Dalla banda della minicar alle proteste violente, due facce della stessa generazione
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Venticinque anni dopo la prima edizione di Club To Club, nel 2002, C2C Festival torna a Torino dal 29 ottobre al 1 novembre con quello che gli organizzatori definiscono il programma più ambizioso della sua storia. Un anniversario che arriva al termine di un anno di espansione internazionale: prima il sold out della seconda edizione di C2C NYC, indicata dal New Yorker tra gli highlight della primavera musicale newyorkese, poi il debutto a Londra al Barbican Centre, uno dei centri culturali più prestigiosi al mondo, con un evento andato esaurito in anticipo.
La vocazione globale del festival si legge nei numeri dell’edizione torinese, avviata verso il sold out per il quinto anno consecutivo. Per la prima volta il pubblico straniero supera quello italiano, attestandosi oltre il 53% dei biglietti venduti. Ancora più netto il dato anagrafico: il 78% degli spettatori ha meno di 35 anni, a conferma del ruolo di C2C come punto di riferimento per la youth culture in Italia.
Proprio alle nuove generazioni è dedicato C2C Curators, programma gratuito di formazione per giovani curatrici e curatori musicali appena lanciato dal festival: tra le 200 candidature arrivate ne sono state selezionate 12, che lavoreranno tra workshop e percorsi di affiancamento sul patrimonio di pratiche accumulato in un quarto di secolo.
Inserita come sempre nella cornice della Torino Art Week, l’edizione 2026 coinvolge un numero record di spazi. Le OGR Torino, partner strategico, ospitano la serata inaugurale di giovedì 29 – il Grand Opening presentato da Alfa Romeo – e il finissage di domenica 1 novembre. Il Lingotto Fiere resta la main venue di venerdì e sabato e accoglie il debutto del nuovo DAZED Stage. Il Teatro Regio ospita per il quarto anno consecutivo C2C Talks, venerdì 30 ottobre dalle 13 alle 16:30, con il C2C Podcast insieme ad Arca, Kode9 e ML Buch.
Due le iniziative pensate apposta per l’anniversario. Sabato 31 ottobre il festival torna al Teatro Carignano, undici anni dopo l’ultima volta, per un matinée speciale con le norvegesi Smerz. Domenica 1 novembre, invece, un evento diffuso rievoca il format originale: un unico biglietto darà accesso contemporaneamente a Le Roi, la storica ballroom progettata da Carlo Mollino, e al Notorius, tra i locali della primissima edizione del 2002 (programma ancora da annunciare).
Il quartier generale resta Combo Torino, che quest’anno ospita anche l’anteprima per i più piccoli, C2C KIDS!, domenica 25 ottobre: l’intero incasso sarà devoluto a Medici Senza Frontiere, charity partner storico del festival.
Per il quinto anno consecutivo nella lista dei migliori festival stilata da Pitchfork, C2C conferma la sua formula multigenere, quell’”avant-pop” che ha contribuito a definire a livello globale. Protagonista assoluta è Robyn, in esclusiva italiana venerdì 30 al Lingotto: l’icona pop svedese porta dal vivo Sexistential, l’album che segna il suo ritorno solista dopo sette anni.
Grande attesa anche per Yung Lean e Bladee, per la prima volta insieme su un palco italiano sabato 31: due nomi chiave della scena cloud rap e della galassia Drain Gang, che in oltre un decennio hanno ridisegnato i confini tra rap, elettronica e cultura digitale. Debutta al festival la producer francese Oklou, reduce dal successo di Choke Enough, tra pop etereo, rimandi Y2K e atmosfere barocche.
Pesano i ritorni. Arca arriva con XXXXX, uno dei suoi lavori più densi; Kelela torna a C2C a oltre dieci anni dall’ultima apparizione, con il suo New Avatar contaminato da shoegaze, indie e jazz. E c’è Chuquimamani-Condori, fresco di Leone d’Argento alla Biennale Musica di Venezia, qui nella veste di DJ E.
Apertura con The Avalanches, pionieri australiani del collage sonoro, che presentano il nuovo No Bad Memories, a sei anni da We Will Always Love You. Con loro Shygirl in esclusiva italiana, con brani dall’imminente Swallow!; DJ Python al debutto mondiale del suo nuovo live A/V; la cantautrice statunitense Wendy Eisenberg (esclusiva e debutto in Italia); ML Buch e la dj parigina Clara 3000.
Sul Main Stage Robyn, Arca, Oklou, Chanel Beads – il progetto art pop di Shane Lavers, figura chiave della scena DIY newyorkese – e il live di gyrofield, tra breakbeat, drum & bass ed elettronica sperimentale. Sul DAZED Stage un set di sette ore di Theo Parrish, leggenda della house di Detroit; underscores, tra le voci più riconoscibili dell’hyperpop, con il terzo album U; e lo showcase dell’etichetta di Nicolas Jaar Other People, con Fronte Violeta, Eli Wewentxu e Fake Samo.
In mattinata il matinée delle Smerz, che presentano Big City Life. Dalle 17:30 al Lingotto il Main Stage ospita Yung Lean & Bladee, Kelela, Chuquimamani-Condori presents DJ E, Crystallmess, Joanne Robertson – autrice dello spettrale Blurrr e frequente collaboratrice di Dean Blunt –, il duo ambient Visible Cloaks e la cantautrice danese Fine. Il DAZED Stage propone il primo back-to-back tra Kode9, fondatore di Hyperdub e ospite storico del festival, e RP Boo, padre del footwork di Chicago; e poi Elias Rønnenfelt degli Iceage, LIIM, KMRU, Picture e lo showcase dell’etichetta italiana Hundebiss con Bladeblanc & Giesse, NEXUS (Jokkoo Collective) e Talpah.
Dopo l’evento diffuso, il finissage alle OGR con Grouper, progetto di culto dell’ambient-folk sperimentale di Liz Harris; HEADACHE, il duo di Vegyn e del poeta Francis Hornsby Clark; Carl Stone, pioniere della musica elettronica dal vivo; Lorenzo Senni con il nuovo All Ages su Warp Records; e la catalana Marina Herlop.
Gli show di Marina Herlop e ML Buch alle OGR e il matinée delle Smerz sono coprodotti con MITO SettembreMusica, mentre il concerto di Carl Stone nasce in collaborazione con To Listen To, il festival dell’ascolto sperimentale promosso dalla Scuola di Musica Elettronica del Conservatorio di Torino.
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Il tema del carcere va e viene sulla stampa nazionale. Circolano sui media i dati sul sovraffollamento quando i garanti locali o quello nazionale (latitante da quando il collegio, ora formato da due nominati dalla maggioranza e un Cinquestelle, è stato aggiornato); leggiamo, quando capita, le cronache delle rivolte dei detenuti o degli abusi dei detenenti. Ma niente cambia mai. Eppure qualcosa di semplice e non costoso potrebbe essere fatto. Qualcosa in più di un cerotto sulla ferita: garantire cure adeguate ai detenuti malati.
Il rapporto del Garante nazionale registra nei primi otto mesi del 2026 centottantaquattro morti nelle carceri italiane: quarantanove suicidi accertati, ottantotto decessi per cause naturali, trentasette ancora da chiarire, otto morti accidentali e due omicidi. Dietro la contabilità c’è una domanda che dovrebbe precedere ogni disputa sulla severità delle pene: quante di queste persone si sarebbero potute salvare?
«Cause naturali» indica una categoria, non attesta che una morte fosse inevitabile. Occorre sapere se una diagnosi sia arrivata in tempo, se una visita sia stata effettuata, se una terapia fosse disponibile. E i casi ancora da chiarire impediscono di trasformare la lieve diminuzione dei suicidi accertati in un bollettino di successo.
Chi è libero può cercare un altro medico, andare al pronto soccorso, chiedere aiuto. Chi è recluso dipende dalle decisioni e dai tempi dell’amministrazione. Proprio questa dipendenza rende più stringente la responsabilità pubblica.
Non ogni morte dimostra una colpa dello Stato. Ogni morte sotto la sua custodia esige però una spiegazione. Chiedere personale sanitario, assistenza psichiatrica e accesso effettivo alle cure significa pretendere che lo Stato rispetti i propri obblighi.
La pena toglie la libertà. Non dovrebbe togliere il medico. Possibile che, se non il ministro, il Parlamento non si faccia carico di una soluzione?
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Vladimir Putin ha proposto un vertice con Donald Trump e Xi Jinping per discutere un accordo che metta fine alla guerra in Ucraina. Il presidente russo vorrebbe tenere l’incontro a novembre, escludendo dai colloqui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Lo riporta il Wall Street Journal, secondo cui il Cremlino punta a sfruttare il riavvicinamento con Washington per arrivare a una soluzione favorevole.
La proposta sarebbe stata avanzata durante la telefonata tra Putin e Trump il 9 ottobre. Secondo le fonti citate dal quotidiano americano, dalla stessa conversazione sarebbe emerso un accordo sull’acquisto di diesel russo da parte degli Stati Uniti e sulla sua commercializzazione sui mercati internazionali. Un’intesa che segnala un ulteriore avvicinamento tra i due leader, mentre Washington ha anche sospeso alcune delle sanzioni contro Mosca. Il vertice trilaterale potrebbe svolgersi a margine del prossimo summit dell’Apec, il forum di cooperazione economica dell’Asia-Pacifico, previsto in Cina a novembre.
Il Cremlino ha confermato che sono in corso discussioni su un possibile incontro. Ma, secondo un alto funzionario statunitense citato dal Wall Street Journal, Trump non ha ancora accettato la proposta. Non è quindi chiaro se il vertice si terrà né quale potrebbe essere il suo ordine del giorno.
L’ipotesi di un negoziato sull’Ucraina senza la partecipazione di Kyjiv dice molto sulla linea politica con cui ci si avvicina a questo ipotetico summit. Putin potrebbe discutere direttamente con Trump e Xi le condizioni per porre fine al conflitto, senza il coinvolgimento del Paese che ha invaso nel febbraio del 2022.
Negli ultimi giorni Trump ha aumentato le critiche a Zelensky, accusandolo di ostacolare la fine della guerra. E ha mostrato una crescente disponibilità a trattare con Mosca.
Per Xi, la proposta presenta vantaggi e rischi. Un incontro con gli altri due leader potrebbe rafforzare il ruolo diplomatico della Cina, ma rischierebbe anche di complicare i suoi rapporti con l’Europa. Il governo cinese dovrebbe inoltre confrontarsi con una questione delicata: sostenere un processo negoziale senza apparire come parte di un’intesa decisa sopra la testa degli ucraini.
La proposta di Putin arriva mentre non si intravedono progressi decisivi verso la fine della guerra. Resta da capire se Trump accetterà di partecipare e se Xi sarà disposto a sedersi al tavolo. Per ora, il progetto è soltanto un’ipotesi diplomatica.
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Il governo sta valutando nuove misure per prevenire le violenze durante le manifestazioni, con un’attenzione particolare ai minorenni. Dopo gli scontri degli ultimi giorni in diverse città, Giorgia Meloni vuole capire se esistano strumenti per rafforzare l’azione delle forze dell’ordine. Sul tavolo, secondo Repubblica, ci sono soprattutto due ipotesi: estendere agli under-18 l’arresto in flagranza differita oppure ampliare la possibilità di fermo preventivo. Per ora non è stata presa alcuna decisione e resta aperta anche l’ipotesi di un nuovo decreto sicurezza.
La premier incontrerà oggi, insieme al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, i ministri dell’Interno Matteo Piantedosi e della Giustizia Carlo Nordio, i vertici di Polizia e Carabinieri e i rappresentanti dei servizi di intelligence. Alla riunione potrebbero partecipare anche i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini. Il primo obiettivo sarà analizzare gli scontri e ricostruire il profilo delle persone fermate. Il secondo sarà capire se dietro le violenze esista una regia organizzata.
Meloni ha anticipato la propria linea sui social, parlando della necessità di valutare «ulteriori strumenti contro chi sfrutta manifestazioni legittime per seminare violenza e caos». La questione è anche politica: Palazzo Chigi vuole dare una risposta concreta alle richieste di maggiore sicurezza, ma deve fare i conti con le critiche sulla gestione dell’ordine pubblico. Le immagini degli scontri hanno messo in evidenza soprattutto le falle nella prevenzione e nel controllo delle manifestazioni, alimentando il confronto all’interno del governo e tra i ministeri coinvolti.
Le due ipotesi allo studio presentano però difficoltà tecniche e giuridiche. L’arresto in flagranza differita consentirebbe di intervenire sulla base di elementi raccolti successivamente al fatto, ma applicarlo ai minorenni sarebbe complesso. Molti dei giovani coinvolti nelle violenze non sono conosciuti dalle forze dell’ordine e identificarli richiederebbe riscontri adeguati. Inoltre, un maggior numero di arresti potrebbe aumentare la pressione sugli istituti minorili e richiedere il ricorso più frequente ai giudizi per direttissima.
Anche il fermo preventivo presenta limiti. Se i soggetti da controllare non hanno precedenti e non sono già noti agli investigatori, individuarli prima delle manifestazioni può risultare difficile. Entrambe le misure, inoltre, potrebbero sollevare dubbi di costituzionalità e provocare nuove tensioni nelle piazze.
Il governo deve anche scegliere lo strumento normativo. Esistono già disegni di legge sulla sicurezza all’esame del Parlamento, ma il passaggio in Senato è previsto per febbraio 2027. Una tempistica che Palazzo Chigi considera troppo lunga. Da qui l’ipotesi di un provvedimento d’urgenza, anche se, secondo Repubblica, dal Viminale è arrivata una smentita sull’esistenza di un decreto già in preparazione al ministero. Circola anche l’ipotesi di un Consiglio dei ministri nelle prossime ore, ma al momento non ci sono conferme. La premier dovrà valutare l’efficacia delle misure, i rischi giuridici e le possibili conseguenze politiche prima di decidere come procedere.
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Dopo il dibattito di mercoledì scorso sulle comunicazioni del governo in vista del Consiglio Europeo, un vento chiarificatore ha tolto le ultime nuvole sulle scelte che liberali, radicali, riformisti e democratici, insomma gli avversari del bipopulismo, il termine coniato da Linkiesta, hanno davanti alle elezioni.
Il fatto nuovo è che tutti i gruppi della sinistra si sono per la prima volta uniti sulla consapevolezza che l’unica cosa che possono proporci è «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: per la prima volta hanno concordato che ciascuno avrebbe votato la propria risoluzione e si sarebbe astenuto su tutte le altre. L’uso del condizionale è dovuto al fatto che, una volta approvata la risoluzione della maggioranza, che prudentemente – immagino – le opposizioni hanno lasciato presentare per prima, tutte le altre sono decadute. Ma il fatto politico resta e dipinge il colore della prossima coalizione di sinistra: un grigio tendente al rossobruno.
Ovviamente la questione di fondo, non soltanto della discussione dell’altra settimana, ma delle future elezioni, sarà la collocazione internazionale dell’Italia, con le conseguenze che conosciamo su tutta l’attività del governo. Come sappiamo, non è stato finora possibile sanare le profonde differenze fra le posizioni del Pd a sostegno della resistenza ucraina e dell’invio di armi all’esercito di Kyjiv, e quelle del Movimento 5 stelle col suo «pacifismo» disarmato, ma non disarmante la Russia. È un contrasto che non può risolversi senza il cedimento o di Giuseppe Conte o di Elly Schlein, e il fatto che la decisione sia rimessa alle primarie del Campo Largo è comunque garanzia di un solo esito in caso di vittoria elettorale: confusione, ambiguità, governo soggetto a spinte antieuropeiste e parallelo rafforzamento del coacervo trumputinista delle ali estreme della destra e della sinistra europea.
Conte, come ho scritto altre volte, a differenza di Schlein vince anche se perde le elezioni, o almeno di questo è convinto: è leader incontrastato del suo partito, non teme di essere sbalzato di sella, e una rottura col Pd non inciderebbe negativamente sul risultato elettorale del Movimento 5 stelle, anzi. Tutto il contrario per Schlein. Questo gli rende più facile mostrarsi – fingere di farlo – all’elettorato dei gazebo e più tardi della sinistra come facilitatore di una convergenza delle diverse posizioni. Soprattutto ora che la sua idea – o provocazione – di trovare un candidato di mediazione è stata respinta da Schlein, ben decisa a proporsi in prima persona come ha confermato ieri all’assemblea Pd.
L’analisi delle contraddizioni interne al documento presentato dai Cinquestelle in Parlamento ci aiuta a capire a quali mostruosità di sintassi politica porti questo progetto di Conte.
Nella risoluzione a prima firma Luca Pirondini presentata al Senato, i Cinquestelle dichiarano di volere un’Europa che tenga testa a Donald Trump (come il Pd), ma si guardano bene dal mettere a sua disposizione gli strumenti per farlo. Dichiarano (come il Pd) che l’interesse italiano si realizza all’interno di quello europeo, che l’integrazione va difesa dalle pressioni esterne e dai ripiegamenti nazionalisti; poi, però, arriva l’Ucraina e qui il sostegno militare europeo diventa responsabile di allontanare la pace.
Propongono un mediatore europeo (come il Pd) e rinviano a una conferenza di pace, ma non spiegano come convinceranno Vladimir Putin a concluderla con un accordo rispettoso dell’indipendenza ucraina. Che fare se Putin insiste, come conferma quotidianamente, nel volere tutto il Donbas e pensa di ottenere di più continuando a bombardare un nemico disarmato?
La stessa ambiguità riguarda la difesa europea. Il Movimento 5 stelle chiede una «vera difesa comune europea» (come il Pd) ma fuori dalla Nato e senza riarmo, e denuncia la «parabola bellicista tracciata dall’Unione europea».
In sintesi, su quella che definisce «la guerra russo-ucraina», il Movimento 5 stelle è isolato rispetto a tutta la sinistra europea: Socialisti, Verdi e liberali, come il Pd, il Psoe e la Spd, hanno sostenuto l’Ucraina, pur con differenze tra loro, ma senza mettere in dubbio il nesso tra aiuto militare e negoziato. Le posizioni vicine a quelle del M5S stanno altrove: nelle destre sovraniste che parlano di «pace» per significare resa, in settori dei Patrioti, in Viktor Orbán, in AfD. Non sarà una complicità, ma è una convergenza oggettiva, e un movimento che si dice progressista dovrebbe chiedersi come mai si ritrova lì.
Anche su Israele e Palestina le posizioni di Cinquestelle e Pd prima si accostano e poi divergono. La risoluzione Pirondini chiede il riconoscimento immediato dello Stato palestinese (come il Pd), ma «quale Stato democratico e sovrano», formula che il Pd non ha mai espresso, credo e spero: in Cisgiordania non si vota per le politiche dal 2006 e Abu Mazen governa per decreto dal 2009. Di più: si chiedono restrizioni all’ingresso nell’Unione per chiunque abbia prestato servizio nelle forze armate israeliane dall’inizio del conflitto, una sanzione collettiva che colpirebbe anche chi ha manifestato contro Benjamin Netanyahu e che stride fastidiosamente con il diritto internazionale cui la risoluzione si richiama.
Di fronte a questo centrosinistra, i gruppi politici che si collocano contro il bipopulismo credo abbiano chiaro che una sua vittoria rappresenterebbe un cappottamento di tutta la storia politica italiana di ispirazione liberale, socialista, popolare, democratica. L’alternativa che si presenta oggi è quella, finora perseguita con coerenza, di costruire una lista che abbia la forza elettorale di contrapporsi a entrambi gli schieramenti, tanto da precludere loro l’accesso al premio di maggioranza. In questo caso si torna al sistema proporzionale puro che ci ha accompagnato dal 1948 al 1992, dove i governi si formano in Parlamento e le forze centriste moltiplicano il loro potere di determinare programma e compagine di governo.
Il rischio è di non avere questa forza, e molto dipenderà da come sapranno muoversi Carlo Calenda con Azione per convincere gli elettori liberali e moderati cui si rivolge, e Pina Picierno con Spazio Pubblico per conquistare un nuovo elettorato proveniente dal mondo liberale progressista (radicale o liberal-socialista) e dal riformismo ancora interno al Pd o già lontano da un partito visto come troppo incline al massimalismo e troppo vicino ai Cinquestelle.
Dell’altro corno dell’alternativa ha già cominciato a parlare Luigi Marattin, col suo piccolo e diviso Pld (il presidente Andrea Marcucci ha preso le distanze dal segretario), che guarda a un’alleanza col centrodestra formato da Meloni e senza Roberto Vannacci.
Qui è Rodi, qui salta (per arrivare al Rubicone c’è ancora un po’ di tempo, ma non troppo).
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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Sottovalutare Elly Schlein è un errore: potrà piacere o no, ma la segretaria del Pd non è una sprovveduta, come pensano alcuni grandi vecchi del suo partito. Schlein è una seria professionista della politica, brava a farsi scivolare addosso le feroci critiche che riceve dalla destra e a smontare i complotti orditi dentro casa, ma anche pronta a liquidare con una certa spregiudicatezza quel pezzo di partito insoddisfatto dell’addio alla vocazione maggioritaria del Pd.
All’assemblea nazionale di domenica, Schlein ha fatto le sue proposte su sanità, istruzione, ed economia, delineando di fatto il programma del governo di centrosinistra, astutamente senza mai fare cenno a Giuseppe Conte né ad altri fastidiosi ma ininfluenti alleati. La realtà però è leggermente diversa da come l’ha prospettata Schlein davanti ai compagni di partito, perché in questi anni la linea di Conte è stata più egemonica della sua, che al contrario è stata sempre gregaria perché concentrata a tenere insieme i cocci populisti e radicali dell’opposizione.
Alla Nuvola di Roma, Schlein è stata molto abile a trasformare l’improbabile coalizione che vorrebbe guidare fino a Palazzo Chigi in un’alternativa sociale a Giorgia Meloni. Ma non ha fugato i dubbi sulla difesa dell’Ucraina, come hanno sottolineato durante il dibattito Giorgio Gori e qualche altro riformista. Sono rimaste anche le ambiguità su Israele, come ha fatto notare Marco Pierini, così come l’ipocrisia furbetta e truffaldina del “no al riarmo nazionale” e del “sì a quello europeo” come se Schlein non sapesse che l’Europa è una confederazione di Stati e che la difesa (purtroppo) non è materia di competenza di Bruxelles, ma dei singoli paesi membri. Quindi dire di no all’aumento della spesa pubblica sulla difesa e di sì alla difesa comune europea, nel pieno di un attacco russo alle istituzioni democratiche europee, è un modo ingannevole e disonesto per cercare di salvare la rispettabilità europeista del Pd, lasciando però, come imposto dagli alleati di coalizione, che l’Europa resti in balìa delle mire imperialiste russe e degli umori dell’America trumpiana.
Questi dubbi, queste ambiguità, queste ipocrisie nei prossimi mesi dovranno poi confrontarsi con le istanze degli alleati che le alimenteranno ulteriormente, fino a spostare il posizionamento della coalizione di sinistra su territori molto lontani da quello originario e fondativo del Partito Democratico e del socialismo europeo.
È sbagliato sottovalutare Schlein, d’accordo, ma finora a dare le carte è sempre stato Conte, non lei.
L'articolo Schlein fa sul serio, ma le carte le dà ancora Conte proviene da Linkiesta.it.
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Le proteste contro il caro vita e le condizioni delle scuole francesi sono degenerate nei disordini più gravi degli ultimi anni. Sabato 17 ottobre, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in tutto il Paese. In diverse città, gruppi di manifestanti incappucciati hanno saccheggiato negozi, incendiato edifici e affrontato la polizia. Le prime stime – qui riportate dal Financial Times – parlano di circa millecinquecento attività commerciali saccheggiate. Il bilancio della giornata ha aperto una nuova crisi per il presidente Emmanuel Macron e il premier Sébastien Lecornu, a sei mesi dalle elezioni presidenziali.
La mobilitazione era nata dall’incontro tra le proteste degli studenti, che da settimane contestano le condizioni degli istituti scolastici, e la rabbia per l’aumento del costo della vita. Ma la violenza ha rapidamente oscurato le rivendicazioni iniziali. Nella capitale, racconta Le Monde, il giorno dopo i disordini erano ancora visibili vetrine distrutte, veicoli bruciati e negozi saccheggiati. Molti cittadini intervistati dal quotidiano distinguono le richieste dei manifestanti dalle azioni dei gruppi violenti. «La gente è esasperata, c’è molta rabbia accumulata», racconta una donna, che spera che le proteste degli studenti vengano ascoltate nonostante chi cerca di sfruttare la situazione.
Il governo è finito sotto accusa per non aver previsto l’ampiezza dei disordini. Secondo il Financial Times, i servizi d’intelligence si aspettavano circa centomila partecipanti, mentre le presenze effettive sarebbero state circa cinque volte superiori. Le opposizioni contestano la gestione dell’ordine pubblico e la preparazione delle forze di sicurezza. Alcuni esperti citati dal quotidiano britannico sostengono che le autorità non abbiano valutato adeguatamente gli avvertimenti sulla possibilità di violenze. Anche la pianificazione del corteo parigino, definita soltanto alla vigilia, avrebbe reso più difficile controllare la folla.
Domenica Macron è intervenuto in televisione promettendo «piena trasparenza» sulle ragioni che hanno portato all’escalation. «Chi ha distrutto deve pagare, chi ha saccheggiato deve risarcire», ha dichiarato, annunciando che il governo lavorerà a misure concrete insieme a studenti, sindacati e parlamentari. Il ministro per le piccole imprese, Serge Papin, incontrerà i rappresentanti delle attività danneggiate per valutare gli aiuti necessari. Secondo gli ultimi dati del ministero dell’Interno, circa duemila persone sono state arrestate durante i disordini.
Lo scontro è già diventato politico. Lecornu ha accusato i gruppi dell’estrema sinistra di fomentare la violenza e ha indicato La France insoumise, il movimento di Jean-Luc Mélenchon, tra gli attori che avrebbero contribuito ad alimentare la mobilitazione. Mélenchon ha respinto le accuse e ha sostenuto che il governo abbia lasciato peggiorare la situazione, senza affrontare le cause della protesta. La destra, intanto, denuncia la perdita di controllo delle strade e chiede il ripristino dell’ordine.
La principale beneficiaria politica potrebbe essere Marine Le Pen. Il Financial Times ricorda che la leader del Rassemblement National è già in testa ai sondaggi per le presidenziali, mentre il consenso di Macron è vicino ai minimi dalla sua prima elezione. Le Pen ha descritto la situazione come una crisi di fiducia e autorità e ha promesso di riportare la calma nel Paese. Anche il suo partito ha utilizzato le immagini dei disordini per attaccare insieme il governo e la sinistra radicale.
Ma, come mostrano le testimonianze raccolte da Le Monde, la rabbia sociale non è scomparsa dietro le immagini delle devastazioni. Alcuni commercianti, pur condannando i saccheggi, riconoscono le disuguaglianze economiche e il malcontento che hanno alimentato la protesta. È questo il problema più urgente per Macron e Lecornu: ristabilire la sicurezza senza lasciare irrisolte le ragioni che hanno portato centinaia di migliaia di persone in piazza.
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La Lombardia si gioca una parte decisiva del proprio futuro industriale sulla capacità di formare una nuova generazione di imprenditori. Il primato manifatturiero europeo della Lombardia non è una rendita di posizione. Nei prossimi anni conterà chi sarà capace di prendere in mano le aziende esistenti e quanti giovani avranno la possibilità di costruirne di nuove. È una questione di classe dirigente, prima ancora che di politica economica. Il ricambio generazionale rappresenta una delle condizioni fondamentali per assicurare continuità a un sistema produttivo che ha costruito la propria forza sulla diffusione dell’iniziativa privata e sulla capacità delle imprese di competere nei mercati internazionali. E in gioco c’è anche la tenuta delle comunità nelle quali quelle imprese sono nate e continuano a operare.
È una sfida che Regione Lombardia ha deciso di affrontare anche sul terreno culturale, portando il confronto con le nuove generazioni direttamente nei territori. Si chiama Generazione Impresa il progetto promosso dall’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, che dopo le tappe di Milano e Darfo Boario Terme è arrivato il 16 ottobre al Castello Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano. La terza tappa ha messo al centro le storie di chi ha costruito un’attività, le competenze necessarie per farla crescere e le opportunità che il sistema produttivo può offrire ai giovani. Il percorso proseguirà il 23 novembre a Monza, con l’obiettivo di coinvolgere progressivamente le diverse realtà economiche della regione.
La formula ha puntato sulle testimonianze dirette, lasciando agli imprenditori il compito di raccontare come nasce e si sviluppa un’azienda, quali difficoltà si incontrano e che cosa serve per affrontarle. A Sant’Angelo Lodigiano il confronto ha attraversato mondi produttivi differenti, dall’artigianato alla comunicazione, fino alla ristorazione collettiva. C’è una scelta precisa dietro questa varietà. Il futuro dell’impresa lombarda non si esaurisce nell’economia digitale o nelle startup ad alta tecnologia. Si costruisce anche nei mestieri tradizionali e nelle aziende familiari che devono trovare il modo di rinnovarsi senza disperdere le competenze accumulate nel tempo. Ed è nei centri di provincia, non soltanto nei grandi poli economici, che questo passaggio diventa particolarmente cruciale.
Claudio Curioni, artigiano della Falegnameria Curioni, ha portato la propria esperienza in un confronto sul valore del saper fare. «La nostra storia di falegnameria dimostra che anche se si è artigiani, in una città di provincia, possiamo valorizzare il nostro territorio, crescere con esso, ottenere risultati e soprattutto motivare le generazioni future», ha spiegato. La falegnameria è un esempio concreto di quanto il patrimonio manifatturiero lombardo dipenda da conoscenze che si acquisiscono lavorando e che rischiano di andare perdute quando manca chi è disposto a raccoglierle. Ma conservare un mestiere richiede anche la capacità di adattarlo al mercato contemporaneo. Per un giovane, rilevare un’attività esistente e darle una prospettiva nuova può essere una scelta imprenditoriale altrettanto impegnativa quanto fondare una nuova società.
A raccontare il rapporto tra idee e mercato è stato invece Emanuele Carelli, amministratore delegato di Minimals, con un intervento dedicato alla comunicazione e al marketing. «Io e la mia agenzia siamo molto legati al Territorio», ha sottolineato, augurandosi che la storia della sua attività incoraggi altri giovani a credere nelle proprie idee. Una buona intuizione commerciale rischia di rimanere sulla carta quando manca la capacità di raggiungere i clienti e costruire un’identità riconoscibile. La possibilità di crescere senza recidere il legame con il luogo da cui si è partiti è una parte della sfida.
Valentina Volpi, direttore commerciale e componente del consiglio di amministrazione di Volpi Pietro, ha affrontato il tema della crescita nella ristorazione collettiva, dove la qualità deve confrontarsi ogni giorno con l’organizzazione e con le esigenze di un mercato competitivo. Ha richiamato il valore del passaggio generazionale e dell’innovazione nelle imprese familiari, senza perdere il rapporto con le origini: «mantenendo sempre un forte legame con il territorio e con i valori che rappresentano le nostre radici». Esperienze lontane tra loro, ma utili a mostrare quanto siano diverse le strade attraverso le quali si può costruire un’impresa e quanto la sua evoluzione incida anche su chi lavora e vive intorno all’azienda.
Filippo Galli, ex calciatore e formatore, è stato protagonista di un confronto sul rapporto tra responsabilità individuale e risultati collettivi. Ha ricordato come il cambiamento possa fare paura e come innovare sia «il solo modo per creare valore ed opportunità per sé stessi e per gli altri». Il collegamento con il mondo produttivo è meno distante di quanto possa sembrare. L’immagine dell’imprenditore che costruisce da solo il proprio successo appartiene più alla retorica motivazionale che alla realtà aziendale. Un’organizzazione cresce quando chi la guida sa valorizzare il lavoro degli altri. Imprenditori e dipendenti hanno ruoli differenti, ma condividono l’interesse alla competitività dell’azienda. Questo non cancella la diversità delle loro responsabilità e dei loro interessi; ricorda però che la capacità di costruire una squadra è decisiva soprattutto per chi si prepara ad assumere responsabilità.

La scelta di un formato aperto e accessibile risponde a un problema che la politica economica incontra spesso quando si rivolge ai giovani: la distanza tra le opportunità esistenti e la percezione che quelle stesse opportunità siano davvero alla loro portata. Parlare di impresa attraverso persone che l’hanno costruita può essere più efficace di una campagna istituzionale, soprattutto se le testimonianze non nascondono gli ostacoli incontrati. È anche un modo per avvicinare i giovani a una realtà economica che in Lombardia ha pochi paragoni in Europa. Con oltre 816 mila imprese attive e il 27 per cento delle startup innovative italiane, la regione dispone di un patrimonio produttivo nel quale convivono grandi realtà industriali e aziende nate dall’iniziativa di singoli imprenditori. Un patrimonio che offre alle nuove generazioni la possibilità di trovare la propria strada, raccogliendo esperienze consolidate oppure avviando attività capaci di aprire nuovi mercati.
Ma nessuna leadership industriale si conserva per inerzia. Le aziende devono affrontare trasformazioni tecnologiche sempre più rapide, mentre la concorrenza internazionale impone capacità di adattamento e investimenti continui. In molte realtà familiari si aggiunge la questione del passaggio generazionale. La domanda, inevitabilmente, è chi sarà disposto ad assumersi queste responsabilità nei prossimi vent’anni. E che cosa perderanno i territori se quel testimone non verrà raccolto
I giovani lombardi mostrano una disponibilità maggiore di quanto suggerisca una certa rappresentazione pubblica, spesso concentrata sulle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro. Una ricerca realizzata dall’Istituto Piepoli per Regione Lombardia su mille ragazzi tra i 16 e i 30 anni rileva che uno su cinque sogna di avviare un’attività in proprio. Il 37 per cento prenderebbe in considerazione questa possibilità per il proprio futuro professionale. Sono numeri che descrivono un interesse diffuso, senza però garantire che possa trasformarsi in nuove imprese. Tra l’aspirazione e la decisione concreta pesano le difficoltà burocratiche, la scarsa conoscenza degli strumenti disponibili e le incertezze legate all’avvio di un’attività. L’80 per cento degli intervistati attribuisce alle istituzioni un ruolo centrale nel favorire l’autoimprenditorialità.
La politica regionale si trova così davanti a due questioni strettamente collegate. La prima è rendere possibile l’avvio di nuove attività, soprattutto per chi non dispone di risorse familiari o di un accesso consolidato al credito. La seconda riguarda la formazione di una cultura imprenditoriale capace di rendere questa scelta riconoscibile e realisticamente praticabile. Per anni il rapporto tra giovani e lavoro è stato affrontato soprattutto dal punto di vista dell’occupazione da trovare. Resta un obiettivo essenziale, ma una regione industriale deve anche preoccuparsi di chi quell’occupazione potrà crearla.
Sul versante degli strumenti economici, Regione Lombardia ha costruito una rete di interventi che prova a ridurre alcuni degli ostacoli iniziali. Il bando Nuova Impresa prevede contributi a fondo perduto fino al 50 per cento delle spese ammissibili. La misura Microcredito dispone di 24 milioni di euro destinati alle piccole e medie imprese e ai lavoratori autonomi. Per le attività innovative le risorse sono più consistenti: Lombardia Venture e Lombardia Venture STEP mobilitano complessivamente 140 milioni di euro. Il primo fondo ha già contribuito ad attivare oltre 87 milioni di euro di investimenti a favore di 14 imprese innovative.
Il problema è accompagnare le aziende anche oltre la fase iniziale, quando un progetto deve dimostrare di saper reggere la prova del mercato. Per sostenere lo sviluppo tecnologico delle startup innovative e il passaggio dalla ricerca alla produzione industriale sono stati stanziati 15,6 milioni di euro. Le Startup Competitions 2026, organizzate con il sistema universitario lombardo e Federated Innovation @MIND, mettono a disposizione complessivamente 900 mila euro attraverso sei competizioni dedicate a filiere strategiche dell’economia regionale. Start Cup Lombardia, dal 2016 al 2026, ha contribuito alla nascita di 54 nuove imprese innovative, che hanno raccolto oltre 70 milioni di euro di investimenti.
A queste iniziative si affiancano programmi di accelerazione come SkyDeck Europe Milano, che dal 2022 ha sostenuto 45 startup, ed ESA BIC Milano, dedicato alle attività imprenditoriali legate all’economia spaziale. Più recentemente è stato avviato Pianeta Accelerator, promosso da Regione Lombardia insieme a Fondazione Cariplo e Principia, con il coinvolgimento dell’Università di Berkeley. Sono strumenti pensati per rafforzare un ecosistema nel quale l’accesso ai capitali deve incontrare competenze adeguate e possibilità concrete di sviluppo industriale.
C’è poi una questione che attraversa l’intero sistema produttivo e riguarda la disponibilità di persone qualificate. La misura Talenti destina 7 milioni di euro a favorire l’inserimento stabile nelle aziende di giovani ricercatori e professionalità altamente specializzate. La competizione internazionale si gioca sempre più sulla capacità di attrarre queste figure e di trattenerle. Per molte imprese lombarde, soprattutto quelle di dimensioni minori, la difficoltà di reperire competenze può diventare un limite alla crescita anche quando esistono le condizioni economiche per investire.
Le politiche di sostegno, per quanto necessarie, non possono però sostituire una nuova disponibilità delle generazioni più giovani a mettersi in gioco. Il rischio sarebbe continuare a finanziare la nascita di imprese senza allargare realmente il numero di persone che considerano possibile avviarne una. La politica ha la responsabilità di costruire un ambiente nel quale l’iniziativa economica venga incoraggiata, il rischio possa essere affrontato con strumenti adeguati e il successo imprenditoriale non venga rappresentato come il risultato di circostanze eccezionali. Le imprese possono rendere credibile questa prospettiva mostrando ai giovani percorsi di lavoro, apprendimento e crescita possibili anche vicino a casa.
È anche una questione di classe dirigente. La Lombardia ha bisogno di giovani capaci di prendere decisioni e assumere responsabilità, indipendentemente dal fatto che scelgano di fondare una startup, guidare un’azienda familiare o sviluppare un’attività artigiana. Il sistema manifatturiero regionale è cresciuto grazie a una diffusione dell’imprenditorialità che ha consentito a molti territori di costruire una propria specializzazione produttiva. Preservare questa caratteristica richiede che nuove persone possano entrare nel mondo dell’impresa, portando competenze diverse e una maggiore familiarità con i cambiamenti tecnologici.
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La Germania cerca sei droni-bersaglio per mettere alla prova i propri elicotteri contro una minaccia diventata centrale nei conflitti contemporanei: i velivoli d’attacco senza pilota, relativamente economici e difficili da intercettare, come gli Shahed-136 impiegati dalla Russia contro l’Ucraina.
Come rivelato dal giornalista investigativo Florian Flade, il Planungsamt der Bundeswehr, l’ufficio di pianificazione delle forze armate tedesche, ha pubblicato una gara per l’acquisto di sei bersagli volanti nell’ambito della procedura VA965. L’obiettivo è verificare l’efficacia degli armamenti installati sugli elicotteri da trasporto e da combattimento contro droni a lungo raggio.
I requisiti tecnici sono piuttosto specifici. I bersagli dovranno avere un’apertura alare compresa tra due e tre metri e mezzo, volare a una quota tra circa 90 e 610 metri e raggiungere una velocità compresa tra 167 e 222 chilometri orari. L’autonomia minima richiesta è di trenta minuti.
Non dovranno essere sofisticati sistemi autonomi da combattimento: dovranno soprattutto riprodurre le caratteristiche di volo di una minaccia credibile. Da qui l’idea dei droni «stupidi»: bersagli sacrificabili, progettati per essere inseguiti, colpiti e abbattuti durante le esercitazioni.
Il bando prevede almeno sei sessioni di tiro e la valutazione dei colpi, in tempo reale oppure dopo il recupero dei bersagli. Almeno una prova dovrà dimostrare che l’effetto delle armi sia sufficiente a provocare la caduta del velivolo senza che il sistema di valutazione attivi un paracadute.
La sicurezza è un requisito essenziale: anche se danneggiati dal fuoco, i bersagli non dovranno poter uscire dall’area di esercitazione. Un sistema di interruzione di emergenza dovrà garantirne la caduta entro i limiti fisici e tecnici.
La gara non dimostra che la Bundeswehr abbia già deciso di impiegare gli elicotteri come principale strumento di difesa contro gli Shahed. Indica però la volontà di verificare sul campo una possibile opzione per contrastare una minaccia che impone alle forze armate europee di trovare soluzioni efficaci anche sul piano dei costi.
Missili intercettori e sistemi di difesa aerea avanzati possono essere molto più costosi dei droni che devono neutralizzare. Testare gli armamenti già disponibili sugli elicotteri significa capire se possano offrire un’ulteriore possibilità d’intervento. La domanda, per la Germania, è semplice: quanto sono efficaci contro un bersaglio che vola come uno Shahed?
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La zucca va cotta in forno, tagliata a fette e lasciata asciugare. È questo il primo gesto per preparare i tortelli mantovani, quello da cui dipende buona parte del risultato. Una polpa troppo acquosa produce un ripieno molle, difficile da racchiudere nella sfoglia. Le nonne lo sapevano e spesso preparavano la farcia il giorno prima, lasciandola riposare fino al momento di tirare la pasta. Ottobre è il mese giusto per recuperare questa abitudine. La zucca arriva dai campi, le temperature invitano a trascorrere qualche ora in cucina e i tortelli anticipano una tradizione che nel Mantovano raggiunge il suo momento più importante alla Vigilia di Natale.
Il piatto ha una storia più complessa della sua apparente semplicità: la pasta ripiena di zucca appartiene alla cultura gastronomica rinascimentale dell’Italia settentrionale, quando nelle cucine delle corti il gusto dolce conviveva abitualmente con quello salato. Le testimonianze storiche collegano queste preparazioni ai ricettari del Cinquecento. La versione mantovana si è poi consolidata nella cucina delle famiglie, diventando un piatto delle feste, preparato collettivamente intorno al tavolo.
La zucca giusta cambia tutto
La scelta della zucca determina consistenza e sapore del ripieno. La zucca mantovana, riconosciuta fra i prodotti agroalimentari tradizionali lombardi, presenta una polpa soda, compatta e naturalmente dolce. È particolarmente adatta alla preparazione dei tortelli perché, dopo la cottura, può essere ridotta in una purea sufficientemente asciutta. Anche la Delica, dalla buccia verde scuro e dalla polpa arancione, offre risultati interessanti. Meglio evitare varietà molto acquose, che richiederebbero l’aggiunta di troppo pangrattato per rendere lavorabile il ripieno.
Il secondo ingrediente decisivo è la mostarda mantovana. A differenza della senape da tavola, si tratta di frutta conservata con zucchero e aromatizzata alla senape. La versione più caratteristica utilizza le mele Campanine, piccoli frutti dalla polpa soda e dal sapore acidulo. Il loro contributo è fondamentale: la piccantezza interrompe la dolcezza della zucca e rende il ripieno più articolato. Se volete fare una pazzia, e amate il rischio, sul portale turistico di Mantova si trova anche la ricetta tradizionale per realizzarla, con indicazioni sulle varietà di frutta utilizzate.
Gli amaretti secchi completano l’equilibrio. Sono biscotti a base di mandorle o armelline, zucchero e albume, caratterizzati da un gusto dolce con una nota amarognola. Devono essere sbriciolati finemente, perché il loro compito è amalgamarsi alla zucca e contribuire alla consistenza del ripieno.
La ricetta da fare a casa
Per quattro persone occorrono 300 grammi di farina 00 e tre uova per la sfoglia. Per il ripieno servono circa 400 grammi di polpa di zucca già cotta, 60 grammi di amaretti secchi, 80 grammi di mostarda mantovana ben scolata, 80 grammi di Grana Padano grattugiato, noce moscata e sale. Per condire bastano 60 grammi di burro, alcune foglie di salvia e altro formaggio grattugiato.
Tagliate la zucca a fette, eliminate i semi e cuocetela in forno a 190 °C per circa 35-45 minuti, finché la polpa risulta tenera. Lasciatela intiepidire, eliminate la buccia e schiacciatela con una forchetta. Se appare ancora umida, fatela asciugare qualche minuto in una padella a fuoco basso, mescolando.
Aggiungete gli amaretti sbriciolati, la mostarda tritata finemente, il formaggio e una grattugiata di noce moscata. Assaggiate prima di aggiungere sale. Il ripieno deve essere compatto e conservare un equilibrio fra dolce e piccante. Copritelo e lasciatelo riposare in frigorifero almeno quattro ore, meglio per una notte.
Disponete la farina a fontana sulla spianatoia, aggiungete le uova e impastate fino a ottenere una massa liscia ed elastica. Lasciatela riposare coperta per trenta minuti, quindi tirate una sfoglia sottile con il mattarello oppure con la macchina per la pasta.
Tagliate dei rettangoli di circa 6 per 8 centimetri, distribuite il ripieno in piccole porzioni e richiudete premendo accuratamente i bordi. L’aria intrappolata all’interno può provocare la rottura durante la cottura, quindi va eliminata delicatamente prima di sigillare.
Lessate i tortelli in abbondante acqua salata per circa tre-cinque minuti, secondo lo spessore della sfoglia. Scolateli con una schiumarola e conditeli con burro fuso e salvia, completando con formaggio grattugiato.
Se avete bisogno di più informazioni, le trovate qui.
Gli strumenti che fanno la differenza
Per preparare i tortelli servono una teglia da forno, una ciotola capiente, una spianatoia e un mattarello. La macchina per tirare la pasta facilita il lavoro e permette di ottenere uno spessore regolare. Una rotella tagliapasta, liscia oppure dentellata, aiuta a rifinire i bordi. Conviene avere a disposizione anche una schiumarola larga, perché i tortelli appena cotti sono delicati e possono rompersi se scolati bruscamente. Per servirli è preferibile utilizzare un piatto piano leggermente riscaldato oppure un grande vassoio di ceramica. Nella tradizione mantovana i tortelli possono essere disposti a strati, alternando pasta, burro e formaggio. È un sistema pratico quando si cucina per molte persone e permette di portarli in tavola senza doverli saltare in padella.
Le varianti raccontano il territorio
La ricetta cambia attraversando pochi chilometri di pianura. A Mantova prevale il condimento con burro e salvia, mentre nell’Oltrepò mantovano si incontrano versioni servite con sughi di pomodoro, talvolta arricchiti con salsiccia. Spostandosi verso Ferrara si incontrano i cappellacci di zucca, parenti stretti dei tortelli mantovani. La preparazione ferrarese tradizionale valorizza la zucca con formaggio e noce moscata, generalmente senza amaretti e mostarda. Cambia così il profilo aromatico del ripieno, che diventa meno agrodolce. Per una variante domestica si può intervenire sulle proporzioni degli amaretti, scegliendo un ripieno più delicato, oppure sostituire parte del Grana Padano con Parmigiano Reggiano stagionato. Una piccola quantità di scorza di limone grattugiata introduce freschezza, pur allontanandosi dalla formulazione più classica. Negli Stati Uniti la zucca è diventata protagonista di una stagione gastronomica dominata dalle spezie del pumpkin spice, la miscela di cannella, zenzero, chiodi di garofano e noce moscata associata soprattutto ai dolci autunnali. La cuoca canadese Christine Cushing ha dedicato un video ai ravioli con questa miscela, proponendo un ripieno di zucca speziata e un condimento al burro nocciola. È una reinterpretazione che sposta il piatto verso i profumi della torta di zucca americana. C’è poi chi ha deciso di trasformare i ravioli in un dessert vero e proprio. La ricetta americana dei pumpkin ravioli with salted caramel whipped cream utilizza una pasta dolce pronta, un ripieno di zucca e formaggio cremoso e una guarnizione di panna montata al caramello salato. La sfoglia della nonna mantovana, davanti alla panna al caramello, avrebbe probabilmente chiesto spiegazioni.
Dove assaggiarli
Lo Scalco Grasso, Mantova. In via Trieste 55, il ristorante propone i tortelli di zucca con burro e salvia oppure alla mantovana. La preparazione compare anche nel percorso dedicato ai piatti della tradizione. Il locale è segnalato da Gambero Rosso e dalla Guida Michelin, che sottolinea la presenza delle specialità mantovane nella proposta gastronomica.
L’Ambasciata, Quistello. Nella Bassa mantovana, il ristorante conserva un rapporto stretto con la cucina del territorio. I tortelli di zucca sono presenti nella carta, serviti con burro di malga e Parmigiano Reggiano di Quistello stagionato 36 mesi.
Preparare i tortelli in casa richiede tempo, soprattutto quando si decide di partire dalla zucca intera e dalla sfoglia fatta a mano. Il ripieno può aspettare una notte, la pasta ha bisogno di riposare e ogni tortello va chiuso singolarmente. È una ricetta che conserva il ritmo della cucina delle feste, quando qualcuno tirava la sfoglia e qualcun altro disponeva il ripieno, mentre sul tavolo si accumulavano piccoli rettangoli infarinati e nell’aria si mescolavano chiacchiere e ricordi. Una pratica domestica che merita di essere tramandata, insieme alle dosi.
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Alle undici e venticinque di sabato mattina, in una palestra di Monza, Mohamed «Momo» Elmaghraby mangia bresaola e pane integrale. «Stamattina ho fatto già colazione e mi sono allenato», racconta. Più tardi lo aspetta una seconda seduta. Lo spuntino serve a recuperare e a prepararsi alla fatica successiva: il pane porta carboidrati, la bresaola proteine. Eppure, in questa preparazione, c’è più libertà del solito: «A ‘sto giro non è che devo perdere peso: devo metterne!». Il 21 novembre infatti affronterà Clemente Russo a Milano, nella quattordicesima edizione di The Art of Fighting (TAF). L’incontro prevede otto riprese e un limite concordato di novantatré chili: è un catchweight, cioè un peso pattuito per quella specifica sfida. Elmaghraby, che combatte abitualmente nei mediomassimi, deve quindi prepararsi a una taglia superiore.
«Quando sono in top forma sono un peso sugli ottantasei e ottantasette chili», per affrontare Russo racconta di doverne aggiungere sette, anche otto. Quindi può mangiare «senza dover dare troppo peso alla bilancia», con più calorie a disposizione per allenarsi.

Alla domanda sulle rinunce risponde: «Non sto rinunciando a niente», e fin lì, benissimo, ma la parte meno comoda è trasformare le rinunce a niente in peso utile: sette chili di muscoli in tre mesi sono ben altra impresa rispetto a sette chili di pancia, quelli saremmo capaci anche noi di metterli. Di solito le restrizioni alimentari per Momo riguardano dolci, bibite gassate, succhi e cibi salati: «Devo mangiare molto clean, per forza», dice, usando il lessico delle palestre per descrivere un’alimentazione più controllata e sull’alcol taglia corto: «Non apriamo quella porta, figurati!». Zero.
Nato in Egitto e arrivato a vivere in Italia a dodici anni, ha incontrato la boxe alla fine del 2015, dopo un’adolescenza difficile. Dal 2016 ha cominciato ad allenarsi seriamente e anche a tavola ha dovuto imparare. «Prima non guardavo cosa mangiavo e tantomeno capivo il valore nutrizionale» racconta, «non davo peso alle proteine», né agli altri nutrienti. Con lo sport ha iniziato «a informarmi sempre di più su cosa serve al corpo» e così mangiare abbastanza per sostenere gli allenamenti, recuperare e conservare forza è diventato parte del mestiere. Il repertorio dei desideri, intanto, resta ampio. Della cucina egiziana Elmaghraby cita l’anatra con il riso e il brodo, le zucchine e i peperoni ripieni. Poi «una cosa che mi piace tanto, l’hawawshi» una prelibatezza da provare una volta nella vita, difficile – ma non impossibile – da trovare anche a Milano: è in sostanza un panino ripieno di carne – molto, e squisitamente – speziata. La conversazione si sposta sul piacere di mangiarlo e sull’alito che lascia, sul quale concordiamo: piuttosto importante.

La carne occupa da tempo un posto centrale nell’immaginario del pugilato. Nel manuale “Athletics and Manly Sport” di John Boyle O’Reilly, nell’edizione del 1890, la colazione di chi si allena può comprendere costolette di montone, bistecca, pollo o pesce alla griglia. Seguono il riposo per digerire, il sacco e lo sparring, il combattimento di allenamento. Più di un secolo dopo, Laila Ali ricordava a Bon Appétit le bistecche e le patate del padre Muhammad Ali, peso massimo, mentre raccontava per sé avena, albumi e restrizioni per rientrare nel peso. La categoria cambia anche il menu.
Nella boxe, il peso registrato alla pesata può essere diverso da quello con cui si sale sul ring. È qui che entra in gioco il taglio del peso: perdere rapidamente alcuni chili per rientrare nel limite previsto, cercando poi di recuperarli prima dell’incontro. Quando il controllo si svolge il giorno precedente, fra la bilancia e il primo gong resta tempo per bere e mangiare. L’obiettivo è combattere in una categoria inferiore a quella corrispondente al proprio peso abituale, cercando un vantaggio fisico, ma non è un vantaggio garantito. A far scendere rapidamente la bilancia è soprattutto la perdita di acqua, non di grasso.
Contro Russo, Elmaghraby sta affrontando il problema opposto: aumentare di peso per prepararsi a un incontro con un limite superiore a quello abituale, di conseguenza le rinunce sono meno severe, gli allenamenti restano impegnativi: e fra una risposta e l’altra, della bresaola è rimasta ancora una fettina.
Si ringrazia la palestra Ironfit di Monza
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Le devastazioni di Milano non ammettono ambiguità. Chi aggredisce gli agenti, saccheggia i negozi e distrugge la città non esercita un diritto: commette reati e ne deve rispondere. La solidarietà alle forze dell’ordine viene prima di qualsiasi calcolo politico.
Ma proprio qui comincia il problema di Matteo Piantedosi. Di fronte alle critiche di Beppe Sala sulla gestione dell’ordine pubblico, il ministro dell’Interno ha scelto di liquidare il sindaco come esponente della «sinistra radical chic», incapace di condannare i violenti senza cercare colpe nello Stato. Una risposta muscolare, utile alla polemica ma assai meno a chi ha il compito di garantire la sicurezza.
Il punto non è stabilire chi abbia vinto il duello verbale tra il Viminale e Palazzo Marino. È capire se il dispositivo predisposto per affrontare le manifestazioni fosse adeguato e che cosa si possa fare per evitare che episodi simili si ripetano. Sono domande legittime, alle quali un ministro dell’Interno dovrebbe rispondere nel merito. Non sono un atto d’accusa contro la polizia, né un’assoluzione per chi ha devastato Milano.
Piantedosi sostiene che l’operato delle forze dell’ordine sarà valutato a posteriori. Bene: è esattamente ciò che ci si aspetta. Ma se questa verifica è doverosa, non si comprende perché chi solleva il problema debba diventare bersaglio di attacchi personali. La fermezza non consiste nel respingere ogni obiezione; consiste nel dimostrare che le istituzioni sanno affrontarla senza perdere autorevolezza.
C’è una differenza sostanziale tra difendere le forze dell’ordine e usare le forze dell’ordine per difendere il governo. Nel primo caso si tutelano le istituzioni; nel secondo si rischia di trasformarle in un argomento di propaganda, come se discutere le scelte del ministero significasse schierarsi dalla parte dei teppisti. È una confusione che non giova né agli agenti né alla sicurezza dei cittadini.
Chi governa ha una responsabilità che va oltre la condanna, pur necessaria, dei disordini. Deve assicurare che le piazze siano gestite nel modo più efficace possibile, che gli agenti possano operare nelle condizioni migliori e che gli eventuali errori vengano riconosciuti. È per questo che esistono le responsabilità politiche: non per attribuire al ministro ogni gesto di un manifestante, ma per chiedergli conto delle decisioni prese sotto la sua autorità.
Sala, da parte sua, non è esente da critiche solo perché è stato attaccato da Piantedosi. Ma la replica del ministro non risolve le questioni sollevate: le copre con un’etichetta e le trascina sul terreno dello scontro tra maggioranza e opposizione.
La sicurezza non appartiene a una parte politica. E la credibilità di chi la governa non si misura dalla durezza delle dichiarazioni, ma dalla capacità di garantire risultati, rendere conto delle proprie scelte e correggere ciò che non funziona. A Milano servono responsabilità accertate, non bersagli politici.
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L’incendio che ha colpito la storica sede del Comune di Limoges, in Francia, l’assalto alla libreria Feltrinelli di Torino, le devastazioni che hanno accompagnato i cortei di Milano: i fatti di questi giorni riportano alla memoria immagini che credevamo confinate alle pagine più buie del Novecento. Luoghi delle istituzioni, della memoria e della cultura sono diventati bersagli di una violenza che non può essere giustificata né confusa con il dissenso.
Quando dalla ragione si passa al torto
Protestare è un diritto, distruggere e saccheggiare è un reato. È una distinzione elementare, eppure una democrazia rischia di smarrirla ogni volta che gruppi organizzati trasformano una manifestazione in un’occasione di intimidazione. Anche quando le ragioni della protesta sono fondate e il disagio sociale è autentico, anche quando le istituzioni non ascoltano, la violenza resta una scorciatoia che fa passare dalla ragione al torto. Chi rivendica diritti finisce per calpestare quelli degli altri: il diritto di lavorare, di vivere la propria città, di manifestare pacificamente. E finisce per delegittimare le ragioni delle migliaia di cittadini che in piazza ci vanno senza distruggere nulla.
La legalità è il confine della protesta, l’ascolto è il dovere della democrazia, e confondere i due piani significa rinunciare tanto alla sicurezza quanto alla politica. Ma fermarsi all’indignazione sarebbe troppo comodo. Dopo la pandemia, le guerre che hanno riportato la paura in Europa, le disuguaglianze crescenti e il logoramento della fiducia nelle istituzioni, dovremmo chiederci che cosa abbiamo fatto, o non abbiamo fatto, perché la rabbia diventasse uno dei linguaggi dominanti della nostra epoca.
Carlo Invernizzi Accetti, in Vent’anni di rabbia. Come il risentimento ha preso il posto della politica, offre una lettura che merita attenzione. Il risentimento contemporaneo, sostiene, nasce meno dalle condizioni materiali che dalla sensazione di essere irrilevanti, dalla convinzione che le decisioni vengano prese altrove, secondo logiche sulle quali i cittadini non hanno alcuna presa. È una questione di reddito, ma anche di dignità e di riconoscimento.
Il passaggio più interessante riguarda il rapporto tra populismo e tecnocrazia, che si presentano come avversari e finiscono per produrre effetti simili. Il populismo invoca il popolo ma ne riduce la partecipazione all’identificazione con un leader; la tecnocrazia rivendica la competenza ma tratta i cittadini come destinatari di decisioni prese in sedi sottratte al confronto. Da una parte si chiede di applaudire, dall’altra di fidarsi, e troppo raramente di partecipare.
La democrazia si riduce così a procedura elettorale, mentre si svuotano gli spazi in cui dovrebbe formarsi una volontà collettiva. Il voto resta, ma la voce dei cittadini conta sempre meno, e in questo vuoto cresce il risentimento: quando la politica rinuncia a costruire comunità, la rabbia diventa una forma distorta di appartenenza e l’avversario lascia il posto al nemico. Capire queste cause non significa assolvere chi devasta. Significa ammettere che una società incapace di interrogarsi sulle proprie fratture finisce per subirne le conseguenze. E qui emerge una responsabilità che chi lavora nella cultura preferisce spesso ignorare.
La cultura non è innocente
Per anni abbiamo moltiplicato festival, rassegne, premi, capitali della cultura e grandi eventi, misurandone il successo in visitatori, presenze e visibilità mediatica, molto meno nella capacità di generare cittadinanza e ridurre le distanze sociali. Abbiamo parlato di inclusione senza sempre praticarla, celebrato la diversità frequentando ambienti omogenei, invocato il dialogo continuando a parlare soprattutto tra noi.
Il rischio è un sistema autoreferenziale, che rappresenta la società senza riuscire a cambiarne le relazioni e discute di democrazia senza sperimentare la partecipazione. La cultura dovrebbe essere invece il luogo in cui le differenze imparano a convivere, il sapere diventa accessibile e il dissenso trova parole diverse dalla violenza: un’opportunità per chi gli strumenti per comprenderla deve ancora conquistarli, più che un privilegio per chi li possiede già.
SEMI26: la cultura è democrazia
Proprio su quello che non siamo riusciti a fare vogliamo interrogarci a Napoli, dove il 23, 24 e 25 ottobre Cultura Italiae celebra dieci anni di attività con SEMI26. Il titolo, La Cultura è Democrazia, per noi è un impegno prima ancora che un tema. Per questo abbiamo introdotto una novità semplice: al termine degli interventi, saranno i bambini e i ragazzi di alcune scuole napoletane a porre una domanda agli ospiti, libera e anche scomoda, non condizionata dalle convenienze che spesso governano il dibattito pubblico. Le abbiamo chiamate domande impertinenti, perché sono gli adulti ad aver bisogno di essere messi in discussione.
Da troppo tempo parliamo del futuro senza ascoltare chi dovrà viverlo. Progettiamo città, scuole e modelli di sviluppo senza coinvolgere le generazioni che ne erediteranno le conseguenze, e ripetiamo che i giovani sono il futuro come se la formula ci sollevasse dalle responsabilità del presente. La generazione che ci ha preceduto ci ha consegnato un’Europa ricostruita dalle macerie, istituzioni democratiche, diritti sociali e una lunga stagione di pace. Noi rischiamo di lasciare ai nostri figli un mondo più ricco di tecnologia e più povero di fiducia, in cui la paura è diventata una risorsa politica e la rabbia un mercato elettorale.
Una democrazia non vive soltanto di regole ed elezioni, ma della convinzione condivisa che ciascuno possa contribuire a cambiarla. Quando questa convinzione viene meno, le istituzioni continuano a funzionare ma ne perdono l’anima. Non pensiamo che tre giornate possano risolvere le contraddizioni del nostro tempo; possiamo però provare a invertire il metodo, con meno celebrazioni e più ascolto, meno risposte precostituite e più domande. Il contrario della rabbia è la possibilità di contare, e una democrazia svuotata torna a vivere soltanto se qualcuno ricomincia ad ascoltare.
Dovremmo cominciare dai bambini, non perché abbiano già le risposte, ma perché siamo noi adulti ad aver dimenticato le domande.
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Qual è la notizia? Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato un accordo con il dittatore russo Vladimir Putin per aumentare le forniture di diesel al mercato americano e mondiale. Lo stesso giorno il Tesoro statunitense ha autorizzato la vendita, la consegna e l’importazione di gasolio russo, anche negli Stati Uniti, fino al 7 aprile 2027. Trump sostiene che l’accordo farà scendere i prezzi dei carburanti. L’annuncio del presidente è arrivato a meno di un mese dalle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre, in cui si rinnoveranno tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. La deroga del Tesoro è arrivata tre settimane dopo la firma, il 18 settembre, di una legge dello stesso Trump che autorizzava nuove sanzioni contro la Russia. Washington aveva però già concesso deroghe energetiche a marzo e aprile di quest’anno, permettendo di vendere petrolio e derivati russi caricati sulle navi entro date prestabilite. Quella di ottobre riguarda il diesel, dura quasi sei mesi e comprende anche nuovi carichi. Trump continua a chiedere all’Ucraina di interrompere gli attacchi con i droni alle raffinerie russe, accusandola di aggravare la carenza di diesel. Zelensky contesta l’intesa perché permette a Mosca di incassare denaro con cui finanziare la guerra. L’11 ottobre Trump ha annunciato una tregua sugli impianti energetici, ma i bombardamenti russi sono proseguiti.
Il 14 ottobre, nell’intervista a Piers Morgan, Zelensky ha detto di sentirsi «tradito» dal presidente degli Stati Uniti. Il 15 Kyjiv ha ripreso gli attacchi alle raffinerie. Quella sera, intervistato dall’emittente americana Newsmax, Trump ha definito quei raid una «vergogna», ha detto di non essere «un grande fan» di Zelensky e di trovare più difficile trattare con lui che con Putin. La crisi ha coinvolto anche Starshield, il servizio satellitare militare di SpaceX, l’azienda di Elon Musk. Tra il 13 e il 14 ottobre alcune restrizioni ai collegamenti hanno ostacolato le operazioni dei droni ucraini, anche quelli usati per intercettare i droni russi. Nel frattempo Musk ha attaccato il presidente ucraino su X: «È ora che Zelensky se ne vada». In Italia, nel discorso in Parlamento del 14 ottobre prima del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha criticato l’accordo sul diesel, definendolo «rischioso» perché può legittimare Mosca e darle nuove risorse per la guerra. Alcuni senatori dell’area riformista del Partito democratico hanno applaudito la sua difesa del sostegno all’Ucraina. Il 16 ottobre, dopo l’incontro con i leader europei a Bruxelles, il presidente ucraino ha confermato che il servizio di Starshield era migliorato, ma non era stato completamente ripristinato. Durante la conferenza stampa, il giornalista di Sky News Alistair Bunkall ha chiesto a Zelensky se si sentisse usato come capro espiatorio per il caro diesel e le difficoltà di Trump in vista delle elezioni. Quindici secondi di silenzio. Poi un sorriso. «Questa è la mia risposta», ha detto.
Il punto. Domande e risposte.
Che cosa prevede concretamente l’accordo tra Trump e Putin?
La Russia fornirà al mercato americano e mondiale oltre 300mila tonnellate di gasolio subito, altre 500mila a novembre e un milione successivamente. Trump ha aggiunto che Mosca potrebbe metterne a disposizione altri tre milioni in poco tempo, ma ha subordinato questa possibilità alle condizioni delle raffinerie russe. E per questo motivo ha chiesto all’Ucraina di non attaccarle. Per consentire queste vendite, Washington ha autorizzato fino al 7 aprile 2027 le operazioni commerciali sul diesel russo prima vietate dalle sanzioni, comprese le importazioni negli Stati Uniti. Le imprese possono quindi acquistarlo, trasportarlo e rivenderlo. L’autorizzazione comprende anche il gasolio che sarà prodotto e imbarcato nei prossimi mesi: permette alla Russia di organizzare nuove esportazioni, oltre a vendere i carichi già disponibili.
Il prezzo del diesel quindi calerà in tutto il mondo?
In generale, se arriverà sul mercato più gasolio e la domanda rimarrà la stessa, gli acquirenti avranno più scelta e i venditori dovranno competere sul prezzo. Se invece la Russia venderà a nuovi compratori carburante che avrebbe comunque esportato altrove, l’offerta mondiale aumenta poco o per niente. Contano poi le quantità. Le prime 300 mila tonnellate promesse da Putin equivalgono a meno di un giorno di consumo del solo settore dei trasporti americano. Possono aiutare, ma non risolveranno da sole la crisi di forniture dovuta alla guerra in Iran.
Perché Trump insiste tanto sul diesel?
Perché il gasolio caro aumenta i costi dei trasporti e dell’agricoltura. A settembre, negli Stati Uniti, il prezzo medio alla pompa è stato di 6,29 dollari per gallone, circa 3,8 litri. Trump ha indicato agricoltori e camionisti fra i principali beneficiari dell’accordo con Putin. Gli Stati Uniti estraggono molto petrolio, ma per ottenere gasolio devono raffinarlo e trasportarlo dove serve. La costa orientale consuma più carburante di quanto ne producano le sue raffinerie e riceve forniture da altre regioni americane e dall’estero.
Trump può autorizzare queste importazioni senza il Congresso?
In teoria una legge del 2022 vieta le importazioni di prodotti energetici russi. Per rimuovere il divieto sono richieste condizioni precise, fra cui la fine delle ostilità accettata dal governo ucraino e una procedura che coinvolge il Congresso. Alcuni parlamentari sostengono che una licenza del Tesoro non possa aggirare quella legge. Il 13 ottobre dodici senatori, sei democratici e sei repubblicani, hanno chiesto a Trump di revocare l’accordo e applicare le sanzioni previste dalla legge del 18 settembre.
Sono stati gli attacchi ucraini a far aumentare i prezzi?
Non sono la causa principale. Gli attacchi possono ridurre la produzione e le esportazioni russe, ma il rincaro mondiale è dovuto alla crisi nello Stretto di Hormuz dove un tempo passava un quinto del diesel mondiale via nave. L’agenzia americana per l’energia, l’Eia, ha attribuito l’aumento dei prezzi di settembre soprattutto agli attacchi degli Houthi contro infrastrutture e petroliere in Medio Oriente. Fra questi cita anche quelli all’oleodotto saudita che permette di esportare petrolio dal Mar Rosso evitando Hormuz.
Perché l’Ucraina attacca le raffinerie russe?
Per ridurre la capacità della Russia di produrre carburante e incassare denaro per finanziare la guerra dalle esportazioni. Le raffinerie trasformano il petrolio in prodotti vendibili, fra cui il diesel. Danneggiarle può costringere Mosca a ridurre le lavorazioni e spendere risorse per ripararle.
Putin che cosa ha promesso in cambio dell’aiuto di Trump?
Nessun impegno pubblico a fermare gli attacchi all’Ucraina o ad accettare un cessate il fuoco generale. Secondo diversi media americani, gli inviati speciali di Trump, il genero Jared Kushner e Steve Witkoff, il 9 ottobre avrebbero spiegato la loro strategia ai rappresentanti ucraini a Miami: concedere a Mosca un vantaggio economico dovrebbe renderla più disponibile a negoziare. Ma nella stessa riunione avrebbero riconosciuto che Putin non era ancora pronto a trattare.
Ma Trump non aveva già fatto la pace con Putin in Alaska?
No. Il vertice di Anchorage del 15 agosto 2025 si è concluso senza un accordo di pace e senza un cessate il fuoco. Trump e Putin si sono incontrati senza Zelensky; i combattimenti sono continuati. Putin ha ottenuto un ottimo risultato diplomatico: dopo anni di isolamento nei rapporti con gran parte dei governi occidentali, il presidente americano lo ha accolto negli Stati Uniti con il tappeto rosso e gli onori militari. Trump ha cambiato invece la condizione da cui far partire i negoziati. Prima del vertice chiedeva una tregua, durante la quale negoziare la pace. Dal 16 agosto in poi ha sostenuto che bisognasse arrivare direttamente a un accordo di pace. Ha accettato così il percorso proposto da Mosca: discutere la soluzione definitiva continuando a combattere.
Quante volte Trump ha cambiato posizione su Ucraina e Russia?
Tante. Dopo la rielezione del novembre 2024, Trump ha puntato su un accordo rapido con Putin e ha concentrato le pressioni su Zelensky. Tra febbraio e marzo 2025 ha avviato i colloqui diretti con Mosca e sospeso per alcuni giorni gli aiuti militari e la condivisione dell’intelligence con l’Ucraina. Li ha poi ripristinati quando Kyjiv ha accettato la proposta americana di tregua. Tra la primavera e luglio 2025 ha alzato i toni contro Putin, che ha continuato a bombardare. Ha minacciato nuove sanzioni e, a luglio, annunciato altre armi per l’Ucraina, pagate dagli alleati, dando a Mosca una scadenza per raggiungere un accordo. Ad agosto, dopo il vertice di Anchorage, come ti ho detto ha rinunciato a pretendere un cessate il fuoco prima dell’accordo di pace, accettando la posizione di Mosca. Tra settembre e ottobre 2025 ha di nuovo aumentato la pressione sulla Russia: ha detto che l’Ucraina poteva riconquistare tutti i territori persi e ha sanzionato Rosneft e Lukoil, le due principali compagnie petrolifere russe. Nel mezzo, però, ha riaperto il dialogo con Putin e frenato sulla consegna dei missili Tomahawk chiesti da Zelensky.
Ho mal di testa.
Non è finita. Da novembre 2025 all’inizio del 2026 è tornato a chiedere soprattutto concessioni ucraine. La sua amministrazione ha sostenuto una bozza di pace con cessioni territoriali, limiti all’esercito ucraino e rinuncia all’ingresso nella NATO. A gennaio Trump ha indicato Zelensky come l’ostacolo all’accordo. Poi il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. La guerra ha fatto salire i prezzi dell’energia e, da marzo, Trump ha autorizzato vendite di petrolio russo vietate dalle sanzioni. Ha prorogato le deroghe anche dopo aver annunciato di volerle interrompere, poi a giugno le ha lasciate scadere. Tra luglio e settembre 2026 ha assicurato nuovo sostegno a Kyjiv: ha promesso all’Ucraina una licenza per produrre intercettori Patriot e, il 18 settembre, ha firmato la legge che autorizza nuove sanzioni contro la Russia. Infine è arrivato l’accordo sul diesel.
Ho letto che Trump ha chiesto nuove elezioni in Ucraina. Perché lì non si vota?
La legge marziale, introdotta il 24 febbraio 2022 dopo l’invasione russa su larga scala e poi prorogata, vieta le elezioni. L’articolo 108 della Costituzione stabilisce inoltre che il presidente eserciti le sue funzioni fino all’insediamento del successore. La scadenza del mandato quinquennale di Zelensky, nel 2024, non lo ha quindi fatto decadere automaticamente. L’11 ottobre Zelensky ha risposto a Trump offrendo di organizzare il voto con sessanta giorni di cessate il fuoco totale. È una proposta politica: una tregua non revoca automaticamente la legge marziale. Restano da stabilire le regole e garantire la partecipazione dei militari, degli sfollati e degli ucraini all’estero. La Russia si è detta disponibile a sospendere gli attacchi per il giorno del voto, ma ha respinto la tregua di sessanta giorni.
Che cosa sono Starlink e Starshield?
Sono servizi satellitari di SpaceX, l’azienda di Elon Musk. Starlink fornisce una connessione a internet attraverso un’antenna collegata a una rete di satelliti. In Ucraina permette di comunicare anche dove le infrastrutture terrestri sono state distrutte o non funzionano. Starshield usa la tecnologia di Starlink per servizi destinati ai governi e alla sicurezza nazionale, con protezioni aggiuntive. Le forze ucraine lo impiegano anche per mantenere il collegamento con alcuni droni.
Che cosa è successo ai droni ucraini?
Fra il 13 e il 14 ottobre diversi reparti hanno segnalato interruzioni della connessione quando i terminali si muovevano oltre una certa velocità. Un’unità impegnata nella zona di Huliaipole ha riferito pause di dieci o venti secondi già a 110-120 chilometri orari. Si tratta della velocità del drone che trasporta l’antenna. Se il collegamento cade, l’operatore può perdere immagini e controllo del mezzo. Rallentare per mantenerlo può rendere il drone più vulnerabile. Il problema riguarda anche i velivoli usati per intercettare i droni russi: può quindi indebolire la difesa delle città oltre alle operazioni sul fronte.
Chi ha deciso queste restrizioni?
Secondo Reuters, l’ordine sarebbe partito dall’interno della Casa Bianca ed è stato trasmesso al Pentagono. L’agenzia cita due funzionari americani e uno occidentale informati della vicenda. Nessuno di loro però ha identificato la persona che avrebbe preso la decisione. Un alto funzionario americano ha negato che Trump abbia chiesto di limitare Starshield. La Casa Bianca non ha risposto alla domanda sul possibile coinvolgimento di altri funzionari. Musk sostiene che le condizioni d’uso del servizio militare dipendano dal governo americano. Per ora non sappiamo chi abbia ordinato le restrizioni né possiamo attribuirle personalmente a Trump o a Musk.
Limitare Starshield impedisce gli attacchi alle raffinerie russe?
Non direttamente, secondo l’Institute for the Study of War e il Critical Threats Project. I due centri di ricerca spiegano che i servizi impiegati dagli ucraini hanno restrizioni geografiche e non sono disponibili per le missioni sul territorio russo. I droni che arrivano alle raffinerie devono usare altri sistemi. I limiti a Starshield colpiscono le operazioni in Ucraina, compresi i territori occupati dalla Russia. Possono ostacolare gli attacchi sul fronte, la logistica e l’intercettazione dei droni russi. Perciò il danno alle forze ucraine può essere ampio anche senza fermare le missioni contro le raffinerie.
Gli Stati Uniti hanno interrotto anche le informazioni sui missili russi?
Zelensky ha denunciato la mancata ricezione di avvisi americani sui missili balistici in arrivo. In una intervista al Financial Times ha anche detto che funzionari statunitensi avevano minacciato di bloccare le informazioni se Kyjiv non avesse fermato gli attacchi energetici. Trump ha negato l’interruzione della collaborazione. Il 15 ottobre il parlamentare ucraino Yehor Cherniev ha confermato a Business Insider che lo scambio di informazioni continuava. La collaborazione può proseguire anche se singoli flussi di dati si interrompono: non sappiamo quali avvisi siano mancati e per quanto tempo. Gli allarmi sui missili e il collegamento internet di un drone svolgono inoltre compiti diversi. Un problema con Starshield non dimostra da solo che Washington abbia smesso di condividere le informazioni raccolte dai suoi sensori.
Chi paga i collegamenti di SpaceX?
Li finanziano anche i governi. La Polonia, per esempio, ha acquistato terminali per l’Ucraina e si è impegnata a coprire i relativi abbonamenti. Il Pentagono acquista servizi satellitari militari. I finanziamenti degli alleati aiutano a mantenerli operativi, ma il pagamento di un contratto non trasferisce automaticamente al compratore tutte le decisioni sulle condizioni d’uso del servizio.
Gli Stati Uniti hanno smesso anche di fornire armi?
Non è stato annunciato uno stop generale. Le armi americane possono arrivare in Ucraina anche quando sono altri paesi a pagarle. Dal luglio 2025 esiste il programma PURL: gli alleati finanziano acquisti di armi e munizioni dagli Stati Uniti e la NATO coordina le richieste ucraine e le forniture. Questo permette agli europei di sostenere una parte maggiore dei costi. Rimane però necessario che Washington autorizzi e renda disponibili i sistemi richiesti. I fondi impegnati per un acquisto non indicano che tutte le armi siano già state consegnate.
L’Europa può sostituire rapidamente i sistemi satellitari americani?
L’Alta rappresentante per la politica estera europea, l’estone Kaja Kallas, ha riconosciuto che l’Unione europea non può sostituire Starlink rapidamente. L’Ue ha avviato GOVSATCOM, che mette in comune capacità satellitari già esistenti per gli utenti governativi. Sta inoltre sviluppando IRIS², una propria rete per le comunicazioni sicure. A febbraio la Commissione ha indicato il 2029 come obiettivo per una prima versione semplificata del progetto. Per rendere operativa un’alternativa in Ucraina servono anche terminali compatibili, copertura e collegamenti adatti alle operazioni militari.
Che cosa ha chiesto Zelensky ai leader europei?
Almeno 70 miliardi di euro aggiuntivi per il 2027, da destinare alla difesa, alle armi e alla capacità del paese di continuare a resistere. Ha indicato una necessità immediata per l’inverno: 300 missili intercettori per i sistemi Patriot, con cui contrastare gli attacchi balistici russi. Ha chiesto anche nuove sanzioni contro chi produce le armi impiegate da Mosca.
Non ho capito la polemica sul discorso di Meloni sull’Ucraina
Alcuni senatori del Pd hanno applaudito il passaggio in cui Meloni ha criticato chi propone di smettere di aiutare militarmente l’Ucraina. La presidente del Consiglio ha sostenuto che togliere a Kyjiv la possibilità di difendersi favorirebbe l’occupazione russa: «La resa non è pace, è conquista». Fra i senatori del Pd che hanno applaudito ci sono Graziano Delrio, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. Appartengono all’area che i giornali chiamano riformista, più moderata e favorevole a un rapporto stretto con gli alleati europei e americani. Sull’Ucraina difendono il sostegno anche militare. Delrio ha poi spiegato che aiutare Kyjiv e cercare una soluzione diplomatica sono impegni compatibili. Sensi ha anche criticato il governo per i ritardi del nuovo decreto sugli aiuti militari, chiedendo che alle parole di Meloni seguano le decisioni.
Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede. Perché ne parlano tutti?
Punto primo.
Perché anche se siamo abituati all’imprevedibilità di Trump, ci ostiniamo a voler capire dove voglia andare a parare. Che cosa c’è dietro l’accordo sul diesel? Perché tornare a fare concessioni a Putin e ad attaccare Zelensky? Sono passati più di quattro anni e mezzo dall’inizio dell’invasione russa su larga scala e il presidente degli Stati Uniti non è riuscito a fermare la guerra che aveva promesso di chiudere in ventiquattr’ore. Nonostante questo fallimento politico rimane la curiosità: riuscirà a farlo prima della fine del suo secondo mandato?
Con Trump il giornalismo politico può sbizzarrirsi in una delle sue attività preferite: spiegare che cos’ha davvero in mente un leader. Gli esperti di cose americane consigliano di guardare al calendario elettorale. Il 3 novembre si voterà per le elezioni di metà mandato in cui si rinnoveranno molti seggi del Congresso americano. Il partito Repubblicano rischia di perdere la maggioranza della Camera, mentre per il Senato le previsioni sono ancora incerte. Trump non ha alcun risultato positivo da sbandierare: non ha concluso una pace con l’Iran dopo averlo attaccato a febbraio e lo Stretto di Hormuz è ancora pericoloso da attraversare. Questa crisi ha portato all’aumento del prezzo dei carburanti e la cosa non fa piacere a milioni di americani. L’accordo con Putin può ottenere due risultati in un colpo solo: mostrare di aver fatto passi in avanti nella trattativa per la pace in Ucraina e aver trovato una soluzione tampone al caro carburante.
Altri analisti vedono invece in questa mossa una tecnica sopraffina: concedere qualcosa a Putin per convincerlo finalmente a negoziare. Altri, per esempio Linkiesta, sostengono invece che cercare una strategia serva a poco: Trump improvvisa, nella speranza che alla fine tutto si sistemerà. Una forma di pronoia, il rovescio della paranoia: la convinzione che il mondo cospiri a nostro favore. Anche quando sembra fare il contrario.
Addirittura, per Christian Rocca, direttore editoriale de Linkiesta, non c’è stata nessuna giravolta. Trump non ha tradito Zelensky perché non lo ha mai davvero sostenuto, anzi ha cercato di indebolirlo fin dal primo mandato. Nel 2019 gli chiedeva materiale contro il figlio di Biden, minacciando di ritirare gli aiuti americani. Oggi torna ad attaccarlo mentre fa un altro favore a Putin.
Punto secondo
Lo abbiamo ricordato altre volte: il giornalismo funziona anche perché permette di ritrovare personaggi e comportamenti che conosciamo dentro storie complicatissime. Il prepotente, il suo sodale più realista del re, chi deve tenergli testa pur avendo bisogno del suo aiuto. Nel rapporto tra Trump e Zelensky ci sono tutti e tre. E ci si può appassionare anche senza seguire ogni sviluppo della guerra, perché la domanda è abbastanza familiare: come si tratta con uno così?
Il 28 febbraio 2025, nello Studio Ovale, Trump disse a Zelensky che non aveva le carte per negoziare e JD Vance gli rimproverò di non essere abbastanza grato. La scena, in diretta mondiale, fu letta da molti come due bulli che se la prendevano con il leader di un paese invaso. Zelensky provò a contestare puntualmente i loro argomenti e la discussione degenerò. Da quella scena il presidente ucraino sembra aver imparato che cercare di convincere Trump davanti alle telecamere serve a poco. Meglio rispondergli con una battuta oppure prenderlo in parola: accettare di discutere le sue proposte e chiedergli di creare le condizioni per realizzarle.
Nei mesi successivi ha affinato questo metodo. Nel maggio 2025 Trump lo sollecitò ad accettare i colloqui proposti da Putin in Turchia. Zelensky annunciò che ci sarebbe andato e che avrebbe aspettato il presidente russo di persona. Putin non si presentò. Il 18 agosto 2025, quando tornò nello Studio Ovale, Zelensky ritrovò anche Brian Glenn, il giornalista dell’emittente conservatrice Real America’s Voice che sei mesi prima gli aveva chiesto perché non indossasse un abito e se ne possedesse uno. Era una presa in giro dell’abbigliamento militare che il presidente ucraino aveva scelto dall’inizio dell’invasione russa del 2022, per solidarietà con i soldati al fronte. Stavolta Zelensky si presentò con giacca e camicia nere e Glenn gli fece i complimenti: «Sta benissimo con quel vestito». Zelensky rispose: «Ma lei ha lo stesso vestito. Vede? Io mi sono cambiato, lei no».
Un anno dopo, lo scorso 8 luglio, al vertice Nato di Ankara, Trump gli chiese se sarebbe andato a Mosca per incontrare Putin. Zelensky rispose che era difficile, perché da quelle parti c’erano molti droni ucraini ed era pericoloso. Una battuta per ricordare che qualche carta l’aveva ancora. In quello stesso incontro Trump lo aveva elogiato: «Ha fatto un lavoro straordinario». Vale la pena ricordarselo adesso che è tornato a dire di non esserne «un grande fan».
Negli ultimi giorni il metodo è tornato utile. L’11 ottobre Trump ha invitato gli ucraini a scegliersi un nuovo presidente. Invece di ribattere che in un momento di guerra sarebbe stato rischioso fare elezioni suscettibili di influenze e brogli, Zelensky ha chiesto sessanta giorni di cessate il fuoco totale per organizzare le elezioni. Ma i russi hanno risposto che ne avrebbero concesso solo uno. Il giorno dopo, parlando della tregua energetica annunciata dal presidente degli Stati Uniti, ha spiegato di averlo saputo dai media e di continuare a vedere attacchi russi. Evidentemente Putin non leggeva Truth Social, ha osservato. La battuta nella conferenza stampa di Bruxelles è stato l’ultimo esempio. I giornalisti in sala hanno riso. Qualche consulente di comunicazione avrà preso appunti.
Punto terzo
Perché l’Ucraina è ormai uno degli argomenti sui quali gli alleati litigano quasi quanto gli avversari. Succede nella maggioranza, dove Giorgia Meloni ha mantenuto una linea di sostegno all’Ucraina mentre Matteo Salvini continua a contestare la prosecuzione degli aiuti militari. Lo stesso Salvini che nel 2017 firmò un accordo di collaborazione con Russia Unita, il partito di Putin, poi dichiarato dalla Lega privo di valore dopo l’invasione.
Nel campo largo la discussione va avanti da tempo. Il Pd è favorevole agli aiuti, compresi quelli militari. Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte e Alleanza Verdi e Sinistra sono contrari alla prosecuzione dell’invio di armi e insistono sui negoziati. Tutti parlano di pace, ma quando si deve decidere che cosa dare agli ucraini per difendersi, in attesa che Putin accetti di trattare, le risposte sono diverse.
Elly Schlein sta cercando un compromesso. Alla Camera, il 14 ottobre, i partiti del campo largo hanno presentato risoluzioni separate, ma si sono astenuti reciprocamente sui passaggi relativi all’Ucraina, evitando di votarsi contro come in passato. La segretaria del Pd lo ha definito un passo avanti. Il suo partito continua a sostenere gli aiuti, ma accetta di astenersi su documenti che contestano la prosecuzione delle forniture militari. La distanza sulle armi rimane; per il momento hanno trovato il modo di non litigarci anche al momento del voto.
Meloni ha sfruttato queste divisioni nel discorso in Parlamento. Ha rivendicato di aver sempre tenuto il governo dalla parte dell’Ucraina e ha attaccato chi chiede di interrompere gli aiuti militari a Kyjiv: «La resa non è pace, è conquista». Come abbiamo scritto, a quel passaggio hanno applaudito anche alcuni senatori del Pd: Graziano Delrio, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. Esponenti di quell’area più moderata, europeista e atlantista che i giornali chiamano riformista e che sull’Ucraina chiede da sempre un sostegno netto, anche militare.
Per la stampa è un’altra puntata delle «due anime del Pd», un filone molto battuto da quando Schlein è diventata segretaria: i moderati da una parte, la sinistra vicina a lei dall’altra. Le primarie del 2023 avevano offerto parecchio materiale. Stefano Bonaccini aveva vinto il voto degli iscritti, poi Schlein aveva ribaltato il risultato ai gazebo, dove potevano votare anche i non iscritti. Da allora le divergenze interne hanno alimentato interviste, retroscena e previsioni su chi sarebbe rimasto e chi se ne sarebbe andato. Gli applausi a Meloni si prestano benissimo a riaprire la discussione.
Qualcuno, nel frattempo, se n’è andato davvero. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ha lasciato il Pd il 4 giugno, dopo aver contestato a lungo la linea di Schlein sull’Ucraina e il rapporto con il Movimento 5 Stelle. Ha fondato Spazio Pubblico e ora lavora con Carlo Calenda: alla festa del Foglio ha annunciato una lista comune con Azione per le prossime elezioni. Anche per questo ogni dissenso dei riformisti rimasti nel Pd viene seguito con attenzione: potrebbe essere una polemica destinata a rientrare, oppure l’inizio di un altro addio.
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L'articolo Perché Trump aiuta Putin a vendere diesel e se la prende con Zelensky proviene da Linkiesta.it.