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La politica si indigna per le violenze ma ignora 300.000 minori in povertà assoluta

19 October 2026 at 10:50

Fa bene la politica tutta ad indignarsi nei confronti dei disperanti atti di violenza da parte di giovani minorenni. Ma la politica quando e come si è interessata a loro? Quando si è indignata a reti unificate contro la violenza degli sfratti che coinvolgono minori? Eppure ogni anno sono circa 20.000 le famiglie che subiscono lo sfratto esecutivo senza alcuna alternativa abitativa. Sono almeno 8/10.000 i minori, anche disabili o che hanno bisogno di cure che vengono sfrattati e messi per strada dall’unico volto dello Stato che vedono: quello della polizia che li mette sul marciapiede.

Eppure sfrattare minori in periodo scolastico mette a rischio il diritto alla formazione, un diritto costituzionale al pari del diritto alla proprietà privata.
Quante volte avete sentito un politico di qualunque versante indignarsi su questo, a rete unificate? Ci sono, nel milione di famiglie in povertà assoluta, ripeto povertà assoluta, 300.000 minori che vivono in affitto, quando la politica, al di là dei comunicati stampa il giorno dei dati Istat, si è indignata ed ha proposto qualcosa di vero e concreto per affrancarli da quella povertà? Quando è stato tolto il reddito di cittadinanza a 400.000 famiglie e con esso il contributo affitto di 280 euro/mese, chi si è indignato.

Quanti minori vivono quella condizione? Solo lo scorso anno in Italia 75.000 abitazioni sono state oggetto di esproprio e, dicono i dati, nel 60% dei casi riguardano famiglie di lavoratori e pensionati che non sono riusciti a pagare ratei di mutui. Quanti sono i minori coinvolti negli espropri? Chi si è indignato a reti unificate per questo? E quando hai la scuola fatiscente spesso persino senza condizionatori o mezzi di prevenzione degli incendi, e ad ogni legge di bilancio sono stati prorogati i termini alle scuole persino per mettere gli estintori chi si è indignato a reti unificate?

Chi si è indignato rispetto a tutti questi atti di violenza sociale di Stato? Quale presidente del Consiglio, ministro, presidente di regione, sindaco e parlamentare si è indignato rispetto a questi atti di violenza? Ed infine se si prospetta ai giovani di essere precari a vita, pure sottopagato, oppure di andare in prima linea in guerra e nel frattempo tanto per formarti sei povero e devi restare povero, è possibile che come si dice a Roma: a qualcuno salti la brocca?

La risposta della politica ai giovani quale è stata? Un coro di no verso atti di violenza certo deprecabili e disperanti, ma nessuno che abbia dato una risposta concreta visibile. Addirittura si riunisce il Consiglio dei ministri. Per deliberare forse atti politici e sociali contro gli atti di violenza di Stato sopra descritti? No lo fa come stato di crisi e approvare ulteriori atti repressivi e anni di galera. E mentre si ciarla di leggi elettorali o primarie o di spiccioli di bollo auto da non pagare che ci costa 2,3 miliardi di euro, sprecati cosi ignobilmente, quale futuro o suggestione si propone ai giovani?

Ce li avevano descritti apatici, seguaci di influencer li scopriamo in piazza contro il carovita, contro il caroaffitti e che dicono no alle smart city fondate su precariato e rider. Si sono fatti vedere, anche sbagliando, ma mentre tutti si sono seduti dalla parte giusta una parte di loro si è messa dalla parte del torto, credo che vadano ascoltati non manganellati.

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I dati sulla povertà assoluta confermano che l’affitto è un fattore di forte vulnerabilità economica

15 October 2026 at 11:37

L’Istat ha pubblicato i dati sulla povertà assoluta nel 2025.

Nel 2025, in Italia, oltre 2,1 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di persone. L’incidenza resta stabile rispetto al 2024, attestandosi all’8% tra le famiglie e al 9,3% tra gli individui. Dietro questi numeri emerge un dato che richiama il tema della precarietà abitativa: 999mila famiglie in povertà assoluta vivono in affitto, quasi la metà del totale delle famiglie in povertà assoluta.

Il rapporto tra condizione abitativa e povertà è evidente. Tra le famiglie che pagano un affitto l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 20,9%, contro il 4,5% di quelle che vivono in una casa di proprietà. Per chi abita in un alloggio in usufrutto o a titolo gratuito, il dato è del 10,2%. L’affitto rappresenta dunque un fattore di forte vulnerabilità economica, soprattutto per chi dispone di redditi molto limitati e deve destinare una parte significativa del proprio reddito alle spese abitative.

La situazione è ancora più critica per le famiglie con figli. L’incidenza della povertà assoluta tra quelle con minori che vivono in affitto sale al 28,7%, contro il 6% delle famiglie proprietarie e il 10,5% di quelle in usufrutto. Quasi tre famiglie con minori su dieci tra quelle in locazione si trovano in condizioni di povertà assoluta. Un dato che evidenzia quanto il costo della casa possa incidere sulle condizioni di vita dei minori e sulle possibilità delle famiglie di sostenere le spese essenziali.

La questione abitativa si conferma così centrale nelle politiche di contrasto alla povertà. L’affitto è una spesa difficilmente comprimibile, che sottrae risorse ad alimentazione, salute, istruzione. Per le famiglie in povertà assoluta, l’affitto medio secondo Istat è di circa 379 euro al mese, contro i 454 euro delle famiglie non povere. Ma attenzione: questi affitti medi sono la media di tutti gli affitti, compresi quelli delle case popolari. Una differenza che non attenua il problema.

Di fronte a questi numeri, diventa prioritario rafforzare le politiche abitative pubbliche. Ampliare il patrimonio di edilizia residenziale pubblica. Aumentare il numero di case popolari disponibili significa offrire un’alternativa concreta alle famiglie che non riescono a sostenere i canoni del mercato privato sia libero che agevolato. A questo obiettivo possono contribuire il recupero degli immobili pubblici e privati inutilizzati, la riqualificazione e recupero degli alloggi esistenti e una programmazione stabile di nuovi investimenti.

Il sostegno economico all’affitto come misura di contrasto agli sfratti resta strumento importante, ma rischia di non essere sufficiente, o solo un travaso di risorse pubbliche verso i proprietari, se manca un’offerta adeguata di abitazioni pubbliche a canone sociale. Serve quindi una strategia di lungo periodo che consideri la casa non soltanto come un bene di mercato, ma come un elemento fondamentale del welfare e della tutela sociale pubblica.

Le differenze territoriali confermano la portata del problema: tra le famiglie in affitto, l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 22,4% nel Mezzogiorno, il 21,3% nel Nord e il 17,8% nel Centro. Particolarmente esposte sono anche le famiglie in affitto con almeno un componente migrante, per le quali l’incidenza sale al 32,8%, contro il 14,9% delle famiglie composte esclusivamente da italiani.

La stabilità della povertà rispetto al 2024 non deve dunque essere scambiata per un superamento dell’emergenza. I dati mostrano che il disagio economico è strettamente legato anche alle condizioni abitative e colpisce soprattutto chi non possiede una casa e deve mantenerla attraverso un affitto. Investire nell’edilizia residenziale pubblica, aumentando la disponibilità di alloggi ad affitti rapportabili al reddito netto, rappresenta una leva essenziale per contrastare la povertà, ridurre le disuguaglianze e garantire alle famiglie povere, il diritto a una casa effettivo.

Purtroppo i segnali di politiche abitative che vengono dall’Unione europea, Governo, Regioni e Comuni non sembrano affrontare la questione in termini di incremento dell’edilizia residenziale pubblica, continuando a proporre programmi abitativi di privati o fondi immobiliari. Questo è il nodo da sciogliere.

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