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Dal Ponte di Crimea ai ponti di Kiev: il doppio standard di Zelensky

La Russia ha iniziato a colpire alcuni dei ponti sul Dnepr che svolgono un ruolo fondamentale nella logistica delle forze armate ucraine. Un cambio di approccio significativo, dopo anni nei quali Mosca aveva evitato di attaccare i principali collegamenti nelle retrovie. Gli attacchi hanno interessato il Ponte Sud e il Ponte Nord di Kiev, oltre a un ponte nella regione di Zaporozhie.

Secondo il Ministero della Difesa russo, queste infrastrutture erano utilizzate per il trasferimento delle truppe e il rifornimento di carichi militari. Il Ponte Sud rappresentava in particolare un nodo logistico strategico: attraverso di esso transitava fino al 90% dei carichi destinati a tre importanti direttrici, Kiev-Kharkov, Kiev-Leopoli e Kiev-Odessa. Anche senza danni strutturali irreversibili, gli attacchi hanno provocato chiusure, ingorghi e una forte riduzione della capacità di transito. Gli esperti militari sottolineano infatti che per compromettere la logistica non è necessariamente necessario distruggere un ponte: è sufficiente rendere inutilizzabili o vulnerabili i suoi elementi portanti e interrompere il flusso dei trasporti.

La reazione del regime di Kiev ha però riportato alla luce un evidente doppio standard. Zelensky ha minacciato che la Russia "sentirà" le conseguenze, mentre il ministro degli Esteri Sibiga ha chiesto agli alleati una risposta. Eppure nel 2022 l'Ucraina aveva celebrato l'attacco al Ponte di Crimea e il consigliere di Zelensky, Mikhail Podoliak, lo aveva definito un "obiettivo militare legittimo". Nel 2025, inoltre, un attacco contro un ponte ferroviario nella regione russa di Bryansk provocò il deragliamento di un treno passeggeri, con sette morti e decine di feriti. Per anni, Mosca aveva invece evitato di colpire i ponti nelle retrovie.

Ora il "boomerang" evocato dagli stessi commentatori russi sembra essere tornato sul campo di battaglia: la guerra alla logistica entra in una nuova fase e Kiev è costretta a ridistribuire i propri flussi di uomini e rifornimenti.


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Quebec, la vittoria dei separatisti apre una nuova crisi per il Canada

Le elezioni del 5 ottobre in Quebec hanno segnato una netta avanzata del Partito del Quebec, formazione separatista che ha conquistato 59 dei 127 seggi con il 28% dei voti. Il risultato apre la strada a un possibile terzo referendum sull’indipendenza dopo quelli del 1980 e del 1995. Il leader separatista Paul St-Pierre Plamondon ha promesso la consultazione, ma non prima della fine della presidenza Trump nel 2029, considerando troppo rischiosa l’attuale tensione tra Canada e Stati Uniti.

Il voto rappresenta anche una pesante sconfitta per la Coalizione per il Futuro del Quebec, che ha perso tutti i 79 seggi conquistati nelle precedenti elezioni. Il rafforzamento del separatismo arriva mentre Ottawa è impegnata in una difficile guerra commerciale con Washington. Per il premier Mark Carney, che punta a mantenere unite tutte le province contro le pressioni statunitensi, il Quebec diventa così un problema politico ancora più delicato.

E Trump potrebbe sfruttare la situazione nei negoziati con Ottawa, facendo leva sulle aspirazioni indipendentiste della provincia francofona.

Il voto potrebbe inoltre influenzare l’Alberta, dove il 19 ottobre si terrà un referendum sul possibile avvio di un percorso verso l’indipendenza. La crisi dell’unità canadese, dunque, torna concretamente sul tavolo.



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UNSC Sudan-wide arms embargo would serve notice on both belligerents

6 October 2026 at 20:32

 

It was poor old Greece who drew the short straw. It chairs the UN Security Council this month and it’s fallen to them to chair the Council’s extra-sticky deliberations this coming Thursday on whether—as the United States is proposing—to extend the arms embargo on Sudan to the whole of the country. 

If the current embargo, currently covering Darfur, is of any practical effect, that would be in favour the Sudanese Armed Forces (SAF); their supply lines are easier. That would change under a countrywide embargo, and the regime led by Abdel Fattah al-Burhan naturally argue that the proposed extension would deny a ‘sovereign government’ a right to defend its people, its borders, and its own existence. 

But the issue isn’t whether Sudan has a right to exist or to protect civilians. It is whether the combatants who have made Sudan ungovernable should continue to receive external military support without meaningful restraints. The answer, say the United States, the United Kingdom and France, must be no. However, fortunately for Burhan, it’s a da from Russia and a semi-da and a raised eyebrow from China, neither of whom are especially squeamish about aggressive population control measures. 

So if the pro-extensionists are to make any headway on a countrywide UN arms embargo, they are going to have to make, and carry the day on, some fine distinctions. 

To begin with, a countrywide embargo would not settle the question of who represents Sudan at the United Nations. But it would recognise that neither the SAF nor the Rapid Support Forces (RSF) should enjoy an unlimited licence to import the means to continue a ruinous civil war.

There is an important distinction between a state’s standing in the UN and the rights claimed by those who temporarily wield power within that state. Sudan remains a member state. It has a seat in the General Assembly. Burhan and his minions continue turning up and claiming to speak in Sudan’s name. 

None of that would necessarily change in the face of an arms embargo extending across the whole of Sudan. The Security Council would not be making a determination regarding Burhan’s or the SAF’s legitimacy. Recognition, credentials, representation—these are all distinct matters decided elsewhere and by other means. 

The Council’s job is something else. It’s not dealing with constitutional niceties; it’s dealing with the life and death issues of international peace and security. If weapons are feeding a conflict and threatening civilians in a territory or state, it can restrict the transfer of arms to that state or territory without stripping it of its international legal personality. Sanctions are not derecognition. What they do recognise is that in some circumstances, stopping the bloodshed take precedence over any right to buy arms. 

A nationwide embargo would establish at least this much: that the SAF and the RSF are both belligerents. The SAF may be commanded by General Burhan and presently in control of the state’s formal institutions; the RSF may be a paramilitary force with its own commercial interests, territorial ambitions and record of atrocities. But neither distinction entitles either side to decide Sudan’s future at gunpoint. According to the UN Charter we are not supposed to be living in a world where political legitimacy is determined by the military power at your disposal.

The SAF’s claim to sovereignty cannot mean an unconstrained right to acquire weapons while the country is being torn apart. The RSF’s local control, meanwhile, cannot be converted into international entitlement by force, atrocity or the occupation of territory. Both forces are armed parties to a conflict. Both draw sustenance from external supplies. Both have strong incentives to believe that, if they can secure the next shipment, the next drone or the next patron, a military decision remains possible.

It’s this kind of calculation that the Security Council has to disrupt.

All that said, an embargo alone can’t bring peace. Sudan needs a ceasefire now, with humanitarian access protected, credible monitoring of violations and a civilian-led political process that gives Sudanese people — not rival generals — the authority to determine their country’s future.

But if both sides believe more arms may tilt the balance then a ceasefire becomes harder to achieve. An embargo changes that calculation. It increases the cost and risk of resupply, makes foreign sponsors more visible, and tells commanders that time is no longer automatically on the side of whichever force can secure a fresh consignment.

That is why this measure matters. It’s nowhere near a magic bullet but it would at least narrow the military options of the SAF and RSF alike, improve the prospects for a ceasefire, and more create political space for civilians to reclaim their state. 

Yemen, Ansarallah conquista il Monte Matran e punta su Taiz

 

Le Forze Armate Yemenite (YAF), guidate da Ansarallah, hanno conquistato l'area del Monte Matran nel distretto di Al-Selw, a sud della strategica città di Taiz, nel sud-ovest dello Yemen.

L'avanzata coincide con violenti scontri tra le truppe di Sana'a e le milizie sostenute dall'Arabia Saudita, che cercano di riprendere il controllo di Bab al-Mandab e di diverse zone della costa occidentale occupate dalla YAF il mese scorso. Secondo fonti militari, durante le operazioni sul Monte Matran l'esercito yemenita ha sequestrato un ingente quantitativo di equipaggiamento militare, inclusi veicoli corazzati e armi di vario calibro.

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Attraverso i propri canali ufficiali, la YAF ha diffuso filmati girati da droni che mostrano attacchi con missili balistici diretti contro le concentrazioni di truppe filosaudite. Tra le operazioni rivendicate figura anche un raid missilistico contro il campo di Al-Dagharir a Jizan, nel sud-ovest dell'Arabia Saudita, oltre ad attacchi mirati contro l'aeroporto di Abha. Secondo le forze di Sana'a, gli attacchi avrebbero causato decine di morti e feriti tra le fila nemiche.

Nelle ultime ore, le forze yemenite hanno inoltre lanciato un'ampia ondata di rappresaglie contro infrastrutture energetiche e militari in territorio saudita, prendendo di mira l'aeroporto King Khalid di Riyadh e una raffineria della Aramco a Rabigh, dove sono stati segnalati incendi.

Mentre gli scontri sul campo si intensificano, si registrano notizie contrastanti sul controllo del territorio. Le fazioni filogovernative sostenute da Riyadh affermano di essere avanzate nei pressi del distretto di Dhubab e nel settore orientale di Bab al-Mandab, penetrando in alcune aree come confermato anche dai corrispondenti locali. Al contrario, la YAF ha bollato questi annunci come "vittorie immaginarie", ribadendo di mantenere saldamente il controllo degli accessi alla fondamentale via navigabile del Mar Rosso e delle isole adiacenti.

Sul piano umanitario e militare, la coalizione a guida saudita ha intensificato i raid aerei con l'operazione denominata "L'alba dello Yemen", concepita per supportare le milizie alleate sul terreno. Gli attacchi hanno provocato vittime civili, tra cui una studentessa.

Nonostante la pressione aerea della coalizione, la YAF ha bloccato la strada principale che collega Aden a Taiz, stringendo ulteriormente la morsa sulla città. Taiz resta sotto il controllo del governo sostenuto dall'Arabia Saudita, ma è ormai da tempo quasi completamente accerchiata dalle forze di Ansarallah.

Bolivia: il Procuratore Generale deposto teme per la propria vita

Roger Mariaca, l'ex procuratore boliviano al centro di un controverso caso di corruzione, ha espresso timore per la propria incolumità, essendo stato rinchiuso nella stessa prigione che ospita criminali da lui stesso fatti incarcerare.

"Ho condotto le indagini insieme al mio team di procuratori; abbiamo assicurato alla giustizia assassini che attualmente si trovano in custodia cautelare proprio nelle carceri in cui ci state mandando", ha dichiarato l'ex funzionario durante un'udienza, rivolgendosi al giudice che presiede il suo processo.

Mariaca ha fatto riferimento in particolare a un caso giudiziario in cui ha ottenuto l'arresto dei responsabili dell'omicidio di cittadini brasiliani a Santa Cruz de la Sierra; gli individui coinvolti sono stati trasferiti nel carcere di Cantumarca, situato nel dipartimento di Potosí.

Lunedì, Mariaca è stato trasferito nella stessa struttura per scontare la custodia cautelare in attesa dell'inizio del processo a suo carico per riciclaggio di denaro, associazione a delinquere e traffico di sostanze controllate.

"Ha disposto sei mesi di detenzione. Rispetto la decisione - motivo per cui presenteremo ricorso tramite il mio avvocato - ma voglio che sappia, Vostro Onore, che la mia vita è ormai nelle mani del sistema giudiziario e nelle Sue, in quanto autorità giudiziaria che sovrintende al caso: una situazione che Lei avrebbe potuto evitare", ha aggiunto.

El Fiscal General de Bolivia detenido por la DEA tras conocerse los vínculos de Cerimedo con el narcotráfico le pide al juez en su primera audiencia que no lo envíe a la cárcel donde están los asesinos que él encarceló, también que no tuvo posibilidad de defensa en su detención. https://t.co/C0oGY5AoIG

— Julián Macías Tovar (@JulianMaciasT) October 5, 2026

Ha inoltre affermato che, dal momento del suo arresto la scorsa settimana, il suo diritto alla difesa non è mai stato rispettato; è stato trasferito a Potosí nonostante la sua residenza legale fosse a Santa Cruz de la Sierra, dove vivono i suoi tre figli minori, economicamente a suo carico.

Mariaca è stato arrestato mercoledì scorso dopo che gli Stati Uniti lo avevano inserito in una lista di 29 funzionari di Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù ai quali era stato revocato il visto a causa di presunti legami con la criminalità organizzata.

L'arresto del procuratore ha suscitato notevoli polemiche, poiché stava conducendo l'indagine su Fernando Cerimedo, consulente di spicco per governi di destra della regione e figura vicina alla cerchia ristretta di Donald Trump negli Stati Uniti.

Cerimedo, che ha lavorato anche come consulente per l'attuale presidente boliviano Rodrigo Paz, è detenuto in Bolivia dall'agosto scorso con accuse che includono tentato femminicidio, arricchimento illecito, riciclaggio di denaro, traffico di droga e usurpazione di funzioni pubbliche.

Il Partito Comunista del Cile denuncia "l'intervento aperto" degli USA nelle elezioni della regione


In merito alle elezioni presidenziali in Brasile, Lautaro Carmona, presidente del Partito Comunista del Cile (PCCh), ha accusato gli Stati Uniti di interferire nei processi elettorali della regione. Nella tornata elettorale, il neoliberista di estrema destra Flávio Bolsonaro ha ottenuto il 47,03% dei voti contro il 45,16% di Luiz Inácio Lula da Silva, candidato della sinistra progressista: un risultato che costringerà i due candidati al ballottaggio.

In un'intervista al programma Tolerancia Cero di CNN Cile - come riporta La Tercera - il leader comunista ha discusso il panorama elettorale brasiliano e ha analizzato l'ascesa della destra in diversi paesi dell'America Latina.

"Le battaglie elettorali coinvolgono sempre molteplici fattori; pertanto, si può scegliere una particolare spiegazione senza escludere l'influenza di altri elementi", ha affermato Carmona analizzando il risultato di Lula da Silva e la performance dei partiti di sinistra.

Tuttavia, il presidente del Partito Comunista (PCCh) ha sostenuto: "Ritengo che vi sia un intervento aperto ed evidente da parte degli Stati Uniti, risalente alla presidenza di Donald Trump".

"Giungono segnalazioni da più parti su come abbiano interferito - anche attraverso nuovi meccanismi di comunicazione - nei processi elettorali, favorendo una prospettiva e screditandone un'altra; sono in gioco tattiche molto sottili e precise", ha aggiunto.

Interpellato in merito alle accuse di interferenza elettorale rivolte anche a paesi come Cina e Russia, Carmona ha preferito non approfondire tale aspetto, riportando l'attenzione della sua analisi sugli Stati Uniti. Infatti, le circostanze stanno dimostrando che di interferenze in America Latina, con buona pace della propaganda, ci sono solamente quelle statunitensi.

"Questo è il quadro relativo al Brasile e alla posizione del Brasile in America Latina, regione recentemente definita 'cortile di casa' dai portavoce statunitensi e all'attenzione particolare rivolta a influenzarne i risultati elettorali", ha affermato.

Ha inoltre sostenuto che, qualora la candidatura del Partito dei Lavoratori (PT) non dovesse risollevarsi in vista del ballottaggio del 25 ottobre, il risultato avrebbe "conseguenze enormi e gravissime".

Analizzando le ragioni dell'avanzata elettorale della destra, Carmona ha osservato che "nel contesto dell'esaurimento di progetti che non hanno saputo rispondere alle reali esigenze e aspettative della popolazione - sia materiali che soggettive - ha preso piede qualcos'altro; forse il populismo. (Tuttavia) non intendo sminuire i successi elettorali di un'altra forza politica; preferisco studiarli e trarne conclusioni serie".

Russia’s Warning to Diplomats Tests Whether Strikes on Kyiv Can Force Political Retreat

6 October 2026 at 09:34

Moscow has again told foreign diplomats to leave Kyiv before further Russian strikes. The embassies have stayed. The episode exposes a broader Russian objective: turning military pressure on Ukraine’s capital into political and diplomatic retreat by its Western partners.

Russia’s Foreign Ministry renewed its warning to foreign diplomats and other foreign nationals on 3 October, urging them to leave Kyiv and saying Russian forces would continue large-scale strikes against targets in the Ukrainian capital and elsewhere. The warning said those who remained were exposing themselves to “mortal danger”, while Moscow sought to place responsibility for any consequences on the individuals and governments choosing to remain.

The military threat behind that warning is not theoretical. Russian missile and drone attacks on Kyiv have intensified, striking transport infrastructure, energy facilities and residential districts. EU Today has documented a succession of such attacks, including a September missile and drone barrage that killed three people and damaged residential and public buildings and a later jet-powered drone strike on the National Academy of Sciences in central Kyiv. Air alerts and attacks on the capital are now a routine part of the security environment in which foreign missions operate.

The significance of Moscow’s latest statement, however, goes beyond the question of physical safety. By telling foreign governments that their diplomats should leave and suggesting that those who stay must accept the consequences, Russia is attempting to change the political calculation surrounding Kyiv. If Western states began moving their embassies to Lviv or across the border into Poland, Moscow would have achieved something that continued military pressure has so far failed to deliver: a visible reduction in the international diplomatic presence in the Ukrainian capital.

That has not happened. Ukraine’s Foreign Ministry says it has received no request or notification from a foreign diplomatic mission indicating that it intends to relocate. Reports that some Western governments have considered contingency arrangements appear to concern emergency planning rather than decisions to withdraw, which is hardly surprising for embassies operating in a capital subjected to repeated missile and drone attacks. The distinction is important because preparing evacuation options is standard risk management; implementing them would be a political signal.

The European Union has gone further than simply denying evacuation plans. EU Ambassador Katarína Mathernová said that the EU Delegation, the EU Advisory Mission and all 25 EU member states maintaining embassies in Kyiv would remain in the capital. Her response was deliberately public, making clear that the Russian warning would not alter the diplomatic footprint of the EU or its member states in Ukraine.

Moscow has tried this before. In May, Russia issued a similar warning to diplomats and foreign nationals, prompting Brussels to summon the Russian chargé d’affaires. EU Today reported at the time that European officials viewed the warning as a threat against the foreign diplomatic community in Kyiv. Mathernová subsequently said that the EU would remain in Kyiv despite Russia’s renewed warnings, describing the pressure as an attempt to generate fear and isolate Ukraine.

The October warning has produced much the same result. One day later, Chancellor Friedrich Merz travelled to Kyiv, accompanied by Economy Minister Katherina Reiche and a German business delegation. His arrival was particularly difficult to reconcile with suggestions that European governments were preparing to abandon the capital. EU Today reported that the visit brought more than €1.3 billion in new German defence and energy commitments, while the German government presented the trip as a demonstration of continuing support for Ukraine.

Washington has taken a similar position. Secretary of State Marco Rubio said the United States would make its own assessment of whether it was safe for American diplomats to remain in Kyiv and noted that Russia had been issuing such warnings for months. The US embassy has continued operating, while the State Department has maintained its highest-level travel warning for American citizens because of the continuing war. That distinction — between advising private citizens not to travel and maintaining an official diplomatic presence — reflects the different responsibilities involved.

There is also a legal dimension to Moscow’s attempt to shift responsibility. Russian statements create the impression that once diplomats have been warned, the consequences of any subsequent attack fall on those who chose to stay. International law does not support such an interpretation. The Vienna Convention on Diplomatic Relations establishes the inviolability of diplomatic premises and personnel, although the immediate obligation to protect foreign missions rests principally with Ukraine as the receiving state.

Russia’s conduct of military operations is governed primarily by international humanitarian law. Diplomats remain civilians, while diplomatic buildings remain civilian objects unless they are being used in circumstances that would make them military objectives. Warnings can form part of an attacker’s obligation to take precautions, but they do not transfer legal responsibility to civilians who remain in place. The International Committee of the Red Cross makes clear that civilians who stay after an advance warning continue to enjoy protection, and an attacking force must still comply with the rules of distinction, proportionality and precautions.

That legal point is relevant because the wording used by Moscow appears designed to establish a different political narrative. Russia can warn foreign governments that further strikes are coming, but such warnings cannot provide advance immunity for the way those attacks are conducted. Nor do they relieve Russia of responsibility if attacks unlawfully damage civilian or diplomatic property.

The continued presence of embassies in Kyiv also has practical significance for Ukraine. Foreign missions give governments direct access to Ukrainian institutions and their own assessment of political, military and economic conditions on the ground. Their diplomats meet ministers, military officials, civil society representatives and businesses, reducing governments’ dependence on second-hand reporting and allowing them to judge developments for themselves.

Relocating those missions would therefore have consequences beyond symbolism. Diplomatic relations could continue from Lviv, Warsaw or elsewhere, but Moscow would inevitably portray any large-scale withdrawal from Kyiv as evidence that foreign governments no longer regarded the Ukrainian capital as sustainable as a diplomatic centre. That helps explain why European governments have answered the latest warning so publicly and why maintaining a visible presence has itself become part of the political response.

Russia has increasingly sought to combine physical attacks with wider political effects. Its missile and drone campaign places pressure on Ukraine’s electricity system, transport network, air defences and civilian population. The warnings to foreign missions extend the same logic to Ukraine’s international relationships: increase the perceived cost of remaining in Kyiv and encourage foreign governments to reduce their presence.

So far, that strategy has not produced the intended result. The EU says all of its embassies are staying, Germany’s Chancellor travelled to Kyiv immediately after the warning and Washington has made clear that it will take its own decisions about the security of its mission. Russia can make the Ukrainian capital more dangerous, but it has not persuaded Ukraine’s principal partners to treat Kyiv as a city they must leave.

Pezeshkian smaschera Washington: "I negoziati con gli USA? Una trappola"

 

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato, durante un colloquio con il Ministro degli Esteri armeno, che il problema principale nei rapporti con gli Stati Uniti risiede nel fatto che, ad ogni tentativo di negoziazione, Washington risponde con la guerra.

Nel corso dell'incontro tenutosi a Teheran con il Ministro degli Esteri e del Commercio Internazionale dell'Armenia, Ararat Mirzoyan, Pezeshkian ha definito un "inganno" la prassi statunitense di alternare attacchi militari a proposte di dialogo. Il Presidente ha ribadito che Teheran non intende negoziare con un avversario che ricorre ad assassinii mirati, sanzioni, pressioni e minacce, violando sistematicamente gli impegni presi.

"Finora siamo stati attaccati tre volte proprio nel bel mezzo dei colloqui", ha denunciato il leader iraniano, evidenziando come Washington non cerchi un reale dialogo, bensì il rovesciamento della Repubblica Islamica. Un tentativo che, ha aggiunto Pezeshkian, ha finito unicamente per rafforzare l'unità nazionale.

Sulla stessa linea, il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha ribadito che l'Iran difenderà con fermezza i propri interessi e la sicurezza nazionale, escludendo qualsiasi riapertura dei negoziati finché non saranno soddisfatte le condizioni poste da Teheran e denunciando le continue contraddizioni della politica statunitense.

Nucleare, ispezioni AIEA e relazioni regionali

Pezeshkian ha inoltre difeso la natura pacifico del programma nucleare iraniano, ricordando come Teheran abbia continuamente dimostrato massima trasparenza e disponibilità alle verifiche, sottoponendosi a livelli di supervisione tra i più elevati mai imposti dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA).

Ciononostante, il Presidente ha evidenziato come alla disponibilità al dialogo e alle ispezioni abbiano fatto seguito attacchi alle infrastrutture nucleari e l'assassinio di scienziati iraniani: "Quale logica può mai giustificare il bombardamento dei nostri centri scientifici e universitari?", ha contestato.

Guardando allo scenario geopolitico regionale, Pezeshkian ha ribadito la volontà dell'Iran di rafforzare i legami con i Paesi vicini per neutralizzare le pressioni esterne, mettendo in guardia contro le ingerenze straniere che destabilizzano il Caucaso. In merito ai rapporti con Yerevan, il Presidente ha espresso profonda stima per l'Armenia e per la comunità armena residente in Iran, definendola un pilastro d'onestà e rispetto reciproco, richiamando anche il positivo incontro avuto a New York con il Primo Ministro Nikol Pashinyan.

Da parte sua, il ministro Mirzoyan ha confermato la volontà dell'Armenia di sviluppare ulteriormente la cooperazione bilaterale con l'Iran in ambito internazionale, superando il vincolo delle sanzioni unilaterali. Pur ribadendo la vocazione pacifista di Yerevan e la difficoltà del percorso di stabilizzazione regionale, Mirzoyan ha garantito il massimo impegno nell'ampliare la partnership strategica tra i due Paesi.

L'Iran motiva la propria profonda diffidenza nei confronti di Washington ricordando come, in ben tre occasioni distinte, gli Stati Uniti abbiano fatto deragliare accordi e trattative: attacchi congiunti condotti con Israele mentre erano in corso colloqui indiretti sul nucleare e la violazione dei memorandum d'intesa volti a porre fine alle ostilità. A fronte di questa condotta, Teheran ha risposto sul piano militare e strategico — inclusa la minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz —, stringendo l'amministrazione statunitense in un'impasse complessa da sbroglaire.

"L'UE è complice di Israele": la dura lettera di 500 ex leader ed ex diplomatici europei

 

Un gruppo di 500 ex alti funzionari, ex diplomatici, ex ministri ed ex dipendenti pubblici europei ha denunciato apertamente l'inazione dell'Unione Europea di fronte ai piani di Israele volti a edificare nuovi insediamenti nei territori occupati della Cisgiordania.

In una dichiarazione congiunta pubblicata sul quotidiano francese Libération, i firmatari hanno sottolineato: «Nonostante le considerevoli conseguenze di questa nuova annessione territoriale, l'Unione Europea non ha adottato alcuna misura per dissuadere l'attuazione del progetto E1 né, più in generale, ha rispettato gli obblighi derivanti dai trattati europei di agire di fronte alle palesi violazioni del diritto internazionale».

Tra le personalità di spicco che hanno sottoscritto il documento figurano gli ex primi ministri e ministri degli Esteri francesi Dominique de Villepin e Alain Juppé, l'ex primo ministro italiano Massimo D'Alema, l'ex premier belga Yves Leterme, l'ex primo ministro svedese Stefan Löfven, l'ex Alto Rappresentante dell'UE Josep Borrell e l'ex Presidente del Parlamento Europeo Enrique Barón.

La richiesta di sanzioni e lo stop agli accordi commerciali

Di fronte al progetto israeliano di dividere di fatto in due la Cisgiordania occupata tramite l'area strategica "E1" — dove è prevista a breve l'assegnazione degli appalti per la costruzione di oltre 1.200 abitazioni —, i firmatari chiedono all'UE di agire "immediatamente". In vista del prossimo Consiglio Affari Esteri dell'UE, sollecitano la sospensione delle disposizioni commerciali dell'Accordo di Associazione UE-Israele del 2000, che garantisce il libero scambio bilaterale nei settori industriale e agricolo.

Inoltre, il gruppo chiede alla Commissione Europea di presentare con urgenza proposte legislative per sanzionare tutti gli istituti finanziari e i fornitori di servizi coinvolti nel progetto E1 o in altre attività legate agli insediamenti illegali, vietando qualsiasi scambio commerciale nell'UE correlato a tali accordi.

Le accuse a Germania e Italia e le tensioni sul campo

Mentre 12 Paesi europei hanno condannato il piano israeliano valutando restrizioni commerciali nazionali, i firmatari hanno criticato duramente la posizione di altri Stati membri — con particolare riferimento a Germania e Italia — accusati di "bloccare sistematicamente l'adozione di misure a livello europeo, diventando così di fatto complici dell'indebolimento dei valori dell'UE e del definitivo affossamento della soluzione a due Stati".

La presa di posizione arriva in un clima di forte escalation. Il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha recentemente dichiarato che l'intera Cisgiordania occupata "appartiene a Israele". Sul terreno, i dati della Commissione palestinese contro il Muro e gli Insediamenti registrano oltre 5.500 attacchi condotti dai coloni contro abitazioni e uliveti nei primi nove mesi del 2026, con il danneggiamento di oltre 14.000 alberi.

Nonostante Tel Aviv abbia rinviato l'apertura delle gare d'appalto per il progetto E1 per evitare interferenze con le imminenti elezioni legislative israeliane, la pressione sul campo resta altissima: ad oggi si stima che circa 750.000 coloni risiedano in Cisgiordania, ripartiti in 194 insediamenti e oltre 400 avamposti illegali.

La Cina contro le mafie del Myanmar: così Pechino ha smantellato l’impero delle truffe

Dieci minuti. È bastato questo tempo a una task force cinese per arrestare alcuni esponenti delle cosiddette “quattro grandi famiglie” del nord del Myanmar, dopo il loro ingresso in territorio cinese nell’ottobre 2023. È uno degli episodi raccontati dal documentario ‘The Demise of Myanmar-Based Telecom Fraud’, dedicato alla vasta operazione con cui Pechino ha smantellato le organizzazioni criminali responsabili di truffe ai danni di cittadini cinesi. La campagna era partita nell’estate del 2023 contro quattro principali centri delle frodi nel nord del Myanmar. Di fronte al rifiuto di alcuni gruppi di collaborare, le autorità cinesi decisero di abbandonare i negoziati e passare all’azione. Dopo una sparatoria che coinvolse cittadini cinesi nell’ottobre 2023, Cina e Myanmar istituirono una squadra investigativa congiunta.

Per la prima volta la polizia cinese entrò nei complessi utilizzati dalle organizzazioni criminali a Kokang per raccogliere prove, operando anche mentre infuriavano i combattimenti e cadevano bombe nelle vicinanze. Il documentario mostra anche la dimensione violenta del sistema: in un complesso controllato dalla famiglia Ming è stato scoperto un poligono sotterraneo dove sarebbero stati uccisi lavoratori coinvolti nelle truffe. Le organizzazioni criminali avevano trasformato frodi, gioco d’azzardo, droga e prostituzione in un vero sistema economico, protetto da gruppi armati e da importanti famiglie locali.

Il gruppo guidato da She Zhijiang, ad esempio, aveva creato oltre 200 piattaforme di gioco online, coinvolgendo 330.000 cittadini cinesi e movimentando più di 2,7 miliardi di yuan. La risposta cinese ha portato all’arresto di oltre 57.000 cittadini cinesi sospettati di coinvolgimento nelle frodi attraverso operazioni coordinate tra Cina e Myanmar. I principali esponenti delle organizzazioni sono stati perseguiti, condannati e, in diversi casi, giustiziati. Il risultato della campagna si riflette anche nei dati più recenti: in Cina i casi di frode telefonica sono diminuiti per undici mesi consecutivi rispetto all’anno precedente e, nella prima metà del 2026, le denunce sono calate del 15,6%.

La vicenda mostra così la dimensione di un'operazione che Pechino ha condotto attraverso pressione diplomatica, cooperazione transfrontaliera e azione diretta contro le strutture criminali. Il messaggio lanciato ai gruppi del Myanmar è stato inequivocabile: la protezione offerta da confini e reti criminali non sarebbe più stata sufficiente a sottrarsi alla repressione cinese.


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Trump e il petrolio, l’Europa davanti a un ricatto permanente

Cento milioni di barili potrebbero far scendere temporaneamente i prezzi dei carburanti e offrire un sollievo all’economia europea. Ma insieme ad essi l’Europa rischierebbe di perdere anche una parte della propria autonomia politica, scrive Advance.

L’UE è caduta in una trappola e Trump ha capito che, chiudendo il rubinetto, può costringere gli europei a fare concessioni. Il problema è che il meccanismo può ripetersi: oggi saranno richieste determinate concessioni, domani potrebbero essere altre, stabilite di volta in volta da Washington.



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L'avvertimento di Lula a Bolsonaro in vista del ballottaggio

Il presidente brasiliano e candidato alla rielezione Luiz Inácio Lula da Silva ha lanciato un avvertimento al suo rivale politico Flávio Bolsonaro, in seguito ai risultati del primo turno elettorale, che hanno visto prevalere l'esponente della destra.

"Sono molto bravo negli scontri diretti. Bolsonaristi, preparatevi, perché vi sconfiggeremo", ha scritto il presidente sul suo account X.

Eu sou muito bom no mata-mata. No tête-à-tête. Os bolsonaristas se preparem, porque nós vamos derrotá-los. https://t.co/x7ILCy5gYD

— Lula (@LulaOficial) October 5, 2026

Lo storico leader brasiliano ha rilasciato queste dichiarazioni dopo l'annuncio dei risultati del primo turno delle elezioni, in cui Lula ha ottenuto il 45,16% dei voti totali, mentre Bolsonaro lo ha superato di quasi due punti percentuali, attestandosi al 47,03%.

Il leader del Partito dei Lavoratori (PT), che era in testa ai sondaggi, ha definito il risultato "inaspettato", poiché contava di vincere senza ricorrere al ballottaggio.

Lula ha dichiarato che questo lunedì inizia una "nuova campagna" per "mostrare la vera immagine del Brasile di oggi e del Brasile che vogliamo".

Il ballottaggio si terrà il 25 ottobre.

La Russia valuta la ripresa dei voli diretti per Cuba

Il Ministero degli Esteri russo ha confermato che la ripresa dei voli diretti verso Cuba rimane una priorità nell'agenda bilaterale. La conferma è giunta da Alexander Shchetinin, Direttore del Dipartimento per l'America Latina del Ministero degli Esteri russo.

Il funzionario ha sottolineato che la riattivazione dei collegamenti aerei dipende dal ripristino delle condizioni tecniche e logistiche sull'isola; senza questo prerequisito, non è possibile riaprire le tratte.

Queste capacità sono state fortemente influenzate dall’intensificazione delle misure coercitive unilaterali promosse da Washington. L'interruzione temporanea delle rotte dirette risponde alla grave carenza di carburante per l'aviazione del Jet A-1, l'input da cui dipende ogni decollo.

?? Rusia mantiene en agenda la reanudación de los vuelos directos con Cuba, según la Cancillería rusa. El diplomático Alexandr Schetinin confirmó que evalúan las condiciones para retomar las conexiones aéreas. #teleSUR #Rusia #Cuba https://t.co/BsLn5xIEfZ

— teleSUR TV (@teleSURtv) October 5, 2026

La carenza è stata causata dalle sanzioni finanziarie ed energetiche coercitive firmate dall’amministrazione statunitense. Queste azioni mirano a ostacolare l’approvvigionamento di idrocarburi all’isola e colpiscono l’intero apparato di approvvigionamento.

L'Ufficio Nazionale di Statistica e Informazione (ONEI) ha registrato un calo del 48% negli arrivi di visitatori internazionali. Il totale si è attestato a sole 298.057 unità rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente: una flessione che ha più che dimezzato l'afflusso di viaggiatori nel Paese.

La crisi dell'approvvigionamento energetico si è aggravata dopo che la Casa Bianca ha imposto dazi e attuato misure intimidatorie nei confronti delle compagnie di navigazione e delle aziende energetiche che forniscono petrolio all'isola. L'impatto si estende ai trasporti, alla sanità, alla produzione alimentare e all'aviazione civile.

Il blocco economico ha trasformato la carenza di carburante in un problema strutturale. L'isola dipende dalle importazioni di greggio per alimentare aeromobili, ospedali e sistemi di trasporto. Per Mosca, la ripresa dei voli richiede condizioni operative specifiche; le operazioni sono subordinate a concrete garanzie logistiche.

Il ripristino dei voli diretti tra le due capitali richiede l'implementazione di procedure sicure per il rifornimento degli aerei russi presso gli aeroporti cubani o in scali intermedi. Questa sfida operativa è al centro della cooperazione strategica bilaterale.

La possibilità di effettuare rifornimenti durante scali intermedi è tra le alternative al vaglio di entrambe le parti. L'obiettivo è garantire che gli aeromobili non dipendano da un unico punto di rifornimento.

Dopo Rutte anche Stubb invita ad accusare sempre la Russia.... anche sul caso Cueta

 

Dopo le dichiarazioni shock di Marc Rutte, l'ineffabile segretario della NATO, che ha invitato i paesi dell'Ue a dara la colpa alla Russia anche se non del tutto certi, il presidente finlandese Alexander Stubb ha regalato un'altra chicca in una surreale intervista al quotidiano spagnolo El Mundo. L'uomo che ha grandi responsabilità nella decisione che ha portato alla fine della neutralità del suo paese e all'escalation attuale contro Mosca, ha accusato la Russia di essere responsabile di una vasta gamma di problemi di sicurezza che affliggono l’UE - e su questo nulla di nuovo rispetto alla russofobia nota - compreso, aggiunge Stubb, anche dell’afflusso di migranti durante l’estate a Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco. «Mandano richiedenti asilo al nostro confine, come abbiamo visto anche a Ceuta», ha detto, accusando la Russia di commettere atti di sabotaggio in tutta l’UE. Il giornalista spagnolo, chiaramente incurisioto, dall'intraprendenza di Stubb sull'argomento lo ha incalzato. E il presidente finlandese ha dovuto semplicemente ammettere di non «conoscere la questione abbastanza bene da prendere posizione».

Ora che Sanchez ha annunciato le elezioni per fine novembre si moltiplecheranno dichiarazioni di questo tipo. E, infatti, non contento, Stubb ha poi affermato che gli attacchi informatici sostenuti dalla Russia «stanno avvenendo proprio in questo momento contro banche spagnole e altri obiettivi», senza citare prove specifiche. 

Interrogato sulla possibilità di un conflitto diretto tra la NATO e la Russia, tuttavia, Stubb l’ha liquidata come trascurabile. «Ci aspettiamo che la Russia attacchi? La risposta è no. Non abbiamo prove in tal senso», ha dichiarato . Secondo il presidente finlandese, i leader dell’UE hanno un «problema di comunicazione», poiché alcuni hanno «agito in modo allarmistico, confondendo scenari [ipotetici] con la percezione della minaccia».

Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevicius aveva esortato ieri i funzionari a non «esagerare» quando rilasciano dichiarazioni allarmistiche sulla Russia e ha affermato che non vi sono prove che il Paese stia pianificando un attacco alla NATO. Ciononostante, i funzionari dell’UE hanno sostenuto che il blocco, così come la NATO, dovrebbe essere preparato a un potenziale scontro con la Russia. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha affermato che il Paese deve essere pronto per un conflitto già a partire dal 2028. Il governo tedesco ha modificato il proprio «freno all’indebitamento» costituzionale per finanziare la spesa militare e ha approvato un bilancio per il 2026 che stanzia la cifra record di 108,2 miliardi di euro (121,5 miliardi di dollari) alla difesa e 11,5 miliardi di euro in aiuti militari all’Ucraina.

Ci prepariamo, in estrema sintesi, alla guerra con idiozie su Ceuta come quella di Stubb al Mundo e con il Segretario della NATO Rutte che invita i paesi membri ad accusare la Russia anche se non ne sono certi. Con i media filo UE che coprono queste assurdità con l'autocensura.

Rutte si lascia scappare: “quasi certo” è sufficiente per attribuire la colpa alla Russia

 

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha esortato gli Stati membri ad attribuire alla Russia la responsabilità di qualsiasi incidente che ritengano sospetto, anche in assenza di prove inconfutabili. Ha inoltre accolto con favore una recente accusa mossa dall’Estonia contro il suo vicino orientale e ha invitato le altre nazioni a seguire l’esempio.

Intervenendo questa settimana a una conferenza stampa congiunta con il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevicius, Rutte ha incoraggiato un pubblico gioco di accuse su quelle che ha definito “attività maligne nella zona grigia”, abitualmente attribuite alla Russia dai membri della NATO.

“Avete sentito ieri il Comandante Supremo Alleato dire: ‘Ehi, quando potete, quando siete sicuri che siano i russi, o quasi sicuri che siano i russi, attribuitelo ai russi’ – esattamente come ha fatto oggi l’Estonia. Lo apprezzo», ha affermato Rutte.

Lunedì, il comandante supremo alleato della NATO in Europa, Alexus Grynkewich, ha descritto l’attribuzione pubblica di questo tipo di incidenti alla Russia come un «deterrente» contro la presunta «minaccia russa» durante un intervento davanti a una commissione del Parlamento europeo. Rutte è noto per la sua ferma posizione anti-russa, nonché per il suo ardente sostegno a Kiev nel conflitto con Mosca. La scorsa settimana, intervenendo a un evento del Chicago Council on Global Affairs in Iowa, si è offerto di aiutare «a proteggere gli Stati Uniti dalle minacce della Russia». Durante la conferenza stampa congiunta con Sinkevicius, ha inoltre sostenuto che il blocco dovrebbe fare «ancora di più per l’Ucraina, e non di meno».

Di seguito la traduzione dello spezzone in questione di Marc Rutte. Dal sito della NATO non l'hanno ancora tolto.

"E sono pienamente d’accordo. E per quanto riguarda la tua seconda domanda, no, non sto dicendo che queste attività maligne nella “zona grigia” non abbiano un impatto. Possono avere un impatto, e a volte lo hanno, chiaramente. Quello che sto dicendo è che disponiamo di tutte le opzioni di risposta, a volte visibili, a volte no – non sempre pubbliche, non sempre basate sul principio “occhio per occhio”. Ieri avete sentito il Comandante Supremo Alleato dire: «Ehi, quando è possibile, quando siete sicuri che siano i russi, o quasi sicuri che siano i russi, attribuitelo ai russi» – esattamente come ha fatto oggi l’Estonia. Me ne rallegro. E condividete anche tutte le informazioni di cui disponete, in qualità di Alleati, con la NATO, con lo SHAPE e con il team del Comandante Supremo Alleato, in modo da avere un quadro completo della situazione. Quindi, le opzioni di risposta ci sono. Facciamo ciò che è necessario, e gli Alleati possono davvero aiutare attribuendo la responsabilità, ma anche assicurandosi che abbiamo una visione d’insieme di ciò che sta accadendo. È esattamente ciò che stiamo facendo, nello spirito di mantenere la calma e andare avanti. Siamo più forti e loro lo sanno."

E intanto con un "quasi certo" di Rutte potremmo trovarci presto in guerra contro una potenza nucleare....

From Florida.. A New Blow to the Muslim Brotherhood

5 October 2026 at 08:35

 

The state of Florida has brought the issue of the Muslim Brotherhood back into the centre of global controversy, following a decisive decision against it, along with one of its branches there.

Ron DeSantis and the Florida Cabinet, on September 29th, designated the Muslim Brotherhood and the Council on American-Islamic Relations (CAIR), along with another organisation, as domestic terrorist groups.

More than 90 foreign terrorist organisations, federally designated as such, were also included on the same list.

According to the website (floridaphoenix), CAIR describes itself as the foremost civil rights organisation serving the Muslim community in the United States since its founding in 1994, and it has more than 25 chapters across the country, including in the cities of Tampa and Sunrise (in Broward County), while documented reports link it to being one of the branches of the Muslim Brotherhood.

Under this decision, the council and the remaining organisations will be barred from receiving financial support from local governments and the state government, and scholarships for schools designated for them, from which they benefit financially, will be cancelled.

All those affiliated with it will face severe penalties, and all its activities in the state of Florida will be shut down.

Since January, the United States has designated three branches of the Muslim Brotherhood, in Egypt, Jordan, and Lebanon, as terrorist groups, and two months later it also designated the Muslim Brotherhood in Sudan as a terrorist organisation.

Florida Governor Ron DeSantis commented, in statements carried by the American website (wfla), on his state cabinet’s decision, saying: “If you look at some of these entities.. you will find that the Council on American-Islamic Relations (CAIR) was a co-conspirator without being formally charged in the largest terrorism financing trial in American history. And there are many financial channels that fuel these movements.”

He added: “We want to make sure that we are doing everything we can in Florida to put an end to that; and this has now become official.”

For his part, James Uthmeier, senior adviser to DeSantis, said: “Supporting these groups is a crime, and taxpayer money will not fund them.”

He continued: “Likewise, there will be no contracts and no foothold for them in our universities, and students who promote them will be expelled. The ‘Free State of Florida’ will not allow terrorism to be laundered through our educational institutions.. We will call these groups by their names, cut off their funding, and hold accountable those who support them financially.”

For its part, the Council on American-Islamic Relations (CAIR) in Florida rejected the government’s measures, considering them a violation of the constitutionally guaranteed rights of Florida residents, and said the terrorism allegations are completely unfounded.

If the council fails to obtain a ruling from the federal courts, the decision will take effect on November 5th.

A Legal Dispute Ending in a “Ban”

DeSantis’s moves against CAIR were not new, as he had previously issued an executive order in December 2025 designating it as a terrorist organisation, but in response, CAIR’s Florida chapter challenged the decision and turned to the federal court, which issued a ruling suspending the implementation of the state’s decision.

Florida later returned to the issue through a different legislative path with the enforcement of the law (HB 1471) on July 1st, 2026, which created a statewide legal framework for designating organisations.

On September 29th, the Florida Cabinet approved the new designations, placing the council on the domestic terrorism lists, at a time when other moves against the decision have begun from human rights groups.

Renewed Suspicions of Corruption

Florida authorities based their placement of the Council on American-Islamic Relations (CAIR) on terrorism lists on a set of historical documents and records used to justify the administration’s position on the organisation and its alleged ties to networks linked to the Muslim Brotherhood and Hamas.

Among the most prominent elements raised was the listing of the Council on American-Islamic Relations (CAIR) as an “unindicted co-conspirator” in the Holy Land Foundation case, which was heard in U.S. courts beginning in 2007, in addition to allegations of historical links between some of the organisation’s founders and figures associated with Hamas.

According to the website (floridaphoenix), the state of Texas had designated the Council on American-Islamic Relations (CAIR) as a terrorist group on its state lists in 2025.

Globally, the United Arab Emirates has designated CAIR as a terrorist organisation since 2014, due to its direct link to the Muslim Brotherhood, which it also designates as a terrorist group.

Main Image: Mr. Mohamed Badia – General Guide of the Muslim Brotherhood during the opening ceremony of the Alexandria Muslim Brotherhood main office in 2011. (Photo: Mohamedhph CC0 via Wikipedia)

Beyrouth, les sens de la fête

30 September 2026 at 08:49
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Elle est souvent présentée, voire encensée, dans de nombreux médias occidentaux comme le « lieu de la fête au Proche-Orient » (1), ce qui attesterait sa « résilience », terme en vogue qui horripile de nombreux Libanais de la capitale, sinon du pays tout entier. L'exception beyrouthine tiendrait, selon la géographe Marie Bonte, dans son « offre festive mais aussi dans la capacité des habitants à faire la fête, quelle que soit la conjoncture ». Après avoir retracé l'émergence de la vie nocturne au « temps des cabarets » (1920-1960) et son adaptation durant la guerre civile (1975-1990), elle montre comment, à partir des années 2000, « des bars et les boîtes de nuit se concentrent dans des îlots denses de monde, de bruit et de lumière, donnant à la ville des allures d'archipel ». Ces îlots sont traversés par des dynamiques politiques où se mêlent concurrence économique, reconstitution de hiérarchies entre les professions, formes de distinction sociale diverses selon les lieux fréquentés ou encore « appropriation d'une mémoire politique de gauche » via les choix musicaux et un usage des lieux dépassant le cadre de la fête. Certes, il peut s'agir aussi d'une échappatoire face à l'incertitude du lendemain.

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C'est ce mélange qui innerve le roman graphique, plus exactement le récit autobiographique imagé Rue de Phénicie, de Lamia Ziadé (2), après Ô nuit, ô mes yeux (2015), Ma très grande mélancolie arabe (2017) et Mon port de Beyrouth (2021), tous parus chez POL. L'autrice vit depuis longtemps à Paris, où elle poursuit son interrogation et sa célébration d'une identité singulière, et de sa ville natale, avec une liberté stimulante, une fantaisie fantastique — au long d'une déambulation nocturne à travers Beyrouth ainsi qu'à travers sa propre histoire, inextricablement liée à son « obsession, l'histoire moderne du Liban et du Proche-Orient ». Durant ses longs séjours à Beyrouth consacrés à l'écriture et à des expositions après une « vie de noctambule délurée » à Paris, la fête lui apparaît comme une forme de résistance dans une ville qui ne veut pas s'éteindre, au propre comme au figuré. À la fermeture du Paradise, le dernier bar ouvert de la nuit, elle se lance à la recherche d'une boîte fantasmée — la Boîte de Pandore —, ce qui lui sert de prétexte pour déambuler dans l'histoire politique du pays et de la région à travers des lieux hautement symboliques, comme le Musée national, ou des cimetières. Mais Lamia Ziadé n'est pas dupe de la dimension illusoire de sa quête.

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Deux autres déclinaisons ajoutent leurs variations à cette évocation obsédante. Dans le deuxième volume de la bande dessinée Le Génie de Beyrouth (3), qui revient sur le siège en 1982 de Beyrouth-Ouest — fief de l'Organisation de libération de la Palestine (OLP) et de ses soutiens libanais — par l'armée israélienne, les rues sont plongées dans l'obscurité et, pour le journaliste qui écrit à la lueur de la bougie, la ville semble « coincée dans son dernier carré, (…) obligée de faire face », elle ne peut plus se réfugier dans la nuit. Mais elle a des ressources insoupçonnées.

Quant à la narratrice du premier roman, proche de l'autobiographie, de la Franco-Libanaise Manal Salamé, si elle déclare préférer la ville de jour (4), car, « le jour, elle ne sait pas mentir », elle ne se refuse pas à parcourir la nuit et ses faux-semblants, ceux que, de retour au Liban après dix-sept ans d'absence, elle retrouve lors d'une longue soirée alcoolisée. À Beyrouth, on n'éteint pas les lumières.

Voir en ligne : /2026/10/APPELT/70087

(1) Marie Bonte, Nuits de Beyrouth. Géographie de la fête dans une ville post-conflit, ENS Éditions, Lyon, 2023.

(2) Lamia Ziadé, Rue de Phénicie, POL, Paris, 2025, 392 pages, 34 euros.

(3) Sélim Nassib et Léna Merhej, Le Génie de Beyrouth. La fille tombée du ciel (tome 2), Dargaud, Paris, 2026, 112 pages, 23 euros.

(4) Manal Salamé, Habibi Beyrouth, Éditions La Tribu, Paris, 2026, 309 pages, 21 euros.

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