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Perché Tusk e Budanov sollevano il velo sui caduti riportati dall’Ucraina?

By: A A
2 October 2026 at 10:30

Le perdite dell’Ucraina diventano sempre più difficili da nascondere di fronte ai crescenti problemi di mobilitazione e alla carenza di risorse umane. Le dichiarazioni di Tusk e Budanov sollevano il velo sulla portata della crisi, che potrebbe portare a un ulteriore inasprimento della mobilitazione.

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Lo scorso maggio, Anne Keast-Butler, direttrice del Government Communications Headquarters (Gchq) britannico, ha dichiarato che, alla fine di maggio, le forze armate russe avevano subito quasi mezzo milione di morti e circa un milione tra feriti e dispersi.

Richard Knighton, Capo di Stato Maggiore delle forze armate britanniche, ha fornito ulteriori dettagli. Secondo le sue valutazioni, enunciate l’11 settembre, l’esercito russo avrebbe riportato una quota preponderante delle perdite a partire dal gennaio 2023. Cioè da quando «la Russia ha conquistato appena il 2% del territorio ucraino […]. Credo che queste cifre mostrino chiaramente lo spreco insensato e futile di vite umane a fronte di progressi così scarsi e per un obiettivo così illegittimo del presidente Putin», ha affermato Knighton.

Per lo Stato Maggiore di Londra, le perdite totali subite dalla Russia in Ucraina supererebbero l’ammontare complessivo dei caduti registrati dalle forze armate sovietiche e russe in tutti i conflitti combattuti dalla seconda metà del XX Secolo.

Le stime dell’alto comando britannico risultano sostanzialmente convergenti con quelle formulate dal Center for Strategic and International Studies (Csis) statunitense, che all’inizio di luglio quantificava in 1,4 milioni di unità il totale delle vittime riportato dalla Russia, tra cui circa 450.000 morti.

Mediaziona, testata indipendente russa che, con la collaborazione della «Bbc», tiene dall’inizio del conflitto il conto dei caduti russi sulla base dell’analisi di registri cimiteriali, necrologi e post sui social network, fornisce una stima di quasi 260.000 morti e oltre 350.000 feriti al 21 settembre.

Quanto alle perdite ucraine, è molto più difficile reperire stime pubbliche all’interno dei Paesi membri della Nato. Un delle poche eccezioni era costituita dal Csis, che a giugno stimava 125.000-150.000 morti e 400.000-500.000 feriti.

Qualcosa è tuttavia cominciato a cambiare. Lo scorso 17 settembre, nel corso di un intervento pronunciato davanti alla Camera Bassa del Parlamento polacco, il primo ministro Tusk ha affermato, sulla base di informazioni ottenute dal governo ucraino, che, «di recente, l’Ucraina ha registrato 27.000 tra morti e feriti al mese; si tratta, purtroppo, di cifre record nel senso più triste del termine per questa guerra. A questo ritmo, l’inverno in Ucraina potrebbe rivelarsi catastrofico».

Tusk ha imputato il netto peggioramento della situazione sul fronte bellico alle «nuove capacità tecnologiche della Russia», a partire dai droni dotati di motore a reazione impiegati con sempre maggiore frequenza dalle forze armate russe.

Non è chiaro se il dato numerico indicato dal premier polacco si riferisca al periodo estivo o a un lasso di tempo più lungo, ma risulta perfettamente compatibile con il quadro tratteggiato soltanto poche settimane prima da Budanov, che in qualità di capo del gabinetto del presidente Zelensky ed ex direttore del Gur aveva quantificato in almeno 30.000 persone al mese l’ammontare minimo degli ucraini da mobilitare per reggere l’urto russo.

Le valutazioni relative alle perdite riportate dall’Ucraina formulate da Tusk e Budanov non collimano affatto con le stime riferite dal presidente Zelensky, che a luglio aveva parlato di 50.000 caduti e 400.000 feriti subiti dall’Ucraina a partire dal febbraio 2022, e risultano profondamente discordanti rispetto alla narrazione propinata in tutto l’Occidente fin dall’inizio del conflitto.

Con qualche eccezione. In un’intervista rilasciata a «Sky News Australia» nell’ottobre dello scorso anno (segnalata in Italia soltanto da «Analisi Difesa»), James Carden, specialista di questioni geostrategiche con trascorsi come consigliere del Dipartimento di Stato per le relazioni russo-statunitensi sotto l’amministrazione Obama, dichiarò che «dalle mie fonti risulta che il rapporto di perdite tra ucraini e russi è di 36 a 1. Sono le perdite ucraine ad essere vicine a un milione. La guerra d’attrito attuata fin dall’inizio dai russi è stata un successo, sono gli ucraini ad essere sull’orlo del disastro».

Nel novembre 2022, la stessa presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen si lasciò sfuggire che l’Ucraina aveva subito fino a quel momento circa «oltre 20.000 caduti civili e 100.000 soldati». Senonché, il filmato originale del discorso fu rimosso e sostituito con una versione “epurata” dallo scottante riferimento alle perdite ucraine.

Resta quindi da capire il perché due dei più strenui sostenitori dello sforzo bellico ucraino come Tusk e Budanov abbiano deciso proprio ora di sollevare il velo su una realtà molto meno edificante rispetto a quella descritta da governi e giornali sia negli Stati Uniti che in Europa.

Una infusione di pessimismo risulta funzionale per un verso a “predisporre” l’opinione pubblica ad accettare nuovi e ben più gravosi sacrifici per sostenere l’Ucraina, identificata a tutt’oggi come “scudo d’Europa” dal presidente Zelensky e dai suoi collaboratori.

Per l’alto, a legittimare l’adozione di misure che restringano il perimetro legislativo per il conferimento dello status di rifugiati agli ucraini in età di servizio militare. Si tratta, in altri termini, di aprire il varco a provvedimenti implicanti il rimpatrio forzato, prodromico al reclutamento nelle fila dell’esercito, di almeno una parte dei cittadini ucraini riparati presso i Paesi membri dell’Unione Europea. A partire proprio dalla Polonia, che di concerto con Russia e Germania ospita il maggior numero di rifugiati ucraini divenuti nel corso dei mesi oggetto di crescente risentimento popolare.

Budanov, dal canto suo, ha riconosciuto il forte malcontento suscitato in seno all’opinione pubblica ucraina dai sempre più ricorrenti episodi di mobilitazione forzata, e posto contestualmente l’accento sulla necessità che lo Stato adotti un approccio più costruttivo.

A tale scopo, il viceministro della Difesa Liubov Halan ha annunciato un’imminente riforma dei Centri territoriali di reclutamento che sembra tuttavia discostarsi profondamente dalle raccomandazioni dell’ex direttore del Gur.

Lo si evince dalle affermazioni di Roman Kostenko, che in qualità di segretario della Commissione Parlamentare per la Sicurezza Nazionale, la Difesa e l’Intelligence ha proclamato l’introduzione di “modifiche radicali” alle procedure di mobilitazione, comprendenti una possibile abbassamento dei requisiti per la coscrizione relativi all’età contestualmente al passaggio a un modello di reclutamento più “estensivo” reso impellente anche dalla portata sempre più imponente del fenomeno dei cosiddetti “imboscati”.

Già nel gennaio di quest’anno, l’allora ministro della Difesa Fedorov aveva dichiarato alla Verkhovna Rada di aver ereditato oltre 200.000 casi di “abbandono arbitrario del reparto” (un reato distinto dalla diserzione perché presuppone l’intenzione di tornare a combattere da parte dell’inosservante) e più di due milioni di cittadini ricercati per renitenza alla leva.

Le donne restano, quantomeno per ora, escluse dalla riforma del meccanismo di coscrizione, come specificato dalla Verkhovna Rada attraverso una nota che sottolineava l’assenza di iniziative legislative e perfino di discussioni interne riguardo la mobilitazione femminile. Il pronunciamento del Parlamento ucraino fa seguito alle dichiarazioni di Keith Kellogg, generale a riposo ed ex inviato speciale dell’amministrazione Trump per l’Ucraina e la Russia secondo cui Kiev dovrebbe procedere al coinvolgimento delle donne, in quanto «combattono bene quanto gli uomini». Negli stessi giorni in cui Kellogg forniva i suoi suggerimenti, il «Telegraph» descriveva il servizio militare femminile in Ucraina come una vittoria per il femminismo, riportando le dichiarazioni di un’operatrice di droni favorevole alla leva femminile.

La proposta di mobilitare la componente femminile della società ucraina era già stata discussa all’inizio del 2026, dopo che una donna comandante di unità di droni aveva appoggiato pubblicamente l’idea sull’onda del clamore popolare suscitato dalle convocazioni militari recapitate per errore a una decina abbondante di donne ucraine. Nei primi giorni di agosto, è stata presentata una petizione che sollecita la coscrizione delle donne senza figli, sponsorizzata dall’ex ministro della Difesa Alekseij Reznikov secondo cui, «così come Israele, possiamo sopravvivere solo se tutti accettano di dover difendere l’Ucraina […]. Il reclutamento delle donne, raddoppierebbe le nostre risorse per la mobilitazione».

NVIDIA RTX PRO 5500: la nuova frontiera della guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina

By: A A
1 October 2026 at 22:05

La possibile autorizzazione cinese all’acquisto delle nuove GPU NVIDIA RTX PRO 5500 rivela le contraddizioni della competizione tecnologica globale: Washington limita l’accesso ai semiconduttori avanzati, mentre Pechino combina autosufficienza nazionale e acquisizione selettiva di tecnologie straniere.

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La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina non riguarda più soltanto i grandi acceleratori installati nei giganteschi data center dedicati all’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Il confronto si sta infatti estendendo a una categoria solo apparentemente meno strategica: le GPU professionali destinate alle workstation, alle simulazioni industriali, alla ricerca scientifica, alla produzione audiovisiva e all’esecuzione locale di modelli linguistici. Infatti, la recente comparsa della NVIDIA RTX PRO 5500 basata sull’architettura Blackwell mostra quanto sia ormai difficile tracciare una linea netta tra una scheda grafica professionale e una componente dell’infrastruttura geopolitica dell’intelligenza artificiale.

Proprio in questi giorni, il governo cinese starebbe valutando la possibilità di autorizzare alcune grandi imprese nazionali, tra cui Alibaba e ByteDance, ad acquistare la nuova RTX PRO 5500. Secondo fonti internazionali, il Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione avrebbe chiesto alle società interessate di indicare il numero di unità richieste e gli impieghi previsti. Allo stesso tempo, va ricordato che, negli ultimi anni, la Repubblica Popolare Cinese ha intensificato la sostituzione delle tecnologie straniere nelle infrastrutture pubbliche e nei settori considerati strategici. L’eventuale autorizzazione non rappresenterebbe quindi un abbandono della politica di autosufficienza, bensì l’applicazione di una strategia più flessibile: sostenere lo sviluppo delle alternative nazionali e, contemporaneamente, acquisire prodotti stranieri quando questi possono soddisfare esigenze immediate che l’industria interna non riesce ancora a coprire completamente.

La RTX PRO 5500, del resto, non è una normale scheda destinata al gaming. Secondo le specifiche preliminari, NVIDIA la presenta come una GPU professionale costruita sull’architettura Blackwell, dotata di 84 gigabyte di memoria GDDR7 con codice di correzione degli errori, una larghezza di banda di 1.398 gigabyte al secondo e un consumo massimo dichiarato di 600 watt. La scheda è progettata anche per l’installazione in workstation montate su rack, che possono essere centralizzate, condivise e integrate nelle infrastrutture aziendali. NVIDIA ne indica l’utilizzo per l’inferenza di grandi modelli linguistici, l’intelligenza artificiale generativa, gli agenti autonomi, la visione artificiale, il calcolo scientifico, la simulazione industriale e la produzione video.

Proprio queste caratteristiche rendono politicamente ambigua la categoria della workstation. Una singola RTX PRO 5500 può infatti essere utilizzata da un progettista, da un ricercatore universitario o da uno studio cinematografico, ma può anche essere collocata in un sistema centralizzato e suddivisa in istanze isolate per servire più utenti. Non possiede necessariamente le medesime capacità di interconnessione e di addestramento su larga scala degli acceleratori più avanzati destinati ai grandi data center, ma non può più neppure essere considerata soltanto una periferica grafica.

L’evoluzione dell’intelligenza artificiale ha infatti ridotto la distanza tra le diverse categorie di processori. Addestramento, inferenza, simulazione e produzione di dati sintetici si sovrappongono sempre più frequentemente: una GPU professionale dotata di una quantità elevata di memoria può ospitare localmente modelli che in precedenza richiedevano infrastrutture remote; può inoltre essere impiegata per progettare robot, simulare impianti produttivi, sviluppare gemelli digitali industriali o elaborare informazioni sensibili senza trasferirle sul cloud. La capacità di svolgere localmente questi compiti ha conseguenze non soltanto economiche, ma anche militari, industriali e scientifiche.

Facendo un passo indietro, a partire dal 2022, Washington ha progressivamente limitato la vendita alla Cina dei processori più avanzati e degli strumenti necessari per produrli. La giustificazione ufficiale fa riferimento alla sicurezza nazionale e alla possibilità che le tecnologie per l’intelligenza artificiale vengano impiegate per scopi militari. Tuttavia, l’ampliamento continuo delle restrizioni mostra come l’obiettivo statunitense non sia limitato a impedire la fornitura di singoli sistemi d’arma, ma riguardi più generalmente la capacità cinese di sviluppare infrastrutture di calcolo competitivo.

La politica statunitense non segue, tuttavia, una linea completamente uniforme. Nel gennaio 2026, il Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio ha introdotto la possibilità di esaminare caso per caso le richieste di licenza relative alla vendita in Cina di processori come NVIDIA H200 e AMD MI325X, purché vengano rispettate determinate condizioni di sicurezza. Nel maggio successivo, lo stesso organismo ha ribadito che le restrizioni sui dispositivi più avanzati possono applicarsi anche alle società controllate da gruppi cinesi e registrate in Paesi terzi.

Washington cerca dunque di conciliare due esigenze potenzialmente contraddittorie. Da una parte intende rallentare lo sviluppo cinese nei settori considerati strategici; dall’altra vuole evitare che la completa esclusione delle imprese statunitensi dal mercato cinese favorisca definitivamente i produttori locali. Una politica di interdizione assoluta, infatti, potrebbe ridurre nel breve periodo la disponibilità di processori avanzati in Cina, ma priverebbe NVIDIA e le altre imprese statunitensi di ricavi, rapporti commerciali e capacità di condizionare gli standard tecnologici utilizzati nel più grande mercato industriale del mondo.

La produzione di versioni modificate per rispettare i limiti normativi rappresenta il tentativo delle imprese statunitensi di muoversi all’interno di questa contraddizione. Le caratteristiche dei processori, dunque, non vengono più determinate soltanto dalla domanda commerciale o dalle possibilità dell’ingegneria, ma anche dalle soglie fissate dai regolatori. Potenza di calcolo, velocità di interconnessione e larghezza di banda della memoria diventano così variabili geopolitiche. La normativa contribuisce indirettamente alla progettazione dell’hardware, mentre le imprese cercano di collocare nuovi prodotti appena al di sotto dei parametri che farebbero scattare l’obbligo di licenza o il divieto di esportazione.

Secondo le informazioni finora disponibili, alcuni dirigenti del settore ritengono che la RTX PRO 5500 potrebbe non rientrare nelle restrizioni statunitensi attualmente applicate ai processori più avanzati. Inoltre, la possibilità giuridica di esportare il prodotto non garantisce automaticamente la sua accettazione sul mercato cinese. La stessa NVIDIA, infatti, ha osservato che le imprese statunitensi si trovano oggi strette tra quelli che un suo portavoce ha definito controlli statunitensi «obsoleti» e le limitazioni adottate dalla stessa Cina sull’impiego di tecnologie straniere.

Dal punto di vista cinese, autorizzare acquisti selettivi da NVIDIA non significherebbe rinunciare all’indipendenza tecnologica. La strategia di Pechino, del resto, si sviluppa su una scala temporale diversa da quella delle esigenze commerciali delle singole imprese. Alibaba, ByteDance e altri gruppi necessitano immediatamente di capacità di calcolo per competere nel settore dell’intelligenza artificiale; lo sviluppo di una filiera nazionale completa richiede invece investimenti pluriennali nella progettazione, nella produzione, nelle memorie, nei sistemi di interconnessione e soprattutto nel software. Si tratta, dunque, di due obiettivi complementari.

Il vantaggio di NVIDIA, infatti, non risiede esclusivamente nelle prestazioni dei suoi processori. Intorno alle GPU dell’impresa statunitense si è formato un vasto ecosistema basato su CUDA, sulle librerie specializzate e sugli strumenti utilizzati da ricercatori e sviluppatori. Sostituire una scheda significa quindi spesso modificare programmi, procedure di lavoro, competenze professionali e intere infrastrutture. È una forma di dipendenza meno visibile rispetto alla disponibilità materiale dei semiconduttori, ma altrettanto importante.

La Cina sta cercando di rispondere anche a questa dimensione del problema. Huawei, in particolare, sta sviluppando l’ecosistema Ascend e punta a compensare le difficoltà nella produzione dei singoli processori attraverso l’integrazione di numerose unità in sistemi di grandi dimensioni. Nel settembre 2026 l’impresa ha presentato nuove architetture basate su SuperPoD e SuperCluster, sottolineando il ruolo dell’interconnessione, della memoria condivisa e dell’integrazione tra processori, reti e sistemi di gestione.

Anche Alibaba sta seguendo una strada parallela. Nel corso della conferenza Apsara del settembre 2026, il gruppo ha presentato il processore Zhenwu V900 come parte di una strategia che comprende modelli, infrastrutture cloud, processori e strumenti per gli sviluppatori. L’obiettivo non consiste più soltanto nel produrre un sostituto di un determinato componente NVIDIA, ma nel costruire un sistema completo capace di ridurre la dipendenza dall’ecosistema tecnologico statunitense.

Questa evoluzione è coerente con gli indirizzi del XV Piano Quinquennale cinese per il periodo 2026-2030. I documenti programmatici, infatti, indicano i circuiti integrati, l’intelligenza artificiale, il software di base e le infrastrutture di calcolo tra i settori nei quali ottenere avanzamenti decisivi. Allo stesso tempo, Pechino continua a presentare l’autonomia tecnologica e la cooperazione internazionale come obiettivi compatibili, non necessariamente alternativi. Nel luglio 2026, la Cina ha inoltre pubblicato un piano per la cooperazione internazionale sull’intelligenza artificiale, comprendente potenza di calcolo, dati, formazione, standard, governance ed etica.

Di conseguenza, l’apparente contraddizione tra l’acquisto di processori NVIDIA e il sostegno ai produttori nazionali scompare se si considera l’autosufficienza come un processo e non come una condizione immediata. Pechino può utilizzare prodotti stranieri nel breve periodo, assimilarne le possibilità applicative e garantire continuità alle proprie imprese, mentre sviluppa un’infrastruttura alternativa nel medio e lungo termine. Al contrario, un divieto generalizzato delle tecnologie statunitensi potrebbe danneggiare le aziende cinesi proprio nella fase in cui devono accumulare esperienza, formare tecnici e finanziare la transizione verso piattaforme nazionali.

Anche i controlli statunitensi producono quindi risultati ambivalenti. Da un lato, essi possono rallentare l’accesso cinese ai processori più avanzati e aumentare i costi della costruzione di grandi infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Dall’altro, sono però riusciti a interrompere la ricerca cinese né a impedire lo sviluppo di modelli competitivi. Hanno invece incentivato gli investimenti nei semiconduttori nazionali, nelle tecniche di ottimizzazione e nelle architetture capaci di aggregare processori meno potenti. La pressione esterna diventa così, almeno in parte, un acceleratore della politica cinese di autosufficienza.

La vicenda della RTX PRO 5500, infine, interessa anche i Paesi del Sud globale. Se Washington estende la propria capacità di controllo ai clienti finali, alle filiali estere e alle infrastrutture situate in Stati terzi, l’accesso alla potenza di calcolo rischia di essere organizzato secondo una gerarchia politica. Università, imprese e governi potrebbero dipendere non soltanto dalla disponibilità economica dei processori, ma anche dalla collocazione geopolitica del proprio Paese e dalle relazioni con gli Stati Uniti. La competizione tra piattaforme statunitensi e cinesi può aprire nuove possibilità di diversificazione, ma può anche produrre ecosistemi incompatibili e nuove forme di dipendenza tecnologica.

La RTX PRO 5500 rappresenta dunque molto più di un nuovo prodotto commerciale. Essa mostra come una GPU destinata formalmente alle applicazioni professionali possa diventare oggetto di negoziazione tra governi, strumento della politica industriale e indicatore dello stato dei rapporti tra Washington e Pechino. Nel frattempo, la distinzione tradizionale tra tecnologia civile e strategica si fa sempre meno netta, perché gli stessi processori possono essere impiegati nella ricerca medica, nella progettazione industriale, nella robotica, nella simulazione militare o nell’elaborazione di grandi quantità di dati.

Un’altra Germania: analisi sul voto nelle elezioni regionali tedesche nel corso di settembre.

By: A A
1 October 2026 at 10:30

Fino a che punto si spingeranno i leader europei e, in particolare, quelli tedeschi, di fronte alla minaccia concreta di perdere il potere per la prima volta in 80 anni?

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Dunque, punto della situazione: tra l’inizio e la fine del mese ha rimbalzato per tutto l’etere la notizie che provengono dai lander più orientali della Germania. Iniziamo con i dati dalla Sassonia-Anhalt: per la prima volta nella storia della democrazia tedesca post-guerra mondiale, una singola formazione politica – lo AFD, ovvero “Alternativa per la Germania” – raccoglie alle consultazioni elettorali una percentuale di voto che equivale quasi a metà dei votanti: il fatto è che nella cultura politica della Germania contemporanea nemmeno la CDU (centro cristiano-democratico) ha raccolto tale risultato, su scala nazionale, ad una generazione dalla riunificazione. Ma a pensarci – questo è ancor più eclatante – nemmeno il NSDP nazista ha mai raccolto tale proporzione di voti, persino alle ultime elezioni (svoltesi non in un clima ordinario) del 1933. Un grattacapo vero e proprio per la democrazia tedesca che impone di esporre alcune considerazioni lucide al netto di panico ed isterie.

A monte di tutto, rammentiamo che di un’elezione regionale si parla e il lander in questione è demograficamente piccolo: un paio di milioni di abitanti appena, come a dire il 2,5% della popolazione della Repubblica federale. Regione dell’ex Germania orientale, storicamente feudo di correnti antitetiche al liberalismo occidentale (vetero-comunisti ed ultraconservatori). Detto questo, è altrettanto vero che il consenso elettorale all’AFD – già molto consistente nella precedente consultazione (oltre il 20% ossia il secondo partito) – si è di fatto raddoppiato diventando una specie di gigante tra i partiti, il che non è del tutto ordinario.  Considerando il tutto, si può concludere che è assai improbabile che si replichi un risultato del genere su scala nazionale, quanto d’altra parte si deve riconoscere che si è di fronte ad un segnale e di quelli importanti: un messaggio che l’intera società sta esprimendo traverso i canali della democrazia consultiva (perchè a giudicare dai risultati raggiunti è un partito di massa che tocca i gangli nevralgici di ogni strato sociale: anche la fascia istruita della pop. , usualmente orientata in senso progressista, ha concesso circa il 30% del proprio voto, stando alle rilevazioni più specifiche, elemento che amplia il punto interrogativo). Un dato del tutto analogo si è rilevato in Pomerania nella seconda metà del mese che vede il partito sfiorare il 40% ai danni della più tradizionale Cdu. Se proprio si vuole una valutazione, l’Afd probabilmente raggiungerà alle prossime consultazioni di livello nazionale un qualcosa che sta nella forbice 30-35%, che significa grossmodo 1/3 dei suffragi di tutta la Germania.

Fatte salve le considerazioni “tecniche” di flusso elettorale esposte sopra, ce n’è una assai più rilevante che concerne il principio: nel corso delle settimane i commentari in merito ai risultati elettorali in questione si sono propagati come un sisma lungo la rete e altri mezzi di informazione per mezzo di titoli sensazionalistici, finalizzati ad esasperare le perplessità già presenti nell’opinione pubblica tedesca: questo rende da subito difficile affrontare la questione in modo equilibrato, prendendo vita un campo di opinioni polarizzato alle stelle che non permette la riflessione. Responsabile di questo il sistema medesimo (complici i media) che sembra non puntare ad un confronto responsabile bensì fomentare l’isteria collettiva, la divisione. Ecco, la verità è che l’elemento più eclatante di queste elezioni regionali in Sassonia Anhalt, al di là del risultato che vediamo sugli schermi in queste ore, è la reazione ad esso: una reazione ai limiti del senso di responsabilità che vede la parte “moderata” evocare ed invocare la guerra civile, con scenari apocalittici, frasario estremo, esternazioni senza più logica se non quella del panico. In breve le forze che si dicono “democratiche” vistesi sconfitte sul campo per la prima volta, hanno cessato di essere democratiche, riversando un mare di ostilità tale da intaccare l’ordine costituito. Un capovolgimento bizzarro: vediamo una forza considerata estremista conquistare legalmente il governo di una regione, mentre le forze teoreticamente democratiche reagire ai limiti del lecito (invocare in primo luogo la messa al bando di AFD come formazione non conforme alla costituzione tedesca).

Su quest’ultimo punto deve vertere il cuore della riflessione. Rispondere con cieca intolleranza nei confronti dell’avversario vincente mostra purtroppo i limiti del sistema democratico tedesco (la facciata insomma) il quale incapace di fornire risposte ai problemi che affliggono la propria società allora non riesce a fare altro che replicare con l’intolleranza, con il non accettare il risultato delle urne. Il nodo di fondo è che quando un partito – considerato estremista – raccoglie da solo quasi la metà dei consensi come accaduto in Sassonia o in Pomerania è un chiaro messaggio che le cose non vanno come dovrebbero, che vi sono profondi problemi in seno alla società di riferimento: non si può bollare semplicemente tutto come istigazione di una minoranza estremistica quando i suffragi sono pari al 44%, che piaccia o meno. Non è possibile ignorare un messaggio così potente, ricorrende semplicisticamente ad appellativi come “estremista” o “fascista “ : no, in questi casi occorre farsi un esame di coscienza molto serio, partendo dalla ridefinizione degli stessi termini che si utilizzano. Ci si riferisce in primissimo luogo agli appellativi che in modo scontato vengono attribuiti ad AFD (come se fosse una premessa data per certa): lo si definisce “estremista”, lo si definisce “nazista”, ma chi ha deciso tali definizioni ? Il sistema post-bellico/europeista 1945-2025 evidentemente, ma è solo una prospettiva delle cose che si impone come verità: Afd è “nazista” solamente da un punto vista europeista e se si dovesse accettare tale parametro dovremmo quindi concludere che quasi la metà degli elettori di Sassonia e Pomerania sono estremisti (irresponsabile crederlo e comoda via di fuga per giustificare la sconfitta elettorale). La verità è che quando una formazione politica raggiunge tali risultati non è più una cricca di estremisti, ma rappresenta il nerbo della società: un nerbo della società che soffre che ha bisogno di una sponda cui aggrapparsi e se nessuno gliela concede, allora la trova in Afd o qualsiasi altro partito alternativo. In definitiva – punto più importante – frangenti come quello presente fanno emergere il maggiore dei paradossi: il totalitarismo della democrazia. Quest’ultima, la democrazia liberale ovvero il modello socioeconomico principe di tutto il mondo industrializzato, fintanto che regna sovrana, avendo a che fare con gruppuscoli politicamente alternativi di destra e sinistra, può facilmente bollarli come facinorosi ed estremisti senza nemmeno bisogno di bandirli legalmente. Quando tuttavia la democrazia occidentale si ritrova davanti al proprio limite, vale a dire che i cittadini stessi le voltano le spalle per cercare altre sponde e quando tali sponde si rivelano vincenti alle urne al punto da mettere alle corde il sistema ufficiale, allora ecco che la “democrazia” inizia a difendersi e ferocemente diventando tanto totalitaria quanto i propri avversari non democratici. A quel punto si parla di invalidare elezioni, incriminare candidati, mettere fuorilegge determinati partiti previa campagna di demonizzazione come è accaduto in svariati paesi dell’est Europa (vediamo i casi di Romanie e Moldavia, ma anche Bulgaria e Georgia). La verità più scomoda è che democrazia occidentale ha potuto cavarsela perchè per 70 anni ha regnato su società benestanti e protette che non necessitavano di rivolgersi ad altre forze che non quelle convenzionali, prestabilite: adesso che esiste una concorrenza di un modello alternativo – e quindi la reale ipotesi di perdere il potere tanto a lungo detenuto – si può osservare il livello di isteria mediatica che si e a che punto di scorrettezza le forze moderate sono disposte ad arrivare.

L’invenzione dell’ebraicità dei cazari, una vergognosa trovata antisemita

By: A A
30 September 2026 at 22:05

La teoria delle origini cazare degli ebrei ashkenaziti: un mito storico o una deliberata distorsione dei fatti? Gli argomenti storici, linguistici e genetici mettono in discussione l’idea delle radici cazare dell’ebraismo europeo.

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Io amo la lingua, la cultura e la religione ebraica, che sono parte della comune famiglia abramitica, capace di legare indissolubilmente l’ebraismo al cristianesimo e all’Islam.

Allo stesso tempo reputo sempre necessario condannare e contrastare i crimini sionisti e dell’entità statuale israeliana, ugualmente criminale. Spiace, occorre dirlo, che molte comunità ebraiche in giro per il mondo solidarizzino con questi criminali, incrinando la possibile simpatia per la più antica tra le fedi abramitiche.

Ritengo altresì che si debba contrastare ogni forma di antisemitismo, a partire dalla volgare confusione tra l’odio per gli ebrei e l’ebraismo, sempre esecrabile, e la condanna di Israele e dei sionisti, sempre giusta, impellente e importante.

Tra i fenomeni di più spiacevole antisemitismo c’è la teoria, del tutto assurda e infondata, propalata da Arthur Koestler nel 1976 con il saggio “La tredicesima tribù”, secondo cui gli ebrei ashkenaziti d’Europa orientale non discenderebbero dagli antichi ebrei della Palestina romana, ma dai Cazari. Stupidaggine colossale e falsità assoluta.

I cazari, tribù nomade di origine turca dell’Asia centrale, governano tra il VII e il X secolo un khanato indipendente e potente, compreso tra il bacino della Volga, il Caucaso settentrionale e il Mar Caspio, poco dediti alle guerre e molto ai commerci, garantiscono il fluire delle mercanzie in viaggio attraverso la Via della Seta lungo le terre da loro controllate e gli scambi con i variaghi attraverso la Volga e il Don. Alleati dell’impero romano d’Oriente, si barcamenano nel difficile contenimento dei musulmani abbasidi che da Baghdad irradiano il potere e la scienza dello loro straordinario califfato.

Non è mai esistita una conversione dei cazari all’ebraismo, come ha spiegato con dovizia di documenti lo storico Shaul Stampfer, la conversione ha riguardato soltanto i sovrani e le loro famiglie, una bonaria scusa per sottrarsi a più vincolanti sottomissioni tanto verso l’Occidente cristiano, quanto vero l’Oriente islamico.

I cazari, popolo forte e numeroso, resta legato allo sciamanesimo di Tengrì, il cielo, tanto caro anche ai mongoli, pur con una porzione non indifferente di cazari convertitisi all’Islam e al cristianesimo, spesso per facilitare lo scambio commerciale con i vicini di quelle religioni.

Dunque i cazari non sono mai stati ebrei, solo i sovrani, ovvero una ristrettissima minoranza di quel popolo, hanno blandamente aderito alla religione mosaica. Insomma non si è mai prodotta una conversione di massa, come ad esempio a Kiev, quando il principe Vladimir nel 988 procede a far raccogliere gli abitanti della città sulle rive del Dniepr, infastidito dalle critiche di un vescovo venuto da Costantinopoli e inorridito dalle pratiche pagane osservate durante il lungo viaggio. Vladimir ordina contemporaneamente al popolo di immergersi nelle acque e al patriarca kievita, vicino a lui dall’alto della città fortificata, di impartire la benedizione per il più straordinario e colossale battesimo di massa della storia. Proprio in ragione di questa conversione al cristianesimo del popolo russo, Vladimir è ancora oggi celebrato come santo tanto dalla chiesa ortodossa, quanto da quella cattolica.

A quel tempo i cazari sono già scomparsi. Il padre e predecessore di Vladimir, il principe Sviatoslav I, sovrano della Rus’ di Kiev, scatena alla metà del X secolo una guerra insieme ai romani d’Oriente e ai nomadi peceneghi contro i cazari, ne conquista l’interezza del territorio, rade al suolo la capitale Itil e cancella, con la morte dei sovrani, ogni traccia di ebraismo cazaro.

Quelle terre saranno abitate e governate, oltre che dai russi, dai bulgari della Volga, dai cumani, dai calmucchi, dai cabardini. Ridicolo che si richiamino i cazari, scomparsi da oltre mille anni, per raccontare qualcosa che non li riguarda, ovviamente la popolazione cazara non evapora nel nulla, ma nemmeno migra, subisce come sempre accade nella storia in questi casi, un lento processo di frammentazione e assimilazione ai nuovi gruppi dominanti sul suo territorio, perdendo con il tempo, in assenza di una radicata alfabetizzazione, ogni traccia della passata cultura, in ogni caso in nulla e per nulla ebraica.

Consiglio piuttosto di visitare il museo ebraico di Mosca, delle grandi carte geografiche scorrono su uno schermo elettronico e raccontano con evidenza come nel regno di Ivan il Terribile alla fine del XVI secolo non abitasse nelle Russie nemmeno un ebreo, mentre, agli albori del XIX secolo oltre i tre quarti degli ebrei di tutto il mondo fossero cittadini dell’impero russo.

Come si è creato questo fenomeno in poco più di due secoli?

Occorre studiare la storia delle comunità ebraiche dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo. Per capire come si siano formate le comunità sefardita e quella ashkenazita.

Laddove si preferisca evitare i polverosi tomi scritti dagli storici, ecco che ci viene in soccorso uno straordinario romanzo, forse il più bello di Abraham Yehoshua, ovvero “Viaggio alla fine del millennio”, i fatti narrati si svolgono nell’anno 999, quando gli ebrei franco – tedeschi, dopo aver assorbito la cultura dei loro vicini cristiani, provano orrore per il correligionario ebreo nordafricano che come i suoi vicini musulmani ha due mogli. I primi, gli europei, decidono di non commerciare più con il secondo, che reputano un peccatore. A poco servirà un tentativo di porre soluzione alla disputa con un confronto tra due rabbini, uno per parte, dentro la sinagoga di Worms, la più antica del vecchio continente.

Gli ebrei immersi nell’Islam son diventati sefarditi, quelli dell’Europa occidentale sono diventati ashkenaziti, questi ultimi in terra germanica hanno sviluppato una nuova lingua: l’yiddish, nata proprio negli anni in cui è ambientato il romanzo citato. L’yiddish è una lingua dalle profonde inferenze antico – tedesche, come qualsiasi linguista può confermare, per altro con nessuna connessione con le lingue turchidi o mongole e i pochi elementi slavi derivanti dalla successiva e tardiva prossimità con il mondo russo.

Quelle comunità ebraiche, per l’intolleranza prima cattolica e poi luterana si spostano verso Oriente, entrando nel regno polacco – lituano, formando i noti shtetl, piccoli villaggi di contadini poveri, quando queste terre sono entrare a far parte dell’impero russo, piccoli gruppi sono andati ancora più ad Oriente, nell’attuale Russia e Bielorussia.

Ecco spiegato in modo inequivocabile come la presenza ebraica in Russia sia il frutto di una migrazione da occidente verso oriente delle comunità ebraiche ashkenazite, che si sono portate appresso la loro cultura, la loro nuova lingua, le loro tradizioni.

L’invenzione del viaggio al contrario, da est a ovest, di un fantasmagorico ebraismo cazaro – ashkenazita è stato dimostrato essere totalmente falsa da tutti i documenti storici, dunque una pessima trovata antisemita.

Altro fatto è voler attribuire qualche malefatta nel corso della modernità o talune responsabilità alle arricchite borghesie occidentali, che del colonialismo, dello schiavismo, della subordinazione dei contadini e degli operai dopo la rivoluzione industriale hanno fatto il volano per le loro personalissime ricchezze a danno di porzioni rilevanti dell’umanità. A questa costruzione del bestiale sfruttamento dell’uomo sull’uomo hanno partecipato evidentemente anche i Rockefeller e i Rothschild, tenendo però presente che i primi sono forse di origine ebraico – francese, ma poi da secoli comunque cristiano – protestanti ugonotti in fuga verso le Americhe, i secondi ebreo – tedeschi, con origini nella nobiltà austriaca.

Di più. I fatti storici dovrebbero essere sufficienti a smentire anche le tesi palesemente assurde e sgangherate, tuttavia un’ulteriore dimostrazione dell’inesistenza di un ebraismo cazaro ci è offerta dalla scienza con le moderne modalità di studio genetico. Il DNA degli ashkenaziti rimanda agli avi mediorientali e ai più secolarmente recenti imparentamenti con gli europei occidentali, niente di slavo, mongolo, turchide o centro – asiatico, quindi nulla e poi nulla dei lontani cazari, anzi, i geni maschili sono chiaramente mediorientali, quelli femminili rimandano non solo all’Europa occidentale, ma anche a quella meridionale, in particolare italiana, a sostanziare una lunga permanenza delle comunità ebraiche nel territorio dell’impero romano, prima di muoversi verso settentrione dopo la scomparsa di questo al tempo delle invasioni barbariche.

Credo dunque che si debbano lasciare i simpatici cazari al loro sperduto passato mercantile, contrastare i crimini del presente operati da sionisti e israeliani e soprattutto agire sempre contro ogni forma di antisemitismo.

Yemen, l’altopiano che ha disfatto gli imperi

By: A A
30 September 2026 at 10:18

Il Patto della Mecca è un segno di solidarietà, non di guerra. La Turchia lo sa bene: lo Yemen è la “tomba dei turchi”.

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Il Patto della Mecca è messo alla prova

Il 19 settembre 2026, ai microfoni dell’emittente turca NTV, il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha pronunciato una frase insieme misurata e densa di conseguenze. L’Arabia Saudita, sotto il fuoco degli Houthi, «potrebbe avere alcune necessità militari, soprattutto su questioni tecniche», e la Turchia «non avrebbe problemi a soddisfarle». Nessuna dichiarazione di guerra, nessun contingente annunciato. Eppure, per la prima volta, il Patto della Mecca — l’alleanza difensiva che lega Riyadh, Ankara e Islamabad — veniva evocato come strumento operativo e non come architettura sulla carta. La domanda che circola nei commenti più mordaci è se Ankara stia per ripetere l’errore che due volte le costò carissimo: mettere piede negli altopiani dello Yemen. La risposta seria è più interessante della provocazione, e va nella direzione opposta.

L’accordo firmato alla Mecca il 7 agosto 2026 da Mohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdoğan e Shehbaz Sharif è modellato sull’articolo 5 della NATO: un attacco armato contro uno dei tre è un attacco contro tutti. Il fronte che oggi lo sollecita è yemenita. Dal luglio 2026, dopo aver dichiarato il blocco dei porti sauditi e dello Stretto di Bab al-Mandab, gli Houthi hanno colpito ripetutamente il territorio del Regno, fino agli attacchi su Riyadh e sull’impianto Aramco di Yanbu. È il prolungamento, sul versante saudita, della guerra più ampia aperta dai raid statunitensi e israeliani sullo Yemen.

Il dato che conta, però, è la distanza fra il linguaggio del trattato e la postura reale dei suoi membri. Fidan offre sostegno «tecnico», non truppe. Islamabad precisa che nessuna reazione militare è in discussione e che agirà «quando sarà il momento». Washington, dal canto suo, ha respinto le richieste saudite di appoggio diretto. Tutti invocano la solidarietà; nessuno impegna forze sul terreno. Quella reticenza condivisa non è timidezza diplomatica: è il vero oggetto dell’analisi.

La lunga storia di vittorie yemenite contro la Turchia

Fra i tre firmatari, la Turchia è l’unico per cui lo Yemen non è un’astrazione strategica ma una ferita di archivio. Gli ottomani vi entrarono due volte, e due volte ne uscirono sconfitti. La prima occupazione data al 1538, dettata dalla necessità di proteggere le rotte del Mar Rosso dai portoghesi e di custodire l’accesso ai luoghi santi. Presero la Tihama e Sanaa, ma l’altopiano zaydita non fu mai domato per intero; dopo quasi un secolo di guerra intermittente, entro il 1635 gli imam qasimidi li avevano espulsi dal paese. Sul primo ciclo, ricordiamo la conquista del 1538, la rifondazione dell’imamato zaydita a opera di al-Mansur al-Qasim (1597) e la completa espulsione ottomana entro il 1635-1636 a opera degli imam qasimidi. La seconda occupazione si consuma tra l’occupazione della Tihama (1849), la presa di Sanaa (1872) e il ritiro definitivo dopo il 1918.

Il ritorno, a metà Ottocento, fu peggiore. L’occupazione della Tihama e la presa di Sanaa,  incentivate dall’apertura del Canale di Suez nel 1869 e dal controllo del Mar Rosso, inaugurarono decenni di rivolta permanente. Le sollevazioni dell’imam Yahya resero l’altopiano ingovernabile con la forza, finché il Trattato di Daan del 9 ottobre 1911 ne riconobbe l’autorità sugli zayditi: la registrazione formale di uno stallo che nessuna spedizione riusciva a rompere. Il ritiro definitivo arrivò dopo il 1918. Il bilancio, lungo la seconda occupazione e la campagna della Grande Guerra, si conta in decine di migliaia di caduti; a ucciderli fu più la malattia che la battaglia. Non a caso lo Yemen entrò nel lessico ottomano come «tomba dei turchi», e il cimitero militare di Sanaa ne custodisce ancora l’inventario. Le perdite ottomane in Yemen lungo la seconda occupazione e la campagna dell’Arabia meridionale nella Grande Guerra si contano nell’ordine delle decine di migliaia complessive, con la malattia — non il combattimento — quale causa prevalente, in linea con la mortalità dell’esercito ottomano nel suo insieme. Il cimitero militare turco di Sanaa, restaurato nel 2011, ne conserva la memoria.

Ridurre tutto alla nostalgia neo-ottomana sarebbe però un errore di prospettiva, perché il problema non è ottomano: è geografico e sociale. Lo stesso terreno ha disfatto altri. L’Egitto nasseriano vi si impantanò tra il 1962 e il 1967, in quello che molti chiamarono il suo Vietnam; la coalizione a guida saudita, dal 2015, ha riversato sull’altopiano anni di potenza aerea e denaro senza mai sottometterlo. L’intervento egiziano nella guerra civile nord-yemenita (1962-1967), costato a Nasser un logoramento spesso paragonato a un «Vietnam» arabo, e la coalizione a guida saudita attiva dal 2015 confermano lo stesso esito: potenza di fuoco e risorse ingenti, altopiano mai sottomesso.

La ragione è strutturale. La verticalità del territorio, i villaggi-fortezza, una struttura tribale che assorbe e sopravvive all’occupante, e una tradizione religioso-politica — la dottrina zaydita del dovere di insorgere contro il sovrano ingiusto — che rigenera la resistenza a ogni generazione: sono i fattori che premiano il difensore e dissanguano chi proietta forza dall’esterno. Gli Houthi sono l’ultima incarnazione di questa costante, non un’anomalia. Ed è precisamente per questo che gli attori esterni scelgono il registro navale — il Mar Rosso, Bab al-Mandab, la forza marittima a guida saudita di cui si parla: perché li tiene lontani dalla terra.

Una memoria incancellabile

La provocazione da cui siamo partiti — la Turchia «impaziente» di rivivere la sua disfatta — capovolge dunque la logica dei fatti. La memoria dello Yemen non tenta Ankara: la disciplina. La Turchia di Erdoğan si è proiettata in molti teatri, dalla Siria alla Libia, dal Nord dell’Iraq al Caucaso attraverso l’Azerbaigian, ma sempre dove poteva applicare forza decisiva e circoscritta o agire per procura, mai dentro un’insurrezione d’altopiano priva di via d’uscita. Il fraseggio prudente di Fidan — bisogni «tecnici», patto che «non sostituisce le alleanze esistenti» e semmai «potrà allargarsi» — è il linguaggio di una potenza che vuole il dividendo politico della solidarietà senza la sua ipoteca militare.

Letto in chiave multipolare, il Patto della Mecca è un riallineamento sunnita sotto regia saudita-turco-pakistana, una copertura che matura mentre le garanzie statunitensi si mostrano condizionate, ma un trattato di difesa collettiva calibrato sull’articolo 5 incontra il suo limite proprio qui: quel modello risponde all’aggressione di uno Stato attraverso un confine, non possiede una dottrina contro un attore non statale che non si può conquistare e non si lascia dissuadere. È lo scarto tra la grammatica dell’alleanza e la natura dell’avversario.

Sul piano previsionale, e con un orizzonte di dodici mesi: è probabile che il sostegno turco resti tecnico — difesa aerea, sorveglianza, munizioni, consiglieri — anziché tradursi in dispiegamento combattente; è altamente improbabile che Ankara impegni truppe di terra in Yemen.

Gli indicatori che smentirebbero questa lettura sono netti e osservabili: l’arrivo di reparti da combattimento turchi o pakistani, un’attivazione formale della clausola di mutua difesa, il passaggio dall’interdizione navale nel Mar Rosso a operazioni terrestri sull’altopiano. Fino ad allora, il valore del patto sarà di segnale e di deterrenza per associazione, non di strumento contro gli Houthi.

Il cimitero degli imperi, del resto, non ha bisogno di essere riaperto per continuare a funzionare: gli basta essere ricordato.

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