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Dalle auto ai missili, l’industria europea cambia strada

10 October 2026 at 03:45

A una trentina di chilometri da Ingolstadt, nel bosco di Schrobenhausen, Mbda produce missili da crociera e sistemi per la difesa aerea. Presto, in questo distretto industriale della Baviera, potranno lavorare anche alcuni dipendenti Audi. Il programma si chiama Regionaler Personaleinsatz, letteralmente impiego regionale del personale: per due anni, su base volontaria, alcuni lavoratori potranno essere assegnati temporaneamente a imprese della difesa, mantenendo il contratto e il trattamento economico di Audi e il diritto di tornare in azienda. L’iniziativa coinvolge anche Knds, Diehl Defence e Airbus e si rivolge inizialmente a ingegneri, responsabili della qualità, project manager e personale delle aree tecniche dello stabilimento di Ingolstadt.

Il nome burocratico nasconde una trasformazione più ampia. Mentre l’industria automobilistica europea riduce i costi e la capacità produttiva, quella della difesa fatica a soddisfare una domanda in crescita. La prima dispone di competenze nella produzione in serie, nell’automazione e nel controllo della qualità; la seconda ha bisogno di trasferirle rapidamente in un settore abituato a lavorare su volumi più contenuti.

Il trasferimento, però, non è automatico. Le imprese militari devono fare i conti con verifiche di sicurezza, requisiti specifici e formazione sui prodotti. Un ingegnere abituato a progettare un’automobile non diventa dall’oggi al domani uno specialista di missili o sistemi antiaerei. Ma può portare con sé metodi di lavoro e conoscenze industriali preziosi per aumentare la produzione.

Il caso Audi è anche un riflesso della crisi che attraversa il gruppo Volkswagen. Lo stabilimento di Neckarsulm, con oltre 15.500 dipendenti, è tra i quattro siti tedeschi del gruppo per i quali non è ancora garantito un impiego produttivo competitivo a partire dal 2031. Volkswagen sta valutando utilizzi alternativi per gli impianti, mentre cerca di ridimensionare una capacità produttiva che supera la domanda.

Secondo dati riportati dalla stampa tedesca e attribuiti ad ambienti del gruppo, produrre un’automobile a Neckarsulm costa poco meno di 6.000 euro, contro circa 3.000 nei siti europei più competitivi. Il confronto va letto tenendo conto delle diverse categorie di vetture: nello stabilimento si assemblano modelli di fascia alta come A5, A6 e A8, che richiedono tempi di lavorazione maggiori. Anche al netto di queste differenze, resta un divario di costo significativo.

Il problema è trovare alternative. Volkswagen sta ridimensionando strutture e occupazione, mentre il suo amministratore delegato, Oliver Blume, ha indicato le collaborazioni con aziende cinesi e le attività legate alla difesa tra le possibili strade per salvaguardare gli impianti. Il gruppo deve trovare nuovi impieghi per capacità produttive che non riesce più a sostenere con il solo mercato dell’auto.

Da Ingolstadt a Osnabrück, il passo successivo è provare a riconvertire le fabbriche. Volkswagen ha raggiunto un accordo sui termini della possibile cessione dello stabilimento di Osnabrück al fondo Aurelius e al Land della Bassa Sassonia. La produzione automobilistica dovrebbe terminare nell’estate del 2027. L’obiettivo è trasformare il sito in un centro per le tecnologie della sicurezza e della difesa, con un primo progetto sviluppato insieme all’israeliana Rafael per produrre sistemi e componenti destinati alla difesa aerea. Il progetto potrebbe coinvolgere anche tecnologie legate all’Iron Dome, il sistema antiaereo israeliano.

La vicenda mostra quanto la riconversione sia condizionata da fattori politici. Il Qatar Investment Authority, azionista rilevante di Volkswagen, aveva espresso riserve sulla collaborazione diretta tra il gruppo tedesco e Rafael. La struttura ora delineata, con il coinvolgimento di Aurelius e del governo regionale, punta a superare quell’ostacolo. Il progetto, tuttavia, non equivale ancora alla certezza che tutte le attività previste saranno realizzate nei tempi e nei modi annunciati.

Anche Mercedes-Benz sta esplorando il settore. A maggio l’amministratore delegato Ola Källenius ha dichiarato al Wall Street Journal che il gruppo sarebbe disposto a entrare nella produzione per la difesa, a condizione che l’operazione abbia senso economico. Il manager ha descritto questo mercato come una possibile nicchia in crescita, non come un’alternativa alla produzione automobilistica.

A giugno, alla fiera aerospaziale Ila di Berlino, Mercedes-Benz e la società tecnologica tedesca Tytan Technologies hanno firmato un memorandum d’intesa per valutare sistemi mobili basati sui fuoristrada Classe G e sui furgoni Sprinter. Il progetto comprende una piattaforma per contrastare i droni e un veicolo in grado di trasportarli. Mercedes mette a disposizione i veicoli, Tytan le proprie competenze tecnologiche. Per ora l’accordo riguarda la valutazione e lo sviluppo delle possibili applicazioni: non sono stati annunciati volumi e tempi definitivi di produzione.

La convergenza tra auto e difesa riguarda anche la Francia. A febbraio Renault ha confermato un progetto con l’azienda di difesa Turgis Gaillard per assemblare droni militari Chorus nello stabilimento di Le Mans. Il gruppo automobilistico è stato coinvolto su richiesta del ministero delle Forze armate, interessato alle sue capacità di progettazione industriale e produzione in serie. L’obiettivo dichiarato è sviluppare in meno di un anno una capacità produttiva fino a 600 droni al mese. Renault ha precisato che il progetto si inserisce in un’iniziativa guidata dallo Stato e che le attività sono state definite dopo la consultazione delle rappresentanze dei lavoratori.

La trasformazione non passa soltanto dalle grandi case automobilistiche. Può essere più semplice per i fornitori specializzati, le cui competenze sono già utilizzabili in altri settori. È il caso di Deutz, produttore tedesco di motori, che il 9 luglio ha annunciato un accordo per acquisire il 100 per cento di Ffg Flensburger Fahrzeugbau, azienda specializzata in veicoli militari, per un corrispettivo complessivo di circa 1,6 miliardi di euro. L’operazione, che combina una componente in denaro e nuove azioni Deutz, segna un’espansione strategica nella difesa.

Anche componenti, sistemi di propulsione e tecnologie di precisione possono entrare nella filiera militare senza che l’intera fabbrica debba cambiare produzione. È una prospettiva importante perché consente di sfruttare capacità industriali esistenti, anziché costruire da zero impianti e competenze.

È qui che la questione riguarda anche l’Italia. In un’analisi pubblicata nelle scorse settimane, il Royal United Services Institute think tank britannico specializzato in sicurezza e difesa, indica Torino insieme a Wolfsburg, Detroit e alle Midlands britanniche tra i poli industriali che potrebbero contribuire allo sviluppo della robotica militare. Le competenze della filiera automobilistica — batterie, attuatori, motori elettrici, sensori ed elettronica — sono in parte sovrapponibili a quelle necessarie per produrre droni e sistemi robotici.

Il vantaggio, tuttavia, non va sopravvalutato. Le fabbriche automobilistiche sono organizzate attorno a cicli di produzione pluriennali; i sistemi senza equipaggio, soprattutto i droni, richiedono invece aggiornamenti rapidi e iterazioni che possono misurarsi in settimane. La sfida non è trasferire semplicemente una linea da un prodotto all’altro, ma adattare competenze, fornitori e processi a esigenze industriali differenti.

Il governo italiano ha introdotto un riferimento normativo con la legge 30 dicembre 2025, n. 199, la legge di bilancio per il 2026. Il comma 280 dell’articolo 1 prevede decreti del ministro della Difesa, di concerto con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, per individuare attività, aree, opere e progetti infrastrutturali di interesse strategico destinati a realizzare, ampliare, convertire, gestire e sviluppare capacità industriali della difesa. La disposizione opera nell’ambito delle risorse previste dalla legislazione vigente e non istituisce, da sola, un nuovo fondo per la riconversione. Resta da capire come sarà attuata e quali progetti verranno individuati.

Per Torino, dunque, l’opportunità non è ancora un piano industriale. Non risulta un programma pubblico paragonabile a quello avviato da Audi per trasferire temporaneamente personale alla difesa, né un censimento pubblico delle aziende locali già pronte a partecipare a programmi militari. Ma la presenza di competenze automobilistiche, meccatroniche ed elettroniche offre una base da cui partire.

Un segnale concreto è arriva proprio da Torino ieri, con Edgewing, la società partecipata da Leonardo, dalla britannica Bae Systems e dalla giapponese Japan Aircraft Industrial Enhancement Company, ha inaugurato la propria sede italiana, la prima delle tre previste nei Paesi partner del Global Combat Air Programme (Gcap). Il centro ospiterà centinaia di ingegneri italiani, britannici e giapponesi impegnati nella progettazione del futuro aereo da combattimento di nuova generazione. La società prevede che la struttura italiana arrivi a un migliaio addetti, a cui si aggiungeranno le risorse di Leonardo coinvolte nel programma. Non è una riconversione dell’industria automobilistica, ma dimostra che Torino dispone già di un ecosistema ingegneristico e industriale su cui costruire nuove attività legate alla difesa. La sfida è capire se una parte delle competenze sviluppate nella componentistica, nella meccatronica e nell’elettronica per l’auto potrà trovare spazio anche al di fuori della filiera aerospaziale tradizionale.

La partita europea si giocherà su due piani. Il primo riguarda gli stabilimenti: se e come potranno essere riconvertiti per produrre veicoli, sistemi di supporto e componenti militari. Il secondo riguarda la filiera: quante imprese dell’auto riusciranno a diventare fornitori della difesa senza abbandonare il proprio mercato originario. Il programma Audi suggerisce anche una cautela. Se i dipendenti possono passare per due anni alla difesa conservando il diritto di rientrare, è perché il trasferimento è concepito come temporaneo e non implica una riconversione definitiva dell’azienda. La formula può aiutare a salvaguardare competenze e occupazione, ma non garantisce da sola una soluzione strutturale alla crisi dell’auto. Per l’Europa, quindi, la questione non è soltanto stabilire quali fabbriche produrranno armi. È capire se il patrimonio industriale accumulato in decenni di produzione automobilistica potrà sostenere una nuova capacità manifatturiera della difesa, senza trasformare una crisi settoriale in una semplice migrazione di posti di lavoro.

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Non tutto il vino è vegano

10 October 2026 at 06:20

Il vino nasce dall’uva, eppure non sempre può essere definito vegano. È una delle sorprese che più spesso spiazzano i consumatori, convinti che un prodotto ottenuto dalla fermentazione di un frutto non possa contenere alcun elemento di origine animale. La realtà è più complessa e riguarda una fase della produzione che chi beve raramente vede: la chiarifica. Quando si vuole ottenere maggiore limpidezza, stabilità o eliminare alcune sostanze indesiderate dal vino si procede alla chiarifica e si possono impiegare coadiuvanti tecnologici capaci di legarsi alle particelle target in sospensione e trascinarle sul fondo della vasca. Non tutti i vini vengono chiarificati, e molti produttori scelgono di imbottigliare il vino così com’è oppure utilizzano la semplice decantazione e la filtrazione. Ma chi chiarifica, per farlo può usare anche prodotti di origine animale. L’albume d’uovo è stato utilizzato per secoli soprattutto nei grandi vini rossi, grazie alla sua capacità di ammorbidire la componente tannica eliminando i tannini più astringenti e verdi al palato. La caseina, proteina del latte, è impiegata soprattutto per correggere difetti cromatici o ossidativi nei vini bianchi. La gelatina ottenuta dal collagene animale e l’ittiocolla, ricavata dalla vescica natatoria di alcuni pesci, sono altri chiarificanti tradizionali ancora utilizzati in molte cantine.

Queste sostanze, però, non diventano ingredienti del vino, ma svolgono una funzione tecnologica, si legano alle particelle indesiderate del momento e vengono eliminate insieme ai sedimenti durante le lavorazioni successive. Nel prodotto finale, se il processo è eseguito correttamente, non dovrebbero rimanerne traccia o comunque quantità significative. Questo però basta per escludere questi vini dalla dieta di un vegano. Chi sceglie di evitare qualsiasi impiego di prodotti animali considera infatti rilevante anche il processo produttivo, non soltanto il contenuto finale della bottiglia. Un vino chiarificato con albume, proteine del latte o gelatine animali, anche se non ne contiene residui apprezzabili, non viene quindi considerato vegano.

Negli ultimi anni molte aziende hanno adottato chiarificanti alternativi ma che spesso svolgono altre attività o non svolgono l’azione desiderata in maniera così performante. Tra i più diffusi ci sono la bentonite, un’argilla naturale utilizzata soprattutto nei vini bianchi per illimpidire ed evitare intorbidimenti, esistono poi le proteine estratte dal pisello, dalla patata o dal frumento e altri coadiuvanti di origine vegetale o estratti dalla parete cellulare del lievito. In alcuni casi il produttore rinuncia del tutto alla chiarifica. È grazie a queste soluzioni che oggi esistono sempre più vini certificati vegan.

Diverso è il discorso per chi è allergico o intollerante. La normativa europea richiede l’indicazione in etichetta quando durante la produzione vengono utilizzati latte o uova e nel vino possono rimanere residui superiori alle soglie fissate dalla legge. In pratica, se esiste un rischio concreto per il consumatore allergico, questo deve essere dichiarato. Per chi soffre di intolleranza al lattosio la situazione è ancora diversa. Il lattosio è lo zucchero del latte, mentre la caseina utilizzata nella chiarifica è una proteina, e le due sostanze non coincidono. Inoltre, la caseina viene rimossa durante il processo produttivo e proprio per questo un vino chiarificato con caseina non contiene normalmente lattosio e non rappresenta un problema per chi è intollerante al lattosio.

Il piccolo simbolo verde, o spesso una foglia stilizzata, che negli ultimi anni ha iniziato a comparire sul retro delle bottiglie, ed è diventato per molti un lasciapassare risponde a una domanda, non a un’altra, e le due domande vengono confuse più spesso di quanto si creda. Vegano o Biologico non è sinonimo di sicuro per chi soffre di allergie, e nemmeno di adatto a chi è intollerante al lattosio. Sono questioni diverse, regolate da logiche diverse, che il marketing ha la tendenza a impacchettare insieme come se fossero la stessa cosa.

Partiamo dall’equivoco poco sopra, che si dovrebbe dipanare in fretta: nel vino il lattosio, di fatto, non esiste. È lo zucchero del latte, resta nel latte, e nessun disciplinare enologico prevede di aggiungerlo in cantina. Chi è intollerante al lattosio, quello per cui manca l’enzima lattasi, può bere un calice senza pensarci due volte. Il tema riguarda piuttosto chi è allergico alle proteine del latte, una condizione completamente diversa e potenzialmente più seria: non un deficit digestivo ma una risposta del sistema immunitario, che nei casi più gravi arriva allo shock anafilattico, e che nel vino riguarda come detto la caseina, non lo zucchero del latte.

Un vino è vegano quando in nessuna fase della produzione, dalla vigna alla bottiglia, è stata usata una sostanza di origine animale, indipendentemente dal fatto che ne restino tracce. Un vino chiarificato con bentonite, con proteine di pisello o con proteine di patata o chitosano o ancora con estratti di lievito, le alternative vegetali che oggi molte cantine adottano al posto dei chiarificanti di origine animale, è vegano per definizione. Un vino sicuro per chi è allergico al latte, invece, è un vino che non presenta residui rilevabili di quella proteina nel prodotto finito, anche se in cantina la caseina è stata usata (in ogni caso, l’aggiunta va indicata in etichetta per legge). Sono risposte a domande diverse, ed è qui che il consumatore rischia di non avere le idee chiare.

Per secoli la chiarifica con prodotti di origine animale è stata considerata una pratica normale, quasi invisibile. Oggi la crescente attenzione verso le scelte alimentari, l’etica e la trasparenza ha spinto molte aziende a ripensare tecniche consolidate senza modificare il carattere del vino. È una dimostrazione di come anche un prodotto antico continui a evolversi, rispondendo alle domande che la società gli rivolge.

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Le manovre di Conte, e il grottesco tutti contro tutti del centro del centrosinistra

10 October 2026 at 03:45

Maionese

La maionese centrista del campo largo impazzisce ogni giorno di più: tanto forti sono gli appelli a unirsi tanto deboli sono i segnali che vanno in questa direzione. È forse il terreno più scivoloso di tutti, dove si moltiplicano, si intrecciano e si scontrano appetiti più diversi: passa l’autobus che porta in Parlamento, bisogna saltarci sopra, ora o mai più, anche a costo che qualcuno cada dal predellino. Mors tua vita mea.

Va da sé che dietro le mosse di questo o di quello ci possono essere motivazioni nobili – per il bene del Paese – o tentativi di salvare gloriose tradizioni politiche, i radicali, i socialisti. Ma ci sono anche e soprattutto giochi politici pesanti, come quello di far fuori Matteo Renzi utilizzando il nuovo soggetto di Alessandro Onorato e della sua lista Progetto Civico Italia (Pci).

È Giuseppe Conte, in particolare, nel solito tandem con Goffredo Bettini, mentore di Onorato, a lavorare per quest’ultimo cercando di favorire la presentazione della sua lista. Infatti ieri il senatore contiano Luigi Nave è passato al gruppo misto (nella componente di Alleanza Verdi-Sinistra), una mossa formale per agevolare la raccolta delle firme di Progetto civico. Ma un senatore non basta: chi gliene darà altri? Si assiste così a una sotto-partita tra Elly Schlein e l’avvocato del populismo, a riprova che i due continuano a pestarsi i piedi più o meno su tutto: la leader del Pd lavora per tenere Renzi dentro la coalizione – i due filano d’accordo da tempo – mentre Conte, che odia Renzi, gli mette tra le ruote il bastone onoratiano nella speranza che l’assessore romano lo scavalchi e entri il suo Progetto civico in Parlamento invece di Italia Viva.

È un disegno che rende l’idea del livello di parossismo raggiunto dall’uomo di Volturara Appula e che conferma la confusione in quel pezzo di centrosinistra che, fatti i conti, è decisivo per vincere.

Da parte sua, il leader di Italia Viva continua a cercare di allargare Casa riformista, ma non sono chiare le prospettive di Più Europa e dei socialisti che in un primo momento erano sembrati disponibili al progetto di Casa riformista: adesso invece il segretario socialista Enzo Maraio ha scelto di stare con Onorato, in aperta contraddizione con la scelta delle Europee. Ed è ben strambo, per un socialista, appoggiare un disegno di un personaggio come Conte. Vedremo poi il destino della formazione “Più uno” di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, che dovrebbero essere esentati dalla raccolta delle firme grazie a Bruno Tabacci che gli ha prestato il suo simbolo (e la piccola componente parlamentare con annessa agevolazione nella raccolta delle firme). Il tutto mentre Silvia Salis sta entrando in scena, ieri sera a Genova con Massimo D’Alema per parlare del libro di quest’ultimo, “Eravamo comunisti”, domani con l’ospitata da Fabio Fazio.

Il punto politico è che il centrosinistra rischia di diventare una coalizione nella quale ciascuno lavora per conquistare il voto dell’elettore avversario, ma soprattutto per sottrarlo al proprio vicino di banco. Una singolare forma di competizione, nella quale il nemico comune resta sullo sfondo e il nemico interno occupa tutta la scena. Insomma, la maionese del centro del centrosinistra per ora sta impazzendo alla grande. Come ha sintetizzato con una certa efficacia Carlo Calenda, «è un casino, come tutto il campo largo».

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Rispondere alle email di lavoro la sera non è mai necessario

10 October 2026 at 03:45

Email

Il telefono vibra alle 21:30: non è un direct su Instagram, è una email del capo. Rispondere subito o aspettare domattina? Con la digitalizzazione del lavoro, il confine tra professione e vita privata sta scomparendo con delle conseguenze negative sul benessere delle persone. La legge prevede alcune tutele che meritano di essere conosciute dai milioni di white collar che lavorano in Italia.

Il tema con più hype è la legge sul lavoro agile, in vigore dal 2017 ed entrata nella vita dei lavoratori soprattutto dopo la pandemia del 2020. L’accordo individuale con l’azienda deve indicare i tempi di riposo e le misure che assicurano la disconnessione dagli strumenti di lavoro. Il mancato rispetto delle previsioni legali o contrattuali può comportare responsabilità di carattere civile o, nei casi più gravi, anche penale per il mancato rispetto della disciplina che tutela la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Inoltre lo smart worker ha diritto di disconnettersi senza incorrere in conseguenze negative né sul rapporto di lavoro né sulla retribuzione che sarebbero giudicate illegittime in Tribunale.

Per chi deve andare in ufficio valgono le regole generali che disciplinano l’orario di lavoro in Italia. In pochissime parole, ogni lavoratore ha diritto ad almeno undici ore consecutive di riposo al giorno. Pretendere risposte a tarda sera significa, molto spesso, chiedere di lavorare fuori orario. Questa richiesta deve deve essere remunerata in conformità a quanto previsto dalla contrattazione collettiva applicabile al rapporto di lavoro.

Se sei un dirigente o un quadro direttivo queste tutele non si applicano. Ma le best pratice e un’interpretazione sistematica della normativa ci dicono che anche i loro accordi di lavoro agile dovrebbero garantire il diritto alla disconnessione. Essere all’apice della gerarchia aziendale non comporta l’obbligo di controllare ossessivamente la casella di posta elettronica. D’altra parte, i manager beneficiano comunque delle tutele in materia di riposo settimanale e di ferie minime garantite dall’ordinamento alla generalità dei dipendenti. Inoltre, la giurisprudenza riconosce a tutti i dipendenti il risarcimento del danno da usura psicofisica quando l’impegno supera ogni ragionevole limite.

L’organizzazione del lavoro ha un ruolo fondamentale nel benessere delle persone. Le fasce di disconnessione degli smart workers devono essere fissate per iscritto dalle imprese e i turni di lavoro non dovrebbero essere soggetti a cambiamenti dell’ultimo minuto. Fuori da reperibilità ed emergenze, non rispondere la sera non è una mancanza disciplinare che può essere legittimamente sanzionata. La mail delle 21:30 può aspettare: in fondo, se fosse davvero urgente, avrebbero chiamato i vigili del fuoco.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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“The Social Reckoning” è un manifesto anti Facebook, ma Zuckerberg ha già cambiato maschera

10 October 2026 at 03:45

Il peccato capitale di Facebook, secondo Aaron Sorkin, è aver scoperto quanto fosse redditizio far arrabbiare le persone e aver continuato a guadagnarci anche dopo averne compreso le conseguenze. Il suo nuovo film “The Social Reckoning”, racconta cosa è accaduto sedici anni dopo “The Social Network”. L’azienda che prometteva di connettere il mondo si trova davanti a un bivio: correggere i propri algoritmi o conservare i profitti prodotti dalla polarizzazione. Mark Zuckerberg non porta davvero il peso di questa scelta ed è il personaggio meno interessante del film. Sorkin lo riduce a una caricatura che Jeremy Strong esegue col metodo Stanislavskij: scandisce le parole con pause innaturali, si muove come un robot umanoide ed è sprezzante con chi non riesce a tenere il passo dei suoi ragionamenti. «The debate is over», ripete almeno quattro volte in scene diverse. Con lui non si discute perché ha già preso la decisione migliore. Ma non è detto coincida con ciò che servirebbe alla società. 

È difficile riconoscere il giovane genio arrogante, logorroico e socialmente frustrato interpretato da Jesse Eisenberg nel Social Network del 2010. Allora Sorkin era interessato al paradosso di un ragazzo introverso incapace di inserirsi nelle gerarchie sociali di Harvard, che avrebbe inventato uno strumento destinato a rivoluzionare le relazioni di miliardi di persone. Era sgradevole, spesso crudele, ma conservava una vulnerabilità che lo rendeva affascinante. Quello di Strong è un uomo, se così possiamo definirlo, che sembra aver perso ogni dimensione umana. Il potere ha consumato il personaggio e Sorkin ha smesso di cercarne le contraddizioni.

Per chi cerca personaggi capaci di evolversi nel corso di una storia, è un limite. Il film resta però godibilissimo, perché Sorkin è come Arjen Robben. Il calciatore olandese faceva sempre la stessa finta, rientrando dalla destra sul sinistro, e segnava valanghe di gol anche se i difensori sapevano perfettamente cosa avrebbe fatto. Lo sceneggiatore americano ha una tecnica altrettanto riconoscibile. Prende una quantità enorme di informazioni, le mette in bocca a personaggi intelligentissimi e le fa viaggiare a una velocità incompatibile con qualsiasi conversazione normale. Ogni tanto interrompe il flusso con una battuta, una digressione personale o qualche minuto di cazzeggio. Poi riparte e chiude con la battuta lasciata in sospeso. Sappiamo che andrà a finire così, ma ci piace lo stesso.

Anche in “The Social Reckoning”, Sorkin ripropone una tecnica che ha particolarmente funzionato in “Steve Jobs”, il film del 2015 diretto da Danny Boyle, costruito intorno a tre presentazioni del fondatore di Apple. Nei minuti che precedevano l’ingresso sul palco, Jobs veniva assediato da collaboratori ed ex amici che gli chiedevano conto delle sue decisioni. Anche qui Sorkin sceglie il dietro le quinte, dove il potere, lontano dal pubblico, è costretto a rendere conto delle proprie scelte. Il conto alla rovescia prima del lancio di un computer lascia il posto alla preparazione della celebre audizione parlamentare del marzo 2021, quella in cui Zuckerberg, sudaticcio e robotico, fu chiamato a rispondere davanti al Congresso americano del ruolo di Facebook nella diffusione della disinformazione e dell’estremismo politico, dopo l’assalto al Campidoglio. Nella simulazione il ruolo del grillo parlante è affidato al comico Bill Burr, nei panni di Charlie, un ex investitore di Facebook diventato uno dei suoi critici più feroci, che smonta le risposte preparate dai consulenti e cerca inutilmente di costringere Zuckerberg ad ammettere le responsabilità dell’azienda. La differenza è che in “Steve Jobs”, attraverso quegli scontri, emergeva progressivamente la complessità del protagonista. In “The Social Reckoning” il meccanismo serve soprattutto a confermare il giudizio che il film ha già espresso su Zuckerberg.

La parte migliore è il secondo binario del film, quello che segue Frances Haugen, interpretata da Mikey Madison, premio Oscar per “Anora”, e Jeff Horwitz, il giornalista del “Wall Street Journal” a cui dà il volto Jeremy Allen White, protagonista di “The Bear”. Nel 2021 Haugen, un’ex dipendente di Facebook, consegnò al quotidiano americano migliaia di documenti interni che sarebbero diventati i Facebook Files. 

Sorkin costruisce un thriller d’inchiesta che non prova a scimmiottare la gravitas di “Tutti gli uomini del presidente” o l’esaltazione del giornalismo de “Il caso Spotlight”. Sceglie una strada più adatta all’opacità del mondo tecnologico, dove il problema è prima di tutto capire come funzionano le cose. Ribalta così il rapporto tradizionale fra fonte e cronista: al centro della storia c’è una donna che conosce già la verità e deve trovare il coraggio di renderla pubblica, spiegandola a un giornalista che, all’inizio e anche per un bel pezzo, non capisce quasi nulla della macchina che dovrebbe raccontare. Le loro conversazioni hanno la vitalità del primo Social Network. Si interrompono, si provocano, divagano su dettagli apparentemente irrilevanti, poi tornano a discutere di algoritmi e documenti riservati. Sorkin riesce a far convivere l’idealismo con il cazzeggio. E quando gli riesce, è difficile trovare qualcuno che lo faccia meglio. Qualcuna sì: Amy Sherman-Palladino in “La fantastica signora Maisel”.

C’è molto idealismo di “The Newsroom”, la serie in cui Sorkin affidava a una redazione il compito quasi impossibile di rimettere ordine nel dibattito pubblico americano. Ma Haugen sembra uscita soprattutto da “The West Wing”, il capolavoro televisivo dove i collaboratori del presidente Jed Bartlet credevano che la competenza e la forza degli argomenti potessero ancora piegare il potere alla ragione. Frances conserva quella fiducia quasi ostinata nelle istituzioni: è convinta che basti mettere le prove davanti alle persone giuste per costringerle ad agire. Il mondo è cambiato e gli spettatori sono diventati più cinici. Soprattutto dopo aver visto “Digger”. A circa due terzi del film, Sorkin se lo ricorda e fa dire alla sua protagonista: «Non sono mica un personaggio di Frank Capra». Il riferimento è al regista italoamericano che raccontava di cittadini onesti capaci di sfidare il potere facendo appello alla coscienza delle istituzioni. Bel tentativo di pararsi dalla critica che viene rivolta da anni a Sorkin: continuare a credere in un’America che forse non esiste più.

Il funzionamento degli algoritmi di Facebook non è materiale da cinema. Sorkin lo rende digeribile con la stessa sfacciataggine didattica di The Big Short, dove Margot Robbie spiegava i mutui subprime immersa in una vasca da bagno. Proviamo a riassumerlo, senza vasca da bagno: nel 2018 Facebook modificò il News Feed per privilegiare le interazioni sociali significative (Meaningful Social Interactions). L’algoritmo attribuiva maggiore importanza ai contenuti capaci di generare commenti e ricondivisioni. Il problema è che la rabbia produce moltissime interazioni. Le persone condividono più facilmente ciò che le indigna e discutono più a lungo di ciò che le divide. I post che fanno arrabbiare finiscono così per essere premiati da un sistema progettato per trattenere gli utenti sulla piattaforma. La disponibilità di Facebook a lasciare circolare contenuti estremisti, unita alla capacità dell’algoritmo di amplificarli, avrebbe contribuito a creare un ambiente favorevole alla radicalizzazione trumpiana

I responsabili della sicurezza propongono a Zuckerberg una modifica all’algoritmo capace di ridurre sensibilmente la diffusione dei contenuti che alimentano la radicalizzazione. Il prezzo sarebbe un calo dell’engagement dell’un per cento. Tradotto, nei suoi calcoli: 30 milioni di utenti a rischio. Per il fondatore di Facebook è un sacrificio inaccettabile. Ma ogni antieroe ha bisogno di un principio dietro cui ripararsi. Il suo è la libertà di espressione: Facebook, sostiene, è soltanto una bacheca sulla quale chiunque può pubblicare liberamente i propri messaggi. Sorkin la pensa diversamente: Facebook è un giornale che non scrive gli articoli, ma decide quali mettere in prima pagina. E se l’algoritmo premia sistematicamente quelli che fanno più arrabbiare i lettori, lasciare le cose come stanno è già una scelta editoriale. E politica.

“The Social Reckoning” sembra un messaggio in bottiglia destinato al prossimo presidente americano, possibilmente democratico di partito e anche di convinzioni. Dentro c’è un Bignami dei danni prodotti dagli algoritmi alla politica americana, accompagnato da un sermone su come rimediare. Ammesso che qualcuno raccolga la bottiglia e sappia ancora parlare la lingua di Sorkin.

C’è però un problema. Lo Zuckerberg sudato e robotico di “The Social Reckoning” appartiene ormai a un’altra epoca. Nel 2023, dopo essersi appassionato alle arti marziali durante la pandemia, ha vinto medaglie d’oro e d’argento in un torneo di Brazilian jiu-jitsu e ha persino discusso pubblicamente la possibilità di combattere contro Elon Musk. Nel 2024 si è fatto riprendere mentre cavalcava le onde in smoking, con una birra in mano e la bandiera americana nell’altra. La vecchia uniforme grigia ha lasciato il posto a capelli ricci, collane d’oro e orologi da collezione. Nel febbraio 2026 era in prima fila alla sfilata di Prada a Milano, accanto alla moglie Priscilla Chan. Il 23 settembre, presentando Muse Charm, una sorta di Tamagotchi con intelligenza artificiale, è salito sul palco con una T-shirt che recitava «Building is my love language». Costruire è il mio linguaggio dell’amore. La stessa rivendicazione con cui, sedici anni prima, aveva contestato il ritratto che Sorkin aveva fatto di lui nel primo “The Social Network”. 

Insieme a Zuckerberg è cambiata anche la sua creatura. Nell’ottobre 2021, appena sei settimane dopo le prime rivelazioni dei Facebook Files, il fondatore ribattezzò l’azienda Meta, scommettendo sul metaverso come futuro del gruppo. La scommessa si è rivelata un flop, ma la galassia Meta gode ancora di ottima salute. Facebook somiglia ormai a un camposanto digitale frequentato dai boomer, pur continuando a macinare miliardi in pubblicità. Instagram, con due miliardi di utenti quotidiani, è diventato uno dei principali arbitri della cultura visiva e dell’economia dei creator. WhatsApp è qualcosa di ancora più pervasivo: un’infrastruttura della vita quotidiana, attraverso cui si organizzano relazioni private. Complessivamente, 3,6 miliardi di persone utilizzano ogni giorno almeno un’applicazione del gruppo. Zuckerberg ora punta sull’intelligenza artificiale per costruire la prossima piattaforma tecnologica. 

Durante gli ultimi US Open è andato in onda uno spot particolarmente riuscito: mentre gli spettatori seguono uno scambio di tennis attraverso gli schermi degli smartphone, una donna lo riprende semplicemente muovendo la testa, senza distogliere gli occhi dal campo. Il messaggio è astuto. L’azienda che ha costruito la propria fortuna trattenendo le persone davanti a uno schermo ora vende un dispositivo che promette di liberarle da quello schermo. 

Zuckerberg è un animale cangiante e Sorkin ha scattato una fotografia perfetta di una vecchia versione. “The Social Reckoning” conserva la fiducia di un’America democratica nel potere correttivo del giornalismo. Haugen e Horwitz hanno trovato le prove, denunciato gli abusi e costretto Facebook a rispondere. Risultato? Cinque anni dopo, il pubblico è più consapevole, ma Meta continua a macinare miliardi con la pubblicità e il suo fondatore ha trovato un’intesa assai più conveniente con la nuova amministrazione americana. Ha persino allentato le regole sulla moderazione che il film vorrebbe rafforzare. Forse servirà un terzo capitolo.

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Ciò che rimane di una vita a bordo, nelle fotografie di Max Cavallari

10 October 2026 at 03:45

«L’ultima volta che abbiamo provato ad attraversare, il telefono satellitare che il trafficante ci aveva dato per le emergenze era scarico e senza credito, il carburante del motore era completamente esaurito e l’acqua stava entrando nella barca […]. La cosa più confortante per me ora è che, per la prima volta in anni, non ho paura. Posso dormire profondamente senza preoccuparmi per le mie figlie».

Fidaa è siriana. Nel luglio del 2012 è fuggita da un sobborgo di Damasco con i suoi cinque figli, il più piccolo di appena otto giorni. Ha vissuto dieci anni in Giordania, poi è partita per la Libia: un anno chiusa nei “magazzini” dei trafficanti, poi otto tentativi di traversata. È stata soccorsa dalla Humanity 1 nel 2024. La sua è una delle tante testimonianze raccolte a bordo.

Storie come questa attraversano ogni giorno il ponte delle navi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Alcune di queste sono state raccontate dal fotografo Max Cavallari nel progetto Acquaintance, esposto al Festival di Fotografia Etica di Lodi, aperta fino al 25 ottobre. Per Cavallari, nato in un piccolo paese in provincia di Cremona, il Festival è stato il primo incontro con il fotogiornalismo, all’età di sedici anni.

 Foto di Max Cavallari per SOS Humanity

Acquaintance è un progetto che nasce dalla sua prima missione a bordo di una nave umanitaria di ricerca e soccorso dell’Ong SOS Humanity nell’autunno del 2022, poco prima dell’insediamento del governo Meloni. Tra il 22 e il 24 ottobre la nave effettua diversi salvataggi, ritrovandosi con 179 persone a bordo, resta bloccata per oltre una settimana in attesa di ricevere l’assegnazione di un porto sicuro. Sono servite 21 richieste prima di attraccare, finalmente, a Catania.  «A un certo punto a bordo non si sapeva più come spiegare alle persone quando sarebbero sbarcate», racconta Cavallari.

Nello stesso periodo la Geo Barents di Medici Senza Frontiere e la Ocean Viking di SOS Mediterranée  si trovavano nella stessa situazione. In totale erano più di mille le persone ad attendere, su quattro navi. A Catania, dopo gli sbarchi, circa quaranta persone vengono lasciate a bordo perché la loro condizione viene considerata “non emergenziale”. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi le definì “carico residuale”. Restarono ferme in banchina per tre o quattro giorni prima di essere fatte sbarcare.  Fu l’ultima missione prima del decreto-legge Piantedosi sulle Ong e sui flussi migratori, entrato in vigore il 2 gennaio 2023, che introduce l’obbligo a raggiungere subito il porto assegnato, spesso lontano.

Acquaintance significa “conoscenza”, inteso come legame intenso e allo stesso tempo superficiale  «perché è quello poi che rimane di di quello che che vivi su su una nave. Non riesci mai ad entrare completamente all’interno, anche se ti sembra di farlo nel momento in cui sei in questo ambiente chiuso. In verità sono conoscenze che stimolano sentimenti molto forti, ma che rimangono sulla superficie». In due giorni le persone a bordo della missione si moltiplicano, dalle trenta persone dell’equipaggio si arriva presto a duecento. Molte delle persone a bordo sono appena sfuggite a una tempesta. Ognuno arriva con la propria storia, le proprie fragilità, la propria scala di valori.

Foto di Max Cavallari per SOS Humanity

Quello che Cavallari ha cercato di osservare sono le interazioni sulla nave. Spiega come in un contesto così compresso sentimenti, sensazioni e rapporti umani, nel bene e nel male, si amplificano a livelli che non avevo mai visto altrove. Ogni persona è diversa, ognuno reagisce in maniera diversa, ci sono persone che sono più abituate a quella stanza, altre persone che come me ci sono entrate per la prima volta. Acquaintance è una conoscenza superficiale, è quello che poi rimane di quello che vivi su una nave. È ciò che rimane di una vita a bordo».

Acquaintance è anche una scelta di campo sul modo di raccontare. «Si cerca in qualche modo di dare un punto di vista diverso, un po’ anche per un’utilità perché alla gente non interessano le immagini drammatiche, non stimolano più l’empatia. E quindi ce lo sta chiedendo anche il pubblico stesso che che frequenta, che legge i nostri articoli o che guarda le nostre fotografie. E dall’altro credo che sia fondamentale ad un certo punto trovare una scala diversa di raccontare di raccontare un’immagine al di là della persona che fugge in mare», spiega Cavallari. Fa riferimento all’ “ennesima foto del bambino in braccio o della donna piangente”, che “buca lo schermo”, senza chiedersi se la persona ritratta sarebbe d’accordo a mostrarsi così.

Nel lavoro sul campo, spiega, si fotografa, si scrive, si fa. Il taglio si decide dopo, quando si sistema il materiale e si sceglie come parlare al pubblico. Una riflessione che rischia talvolta di portare all’autocensura, spiega il fotoreporter, che sottolinea come la verità, spesso, stia nel mezzo. Si tratta di capire quando un’immagine è davvero essenziale e quando invece aggiunge soltanto altro dolore.

Foto di Max Cavallari per SOS Humanity

Allo stesso tempo, Cavallari rifiuta la romanticizzazione del lavoro di giornalista. Sottolinea come il suo compito sia quello di documentare, essere sul posto e raccontare con i propri occhi. Ricorda un’esperienza personale. Nell’agosto 2025 si trovava a bordo della Ocean Viking quando una motovedetta libica ha sparato contro la nave. Lui si trovava sul ponte mentre i vetri andavano in frantumi. «Il rischio per chi lavora in mare c’è. E sul campo ci sono sempre pochi giornalisti, spesso freelance che pagano tutto di tasca propria».

Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) dal 2014 a oggi sono oltre 26.800 le persone annegate nel Mediterraneo centrale. Ma il bilancio generale potrebbe essere superiore, considerando i naufragi che sfuggono a ogni registrazione. Nel 2026 sono stati almeno mille i morti e i dispersi tra Libia, Tunisia, Italia e Malta: l’inizio d’anno più letale dal 2014. Nel 2025, secondo i dati raccolti da Missing Migrant Project sarebbero almeno 1.340 le persone che hanno perso la vita lungo questa rotta. 

SOS Humanity è un’organizzazione non governativa di ricerca e soccorso che lavora perché nessuno muoia mentre fugge. Con la Humanity 1, operativa da agosto 2022, ha soccorso 5.105 persone in 91 operazioni, quasi un terzo delle quali minori (1.451). Dalla sua fondazione nel 2015 come SOS
MEDITERRANEE Germania,  l’organizzazione ha salvato in tutto 39.736 persone.

Cavallari ha continuato a imbarcarsi: quattro missioni in tre anni, e ancora oggi si occupa di ricerca e soccorso, in mare e sulla terraferma. A chi fa il suo mestiere consiglia di fare questa esperienza almeno una volta nella vita «perché qualcuno deve raccontare ciò che si cerca di tenere nascosto».

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Da Colombo a Bangkok il cibo resta in casa, a Londra restano fuori gli amici

10 October 2026 at 03:45

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Una radice viola che non può più imbarcarsi, tre milioni di galline perse sotto l’acqua, gamberi australiani allevati dove la sabbia copre quasi tutto. La settimana passa dalle Filippine alla Thailandia, dallo Xinjiang alla Colombia, fino al Regno Unito. Ogni storia ruota attorno allo stesso gesto: in ognuna qualcuno decide che cosa lasciar andare e che cosa tenersi stretto. È un riflesso che il commercio globale sembrava aver reso superfluo, e che torna ogni volta che le scorte si assottigliano.

Si comincia da Londra. Qui l’ube, tubero dalla polpa viola originario delle Filippine, è finito nel latte, nei dolci e perfino nei menu delle grandi catene di caffetterie, spinto soprattutto dal suo colore. Proprio mentre la domanda cresce, racconta The Guardian, Manila ne ha bloccato l’esportazione allo stato fresco, per due ragioni: mancano le radici da destinare alle nuove semine, e il governo non vuole che le varietà filippine vengano coltivate all’estero, in concorrenza con i produttori locali. Il divieto risparmia il surgelato e il lavorato, cioè ciò che in Europa si usa di più. Alcuni ristoratori britannici segnalano comunque già difficoltà a rifornirsi. Prima di finire in una bevanda londinese, l’ube deve assicurare il raccolto successivo.

Se nelle Filippine trattenere è una scelta, in Thailandia è un’emergenza. Secondo Reuters, le inondazioni nella provincia di Chachoengsao, a est di Bangkok, hanno ucciso circa tre milioni di galline ovaiole. Il governo ha chiesto alle aziende di ridurre fino a dicembre le esportazioni di uova, tra il trenta e il cinquanta per cento. Per non lasciare scoperti i rivenditori, le autorità cercano forniture nelle zone risparmiate dall’acqua. Valutano anche di allungare la vita produttiva delle galline da ottanta a ottantacinque settimane, e chiedono ai grandi allevamenti di tenere il prezzo alla produzione a quattro baht per uovo. Le uova che restano nel Paese mancheranno altrove: nel 2025 la maggior parte dell’export thailandese è finita a Singapore. Un’alluvione in una sola provincia rischia così di diventare un problema di approvvigionamento in un altro Stato.

C’è poi chi, per non dipendere dagli altri, porta la produzione dove non dovrebbe esserci. Nella contea di Maigaiti, nello Xinjiang in Cina, la sabbia copre il novanta per cento del territorio. Ai margini del deserto del Taklamakan, riporta il South China Morning Post, un’azienda alleva cryfish, gamberi d’acqua dolce originari dei fiumi australiani. Dalle sue vasche ne raccoglie tra i duecentocinquanta e i trecento chili al giorno. L’allevamento rientra in una spinta più ampia del governo cinese verso l’acquacoltura nei terreni salini e alcalini e la pesca nelle acque interne. L’obiettivo dichiarato è diversificare le fonti di cibo e mettere a frutto terre difficili da coltivare. Resta da capire se modelli simili possano crescere davvero nelle regioni aride. Intanto la Cina, per sentirsi più sicura a tavola, ha messo un crostaceo australiano in mezzo al deserto.

In Colombia la logica è rovesciata. Il caffè di migliore qualità è destinato da sempre al mercato estero, mentre nelle tazze dei colombiani finisce la pasilla, cioè i chicchi difettosi scartati per l’esportazione. Come scrive El País, la Federazione nazionale dei coltivatori di caffè ha deciso di pagarla di più, da diecimila a dodicimila pesos al chilo, con un aumento del venti per cento. L’obiettivo è proteggere i produttori in vista di El Niño, perché il caldo e la siccità che porta con sé favoriscono la broca, un insetto che danneggia i chicchi. È un aiuto limitato, visto che da inizio anno il prezzo pagato ai coltivatori è sceso di circa un quarto. Intanto l’industria compra sempre più caffè straniero a basso costo, e la Federazione chiede di indicarne chiaramente l’origine sulle confezioni. Così anche il caffè che resta in Colombia deve ora dimostrare di essere colombiano.

L’ultima porta a chiudersi è la più vicina. Nel Regno Unito, racconta ancora The Guardian, si invitano sempre meno amici a cena, o anche solo per un caffè. Le ragioni sono legate al tempo, ai costi e alle energie che servono per cucinare per altri, e di padroni di casa che finiscono per godersi poco la serata. Pesano le case piccole, gli impegni familiari e soprattutto l’idea, alimentata dai social, che tavola e salotto debbano essere impeccabili. Per qualcuno il disordine domestico è diventato motivo di vergogna davanti agli ospiti. Così ci si vede fuori, in un locale, dove nessuno deve mostrare come vive. Il pezzo ricorda quello che si perde: aprire casa significa condividere uno scorcio di vita quotidiana, oltre al piatto. Più si alza l’asticella della buona ospitalità, più diventa difficile ricevere e basta.

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Schifani ha trovato il metodo perfetto per restare al potere in Sicilia

10 October 2026 at 03:45

Non è vero che non ha fatto nulla. Che vi pare? Anzi, è come in quella canzone di Fabrizio De André: «Si costerna, si indigna, si impegna». Poi fa finta di gettare la spugna. E infine, rieccolo qua. Renato Schifani, l’uomo-sfinge, imperturbabile a tutto, che in questi quattro anni tutti gli scandali ha vissuto, subito, attraversato: la crema degli uomini che sostengono, consigliano o orbitano attorno al suo governo in qualche caso arrestata, in altri indagata o imputata per corruzione et similia.

L’ultimo è Gaetano Armao, l’avvocatone, già vicepresidente della Regione, presidente della Commissione tecnica specialistica per le autorizzazioni ambientali e, fino all’altro ieri, consigliere giuridico di Schifani. Per lui la Procura di Palermo ha chiesto l’arresto. Secondo l’accusa, le telecamere della polizia lo avrebbero ripreso mentre riceveva denaro in auto e poi nascondeva buste e mazzette dietro un orologio a pendolo. Armao contesta tutto e promette di dimostrare l’infondatezza delle accuse. E quel pendolo sembrava suonare finalmente l’ora per Schifani. Troppo grave quest’ultimo scandalo. Persino Forza Italia ha detto basta: a tutto c’è un limite, e soprattutto a tutto c’è un congresso, una successione e qualcuno che nel frattempo ha già cominciato a misurare le tende di Palazzo d’Orléans.

Il commissario regionale Nino Minardo ha chiesto una «proposta politica completamente nuova». Traduzione simultanea dal politichese: «Caro Renato, grazie di tutto, per il bis vedremo, ma possibilmente non vedremo te». Schifani l’ha presa bene. Cioè malissimo. Ha annunciato di stare «valutando le decisioni da assumere», ha fatto sapere di essersi sentito tradito, ha avuto una telefonata ad alta temperatura con Antonio Tajani. E ha lasciato filtrare l’arma atomica: le dimissioni immediate, la caduta dell’Assemblea regionale, elezioni già a dicembre, niente Finanziaria e soprattutto niente pensione per i deputati al primo mandato, ai quali mancavano ancora alcuni mesi per raggiungere la mitica soglia dei quattro anni, sei mesi e un giorno. In Sicilia le coalizioni possono litigare su tutto, ma davanti al requisito previdenziale ritrovano immediatamente la Costituzione materiale.

Il Parlamento regionale ama definirsi il più antico d’Europa e certamente non è il più economico. Minacciare di mandarlo a casa prima della maturazione delle pensioni è l’equivalente siciliano del mettere un cerino vicino a un deposito di benzina: improvvisamente tutti diventano ragionevoli, responsabili, istituzionali. Persino affettuosi.

Schifani si sente assediato, circondato da traditori e cortigiani. Parte il penultimatum. Riunioni, telefonate, luci accese a Palazzo nelle ore piccole come negli stati di crisi. Il presidente si scervella, si asciuga la fronte, tace, convoca la Giunta con all’ordine del giorno i «provvedimenti più urgenti».

La Sicilia trattiene il fiato. Dimissioni? Azzeramento? Voto anticipato? La fine della legislatura? L’Armageddon con granita? E infine arriva il grande annuncio. Ma quali dimissioni? Quale azzeramento? Quale voto? La Giunta degli assessori sotto processo – il governo che ha avuto come azionisti politici Salvatore «Totò» Cuffaro e come consulente Armao – se ne esce con l’ennesimo provvedimento anticorruzione. Insomma, non siamo più dalle parti della politica. Siamo entrati nella leggenda.

Ricorda molto il falso storico più celebre della storia di Napoli, il presunto ordine della Marina borbonica noto come «Facite ammuina»: All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora; chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta; tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio, passann’ tutti p’o stesso pertuso; chi nun tene nient’ a ffà, s’aremeni a cca e a llà. Nota bene: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. A Palazzo d’Orléans funziona allo stesso modo: chi può convochi una Giunta, chi non può organizzi una commemorazione antimafia, qualcun altro inventi un protocollo, tutti pronuncino un severo «mai più». Nota bene: da utilizzare in occasione di indagini di qualche Procura.

Per carità, il disegno di legge approvato dalla Giunta è persino sensato. Prevede un Registro pubblico dei rappresentanti di interessi, un’Agenda degli incontri, l’obbligo di indicare partecipanti, finalità e procedimenti amministrativi interessati. Dovranno essere tracciati anche i contatti sull’ordine di trattazione delle pratiche, sui tempi, sull’assegnazione dei fascicoli, sulla scelta degli istruttori e sulle valutazioni tecniche. Gli obblighi riguarderanno presidente, assessori, consulenti, dirigenti e organismi con funzioni istruttorie o consultive. Praticamente la Giunta ha preso il decreto di perquisizione dell’inchiesta Armao e lo ha trasformato in un programma di governo.

Nelle accuse rivolte all’ex presidente della Cts si parla infatti proprio di rapporti con imprenditori, indicazione di funzionari, corsie preferenziali, informazioni anticipate, tempi delle pratiche e incontri informali. La risposta del governo è: «D’ora in poi scriviamo tutto nell’agenda». Un’ottima idea. Come installare l’allarme antincendio quando il salotto è già pieno di fumo e i pompieri stanno chiedendo dove sia il contatore del gas.

Schifani ha dichiarato che «il risanamento morale delle istituzioni è una responsabilità che la politica deve assumersi». Parole impeccabili. Il problema di Schifani è proprio questo: le parole gli vengono benissimo. Sono i nomi che gli creano qualche difficoltà. Il provvedimento, precisa la Regione, era allo studio da tempo. E può anche essere vero. Ma in politica il calendario conta quasi quanto il contenuto. Se approvi la legge sulla trasparenza il giorno in cui tutti aspettano le tue dimissioni per una sequenza di scandali, stai eseguendo un numero da prestigiatore. La mano destra mostra il Registro dei lobbisti. La sinistra nasconde le dimissioni. Applausi.

Naturalmente vale la presunzione di innocenza. È sacrosanta. Armao non è stato condannato; la misura chiesta dalla Procura deve ancora essere valutata dal giudice e le sue responsabilità sono tutte da accertare. Ma non deve stabilire la colpevolezza penale; deve valutare responsabilità, opportunità, credibilità, permanenza negli incarichi. Il catalogo, del resto, è impressionante.

Il presidente dell’Assemblea regionale, Gaetano Galvagno, è a processo per corruzione, peculato, falso e truffa. L’assessora al Turismo Elvira Amata è imputata per corruzione e continua a sedere in Giunta, respingendo le accuse. Sono entrambi esponenti di Fratelli d’Italia. Il vicepresidente della Regione e assessore all’Agricoltura Luca Sammartino è a processo per due presunti casi di corruzione nell’inchiesta Pandora. Nel 2024 si dimise dopo la sospensione dalle funzioni pubbliche; terminata l’interdizione, Schifani lo ha richiamato in Giunta. Roberto Di Mauro, già assessore all’Energia, è coinvolto nell’inchiesta sugli appalti per la rete idrica di Agrigento. Le indagini sono state chiuse e la Procura si preparava a chiedere il processo.

Cuffaro non faceva formalmente parte della Giunta, ma la sua Democrazia Cristiana ne occupava due caselle e il suo peso sulla maggioranza era tutt’altro che metafisico. Nel maggio scorso ha patteggiato tre anni per corruzione e traffico di influenze in una vicenda riguardante sanità e appalti. E poi Armao: ex vicepresidente, ex assessore, ex presidente della Cts e, fino alle perquisizioni, consigliere giuridico di Schifani. Non sono situazioni giuridicamente uguali. Alcuni sono indagati, altri imputati, uno ha patteggiato. È bene distinguere. Ma è proprio la somma politica a impressionare. Per tutti vale la presunzione di innocenza. Comincia invece a essere difficile difendere la presunzione di normalità.

Schifani ha elaborato negli anni una dottrina costituzionale tutta sua: qualunque cosa accada alle persone che ha nominato, confermato o avuto accanto non riguarda mai il governo. L’assessore sotto processo? È una vicenda personale. Il consulente accusato di vendere accessi e favori negli uffici regionali? Non riguarda l’attività dell’esecutivo. Il presidente della commissione che avrebbe interferito sull’assegnazione delle pratiche? La commissione era collegiale. Il partito alleato travolto da un’inchiesta? La responsabilità penale è individuale. Tutto vero, preso singolarmente. Ma quando le vicende personali cominciano a riempire la Giunta, l’Ars, gli assessorati, gli uffici di consulenza e le segreterie politiche, smettono di essere una collezione di coincidenze e assumono un nome antico: classe dirigente.

Il governo Schifani somiglia a un albergo nel quale ogni stanza brucia per ragioni strettamente private. Il proprietario, dalla reception, assicura che l’incendio non riguarda la struttura. E poi distribuisce il regolamento antincendio. Alla fine Schifani non si è dimesso. Non ha azzerato la Giunta. Non ha sciolto nulla. Ha approvato le nomine, gli aiuti contro il caro carburante e il disegno di legge sulla trasparenza. La crisi con Forza Italia è stata rinviata al vertice romano con Tajani e Minardo. Non risolta: rinviata. Che è l’attività amministrativa nella quale la Regione Siciliana vanta la maggiore esperienza.

Schifani, in realtà, ha scoperto una forma estrema di potere: non la capacità di vincere, ma quella di far perdere tutti. Se si dimette, cadono i deputati, salta la manovra, si vota in fretta, si interrompono carriere, incarichi e soprattutto conteggi previdenziali. Se resta, costringe il suo partito a negoziare con un presidente che non vuole più ricandidare ma che non può accompagnare serenamente all’uscita. È la deterrenza nucleare applicata a Palazzo d’Orléans: «Io non sopravvivo, ma voi venite con me». E così il governatore che sembrava finito è ancora lì. Ferito, delegittimato, forse senza prospettiva per il 2027, ma ancora presidente. Ha agitato le dimissioni non per andarsene, ma per ricordare agli altri quanto costerebbe mandarlo via.

Il pendolo, dunque, non segnava l’ora dell’addio. Nello studio di Armao, secondo l’accusa, nascondeva le buste. A Palazzo d’Orléans nasconde la decisione. Oscilla da «sto valutando» a «andiamo avanti», dalle dimissioni alla trasparenza, dalla crisi al comunicato stampa. È il tempo dell’ammuina: tutti cambiano posto, così nessuno deve cambiare mestiere.

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Perché le tensioni sui titoli di Stato europei non sono ancora una crisi del debito

10 October 2026 at 03:45

La Francia paga interessi più alti dell’Italia sui titoli di Stato, la crisi petrolifera spinge verso l’alto i tassi d’interesse e gli investitori internazionali mettono sotto pressione i paesi Ue più vulnerabili. L’Europa sta vivendo una nuova crisi del debito paragonabile a quella del 2010-2012 oppure siamo di fronte a una rivalutazione, per quanto brusca, del prezzo che i mercati chiedono per prestare denaro agli Stati? Il futuro conosce già la risposta, gli economisti non ancora perché dietro le vendite di titoli di Stato si muovono quattro fenomeni che potrebbero rafforzarsi a vicenda. Il primo è una crisi obbligazionaria internazionale, alimentata dal ritorno dell’inflazione e dalla prospettiva che le banche centrali mantengano i tassi elevati più a lungo del previsto. Gli investitori chiedono inoltre un rendimento supplementare per prestare denaro a lunga scadenza, esponendosi al rischio che nei prossimi anni l’inflazione o i tassi risultino superiori alle attese.

Il secondo fenomeno riguarda la sostenibilità del debito francese: i mercati potrebbero dubitare della capacità dei prossimi governi di stabilizzarlo, soprattutto se Marine Le Pen vincerà le elezioni presidenziali del 2027. Il terzo è la frammentazione dell’Eurozona. Se i rendimenti dei titoli dei paesi più vulnerabili aumentassero molto più di quelli tedeschi, considerati il principale riferimento del mercato europeo, le condizioni di finanziamento diventerebbero diverse all’interno della stessa unione monetaria. Le decisioni sui tassi della Banca centrale europea finirebbero così per produrre effetti differenti sulle imprese e sulle famiglie dei singoli paesi.

Il quarto scenario è il più imprevedibile e potenzialmente il più pericoloso. È il rischio di una crisi di liquidità, segnalata dalla Banca centrale europea. Un repentino ribasso dei titoli di Stato potrebbe costringere i grandi fondi speculativi che operano con denaro preso in prestito a vendere per coprire le perdite o fornire nuove garanzie ai finanziatori. A loro volta quelle vendite accentuerebbero la caduta dei prezzi, coinvolgendo altri investitori in una spirale difficile da arrestare. È così una correzione del mercato obbligazionario potrebbe trasformarsi in una crisi. I quattro cavalieri dell’apocalisse finanziaria non sono ancora partiti tutti al galoppo. Alcuni non hanno neppure messo la sella. Ma il primo, quello del rialzo dei rendimenti, trotterella. 

Nel frattempo, il rincaro del petrolio e del gas causato dalla guerra in Iran rischia di mantenere alta l’inflazione, riducendo lo spazio a disposizione della Bce per abbassare il costo del denaro. Se l’energia continua a rincarare, le imprese spendono di più per produrre, mentre le famiglie perdono potere d’acquisto. I governi si trovano così davanti a una combinazione particolarmente scomoda: crescita più debole e maggiori difficoltà a contenere la spesa pubblica.

Le vendite si sono concentrate sui titoli di Stato francesi, per poi estendersi anche a quelli italiani e greci. Per Roma e Atene è un film già visto. Per Parigi è un’opera prima. La Francia è stata a lungo considerata parte del nucleo più affidabile dell’Eurozona, insieme alla Germania. Ora gli investitori pretendono un interesse sensibilmente superiore per prestarle denaro. Il rendimento dei titoli francesi a dieci anni, gli OAT, è arrivato a sfiorare il 5 per cento, mentre la differenza rispetto ai corrispondenti titoli tedeschi ha raggiunto circa 140 punti base. 

Per sua fortuna, la Francia non dovrà pagare da subito il 4,92 per cento su tutti i suoi 3.500 miliardi di debito pubblico. La durata media del debito francese, superiore agli otto anni, concede a Parigi un po’ di respiro. Se però i rendimenti restassero vicini al 5 per cento per anni, la spesa per interessi finirebbe per sottrarre risorse sempre maggiori al bilancio pubblico.

A prima vista, l’Italia dovrebbe trovarsi in condizioni peggiori. Il rapporto fra debito e prodotto interno lordo italiano è intorno al 135 per cento, contro circa il 116 per cento registrato dalla Francia l’anno scorso. Ma gli investitori non valutano soltanto il debito accumulato, quanto piuttosto la traiettoria futura dei conti pubblici e la capacità politica di correggerla. 

Il deficit francese dovrebbe raggiungere quest’anno il 5,4 per cento del PIL, mentre l’economia, secondo le ultime previsioni della Banque de France, crescerà appena dello 0,4 per cento. A complicare il risanamento dei conti è la frammentazione parlamentare, che rende politicamente difficile approvare i tagli alla spesa necessari a frenare l’aumento del debito pubblico. La prospettiva di una presidenza di Marine Le Pen preoccupa ancor di più i mercati. Un programma credibile, sostenuto da una maggioranza stabile, potrebbe ridurre il premio richiesto sui titoli francesi. In caso contrario, la pressione potrebbe proseguire.

Parigi conserva però un vantaggio importante: un mercato dei titoli di Stato ampio e liquido, capace di attrarre capitali internazionali anche nelle fasi di turbolenza. Non a caso, nella valutazione pubblicata a luglio, il Fondo monetario internazionale considerava ancora basso il rischio di una crisi del debito francese nel breve periodo, pur segnalando vulnerabilità crescenti nel medio termine.

La crisi francese peggiora la situazione italiana che negli ultimi quattro anni è andata piuttosto bene. Lo spread dei Btp italiani con i Bund tedeschi è sceso dai circa 250 punti base del settembre 2022 a meno di 60 a febbraio di quest’anno. Secondo il Fondo monetario internazionale, circa metà di questo miglioramento dipende dai progressi italiani nella gestione dei conti pubblici e dalla minore incertezza politica; l’altra metà dalle condizioni favorevoli dei mercati europei. Il vento sta cambiando. Le difficoltà francesi spingono gli investitori a cercare riparo nei titoli tedeschi. Così lo spread italiano è risalito a 115 punti base l’8 ottobre. Non perché i conti di Roma siano improvvisamente peggiorati, ma perché i mercati sono tornati a chiedere un premio più alto per finanziare i paesi indebitati.

Nessuno spera nel ritorno dei bond vigilantes, gli investitori che puniscono i governi quando ritengono che stiano spendendo troppo o accumulando debiti insostenibili. Non aspettano le elezioni per esprimere il loro giudizio. Vendono i titoli di Stato o pretendono interessi più alti per comprarli, facendo aumentare il costo del debito e mettendo sotto pressione i bilanci pubblici. Non sono un gruppo organizzato, ma grandi gestori, fondi pensione, compagnie assicurative e fondi speculativi che agiscono ciascuno nel proprio interesse. E quando molti di loro decidono di vendere contemporaneamente, possono trasformare la sfiducia in una crisi.

Durante quella europea del 2010-2012, la fuga dai titoli dei paesi periferici contribuì ad ampliare drasticamente gli spread. La Germania beneficiò della ricerca di investimenti sicuri, mentre l’Italia subì una pressione crescente nonostante disponesse di un avanzo primario. Non che ci volesse una scienza per capire quali economie fossero considerate sicure. La novità è che oggi la vecchia geografia del rischio europeo non funziona più come prima. Alcuni investitori stanno acquistando BTP mentre riducono l’esposizione ai titoli francesi, senza che questo significhi che siano scomparse le vulnerabilità strutturali italiane.

Non tutti, infatti, stanno vendendo. Secondo il Financial Times, Aberdeen Investments ha assunto posizioni favorevoli ai titoli italiani rispetto a quelli tedeschi, mentre Schroders ha ridotto il proprio sottopeso su Italia e Spagna. Altri gestori hanno approfittato della caduta dei prezzi per acquistare obbligazioni societarie europee, comprese quelle di gruppi francesi come Axa e BNP Paribas. È una strategia definita bottom fishing: comprare attività deprezzate nella convinzione che il mercato abbia esagerato nella valutazione del rischio. Questi acquisti non equivalgono a un voto di fiducia generalizzato verso l’Europa. Gli investitori possono considerare conveniente un’obbligazione societaria francese e continuare a giudicare troppo rischioso il debito pubblico di Parigi.

Accanto a questi operatori agiscono fondi che utilizzano derivati e finanziamenti a leva per sfruttare differenze anche modeste fra i rendimenti dei vari paesi. Secondo un’analisi del Meccanismo europeo di stabilità, gli hedge fund rappresentano ormai oltre la metà dei volumi sul mercato elettronico dei titoli di Stato dell’Eurozona, contro circa un quarto nel 2018. In condizioni normali contribuiscono alla liquidità. Quando la volatilità aumenta, invece, possono essere costretti a vendere per coprire perdite o rimborsare finanziamenti, amplificando la caduta dei prezzi.

Questa turbolenza è diversa dalla crisi dei debiti sovrani anche perché allora era in gioco la sopravvivenza stessa dell’euro. Gli investitori temevano che alcuni paesi potessero abbandonare la moneta unica e ripagare i debiti in valute svalutate. Fu Mario Draghi, nel luglio 2012, a spezzare quella spirale promettendo che la BCE avrebbe fatto «whatever it takes» per salvare l’euro. Bastarono quelle parole a cambiare le aspettative dei mercati. Del resto, il mercato obbligazionario non sfugge alla psicologia delle folle descritta da Gustave Le Bon: una promessa credibile può valere più di mille rapporti economici.

Oggi l’Eurozona è più attrezzata. La BCE dispone del Transmission Protection Instrument,  programma introdotto nel 2022 per contrastare tensioni ingiustificate sui mercati. Ma non può intervenire ogni volta che uno spread sale. Deve distinguere la speculazione dai problemi reali dei conti pubblici. L’Ue non può garantire a uno Stato il diritto di indebitarsi a basso costo, mantenendo il deficit elevato, neanche alla Francia. Per questo la Commissione europea ha avviato una procedura per disavanzo eccessivo. Anche così si consolida la credibilità dell’eurozona.

C’è però un altro ostacolo. La BCE sta riducendo il proprio portafoglio di titoli di Stato attraverso il quantitative tightening, il contrario del quantitative easing con cui, negli anni della crisi e della pandemia, aveva acquistato enormi quantità di obbligazioni per sostenere l’economia e tenere bassi i tassi. Ora, quando quei titoli arrivano a scadenza, Francoforte non reinveste più il denaro incassato. I governi devono quindi trovare più compratori privati per finanziare il proprio debito, proprio mentre gli investitori chiedono interessi più alti.

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Chi ha creato l’intelligenza artificiale non ha idea di chi potrà fermarla

10 October 2026 at 03:45

Cervello intelligenza artificiale

A settembre Jacob Coxon, un matematico britannico di ventisette anni, ha lasciato Anthropic, dove ricopriva il ruolo di capabilities researcher: lavorava cioè per rendere i modelli più potenti e autonomi. Nel comunicare le dimissioni ha scritto che non voleva più essere parte dei piani dell’azienda per gli anni successivi. Nei giorni scorsi, parlando con il New York Magazine, ha spiegato perché: guardando le capacità previste per la prossima generazione di modelli aveva pensato, molto semplicemente, di avere davvero paura del modello che Anthropic sta per addestrare.

Da mesi l’industria dell’intelligenza artificiale è al centro di un dibattito che va molto oltre la Silicon Valley. A Washington si discute se rallentare lo sviluppo dei modelli più potenti, quali regole imporre alle aziende e quanto ci si possa fidare della loro capacità di controllarsi da sole. I dirigenti dei grandi laboratori si dividono tra chi chiede più prudenza e chi avverte che fermarsi significherebbe lasciare campo libero alla Cina – quindi allo sviluppo di modelli controllati dal governo di Pechino. L’opinione pubblica è forse più preoccupata dei suoi politici, e comincia a chiedere apertamente limitazioni alle nuove tecnologie.

Anche dentro le aziende che stanno costruendo questi sistemi c’è molto fermento. Alcune delle persone che hanno lavorato alla frontiera dell’intelligenza artificiale hanno iniziato a lasciare i laboratori proprio perché non si fidano più della direzione che hanno preso. Molti vanno via perché hanno visto abbastanza. Coxon è tra questi, e nelle scorse settimane è stato intervistato dal New York Magazine con altri sette ex dipendenti di OpenAI, Anthropic e Google DeepMind. Le ragioni per cui se ne sono andati sono tutte diverse – il rapporto con il Pentagono, la perdita di posti di lavoro, la cultura aziendale, la convinzione che la sicurezza si possa studiare meglio fuori dai laboratori – ma nelle loro parole c’è un comune denominatore: più aumentano le capacità dei modelli, più diventa difficile per chi ci lavora mettere in discussione la direzione presa.

Per Coxon non siamo molto lontani dal momento in cui la capacità di discernimento umana diventerà obsoleta, o quasi. Oggi gli enormi modelli di Anthropic, OpenAI o Google hanno bisogno dei ricercatori umani per trovare idee e controllare i risultati, cioè per scegliere una direzione. Forse in un futuro non lontano il ricercatore dovrà semplicemente dire al modello: «Ok, fai buona ricerca», e lasciarlo lavorare. «È una situazione visceralmente spaventosa», ha detto Coxon.

Daniel Kokotajlo, che ha lasciato OpenAI nel 2024, aveva provato a cambiare le cose dall’interno. Poi ha perso fiducia nella capacità dell’azienda di autoregolarsi. «Non credo davvero che le aziende possano essere lasciate a regolarsi da sole», dice. La leadership, racconta, era molto brava ad ascoltare le critiche, dichiararsi d’accordo e poi non cambiare davvero direzione. Fuori dall’azienda, invece, parlando pubblicamente e facendo ricerca, ritiene di avere avuto più impatto.

Le aziende del settore hanno lanciato degli appelli alla regolamentazione – per paura o solo per liberarsi da alcune responsabilità morali, civili e penali – ma sono sempre annunci superficiali. Dopotutto, sono sempre società private che competono per il talento umano, la potenza di calcolo e il vantaggio sui concorrenti, proprio come tutte le società private: ogni scelta di rallentare espone alla possibilità che qualcun altro non lo faccia. E alla fine anche chi considera l’IA pericolosa ha almeno una buona ragione per continuare a svilupparla.

Anthropic è il caso più paradossale. È nata anche dalla convinzione che OpenAI stesse procedendo con troppa disinvoltura verso l’Agi (intelligenza artificiale generale, in grado di superare l’intelligenza umana). Eppure i suoi ex dipendenti la descrivono oggi una società convinta che la competizione sia inevitabile e che fermarsi significhi concedere un vantaggio alla concorrenza. Esattamente come tutte le altre. Jeff Wu, che ha lavorato sia a OpenAI sia ad Anthropic, riassume così la differenza: a OpenAI la narrazione era concentrata soprattutto sui benefici dell’AGI, mentre ad Anthropic è molto più presente quella dei rischi. Ma proprio quei rischi possono diventare una ragione per spingere ancora più forte: se OpenAI e la Cina sono irresponsabili, bisogna arrivare prima di loro.

Coxon descrive un clima di guerra in cui si parla continuamente di quello che fanno i concorrenti, della loro velocità, delle loro intenzioni. E lui ha vissuto dall’interno la quotidianità di Anthropic, cioè la società che vorrebbe sembrare moralmente più retta delle rivali. Da Dario Amodei in giù, tutti ad Anthropic si dicono sinceramente convinti che l’intelligenza artificiale possa diventare una tecnologia tpotenzialmente pericolosa. Ma proprio per questo ritengono di dover restare tra gli attori che la sviluppano. Con un’acrobazia intellettuale che dovrebbe dar loro un’aura da santoni, o da ipocriti.

Le dimissioni dalle aziende da parte dei ricercatori sono la presa d’atto che dall’interno dei laboratori è sempre più difficile incidere sulla direzione presa. Miles Brundage, ex dirigente di OpenAI, ha fondato una nonprofit per sottoporre i laboratori a verifiche indipendenti. «Non puoi lasciare alle aziende il compito di correggere i propri compiti», dice. Le aziende hanno punti ciechi e pressioni competitive: servono dunque controlli esterni.

L’inchiesta del New York Magazine mostra il limite dell’idea che basti rendere più sicuri i modelli. L’argine andrebbe posto prima, nello stabilire chi decide quanto devono diventare potenti i modelli, e chi può decidere di fermare la corsa. Servirebbe una specie di Carta Costituzionale dell’intelligenza artificiale.

Non sappiamo se gli allarmi più estremi siano fondati. E non è impossibile che alcuni di questi ricercatori abbiano buone ragioni personali per enfatizzarli: essere tra i primi a denunciare i pericoli dell’IA è un ottimo modo per costruirsi una reputazione e trovare fuori dai laboratori nuovi incarichi e stipendi più alti. Ma per ora sappiamo che hanno denunciato ciò che hanno visto dall’interno. E forse vale la pena ascoltarli prima di scoprire se avevano ragione.

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Andiamo ancora al ristorante per mangiare?

10 October 2026 at 03:45

Foto di Tanja Tepavac su Unsplash

A leggere giornali, newsletter e social sembra che in Italia, soprattutto nelle grandi città, apra continuamente un nuovo ristorante. Il posto da provare, l’indirizzo appena inaugurato, il format arrivato dall’estero, lo chef che cambia insegna, il gruppo che apre un’altra sede. La sensazione è quella di un settore in espansione permanente, ma i numeri raccontano una storia diversa.

Nel 2025 in Italia erano attive 324.436 imprese della ristorazione, l’uno per cento in meno rispetto all’anno precedente. I ristoranti erano 194.899, in calo dello 0,4 per cento, mentre i bar sono diminuiti del 2,2 per cento. Nello stesso anno i consumi fuori casa hanno raggiunto i cento miliardi di euro, ma in termini reali sono rimasti ancora del 5,4 per cento sotto i livelli del 2019. (fonte: FIPE)

Anche guardando più vicino a Milano l’immagine della crescita inarrestabile si incrina. Al 30 giugno 2026, nell’area di Milano, Monza Brianza e Lodi le imprese attive nel comparto alloggio e ristorazione risultavano diminuite dell’1,8 per cento rispetto a un anno prima. Perché continuiamo a percepire la ristorazione attraverso ciò che apre e molto meno attraverso ciò che chiude?

Una risposta riguarda il modo in cui raccontiamo il settore. L’apertura ha tutti gli ingredienti per diventare una notizia. Ci sono un progetto da presentare, fotografie nuove, un menu da raccontare, spesso un ufficio stampa, un evento inaugurale e persone interessate a far circolare la notizia. Una chiusura difficilmente dispone dello stesso apparato narrativo. Il risultato è un’immagine parziale, e vediamo continuamente nascere locali rischiando di dimenticare quanto rapidamente molti scompaiano.

I dati FIPE basati su InfoCamere aiutano a dare una dimensione al fenomeno. Nel 2024, ultimo anno per il quale il Rapporto Ristorazione 2025 fornisce il dettaglio completo dei flussi, nei servizi di ristorazione italiani erano nate 10.719 imprese e ne erano cessate 29.097, con un saldo negativo di 18.378. Restringendo il campo a ristoranti e attività di ristorazione mobile, le iscrizioni erano state 6.760 e le cessazioni 16.256. In Lombardia, nello stesso comparto dei ristoranti, il saldo tra iscrizioni e cessazioni era negativo per 1.047 imprese. Eppure la regione contava ancora 26.711 attività, un numero rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2023. Sono numeri che descrivono soprattutto un ricambio continuo.

Il dato forse più significativo riguarda ciò che succede dopo l’inaugurazione. Tra le imprese della ristorazione nate nel 2019, l’83 per cento era ancora attivo dopo un anno, il 66 per cento dopo tre e il 53 per cento dopo cinque. Considerando specificamente i ristoranti, dopo cinque anni ne rimaneva attivo il 55 per cento. Quasi la metà, dunque, non arriva al quinto compleanno.

Nel frattempo bisogna trovare persone che in quei locali lavorino. Nel 2025 l’occupazione dipendente della ristorazione italiana è diminuita di oltre 114 mila unità, il 10,3 per cento, e un’impresa su due ha dichiarato difficoltà nel reperire personale. La proliferazione delle insegne incontra quindi un limite molto concreto: ogni nuovo locale richiede investimenti, clienti e lavoratori in un mercato nel quale la sostenibilità economica e quella occupazionale sono già sotto pressione.

Dentro questo sistema siamo cambiati anche noi, che sempre più spesso diciamo «voglio provare quel ristorante». È una frase apparentemente innocua, ma racconta una trasformazione, perché provare significa andare una volta, verificare, confrontare, formulare un giudizio, mentre tornare significa costruire una relazione. La continua disponibilità di novità rende la seconda scelta meno attraente. Se ogni settimana esiste un nuovo indirizzo da conoscere, tornare dove siamo già stati significa rinunciare a qualcosa che avremmo potuto scoprire. È la FOMO applicata alla ristorazione, una sorta di Foodmo nella quale l’esperienza gastronomica acquista valore anche perché può essere aggiunta all’elenco delle cose fatte.

I social hanno accelerato il processo: il ristorante diventa contemporaneamente luogo nel quale mangiare e contenuto da produrre. Si fotografa, si pubblica, si commenta. Il cliente assume sempre più facilmente il ruolo del recensore e arriva al tavolo sapendo già quali piatti sono quelli «da ordinare», quale angolo fotografare e che cosa dovrebbe aspettarsi. L’offerta smisurata produce così un paradosso: abbiamo più possibilità di scegliere, mentre rischiamo di concedere meno tempo a ciascuna scelta. Un locale ha bisogno di tempo per diventare qualcosa di più di un’apertura, e deve trovare il proprio pubblico, correggere gli errori, costruire una squadra, definire una cucina, creare abitudini. Anche chi lo frequenta ha bisogno di tempo per conoscerlo. Un pasto permette di avere una prima impressione, ma la conoscenza autentica arriva con il ritorno.

Eppure l’intero sistema della novità spinge nella direzione opposta. L’apertura genera attenzione, il posto appena scoperto produce racconto, ciò che conosciamo già perde parte della propria capacità di attrazione. Così la ristorazione rischia di assumere la stessa logica di consumo di molti altri settori: cercare continuamente il prossimo oggetto del desiderio.

I dati suggeriscono però che dietro questa rappresentazione esiste un mercato molto meno euforico. Nel 2025 il numero delle imprese è diminuito. Nel primo semestre del 2026, nell’area milanese allargata, alloggio e ristorazione hanno continuato a perdere attività. E i dati sulla sopravvivenza mostrano quanto sia difficile trasformare un’inaugurazione in un’impresa capace di durare. Vale allora la pena di cambiare domanda. Davanti all’ennesima apertura possiamo certamente chiederci se valga la pena provarla. Ma chi racconta la ristorazione dovrebbe cominciare a chiedersi anche chi la finanzia, quale modello economico abbia, quali condizioni di lavoro possa sostenere e quanto realisticamente possa durare. E noi clienti potremmo recuperare una domanda ancora più semplice, che è la domanda che fa il successo o l’insuccesso di qualsiasi ristorante: dove abbiamo davvero voglia di tornare?

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Senza la protezione americana, all’Europa non basta riarmarsi

10 October 2026 at 03:45

A Leopard 2 A6 tank and a helicopter EC 135 demonstrate their capabilities during a visit of German Chancellor Friedrich Merz to the army at the Bundeswehr base in Munster, Germany, Thursday, April, 30, 2026. (AP Photo/Markus Schreiber) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

La domanda finale – e cruciale, visti gli sviluppi del dibattito interno americano sulla relazione con l’UE – è se l’Europa possa reggere con «meno» America. O «senza» America. Dopotutto, se è vero che gli Stati Uniti sono stati decisivi nel processo di costruzione iniziale della Comunità europea – dopo la fine della Seconda guerra mondiale e fino al crollo del muro di Berlino –, un disimpegno parziale di Washington dal Vecchio continente potrà avere effetti dirompenti. Non solo per la difesa, ma perché verrebbe a mancare quello che abbiamo definito external equalizer: la potenza esterna in grado di tenere sotto controllo la competizione storica fra i principali attori europei.

La discussione che si è aperta riguarda soprattutto il ruolo della Germania, che ha modificato nel 2025 le norme costituzionali sul tetto al bilancio per aumentare in modo sostanziale le proprie spese per la difesa. Secondo il bilancio approvato dal governo Merz nell’aprile del 2026, il budget salirà a circa 145 miliardi di euro nel 2027 in ottica NATO, di cui 105,8 miliardi di bilancio ordinario della difesa, 27,5 miliardi dal Sondervermögen Bundeswehr (il fondo speciale da 100 miliardi di euro istituito nel 2022 con modifica costituzionale per finanziare il riarmo accelerato delle forze armate tedesche) e ulteriori spese per sicurezza e sostegno all’Ucraina. Nell’insieme, il 3,1 per cento del PIL, con una traiettoria di avvicinamento al 3,5 per cento entro il 2029 e con la Germania destinata ad avere il quarto bilancio militare al mondo entro la fine del decennio.

L’obiettivo dichiarato di Friedrich Merz è di trasformare la Bundeswehr nel principale esercito convenzionale europeo, sulla base della convinzione – espressa nella prima strategia di difesa mai prodotta dalla Repubblica federale – che l’UE abbia di fronte a sé la minaccia consistente e a lungo termine della Russia, sia militare sia ibrida. Rientra nei piani tedeschi l’espansione delle forze professionali a 185.000 uomini, l’acquisizione di missili a lungo raggio di precisione e di capacità (intelligence e droni) di cui la guerra in Ucraina ha dimostrato l’importanza. Sono settori in cui l’Europa continua a dipendere dal ruolo americano nella NATO, su cui Berlino ha cominciato a esprimere dubbi espliciti nel secondo mandato di Donald Trump.

Per una parte degli europei, ma anche per alcune voci della politologia americana, questa spinta al riarmo tedesco è preoccupante in chiave storica, per ragioni politiche (non è chiaro quale maggioranza la governerà da qui a qualche anno e non si può escludere l’ascesa al potere di un partito nazionalista come AfD), e perché determinerà una competizione industriale con la Francia (di cui è spia il fallimento del progetto di caccia franco-tedesco). Il timore, quindi, è che il riarmo tedesco – ammesso che si traduca nelle scelte previste – non contribuisca alla formazione di una capacità di difesa europea, ma produca nuove divisioni nazionali, in particolare con la Francia, un Paese che ambisce a restare la principale potenza militare del Vecchio continente, anche sulla base di un accordo con la Gran Bretagna (la Northwood Declaration dell’estate 2025), che modera gli effetti della Brexit ed è volto a garantire lo sviluppo della cooperazione nucleare bilaterale.

La nostra tesi è che si tratti di timori esagerati: per costruire una capacità di difesa credibile, l’Europa ha bisogno che la Germania passi dalla lunga inazione degli scorsi decenni a un maggiore attivismo sulla difesa europea. Il punto è che deve sfuggire alla tentazione di muoversi su linee puramente nazionali, sfruttando il proprio spazio fiscale. Spazio che altri Paesi, certamente l’Italia ma anche la Francia, non hanno. Per essere ancora più chiari: il processo di costruzione di una capacità di difesa europea passa per scelte cooperative. È quindi necessario che la difesa sia vista come un «bene pubblico europeo» e venga finanziata non solo su base nazionale, o con una flessibilità parziale dei vincoli del Patto di stabilità (gli Stati membri possono escludere fino all’1,5 per cento del PIL di spesa militare dai calcoli del deficit), ma anche con prestiti comuni europei. Il programma SAFE – adottato dal Consiglio nel maggio del 2025, con un’allocazione sulla carta di 150 miliardi di euro e una clausola di «preferenza europea» – va in questo senso, anche se l’importo resta comunque insufficiente. Sarebbero necessari eurobond per la difesa consistenti, scelta che Berlino continua a osteggiare. È un errore, vista la doppia, diversa pressione creata dal rischio Putin a est e dal relativo disimpegno di Trump a ovest.

Vanno poi compiute scelte industriali conseguenti (processi di procurement congiunti), per evitare nuove duplicazioni e per creare una base produttiva europea degna di questo nome. Per ora non è esattamente così, con il risultato che l’aumento della spesa militare non basterà a produrre le capacità necessarie perché l’Europa sia in grado di difendersi con «meno» America; mentre porterà, paradossalmente, all’aumento delle forniture statunitensi. In parte, si tratta di armi che poi l’Europa trasferisce all’Ucraina, che negli scenari futuri della difesa europea avrà un ruolo operativo e industriale molto rilevante, viste le capacità acquisite dal 2022 in poi. Un chiarimento strategico è necessario, se l’Europa vorrà darsi la visione politica, le scelte finanziarie e le scelte di politica industriale indispensabili per conseguire gli obiettivi dichiarati. Se una politica di buy European non è credibile nel breve termine, una scelta esclusiva di buy American sarebbe evidentemente di ostacolo a una maggiore autonomia. Va quindi trovato un equilibrio realistico, che passa probabilmente per accordi diversificati anche con una serie di Paesi occidentali al di là degli Stati Uniti.

È anche indispensabile che il dibattito sulla deterrenza nucleare faccia passi avanti ulteriori. La Francia parla da decenni della propria deterrenza «estesa». Emmanuel Macron ha riaperto la discussione, proponendo, assieme all’accordo con Londra, un «dialogo strategico» europeo sulla deterrenza nucleare. Ma finora il dialogo è rimasto esattamente questo: un dialogo senza conclusioni operative. E il problema è chiaro: l’Europa deve recuperare una credibilità militare autonoma, vista la riduzione dell’impegno americano, ma continua ad avere bisogno degli Stati Uniti per garantire la propria sicurezza rispetto alle minacce nucleari.

Esiste infine un fronte della sicurezza europea che non si combatte con carri armati, droni e missili, ma con algoritmi, narrazioni e coesione sociale. Sergei Guriev e Daniel Treisman, nel loro Spin Dictators (2022), hanno spiegato come i regimi autoritari moderni ricorrano a metodi sofisticati che ormai conosciamo: manipolazione dell’informazione, narrazioni alternative, uso strategico dei social media, sostegno a movimenti euroscettici nei Paesi democratici. Il fronte cognitivo è il più insidioso: non si possono schierare carri armati contro un deepfake. La risposta europea – a partire dal Codice di condotta sulla disinformazione (2022) – va in una direzione giusta ma insufficiente. Andrà fatto molto di più, con una sinergia fra scelte europee, nazionali e comportamenti dei media occidentali.

L’età della prepotenza - Edoardo Campanella, Marta Dassù | Libri Mondadori

Tratto da “L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire” (Mondadori), di Edoardo Campanella e Marta Dassù, 20 euro, 276 pagine.

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Raccontare la fragilità a teatro, oltre il pietismo

10 October 2026 at 03:45

Quattro personaggi e quattro solitudini. In Cost of Living, il testo dell’autrice americano-polacca Martyna Majok che arriva al Teatro Franco Parenti, due coppie si incrociano senza mai incontrarsi del tutto: da una parte Eddie, camionista, e la sua ex moglie Ani, diventata tetraplegica da nove mesi dopo un incidente d’auto; dall’altra John, giovane con paralisi cerebrale, e Jess, che si presenta a un colloquio per diventare la sua assistente.

La regia è di Raphael Tobia Vogel, con Sara Bertelà, Filippo Lai, Pietro Micci, Martina Sammarco. Lo abbiamo incontrato alla vigilia del debutto. Delle molte tematiche che emergono dal testo, il regista ne indica due su tutte: la solitudine e la fragilità umana da un lato, dall’altro l’importanza della cura.

La prima, spiega Vogel, è di grande attualità «in una società che, anche per colpa dei social, ci tiene a mostrarsi sempre al meglio, a rimuovere quei lati dell’esistenza che ci fanno soffrire o sentire soli». I quattro protagonisti vivono invece ai margini, isolati, spesso segnati da traumi o da forme di dipendenza, fisica ed economica. Chiedono solamente di essere visti e provare una connessione, ma al contempo temono di essere feriti.

La seconda tematica, quella della cura, è ciò che più lo ha sorpreso: Martyna Majok rovescia lo stereotipo del forte che si prende cura del debole. Ani non può vivere senza l’aiuto di Eddie, ma Eddie ha bisogno di sentirsi importante per lei, e forse di espiare una colpa. Jess lava e veste il corpo di John, ma ha bisogno di compagnia e di uno stipendio, in un mondo in cui tutto costa troppo, anche per mandare soldi alla madre malata. «Il rapporto è sempre biunivoco», sintetizza il regista: chi ha più potere non è per forza il più forte, e non ha meno bisogno dell’altro.

Come si racconta la disabilità evitando eroismo e compassione? Secondo il regista, il merito è anzitutto della drammaturgia. Nel cinema e a teatro la disabilità viene spesso raccontata con toni eroici, o come una tragedia; Majok, invece, universalizza la vulnerabilità.

I suoi personaggi hanno desideri, ma anche difetti: John è arrogante, classista, con un senso di superiorità; Ani è rabbiosa, scontrosa, vendicativa. E John è un ragazzo bellissimo, un aspetto che manda in crisi le aspettative: arrivando al colloquio, Jess si trova spiazzata da una forte attrazione fisica. «Sono tutte cose che vanno contro i sentimentalismi tipici di questo tipo di racconti».

Per salvaguardare l’autenticità del racconto, la compagnia ha incontrato associazioni di persone con disabilità e con tetraplegia, tra cui l’associazione AUS Niguarda e l’APL, Associazione Paraplegici Lombardia. Un lavoro necessario, spiega il regista, anche perché, sottolinea, quello di scegliere attori non disabili per i ruoli dei personaggi disabili è un caso raro.

Le associazioni hanno risposto a tutte le domande della regia: le attività quotidiane, il ritorno a casa dopo l’ospedalizzazione, che cosa si prova quando un caregiver deve stare molto vicino, in modo intimo, e se questo imbarazza, supera i confini personali o toglie dignità. Alcuni dei loro membri sono venuti anche alle prove per dire se la direzione fosse credibile, anche nei movimenti che restituiscono gli spasmi della paralisi cerebrale. «Il testo è già molto crudo a suo modo: volevamo non perdere questo naturalismo».

Sul tema della cura, Raphael Tobia Vogel allarga lo sguardo: nel testo dello spettacolo esistono molte forme di cura, per lavoro, per amore, per obbligo, per scelta etica, o come modo di comunicare un affetto che non si è saputo dare prima. Un tema a cui il regista è particolarmente sensibili, essendo da poco diventato padre.

«Ti accorgi che ogni istante che passi con la tua neonata è un istante in cui quella vita ha bisogno totale della tua presenza, anche solo per sopravvivere», racconta. «Ma chi dà cura riceve in cambio moltissima energia». È ciò che accade a John e Jess: all’inizio sono distanti, ancora chiusi, ma a furia di prendersi cura di un corpo, sbloccano lati di sé che fino ad allora non avevano conosciuto. Lo stesso vale per Eddie, uomo medio americano, a tratti scurrile e maschilista, che arriva a lavare la moglie in una vasca da bagno con una delicatezza «quasi sacra».

In scena ci sono sia una scena di doccia sia una di vasca, e il modo di rappresentarle è stato influenzato proprio da questa riflessione. Il processo, osserva il regista, vale anche per chi cura una madre anziana o una persona con problemi di salute. Majok stessa è stata caregiver di due uomini in difficoltà nei periodi di precarietà economica, «e si vede». Gesti come lavarsi o vestirsi, che diamo per scontati e facciamo in fretta, per una persona disabile sono più difficili, faticosi e lunghi. Motivo per cui in scena l’azione dura «tutto il tempo necessario»: non è un montaggio che serve a passare al momento successivo, ma un restare nel presente. Può mettere a disagio, «non tanto per la nudità quanto per la lentezza», ma è anche una «lente di ingrandimento voyeuristica» su ciò a cui non pensiamo mai.

Vogel invita a non temere la propria fragilità. Chi ha subìto marginalizzazione a volte fatica a empatizzare con quella altrui; vedere sul palco difficoltà più intense può invece aiutare a riconoscere in sé fragilità e solitudini mai ammesse, e ad aprirsi con compagne, genitori, amici.

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Il Nobel a Anne Carson, e la voragine di senso del ridicolo

10 October 2026 at 03:45

Canadian poet Anne Carson, winner of the 2026 Nobel Prize in Literature, performs her work "Antigonick" at the Moderna Museet art gallery in Stockholm, Sweden, Aug. 5, 2025. (Pontus Lundahl/TT News Agency via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Mi pare che a questo punto si tratti di una regola, la chiameremo: il rituale della sospensione del senso del ridicolo negli anni pari. È una variazione impercettibile nelle decisioni, ma tragicomica nelle conseguenze, e riguarda una cosa di cui a nessuna persona normale importa niente: il Nobel per la Letteratura.

Il primo Nobel per la Letteratura è del 1901. Virginia Woolf e James Joyce avevano diciannove anni, Marcel Proust ne aveva trenta. Nessuno dei tre lo prese mai. Ernest Hemingway di anni ne aveva due, e il Nobel l’avrebbe preso a cinquantacinque, costituendo una luminosa eccezione.

C’è ogni tanto, nella storia dei Nobel per la Letteratura, qualcuno che esiste nell’unico modo in cui la letteratura esiste: essendo capace d’insegnare qualcosa ai futuri scolari, ma anche avendo dei lettori che la leggono per diletto. Se si dà una sola delle due condizioni, l’opera è trascurabile.

Ogni tanto arrivano Hemingway, o Pirandello, o Toni Morrison, o Gabriel García Márquez, e soddisfano entrambe le condizioni – ma sono pochissimi. Poi certo, i fissati coi premi non si capacitano che Philip Roth non l’abbia preso, e forse anche lui non si dava pace, ma spero più che per la gloria per i soldi (il Nobel mica è lo Strega: è il milione di Bonaventura, però di euro).

Roth sarebbe stato un Hemingway: uno che ti pare ovvio vinca il Nobel, ma anche uno di cui, se non sei gravemente analfabeta, qualche libro l’hai letto. Sarebbe quindi stato una minoranza, anche prima del rituale degli anni pari.

Il rituale degli anni pari è uno dei favolosi lasciti di quell’amnistia delle scarse che è stato il MeToo. Nel 2018 il Nobel per la Letteratura non viene assegnato, c’erano state delle accuse dentro l’organizzazione (vuoi che non ci fosse almeno un maniaco sessuale anche lì) e si rimandò al 2019 quando ne furono assegnati due.

Questo condusse al mio tweet preferito in vent’anni di quel derelitto social network. Quando nel 2019 annunciarono che il Nobel per il 2018 sarebbe stato retroattivamente assegnato a Olga Tokarczuk, e quello per il 2019 a Peter Handke, una intellettuale locale sbuffò che era il solito maschilismo: proprio non ce la facevano a darlo solo a una donna.

Da allora la regola non ha mai sbagliato: non importa che i libri li conosca qualcuno, che abbiano lasciato un segno nella storia della letteratura, che valgano qualcosa. Anzi, se non li conosce nessuno meglio: non ci piace interrompere la tradizione di «XY ha vinto il Nobel per la Letteratura» «E chi è?». L’unica cosa importante è: gli anni pari premiamo una donna.

Ora, c’è qualche nome di cui ogni tanto i Luminari Culturali sospirano che certo, dovrebbe ottenere il Nobel – Margaret Atwood, Don DeLillo – ma siamo seri: li davano a gente irrilevante negli anni in cui la letteratura esisteva, possiamo pretendere che trovino dei Venerati Maestri da premiare ora che i Venerati Maestri si sono estinti?

In questo contesto c’è il problema degli anni pari. Che sono uguali a tutti gli altri – premiano gente che non abbiamo mai letto in vita nostra – ma risvegliano le già amnistiate scarse, che ovviamente più sono scarse più si percepiscono geni incompresi, più sono scarse più ritengono che il mondo non le omaggi come meritano, più sono scarse più è colpa del patriarcato, più sono scarse più sono convinte che se fossero uomini loro sarebbe il regno e loro la potenza e la gloria nei secoli, più sono scarse più sono in cerca d’improbabili rivalse. Negli anni pari, dalla Tokarczuk in poi, ha sempre vinto una donna, e ogni volta sembrava il finale del film della Cortellesi, però con conquiste immaginarie e telecamere del telefono accese in faccia.

Non ha fatto eccezione la reazione al Nobel a Anne Carson, che sono tutte corse a scaricare su Kindle per dichiararla poetessa preferita da sempre, postando pagine che sono poesie come io sono étoile della Scala: quello che con carità interpretativa si definisce «verso libero» e che significa che sei troppo scarsa per riuscire a seguire la metrica e a fare rima, ma vuoi fare la poetessa lo stesso. I versi liberi sono un piano didattico personalizzato, quello che tocca approntare per i figli non sveglissimi d’una società in cui nessuno è scemo, ognuno è genio a modo suo.

Le poesie di Anne Carson fanno sembrare Brunello Robertetti una Marianne Moore. Brunello Robertetti è la parodia di poeta immaginata da Corrado Guzzanti – il quale, incidentalmente, meriterebbe il Nobel per la Letteratura assai più di DeLillo; Marianne Moore è una poetessa gigantesca che l’accademia della prima metà del Novecento riteneva «troppo sofisticata» – incidentalmente, un’altra che il Nobel non l’ha preso e se lo sarebbe meritato assai più di quelle del successivo welfare degli anni pari. 

Certo che è pieno di maschi che, ci fossimo prese il disturbo di leggerli prima o dopo il bonifico da un milione, ci sarebbero risultati altrettanto scarsi, ma il fatto è che sono appunto maschi: rappresentano solo loro stessi. Se vince una donna quella non può essere scarsa, quella vince a nome di tua nonna che andò a lavorare a undici anni mentre i fratelli si laureavano, a nome della tua bisnonna che non aveva diritto di voto, se vince una donna vinco un po’ anch’io, e non posso dire che io sono scarsa, anche perché l’autocritica è un privilegio maschile: a una donna che non si percepisca meritevole del Nobel si precipiteranno tutti a dire che deve volersi più bene.

Ma la voragine più voragine di senso del ridicolo è colpa di quei sadici del New Yorker, che avevano un video del 2024, di Anne Carson intervistata ai National Books Awards, e naturalmente l’hanno pubblicato. E la povera intervistatrice chiedeva a Carson un libro dell’ultimo anno che consigliasse, e lei, come una supplente di lettere del Parini, diceva che lei mica legge i libri nuovi.

Che va benissimo, neanch’io leggo i libri nuovi, aderiamo tutti alla regola di Martin Amis (e di molti altri) che la letteratura debba superare l’esame del tempo, ma a dirlo sei subito ceto medio complessato che si percepisce colto perché legge i classici. Non ho niente contro il ceto medio complessato, ho tante amiche ceto medio complessato, e si sono tutte precipitate a ripostare sdilinquendosi d’ammirazione Anne che si copriva di ridicolo dicendo che i libri che legge lei sono tutti del 500 avanti Cristo, invero un’epoca editorialmente ricchissima.

Quando la poracrista del New Yorker le chiedeva un titolo specifico, un bel tascabile con un blurb di Eschilo, cosa diceva Anne? Dai che indovinate. Ma certo, Omero. Con Omero non sbagli mai, anche se certo, ora piace a troppi, questo Christopher Nolan ha sputtanato il sofisticato consumo culturale di noialtre cresciute a “Pollon”, ma l’intervista è del 2024: oggi Anne non darebbe mai quella risposta per paura di sembrare connivente con un percepito non sufficientemente alto (in “Digger” c’è un dialogo in cui uno dice che la percezione è realtà e l’altro risponde che la percezione è solo percezione, e io mi sento solissima nella seconda posizione).

Pensavamo che sotto Annie Ernaux, Nobel nel 2022 coi suoi penzierini da diario delle medie, non si potesse scendere, e invece infinita è la capacità dell’industria culturale di andare incontro a un pubblico sempre più determinato a percepirsi colto senza sforzarsi, sempre più determinato a specchiarsi in totem che non lo complessino: se il Nobel l’ha preso questa, diamine, io almeno un Bagutta me lo merito.

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C2C si prepara alla nuova edizione del festival con il record di presenze internazionali

9 October 2026 at 13:22

Il C2C Festival si prepara a spegnere venticinque candeline consolidando la sua statura di punto di riferimento globale per la musica avant-pop e la youth culture. Dal 29 ottobre al 1° novembre 2026, Torino tornerà a trasformarsi nel capitale europea dell’elettronica d’avanguardia e della sperimentazione sonora per l’edizione 25 YEARS OF. Il quarto di secolo della kermesse – nata nei primi anni Duemila con il nome di Club To Club – arriva accompagnato da numeri record: le vendite dei biglietti viaggiano spedite verso il sold out per il quinto anno consecutivo, ma è la componente geografica a segnare uno storico sorpasso. Per la prima volta, infatti, il pubblico internazionale ha superato quello italiano, attestandosi al cinquantatrè per cento delle presenze complessive, a cui si affianca una schiacciante quota del settantotto per cento di spettatori under 35.

Il traguardo dei 25 anni segue i recenti successi internazionali del marchio torinese, con i sold out registrati sia alla seconda edizione di C2C NYC a New York sia al prestigioso Barbican Centre di Londra. Per l’occasione, il festival presenta il programma più esteso e ambizioso di sempre, estendendosi su una rete capillare di venue cittadine che raccontano l’anima barocca, post-industriale e contemporanea di Torino.

Se la main venue di Lingotto Fiere accoglierà le serate di venerdì e sabato mettendo al debutto il nuovo DAZED Stage, le OGR Torino confermano il proprio ruolo strategico ospitando il Grand Opening del giovedì e il Finissage della domenica. Non mancheranno poi storici ritorni e format evocativi: a undici anni dall’ultima volta, il Teatro Carignano riaprirà le porte sabato 31 ottobre per uno speciale matinée ideato con il supporto del Teatro Stabile e la coproduzione di MITO SettembreMusica. La giornata conclusiva del 1° novembre vedrà invece un evento diffuso accessibile con un unico titolo d’ingresso tra Le Roi — la celebre ballroom progettata da Carlo Mollino — e il Notorius, storico locale tra i luoghi simbolo della primissima edizione del 2002.

A completare la mappa del festival saranno il Teatro Regio, sede diurna dell’hub di incontri e dibattiti C2C Talks, e l’headquarters di Combo Torino. Quest’ultimo accoglierà già domenica 25 ottobre la preview C2C KIDS!, l’appuntamento dedicato ai più piccoli il cui ricavato di biglietteria sarà integralmente devoluto allo storico partner etico Medici Senza Frontiere.

La proposta artistica del 2026 riunisce icone pop, debutti attesissimi ed esclusive nazionali. Tra i set più attesi figura l’icona pop svedese Robyn, di ritorno a sette anni dall’ultimo lavoro solista con il nuovo album Sexistential, ma anche l’inedita e rara apparizione di coppia per i rapper e producer svedesi Yung Lean & Bladee. Spazio poi all’art-pop etereo della producer francese Oklou, al ritorno di Arca e a quello di Kelela, oltre allo show di Chuquimamani-Condori (fresco di Leone d’Argento alla Biennale Musica di Venezia) e ai set di Shygirl, The Avalanches, Theo Parrish (protagonista di una maratona sonora di 7 ore), Grouper, Lorenzo Senni, Smerz e Sonnets/HEADACHE.

La celebrazione del venticinquennale si proietta infine nel futuro attraverso l’investimento sulle nuove generazioni. Quest’anno ha preso il via C2C Curators, un programma gratuito di formazione e professionalizzazione dedicato alla memoria del fondatore Sergio Ricciardone. Tra le oltre duecento candidature ricevute da tutta Italia, dodici giovani curatrici e curatori under 35 sono stati selezionati per affiancare i mentor internazionali Bill Kouligas, Simone Trabucchi ed Elisa Luengo, entrando direttamente nei meccanismi produttivi e curatoriali del festival.

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Calenda e De Romanis hanno posto le basi di una nuova agenda economica riformista

9 October 2026 at 11:00

Ieri sulla Stampa sono usciti due interventi molto utili per uscire dal solito giro del pensiero biunico di destra e sinistra sull’economia. Nel primo Carlo Calenda ha posto un problema che il centro liberale e riformista non può eludere: la concentrazione della ricchezza e il rischio che il denaro determini, fino a sopprimerla, la democrazia. Su questo siamo nella stessa area, quella che si oppone ai populismi di destra e di sinistra senza rinunciare a nominare le questioni sociali. Proprio per questo vale la pena discutere la diagnosi con la serenità di chi lavora allo stesso progetto.

Il problema è reale. Il patrimonio si concentra, la rendita cresce più dei salari, il mercato elettrico mostra come regole mal disegnate possano produrre margini che nessuna concorrenza giustificherebbe. Ma parlare di fine del capitalismo, o evocare il 1929, mi sembra più di quanto i dati consentano. Oggi abbiamo banche centrali che conoscono gli errori del passato, stabilizzatori sociali, autorità di garanzia. Le crisi arriveranno, come sempre, ma sono sfide da governare, non sentenze di fine vita. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale: le rivoluzioni tecnologiche hanno spostato il lavoro più che cancellarlo, e l’IA può abbattere il costo di sanità, istruzione e servizi professionali, con un effetto redistributivo dal basso. Naturalmente ogni nuova epoca tecnologica presenta rischi e opportunità, con i suoi perdenti e vincenti.

Qualche giorno fa ho scritto che l’uso militare dell’intelligenza artificiale segna più di ogni altro evento il passaggio dal Novecento al nuovo secolo: a decidere degli equilibri mondiali sembrano destinati i capitali, non più le capitali. Ma “destinati” indica una prospettiva politica, non un destino fatale. Occorre frenare e riaggiustare gli strumenti. È compito dei governi democratici trovare le soluzioni. Innanzitutto porselo, come ha fatto Calenda.

Il quale è stato chiamato anche a pronunciarsi sulla patrimoniale, che è il filo rosso del serial economico avviato sulla Stampa da un intervento del magistrato-scrittore Gianrico Carofiglio. Calenda ha giustamente rinviato la questione al fantafuturo, cioè a quando la patrimoniale venisse decisa da una autorità europea che ancora non c’è. Le esperienze fino ad oggi tentate a livello nazionale non sono state fortunate e la stessa patrimoniale europea avrebbe, credo, la funzione di un cerotto su un arto amputato. La tassa patrimoniale produce pochi miliardi e una volta sola, se ci riesce: le vie di fuga sono innumerevoli.

La tassa patrimoniale non agisce alla radice, perché il problema non è la ricchezza ma la sua trasformazione in dittatura del denaro: il potere di comprare norme, regolatori, mercati. Una ricchezza che nasce dall’impresa e dal lavoro, e che non fa male a nessuno, è un bene collettivo. Il rimedio è moltiplicarla e distribuirla meglio, non punirla. Qui possiamo richiamarci a una tradizione che l’Italia ha già avuto. Gaetano Salvemini combatté i monopoli e il protezionismo che difendevano le rendite dei pochi a spese di tutti; Luigi Einaudi insegnò che il liberalismo è regole certe, concorrenza reale e un fisco che non ostacoli chi produce; Ernesto Rossi fece della proprietà diffusa e della lotta ai monopoli un obiettivo liberale. Marco Pannella portò quello spirito nella politica di massa, contro corporativismi e rendite di posizione. Il filo è lo stesso: il nemico non è la ricchezza, è il privilegio.

Veronica De Romanis, nell’altro intervento che voglio citare, ha messo a fuoco un’altra questione: il nemico pubblico del benessere è l’inflazione, che è una tassa patrimoniale di fatto, e colpisce anche dove non dovrebbe. Come del resto il “servizio del debito”, che è a carico delle generazioni presenti e future. Aumentare il debito pubblico per salvare il welfare state non è una soluzione, al contrario. De Romanis ha suggerito una diversa via: redistribuire la spesa che già c’è, spostandola da ciò che ha scarso impatto su crescita ed equità, e usare i risparmi per alleggerire il fisco su lavoro e impresa. I risparmi sì. Ma a quanto pare gli studi di Carlo Cottarelli, Tito Boeri o di Mario Baldassarri non sono più di attualità a destra e sinistra.

Ed ecco la necessità di un programma comune del centro, a partire dai punti che già lo uniscono. Un documento unitario sarebbe il miglior modo per avviare una campagna elettorale con ambizioni non di testimonianza ma di governo. (Esagerato? Esageratissimo, ma non è tempo di stabilità in nessuna area politica, lo vedremo nei prossimi mesi). La distinzione, in fondo, è tra chi vede la ricchezza come un problema da ridurre o da sfruttare, e chi la vede come una risorsa da moltiplicare e tenere lontana dal potere. Credo che il centro possa portare questa seconda visione, in un’offerta elettorale credibile e senza strizzate d’occhio.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Stati Uniti e Ucraina cercano a Miami una proposta comune per riaprire le trattative con la Russia

9 October 2026 at 06:04

Gli Stati Uniti hanno intrapreso un nuovo tentativo diplomatico per fermare la guerra in Ucraina. Oggi a Miami, gli inviati del presidente Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, incontreranno una delegazione ucraina e rappresentanti europei per discutere nuove proposte di cessate il fuoco e cercare di costruire una posizione comune da sottoporre alla Russia. I negoziati dureranno due giorni e si svolgeranno proprio Mosca sta intensificando i bombardamenti sulle città ucraine. Secondo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ci sono stati almeno 78 morti e 215 feriti negli ultimi due giorni. L’obiettivo di Washington  riprendere un processo diplomatico che negli ultimi mesi non ha prodotto risultati concreti, partendo dalle proposte elaborate durante le visite di Witkoff e Kushner a Mosca e a Kyjiv all’inizio di settembre. I due rappresentanti americani hanno mantenuto contatti con entrambe le parti, cercando di individuare possibili condizioni per una riduzione delle ostilità.

La delegazione ucraina sarà guidata dal capo dell’ufficio presidenziale Kyrylo Budanov e comprenderà il direttore dell’intelligence estera Rustem Umerov, il consigliere diplomatico Serhiy Kyslytsya e il parlamentare Davyd Arakhamia, uno dei principali negoziatori di Kyjiv. Per gli Stati Uniti parteciperanno anche funzionari del Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca e del dipartimento del Tesoro.

Washington ha invitato inoltre i consiglieri per la sicurezza nazionale di Regno Unito, Francia e Germania, insieme a rappresentanti della NATO e dell’Unione Europea. Zelensky ha espresso l’aspettativa che i partner europei partecipino direttamente ai colloqui, in un formato più ampio rispetto ai precedenti contatti tra Washington e Kyjiv.

Al centro delle discussioni ci saranno le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, un piano economico per la ricostruzione dopo la guerra e alcune ipotesi di tregua limitata. Una delle proposte prese in considerazione riguarda la sospensione reciproca degli attacchi contro le infrastrutture energetiche e la protezione dei trasporti di cereali nel Mar Nero. Si tratta di misure circoscritte, pensate per ridurre alcuni degli effetti più gravi del conflitto senza attendere un accordo complessivo sulle questioni territoriali e militari. Zelensky ha confermato che sono allo studio diverse forme di cessate il fuoco settoriale, ma ha evitato di indicare quali possano avere maggiori possibilità di essere accettate da Mosca.

La questione energetica assume particolare importanza con l’avvicinarsi dell’inverno. Negli ultimi mesi gli attacchi russi hanno colpito ripetutamente la rete elettrica ucraina, insieme a infrastrutture ferroviarie, impianti logistici e obiettivi civili. Per le autorità di Kyjiv, la continuità delle forniture di elettricità e riscaldamento rappresenta una delle principali priorità in vista dei mesi più freddi. Anche i governi europei hanno segnalato agli Stati Uniti le conseguenze economiche del prolungamento della guerra, in particolare l’aumento dei costi energetici e le pressioni sui bilanci pubblici. La loro partecipazione ai negoziati dovrebbe consentire di affrontare direttamente anche il finanziamento dell’assistenza all’Ucraina e le modalità di sostegno alla sua sicurezza nel lungo periodo.

Per Kyjiv, il coinvolgimento europeo è importante anche per evitare che eventuali compromessi vengano definiti attraverso colloqui separati tra Washington e Mosca. I governi europei intendono mantenere un ruolo nelle decisioni sulle garanzie di sicurezza e sugli strumenti economici necessari a sostenere l’Ucraina. Zelensky ha spiegato che con gli americani sarà affrontato soprattutto il rafforzamento della difesa aerea, mentre con gli europei saranno discusse le questioni finanziarie.

Giovedì il segretario di Stato americano Marco Rubio ha descritto la guerra come una situazione di stallo strategico particolarmente pericolosa, sottolineando che al momento non si intravedono condizioni favorevoli per un accordo negoziato. Rubio ha individuato uno dei principali ostacoli nelle richieste territoriali russe. Mosca continua a pretendere il controllo dell’intera regione orientale di Donetsk, compresi i territori che non è riuscita a conquistare militarmente. È una condizione che l’Ucraina considera inaccettabile e che impedisce di avvicinare le posizioni su un possibile accordo definitivo.

Il segretario di Stato ha inoltre avvertito che il prolungamento dello stallo potrebbe favorire un’ulteriore escalation, anche oltre i confini ucraini. Washington teme in particolare che episodi di sabotaggio o altre operazioni ostili nei paesi confinanti, alcuni dei quali appartengono alla NATO, possano provocare una crisi più ampia. Gli Stati Uniti restano disponibili a facilitare un negoziato, ma Rubio ha chiarito che la mediazione dovrà produrre progressi concreti.

Zelensky ha contestato la descrizione della situazione diplomatica fornita dall’amministrazione americana. Il presidente ucraino ritiene contraddittorio che Washington discuta con Mosca di possibili progetti economici futuri e contemporaneamente presenti il negoziato come bloccato. Secondo Zelensky, gli Stati Uniti dispongono ancora di strumenti per modificare la posizione russa, a cominciare da un ulteriore inasprimento delle sanzioni.

Il presidente ucraino ha chiesto anche un ampliamento dell’accesso alle capacità del sistema satellitare Starlink, che secondo Kyjiv potrebbe contribuire a individuare e colpire le piattaforme russe utilizzate per il lancio di missili balistici. Zelensky sostiene che rafforzare le capacità difensive e operative ucraine sia una condizione necessaria per indurre il presidente russo Vladimir Putin a negoziare seriamente.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha condiviso la valutazione di Rubio sullo stallo del conflitto e ha escluso che vi siano al momento prospettive immediate per un vertice tra Putin, Trump e Zelensky. Anche il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov ha dichiarato che non sono attualmente previsti nuovi colloqui nel formato trilaterale, pur sostenendo che Mosca rimane disponibile al dialogo. Secondo Axios, Witkoff e Kushner potrebbero tornare a Mosca entro la fine di ottobre per sottoporre alla leadership russa le proposte aggiornate dopo il confronto con ucraini ed europei. Zelensky ha indicato che la delegazione ucraina dovrebbe rientrare a Kyjiv entro lunedì 12 ottobre per riferire sui risultati degli incontri.

Ieri un attacco russo contro due autobus nella città orientale di Kramatorsk ha ucciso almeno 30 persone e ne ha ferite 18, secondo le autorità locali. La polizia ucraina ha riferito che i mezzi sono stati colpiti da una bomba aerea guidata mentre si trovavano in una strada cittadina. Il giorno precedente, un missile russo aveva colpito un edificio residenziale di cinque piani a Pryluky, nella regione settentrionale di Chernihiv, causando almeno 22 morti, tra cui cinque bambini.

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Il Pentagono trasmetterà in streaming la fucilazione di un ex militare condannato per la strage di Fort Hood

9 October 2026 at 06:00

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato che il Pentagono trasmetterà in diretta streaming l’esecuzione di Nidal Malik Hasan, un ex maggiore dell’esercito statunitense condannato a morte per aver ucciso 13 persone e ferito altre 32 in una base militare del Texas nel 2009. L’esecuzione, che avverrà mediante fucilazione, sarebbe la prima esecuzione militare negli Stati Uniti dal 1961 e la prima esecuzione legale trasmessa in diretta nella storia del paese. Non è ancora stato comunicato su quale piattaforma sarà possibile seguire la trasmissione, né quali eventuali restrizioni saranno applicate al pubblico.

Hegseth aveva anticipato l’intenzione di rendere pubblica l’esecuzione durante un’intervista all’emittente conservatrice Real America’s Voice, mentre si trovava a bordo della portaerei USS Abraham Lincoln. «Faremo in modo che le persone possano guardarlo», ha dichiarato, sostenendo che le persone debbano comprendere le gravi conseguenze di azioni come quelle commesse da Hasan.

Il segretario alla Difesa ha precisato che la fucilazione è stata programmata per le 13 di giovedì 3 dicembre. La scelta del luogo, del giorno della settimana e dell’orario è deliberata: corrispondono approssimativamente a quelli dell’attacco compiuto da Hasan il 5 novembre 2009. Hegseth ha inoltre difeso il ricorso a un plotone di esecuzione composto da soldati, presentandolo come una risposta appropriata alla gravità del crimine. Trump ha approvato nei giorni scorsi l’esecuzione su raccomandazione di Hegseth, come previsto dalla legislazione militare statunitense. 

Hasan, oggi 56enne, era uno psichiatra dell’esercito con il grado di maggiore quando, il 5 novembre 2009, entrò in un edificio sanitario della base di Fort Hood, dove numerosi militari stavano svolgendo le procedure mediche necessarie prima di essere inviati in missione. Armato di una pistola, aprì il fuoco contro le persone presenti, uccidendone 13 e ferendone 32. Durante l’attacco fu colpito dalle forze dell’ordine e rimase paralizzato dalla vita in giù. Da allora utilizza una sedia a rotelle.

L’attacco avvenne poche settimane prima che lo stesso Hasan dovesse essere trasferito in Afghanistan. Durante il processo militare spiegò di aver agito per impedire ai soldati statunitensi di partecipare alle operazioni militari contro altri musulmani. Le indagini accertarono inoltre che, nei mesi precedenti alla strage, aveva scambiato numerose email con Anwar al Awlaki, un predicatore radicale legato ad Al Qaeda, successivamente ucciso in Yemen da un attacco statunitense con un drone.

Nel 2013 una giuria militare riconobbe Hasan colpevole di 45 capi d’accusa per omicidio premeditato e tentato omicidio premeditato, condannandolo alla pena capitale. Durante il procedimento aveva scelto di rappresentare sé stesso, non aveva contestato sostanzialmente la ricostruzione dell’accusa e non aveva chiamato testimoni a propria difesa. Da allora è detenuto nel carcere militare di Fort Leavenworth, in Kansas.

La decisione di rendere pubblica la sua esecuzione rappresenta una rottura con la prassi seguita negli Stati Uniti da quasi un secolo. L’ultima esecuzione pubblica legalmente autorizzata generalmente riconosciuta risale al 1936, quando migliaia di persone assistettero all’impiccagione di Rainey Bethea, un afroamericano condannato per lo stupro di una donna bianca, nello stato del Kentucky.

Negli Stati Uniti le esecuzioni capitali possono ancora prevedere la presenza di testimoni, tra cui giornalisti, familiari e persone autorizzate. La trasmissione televisiva o attraverso internet, però, non è mai stata consentita. In passato alcune organizzazioni giornalistiche avevano cercato di ottenere il permesso di riprendere le esecuzioni, incontrando l’opposizione dei tribunali. Anche a livello internazionale le esecuzioni pubbliche sono diventate relativamente rare. Secondo Amnesty International, nel 2025 ne sono state documentate almeno 17, di cui 11 in Iran e sei in Afghanistan. Nessun paese risulta aver trasmesso in diretta televisiva o streaming un’esecuzione giudiziaria.

L’ultima esecuzione effettuata con questo metodo dall’esercito statunitense risale al 1945, quando il soldato Eddie Slovik venne fucilato dopo essere stato condannato per diserzione durante la Seconda guerra mondiale. L’ultima esecuzione militare in assoluto avvenne invece nel 1961, quando il soldato John Bennett fu impiccato dopo una condanna per stupro e tentato omicidio di una bambina in Austria.

Attualmente cinque stati americani prevedono la possibilità di ricorrere alla fucilazione per eseguire condanne capitali. Nel 2025 la Carolina del Sud ha utilizzato questo metodo per la prima volta negli Stati Uniti dopo quindici anni. L’amministrazione Trump ha inoltre ampliato i metodi consentiti per le esecuzioni federali, includendo nuovamente la fucilazione, l’elettrocuzione e l’asfissia mediante gas, anche in seguito alle crescenti difficoltà nell’approvvigionamento dei farmaci utilizzati per le iniezioni letali.

Le principali piattaforme social applicano infatti restrizioni alla diffusione di immagini di morti violente. Meta, proprietaria di Facebook, Instagram e Threads, vieta esplicitamente le dirette delle esecuzioni capitali. Una disposizione analoga è prevista da TikTok. Rimane quindi aperta la questione di quale servizio possa ospitare la trasmissione annunciata dal Pentagono. Non è inoltre certo che l’esecuzione possa effettivamente avvenire il 3 dicembre. Sebbene la Corte Suprema abbia rifiutato nel 2025 di riesaminare la condanna pronunciata dal tribunale militare, Hasan conserva la possibilità di presentare un ricorso davanti alla giustizia federale per contestare la legittimità della sua detenzione o della procedura di esecuzione.

Restano infine da definire diversi aspetti operativi. L’esercito non dispone di una procedura moderna già sperimentata per le esecuzioni mediante fucilazione: le istruzioni militari più dettagliate risalgono al 1959 e sono in corso i preparativi per aggiornarle. Non è ancora stato chiarito come saranno scelti e addestrati i soldati incaricati di eseguire la condanna, né quali adattamenti saranno necessari per le condizioni fisiche di Hasan.

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Come funziona la nuova legge elettorale

9 October 2026 at 06:00

La Camera dei deputati ha approvato definitivamente la nuova legge elettorale voluta dal governo Meloni. Il provvedimento, nato come Stabilicum e ribattezzato Melonellum dalle opposizioni, ha ottenuto 227 voti favorevoli e 164 contrari nello scrutinio segreto di ieri. La riforma sostituisce il Rosatellum e introduce un sistema proporzionale con un premio di maggioranza per le coalizioni che raggiungono almeno il 42 per cento dei voti. Cambiano anche le modalità di scelta dei parlamentari, con il ritorno parziale delle preferenze, mentre partiti e coalizioni dovranno indicare prima delle elezioni il nome della persona che intendono proporre come presidente del Consiglio.

La nuova legge sarà utilizzata alle prossime elezioni politiche, previste nel 2027, e modifica in modo significativo il sistema con cui vengono assegnati i seggi alla Camera e al Senato. Il Rosatellum, in vigore dal 2017, combinava una componente proporzionale con una maggioritaria, nella quale i candidati si confrontavano direttamente nei collegi uninominali. Lo Stabilicum elimina questi collegi, con alcune eccezioni territoriali, e affida la distribuzione dei seggi prevalentemente al risultato ottenuto dalle liste nei collegi plurinominali.

Il cambiamento più importante riguarda il cosiddetto premio di governabilità, pensato per favorire la formazione di maggioranze parlamentari stabili. La lista o coalizione che ottiene più voti, raggiungendo almeno il 42 per cento dei consensi validi sia alla Camera sia al Senato, riceve 105 seggi aggiuntivi: 70 deputati e 35 senatori. Il premio viene assegnato soltanto se la stessa forza politica risulta prima in entrambi i rami del Parlamento e raggiunge in ciascuno la percentuale richiesta.

Se nessuna lista o coalizione soddisfa entrambe le condizioni, il premio non viene attribuito e tutti i seggi sono distribuiti secondo il sistema proporzionale. Lo stesso accade se i risultati delle due Camere producono vincitori differenti. La versione iniziale della riforma prevedeva un ballottaggio nel caso in cui nessuno avesse raggiunto la soglia necessaria, ma questa possibilità è stata eliminata durante l’esame parlamentare.

Il premio può incidere considerevolmente sulla composizione delle Camere, che dopo la riduzione del numero dei parlamentari del 2020 contano 400 deputati e 200 senatori elettivi. Per limitarne gli effetti, la legge stabilisce che nessuna lista o coalizione possa ottenere complessivamente più di 220 deputati e 113 senatori attraverso il nuovo meccanismo. I limiti corrispondono rispettivamente al 55 e al 56,5 per cento dei seggi e sono stati introdotti per evitare che il premio attribuisca alla forza vincitrice una maggioranza sufficientemente ampia da raggiungere da sola alcune soglie qualificate previste dalla Costituzione.

Restano le soglie di sbarramento già previste dal Rosatellum. Per partecipare alla distribuzione dei seggi, una lista deve ottenere almeno il 3 per cento dei voti, mentre una coalizione deve raggiungere il 10 per cento. È però prevista un’eccezione per il partito più votato tra quelli di una coalizione rimasti sotto il 3 per cento. 

Per esempio, in un’ipotetica coalizione di centrodestra composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati, quest’ultimo potrebbe ottenere il 2,5 per cento dei voti e partecipare comunque all’assegnazione dei seggi, purché sia la lista più votata tra quelle della coalizione che non hanno raggiunto la soglia. Lo stesso meccanismo si applicherebbe a una coalizione di centrosinistra formata da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa: se +Europa ottenesse il 2 per cento e fosse l’unica lista sotto soglia, potrebbe essere ripescata. In entrambi i casi, la coalizione dovrebbe comunque superare il 10 per cento dei voti. 

C’è poi un’altra distinzione importante: anche i voti delle liste che non raggiungono il 3 per cento e non vengono ripescate contribuiscono al risultato complessivo della coalizione ai fini del premio di governabilità. Una forza politica minore, quindi, potrebbe non eleggere direttamente alcun parlamentare, ma contribuire comunque al raggiungimento del 42 per cento necessario per ottenere i seggi aggiuntivi.

Un’altra novità riguarda le preferenze, uno degli aspetti più discussi durante l’approvazione della legge. Gli elettori potranno tornare a indicare i candidati che desiderano eleggere, ma non avranno la possibilità di scegliere tutti i nomi presenti nelle liste. Ogni collegio plurinominale avrà infatti sette candidati, con un capolista bloccato e altri sei sottoposti al voto di preferenza.

Sulla scheda saranno stampati i nomi dei sei candidati tra i quali l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze. Quando viene indicato più di un candidato, dovrà essere rispettata l’alternanza di genere. Le preferenze successive che non rispettano questa regola saranno annullate secondo il meccanismo previsto dalla legge. Il capolista, invece, continuerà a essere scelto direttamente dal partito: la sua elezione dipenderà dai seggi conquistati dalla lista, senza che debba ottenere preferenze personali. Rimane inoltre possibile candidare la stessa persona in un massimo di cinque collegi plurinominali.

La riforma modifica anche alcune disposizioni sulla rappresentanza di genere. A differenza del Rosatellum, non è prevista una quota che obblighi i partiti a distribuire le posizioni di capolista rispettando un rapporto tra uomini e donne del 60 e 40 per cento. L’alternanza è invece richiesta per i sei candidati sottoposti alle preferenze. Un criterio di equilibrio tra i generi si applica anche agli elenchi circoscrizionali dai quali vengono individuati i parlamentari eletti attraverso il premio di maggioranza. Le opposizioni hanno contestato soprattutto la cancellazione delle quote per i capilista, sostenendo che potrebbe ridurre la rappresentanza femminile in Parlamento.

Tra le disposizioni più rilevanti sul piano istituzionale c’è l’obbligo per i partiti di indicare, insieme al programma elettorale, il nome della persona che intendono proporre al presidente della Repubblica per l’incarico di presidente del Consiglio. Le forze politiche che si presentano in coalizione dovranno concordare un unico nominativo, sottoscrivendo una dichiarazione comune.

L’indicazione non equivale però all’elezione diretta del capo del governo. Il nome del candidato non comparirà sulla scheda elettorale e la legge mantiene esplicitamente le prerogative attribuite dalla Costituzione al presidente della Repubblica, al quale spetta nominare il presidente del Consiglio. Rimane inoltre il principio dell’assenza di vincolo di mandato per i parlamentari, previsto dall’articolo 67 della Costituzione. La disposizione non impedisce quindi agli eletti di assumere successivamente posizioni politiche differenti da quelle sostenute durante la campagna elettorale.

Cambiano anche le condizioni richieste alle formazioni politiche per partecipare alle elezioni. I partiti privi di rappresentanza parlamentare dovranno raccogliere almeno 6mila firme per collegio, rispetto alle 1.500 previste come soglia minima dalla normativa precedente. Il numero può arrivare a 7mila sottoscrizioni per collegio e la legge aumenta anche la quota di circoscrizioni nelle quali è necessario presentare candidature.

Sono previste esenzioni per i partiti che dispongono di gruppi parlamentari, comprese le formazioni con almeno un gruppo costituito entro il 31 dicembre 2025. Per quelle che hanno una componente parlamentare ma non un gruppo autonomo rimangono invece requisiti ridotti, con un numero di firme compreso tra 1.500 e 2mila per collegio. L’innalzamento delle soglie per le nuove formazioni è stato criticato perché potrebbe rendere più difficile l’accesso alla competizione elettorale per i partiti non rappresentati nelle Camere.

La legge introduce inoltre una disciplina stabile per il voto dei cittadini temporaneamente domiciliati lontano dal luogo di residenza. Chi si trova per motivi di studio o lavoro in una regione diversa dalla propria potrà votare nel comune di domicilio, purché la permanenza prevista sia di almeno nove mesi. Per chi si allontana dal comune di residenza per sottoporsi a cure mediche, il periodo richiesto è ridotto a tre mesi. Sarà necessario iscriversi in un apposito albo, rispettando i termini stabiliti dalla nuova normativa. La possibilità è stata estesa anche ai caregiver familiari che si trovano in un’altra regione per assistere persone ricoverate o sottoposte a cure. Le disposizioni sul voto fuori sede riguardano le elezioni politiche, quelle europee e i referendum.

Ulteriori cambiamenti interessano gli italiani residenti all’estero. Per l’elezione della Camera, le ripartizioni geografiche della circoscrizione Estero passano da quattro a due, distinguendo l’Europa dal resto del mondo. Per il Senato viene invece introdotta un’unica ripartizione, al posto delle quattro precedenti. Il numero complessivo dei parlamentari eletti all’estero rimane di otto deputati e quattro senatori, ma cambia la distribuzione territoriale delle candidature e dei seggi.

Ci sono poi alcuni dubbi sulla compatibilità della legge con la Costituzione. Uno riguarda il premio di maggioranza al Senato, perché la Costituzione stabilisce che i senatori debbano essere eletti su base regionale. Le opposizioni contestano soprattutto il premio di maggioranza, perché potrebbe assegnare a una coalizione molti più seggi rispetto alla percentuale di voti ottenuta. Criticano anche la scelta di mantenere i capilista bloccati: gli elettori potranno esprimere preferenze per alcuni candidati, ma i primi nomi delle liste continueranno a essere decisi dai partiti. Altre critiche riguardano l’aumento delle firme necessarie per presentarsi alle elezioni, che potrebbe rendere più difficile la partecipazione dei nuovi partiti, e le nuoveregole sulla rappresentanza di genere, che secondo le opposizioni potrebbero ridurre il numero delle donne elette in Parlamento.

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