e, al suo posto, verrà costruito un centro di elaborazione dati per il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’Autorità finlandese per le licenze e la vigilanza, a inizio ottobre, ha ordinato a Google di sospendere temporaneamente i lavori a Muhos e in un altro sito nel villaggio di Otanmaki per il mancato completamento delle necessarie valutazioni di impatto ambientale, prima del disboscamento totale dell’area. La notizia ha suscitato un’ampia ondata di proteste e il responsabile di Google per la Finlandia, Antti Jarvinen, si è scusato per i disboscamenti, sostenendo però che l’azienda ha agito “in base alla migliore interpretazione della normativa di cui disponeva all’epoca”.

Al centro del dibattito nazionale c’è anche il ruolo che il Paese dovrebbe ricoprire nella corsa globale alla costruzione di data center. Come riporta Agi, nel paese scandinavo ci sono 145 nuove strutture in varie fasi di pianificazione ed è per questo in prima linea nell’offensiva delle aziende tecnologiche. La posizione geologica e geopolitica della Finlandia garantisce una relativa stabilità; in più, il Paese è particolarmente attraente per l’abbondanza di terre e per il clima freddo, che consentirebbe ai data center un notevole risparmio sui costi energetici.

Nella cittadina di Muhos, nel nord della Finlandia, la foresta acquistata da Google, a 400 metri di distanza dal fiume Oulujoki, è già stata abbattuta – 3km in lunghezza e 2km in larghezza – e ora gli escavatori stanno sgomberando il suolo. Il progetto di infrastrutture per l’intelligenza artificiale, a Muhos e Otanmaki, ha suscitato anche le critiche di Donald Trump. Il presidente, infatti, avrebbe preferito che Google scegliesse gli Stati Uniti per realizzare il progetto da 13 miliardi, arrivando a chiedere pubblicamente all’azienda di riconsiderare la propria scelta.

Il governo finlandese ha puntato molto su questo progetto, il più grande mai realizzato nel Paese, facendo anche profondi tagli alla spesa pubblica. Il primo ministro Petteri Orpo ha dichiarato che attrarre investimenti rappresenta una “priorità assoluta”, aggiungendo che “il valore dell’economia dei dati va ben oltre l’investimento diretto”. Secondo il premier, l’accordo con Google “porterà benefici duraturi a entrambe le parti”. Ma la preoccupazione dell’opinione pubblica per le conseguenze sulle comunità locali, per i prezzi dell’energia e per l’ambiente naturale del Paese, sono adesso al centro del dibattito, e probabilmente il tema rimarrà centrale anche per le elezioni di aprile.

Poiché l’abbattimento è avvenuto illegalmente, il legname non può essere venduto agli stabilimenti di trasformazione del legno. La vicenda ha sollevato anche alcuni interrogativi sul perché le fonti di energia rinnovabile della Finlandia vengano utilizzate per alimentare le multinazionali straniere. Più di 93mila persone hanno firmato una petizione che chiede una maggiore regolamentazione dei data center e l’introduzione di un contributo per risarcire le comunità locali dei danni ambientali subiti.

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Premio Sacharov 2026 alla Corte penale internazionale. Il Parlamento europeo: “Difendiamo l’indipendenza dei giudici”

22 October 2026 at 15:44

Il premio Sacharov 2026 per la Libertà di pensiero va alla Corte penale internazionale e ai suoi giudici. La Conferenza dei Presidenti, un organo del Parlamento europeo con a capo il presidente e di cui fanno parte i leader di tutti i gruppi politici, questa mattina a Strasburgo ha scelto il vincitore. L’organo con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi, è stato colpito dalle sanzioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e per questo è stato proposto dal gruppo dei Socialisti come “simbolo della resistenza contro le guerre dell’amministrazione americana”. Dopo aver sanzionato singoli giudici e procuratori, l’amministrazione Trump ha deciso di colpire la Corte stessa, privandola delle risorse necessarie per operare. L’annuncio è arrivato il 9 ottobre, dopo l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navi Pillay, che è stata giudice della Cpi e ha accusato formalmente Israele di aver commesso un genocidio a Gaza. Per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per l’ex ministro della difesa Yoav Gallant, la Corte ha emesso i mandati d’arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

“L’Unione europea si fonda sul rispetto del diritto internazionale. Con questo premio conferito alla Corte penale internazionale e ai suoi funzionari, il Parlamento europeo riconosce l’operato di coloro che rendono giustizia alle vittime, anche attraverso indagini, azioni penali e processi. Questi devono poter svolgere il proprio lavoro in modo indipendente. Continueremo a difendere questo principio”, ha dichiarato la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola nell’annunciare il vincitore. Gli altri due finalisti erano Tundu Lissu, avvocato, leader politico e difensore dei diritti umani perseguitato per motivi politici in Tanzania, e Taraneh e Romina Rahimi, a nome di tutte le persone perseguitate dal regime islamico iraniano.

La Corte penale internazionale indaga e giudica le persone accusate dei crimini più gravi per l’intera comunità internazionale: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione. La Corte svolge un ruolo fondamentale nella lotta globale all’impunità e attraverso la giustizia penale internazionale, chiama i responsabili a rispondere delle proprie azioni e si adopera per evitare che i crimini si ripetano. In qualità di organo giurisdizionale di ultima istanza, inoltre, integra l’operato dei tribunali nazionali. Disciplinata dallo Statuto di Roma, è la prima Corte penale internazionale permanente al mondo.

Il Premio Sacharov per la libertà di pensiero è stato assegnato per la prima volta nel 1988 a Nelson Mandela e ad Anatolij Marčenko ed è il massimo riconoscimento che l’Unione europea conferisce agli sforzi compiuti a favore dei diritti dell’uomo. È attribuito a singoli, gruppi e organizzazioni che abbiano contribuito in modo eccezionale a proteggere la libertà di pensiero. Ogni anno il Parlamento europeo consegna al vincitore del Premio Sacharov una somma di 50mila euro e i candidati possono essere nominati anche dai singoli deputati in Parlamento. “La giustizia deve fare il suo corso, piaccia o non piaccia ai potenti della terra: questo è il messaggio che arriva oggi dal Parlamento europeo con la decisione di assegnare il Premio Sacharov per la libertà di pensiero e per l’impegno a favore dei diritti umani proprio alla Corte penale internazionale. Finalmente arriva uno schiaffo a Trump”, così in una nota Gaetano Pedullà, europarlamentare del Movimento 5 Stelle.

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Italia e Spagna sospendono i controlli alle frontiere dopo le tensioni per i fatti di Ceuta

22 October 2026 at 11:15

Finirà, dopo quasi tre mesi, lo scontro diplomatico tra Italia e Spagna iniziato il 1 agosto scorso con la decisione del governo Meloni di sospendere gli accordi di Schengen con la Spagna ripristinando i controlli alle frontiere in risposta al massiccio afflusso di migranti irregolari nell’exclave nordafricana di Ceuta. Al termine di una telefonata tra i ministri dell’Interno dei due Paesi, Matteo Piantedosi e Fernando Grande-Marlaska, che segue l’incontro tra Giorgia Meloni e Pedro Sanchez all’ultimo Consiglio europeo, i due esponenti hanno concordato di mettere fine alle ritorsioni reciproche e di riaprire le frontiere insieme a un potenziamento dello scambio informativo per garantire la piena sicurezza dello spazio comune.

“Il governo spagnolo ha deciso di non prorogare i controlli alle frontiere ripristinati lo scorso mese di agosto per i voli e i collegamenti marittimi provenienti dall’Italia, Paese che anche porrà fine ai suoi”, ha comunicato il ministero dell’Interno iberico in una nota. L’ultima proroga decisa da Madrid scadeva il 22 ottobre e, quindi, è da considerarsi non più in vigore. Così come quella italiana, dato che Roma lo scorso 16 ottobre aveva deciso di prorogare le restrizioni.

La possibilità, come detto, era stata discussa a Bruxelles dalla presidente del Consiglio e dal presidente del governo spagnolo. Prevedeva, da parte dei ministri dell’Interno dei due Paesi, la valutazione di strumenti alternativi di collaborazione in materia di sicurezza e gestione dei flussi migratori alle frontiere.

La crisi era esplosa tra il 30 e il 31 luglio, quando fra le 70mila e le 80mila persone erano entrate a Ceuta. Il primo agosto Roma aveva ripristinati i controlli temporanei sui passeggeri provenienti dalla Spagna invocando i rischi per la sicurezza interna e possibili infiltrazioni terroristiche. Madrid aveva risposto l’8 agosto con verifiche analoghe sui viaggiatori in arrivo dall’Italia, motivandole con la pressione migratoria che interessa il Paese.

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Vertice Putin-Zelensky-Trump, Mosca: “La discussione è in corso”

22 October 2026 at 10:47

L’improvvisa accelerazione diplomatica dei giorni scorsi per porre fine alla guerra in Ucraina potrebbe portare a un obiettivo fino alla scorsa settimana impensabile. C’è una “discussione in corso” su un possibile vertice tra Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky e Donald Trump. Lo ha detto oggi il vice ministro degli Esteri russo Serghei Ryabkov, rispondendo alla domanda se questo sia stato tra gli argomenti dell’incontro di ieri a San Pietroburgo tra l’inviato americano Steve Witkoff e il presidente russo. “L’argomento è stato sollevato, ma al momento non c’è ancora una chiara comprensione in merito. Non c’è un accordo completo, ma la discussione è in corso“, ha detto Ryabkov, citato dall’agenzia Interfax.

La dichiarazione di Ryabkov giunge all’indomani dell’incontro durato circa tre ore al Palazzo di Costantino a San Pietroburgo. La visita di Witkoff in Russia non è stata isolata: il giorno precedente, l’inviato di Trump si trovava a Oslo, dove ha incontrato Zelensky e i leader di Finlandia e Norvegia per gettare le basi di un quadro di pace coordinato con gli alleati europei e la Nato. Durante il colloquio con Putin, anche il consigliere americano Jared Kushner si è unito telefonicamente per presentare alcune proposte.

L’incontro di San Pietroburgo potrebbe aver segnato un netto passo avanti rispetto al ristagno delle trattative degli ultimi mesi. Secondo quanto riferito dai consiglieri del Cremlino, Putin avrebbe accettato “in linea di principio” di avviare un nuovo ciclo di negoziati trilaterali a partire da metà novembre. La sede ipotizzata per il confronto a tre tra Stati Uniti, Russia e Ucraina è Abu Dhabi. Se confermati, i colloqui si concentrerebbero sulla definizione di un sistema di garanzie di sicurezza per l’Ucraina e la Russia al termine delle ostilità.

Sul terreno, intanto, si continua a morire. “Tre ondate di missili balistici sono state lanciate contro Kiev dai ‘compassionevoli‘ russi da ieri sera – ha scritto sui social Zelensky, ironizzando sull’espressione usata da Witkoff per definire Putin -. Sono stati impiegati 21 missili. Purtroppo, numerosi luoghi in tutta la città sono stati colpiti e danneggiati, persino un monastero”. “Quasi immediatamente dopo un altro ciclo di colloqui, la Russia ha lanciato un attacco mirato. Ciò significa che il suo atteggiamento nei confronti di tutto ciò che sta accadendo non è realmente cambiato”.

Le autorità ucraine hanno denunciato anche che le forze russe hanno attaccato un mercato a Lozova, nell’oblast di Kharkiv. Secondo i dati preliminari, due persone sono rimaste uccise e il numero dei feriti è di almeno 17 persone.

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Il New York Times: “Usa e Israele preparano nuovi attacchi contro l’Iran dopo le elezioni”

22 October 2026 at 09:40

Infrastrutture energetiche, impianti nucleari, arsenali di missili e droni. Potrebbero finire di nuovo nel mirino Stati Uniti e Israele, che si starebbero preparando a riprendere la guerra in Iran dopo le elezioni di medio termine del 3 novembre. I vertici militari di Washington e Tel Aviv, riferisce il New York Times, hanno sviluppato piani specifici per nuovi attacchi per quella che si prevede come “un’operazione breve ma intensa“.

Le forze armate dei due paesi, riporta il quotidiano statunitense, hanno intensificato le esercitazioni, facendo volare aerei sopra l’Iraq per testare le manovre d’attacco contro il regime di Teheran. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno dichiarato funzionari statunitensi, ha incontrato il primo ministro Benjamin Netanyahu in Israele questa settimana per discutere della nuova campagna militare.

Gli Usa, riporta ancora il giornale , in queste settimane stanno radunando in Medio Oriente un “enorme arsenale“, che dovrebbe essere pienamente operativo entro inizio novembre. Anche se nel frattempo continuano i movimenti diplomatici, con negoziatori Usa che puntano a “fare leva” sulla minaccia di nuovi attacchi per portare l’Iran a cedere rispetto alle richieste statunitensi riguardanti la questione nucleare.

Tra coloro che stanno pianificando le prossime mosse in questo conflitto lato Usa c’è chi è convinto che una campagna militare breve ma intensiva, di tre giorni, potrebbe infliggere danni economici sufficienti a modificare la posizione iraniana. D’altro canto, il precedente delle conseguenze degli attacchi di Stati Uniti e Israele tra febbraio e aprile scorsi introduce “ragioni per dubitare che una ripresa della guerra possa avere più successo della prima fase”.

Funzionari iraniani, spiega ancora il Ny Times, hanno pronosticato che Teheran potrebbe rispondere a nuovi raid sul proprio territorio “ampliando gli obiettivi al di là di navi commerciali e infrastrutture energetiche della regione” e mettendo nel mirino anche “centri di elaborazione dati e i cavi sottomarini per Internet”.

È inoltre tutt’altro che certo che Donald Trump approverà nuovi raid, sottolinea il Nyt. Più volte quest’anno il presidente ha posto il veto a piani per il ritorno a grandi operazioni di combattimento, come nelle scorse settimane quando le forze armate statunitensi e israeliane erano quasi pronte ad attaccare.

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Cyber-allarme mondiale: “Un buco nel codice PHP mette a rischio il 70% di Internet”

22 October 2026 at 08:21

Ci sono due “buchi” nel nel PHP, il linguaggio con il quale sono programmati i siti web. Due vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate da eventuali hacker per entrare nei server, rubare dati sensibili o distruggere i portali e che riguarderebbe il 70% dei siti di tutto il mondo. Sono stati scovati grazie all’intelligenza artificiale avanzata, nell’ambito di un programma di ricerca chiamato Patch the Planet in cui le società di sicurezza informatica Calif e Wiz hanno collaborato con la PHP Foundation e OpenAI. Il colosso guidato da Sam Altman l’ha definito “uno dei problemi di sicurezza più significativi degli ultimi tempi”.

La falla, rimasta nascosta per più di 10 anni, permette attacchi di tipo Remote Code Execution (esecuzione di codice da remoto), il che significa che i pirati informatici possono prendere il controllo totale del server, installare malware e accedere direttamente ai database o ai file di sistema. Non è ancora chiaro quali versioni del linguaggio di programmazione siano interessate, ma il CERT-EU (il servizio di cybersicurezza che protegge le infrastrutture informatiche di istituzioni, organi e agenzie dell’Ue) ha affermato che potrebbero essere coinvolte tutte le versioni a partire da PHP 5, lanciato nel 2004. Il problema è che “il linguaggio PHP è ovunque – ha spiegato alla Bbc l’azienda di sicurezza informatica Huntress -. Alimenta i siti WordPress, Drupal, Joomla e Magento, piattaforme di hosting condiviso, pannelli di controllo e un’enorme quantità di software che non pubblicizza nemmeno il fatto di utilizzare PHP al suo interno”.

La PHP Foundation aveva intenzione di pubblicare la scoperta entro la fine del mese, insieme a una soluzione completa per il problema definita “patch” dagli sviluppatori di software, ma i dettagli della falla sono trapelati sui social media martedì e le istituzioni stanno correndo ai ripari. L’agenzia di sicurezza americana (NSA), il centro nazionale per la cybersicurezza britannico (NCSC) e le autorità di Ue, Giappone e Australia hanno lanciato allerte formali consigliando tassativamente di spegnere i sistemi se non si riesce ad aggiornarli immediatamente. Per precauzione istituzioni come il governo finlandese, il Parlamento olandese e il consiglio di Edimburgo hanno temporaneamente messo offline i propri servizi web perché non hanno fatto in tempo ad applicare la patch.

In Germania, l’Agenzia federale per la sicurezza della tecnologia dell’informazione ha classificato il rischio delle falle come “3 / Arancione“, ovvero estremamente elevato. L’allerta lanciata da Berlino ha fatto sì che alcune istituzioni, inclusi gli ospedali, abbiano temporaneamente disattivato i propri servizi online per non offrire alcun punto debole agli hacker. Anche in Francia, i siti internet di tutte le prefetture sono stati resi momentaneamente inaccessibili in seguito alla scoperta delle vulnerabilità e alla necessità di sottoporli a “manutenzione preventiva”.

Ma le prime ondate di attacchi che sfruttano la falla sono già state rilevate. “Stiamo osservando attacchi iniziali emergenti e stiamo aggiornando le mitigazioni man mano che appaiono nuovi vettori”, ha avvertito su X Dane Knecht, responsabile tecnologico della società di infrastrutture internet Cloudflare.

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Received — 21 October 2026 ⏭ Il Fatto Quotidiano

Bufera sull’inviato Usa Witkoff: dopo la liberazione di Hubbard ha definito Putin “compassionevole”. Trump e Vance lo difendono

21 October 2026 at 21:32

Compassionevole. Non è certo il termine che chiunque, nemmeno i suoi più stretti collaboratori, userebbe per descrivere Vladimir Putin. Ma preso dall’euforia per la liberazione del prigioniero americano Stephen Hubbard, in giorni di distensione nei rapporti tra Washington e Mosca, è proprio questo l’aggettivo che l’inviato speciale americano Steve Witkoff ha usato per descrivere il capo del Cremlino. “Parla tanto del fatto che il mio presidente, il presidente Trump, sia compassionevole. Anche lei è compassionevole, glielo riconosco, la lodo per questo e la ringrazio ancora”, gli ha detto direttamente nel corso della sua trasferta a San Pietroburgo.

Parole che, come prevedibile, sono costate una valanga di accuse all’inviato speciale anche da parte dei membri del Partito Repubblicano, come ad esempio il senatore John Corbyn che ha voluto ricordargli che “Putin è un assassino spietato“. Oppure come il deputato conservatore Don Bacon che ha definito le parole di Witkoff un “altro imbarazzo“. Il senatore del Gop, Thom Tillis, lo ha invece invitato a “guardare sul dizionario cosa significa compassionevole. Dovrebbe tornare in Ucraina e chiedere alla famiglie dei bambini rapiti e uccisi da Putin se pensano che sia compassionevole”.

Witkoff, però, può contare sul sostegno della Casa Bianca. Prima ha parlato il vicepresidente JD Vance che si è detto “d’accordo con il fatto che Steve abbia rivolto parole gentili a una persona che ha appena liberato un ostaggio americano. A prescindere dal fatto che si condivida o meno il sentimento di fondo, Steve è un diplomatico. Il suo lavoro consiste nell’andare laggiù e portare a termine un compito. Dovremmo tutti festeggiare questo risultato, anziché lamentarci di ciò che Steve ha detto per riuscire a ottenerlo”.

Dopo di lui, è stato il presidente Trump in persona a confermare la piena fiducia nell’operato del proprio inviato: “Suppongo che si potrebbe dire per quel motivo in particolare, allo scopo di permettere a un uomo che pensava di finire in prigione a vita di uscire”.

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Due italiani detenuti per un giorno in Cisgiordania con l’accusa di terrorismo: “Io bendato e picchiato dalla polizia israeliana”

21 October 2026 at 19:01

Padre e figlio detenuti in Cisgiordania per più di un giorno con l’accusa di terrorismo, dalla polizia israeliana, fino all’espulsione. Si tratta di Manuel Tartarotti e suo padre Alberto, bolzanini di 35 anni e 67 anni, nei territori palestinesi per motivi umanitari. Lo riporta il portale news altoatesino Salto.bz. “La polizia israeliana ci ha chiesto i documenti, poi hanno preso me e mio padre, ci hanno bendati e ci hanno caricati su un furgone militare. Non ci hanno detto dove ci portavano, io sono stato preso e menato nel retro del mezzo. Non sapevo cosa sarebbe successo ed ho avuto paura”, racconta Manuel al sito. Secondo un comunicato della polizia israeliana, pubblicato dal Times of Israel e ripreso da Salto.bz, padre e figlio hanno preso parte alla raccolta delle olive non autorizzata e gli attivisti sarebbero fuggiti in una zona di esercitazioni militari all’arrivo degli agenti.

Padre e figlio erano in Cisgiordania dal 18 ottobre per consegnare fondi raccolti in Italia a Youth of Sumud, l’associazione di volontariato che nel 2024 ha vinto il premio Alex Langer. “Siamo stati interrogati, schedati con impronte e dna e tenuti ammanettati fino alla notte”, prosegue il racconto del figlio a al portale altoatesino. “Ero con mio padre in una cella lurida, ma almeno con lui, quindi eravamo tranquilli”, aggiunge. Le motivazioni alla base dell’accusa, dice Manuel Tartarotti, sono la presenza in una zona dichiarata illegale (“anche se non c’era nessun cartello ad indicarlo”) e soprattutto l’affiliazione a Youth of Sumud, “che loro definiscono terrorista, cosa che ovviamente non è vera”. Per entrambi è scattato un divieto di ingresso in Israele di dieci anni.

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Grecia, 10mila in piazza ad Atene per istruzione e alloggi: “Investite nella scuola”

21 October 2026 at 18:20

Anche in Grecia studenti, docenti, lavoratori e pensionati sono scesi in piazza per protestare. L’aumento del costo della vita, compreso l’incremento dei prezzi del carburante, e la rabbia per le condizioni delle scuole e la mancanza di alloggi a prezzi accessibili per gli studenti stanno alimentando le proteste in tutta Europa. “Dalla Grecia alla Francia, investite nell’istruzione”, riporta uno striscione esposto durante la protesta ad Atene, dove oggi 10mila persone hanno sfilato pacificamente fino alla sede del Parlamento. Per timore dei disordini, circa tremila agenti sono stati impiegati in strada, ma non ci sono state segnalazioni di incidenti rilevanti.

Decine di tende sono state montate a piazza Syntagma, in protesta per l’aumento dei costi degli alloggi. Tra le principali richieste dei manifestanti ci sono anche l’aumento dei finanziamenti statali per portare la spesa dedicata all’istruzione al 5% del Pil, la copertura di migliaia di posti vacanti o precari tra gli insegnanti e il miglioramento delle infrastrutture scolastiche. Le mobilitazioni si sono svolte con la partecipazione di federazioni scolastiche, sindacati, associazioni e comitati studenteschi. Non si è mobilitata solo la Capitale, ma anche altre città importanti come Salonicco, dove hanno partecipato circa duemila persone, Patrasso, con tremila manifestanti, ed erano in tanti anche a Larissa, Volos e a Creta, come riporta Ert News.

Le manifestazioni in Grecia spesso sfociano in episodi di violenza, e i negozi e i bar lungo il percorso hanno abbassato le saracinesche d’acciaio per proteggersi dalla possibilità che le vetrine venissero sfondate. Secondo Ert News, l’unico episodio di violenza registrato è nella zona di Omonia, dove un gruppo di uomini incappucciati avrebbe atteso i manifestanti. Alcuni minorenni hanno lanciato pietre contro una squadra antisommossa della polizia, provocando l’arresto di quattro persone. La polizia ha risposto con granate stordenti e ha respinto i ribelli verso le strade circostanti. A Salonicco sono attualmente occupate 18 scuole, mentre a Cania 21 e in tutta la Macedonia Centrale il numero sale a 30. Dopo le recenti mobilitazioni nel resto d’Europa, l’allerta resta alta, anche perché da parte dei manifestanti non mancano i riferimenti alle altre piazze del Continente. Tra striscioni e palloncini che chiedono “diritto al sapere, diritto al futuro”, spunta anche qualche cartellone con la scritta in francese “studiare o sopravvivere”.

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Netanyahu torna a minacciare l’Iran: “L’unica soluzione è rovesciare il regime”. Financial Times: “Trump ha impedito un nuovo attacco israeliano”

21 October 2026 at 17:58

“Rovesciare il regime iraniano”. Benjamin Netanyahu, a soli sei giorni dalle elezioni in Israele, torna a invocare la guerra contro la Repubblica islamica, dopo l’ultima campagna iniziata il 28 febbraio scorso che non ha portato a stravolgimenti nelle politiche di Teheran. E non è l’unico: come lui, anche il suo ministro della Difesa, Israel Katz, è tornato a minacciare una nuova stagione di conflitto mentre Washington e gli ayatollah stanno ancora portando avanti i colloqui di pace.

Se si tratti di dichiarazioni dettate più da necessità elettorali che da convinzioni strategiche non è possibile stabilirlo. Fatto sta che il primo ministro israeliano è tornato a usare lo stesso vocabolario delle settimane degli attacchi incrociati fra la Repubblica islamica e gli obiettivi israeliani e americani in tutto il Golfo. “Il regime iraniano non ha ancora imparato la lezione, c’è solo un modo per rimuovere la minaccia una volta per tutte: rovesciare il regime in Iran ed è la mia direttiva per Idf, Mossad e agenzie di sicurezza”, ha affermato durante una cerimonia militare nel sud di Israele. E ha poi minacciato direttamente la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, dicendo che “ha deciso di seguire le orme di suo padre. L’Iran sta ancora una volta tentando di sviluppare le sue armi di morte”.

Se si tratti di un ordine di passare all’azione è tutto da stabilire. Ma anche secondo Katz, ad esempio, un nuovo scontro tra Tel Aviv e Teheran sarebbe vicino. Non per volontà dello Stato ebraico, però, ma della Repubblica islamica che vorrebbe influenzare il voto: “Il regime iraniano si trova nel suo momento di maggiore debolezza – ha detto – Questa debolezza potrebbe indurlo ad adottare misure estreme. Negli ultimi giorni, abbiamo individuato tentativi da parte dei nostri nemici, principalmente l’Iran e i suoi alleati, di sferrare attacchi che influenzeranno l’esito delle elezioni in Israele. Se l’Iran attacca Israele, l’Iran brucerà!”.

Sul fronte dei colloqui tra Iran e Stati Uniti, le valutazioni delle due parti appaiono in contrasto. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha parlato di un accordo estremamente difficile da raggiungere, così “la pressione economica continuerà” finché Teheran non smetterà di attaccare le navi mercantili nello Stretto di Hormuz. Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha detto che lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso finché Washington non accetterà le condizioni di Teheran, aggiungendo che i colloqui indiretti proseguono attraverso Pakistan e Qatar. Il capo della diplomazia di Teheran, però, mostra maggiore ottimismo affermando che “gli americani ci hanno fatto sapere di essere d’accordo con il nostro nuovo piano di sette giorni per porre fine alla guerra, ma desiderano aggiungere alcune clausole”. Ha però specificato che “l’Iran non cederà in alcun modo, né alle sanzioni economiche né alle minacce militari. L’unica soluzione adeguata è la diplomazia. Finora, Teheran ha partecipato a tre cicli di colloqui con gli Stati Uniti, tutti sfociati in una guerra contro l’Iran. Ciononostante, la porta alla diplomazia rimane aperta”.

Washington non sembra volersi mettere al fianco di Tel Aviv anche in questa nuova offensiva, per adesso solo verbale, contro l’Iran. E, come è ormai chiaro, mira invece a una distensione che indirizzi il conflitto verso un tavolo di pace. A confermarlo, secondo quanto scrive il Financial Times, è anche l’intervento diretto di Donald Trump per stoppare una nuova campagna militare israeliana che doveva iniziare il 10 ottobre scorso. Netanyahu, si legge, aveva incaricato le sue forze armate di pianificare una nuova offensiva di vasta portata, con l’esercito israeliano pronto per una campagna di bombardamenti di più giorni che avrebbe preso di mira infrastrutture civili come centrali elettriche, impianti nucleari e altri obiettivi. Una versione confermata da tre fonti che hanno parlato al quotidiano finanziario britannico ma che viene smentita dal Jerusalem Post, secondo cui né Netanyahu né Katz o altri esponenti del governo avevano dato ordine all’Idf di prepararsi all’attacco.

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Arrestato l’ex ministro dell’economia ungherese Matolcsy: è accusato di corruzione e malversazione per oltre 550 miliardi di euro

21 October 2026 at 13:41

Gyorgy Matolcsy, ex ministro dell’economia dei governi di Viktor Orban ed ex presidente della banca centrale ungherese Mnb, è stato arrestato con l’accusa di malversazione e corruzione. Secondo gli inquirenti, si tratta del più grande affare di malversazioni di sempre in Ungheria. Al centro dell’indagine ci sono fondazioni private, controllate dalla famiglia di Matolcsy, create dalla Banca nazionale di Ungheria sotto la sua gestione, che avrebbero operato investimenti su cui la Corte dei Conti dello Stato ha sollevato diverse perplessità. Il giro d’affari attorno a queste fondazioni sarebbe di circa 550 miliardi di euro. L’ex ministro respinge le accuse sostenendo che le fondazioni agivano in modo indipendente poiché la banca non aveva mandato per interferire con il loro operato.

Il premier Peter Magyar, che ha sconfitto Orban lo scorso aprile, ha salutato su Facebook l’arresto. Durante la campagna elettorale Magyar ha promesso una lunga e intensa battaglia contro la corruzione dei governi precedenti. È stata istituita una commissione per la revisione delle operazioni della Banca nazionale. Lo scorso maggio, inoltre, sono stati sequestrati 92 miliardi di fiorini ungheresi (l’equivalente di circa 250 milioni di euro) tra fondi e titoli a seguito di un’inchiesta per riciclaggio di denaro che ha coinvolto alcune fondazioni istituite dalla banca centrale negli anni scorsi.

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