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C2C si prepara alla nuova edizione del festival con il record di presenze internazionali

9 October 2026 at 13:22

Il C2C Festival si prepara a spegnere venticinque candeline consolidando la sua statura di punto di riferimento globale per la musica avant-pop e la youth culture. Dal 29 ottobre al 1° novembre 2026, Torino tornerà a trasformarsi nel capitale europea dell’elettronica d’avanguardia e della sperimentazione sonora per l’edizione 25 YEARS OF. Il quarto di secolo della kermesse – nata nei primi anni Duemila con il nome di Club To Club – arriva accompagnato da numeri record: le vendite dei biglietti viaggiano spedite verso il sold out per il quinto anno consecutivo, ma è la componente geografica a segnare uno storico sorpasso. Per la prima volta, infatti, il pubblico internazionale ha superato quello italiano, attestandosi al cinquantatrè per cento delle presenze complessive, a cui si affianca una schiacciante quota del settantotto per cento di spettatori under 35.

Il traguardo dei 25 anni segue i recenti successi internazionali del marchio torinese, con i sold out registrati sia alla seconda edizione di C2C NYC a New York sia al prestigioso Barbican Centre di Londra. Per l’occasione, il festival presenta il programma più esteso e ambizioso di sempre, estendendosi su una rete capillare di venue cittadine che raccontano l’anima barocca, post-industriale e contemporanea di Torino.

Se la main venue di Lingotto Fiere accoglierà le serate di venerdì e sabato mettendo al debutto il nuovo DAZED Stage, le OGR Torino confermano il proprio ruolo strategico ospitando il Grand Opening del giovedì e il Finissage della domenica. Non mancheranno poi storici ritorni e format evocativi: a undici anni dall’ultima volta, il Teatro Carignano riaprirà le porte sabato 31 ottobre per uno speciale matinée ideato con il supporto del Teatro Stabile e la coproduzione di MITO SettembreMusica. La giornata conclusiva del 1° novembre vedrà invece un evento diffuso accessibile con un unico titolo d’ingresso tra Le Roi — la celebre ballroom progettata da Carlo Mollino — e il Notorius, storico locale tra i luoghi simbolo della primissima edizione del 2002.

A completare la mappa del festival saranno il Teatro Regio, sede diurna dell’hub di incontri e dibattiti C2C Talks, e l’headquarters di Combo Torino. Quest’ultimo accoglierà già domenica 25 ottobre la preview C2C KIDS!, l’appuntamento dedicato ai più piccoli il cui ricavato di biglietteria sarà integralmente devoluto allo storico partner etico Medici Senza Frontiere.

La proposta artistica del 2026 riunisce icone pop, debutti attesissimi ed esclusive nazionali. Tra i set più attesi figura l’icona pop svedese Robyn, di ritorno a sette anni dall’ultimo lavoro solista con il nuovo album Sexistential, ma anche l’inedita e rara apparizione di coppia per i rapper e producer svedesi Yung Lean & Bladee. Spazio poi all’art-pop etereo della producer francese Oklou, al ritorno di Arca e a quello di Kelela, oltre allo show di Chuquimamani-Condori (fresco di Leone d’Argento alla Biennale Musica di Venezia) e ai set di Shygirl, The Avalanches, Theo Parrish (protagonista di una maratona sonora di 7 ore), Grouper, Lorenzo Senni, Smerz e Sonnets/HEADACHE.

La celebrazione del venticinquennale si proietta infine nel futuro attraverso l’investimento sulle nuove generazioni. Quest’anno ha preso il via C2C Curators, un programma gratuito di formazione e professionalizzazione dedicato alla memoria del fondatore Sergio Ricciardone. Tra le oltre duecento candidature ricevute da tutta Italia, dodici giovani curatrici e curatori under 35 sono stati selezionati per affiancare i mentor internazionali Bill Kouligas, Simone Trabucchi ed Elisa Luengo, entrando direttamente nei meccanismi produttivi e curatoriali del festival.

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Calenda e De Romanis hanno posto le basi di una nuova agenda economica riformista

9 October 2026 at 11:00

Ieri sulla Stampa sono usciti due interventi molto utili per uscire dal solito giro del pensiero biunico di destra e sinistra sull’economia. Nel primo Carlo Calenda ha posto un problema che il centro liberale e riformista non può eludere: la concentrazione della ricchezza e il rischio che il denaro determini, fino a sopprimerla, la democrazia. Su questo siamo nella stessa area, quella che si oppone ai populismi di destra e di sinistra senza rinunciare a nominare le questioni sociali. Proprio per questo vale la pena discutere la diagnosi con la serenità di chi lavora allo stesso progetto.

Il problema è reale. Il patrimonio si concentra, la rendita cresce più dei salari, il mercato elettrico mostra come regole mal disegnate possano produrre margini che nessuna concorrenza giustificherebbe. Ma parlare di fine del capitalismo, o evocare il 1929, mi sembra più di quanto i dati consentano. Oggi abbiamo banche centrali che conoscono gli errori del passato, stabilizzatori sociali, autorità di garanzia. Le crisi arriveranno, come sempre, ma sono sfide da governare, non sentenze di fine vita. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale: le rivoluzioni tecnologiche hanno spostato il lavoro più che cancellarlo, e l’IA può abbattere il costo di sanità, istruzione e servizi professionali, con un effetto redistributivo dal basso. Naturalmente ogni nuova epoca tecnologica presenta rischi e opportunità, con i suoi perdenti e vincenti.

Qualche giorno fa ho scritto che l’uso militare dell’intelligenza artificiale segna più di ogni altro evento il passaggio dal Novecento al nuovo secolo: a decidere degli equilibri mondiali sembrano destinati i capitali, non più le capitali. Ma “destinati” indica una prospettiva politica, non un destino fatale. Occorre frenare e riaggiustare gli strumenti. È compito dei governi democratici trovare le soluzioni. Innanzitutto porselo, come ha fatto Calenda.

Il quale è stato chiamato anche a pronunciarsi sulla patrimoniale, che è il filo rosso del serial economico avviato sulla Stampa da un intervento del magistrato-scrittore Gianrico Carofiglio. Calenda ha giustamente rinviato la questione al fantafuturo, cioè a quando la patrimoniale venisse decisa da una autorità europea che ancora non c’è. Le esperienze fino ad oggi tentate a livello nazionale non sono state fortunate e la stessa patrimoniale europea avrebbe, credo, la funzione di un cerotto su un arto amputato. La tassa patrimoniale produce pochi miliardi e una volta sola, se ci riesce: le vie di fuga sono innumerevoli.

La tassa patrimoniale non agisce alla radice, perché il problema non è la ricchezza ma la sua trasformazione in dittatura del denaro: il potere di comprare norme, regolatori, mercati. Una ricchezza che nasce dall’impresa e dal lavoro, e che non fa male a nessuno, è un bene collettivo. Il rimedio è moltiplicarla e distribuirla meglio, non punirla. Qui possiamo richiamarci a una tradizione che l’Italia ha già avuto. Gaetano Salvemini combatté i monopoli e il protezionismo che difendevano le rendite dei pochi a spese di tutti; Luigi Einaudi insegnò che il liberalismo è regole certe, concorrenza reale e un fisco che non ostacoli chi produce; Ernesto Rossi fece della proprietà diffusa e della lotta ai monopoli un obiettivo liberale. Marco Pannella portò quello spirito nella politica di massa, contro corporativismi e rendite di posizione. Il filo è lo stesso: il nemico non è la ricchezza, è il privilegio.

Veronica De Romanis, nell’altro intervento che voglio citare, ha messo a fuoco un’altra questione: il nemico pubblico del benessere è l’inflazione, che è una tassa patrimoniale di fatto, e colpisce anche dove non dovrebbe. Come del resto il “servizio del debito”, che è a carico delle generazioni presenti e future. Aumentare il debito pubblico per salvare il welfare state non è una soluzione, al contrario. De Romanis ha suggerito una diversa via: redistribuire la spesa che già c’è, spostandola da ciò che ha scarso impatto su crescita ed equità, e usare i risparmi per alleggerire il fisco su lavoro e impresa. I risparmi sì. Ma a quanto pare gli studi di Carlo Cottarelli, Tito Boeri o di Mario Baldassarri non sono più di attualità a destra e sinistra.

Ed ecco la necessità di un programma comune del centro, a partire dai punti che già lo uniscono. Un documento unitario sarebbe il miglior modo per avviare una campagna elettorale con ambizioni non di testimonianza ma di governo. (Esagerato? Esageratissimo, ma non è tempo di stabilità in nessuna area politica, lo vedremo nei prossimi mesi). La distinzione, in fondo, è tra chi vede la ricchezza come un problema da ridurre o da sfruttare, e chi la vede come una risorsa da moltiplicare e tenere lontana dal potere. Credo che il centro possa portare questa seconda visione, in un’offerta elettorale credibile e senza strizzate d’occhio.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Stati Uniti e Ucraina cercano a Miami una proposta comune per riaprire le trattative con la Russia

9 October 2026 at 06:04

Gli Stati Uniti hanno intrapreso un nuovo tentativo diplomatico per fermare la guerra in Ucraina. Oggi a Miami, gli inviati del presidente Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, incontreranno una delegazione ucraina e rappresentanti europei per discutere nuove proposte di cessate il fuoco e cercare di costruire una posizione comune da sottoporre alla Russia. I negoziati dureranno due giorni e si svolgeranno proprio Mosca sta intensificando i bombardamenti sulle città ucraine. Secondo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ci sono stati almeno 78 morti e 215 feriti negli ultimi due giorni. L’obiettivo di Washington  riprendere un processo diplomatico che negli ultimi mesi non ha prodotto risultati concreti, partendo dalle proposte elaborate durante le visite di Witkoff e Kushner a Mosca e a Kyjiv all’inizio di settembre. I due rappresentanti americani hanno mantenuto contatti con entrambe le parti, cercando di individuare possibili condizioni per una riduzione delle ostilità.

La delegazione ucraina sarà guidata dal capo dell’ufficio presidenziale Kyrylo Budanov e comprenderà il direttore dell’intelligence estera Rustem Umerov, il consigliere diplomatico Serhiy Kyslytsya e il parlamentare Davyd Arakhamia, uno dei principali negoziatori di Kyjiv. Per gli Stati Uniti parteciperanno anche funzionari del Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca e del dipartimento del Tesoro.

Washington ha invitato inoltre i consiglieri per la sicurezza nazionale di Regno Unito, Francia e Germania, insieme a rappresentanti della NATO e dell’Unione Europea. Zelensky ha espresso l’aspettativa che i partner europei partecipino direttamente ai colloqui, in un formato più ampio rispetto ai precedenti contatti tra Washington e Kyjiv.

Al centro delle discussioni ci saranno le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, un piano economico per la ricostruzione dopo la guerra e alcune ipotesi di tregua limitata. Una delle proposte prese in considerazione riguarda la sospensione reciproca degli attacchi contro le infrastrutture energetiche e la protezione dei trasporti di cereali nel Mar Nero. Si tratta di misure circoscritte, pensate per ridurre alcuni degli effetti più gravi del conflitto senza attendere un accordo complessivo sulle questioni territoriali e militari. Zelensky ha confermato che sono allo studio diverse forme di cessate il fuoco settoriale, ma ha evitato di indicare quali possano avere maggiori possibilità di essere accettate da Mosca.

La questione energetica assume particolare importanza con l’avvicinarsi dell’inverno. Negli ultimi mesi gli attacchi russi hanno colpito ripetutamente la rete elettrica ucraina, insieme a infrastrutture ferroviarie, impianti logistici e obiettivi civili. Per le autorità di Kyjiv, la continuità delle forniture di elettricità e riscaldamento rappresenta una delle principali priorità in vista dei mesi più freddi. Anche i governi europei hanno segnalato agli Stati Uniti le conseguenze economiche del prolungamento della guerra, in particolare l’aumento dei costi energetici e le pressioni sui bilanci pubblici. La loro partecipazione ai negoziati dovrebbe consentire di affrontare direttamente anche il finanziamento dell’assistenza all’Ucraina e le modalità di sostegno alla sua sicurezza nel lungo periodo.

Per Kyjiv, il coinvolgimento europeo è importante anche per evitare che eventuali compromessi vengano definiti attraverso colloqui separati tra Washington e Mosca. I governi europei intendono mantenere un ruolo nelle decisioni sulle garanzie di sicurezza e sugli strumenti economici necessari a sostenere l’Ucraina. Zelensky ha spiegato che con gli americani sarà affrontato soprattutto il rafforzamento della difesa aerea, mentre con gli europei saranno discusse le questioni finanziarie.

Giovedì il segretario di Stato americano Marco Rubio ha descritto la guerra come una situazione di stallo strategico particolarmente pericolosa, sottolineando che al momento non si intravedono condizioni favorevoli per un accordo negoziato. Rubio ha individuato uno dei principali ostacoli nelle richieste territoriali russe. Mosca continua a pretendere il controllo dell’intera regione orientale di Donetsk, compresi i territori che non è riuscita a conquistare militarmente. È una condizione che l’Ucraina considera inaccettabile e che impedisce di avvicinare le posizioni su un possibile accordo definitivo.

Il segretario di Stato ha inoltre avvertito che il prolungamento dello stallo potrebbe favorire un’ulteriore escalation, anche oltre i confini ucraini. Washington teme in particolare che episodi di sabotaggio o altre operazioni ostili nei paesi confinanti, alcuni dei quali appartengono alla NATO, possano provocare una crisi più ampia. Gli Stati Uniti restano disponibili a facilitare un negoziato, ma Rubio ha chiarito che la mediazione dovrà produrre progressi concreti.

Zelensky ha contestato la descrizione della situazione diplomatica fornita dall’amministrazione americana. Il presidente ucraino ritiene contraddittorio che Washington discuta con Mosca di possibili progetti economici futuri e contemporaneamente presenti il negoziato come bloccato. Secondo Zelensky, gli Stati Uniti dispongono ancora di strumenti per modificare la posizione russa, a cominciare da un ulteriore inasprimento delle sanzioni.

Il presidente ucraino ha chiesto anche un ampliamento dell’accesso alle capacità del sistema satellitare Starlink, che secondo Kyjiv potrebbe contribuire a individuare e colpire le piattaforme russe utilizzate per il lancio di missili balistici. Zelensky sostiene che rafforzare le capacità difensive e operative ucraine sia una condizione necessaria per indurre il presidente russo Vladimir Putin a negoziare seriamente.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha condiviso la valutazione di Rubio sullo stallo del conflitto e ha escluso che vi siano al momento prospettive immediate per un vertice tra Putin, Trump e Zelensky. Anche il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov ha dichiarato che non sono attualmente previsti nuovi colloqui nel formato trilaterale, pur sostenendo che Mosca rimane disponibile al dialogo. Secondo Axios, Witkoff e Kushner potrebbero tornare a Mosca entro la fine di ottobre per sottoporre alla leadership russa le proposte aggiornate dopo il confronto con ucraini ed europei. Zelensky ha indicato che la delegazione ucraina dovrebbe rientrare a Kyjiv entro lunedì 12 ottobre per riferire sui risultati degli incontri.

Ieri un attacco russo contro due autobus nella città orientale di Kramatorsk ha ucciso almeno 30 persone e ne ha ferite 18, secondo le autorità locali. La polizia ucraina ha riferito che i mezzi sono stati colpiti da una bomba aerea guidata mentre si trovavano in una strada cittadina. Il giorno precedente, un missile russo aveva colpito un edificio residenziale di cinque piani a Pryluky, nella regione settentrionale di Chernihiv, causando almeno 22 morti, tra cui cinque bambini.

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Il Pentagono trasmetterà in streaming la fucilazione di un ex militare condannato per la strage di Fort Hood

9 October 2026 at 06:00

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato che il Pentagono trasmetterà in diretta streaming l’esecuzione di Nidal Malik Hasan, un ex maggiore dell’esercito statunitense condannato a morte per aver ucciso 13 persone e ferito altre 32 in una base militare del Texas nel 2009. L’esecuzione, che avverrà mediante fucilazione, sarebbe la prima esecuzione militare negli Stati Uniti dal 1961 e la prima esecuzione legale trasmessa in diretta nella storia del paese. Non è ancora stato comunicato su quale piattaforma sarà possibile seguire la trasmissione, né quali eventuali restrizioni saranno applicate al pubblico.

Hegseth aveva anticipato l’intenzione di rendere pubblica l’esecuzione durante un’intervista all’emittente conservatrice Real America’s Voice, mentre si trovava a bordo della portaerei USS Abraham Lincoln. «Faremo in modo che le persone possano guardarlo», ha dichiarato, sostenendo che le persone debbano comprendere le gravi conseguenze di azioni come quelle commesse da Hasan.

Il segretario alla Difesa ha precisato che la fucilazione è stata programmata per le 13 di giovedì 3 dicembre. La scelta del luogo, del giorno della settimana e dell’orario è deliberata: corrispondono approssimativamente a quelli dell’attacco compiuto da Hasan il 5 novembre 2009. Hegseth ha inoltre difeso il ricorso a un plotone di esecuzione composto da soldati, presentandolo come una risposta appropriata alla gravità del crimine. Trump ha approvato nei giorni scorsi l’esecuzione su raccomandazione di Hegseth, come previsto dalla legislazione militare statunitense. 

Hasan, oggi 56enne, era uno psichiatra dell’esercito con il grado di maggiore quando, il 5 novembre 2009, entrò in un edificio sanitario della base di Fort Hood, dove numerosi militari stavano svolgendo le procedure mediche necessarie prima di essere inviati in missione. Armato di una pistola, aprì il fuoco contro le persone presenti, uccidendone 13 e ferendone 32. Durante l’attacco fu colpito dalle forze dell’ordine e rimase paralizzato dalla vita in giù. Da allora utilizza una sedia a rotelle.

L’attacco avvenne poche settimane prima che lo stesso Hasan dovesse essere trasferito in Afghanistan. Durante il processo militare spiegò di aver agito per impedire ai soldati statunitensi di partecipare alle operazioni militari contro altri musulmani. Le indagini accertarono inoltre che, nei mesi precedenti alla strage, aveva scambiato numerose email con Anwar al Awlaki, un predicatore radicale legato ad Al Qaeda, successivamente ucciso in Yemen da un attacco statunitense con un drone.

Nel 2013 una giuria militare riconobbe Hasan colpevole di 45 capi d’accusa per omicidio premeditato e tentato omicidio premeditato, condannandolo alla pena capitale. Durante il procedimento aveva scelto di rappresentare sé stesso, non aveva contestato sostanzialmente la ricostruzione dell’accusa e non aveva chiamato testimoni a propria difesa. Da allora è detenuto nel carcere militare di Fort Leavenworth, in Kansas.

La decisione di rendere pubblica la sua esecuzione rappresenta una rottura con la prassi seguita negli Stati Uniti da quasi un secolo. L’ultima esecuzione pubblica legalmente autorizzata generalmente riconosciuta risale al 1936, quando migliaia di persone assistettero all’impiccagione di Rainey Bethea, un afroamericano condannato per lo stupro di una donna bianca, nello stato del Kentucky.

Negli Stati Uniti le esecuzioni capitali possono ancora prevedere la presenza di testimoni, tra cui giornalisti, familiari e persone autorizzate. La trasmissione televisiva o attraverso internet, però, non è mai stata consentita. In passato alcune organizzazioni giornalistiche avevano cercato di ottenere il permesso di riprendere le esecuzioni, incontrando l’opposizione dei tribunali. Anche a livello internazionale le esecuzioni pubbliche sono diventate relativamente rare. Secondo Amnesty International, nel 2025 ne sono state documentate almeno 17, di cui 11 in Iran e sei in Afghanistan. Nessun paese risulta aver trasmesso in diretta televisiva o streaming un’esecuzione giudiziaria.

L’ultima esecuzione effettuata con questo metodo dall’esercito statunitense risale al 1945, quando il soldato Eddie Slovik venne fucilato dopo essere stato condannato per diserzione durante la Seconda guerra mondiale. L’ultima esecuzione militare in assoluto avvenne invece nel 1961, quando il soldato John Bennett fu impiccato dopo una condanna per stupro e tentato omicidio di una bambina in Austria.

Attualmente cinque stati americani prevedono la possibilità di ricorrere alla fucilazione per eseguire condanne capitali. Nel 2025 la Carolina del Sud ha utilizzato questo metodo per la prima volta negli Stati Uniti dopo quindici anni. L’amministrazione Trump ha inoltre ampliato i metodi consentiti per le esecuzioni federali, includendo nuovamente la fucilazione, l’elettrocuzione e l’asfissia mediante gas, anche in seguito alle crescenti difficoltà nell’approvvigionamento dei farmaci utilizzati per le iniezioni letali.

Le principali piattaforme social applicano infatti restrizioni alla diffusione di immagini di morti violente. Meta, proprietaria di Facebook, Instagram e Threads, vieta esplicitamente le dirette delle esecuzioni capitali. Una disposizione analoga è prevista da TikTok. Rimane quindi aperta la questione di quale servizio possa ospitare la trasmissione annunciata dal Pentagono. Non è inoltre certo che l’esecuzione possa effettivamente avvenire il 3 dicembre. Sebbene la Corte Suprema abbia rifiutato nel 2025 di riesaminare la condanna pronunciata dal tribunale militare, Hasan conserva la possibilità di presentare un ricorso davanti alla giustizia federale per contestare la legittimità della sua detenzione o della procedura di esecuzione.

Restano infine da definire diversi aspetti operativi. L’esercito non dispone di una procedura moderna già sperimentata per le esecuzioni mediante fucilazione: le istruzioni militari più dettagliate risalgono al 1959 e sono in corso i preparativi per aggiornarle. Non è ancora stato chiarito come saranno scelti e addestrati i soldati incaricati di eseguire la condanna, né quali adattamenti saranno necessari per le condizioni fisiche di Hasan.

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Come funziona la nuova legge elettorale

9 October 2026 at 06:00

La Camera dei deputati ha approvato definitivamente la nuova legge elettorale voluta dal governo Meloni. Il provvedimento, nato come Stabilicum e ribattezzato Melonellum dalle opposizioni, ha ottenuto 227 voti favorevoli e 164 contrari nello scrutinio segreto di ieri. La riforma sostituisce il Rosatellum e introduce un sistema proporzionale con un premio di maggioranza per le coalizioni che raggiungono almeno il 42 per cento dei voti. Cambiano anche le modalità di scelta dei parlamentari, con il ritorno parziale delle preferenze, mentre partiti e coalizioni dovranno indicare prima delle elezioni il nome della persona che intendono proporre come presidente del Consiglio.

La nuova legge sarà utilizzata alle prossime elezioni politiche, previste nel 2027, e modifica in modo significativo il sistema con cui vengono assegnati i seggi alla Camera e al Senato. Il Rosatellum, in vigore dal 2017, combinava una componente proporzionale con una maggioritaria, nella quale i candidati si confrontavano direttamente nei collegi uninominali. Lo Stabilicum elimina questi collegi, con alcune eccezioni territoriali, e affida la distribuzione dei seggi prevalentemente al risultato ottenuto dalle liste nei collegi plurinominali.

Il cambiamento più importante riguarda il cosiddetto premio di governabilità, pensato per favorire la formazione di maggioranze parlamentari stabili. La lista o coalizione che ottiene più voti, raggiungendo almeno il 42 per cento dei consensi validi sia alla Camera sia al Senato, riceve 105 seggi aggiuntivi: 70 deputati e 35 senatori. Il premio viene assegnato soltanto se la stessa forza politica risulta prima in entrambi i rami del Parlamento e raggiunge in ciascuno la percentuale richiesta.

Se nessuna lista o coalizione soddisfa entrambe le condizioni, il premio non viene attribuito e tutti i seggi sono distribuiti secondo il sistema proporzionale. Lo stesso accade se i risultati delle due Camere producono vincitori differenti. La versione iniziale della riforma prevedeva un ballottaggio nel caso in cui nessuno avesse raggiunto la soglia necessaria, ma questa possibilità è stata eliminata durante l’esame parlamentare.

Il premio può incidere considerevolmente sulla composizione delle Camere, che dopo la riduzione del numero dei parlamentari del 2020 contano 400 deputati e 200 senatori elettivi. Per limitarne gli effetti, la legge stabilisce che nessuna lista o coalizione possa ottenere complessivamente più di 220 deputati e 113 senatori attraverso il nuovo meccanismo. I limiti corrispondono rispettivamente al 55 e al 56,5 per cento dei seggi e sono stati introdotti per evitare che il premio attribuisca alla forza vincitrice una maggioranza sufficientemente ampia da raggiungere da sola alcune soglie qualificate previste dalla Costituzione.

Restano le soglie di sbarramento già previste dal Rosatellum. Per partecipare alla distribuzione dei seggi, una lista deve ottenere almeno il 3 per cento dei voti, mentre una coalizione deve raggiungere il 10 per cento. È però prevista un’eccezione per il partito più votato tra quelli di una coalizione rimasti sotto il 3 per cento. 

Per esempio, in un’ipotetica coalizione di centrodestra composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati, quest’ultimo potrebbe ottenere il 2,5 per cento dei voti e partecipare comunque all’assegnazione dei seggi, purché sia la lista più votata tra quelle della coalizione che non hanno raggiunto la soglia. Lo stesso meccanismo si applicherebbe a una coalizione di centrosinistra formata da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa: se +Europa ottenesse il 2 per cento e fosse l’unica lista sotto soglia, potrebbe essere ripescata. In entrambi i casi, la coalizione dovrebbe comunque superare il 10 per cento dei voti. 

C’è poi un’altra distinzione importante: anche i voti delle liste che non raggiungono il 3 per cento e non vengono ripescate contribuiscono al risultato complessivo della coalizione ai fini del premio di governabilità. Una forza politica minore, quindi, potrebbe non eleggere direttamente alcun parlamentare, ma contribuire comunque al raggiungimento del 42 per cento necessario per ottenere i seggi aggiuntivi.

Un’altra novità riguarda le preferenze, uno degli aspetti più discussi durante l’approvazione della legge. Gli elettori potranno tornare a indicare i candidati che desiderano eleggere, ma non avranno la possibilità di scegliere tutti i nomi presenti nelle liste. Ogni collegio plurinominale avrà infatti sette candidati, con un capolista bloccato e altri sei sottoposti al voto di preferenza.

Sulla scheda saranno stampati i nomi dei sei candidati tra i quali l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze. Quando viene indicato più di un candidato, dovrà essere rispettata l’alternanza di genere. Le preferenze successive che non rispettano questa regola saranno annullate secondo il meccanismo previsto dalla legge. Il capolista, invece, continuerà a essere scelto direttamente dal partito: la sua elezione dipenderà dai seggi conquistati dalla lista, senza che debba ottenere preferenze personali. Rimane inoltre possibile candidare la stessa persona in un massimo di cinque collegi plurinominali.

La riforma modifica anche alcune disposizioni sulla rappresentanza di genere. A differenza del Rosatellum, non è prevista una quota che obblighi i partiti a distribuire le posizioni di capolista rispettando un rapporto tra uomini e donne del 60 e 40 per cento. L’alternanza è invece richiesta per i sei candidati sottoposti alle preferenze. Un criterio di equilibrio tra i generi si applica anche agli elenchi circoscrizionali dai quali vengono individuati i parlamentari eletti attraverso il premio di maggioranza. Le opposizioni hanno contestato soprattutto la cancellazione delle quote per i capilista, sostenendo che potrebbe ridurre la rappresentanza femminile in Parlamento.

Tra le disposizioni più rilevanti sul piano istituzionale c’è l’obbligo per i partiti di indicare, insieme al programma elettorale, il nome della persona che intendono proporre al presidente della Repubblica per l’incarico di presidente del Consiglio. Le forze politiche che si presentano in coalizione dovranno concordare un unico nominativo, sottoscrivendo una dichiarazione comune.

L’indicazione non equivale però all’elezione diretta del capo del governo. Il nome del candidato non comparirà sulla scheda elettorale e la legge mantiene esplicitamente le prerogative attribuite dalla Costituzione al presidente della Repubblica, al quale spetta nominare il presidente del Consiglio. Rimane inoltre il principio dell’assenza di vincolo di mandato per i parlamentari, previsto dall’articolo 67 della Costituzione. La disposizione non impedisce quindi agli eletti di assumere successivamente posizioni politiche differenti da quelle sostenute durante la campagna elettorale.

Cambiano anche le condizioni richieste alle formazioni politiche per partecipare alle elezioni. I partiti privi di rappresentanza parlamentare dovranno raccogliere almeno 6mila firme per collegio, rispetto alle 1.500 previste come soglia minima dalla normativa precedente. Il numero può arrivare a 7mila sottoscrizioni per collegio e la legge aumenta anche la quota di circoscrizioni nelle quali è necessario presentare candidature.

Sono previste esenzioni per i partiti che dispongono di gruppi parlamentari, comprese le formazioni con almeno un gruppo costituito entro il 31 dicembre 2025. Per quelle che hanno una componente parlamentare ma non un gruppo autonomo rimangono invece requisiti ridotti, con un numero di firme compreso tra 1.500 e 2mila per collegio. L’innalzamento delle soglie per le nuove formazioni è stato criticato perché potrebbe rendere più difficile l’accesso alla competizione elettorale per i partiti non rappresentati nelle Camere.

La legge introduce inoltre una disciplina stabile per il voto dei cittadini temporaneamente domiciliati lontano dal luogo di residenza. Chi si trova per motivi di studio o lavoro in una regione diversa dalla propria potrà votare nel comune di domicilio, purché la permanenza prevista sia di almeno nove mesi. Per chi si allontana dal comune di residenza per sottoporsi a cure mediche, il periodo richiesto è ridotto a tre mesi. Sarà necessario iscriversi in un apposito albo, rispettando i termini stabiliti dalla nuova normativa. La possibilità è stata estesa anche ai caregiver familiari che si trovano in un’altra regione per assistere persone ricoverate o sottoposte a cure. Le disposizioni sul voto fuori sede riguardano le elezioni politiche, quelle europee e i referendum.

Ulteriori cambiamenti interessano gli italiani residenti all’estero. Per l’elezione della Camera, le ripartizioni geografiche della circoscrizione Estero passano da quattro a due, distinguendo l’Europa dal resto del mondo. Per il Senato viene invece introdotta un’unica ripartizione, al posto delle quattro precedenti. Il numero complessivo dei parlamentari eletti all’estero rimane di otto deputati e quattro senatori, ma cambia la distribuzione territoriale delle candidature e dei seggi.

Ci sono poi alcuni dubbi sulla compatibilità della legge con la Costituzione. Uno riguarda il premio di maggioranza al Senato, perché la Costituzione stabilisce che i senatori debbano essere eletti su base regionale. Le opposizioni contestano soprattutto il premio di maggioranza, perché potrebbe assegnare a una coalizione molti più seggi rispetto alla percentuale di voti ottenuta. Criticano anche la scelta di mantenere i capilista bloccati: gli elettori potranno esprimere preferenze per alcuni candidati, ma i primi nomi delle liste continueranno a essere decisi dai partiti. Altre critiche riguardano l’aumento delle firme necessarie per presentarsi alle elezioni, che potrebbe rendere più difficile la partecipazione dei nuovi partiti, e le nuoveregole sulla rappresentanza di genere, che secondo le opposizioni potrebbero ridurre il numero delle donne elette in Parlamento.

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Le elezioni in Palestina di cui nessuno parla, e che nessuno vuole

9 October 2026 at 03:45

In Palestina si dovrebbe andare alle urne il 28 novembre, ma c’è il rischio dell’ennesimo rinvio da parte dell’Anp che teme di perdere contro un inedito cartello anti-Fatah. Intanto, lo stallo a Gaza tiene in vita Hamas

«È cambiato tutto dopo il 7 ottobre»: ci dicono le imprenditrici palestinesi del Businesswomen Forum a Ramallah. Non stentiamo a crederlo: migliaia di permessi di lavoro dei palestinesi che ogni giorno lavoravano in Israele revocati, aumento dei posti di blocco, aumento degli atti terroristici dei coloni estremisti in Cisgiordania, Gaza devastata con decine di migliaia di vittime; il blocco, da parte israeliana, delle entrate doganali spettanti all’Autorità Nazionale Palestinese (Anp); sullo sfondo, una crisi economica sempre più profonda.

Questo è lo scenario dei territori palestinesi che si presenta ai nostri occhi, e pesa sentire che – di fronte ai nostri tentativi di introdurle a spazi di dialogo con gli israeliani – ci sia più di una reticenza. Ampio è il solco che divide i due popoli, e l’idea che “normalizzare i rapporti col nemico” sia un tabù è ben presente nella filigrana delle nostre conversazioni. Ciononostante, le palestinesi con cui parliamo chiedono innanzitutto opportunità economiche: i commerci sono quasi fermi; gli spostamenti sono diventati più difficili e rischiosi e rendono problematico raggiungere il posto di lavoro; molte donne palestinesi hanno imprese “informali” che la volatilità della situazione rende impossibile gestire.

«Non guardateci come vittime di un conflitto, siamo imprenditrici e vogliamo esplorare nuovi mercati»: è il messaggio, quasi il rimprovero, che ci fa una di loro. Come darle torto? Molto spesso pensiamo ai palestinesi (e agli israeliani) solo attraverso le lenti del conflitto, e questo ci impedisce di coglierne la soggettività. L’esortazione di questa imprenditrice mi porta a riflettere su come tendiamo a guardare il conflitto: da una parte Israele, come soggetto che può fare tutto, anche raggiungere la pace; dall’altra i palestinesi, ridotti a elemento passivo della storia. Naturalmente non è così e non lo è mai stato, e in questa lettura manichea riconosco una buona dose di paternalismo. 

Una riflessione simile emerge dai colloqui con i dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese . Nonostante tutte le difficoltà – alcune imputabili al governo israeliano, altre allo stesso esecutivo palestinese – dalle conversazioni appare evidente che non esiste attualmente un’alternativa reale e migliore all’Anp per il governo degli affari palestinesi. Certo, esiste un problema di credibilità, certamente sono necessarie riforme profonde e preoccupa il loro attaccamento al “diritto al ritorno” di tutti i profughi palestinesi dal 1948 a oggi. Tuttavia, alla luce delle interlocuzioni avute, appare strategicamente miope e ingiustificata la volontà di Benjamin Netanyahu di tenere fuori l’Anp dalla gestione degli affari di Gaza, soprattutto considerando i rapporti che già intercorrono tra il comitato tecnocratico istituito nel Board of Peace e le autorità di Ramallah.

L’Anp è figlia della stagione di Oslo, è composta da personale tendenzialmente più pragmatico e collabora già da anni con le autorità israeliane. È sufficiente? No, ma tra queste formazioni e il fondamentalismo islamico di Hamas esiste una differenza sostanziale: Hamas considera l’intera terra un bene inalienabile dell’islam e non accetterebbe in nessun modo un governo non islamico, tanto meno di uno Stato ebraico, anche a costo della vita dei palestinesi. Con l’Anp esiste invece ancora, sebbene sotto traccia, un coordinamento di sicurezza che impedisce alla situazione di deflagrare, nonostante le scellerate politiche dell’attuale governo israeliano siano ormai palesemente mirate a far esplodere la situazione nei territori palestinesi a uso e consumo dei sogni di annessione di Smotrich e Ben-Gvir.

C’è però un tema irrisolto di cui nessuno parla, concentrati come siamo sugli esiti delle elezioni israeliane: le elezioni politiche nei territori palestinesi, previste per il 28 novembre. Il rischio, confermato anche da un’attivista palestinese che incontriamo, è quello dell’ennesimo rinvio delle elezioni, motivato con l’impossibilità del voto a Gerusalemme Est e con la devastazione di una gran parte di Gaza. Sullo sfondo, il problema di Hamas, che continua ad arruolare migliaia di giovani nelle zone della Striscia che controlla e il cui disarmo è uno dei maggiori ostacoli per il Board of Peace.

Un ulteriore dato che complica lo scenario è la probabile, insolita alleanza tra Hamas, Jihad islamica e Mohammed Dahlan, arcinemico interno di Abu Mazen e attualmente consigliere della leadership degli Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo sarebbe quello di formare una sorta di cartello elettorale anti-Fatah, in grado di aggirare la regola per cui chi partecipa alle elezioni deve sottoscrivere i principi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che includono il riconoscimento d’Israele. Tutti i tentativi di rappacificazione tra Fatah e Dahlan sono finora falliti e, di fronte alla possibilità di un simile cartello elettorale, l’Autorità Nazionale Palestinese teme di perdere il controllo, se si votasse oggi.

In questo quadro, figure come Samer Sinijlawi chiedono con forza che le elezioni si tengano comunque. Sinijlawi ha formato un nuovo partito, Masar Jadid, il Nuovo Corso, che corre con un programma imperniato sul dialogo con Israele e sull’apertura democratica delle istituzioni palestinesi, e si sta confermando come uno dei più interessanti protagonisti di una nuova stagione politica in Palestina. Proprio in questi giorni ha lanciato l’allarme, invitando i Paesi europei a fare pressione su Abu Mazen perché le elezioni si tengano comunque, e a fare al tempo stesso uno sforzo per sostenere l’intero processo, sia per non frustrare le aspettative dei palestinesi sia per garantire credibilità al percorso elettorale.

Resta naturalmente aperta la questione che già Yossi Beilin aveva posto in occasione delle elezioni politiche palestinesi vinte da Hamas: riconoscere legittimità e ruolo politici alle organizzazioni del terrorismo islamista è una scelta irresponsabile, che i palestinesi hanno già pagato a caro prezzo. Su questo la leadership europea sembra fin troppo silenziosa: impegnati nell’equilibrismo delle formule e di scelte spesso fatte più per l’elettorato europeo che per contribuire alla soluzione del conflitto israelo-palestinese, finiamo per condannarci all’irrilevanza politica.

Il tema, però, rimane: rimandare per l’ennesima volta le elezioni palestinesi e mantenere questo stallo su Gaza che tiene in vita Hamas e soci sono due messaggi devastanti per i palestinesi, che in larghissima parte si sono già pre-registrati al voto.

È in questo contesto che è fondamentale accompagnare le parti palestinesi disposte al dialogo con gli israeliani fuori dal vicolo cieco in cui si trovano oggi. Le disfunzioni sono profonde ed esistono ambiti nei quali l’urgenza di un cambiamento è evidente, anche attraverso la pressione internazionale.

È il caso dei manuali scolastici palestinesi che incitano alla violenza e quello del sistema di pagamenti alle famiglie dei terroristi rinchiusi nelle carceri israeliane, accusato di creare un perverso incentivo alla violenza e per questo attualmente oggetto di revisione, sia da parte degli Stati Uniti sia da parte dell’Unione europea. È tuttavia impossibile immaginare oggi un interlocutore istituzionale diverso dall’Anp, e per questo gli sforzi dovrebbero essere concentrati nel riformarla e nel rinnovarla profondamente, non nell’indebolirla – cosa che va al solo vantaggio dei nemici della pace. È quanto è accaduto, per esempio, con la decisione statunitense di impedire ad Abu Mazen di recarsi a New York per i lavori delle Nazioni Unite.

C’è bisogno di più coraggio da parte europea per aiutare davvero i palestinesi: spingere perché le elezioni si svolgano e isolare gli islamisti sono due primi passi necessari, insieme alle misure necessarie per fare pressione sugli israeliani affinché siano sventati i loro piani di annessione. La sicurezza dei palestinesi in Cisgiordania è costantemente minacciata dalla crisi economica e dall’aumento degli atti di terrorismo dei coloni (il più autorevole think tank israeliano sui temi della sicurezza ha lanciato l’allarme sul possibile collasso delle istituzioni a causa del terrorismo dei coloni in Cisgiordania). D’altra parte, una reale responsabilizzazione sarà impossibile senza un radicale cambiamento della leadership palestinese, che sappia liberarsi sia dei miraggi del massimalismo e dell’islamismo sia delle rendite di posizione di una stagione politica che deve ormai chiudersi. È questo uno dei tanti sentieri stretti che ci troviamo di fronte e che stentiamo a imboccare, per le paure incrociate di un conflitto che radicalizza le opinioni pubbliche europee e paralizza i governi.

(Secondo di una serie di articoli)

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Mentre la ristorazione cerca il suo futuro, c’è chi lo costruisce da 269 anni

9 October 2026 at 03:45

Sala Risorgimento, ristorante Del Cambio

Il problema della ristorazione italiana non è aprire ristoranti, quanto riuscire a tenerli aperti. Il Rapporto Ristorazione 2026 di Fipe fotografa un settore con un turnover elevato: nel 2025 hanno avviato l’attività 10.062 imprese e ne sono cessate 25.239. A cinque anni dalla nascita ne resta attiva, a seconda della tipologia, una quota compresa tra il 44 e il 54 per cento. Nella ristorazione, la vera impresa è soffiare candeline.

Potremmo liquidare tutto con costi troppo alti e margini troppo bassi, ma sarebbe una spiegazione comoda. Nei più attuali dibattiti sul futuro del lavoro nella ristorazione, anche il problema della mancanza di personale è diventato qualcosa di più ampio: produttività, organizzazione, formazione, management, capacità di offrire percorsi professionali e condizioni di lavoro compatibili con aspettative profondamente cambiate. Così come la vecchia equazione gavetta-sacrificio-successo sembra non funzionare più come una volta.

In questo scenario, 269 anni possono apparire come un errore statistico. Li ha compiuti il 5 ottobre Del Cambio di Torino. Quando apre le porte, nel 1757, la città è capitale del Regno di Sardegna e l’Italia ancora non esiste. Nasce come Caffè, diventa progressivamente ristorante nei primi decenni dell’Ottocento e attraversa monarchie, guerre, industrializzazione, cambi di proprietà e di gestione. Nel 1945 diventa persino, temporaneamente, una mensa partigiana.

Il compleanno è stato festeggiato nella Sala Risorgimento, dove Cavour aveva il suo tavolo abituale. Quando tra i clienti storici puoi annoverare uno che ha contribuito a fare l’Italia, forse sulla longevità hai effettivamente qualcosa da dire.

Durare così a lungo non significa immobilità. Anzi, oggi a custodire un luogo di quasi tre secoli c’è una brigata molto giovane e lo chef Francesco Rovai ha appena ventisette anni, un decimo del ristorante, più o meno. E mentre una parte del settore continua a domandarsi perché i giovani non vogliano più fare questo mestiere, qui un giovane ha scelto di assumersi la responsabilità di un’insegna in cui la storia potrebbe facilmente pesare più delle pentole.

Manca anche la rassicurante genealogia della famiglia di ristoratori che tramanda chiavi e ricette di padre in figlio. Del Cambio ha attraversato proprietà e gestioni differenti; oggi il rilancio contemporaneo del ristorante nasce dall’investimento di un imprenditore estraneo, per formazione e percorso, al mondo della ristorazione. La continuità, quindi, non è biologica. È culturale e imprenditoriale.

Un ristorante dura quando la sua identità riesce a essere più longeva delle persone che, di volta in volta, ne hanno la responsabilità. Quella di Del Cambio nasce dall’intreccio tra Piemonte e Francia, in una Torino sabauda in cui lingua, abitudini e cucina guardavano naturalmente a Parigi. “Il cuoco piemontese perfezionato a Parigi”, la prima grande codificazione della cucina regionale piemontese, viene pubblicato nel 1766, nove anni dopo l’apertura del Caffè: tecniche francesi e prodotti locali si incontravano molto prima che qualcuno sentisse il bisogno di chiamarla contaminazione.

È lo stesso principio che ritorna oggi nel menu. Rovai e la brigata recuperano ricette e persino alcune denominazioni della fonte settecentesca, ma il punto non è mangiare come nel 1766, quanto capire che cosa di quella cucina possa ancora avere senso nel 2026.

A spiegarlo egregiamente è il Gran antipasto piemontese, dieci assaggi arrivano insieme sulla tavola, dal Paté di Fassona e foie gras all’Ostrica gratinata. Una risposta all’attuale passione per i piatti da condividere che recupera il servizio delle corti, dove più preparazioni venivano presentate simultaneamente: esibizione di abbondanza, ma anche pasto costruito intorno alla relazione tra i commensali. La condivisione a tavola, evidentemente, era contemporanea già nel Settecento.

Così i 269 anni di Del Cambio diventano qualcosa di più di una curiosità da Guinness. La ristorazione contemporanea discute di come attirare giovani, costruire organizzazioni migliori, produrre abbastanza valore da poter investire e trovare modelli capaci di sopravvivere al proprio fondatore. Del Cambio non offre naturalmente una ricetta replicabile: storia, patrimonio, posizione e capacità d’investimento ne fanno un caso difficilmente confrontabile con la maggior parte dei ristoranti italiani. È però un esempio che permette di riflettere sul fatto che la longevità non consiste nel difendere un modello dal cambiamento, né nel consegnarlo intatto alla generazione successiva. Può significare costruire un’identità abbastanza precisa da poter passare tra proprietà diverse, essere affidata a un cuoco di ventisette anni, cambiare organizzazione, pubblico e linguaggio senza dover ogni volta ricominciare da zero.

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Il Melonellum è fatto, ora Schlein faccia (davvero) il campo largo

9 October 2026 at 03:45

Approvata la legge elettorale, tutto procede secondo i piani di Giorgia Meloni, mentre a sinistra Elly Schlein tentenna ancora e gli elettori aspettano di sapere chi sarà il candidato premier, con quale programma, cosa faranno Conte e i centristi

Signore e signori del campo largo, ora non avete più scuse. La legge elettorale, il Melonellum, è stato approvato ieri senza problemi, com’era ovvio – perché mai i deputati della maggioranza avrebbero dovuto far cadere il loro governo con il rischio di andare presto alle elezioni? – e dunque adesso bisogna darsi una regolata e mettersi a lavorare seriamente.

Basta con queste buffonate dei gruppi whatsapp, questi pranzi inconcludenti, queste schermaglie politiciste. Gli elettori del centrosinistra non meritano di dover tollerare ancora a lungo l’impasse che si trascina da mesi: chi è il candidato premier? Dov’è il programma? Qual è il perimetro esatto della coalizione? Domande che non hanno ancora uno straccio di risposte. Ora basta.

Inutile fingere che il Melonellum sia ancora sospeso in attesa dei ricorsi e della sentenza della Corte Costituzionale. È molto probabile che della legge essa cancelli qualche punto non fondamentale e che l’impianto regga intatto, sia sull’indicazione del premier nel programma, sia sul premio di maggioranza. Una legge autoapplicativa, come si dice.

Dunque sentenza della Consulta a gennaio e poi ogni giorno è buono per sciogliere le Camere, secondo i piani di Giorgia Meloni (che certo può sempre cambiarli, ma per ora pare così) e quindi urne ad aprile. Ma in ogni caso, anche se i tempi si diluissero, il campo largo deve risolvere in fretta i suoi problemi. Per una ragione molto semplice: perché deve parlare agli italiani. Dicendogli adesso chi sarà il premier in caso di vittoria. Che proposte ha. Com’è fatto questo benedetto campo largo.

L’estate è trascorsa invano, il gran caldo è passato, è iniziato un autunno un po’ umido, e nessun passo avanti è stato fatto. Nulla sul leader, nulla sul programma, nulla sul perimetro della coalizione. Il Pd sembra voglia procedere lentamente perché ha paura che se si vota tra una anno il leader si bruci, si appanni, si sfianchi: che inconsapevolmente cela un bella mancanza di fiducia in Elly Schlein, che il Nazareno considera già vincitrice delle primarie. Ma come? Vuoi fare la presidente del Consiglio e non reggi alcuni mesi di leadership della coalizione?

Se l’obiettivo è governare l’Italia, bisognerà pur cominciare a governare, politicamente, il proprio campo. E reggere qualche mese di leadership non dovrebbe essere considerato uno sport estremo.

Per forza che poi vengono avanti proposte diverse come quella che riguarda Roberto Gualtieri cui ormai molti guardano come il salvatore della Patria. Comunque, l’assemblea nazionale del Pd del 18 porrà fine al tormentone, la candidata alle primarie sarà la segretaria del partito, prorogata perché il suo mandato è scaduto. Da lei ci si attende un discorso chiaro che indichi il percorso da affrontare.

E Giuseppe Conte, l’avvocato del diavolo, cosa vuole fare? E Matteo Renzi riesce o no ad aggregare un centro serio, magari in accordo con Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, e chi candida alle primarie? E quando si incontrano per definire le linee del programma?

Care signore e cari signori del campo largo, è giunto il tempo delle risposte. Di cominciare a dire qualcosa sulla nuova emergenza economica, sulla sicurezza, sulle riforme. E ovviamente sull’Ucraina. La maggioranza ha fatto la sua legge, ora tocca a voi.

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Trump finanzia i Maga europei, e vuole pure che non la si chiami disinformazione

9 October 2026 at 03:45

Donald Trump

C’è un modo piuttosto semplice per capire cos’è accaduto intorno a #Disinfo2026: osservare chi è rimasto e chi se n’è andato. La conferenza annuale dell’EU DisinfoLab, il principale appuntamento europeo della comunità che si occupa di disinformazione, si è tenuta a Vilnius senza tre dei suoi principali sostenitori istituzionali. Il Canada e la Lituania hanno ritirato il loro sostegno, mentre l’European External Action Service, il servizio diplomatico dell’Unione europea, ha fatto sparire il proprio logo dai materiali dell’evento. La Francia, invece, è rimasta.

Il motivo è un panel dal titolo inequivocabile: «USA as a FIMI threat: acknowledge, adapt, push back». FIMI sta per foreign information manipulation and interference, la definizione utilizzata dagli europei per indicare le operazioni di manipolazione e interferenza informativa straniere. Per anni l’etichetta è stata applicata soprattutto a Russia, Cina e Iran. A #Disinfo2026 qualcuno ha posto la domanda se lo stesso schema analitico potesse essere applicato anche agli Stati Uniti.

A Washington non è piaciuto. E così, il dipartimento di Stato ha fatto pressione per giorni su Canada, Lituania e Francia affinché riconsiderassero la loro partecipazione. Tre funzionari americani hanno confermato l’attività diplomatica e la Reuters ha visionato la corrispondenza relativa alle pressioni. Un documento interno citato dal Guardian mostra inoltre che Washington ha ringraziato la Lituania per avere preso «sul serio» le sue preoccupazioni.

La spiegazione ufficiale degli alleati è diversa. Vilnius ha detto che alcune parti del programma non riflettevano la posizione ufficiale del governo. Il Canada ha parlato di modifiche alla partecipazione dopo cambiamenti nel modo in cui erano stati presentati alcuni panel. Anche l’Ue ha spiegato il ritiro del sostegno istituzionale con una formulazione non allineata alle proprie posizioni ufficiali. Il programma, però, era pubblico da mesi.

E soprattutto la conferenza non è stata cancellata. Il panel contestato si è svolto regolarmente.

È qui che entra in scena Sarah Rogers, sottosegretaria di Stato americana per la diplomazia pubblica. Secondo il Guardian, alcune delle comunicazioni partite da Washington sembrano provenire proprio dall’ufficio di Rogers. È la stessa funzionaria che negli ultimi mesi ha trasformato la diplomazia pubblica americana in uno degli strumenti più aggressivi dell’amministrazione Trump per intervenire nel dibattito politico europeo.

Rogers non è una figura marginale di questa strategia. Come aveva raccontato Linkiesta nei mesi scorsi, il suo ufficio ha promosso una linea di forte contrapposizione alle norme europee sulla libertà di espressione e sulla regolamentazione delle piattaforme, presentandole come strumenti di censura. E ha annunciato finanziamenti americani per organizzazioni europee impegnate su questa agenda.

Il punto è il paradosso. Washington sta utilizzando risorse e strumenti della propria diplomazia pubblica per sostenere in Europa un ecosistema politico e culturale vicino alle posizioni di Trump. Ma quando una conferenza europea sulla disinformazione decide di applicare alla politica americana la stessa lente con cui vengono studiate le operazioni russe o cinesi, Washington interviene perché gli alleati prendano le distanze.

Non è necessario stabilire se gli Stati Uniti siano davvero un attore della disinfromazione per capire il problema. È sufficiente notare che la domanda non dovrebbe essere proibita in partenza. Una conferenza che studia la manipolazione informativa deve poter discutere anche delle attività informative degli alleati, soprattutto quando queste attività sono rivolte allo spazio politico europeo.

La Francia lo ha capito e ha mantenuto il proprio sostegno. «Sosteniamo la società civile», ha spiegato una diplomatica francese a Reuters. Non soltanto per principio, ma per ragioni operative: la conferenza, ha detto, è un «laboratorio» utile a costruire le politiche europee sulla disinformazione.

Il caso #Disinfo2026 rischia così di diventare una dimostrazione involontaria di uno dei problemi più difficili nella lotta alla disinformazione: decidere chi abbia il diritto di stabilire quali minacce possano essere studiate.

Se il criterio cambia quando sul banco degli imputati informativi finisce Washington, il problema non è più soltanto la disinformazione. È il confine entro cui l’Europa è autorizzata a studiarla.

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C’è chi parla del mondo per non smettere di farne parte

9 October 2026 at 03:45

Era un’estate dei primi anni Ottanta. Si passava la domenica pomeriggio in un giardino che era stato campo da bocce in viale Sabotino, a Milano. Rita e Franco si portavano appresso un Oscar Mondadori che si passavano di mano con grande soddisfazione. Il libro era Bar Sport e non potevano fare a meno di rivelarci l’estremo piacere comico dal quale si lasciavano trasportare. Chi fosse Benni, io non sapevo. Loro sì. Ma loro leggevano le “novità” – così si diceva – e frequentavano i giovani scrittori italiani (altra categoria emersa sul finire dei Settanta). L’espressione “giovane scrittore” fu coniata proprio per Benni, e lui se l’è trascinata dietro con ironia fino ai suoi sessant’anni: si divertiva a ripetere che era stato per un certo periodo l’unico “giovane scrittore”, un marchio di origine garantita. Gli amici Rita e Franco erano arrivati a Bar Sport tre anni dopo l’uscita dell’edizione maggiore (1976), quando ormai la fama si propagava in edizione tascabile. Sarebbe risultato presto evidente che l’avventura editoriale di Stefano Benni sarebbe passata nella messa a fuoco di un pubblico giovane, sensibile al prezzo più accessibile del tascabile, e forse anche per questo più fidelizzato e in forza della sua fedeltà pronto a farsi veicolo di una trasmigrazione progressivamente aperta al succedersi delle generazioni. 

In quel campo di bocce eravamo trentenni come lui, e Rita e Franco impersonarono con autorevolezza il ruolo di untori. La sorpresa si rinnovò con Terra! e Comici spaventati guerrieri: i lettori maturi che eravamo noi convivevano beatamente con lettori più giovani e ancor più giovani negli anni Novanta. Quando da semplice lettore sono diventato suo editore, questa compresenza di ventenni e cinquantenni è stata ancora più interessante. Il “giovane scrittore” era arrivato ad altri giovani che non avvertivano la sua età come dirimente. Sono sempre state le sue storie, sono sempre stati i suoi personaggi a dettare legge, a stabilire i confini. Ho provato (e non l’ho fatto solo io) a domandarmi che cosa ha determinato la continuità e l’affezione del pubblico per uno scrittore come Stefano Benni. Ci riprovo ora. Rita e Franco ridevano in quei primi anni Ottanta, perché c’era stato ben poco da ridere nei cinque precedenti: i Settanta si erano chiusi con una tristezza sorda. Di lì a poco le tv private avrebbero preso la strada dalla comicità sgangherata, volgare, appiccicosa, ma la tristezza sorda aveva bisogno d’altro, aveva bisogno di guardare, di studiare, di arrivare alla nudità senza mostrarla. 

Stefano era soprattutto quello. Ci si trovava in mezzo a storie che avevano ali da ippogrifi e smorfie da soffice alcolista. Prendevano le mosse da una paura e arrivavano a un’altra forma di spavento, ma in quel tracciato, in quel percorso l’almanacco dei viventi prendeva forma come se ciascun carattere fosse un compagno per non perdere la strada. E tutto cominciava con il bar, con quel Bar Sport che poi sprofonda “sotto il mare” e poi torna a segnare il tempo dentro Bar Sport Duemila. Una volta entrato nel nuovo millennio il bar aveva sempre meno ragioni di esistere. Tutto stava cambiando. Eppure. Eppure, come fosse una chiave per entrare in un’immaginazione del sociale mai frequentata con simile urgenza, tanti sentivano Bar Sport risuonare nella propria esistenza come una stazione da cui partire, per imparare a sorride, e a non morire. Lui non ne voleva più sapere. “Facciamo un’edizione speciale”. “Festeggiamo i vent’anni, i trent’anni, i cinquant’anni del libro”. “Nuova copertina”. “Uniform edition”. Così è andata avanti sino a oggi. Ma oggi Stefano non c’è più. Solo dieci anni prima di non esserci più confidava di averne le palle piene.

Eppure era anche intenerito da quella durata. Bar Sport era una sorta di giocattolo, uno di quei giocattoli di cui è impossibile disfarsi malgrado il passare del tempo e le novità che incalzano. E dicendo “giocattolo” alludo a quel po’ di infanzia squinternata che ha inseguito e segue tutti noi. Chi mai avrebbe voluto rinunciare al tennico o alla Luisona. C’è stato solo un vero incidente: provare a farne un film. Con tutta la buona volontà di chi ha avuto l’idea e di chi lo ha voluto, un film non si poteva fare perché la fisicità, anzi le figure, dei personaggi di Benni, di quei personaggi, sono intraducibili. Era come se, facendo il percorso inverso, si volesse tradurre in scrittura la comicità di Jacques Tati. Impossibile. Il film è di fatto un’adunata di tanti suoi amici attori, un omaggio. Peccato. Dal 1976 Benni ci ha tallonato, come un suo animale immaginario, per diventare ombra e specchio, fantasma e mostro, impronta e caricatura; si è arrampicato su per palazzi di città, è sceso dentro campagne devastate, dentro i pozzi dei nostri incubi e dei nostri sogni, ci ha preso alle spalle con battute memorabili e ci ha fatto anche piangere senza lacrime obbedendo al principio di Billie Holiday per cui I Gotta Right to Sing the Blues. 

È così che Benni ha lavorato intorno a noi e dentro di noi. E in principio c’era Bar Sport. Che cosa davvero può averlo infastidito a un certo punto del suo percorso di scrittore? Che cos’era quella specie di smorfia che lo accompagnava quando si tornava da editori sul peso che quell’opera aveva avuto e continuava ad avere? Forse si rendeva conto che quei personaggi a cui migliaia di lettori si erano affezionati avevano cominciato a guardare indietro, o semplicemente si erano fermati al confine della sua visione del mondo. Vogliamo chiamarlo il morbo della Luisona? Ma sì.

Bar Sport resisteva dietro la vetrinetta come la celebre pasta, e Stefano, che pure gli era affezionato, temeva una forma di persistenza simile. Da quei lontani anni Ottanta Stefano si è progressivamente espanso come se le forme legate alla scrittura (libri, giornali, riviste) non bastassero. Ha stretto amicizia con musicisti e ha chiesto la loro complicità, ha esplorato il mondo del fumetto e tanti illustratori hanno portato sulle copertine dei suoi libri il loro talento, ha frequentato attrici e attori per conquistare il teatro o più semplicemente per chiedere alla loro voce di leggere. Cito qui soltanto Angela Finocchiaro (non certo per sminuire altri nomi egualmente decisivi) perché non ha mai smesso di cercare il teatro dentro la prosa di Benni, facendo del leggio che aveva (che ha) di fronte una tastiera magica. Una mattina d’autunno del 2018 passai per Monzone, nella bassa Lunigiana, e percorrendo la via centrale del borgo dovetti inchiodare e scendere dall’auto. Mi trovavo di fronte alla fatidica insegna «Bar Sport» e, appena sotto, «di Ugo e Nina». 

Mi feci fare una foto e gliela inviai. Scoprivo che i Bar Sport erano rimasti, ma non brillavano più di luce propria: era Stefano che ora li restituiva alla loro storia. Non sembrò così sorpreso della mia scoperta, ma mi disse che ne aveva avuto uno proprio sotto la casa dove aveva abitato a Roma fino a qualche anno prima. Io ci ero stato, ma non lo avevo visto. Mi sembrava che il mio – di Monzone – somigliava molto di più del bar romano a quello di cui aveva scritto. Forse sarebbe stato interessante fare un censimento dei Bar Sport rimasti su tutto il territorio italiano. Così pensavo tutte le volte che mi tornava in mente Monzone. Insomma, più di quarant’anni dopo la sua pubblicazione mi scoprivo sociologo letterario a maggior gloria di quel titolo e di quella microsocietà. Siamo diventati con lui tanti “saltatempo”, “spaventati guerrieri”, “orfani celestini”, una banda che ha visto affollarsi borghi immaginari di infanzia smagliante. Mi piace immaginare Stefano a spasso con Kurt Vonnegut e Thelonius Monk. Vederli di spalle andare a raccontarsi il mondo e il ritmo. Nei suoi ultimi anni, Stefano non era più lui. Quando lo andai a trovare, da poco ricoverato in una casa di cura, faceva fatica a esprimersi. Mi vede, mi riconobbe e disse subito: “Billy!”. Billy era stato fino a qualche anno prima il mio cane, che Stefano aveva amato. Dunque temetti per la sua memoria e gli dissi che, come ben sapeva, Billy non c’era più. Ma lui ripeteva ostinato: “Billy!”. Io non sapevo che fare, finché non arrivò un infermiere che mi svelò che con Billy intendeva il bar appena oltre via Saragozza, dove gli piaceva essere portato. “Molto bene”, feci. Andammo da Billy e questa volta fui io a imbrogliare le carte dicendogli che era un destino andarci a fare un gelato da Billy. 

Il cane, il bar. Erano due luoghi del cuore. Non si trattava di un Bar Sport, ma ci somigliava molto. E così rimanemmo lì a guardare la gente passare. E ad aspettare un incantesimo, un fantasma femminile, una voce di soprano e quell’aria di cui condividevamo la magia: «Mon coeur s’ouvre à ta voix». Non smetto di aspettare. Anzi, non smettiamo: Rita, Franco e tutti quelli che si sono portati via un segmento di lui.

Storie da bar sport, Cover

Tratto da “Storie da bar sport”, Edizioni LOW, a cura di Gabriele Dadati e Giovanni Battista Menzani, 2026, 17€, 234 pagine 

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Nell’era dell’intelligenza artificiale serve ancora qualcuno dall’altra parte

9 October 2026 at 03:45

La guerra in Ucraina, quando finirà – e speriamo che questa assurdità cessi al più presto – offrirà come tutti i conflitti un’enorme mole di argomenti per studi di ogni genere e sarà vivisezionata secondo mille ottiche diverse. Sicuramente una delle angolazioni più interessanti e ispiratrice di copiosi approfondimenti sarà quella intelligence, e già ora sono disponibili innumerevoli contributi e documenti al riguardo.

Se ci focalizziamo sull’inizio del conflitto, possiamo immediatamente riconoscere un successo delle intelligence statunitense e britannica nel raccogliere, analizzare, interpretare e diffondere correttamente il quadro informativo circa capacità ed effettive intenzioni della Russia nei confronti di Kyjiv. La dettagliata e corretta intelligence elaborata dai due partner anglosassoni ne ha ripristinato primazia e credibilità anche per coloro che ne avevano decretato la perdita di prestigio dopo il dossier Iraq.

Parallelamente a questo innegabile successo, le prime settimane del conflitto sono però state caratterizzate da una ben più lunga lista di fallimenti intelligence. Per il campo angloamericano, lasciando da parte per il momento le difficoltà a farsi ascoltare da molti partner e alleati, un fallimento ha riguardato la corretta valutazione delle effettive capacità e della determinazione dell’Ucraina a resistere all’invasione. In casa ucraina, sono palesi gli errori commessi dallo stesso presidente Volodymyr Zelensky nelle fasi immediatamente antecedenti l’attacco russo nel leggere la situazione che si stava creando; a questo ha, con ogni probabilità, concorso una perlomeno non ottimale copertura informativa interna. Anche Mosca ha commesso errori di valutazione e di interpretazione di intenzioni e capacità, giungendo all’errata conclusione che la campagna si sarebbe conclusa con un blitzkrieg di successo. Infine, qui nella vecchia Europa i ripetuti avvertimenti e allarmi provenienti da oltreoceano si sono infranti di fronte a un profondo scetticismo di gran parte delle capitali, tanto che il giorno dell’invasione il presidente del Bnd, ovvero del Servizio di intelligence estera della Germania, si trovava a Kyjiv e se ne rese necessaria l’estrazione di urgenza a opera di un team delle forze speciali di Berlino.

I vari post mortem condotti in campo occidentale da esperti veri o presunti, giornalisti e studiosi hanno evidenziato molti fattori, tutti corretti, per spiegare le difficoltà e gli errori delle intelligence specie europee. Tra di essi, spiccano bias di conferma, eccessiva importanza attribuita al parametro razionalità delle decisioni, diffidenza nei confronti delle capitali responsabili del caso Iraq, incidenza di valutazioni economiche, impatto di narrative negative su ruolo e futuro di formati quali Nato e Unione europea e così via.

Tra tutti questi contributi e analisi, ha invece attirato poca attenzione un pur coraggioso e illuminante atto di autodafè dell’intelligence olandese. Secondo notizie di stampa – originate da quella che è apparsa immediatamente una fuga di notizie voluta, alimentata e coordinata dai vertici di Aivd e Mvid – l’errore di valutazione circa le reali intenzioni russe sarebbe stato dovuto all’eccesso di fiducia, attendibilità in gergo intelligence, attribuito a quanto riferito da un’unica fonte umana, che in passato aveva sempre fornito intelligence corretta e preziosa. Quanto fatto filtrare dagli olandesi si rispecchiava in parte in successive dichiarazioni del presidente del Bnd, lo sfortunato visitatore, che affermava che il suo servizio soffriva, tra le altre limitazioni, della scarsità di fonti umane (da questa e altre analisi interne scaturirà in seguito la proposta di profonda riorganizzazione e di ampliamento degli strumenti del Bnd attualmente in fase di esame e probabile prossima approvazione).

Quasi in silenzio, di soppiatto, improvvisamente rientra in gioco il fattore umano, la spia in carne e ossa. Ma cosa poteva apportare di nuovo e determinante la human intelligence (Humint) che non fosse già noto e conosciuto attraverso le tante intelligence tecniche, come signals intelligence (Sigint), imagery intelligence (Imint), electronic intelligence (Elint), eccetera? Poteva aprire la conoscenza verso il fattore umano dell’avversario, esplorarne e capirne le motivazioni profonde, gli stati d’animo, amicizie e inimicizie, paure, sogni e aspirazioni; in altre parole, poteva illuminarne le vere, profonde intenzioni. Avrebbe, in sintesi, permesso di valutare con maggiore precisione il rapporto tra le capacità – chiaramente e univocamente riconosciute, sotto forma di schieramenti, dotazioni, unità – e cosa ne volessero realmente fare i decisori. Avrebbe apportato quel valore aggiunto, di esclusiva proprietà del detentore della fonte, in grado di far spostare con un contributo apparentemente minore il peso finale della bilancia.

È palese come il reclutamento di una fonte che sia allo stesso tempo affidabile, gestibile e in grado di riferire su aspetti così vitali per la sicurezza costituisca un’impresa estremamente complessa e rischiosa. Tuttavia, va sgombrato il campo dal preconcetto che per essere efficace anche ad altissimi livelli la fonte debba necessariamente appartenere al più immediato inner circle del decisore avversario. Prossimità, infatti, non sempre corrisponde ad accesso informativo, specie quando si tratta di dinamiche così sensibili e protette con attenzione; anche una risorsa apparentemente lontana dalla stanza dei bottoni può rivelarsi preziosissima e causare danni enormi all’organizzazione di appartenenza.

Questo è il motivo per cui gli addetti alla cifra sono da sempre prime game per ogni servizio di intelligence, in quanto da loro transita tutto il flusso delle comunicazioni più riservate. Un caso di scuola in questo campo è quello di Victor Sheymov, elemento centrale del sistema di comunicazioni protette del Kgb che defezionò negli Stati Uniti (da leggere la sua autobiografia “Tower of Secrets”, oramai reperibile quasi esclusivamente nel mercato dell’usato). Ma anche un semplice archivista può rivelarsi un vero gioiello, come dimostrato dalla vicenda di Vasilij Mitrokhin.

Se gli olandesi avessero avuto a libro paga almeno un’altra fonte, in grado di contribuire al processo di validazione dell’unico loro informatore, forse sarebbero giunti a conclusioni più vicine a quella che si è poi rivelata essere la corretta realtà. Lo stesso discorso vale per il Bnd, che ha ufficialmente riconosciute le proprie carenze anche in questo campo. Vale anche per gli Stati Uniti, che con una più chiara lettura delle dinamiche psicologiche di Zelensky e di quelle motivazionali della popolazione ucraina avrebbero potuto evitare errori e organizzare al meglio la propria risposta.

Ci troviamo ora in piena rivoluzione globale, causata dall’avvento e dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e viene spontaneo chiedersi se questo approccio all’intelligence mediante il ricorso a fonti umane, ovvero la human intelligence, abbia ancora senso e valore. Tornando indietro di un paio di decenni, all’epoca che oramai sembra preistorica della diffusione di Internet, si possono rintracciare dibattiti incentrati sulla stessa domanda e molti preconizzavano la futura irrilevanza della Humint, superata dalle potenti tecnologie emergenti. La realtà si è rivelata essere molto diversa e, semmai, la Humint negli anni è diventata ancor più preziosa che in passato.

La stessa valutazione può essere razionalmente sostenuta rispetto a ciò cui assistiamo ai giorni nostri.

L’intelligenza artificiale ha già portato profondi cambiamenti nella pratica intelligence e questi mutamenti stanno portando a un processo di democratizzazione dell’accesso a strumenti di acquisizione, ricerca e assemblaggio di informazioni, sinora dominio esclusivo di strutture governative o aziende altamente specializzate. Inoltre, l’intelligenza artificiale ha la capacità di influenzare i processi di percezione e costruzione dell’ambiente cognitivo che sottende alle dinamiche decisionali. Tuttavia, quello che ancora non riesce a fare è sondare in profondo l’animo, il cuore, la “pancia” che alla fine saranno i motori delle decisioni degli avversari e dei competitor. Per questo, l’unico vero strumento di superiorità informativa rimane una fonte ben piazzata.

Consideriamo un altro aspetto. Con i progressi nella crittografia quantistica, ci stiamo avvicinando a grandi passi al Q-Day, giorno a partire dal quale tutti gli attuali sistemi di protezione delle comunicazioni e dei dati saranno perfettamente leggibili da chi disporrà della necessaria tecnologia. Questa esposizione in massa di dati e la necessità di proteggere comunque le informazioni più segrete riporterà in auge vecchie metodologie di scambio, basate su vettori umani: di nuovo, ecco qualcosa che pensavamo destinato al tramonto.

Un capitolo a parte merita lo spionaggio industriale, un settore dove l’applicazione di strumenti nuovi – quali piattaforme professionali come LinkedIn e sistemi open di comunicazione cifrata – si è fusa con una ricerca a tappeto di fonti inserite nei contesti di maggiore interesse e sensibilità. Dettagliati e aggiornati database, disponibili pubblicamente, certificano quanto questa Humint supportata dalla tecnologia costituisca non solo oramai un fenomeno diffuso ma configuri una delle principali armi nella competizione per la superiorità in campo industriale, cibernetico, medico e persino alimentare.

La vecchia, classica Humint appare a buon titolo continuare a offrire uno strumento irrinunciabile per un’efficace attività di intelligence, anche in un momento nel quale l’offerta sempre più ampia di intelligence tecnica e il proliferare di declinazioni dell’intelligence in forme piuttosto singolari (le -int più disparate) aveva fatto perdere di vista l’esistenza e l’importanza di questa che molti operatori di intelligence considerano non a caso una vera arte.

Come tutti gli sviluppi tecnologici che sono occorsi nei secoli, anche l’intelligenza artificiale avrà effetti profondi in questa specialità, e il futuro ne introdurrà di nuovi. L’importante è quindi soffermarsi ad approfondire quali siano questi effetti e come la Humint si possa e debba evolvere. Trattandosi però di interagire con persone reali, al centro rimarrà sempre l’animo umano, con tutta la sua complessità e le sue sfumature. La conoscenza della Humint e delle sue peculiarità reali esula e trascende il mero spettro dello spionaggio e può diventare uno strumento utile per perseguire un vantaggio competitivo, per alimentare con contenuti originali e di qualità i processi decisionali e, perché no visto che siamo tutti potenziali prede, per proteggere se stessi e le organizzazioni o aziende di appartenenza dall’operato di avversari e competitor. Non da ultimo, smaliziarsi in qualche piccola tecnica Humint può essere utile anche nella sfera personale, aiutandoci a capire meglio gli altri e a costruire delle relazioni strategiche di mutuo beneficio.

 

Un corso di formazione per approfondire
“Humint Pro” è il titolo del corso teorico-pratico che l’Istituto Gino Germani organizzata nell’ambito della sua scuola Scuola di formazione in intelligence e analisi strategica. Si svolgerà a Roma (in presenza e in live streaming) il 28-29-30 ottobre 2026. Le iscrizioni al corso sono ancora aperte, posti in aula disponibili. Tutte le informazioni qui.

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Trump valuta di colpire l’Iran prima delle elezioni di midterm

9 October 2026 at 03:45

President Donald Trump speaks with reporters before boarding Marine One on the South Lawn of the White House, Wednesday, Oct. 7, 2026, in Washington. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Di tutte le scelte impulsive e scriteriate di Donald Trump, la guerra in Iran è forse quella che più di tutte gli si è ritorta contro. Il conflitto è impopolare, i prezzi della benzina sono aumentati e i candidati repubblicani temono che l’argomento possa essere la causa di un risultato disastroso al voto del 3 novembre. Anche per questo nelle ultime settimane si era instaurata una specie di regola non scritta: niente nuovi grandi attacchi americani prima delle elezioni di midterm. Una certezza che adesso si sta sbriciolando, come tutte le certezze che pensiamo acquisite ai tempi di Trump.

La Casa Bianca ha chiesto al Pentagono di preparare opzioni per nuovi attacchi contro obiettivi iraniani che potrebbero essere eseguiti anche prima del voto. La notizia l’ha data ieri l’Atlantic dopo aver sentito diversi funzionari dell’amministrazione. I piani vengono elaborati dal Central Command, il comando militare che coordina le operazioni americane nella regione. «La dimensione e gli obiettivi degli attacchi potenziali, così come l’eventualità che l’amministrazione decida infine di procedere, sono ancora oggetto di discussione», scrive l’Atlantic, ma il semplice fatto che il Pentagono stia preparando delle opzioni è significativo.

Il ragionamento alla Casa Bianca è soprattutto politico. Trump vuole abbassare il prezzo della benzina e mostrare agli elettori di essere riuscito a ottenere un risultato dalla guerra. Anche i sostenitori di una nuova azione riconoscono che «attacchi limitati non basterebbero, da soli, a riportare l’Iran al tavolo dei negoziati, a ripristinare la sicurezza dei trasporti attraverso lo stretto di Hormuz o a far scendere il prezzo della benzina prima del giorno delle elezioni», scrive l’Atlantic. La loro speranza è che una nuova operazione, dopo mesi di relativa calma, permetta invece a Trump di mostrare la propria forza e di rivendicare una qualche forma di vittoria, dando ai repubblicani una spinta necessaria verso il voto.

Eppure in questi mesi la guerra ha già dimostrato di poter produrre l’effetto contrario. Il petrolio è arrivato quasi a 118 dollari al barile nella primavera scorsa e anche dopo le successive discese è rimasto intorno ai cento dollari. La benzina negli Stati Uniti costa in media 4,37 dollari al gallone, contro poco meno di tre dollari prima dell’inizio dell’offensiva americana e israeliana del 28 febbraio. «L’azione militare non ha fatto nulla per abbassare i prezzi del petrolio; ha fatto esattamente il contrario», ha detto all’Atlantic Will Walldorf, professore alla Wake Forest University e senior fellow di Defense Priorities.

A Linkiesta l’abbiamo detto fin dall’inizio, Trump fa annunci roboanti per risolvere militarmente problemi che prima dell’inizio della guerra semplicemente non esistevano. E dal punto di vista elettorale non è un problema da poco, perché nei due rami del Congresso la maggioranza repubblicana è a rischio, e anche per molti candidati repubblicani in tutto il Paese il contraccolpo dell’improvvisazione trumpiana potrebbe costare caro. Un esempio su tutti: Ken Paxton, candidato repubblicano al Senato in Texas, ha detto in privato ai suoi finanziatori che l’aumento dei prezzi di benzina e diesel provocato dalla guerra è «di gran lunga il nostro problema più grande».

Va detto anche che Trump ieri sera ha provato a smentire la notizia di un attacco. «Non attaccheremo l’Iran in nessun momento prima delle elezioni di medio termine che si terranno negli Stati Uniti il ​​3 novembre», ha scritto su Truth, il suo social. Ma i suoi annunci, roboanti o meno, vanno sempre presi con le pinze. Soprattutto perché il primo a smentirli potrebbe essere lo stesso Trump, anche nelle prossime ore.

A Washington si teme anche che sia Teheran a voler sfruttare le settimane che precedono le elezioni. A inizio settimana, Semafor scriveva che alcuni funzionari dell’amministrazione considerano concreta la possibilità che l’Iran cerchi di danneggiare politicamente Trump prima delle midterm. «Potrebbero voler infliggere dei danni al presidente prima delle elezioni», ha detto a Semafor un funzionario dell’amministrazione, ipotizzando una possibile iniziativa iraniana nelle prossime settimane.

«L’Iran sta guardando il calendario e sa che si avvicinano le elezioni», ha scritto ancora l’Atlantic citando un consigliere dell’amministrazione. Ed è proprio questo a rendere più complicato il calcolo americano: un attacco prima del voto potrebbe servire a Trump per dimostrare forza, ma potrebbe anche riportare la guerra al centro della campagna elettorale, con conseguenze indesiderate – anche sulla sicurezza delle circa cinquantamila truppe americane in Medio Oriente.

La situazione sempre più intricata è dettata dal grado di improvvisazione, sempre più elevato, dell’amministrazione Trump. La Casa Bianca avrebbe voluto arrivare alle midterm con la guerra fuori dalle prime pagine e con il prezzo della benzina in discesa. Ma per ottenere entrambe le cose Trump sta valutando un nuovo attacco: farebbe tutto il necessario per poter dichiarare una vittoria, anche a costo di mandare tutto all’aria riaccendendo una guerra impopolare nel momento peggiore possibile.

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Gli Usa mettono una taglia record sul socio dell’hacker estradato dall’Italia

9 October 2026 at 03:45

Gli Stati Uniti hanno messo una taglia da 10 milioni di dollari su Zhang Yu, uno dei protagonisti della grande campagna di cyber-spionaggio attribuita alla Cina e conosciuta come Hafnium. Il dipartimento di Stato ha inserito il suo nome nel programma “Rewards for Justice”, offrendo una ricompensa fino a 10 milioni per informazioni che possano portare alla sua identificazione o localizzazione.

Zhang, secondo le autorità americane, non sarebbe un hacker indipendente. È indicato come direttore della Shanghai Firetech Information Science and Technology e come operatore che avrebbe lavorato per conto dello Shanghai State Security Bureau (Sssb), la struttura locale del ministero cinese per la sicurezza dello Stato (Mss), ovvero l’intelligence di Pechino.

Il suo nome è legato a quello di Xu Zewei⁠, arrestato in Italia nel luglio 2025 mentre si trovava in vacanza a Milano e poi estradato negli Stati Uniti nell’aprile di quest’anno. I due avrebbero cominciato a collaborare almeno dal 2020, prendendo di mira ricercatori e istituzioni americane impegnati nello studio del Covid-19. Nel 2021 sarebbero poi passati all’attacco dei sistemi Microsoft Exchange, sfruttando le vulnerabilità del software per penetrare nelle reti di migliaia di organizzazioni in tutto il mondo. La campagna venne attribuita dagli Stati Uniti al gruppo Hafnium. Secondo il Federal Bureau of Investigation, furono compromesse oltre 12.700 organizzazioni, a fronte di più di 60.000 obiettivi statunitensi.

Ma l’interesse degli hacker non sarebbe stato soltanto quello di raccogliere grandi quantità di dati. Nell’incriminazione americana vengono citate caselle di posta di università e studi legali nelle quali sarebbero state cercate parole chiave come “MSS”, “Chinese sources” e “HongKong”. Un dettaglio che mostra quanto fosse mirata la ricerca di informazioni su fonti, contatti e attività legate alla Cina.

Per Washington, inoltre, Zhang e Xu non agivano semplicemente come criminali informatici indipendenti. Secondo l’accusa, ricevevano ordini di Mss e Sssb e riferivano agli ufficiali che li supervisionavano. Il caso rientra così nella più ampia accusa americana secondo cui l’intelligence cinese utilizza una rete di società private e contractor per condurre operazioni cyber, rendendo meno evidente il coinvolgimento diretto dello Stato.

La stessa Shanghai Firetech, società diretta da Zhang, appare avere capacità tecniche che vanno oltre il semplice ruolo societario. Una ricerca pubblicata da SentinelLabs ha individuato nei registri cinesi oltre dieci brevetti dell’azienda relativi a tecnologie di raccolta dati e analisi forense, compresi strumenti per acquisire informazioni da computer Apple. Gli stessi ricercatori precisano però che non è possibile collegare automaticamente queste tecnologie alle operazioni offensive attribuite a Hafnium.

La domanda, però, è un’altra: perché Washington abbia deciso di rendere pubblica ora una ricompensa così alta?

L’incriminazione di Zhang e Xu risale al luglio 2025. Xu è già stato arrestato in Italia ed estradato negli Stati Uniti, mentre Zhang non è mai stato catturato. La taglia può naturalmente servire ad aumentare le possibilità di arrivare a lui. Ma ha anche un evidente valore di segnale: Washington vuole mostrare che il caso non è chiuso e che la pressione sugli uomini della rete cinese continua.

E lascia aperta un’altra domanda: Xu Zewei ha iniziato a collaborare con gli investigatori americani?

Non ci sono elementi pubblici per dirlo. Ma la scelta di rilanciare il caso proprio adesso, con una ricompensa fino a 10 milioni di dollari, rende la domanda inevitabile.

Xu è negli Stati Uniti. Zhang, invece, è ancora ricercato. E ora Washington ha messo un prezzo sulla sua testa.

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L’Ue si sta preparando a un attacco russo che farà delle vittime

9 October 2026 at 03:45

Ad agosto un drone esplosivo è stato trovato nei pressi di un aereo ucraino all’aeroporto di Lipsia/Halle, in Germania. Secondo le autorità tedesche si trattava di un’operazione dell’intelligence russa (AP/LaPresse)

C’è uno scenario che fino a poco tempo fa sembrava troppo estremo per essere discusso apertamente nelle stanze delle istituzioni europee: un attacco russo sul territorio dell’Unione con più vittime. Ora, invece, i governi dei Ventisette stanno iniziando a prepararsi proprio a questo.

Lo racconta Politico, secondo cui nelle ultime settimane gli ambasciatori dei Paesi Ue hanno discusso in formato riservato – senza telefoni né assistenti – di come dovrebbe reagire l’Unione a un attacco sotto soglia del conflitto aperto ma capace di provocare diverse vittime. Sul tavolo ci sono l’invio di squadre di emergenza, l’utilizzo di fondi europei per aiutare il Paese colpito e soprattutto il coordinamento politico e della comunicazione.

Non è uno scenario astratto. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli episodi attribuiti a Mosca o a soggetti legati alla Russia: sabotaggi, incendi, attacchi informatici, violazioni dello spazio aereo e operazioni contro infrastrutture strategiche. A luglio un missile russo è caduto sul territorio polacco. Ad agosto, all’aeroporto di Lipsia, è stato trovato un drone con esplosivi vicino a un aereo cargo ucraino. In Romania sono stati intercettati droni russi e, in altri Paesi europei, sono state scoperte operazioni di sabotaggio e incendi dolosi.

Proprio il caso di Lipsia aveva mostrato quanto sottile sia ormai il confine tra una provocazione e un incidente potenzialmente letale. Lo avevamo raccontato su Linkiesta a settembre, quando l’episodio tedesco era ancora soprattutto un campanello d’allarme: un drone con esplosivi che arriva fino a un aeroporto europeo non è più soltanto una questione di spionaggio o di disinformazione. È un’operazione che avrebbe potuto provocare vittime.

Ora a Bruxelles si discute del passo successivo: che cosa succede se le vittime arrivano davvero?

Il problema è anche istituzionale. L’Unione europea dispone già di meccanismi per coordinare la risposta alle crisi, a partire dall’Integrated Political Crisis Response, ma diversi governi temono che nuovi protocolli possano sovrapporsi alle strutture della Nato. In caso di attacco grave, infatti, la domanda diventerebbe immediatamente politica: quale delle due organizzazioni deve guidare la risposta?

Il rischio è che la Russia possa sfruttare proprio questa zona grigia. Come ha scritto su Foreign Affairs Julianne Smith, ex rappresentante permanente degli Stati Uniti presso la Nato, Mosca ha progressivamente aumentato frequenza e intensità delle proprie operazioni in Europa, contando sul fatto che gli alleati continuino a considerarle una serie di episodi separati. Un sabotaggio, un drone, un attacco informatico, un incendio. Ogni volta una risposta limitata. Il problema, sostiene Smith, è che questo approccio non produce deterrenza e lascia a Mosca spazio per alzare ulteriormente il livello.

Finora è andata bene. Ma è difficile costruire una strategia di sicurezza contando indefinitamente sulla fortuna.

E mentre l’Ue cerca di capire come reagire al primo grande attacco che provocherà vittime, la Nato si prepara a uno scenario ancora più grave: una guerra aperta sul fianco orientale.

Lunedì prossimo a Varsavia il comandante supremo alleato in Europa, il generale Alexus Grynkewich, presenterà la «Teoria della vittoria», una nuova concezione di come l’Alleanza dovrebbe combattere un eventuale attacco russo. Il piano punta a fermare una possibile incursione con le forze già presenti sul fianco orientale e poi a utilizzare droni, sistemi autonomi e intelligenza artificiale per colpire rapidamente le capacità russe di comando, controllo e targeting, prima di ricorrere, se necessario, alla potenza di fuoco convenzionale.

Sono due preparativi diversi, ma raccontano la stessa trasformazione. Bruxelles si chiede come reagire quando un’operazione russa sotto la soglia della guerra provocherà morti. La Nato si prepara invece a cosa fare se quella soglia verrà superata apertamente.

La domanda, ormai, non è più soltanto quanto sia «ibrida» la guerra russa contro l’Europa. È quanto a lungo potrà rimanere sotto la soglia prima che qualcuno venga ucciso.

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La panificazione in ogni popolo del mondo

9 October 2026 at 03:45

Ogni popolo ha sviluppato, nel corso della propria storia, una preparazione derivata dalla fermentazione di un cereale, adattata alle coltivazioni disponibili e alle condizioni ambientali del territorio: stagione, clima, latitudine e altitudine. Alcuni cereali prosperano nei climi freddi, altri in quelli caldi; alcuni prediligono ambienti umidi, altri secchi. Di conseguenza, ogni cultura ha modellato la propria alimentazione sui cereali endemici e più adatti al contesto naturale in cui viveva.

Già nelle civiltà della Mesopotamia e dell’antico Egitto, il pane aveva assunto un ruolo centrale non solo nell’alimentazione quotidiana, ma anche nella sfera simbolica e religiosa. Le fonti archeologiche e iconografiche mostrano una grande varietà di pani, spesso modellati in forme coniche o allungate, talvolta aromatizzati o arricchiti, destinati tanto al consumo quanto alle offerte votive. La fermentazione era conosciuta e praticata, e il pane divenne uno degli elementi fondamentali dell’economia e della gerarchia sociale, al punto da essere utilizzato come salario per operai e costruttori. In questo contesto, il pane non era soltanto nutrimento, ma misura del valore del lavoro umano.

Nelle civiltà dell’America precolombiana, invece, il cereale simbolo fu il mais, profondamente intrecciato ai miti di origine e all’identità stessa dei popoli mesoamericani. Attraverso il processo di nixtamalizzazione, che prevedeva la cottura del mais in acqua e calce, i chicchi venivano resi più digeribili e nutrienti, e successivamente macinati per ottenere impasti destinati a diverse preparazioni. Tra queste, le tortillas, talvolta sottoposte a brevi fermentazioni, e bevande come il pozol, una massa di mais fermentata consumata soprattutto nelle regioni del Messico meridionale. Anche qui, la fermentazione non era solo una tecnica, ma un passaggio essenziale per trasformare il cereale in alimento vitale e identitario.

Fotografia di Rossella Venezia, @Guido Tommasi Editore
Fotografia di Rossella Venezia, @Guido Tommasi Editore

In Asia orientale, infine, la fermentazione degli impasti si sviluppò lungo traiettorie differenti, spesso svincolate dall’uso del forno. In Cina, già in epoche antiche, si diffusero pani e focacce cotti al vapore, come il mantou, ottenuto da impasti fermentati di grano tenero. Da queste preparazioni derivarono numerose varianti, tra cui i baozi, pani ripieni che uniscono la tecnica della fermentazione a quella della cottura al vapore.

In queste culture, la lievitazione del cereale non conduceva alla crosta croccante tipica del pane occidentale, ma a strutture soffici e leggere, testimonianza di un diverso rapporto tecnologico e culturale con il grano.

Nei paesi del Nord Europa è particolarmente ricca la tradizione dei pani a base di segale, un cereale che cresce bene in climi freddi e aridi. Ne sono esempi il pumpernickel tedesco, spesso arricchito con semi, il borodinskij russo, caratterizzato dall’aggiunta di malto, e il knäckebröd scandinavo, pane secco e sottile simile allo schüttelbrotaltoatesino, prodotto in una regione dove la segale è storicamente abbondante.

In un contesto climatico quasi opposto, come quello caldo del Sud Europa e del Nord Africa, il cereale dominante è il grano duro. Qui si sviluppa la tradizione delle grandi pagnotte cotte in enormi forni a legna comunitari, forme di pane che per molti rappresentano ancora oggi l’immagine più familiare della panificazione. Emblematici sono il pane di Altamura, oggi tutelato da marchio Dop, dalla tipica forma “accavallata”, risultato di una manualità specifica prima dell’infornata, nota come u sckuanète, e il pane di Matera, riconosciuto come Igp.

A queste forme si affiancano pani che conservano tecniche di lavorazione ancora più antiche, basate su cotture in piastra o in forni verticali. Ne fanno parte la pita, nelle sue numerose varianti greche e arabe, che attraversa e accomuna tutto il bacino del Mediterraneo, lo msemen marocchino, così come il pane carasau sardo, sottile e croccante, nato per garantirne lunga conservazione.

Fotografia di Rossella Venezia, @Guido Tommasi Editore
Fotografia di Rossella Venezia, @Guido Tommasi Editore

Un’altra preparazione tradizionale a base di cereali fermentati è l’injera etiope, realizzata con il teff, il più piccolo tra i cereali. Prevede una fermentazione di diversi giorni di una pastella di farina e acqua, necessaria a ottenere una struttura spugnosa ed elastica, capace di accogliere e trattenere sughi e pietanze. In questo modo, il pane stesso diventa utensile, rendendo superfluo l’uso delle posate durante il pasto.

In India è iconico il naan, pane lievitato diffuso anche nel Medio Oriente, che prevede l’aggiunta di yogurt nell’impasto. È declinato in numerose varianti, tra cui la più nota con aglio e ghee, il burro chiarificato della tradizione ayurvedica.

Anche agli antipodi dell’Italia, in Nuova Zelanda, esistono preparazioni tradizionali legate alla fermentazione.

Tra queste, il Rēwena paraoa del popolo Māori, un pane che utilizza come agente lievitante un bug ottenuto dalla fermentazione della patata dolce locale, la kumara, a cui viene successivamente aggiunta della farina.

Dalle zuppe di cereali alle paste fermentate, dai pani cotti sulla pietra a quelli al vapore, ogni civiltà ha trovato nel proprio cereale un linguaggio comune per trasformare il nutrimento in cultura: il pane, in tutte le sue forme, resta così una delle espressioni più universali e profonde dell’ingegno umano.

Tratto da “La Teoria del Pane. Tecniche e ricette” di Aurora Zancanaro, Guido Tommasi Editore, 320 pagine, euro 30

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Perché non tutte le ciambelle riescono col buco

9 October 2026 at 03:45

Lo stampo è sul tavolo, la torta si è raffreddata abbastanza da poterla capovolgere. Basta sollevarlo per sapere se il disegno immaginato prima di infornare è diventato realtà: una corona intera, magari un po’ irregolare, con il suo spazio vuoto al centro. È da un momento come questo che sembra arrivare «non tutte le ciambelle riescono col buco», la frase pronta per una torta imperfetta, un appuntamento andato storto o un progetto che aveva un’altra forma sulla carta.

Nel Vocabolario Treccani⁠ la ciambella è descritta come un dolce cotto in forma di cerchio, con un vuoto nel mezzo; il proverbio significa che non tutte le cose riescono bene, o come si vorrebbe. «Come si vorrebbe» è forse la parte più interessante. La torta può essere buona anche se è cresciuta storta. Il risultato, però, si vede subito: il buco era previsto e non c’è. Treccani non indica un luogo o un episodio da cui il detto avrebbe avuto origine, registra invece l’immagine e il suo significato, che bastano a farla funzionare ancora oggi.

La parola ciambella si applica anche al pane fatto ad anello e, per somiglianza di forma, a oggetti che in cucina non entrano affatto: il salvagente, per esempio. La stessa voce di Treccani ne dà l’etimologia come incerta. Meglio lasciare quel punto aperto che riempirlo con una storia troppo bella per essere verificata. Il vuoto centrale, intanto, è diventato così riconoscibile da distinguere una ciambella da una torta rotonda, prima ancora dell’assaggio.

Nella cucina di casa il proverbio ha qualcosa di indulgente. Chi lo pronuncia conosce il lavoro che precede il risultato: le uova da montare, la farina da incorporare, lo stampo da preparare, il forno da controllare senza aprirlo ogni due minuti. Conosce anche il momento in cui si decide che una fetta tagliata bene conta più della fotografia della torta intera. Il detto prende atto di un tentativo; non obbliga a buttare quello che ne è uscito.

Per mettere alla prova la versione letterale, la ricetta che torna nella nostra memoria è la ciambella allo yogurt di classicissima ispirazione, e prevede uno stampo a ciambella da 24 centimetri, yogurt greco e olio di mais, senza burro nell’impasto. Il burro serve invece per preparare lo stampo. È una distinzione minuscola, ma utile quando si arriva alla lista della spesa.

Per prepararla occorrono 250 grammi di yogurt greco, 180 di zucchero, 150 di farina 00, 100 di fecola, 100 di olio di mais, quattro uova e 16 grammi di lievito per dolci. Servono inoltre un pizzico di sale, burro e farina per lo stampo e, se piace, zucchero a velo per finire. Si accende il forno a 180 °C e si imburra e infarina lo stampo. Farina, fecola e lievito si setacciano insieme; a parte si montano uova e zucchero fino a ottenere un composto chiaro. Si aggiungono l’olio a filo, il sale e lo yogurt, poi le polveri. L’impasto va nello stampo e cuoce per 35–40 minuti. Prima di spolverarla con lo zucchero a velo, la ciambella si lascia raffreddare su una gratella. Fin qui, le dosi certe e il procedimento più corretto. Ma chi è cresciuto negli anni ’80 ricorda sicuramente la torta più facile del mondo, da preparare usando come dosatore il vasetto dello yogurt. Un vasetto di yogurt (naturale o aromatizzato come preferite, a seconda del gusto finale che volete per la torta), tre vasetti di farina, un vasetto e mezzo di zucchero e mezzo vasetto di olio. Tutto mescolato alla meglio con l’aggiunta di tre uova, un pizzico di sale e mezza bustina di lievito per dolci. Infornare nello stampo imburrato e cuocere per circa 35 minuti, vale la prova stecchino asciutto al centro. Sul piano di lavoro si preparano una bilancia, due ciotole, un setaccio, le fruste elettriche, una spatola e uno stampo a ciambella da 24 centimetri. A portata di mano conviene tenere anche una gratella per il raffreddamento.

Lo stampo può diventare anche una scelta estetica: quello liscio restituisce il profilo familiare del ciambellone; uno scanalato disegna ogni fetta prima che intervenga il coltello. Gli stampi americani Bundt hanno trasformato questo disegno in una firma: la casa produttrice Nordic Ware⁠ consiglia di ungere e infarinare con attenzione tutte le scanalature, riempire lo stampo per circa tre quarti e lasciar riposare il dolce dieci minuti prima di capovolgerlo sulla gratella. Sono indicazioni per quegli stampi, utili soprattutto quando la forma è elaborata; per tempi e temperatura della nostra ciambella resta il riferimento della ricetta scelta.

Per servirla bastano un piatto piano, un coltello che tagli senza schiacciare la mollica e una paletta da torta. Se si vuole dare un posto al design sulla tavola, la paletta Nuovo Milano disegnata da Ettore Sottsass porta un segno discreto nel gesto di distribuire le fette. Una spolverata di zucchero a velo si può fare poco prima di portare il dolce in tavola, con lo stampo scanalato, anche lasciarlo nudo ha un senso.

Le varianti cominciano dalla credenza. Scorza di limone o d’arancia, un po’ di cannella, gocce di cioccolato: sono cambiamenti facili da immaginare sul ciambellone di casa, senza stravolgerne la struttura. Per una versione al cacao o con farine diverse è più prudente seguire dosi già provate, perché togliere farina o aggiungere ingredienti umidi cambia l’equilibrio dell’impasto. Se invece si vuole la versione marmorizzata si devono preparare due impasti di colori diversi, da mescolare nello stampo con uno stuzzicadenti.

Oltre confine, il foro centrale conduce a dolci che somigliano alla ciambella nella forma, ma richiedono ricette proprie. Il Kugelhopf mitteleuropeo è un lievitato ricco, spesso con uvetta: King Arthur Baking ne propone una versione⁠ in uno stampo alto, con frutta lasciata nel kirsch e mandorle sul fondo. Negli Stati Uniti la Bundt cake può partire da impasti e aromi diversi; è lo stampo scanalato a darle il nome e l’aspetto riconoscibile. Si può provare, per esempio, la versione al cardamomo con glassa al limone⁠.

E se proprio la voglia di farla manca, a Roma l’Antico Forno Roscioli⁠ è l’indirizzo più vicino al ciambellone quotidiano di questo racconto. Lo storico forno romano continua a prepararlo secondo la ricetta di Marco Roscioli, legata alle sue origini marchigiane. A Erbusco, nel Bresciano, la Pasticceria Roberto⁠ custodisce invece il bossolà, grande dolce lievitato ad anello della tradizione locale. Giovanni Cavalleri lo racconta come un dolce delle feste legato alla ricetta della nonna: per assaggiarlo conviene dunque informarsi sulla disponibilità stagionale.

A casa, invece, quando esce dal forno, conviene aspettare prima di sformarla. Il proverbio tornerà utile solo dopo. Se la ciambella si rompe, si può servire a fette; se viene bene, si può comunque raccontare che non era scontato. In entrambi i casi il buco avrà fatto il suo lavoro: dare una forma precisa a ciò che speravamo di ottenere.

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Il governo perde la partita del riassetto bancario, vinta brillantemente da Intesa

9 October 2026 at 03:45

La grande partita per il riassetto bancario italiano, iniziata proprio due anni fa, si avvia alla conclusione. Salvo colpi di scena, l’ultima mossa si dovrebbe rivelare decisiva: con il rilancio annunciato da Intesa Sanpaolo, che ha aumentato di ottocento milioni la parte cash dell’offerta lanciata sul Monte dei Paschi di Siena (salita così da tre a 3,8 miliardi, a cui si aggiungono i 27,6 miliardi di azioni Intesa), per la banca toscana diventa difficile trovare alternative.

Anche perché Carlo Messina, il banchiere romano grande capo di Intesa, ha trasformato la sua operazione in una sorta di referendum per i soci di Mps: il rilancio, e dunque l’intera offerta, vale solo a condizione che nessuna delle tre contromosse proposte dal potentino Luigi Lovaglio, numero uno di Siena, venga approvata nell’assemblea (convocata il 29 ottobre).

Lovaglio aveva proposto ai suoi tre operazioni: il matrimonio con Bpm, l’acquisizione di Banca Generali e la distribuzione di un dividendo straordinario dalla cessione del 4,5 per cento delle Generali, parte del pacchetto del 13,3 per cento che il Monte detiene tramite Mediobanca. Ebbene, dice Messina ai soci Mps, dovete scegliere: o me o Lovaglio. Se votate le sue operazioni, l’offerta di Intesa decade. E due grandi azionisti privati di Mps, Delfin e Caltagirone, hanno già fatto sapere che al referendum voteranno Messina.

Fin qui la sostanza finanziaria. Ma quella politica? Il punto di caduta del cosiddetto risiko è un riassetto del sistema bancario e finanziario nazionale che disegna una nuova mappa del potere per le sorti del risparmio delle famiglie e del credito alle imprese. Per questo motivo il governo attuale, con la sua maggioranza, così determinato a scalfire le vere o presunte secolari egemonie di potere di ogni tipo, considerate ad esso estranee, non poteva restare a guardare. E così sembrava in principio: due anni fa Mps era ancora controllato dal Mef.

Non a caso l’intero riassetto del sistema si è messo in moto quando il governo ha venduto una parte del capitale di Siena a Caltagirone, Delfin (gli eredi Del Vecchio) e Bpm. I primi due sembravano perfetti nel ruolo di guida del nuovo capitalismo finanziario a trazione romana e con la guida a destra; mentre Bpm, per il suo radicamento territoriale lombardo-veneto, è considerata vicina agli interessi delle piccole e medie imprese nei territori della Lega. Il nuovo polo avrebbe poi puntato su Mediobanca e, tramite il pacchetto del 13,3 per cento che ha in pancia, su Generali, contando su un azionariato molto simile: sia Caltagirone sia Delfin sono grandi soci di Piazzetta Cuccia e Trieste da anni.

Obiettivo finale: un terzo polo bancario (Bpm-Mps) con un presidio fenomenale del risparmio nazionale (Generali). Il tutto all’insegna del sovranismo più spinto. Ma finanza e mercati non sono facilmente governabili. Tanto meno dalla politica. Così, all’alba della scorsa primavera, in vista dell’assemblea per il rinnovo dei vertici di Mps, Delfin e Caltagirone si mettono uno contro l’altro (pro e contro la conferma di Lovaglio) e il giocattolo si rompe, anche perché il governo non può e non vuole schierarsi, rimasto ormai con una piccola quota, il 4,8 per cento, di Mps. La premier, in un’intervista a Bloomberg, dichiara che il ruolo del governo in Mps «è finito».

Il risultato è che, a metà dell’opera, i soci di Mps si trovano spaccati e più deboli perché privi della copertura governativa. Così, chi fino a quel momento era rimasto a guardare la fine di Mediobanca e il conseguente passaggio di mano del pacchettone Generali, anche per non creare dissapori con l’esecutivo, scende in campo. Arriva Intesa Sanpaolo, la prima banca italiana che, per poter digerire Mps, si allea con Unipol: a quest’ultima andranno 635 sportelli di Mps, destinati alla controllante Bper. Ed è così che sembra che andranno a finire le cose. In aperto contrasto con quanto la premier ha dichiarato a Ferragosto in un’intervista a Mf, quando si è auspicata che Mps non finisse come uno spezzatino.

Quindi, per tornare alla chiave politica, il governo che era partito per far nascere sotto il segno di Meloni-Giorgetti un conglomerato di azionisti, banche, assicurazioni che se la sarebbe giocata con Intesa da un lato e Unicredit dall’altro, si trova un esito ben diverso. Nel ruolo di king maker assoluto, Intesa Sanpaolo, primo gruppo bancario del Paese, assume ancora più potere di prima, compreso il 13,3 per cento delle Generali, fino a ieri custodito dai rivali di Mediobanca.

Un contrappeso storico negli equilibri finanziari nazionali viene così a cadere, con Generali destinata alla stessa orbita del gruppo Intesa. Inoltre, quello che doveva diventare il terzo polo del credito, Mps-Bpm, viene sostituito da Bper-Mps, cioè dal gruppo delle cooperative rosse che controllano Unipol. Mentre per quanto riguarda Bpm, che doveva essere il perno nordista-leghista dell’operazione, il rischio concreto è che finisca proprio dove Meloni non la voleva vedere: ai francesi del Credit Agricole.

Completano il quadro due mosse che il governo ha effettuato intorno al riassetto del capitalismo finanziario di casa nostra e rivelatesi fallimentari. La prima è la legge Capitali, laddove ha regolamentato negli statuti delle società il cervellotico meccanismo per il voto di lista: è stato questo l’aspetto tecnico che ha generato la disastrosa governance del Monte Paschi. La seconda è stata l’utilizzo dissennato del golden power, applicato non contro una banca straniera, ma per fermare le mire di Unicredit su Bpm solo per non ostacolare il progetto di Mps.

Mossa controproducente: Unicredit-Bpm poteva essere il terzo polo italiano, politicamente plasmabile e a quello si poteva poi pensare di collegare le Generali. Invece, per preservare Bpm per le nozze con Mps, il governo sovranista ha perso la grande partita del riassetto bancario italiano. 

 

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