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Toyota avverte Bruxelles: “Non siamo ospiti in Europa”. E chiede di cambiare le regole sull’auto

16 October 2026 at 14:00

Toyota invita Bruxelles a correggere il tiro sulle regole che guideranno il futuro dell’auto europea. Il messaggio del costruttore giapponese è chiaro: difendere l’industria del Vecchio Continente è necessario, ma senza alzare muri contro i partner commerciali né imporre una transizione elettrica che, almeno per ora, procede più lentamente del previsto. Da qui la proposta di sostituire al tradizionale Made in Europe un più inclusivo Made with Europe, accompagnato da una serie di richieste concrete sulle emissioni e sulle politiche industriali.

“Toyota non è un ospite in Europa. Siamo un produttore europeo e vogliamo che l’industria automobilistica europea abbia successo”, ha dichiarato Yoshihiro Nakata, presidente e CEO di Toyota Motor Europe. Parole che riassumono il senso della proposta e introducono una questione tutt’altro che secondaria: perché escludere Paesi come Giappone, Regno Unito e Turchia, che da decenni partecipano alla produzione automobilistica europea? Secondo Toyota, le nuove regole sui componenti di origine locale dovrebbero tenere conto anche di queste realtà. La Casa propone una quota del 70%, da raggiungere nell’arco di tre anni e senza obblighi sostanziali prima del 2030. Una richiesta che nasce dalla volontà di mantenere aperti gli scambi, ma anche da interessi ben precisi: Toyota dispone di una rete produttiva internazionale che potrebbe risentire di norme troppo restrittive.

Il capitolo più delicato resta però quello delle emissioni, dove i numeri raccontano bene la distanza tra gli obiettivi fissati da Bruxelles e le previsioni del gruppo giapponese. Nel 2030, secondo Toyota, le auto elettriche rappresenteranno circa il 45% delle nuove immatricolazioni europee, mentre per rispettare gli attuali vincoli sulle emissioni servirebbe superare il 55%. Un divario ch si dovrebbe colmare concedendo più tempo ai costruttori, attraverso un sistema di calcolo delle emissioni distribuito su cinque anni, dal 2028 al 2032.

Lo sguardo si spinge poi al 2035, la data simbolo dello stop europeo alle nuove auto con emissioni di CO₂ allo scarico. Toyota propone di fermare l’asticella a una riduzione del 90% anziché del 100%, lasciando spazio anche ai carburanti rinnovabili. Per i veicoli commerciali leggeri chiede obiettivi meno impegnativi: -35% nel 2030 e -80% nel 2035. Del resto, per chi utilizza un furgone ogni giorno, autonomia, tempi di ricarica e capacità di carico non sono dettagli secondari.

Dietro queste richieste c’è una strategia (potremmo definirla multienergia) che Toyota porta avanti da anni: non puntare tutto su una sola tecnologia, ma lasciare convivere elettrico, ibrido, idrogeno e carburanti alternativi. Una strada che oggi incontra le posizioni di diversi costruttori europei, alle prese con una domanda di elettriche inferiore alle attese, costi elevati e concorrenti asiatici sempre più aggressivi.

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La sostenibilità ambientale, sociale ed economica, insieme al benessere animale delle DOP al centro dell’interesse di AECIS

16 October 2026 at 10:19

Per molto tempo il benessere animale è stato raccontato come una questione di sensibilità: si è a favore, difficile essere contrari. Oggi è diventato qualcosa di più preciso. È un parametro di sostenibilità che si misura, si certifica e finisce nelle valutazioni ESG, nei capitolati della grande distribuzione e nelle analisi di rischio di chi finanzia le imprese agroalimentari.

A spostare le cose è stata l’Europa. Dal Trattato di Lisbona del 2009 gli animali sono riconosciuti come esseri senzienti (art. 13): in grado quindi di provare dolore, piacere, emozioni. Da quel principio discendono una responsabilità condivisa fra Commissione e Stati membri e una strategia, Farm to Fork, che al centro del Green Deal ha trasformato la transizione verso sistemi alimentari sostenibili in un obiettivo industriale. E l’Italia è stata la prima in Europa a mettere risorse della Politica Agricola Comune sul benessere degli animali allevati.

Su questo terreno lavora AECIS, Associazione Europea Cultura Innovazione Sostenibilità, nata dall’esperienza di Alti Formaggi (2011) e costituita dai Consorzi di tutela di Provolone Valpadana DOP, Casciotta d’Urbino DOP e Piave DOP. Ed è il terreno del convegno “Sostenibilità in scena”, che l’Associazione dedica alle tre dimensioni in cui la sostenibilità si gioca davvero: ambientale, sociale ed economica. Sono anche le tre chiavi di questa lettura, perché un impegno conta qualcosa solo quando diventa verificabile. E lo strumento che lo rende tale ha un nome: SQNBA.

Che cos’è il SQNBA, in parole semplici

Il Sistema di Qualità Nazionale per il Benessere Animale è uno schema di certificazione nazionale ad adesione volontaria: nessuno è obbligato a entrarci, chi lo fa è perché ci crede. Fissa le regole e i criteri tecnici con cui va condotto l’allevamento, li misura su indicatori costruiti dalla ricerca scientifica e ne affida la verifica a organismi accreditati. Chi aderisce si impegna a tenere livelli di salute e di benessere più alti di quanto già chiedano le norme europee e italiane, a contenere il ricorso agli antibiotici e a rendere l’allevamento più sostenibile nel suo insieme.

Il vantaggio più immediato è l’ordine. Fino a oggi sullo stesso tema convivevano protocolli di certificazione diversi: faticosi da confrontare per un buyer, praticamente illeggibili per chi fa la spesa. Il SQNBA mette ordine e potrebbe diventare l’unico riferimento.

Per ora il Sistema si applica agli allevamenti bovini, da latte e da carne, e suini: sono le specie per cui il Comitato Tecnico Scientifico sul Benessere Animale ha già rilasciato le relative norme tecniche. I requisiti vivono dentro Disciplinari diversi a seconda della specie, dell’indirizzo produttivo e del modo in cui si alleva, ed è previsto che il perimetro si allarghi a tutte le specie di interesse zootecnico.

L’ingresso passa da ClassyFarm, la piattaforma informatica con cui il Ministero della Salute tiene sotto osservazione gli allevamenti e li classifica per livello di rischio. Il veterinario aziendale, o un collega incaricato e in possesso della qualifica, compila la check list dei prerequisiti e il portale risponde con un semaforo: verde se ci sono tutti, rosso se ne manca anche uno. Sul colore incidono anche le verifiche ufficiali già effettuate in stalla.

Ambiente: un animale che sta bene ha bisogno di meno farmaci

La prima ricaduta è insieme ambientale e sanitaria, e parte dal fatto che un animale che vive bene si ammala meno, e un animale che si ammala meno richiede meno trattamenti. Condizioni di allevamento e ricorso ai farmaci sono ormai due variabili che si muovono insieme, e il SQNBA nasce dentro una strategia che punta a ridurre l’antimicrobico resistenza (AMR), uno dei dossier più delicati della sanità pubblica europea.

Non è un principio astratto. Il consumo di antimicrobici e la suscettibilità sono fra le aree che monitora ClassyFarm, insieme al benessere degli animali, alla biosicurezza aziendale e alla fase di macellazione: i dati non restano in un cassetto, entrano in un sistema di classificazione del rischio che viene consultata dall’autorità sanitaria.

La direzione è quella di un modo di allevare più sostenibile, con ricadute positive sull’ambiente e sul tessuto sociale, con risvolti ambientali e sociali positivi e produzioni di qualità più alta. E vale la pena guardare dove sta andando l’Europa: dal 2020 la Commissione sta aggiornando la legislazione sul benessere animale – allevamento, trasporto, abbattimento, fino all’uscita progressiva dalle gabbie – e nella Visione 2025 per l’agricoltura e l’alimentazione ha confermato l’impegno di avvicinare gli standard richiesti anche a ciò che arriva da fuori Unione. Per un’impresa, certificarsi oggi vuol dire farsi trovare pronta.

Sociale: una filiera che si lascia leggere

La definizione più citata ha quasi mezzo secolo. Nel 1976 l’etologo B.O. Hughes descrisse il benessere animale come una condizione di piena salute, tanto fisica quanto psichica, in cui l’animale si trova in equilibrio con l’ambiente che lo circonda. Tre anni dopo il Farm Animal Welfare Council britannico tradusse quel principio nelle Cinque Libertà: niente fame né sete, niente disagio, niente dolore né malattia, la possibilità di comportarsi secondo la propria natura, nessuna paura e nessuno stress. Restano la griglia a cui le norme europee continuano a ispirarsi.

Il passaggio che riguarda da vicino chi compra è che tutto questo diventa visibile. Gli operatori certificati possono portare in chiaro i dati previsti dallo schema per distinguere i propri animali e i propri prodotti: il modo in cui si alleva, lo stabilimento da cui la partita arriva e logo SQNBA in etichetta, con una tracciabilità completa dall’allevamento alla tavola. Non è l’ennesimo bollino da decifrare ma è la possibilità di scegliere sapendo che cosa c’è dietro, nei pochi secondi che si passano davanti al banco frigo.

Ma le stalle gestite secondo standard più alti sono anche posti di lavoro migliori per chi ci passa le giornate. E i formaggi DOP restano parte integrante delle comunità in cui nascono, restano un pezzo delle comunità in cui nascono, perché il valore che producono non si ferma a monte ma si spalma su tutti gli anelli della catena.

Economia: dove si vede il ritorno

Per un’impresa zootecnica il benessere animale non è un costo a fondo perduto. Animali tenuti bene e in salute lasciano il segno su più voci di bilancio: rese più alte, lavoro meno pesante in stalla, una posizione più forte sui mercati, meno esposizione al rischio nella gestione quotidiana, una reputazione che cresce.

Per le filiere a Indicazione Geografica c’è un effetto in più. Affiancare al marchio europeo di qualità certificata, DOP o IGP, il logo SQNBA produce un ritorno di immagine e di valore che supera la semplice addizione di due marchi verificati da terzi perché consolida la credibilità dell’azienda e alzano l’asticella della qualità lungo la stessa linea che le Indicazioni Geografiche battono da decenni, e ridistribuiscono il valore in modo più equo fra tutti gli anelli della catena certificata.

Ci sono poi i costi organizzativi, perché aderire a uno schema di certificazione serio significa scrivere e applicare procedure in ogni angolo della gestione aziendale e in ogni passaggio di mano lungo la filiera – fra allevatore e caseificio, per esempio – per tenere i processi sotto controllo e correggere la rotta appena si devia. È lavoro in più ma non è una duplicazione di adempimenti: è un insieme di azioni coordinate che rafforza gli standard qualitativi di produzione, nel solco di quanto le Indicazioni Geografiche già fanno, e che porta a una distribuzione più equa del valore lungo tutta la filiera certificata.

Tre DOP diverse, un impegno comune

Provolone Valpadana, Casciotta d’Urbino e Piave sono tre mondi distanti: zone di produzione diverse, formaggi diversi e storie diverse. I rispettivi Consorzi condividono però la stessa scelta di fondo, cioè affrontare con serietà il miglioramento della filiera per rispondere alle esigenze di oggi senza scaricarne il conto su chi verrà dopo.

È una posizione coerente con la natura stessa delle denominazioni di origine, che portano la sostenibilità scritta nel proprio codice genetico: standard di sicurezza alti, prodotti con un buon profilo nutrizionale, una ripartizione del guadagno meno sbilanciata, pratiche produttive che rispettano i valori del luogo in cui sono nate.

Quello che mancava era un modo riconoscibile di dimostrarlo. Il SQNBA prende un patrimonio di pratiche spesso già in atto e lo rende certificabile, confrontabile e comunicabile. A un buyer, a un istituto di credito e, soprattutto, a chi legge un’etichetta avendo cinque secondi di attenzione a disposizione.

Ed è il percorso che “Sostenibilità in scena” porta sul palco: ambiente, persone ed economia non come tre capitoli separati di una relazione, ma come tre facce dello stesso lavoro quotidiano di chi produce un formaggio a denominazione di origine.

Le date degli incontri di approfondimento:

10 novembre 2026 – Cadeo (Pc) ore 15-17
La Scottina Relais & Bistrot
Strada del Riglio snc
Loc. Scottina – 29010 Cadeo (PC)

11 novembre 2026 – Invorio (No) ore 15-17
Sala Curioni del Municipio di Invorio
Via G. Curioni 2
28045 Invorio (No)

12 Novembre 2026 – Lodi ore 15-17
Ristorante Isola Caprera
Via Isola Caprera 14 – Lodi

16 Novembre 2026 – Treviso ore 15-17
Ristorante Albronsèr
Via di Sant’Angelo, 162
31100 Treviso (TV)

1° dicembre 2026 – Saronno (Va) ore 15-17
Istituto Prealpi di Saronno
Va San Francesco 13 – Saronno (Va)

In collaborazione con AECIS

 

Le due inflazioni delle regole di bilancio Ue

16 October 2026 at 09:23

L’alta inflazione incide sull’andamento della finanza pubblica e sul funzionamento delle regole europee. Sono due le questioni principali: il trattamento del fiscal drag e i margini di flessibilità rispetto a un percorso di spesa pubblica fissato nel 2024.

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Il Consiglio europeo non trova l’accordo sul bilancio Ue e rinvia il negoziato a novembre

16 October 2026 at 06:00

Il primo giorno del Consiglio europeo a Bruxelles si è concluso senza un accordo sul prossimo bilancio dell’Unione e con forti divisioni sulle politiche energetiche e climatiche. Dopo circa quattordici ore di negoziati, ieri i capi di Stato e di governo dei 27 paesi membri hanno confermato le proprie posizioni sulla spesa europea e discusso a lungo della richiesta di rinviare le nuove regole sulle emissioni dei trasporti e degli edifici. Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha convocato una riunione straordinaria per il 26 novembre, nel tentativo di raggiungere un’intesa sul bilancio entro dicembre. Ma diversi governi hanno già messo in dubbio che la scadenza possa essere rispettata.

Le difficoltà riguardano alcune delle principali scelte economiche e politiche che l’Unione dovrà affrontare nei prossimi anni. Il nuovo bilancio pluriennale, relativo al periodo dal 2028 al 2034, dovrà finanziare le politiche agricole, i programmi per le regioni economicamente più deboli, la ricerca e le nuove priorità europee, tra cui la difesa e la competitività industriale. Allo stesso tempo, i governi devono affrontare l’aumento dei prezzi dell’energia e decidere come conciliare la protezione di famiglie e imprese con gli obiettivi climatici già approvati.

La proposta presentata dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea, che esercita il coordinamento semestrale dei lavori, prevede una dotazione complessiva di circa 1.620 miliardi di euro. È una riduzione significativa rispetto al progetto iniziale della Commissione europea, ma non è bastata a ridurre le distanze tra i governi. I paesi che contribuiscono maggiormente al bilancio comune chiedono ulteriori tagli, mentre quelli che ricevono più finanziamenti contestano la diminuzione delle risorse destinate alle politiche tradizionali.

Da una parte ci sono i sei paesi generalmente definiti frugali: Germania, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Danimarca e Finlandia. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz considera ancora troppo elevato il livello complessivo della spesa e, secondo due diplomatici citati da Politico, ha indicato nei fondi per le regioni economicamente più deboli uno degli ambiti in cui intervenire. Il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha respinto la proposta irlandese, sostenendo che comporterebbe un aumento di quasi il 60 per cento del contributo netto della Svezia. Anche il primo ministro olandese Rob Jetten ha chiesto un bilancio più contenuto, con una maggiore attenzione alla sicurezza, alla competitività e alle nuove esigenze economiche europee.

Sul versante opposto si trovano i cosiddetti Amici della coesione, il gruppo più corposo di 17 paesi che comprende ltalia e Spagna. Il loro obiettivo è salvaguardare i finanziamenti agricoli e quelli destinati a ridurre le disparità economiche tra i territori. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha giudicato insufficiente la proposta irlandese rispetto alle ambizioni dell’Unione, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha escluso la possibilità di accettare ulteriori riduzioni. 

Le divisioni non coincidono però completamente con questi due schieramenti. Alcuni paesi favorevoli a mantenere elevata la spesa europea chiedono anche maggiori investimenti nella difesa, in particolare gli Stati baltici, che attribuiscono particolare importanza alla minaccia russa. La Finlandia, pur facendo parte dei frugali, vuole tutelare i sostegni all’agricoltura. La Francia non ha assunto una posizione definitiva sull’ammontare complessivo del bilancio, dovendo conciliare le proprie priorità europee con le difficoltà delle finanze pubbliche nazionali.

Costa vuole raggiungere un accordo politico entro dicembre 2026, in modo da lasciare tutto il 2027 all’approvazione delle norme necessarie per rendere operativo il bilancio dal primo gennaio 2028. Il calendario elettorale rischia però di complicare ulteriormente le trattative. Nei prossimi mesi sono previste le elezioni politiche in Italia e Polonia, ma soprattutto quelle presidenziali francesi dell’aprile 2027.

Durante la riunione a Bruxelles, il presidente francese Emmanuel Macron ha sostenuto la necessità di chiudere il negoziato entro dicembre. Secondo quattro diplomatici informati delle discussioni e citati da Politico, Macron ha spiegato ai colleghi che, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali francesi, non disporrebbe più del margine politico necessario per sottoscrivere un’intesa. Marine Le Pen è in testa ai sondaggi e ha promesso una forte riduzione del contributo francese al bilancio europeo e ha accusato le istituzioni dell’Unione di voler accelerare il negoziato per impedire al prossimo presidente di partecipare alla decisione.

Non tutti i governi condividono l’urgenza indicata da Macron. Kristersson ha detto di non considerare indispensabile un accordo entro dicembre, mentre Meloni ha ribadito che l’Italia non accetterà un compromesso economicamente svantaggioso soltanto per rispettare una scadenza. Anche il primo ministro lussemburghese Luc Frieden, pur dichiarandosi fiducioso sulla possibilità di concludere entro Natale, ha sostenuto che un eventuale rinvio non rappresenterebbe necessariamente un problema insuperabile.

La distanza tra queste posizioni si ritrova nelle conclusioni ufficiali del vertice. Nel documento approvato questa notte, i leader non hanno assunto un impegno vincolante a raggiungere l’intesa entro dicembre. Si limitano a riconoscere che un accordo entro il 2026 permetterebbe di adottare nel 2027 le disposizioni legislative necessarie a garantire la continuità dei finanziamenti europei dall’inizio del 2028. Un rinvio del compromesso politico non comporterebbe quindi un’immediata interruzione delle risorse europee. Ridurrebbe però il tempo disponibile per completare il successivo percorso legislativo, che richiede anche l’approvazione del Parlamento europeo. La presidente dell’assemblea, Roberta Metsola, ha già avvertito i governi che il Parlamento non si limiterà ad accettare automaticamente le loro decisioni.

Per cercare di superare lo stallo, Costa assumerà direttamente il coordinamento della nuova fase negoziale e presenterà una proposta prima del vertice straordinario del 26 novembre. Secondo le prime indiscrezioni, il presidente del Consiglio europeo intende modificare alcuni aspetti del compromesso irlandese, soprattutto quelli relativi alla flessibilità della spesa e alle nuove entrate comuni.

Tra le ipotesi da approfondire figurano forme di imposizione europea sulle grandi imprese tecnologiche, sulle attività legate alle criptovalute e sul gioco d’azzardo online. Costa esaminerà anche una proposta greca che prevede di destinare al bilancio europeo parte dei futuri ricavi nazionali derivanti dall’assegnazione delle frequenze mobili 6G. Queste soluzioni potrebbero ridurre la necessità di aumentare i contributi versati direttamente dai governi, ma incontrano a loro volta resistenze politiche.

Il presidente cipriota Nikos Christodoulides ha avanzato anche un’ipotesi diversa: ridurre la durata della programmazione finanziaria a tre o quattro anni, sostenendo che le crisi degli ultimi anni hanno dimostrato quanto sia difficile prevedere le esigenze europee su un periodo di sette anni. L’idea presenta tuttavia un ostacolo giuridico, perché le norme attuali dell’Unione stabiliscono una durata minima di cinque anni per il quadro finanziario pluriennale.

Le difficoltà sul bilancio hanno accompagnato un altro confronto particolarmente acceso, quello sulle politiche climatiche e sul costo dell’energia. La discussione, inizialmente dedicata alle misure per contenere i prezzi energetici, si è concentrata per circa tre ore sul sistema europeo di scambio delle quote di emissione e sulla sua estensione ai trasporti stradali e al riscaldamento degli edifici.

Il meccanismo attuale, conosciuto come ETS, impone un costo alle emissioni di anidride carbonica prodotte da impianti industriali e centrali elettriche. Il nuovo sistema, chiamato ETS2, estende il principio ai combustibili utilizzati nei trasporti e negli edifici. La sua applicazione è al centro di un confronto politico perché potrebbe comportare costi aggiuntivi per famiglie e imprese, in una fase in cui i prezzi dell’energia sono già aumentati a causa delle tensioni internazionali e della guerra in Medio Oriente.

Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria hanno chiesto di rinviare l’introduzione del nuovo meccanismo almeno fino al 2030. La richiesta ha ottenuto anche il sostegno di altri governi, mentre l’Estonia ha prospettato una revisione ancora più radicale. Secondo le ricostruzioni dei diplomatici presenti al vertice, Roma e i paesi del gruppo di Visegrád hanno insistito sul rischio che i nuovi costi delle emissioni aggravino ulteriormente le difficoltà economiche.

La proposta è stata contrastata da Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi e diversi paesi nordici. Finlandia, Svezia e Danimarca avevano già inviato una lettera alle istituzioni europee per difendere il sistema di scambio delle emissioni, sostenendo che indebolirlo avrebbe compromesso la prevedibilità delle regole sulla quale si basano gli investimenti industriali nelle tecnologie meno inquinanti.

Il compromesso raggiunto non prevede il rinvio richiesto dall’Italia e dagli altri governi. Nelle conclusioni ufficiali, il Consiglio europeo incarica invece la Commissione di aggiornare la valutazione degli effetti dell’ETS2, con particolare attenzione al funzionamento del sistema e ai meccanismi di protezione. La revisione dovrà considerare anche i possibili costi per i consumatori e le attività economiche. Rimane quindi aperta la discussione su eventuali modifiche, senza che sia stata presa una decisione di posticipare l’applicazione delle regole. Per il sistema ETS già esistente, i leader hanno chiesto interventi per rendere il mercato delle emissioni più prevedibile, limitare le oscillazioni dei prezzi della CO₂ e proteggere la competitività industriale. Allo stesso tempo, hanno confermato il ruolo centrale attribuito alla fissazione di un prezzo delle emissioni nella transizione energetica europea.

Sul fronte più immediato dei prezzi dell’energia, il Consiglio ha accolto l’intenzione della Commissione di prolungare il quadro temporaneo degli aiuti di Stato per i settori industriali maggiormente esposti alla crisi. Sono previste inoltre iniziative per migliorare la capacità delle raffinerie europee e favorire, su base volontaria, il coordinamento della domanda energetica. Si tratta di interventi che dovranno essere ulteriormente sviluppati dalla Commissione, non di un pacchetto già integralmente approvato e operativo. Lo scontro sull’energia ha avuto conseguenze anche sulla gestione del vertice. Le discussioni si sono protratte molto oltre il programma iniziale, costringendo Costa a cancellare la conferenza stampa prevista al termine della giornata e a proseguire i negoziati fino a tarda notte.

La prima giornata del vertice ha inoltre affrontato il futuro allargamento dell’Unione europea e le riforme interne necessarie a consentire il funzionamento delle istituzioni con un numero maggiore di Stati membri. Anche in questo caso, il documento finale contiene indicazioni generali, ma non introduce nuove scadenze vincolanti. La seconda giornata del Consiglio europeo, oggi sarà dedicata principalmente alla sicurezza e alla politica estera, con particolare attenzione alla guerra in Ucraina, alla difesa europea e alla gestione dei flussi migratori. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, arrivato a Bruxelles già giovedì per una serie di incontri bilaterali, parteciperà ai colloqui con i leader europei per chiedere ulteriori aiuti militari e finanziari. 

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto a Bruxelles prima del vertice, ha ribadito la proposta di nominare un rappresentante europeo incaricato di dialogare con Russia, Ucraina e Stati Uniti, in modo da garantire una posizione comune dell’Unione negli eventuali negoziati sulla guerra.

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Xi “ci ascolta” tramite i moderni veicoli? Non esattamente…

15 October 2026 at 13:42
L’articolo “Xi spia l’esercitazione militare a Oslo I soldati usano mezzi cinesi per gli spostamenti e scoprono che le telecamere dei veicoli hanno filmato tutto” pubblicato sul La_Verita del14 Ottobre ...

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Gas, Europa con le scorte più basse da 15 anni: perché l’Italia sfiora il 90%

15 October 2026 at 10:33

L’Europa si prepara all’inverno con le scorte di gas più basse degli ultimi 15 anni, mentre l’Italia guarda in faccia l’appuntamento in una posizione decisamente più solida. Secondo i dati più recenti, gli stoccaggi europei viaggiano intorno al 72-73%, contro l’88% del nostro Paese, ormai a un passo dall’obiettivo fissato dall’Arera.

Un quadro che intreccia prezzi, forniture dalla Russia e scelte politiche che si giocano anche a Washington. Ecco qual è il quadro generale, perché Roma è così avanti, il ruolo di Trump e soprattutto un po’ di dettagli sull’annoso nodo russo.

Le scorte di gas in Europa

I depositi europei sono pieni al 72%, contro l’83% di un anno fa, stando al rapporto invernale di Entsog, l’associazione dei gestori delle reti. I dati di Gas Infrastructure Europe, al 6 ottobre, indicano un livello di poco inferiore al 73%, pari a 826,3 TWh, contro i 945,86 TWh dello stesso periodo del 2025.

In particolare la situazione più critica riguarda i grandi mercati del Nord, con Germania e Paesi Bassi sono sotto il 60% con la Germania ferma a 146,68 TWh, contro gli oltre 190 dell’anno scorso. All’origine di tutto c’è chiaramente la crisi nel Golfo, che ha bloccato la rotta da cui passa circa un quinto del gas naturale liquefatto mondiale, facendo salire i prezzi e rendendo poco conveniente riempire i depositi durante l’estate.

Perché l’Italia sta meglio

Il quadro italiano è molto diverso. Secondo Gas Infrastructure Europe, al 6 ottobre, gli stoccaggi nazionali hanno superato l’88%, con una riserva complessiva di 179,45 TWh. Un progresso costante nel corso dei mesi, considerando un livello vicino all’80% ad agosto e all’84,8% a settembre.

Lieve flessione rispetto al 2025, quando le scorte al 6 ottobre erano a 188,85 TWh, che però non inficia il risultato positivo. A fine ottobre scorso si era arrivati al 94,7% ma ora non si esclude un netto avvicinamento a quella soglia. Detto ciò, restiamo comunque a un livello tra i più alti d’Europa. Abbastanza per coprire una quota significativa della domanda invernale.

Un vantaggio che ha diverse ragioni. Una spinta decisiva è arrivata dal premio di giacenza riconosciuto agli operatori, che ha reso conveniente riempire i depositi anche quando il mercato non lo consentiva. A questo si aggiunge una rete di forniture diversificata, con i gasdotti da:

  • Algeria;
  • Azerbaigian;
  • Libia.

A ciò si aggiungono i rigassificatori di:

  • Panigaglia;
  • Cavarzere;
  • Piombino.

Ultimo elemento da segnalare, poi, è una capacità di stoccaggio elevata rispetto ai consumi. Sul fronte alleanze, poi, è stato importante il viaggio di Giorgia Meloni a Oslo. Un momento chiave, perché si è trattato della prima visita di un presidente del Consiglio italiano in circa 15 anni. Il tutto con il tema della sicurezza energetica al centro.

Al netto di tutto ciò, siamo a un passo dall’obiettivo fissato dall’Arera: riempire gli stoccaggi al 90% entro il 31 ottobre. Con i depositi oltre l’88% al 6 ottobre, mancano dunque circa due punti percentuali. Un traguardo che appare alla portata entro la fine della stagione di stoccaggio.

Il gas russo

Con l’Europa che ha scorte basse, ogni carico in arrivo conta, compresi quelli dalla Russia. Secondo l’Ong tedesca Urgewald, nei primi nove mesi del 2026 i porti europei hanno ricevuto circa 16 miliardi di metri cubi di gas liquefatto russo.

Si parla di record, per un valore stimato di quasi 8 miliardi di euro. In pratica un carico su sette è russo, quasi tutto proveniente dall’impianto artico di Yamal. Inevitabilmente tutto questo fa scattare il dibattito. È vero che il gas di Mosca aiuta a riempire i depositi, ma l’Ue ha deciso di chiudere gradualmente il rubinetto.

I contratti brevi sono già vietati, mentre quelli di lunga durata lo saranno dal 1° gennaio 2027. Sostituire quei volumi, però, ha chiaramente un costo. Secondo l’istituto Ieefa, compensare le minori scorte con nuove importazioni costerebbe circa 3 miliardi di euro, il 12% in più di un anno fa, con il prezzo di riferimento europeo che si è mosso intorno ai 63-64 euro al megawattora sui mercati.

Rischi per l’inverno?

Rispondendo subito ai dubbi, il gas non dovrebbe mancare in inverno. I margini però sono stretti. Con poche scorte, infatti, sarà più difficile reggere un’eventuale ondata di freddo a fine inverno. Il gas liquefatto copre il 40% delle forniture europee e, per arrivare a primavera con una riserva di sicurezza, ne servirebbero quasi 100 miliardi di metri cubi in sei mesi.

Non si può soltanto guardare all’immediato, anzi. Sommando il calo delle scorte e lo stop al gas russo da gennaio, secondo Ieefa l’Europa potrebbe dover ridurre i consumi invernali del 7%, pari a 14 miliardi di metri cubi. Si spiega così l’agitazione di vari governi:

  • i Paesi Bassi hanno stanziato fino a un miliardo per riempire i depositi;
  • la Germania ha chiesto alla società pubblica Sefe di comprare altro metano;
  • l’Italia, con stoccaggi elevati, parte da una posizione più tranquilla rispetto ai consumi previsti.

Dipendenza da Trump

Sullo sfondo c’è però un elemento politico che si muove e può cambiare gli equilibri. A settembre infatti il Congresso americano ha approvato il Lindsey Graham Act. Ciò obbliga il presidente USA a valutare una lista di soggetti russi da sanzionare, tra cui Novatek, la società che controlla l’impianto di Yamal. Il primo termine scade il 18 ottobre.

Di fatto se Trump decidesse di colpire Novatek, banche, assicuratori e armatori sarebbero costretti a lasciare Yamal e il gas russo smetterebbe di arrivare in Europa con circa 2 mesi d’anticipo. La legge però consente anche di rinunciare alle sanzioni, motivando la scelta al Congresso. L’ipotesi per ora è descritta come “non improbabile”.

Il tutto però andrebbe a intrecciarsi con interessi d’affari, stando ad alcune ricostruzioni. Letture ancora da verificare, che però sottolineano come una parte della stabilità energetica europea passi anche per le scelte della Casa Bianca.

Titoli di Stato, Bruxelles studia limiti per le banche: a rischio la domanda di Btp italiani

15 October 2026 at 10:18

L’Unione europea sta valutando di limitare l’acquisto di titoli di Stato da parte delle banche.

La misura è ipotizzata per ridurre i rischi legati all’esposizione degli istituti verso il proprio Paese. Il tema è al centro del confronto sulla riforma dell’Unione bancaria. Il Governo italiano è già in allarme.

Tetto ai titoli di Stato, cosa vuole fare Bruxelles

La Commissione europea presenterà entro marzo la versione definitiva della proposta, mentre il Parlamento europeo ha iniziato a lavorare agli emendamenti.

Per l’Italia, dove il debito pubblico rappresenta una componente importante del mercato finanziario, il rischio è che nuove restrizioni riducano la partecipazione degli istituti alle aste del Tesoro.

L’orientamento della Commissione europea è affrontare il problema della concentrazione delle esposizioni bancarie verso i debiti sovrani nazionali, favorendo una maggiore diversificazione degli investimenti. La preoccupazione è che una banca troppo esposta ai titoli di Stato del proprio Paese possa subire conseguenze significative in caso di difficoltà finanziarie del governo.

L’ipotesi discussa prevede che, oltre una determinata soglia, i titoli di Stato detenuti dalle banche siano sottoposti a una ponderazione del rischio, con conseguenti maggiori accantonamenti patrimoniali. Attualmente questi titoli sono generalmente considerati a rischio zero ai fini prudenziali.

L’introduzione di nuovi requisiti potrebbe quindi modificare la convenienza per gli istituti a detenere grandi quantità di debito sovrano.

I rischi

Se la domanda dovesse diminuire mentre lo Stato continuasse a collocare debito sul mercato, gli investitori potrebbero chiedere rendimenti più elevati per acquistare le nuove emissioni. In questo scenario, il costo del finanziamento pubblico potrebbe aumentare.

Attenzione: non si tratta di una certezza ma solo di un rischio potenziale. Tutto andrebbe a giocarsi sui limiti effettivamente introdotti, sui tempi di applicazione delle nuove regole e sulla risposta degli altri investitori.

Il rialzo dei rendimenti può incidere sui conti pubblici attraverso il costo delle nuove emissioni e, allo stesso tempo, influenzare il valore di mercato dei titoli già presenti nei portafogli bancari.

Unione bancaria in Ue

La questione dei titoli sovrani si inserisce nel quadro dell’Unione bancaria europea, un progetto volto alla riduzione della frammentazione del sistema finanziario. L’Ue punta a un mercato bancario più integrato, limitando la dipendenza degli istituti dalle condizioni del Paese di appartenenza.

Sul tavolo anche l’ipotesi di garanzie comuni per la gestione delle crisi bancarie e la tutela degli utenti tramite fondi nazionali.

Il commento

Sul tema della concentrazione delle esposizioni delle banche sui titoli sovrani esprime preoccupazione Giovanni Crosetto, europarlamentare FdI e vice coordinatore Ecr in commissione Econ, citato dal Sole 24 Ore:

Ci preoccupa perché è stato inserito nella Comunicazione della Commissione, la quale ha esplicitamente detto che intende affrontare la questione. Nel documento parlamentare, attraverso un emendamento che ho presentato in questi giorni, cerchiamo di dare una serie di motivazioni sul perché non è il momento storico per intervenire e perché non persiste questo rischio sovrano.

Titoli di Stato e banche, la Commissione Ue prepara la riforma
Nella foto: Giovanni Crosetto (europarlamentare FdI)

La spiegazione:

L’orientamento della Commissione sarebbe quella di introdurre un tetto alla detenzione dei titoli di debito sovrano per le banche, oltre il quale i titoli di Stato detenuti verrebbero “ponderati” e dovrebbero essere fatti accantonamenti patrimoniali ulteriori. Se questo accadesse, potrebbe portare le banche a non partecipare più alle aste dei titoli di Stato. Le implicazioni sarebbero importanti proprio in un momento in cui si cerca di migliorare la circolazione dei capitali in Europa.

Consiglio europeo, Meloni detta le condizioni: no a sconti su contributi nazionali, agricoltura e coesione

15 October 2026 at 08:31

Il 15 e 16 ottobre è in calendario la riunione del Consiglio europeo e la linea di Giorgia Meloni è manifesta: “Agire subito in modo coordinato”, in primis per calmierare i costi dell’energia al fine di dare ossigeno a famiglie e imprese.

In vista dell’appuntamento cruciale, la presidente del Consiglio aveva già parlato al Senato e alla Camera puntando su competitività dell’Unione europea, sul caro energia e sull’accordo sul gas Trump-Putin.

La piattaforma comune europea

Anche l’Italia lavora alla creazione di una piattaforma comune con gli Amici della Coesione, finalizzata ad affrontare il negoziato sul bilancio pluriennale dell’Ue.

I 17 Amici della Coesione sono i capi di Stato e di governo di un gruppo di Paesi Ue uniti per difendere i finanziamenti destinati alla Politica di coesione e all’Agricoltura nel prossimo bilancio pluriennale.

Nella piattaforma sono inseriti i punti cruciali dell’accordo: nessun nuovo taglio al bilancio, sostegno alla Pac, sostegno alla Coesione (e non solo nei finanziamenti ma anche nelle regole di applicazione) no ai rebates, inserimento di risorse proprie ed equilibrate.

Il piano di Meloni per il Consiglio europeo

Così ha scritto su X la premier Meloni, in vista del Consiglio europeo, citando nell’incipit del suo messaggio il presidente della Romania:

Insieme a Nicușor Dan ho riunito i Capi di Stato e di Governo del gruppo degli Amici della Coesione in vista dell’#EUCO. Abbiamo deciso di restare uniti nel negoziato sul prossimo bilancio UE attorno a quattro priorità:

Questi i quattro punti citati:

  1. risorse sufficienti per affrontare tutte le priorità comuni;
  2. salvaguardare Coesione e Agricoltura sia sul piano delle risorse sia su quello delle regole di finanziamento;
  3. contribuzioni eque da parte degli Stati membri;
  4. no agli sconti sui contributi nazionali.

La conclusione:

Continueremo a lavorare insieme perché queste priorità siano riflesse nell’accordo finale!

Costo dell’energia e competitività

Il giorno precedente, il primo tema affrontato da Giorgia Meloni nella comunicazione al Senato in vista del Consiglio Europeo era stato quello del costo dell’energia e del suo peso sull’economia.

Aveva spiegato che:

La questione che oggi pesa più di tutto sulla nostra economia e sulla competitività delle imprese è il costo dell’energia. Nessuno può rispondere efficacemente da solo e per questo serve una risposta coordinata e rapida.

L’annuncio:

  • proposte per correggere il sistema ETS, perché il prezzo della CO2 rifletta l’economia reale e non le logiche della finanza;
  • rinvio dell’ETS2, che dal 2028 scaricherebbe nuovi costi su famiglie e imprese;
  • un meccanismo che consenta di contenere il prezzo del gas utilizzato per produrre energia elettrica;
  • semplificazione normativa e meno oneri amministrativi con l’Agenda “One Europe, One Market”.

Nel discorso di Meloni si è puntato al decreto Bollette. Poi anche al “successo italiano” del rinvio della stretta sul metano.

Bilancio Ue

Sul bilancio Ue, ovvero il prossimo Quadro finanziario pluriennale, Meloni aveva annunciato che non firmerà l’accordo per rispettare una data, ma “quando sarà giusto per l’Italia”.

I paletti:

  • no a un bilancio che ridimensioni la PAC;
  • ragionare su un rimborso graduale per il Next Generation EU;
  • più margine per misure come il taglio dell’Irpef.

Ucraina e Russia

Su Ucraina e Russia, la premier aveva criticato l’Europa:

Offre un’immagine di sé infantile ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca, e di regali a Mosca di questi tempi ne abbiamo fatti abbastanza.

Per “regali” potrebbe però intendere il precedentemente citato accordo stipulato da Donald Trump con Vladimir Putin, che consente alla Russia di esportare più gasolio per far abbassare i prezzi. L’aveva definita una mossa “rischiosa” e una “legittimazione per Mosca”.

Sulla pace, aveva detto:

Il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile […], nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa definirsi pace.

Difesa e sicurezza

Si è poi toccato il tema della difesa e della sicurezza. Sul punto, Meloni aveva dichiarato che una maggiore flessibilità per difesa e sicurezza significa risorse aggiuntive rispetto a quelle consentite dai parametri europei. Aveva quindi ribadito che:

Non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola: se non li spendessimo per la difesa, non potremmo spenderli per altro.

Meloni aveva richiamato l’attenzione su:

  • minacce ibride;
  • droni;
  • danneggiamento dei cavi sottomarini;
  • sabotaggi delle reti ferroviarie.

Al Consiglio si discuterà anche della situazione in Iran, puntando alla libertà di navigazione. Così aveva detto Meloni in Aula:

Per questo credo che l’Europa debba impegnarsi in prima persona, a partire dal rafforzamento dell’operazione Aspides nel Mar Rosso, che l’Italia oggi guida e che si regge in larga parte sul contributo di pochissime Nazioni. Servono più navi, e servono ora.

Gaza, Libano e Israele

Restando a Est, tra i temi c’è stata la sicurezza dello Stato di Israele, ma anche la preoccupazione per le azioni del Paese in Libano e in Cisgiordania. Meloni punta, con l’avvio del nuovo governo israeliano, ad aprire un nuovo percorso di pace.

Proporranno di:

  • riavviare il dialogo;
  • trasferire le entrate fiscali all’Autorità Palestinese;
  • bloccare gli insediamenti.

La Presidente del Consiglio aveva ribadito la necessità di inviare aiuti alla popolazione di Gaza e di compiere un primo passo (franco-italiano) per una pace duratura tra Israele e Libano.

Stato della migrazione

Per quanto riguarda i dati relativi al tema migrazione, la premier aveva rivendicato il calo di oltre il 50% in due anni degli ingressi irregolari. Come confermano i dati di Frontex:

gli attraversamenti irregolari in ingresso sono passati da circa 381 mila nel 2023 a poco meno di 178 mila nel 2025.

Il Consiglio Europeo discuterà dei flussi migratori, anche alla luce degli eventi di Ceuta. Meloni sottolinea la regolarità della scelta di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne aeree e marittime con la Spagna.

Focus anche sulla richiesta di maggior spazio nel prossimo bilancio europeo per:

  • il Piano Mattei;
  • i return hub nei Paesi terzi.

Allargamento Ue

Sul tema dell’allargamento, l’Italia porterà al Consiglio Europeo il sostegno al processo di adesione basato sul principio del merito. Aveva dichiarato:

All’Unione, però, spetta riconoscere, senza ritardi, quei risultati con avanzamenti concreti.

Da qui la priorità è l’avanzamento di Montenegro e Albania.

Decreto bollette, l’Italia tratta con l’Ue: tetto al prezzo del gas tra 55 e 65 euro per MWh

15 October 2026 at 07:06

L’accordo tra Italia e Unione europea sul decreto bollette è vicino e potrebbe aiutare a contenere il costo dell’elettricità.

L’obiettivo del Governo è ridurre l’impatto dei rincari del gas sul prezzo finale della luce, senza intervenire direttamente sulla tassazione europea delle emissioni. Restano da definire solo gli ultimi dettagli.

Decreto bollette, intesa Ue-Italia vicina

In via generale, in Italia il valore della luce dipende in larga misura da quello del gas utilizzato per produrla. E quando quest’ultimo aumenta, anche il prezzo dell’elettricità tende a salire per famiglie e imprese.

Secondo quanto riferito dalla Commissione europea, il confronto con il Governo italiano ha raggiunto una fase avanzata.

Lo conferma il portavoce per la Concorrenza Ricardo Cardoso, citato dal Sole 24 Ore:

Siamo vicini a una soluzione compatibile con le regole dell’Ue che consentirebbe di attuare la misura proposta, che ridurrebbe in modo efficace l’incidenza dei costi di generazione a gas sul prezzo complessivo dell’elettricità. Dopo discussioni intense e costruttive negli ultimi mesi tra la Commissione e le autorità italiane, si sta delineando un accordo di massima sugli elementi chiave necessari per attuare questa misura in conformità con le norme dell’Ue. Il tutto, naturalmente, resta subordinato alle discussioni tecniche.

Decreto bollette, il piano per ridurre il costo della luce

Il punto di partenza è il decreto bollette varato dal Governo a febbraio. La misura prevede un meccanismo che interviene sul peso della tassazione europea delle emissioni, il sistema Ets, applicata ai produttori di elettricità che utilizzano il gas.

Nella formulazione iniziale, il Governo intendeva spostare sulle bollette dei consumatori il costo della tassazione europea a carico dei produttori. L’operazione avrebbe dovuto favorire una riduzione del prezzo all’ingrosso dell’elettricità superiore all’aumento della tariffa in bolletta, producendo così un risparmio effettivo per gli utenti.

Il meccanismo, però, è entrato in frizione con le regole europee: la tassazione Ets rientra infatti nelle competenze dell’Ue e modificarne direttamente il funzionamento avrebbe richiesto un intervento a livello comunitario. Il confronto tra Roma e Bruxelles è quindi virato su soluzioni alternative per contenere il costo della luce senza modificare direttamente il sistema europeo delle emissioni.

Tetto al prezzo del gas, ipotesi tra 55 e 65 euro per MWh

Tra le ipotesi al vaglio c’è la fissazione di una sorta di tetto al prezzo del gas, pensato per sterilizzare una parte dei rincari oltre una determinata soglia.

Il livello potrebbe collocarsi tra 55 e 65 euro per Megawattora (come riporta Il Messaggero) ma la forchetta definitiva è ancora da definire. Ed è proprio questo uno dei principali punti aperti nella trattativa tra il Governo italiano e la Commissione europea.

Mercato del gas sotto pressione

Il prezzo al Ttf di Amsterdam ha raggiunto 87,4 euro per Megawattora, con un aumento del +172% dall’inizio della guerra. Un livello inferiore ai picchi dell’agosto 2022, quando il prezzo aveva toccato 340 euro per Megawattora, ma comunque capace di pesare sulle bollette di famiglie e imprese.

Da dove arriverebbero i soldi

Poi c’è un altro fronte aperto, che riguarda il reperimento delle coperture: tra le possibilità ci sarebbe l’utilizzo dei 14 miliardi di euro di flessibilità europea.

Per il Governo, poi, c’è anche un’altra gatta da pelare: benzina e gasolio, i cui prezzi sono alle stelle.

Acquisti all’estero durante un viaggio, cosa bisogna dichiarare alla dogana in Italia

15 October 2026 at 06:00

Ogni anno milioni di persone rientrano in Italia dopo un viaggio fuori dai confini comunitari portando nel proprio bagaglio souvenir, oggetti d’abbigliamento, dispositivi elettronici o prodotti locali. Quando si viaggia verso Paesi non appartenenti all’Unione Europea, il momento del rientro comporta il passaggio attraverso i varchi di frontiera, dove si applicano norme precise in materia tributaria e valutaria. Per evitare sanzioni, dazi imprevisti o il sequestro delle merci, è fondamentale conoscere la normativa vigente e sapere con esattezza quali acquisti all’estero rientrano nelle soglie di esenzione e quali beni sia invece obbligatorio dichiarare alla dogana.

Acquisti all’estero: il quadro normativo

Per comprendere come funziona l’imposizione fiscale al rientro nell’Unione Europea, occorre distinguere chiaramente la provenienza geografica dei beni.

Quando gli spostamenti avvengono tra Stati membri dell’Ue, si applica il principio della libera circolazione delle merci e le imposte vengono assolte al momento dell’acquisto nel Paese di origine. Quando invece si rientra da un Paese terzo (come Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera, Giappone o Emirati Arabi), l’ingresso delle merci è disciplinato da una specifica normativa comunitaria.

Il testo di riferimento a livello europeo è la Direttiva 2007/74/Ce, recepita nell’ordinamento italiano dal Decreto Ministeriale n. 32 del 6 marzo 2009. Questa disciplina stabilisce il regime delle franchigie applicabili alle merci contenute nei bagagli personali dei viaggiatori provenienti da Paesi terzi.

Il concetto di importazione non commerciale

L’articolo 6 della Direttiva 2007/74/Ce rappresenta il perno su cui si fonda l’intera applicazione delle esenzioni doganali. La norma definisce le condizioni inderogabili affinché un’importazione possa essere considerata esente da dazi e Iva. Secondo l’articolo 6, le importazioni sono considerate prive di carattere commerciale solo se soddisfano tre requisiti fondamentali:

  • carattere occasionale. L’introduzione dei beni deve avvenire in modo saltuario e non sistematico;
  • destinazione esclusiva all’uso personale o familiare. Le merci devono essere destinate all’utilizzo privato del viaggiatore, dei suoi familiari oppure consistere in oggetti da regalare;
  • assenza di finalità commerciali. La natura e la quantità dei beni non devono in alcun modo far presumere un intento di successiva rivendita o di impiego in un’attività economica.

Se un viaggiatore trasporta una quantità elevata di beni identici o confezionati in modo da suggerire la distribuzione commerciale, viene meno il requisito previsto dall’articolo 6. In tali circostanze, l’esenzione cade a prescindere dal valore monetario complessivo della merce.

Le franchigie economiche sul valore complessivo dei beni

L’articolo 7 della Direttiva 2007/74/Ce e il D.M. 32/2009 fissano le soglie di valore entro le quali gli acquisti all’estero sono totalmente esenti dal pagamento dei diritti doganali (dazio e Iva all’importazione), sempre a patto che siano rispettati i criteri di occasionalità e uso personale stabiliti dall’articolo 6.

I limiti di valore entro cui opera la franchigia variano a seconda del mezzo utilizzato per fare ingresso nel territorio nazionale:

  • viaggiatori via aerea o marittima, la franchigia individuale è pari a 430 euro;
  • viaggiatori via terra o ferrovia, il limite individuale scende a 300 euro;
  • minori di 15 anni, la soglia è ridotta a 150 euro, indipendentemente dalla modalità di trasporto utilizzata.

Tali importi si riferiscono al valore totale dei beni trasportati nel bagaglio personale di ciascun singolo viaggiatore.

Il principio del singolo bene indivisibile

Un aspetto critico della disciplina riguarda l’applicazione della franchigia ai beni di valore unitario elevato, come orologi, gioielli, borse di alta moda o apparecchi elettronici.

Il divieto di frazionamento del valore

L’articolo 7, paragrafo 3, della Direttiva 2007/74/Ce stabilisce chiaramente che il valore di un singolo articolo non può essere frazionato ai fini dell’applicazione delle soglie di esenzione. La franchigia doganale non opera come una deduzione o una franchigia d’imposta da sottrarre dal prezzo di acquisto.

Di conseguenza, se un viaggiatore rientra in aereo portando un bene unico del valore di 1.000 euro:

  • non è consentito applicare la franchigia di 430 euro sui primi 430 euro e tassare solo i restanti 570 euro;
  • il bene costituisce un’unità indivisibile che supera la soglia consentita, pertanto i diritti doganali (dazio e Iva) si applicano sull’intero valore di 1.000 euro.

Il divieto di cumulo tra più viaggiatori

In base allo stesso principio, due o più persone che viaggiano insieme non possono sommare le rispettive franchigie individuali per coprire il valore di un singolo bene. La franchigia è strettamente personale, mentre la regola dell’indivisibilità si applica all’integrità del singolo articolo.

Limiti quantitativi per alcolici e tabacchi

I prodotti soggetti ad accisa, come gli alcolici e i tabacchi lavorati, non rientrano nel calcolo delle franchigie monetarie in euro, ma sono regolati da limiti quantitativi specifici. Tali esenzioni sono riservate ai soli viaggiatori di età pari o superiore a 17 anni.

Bevande alcoliche

In esenzione da imposte è consentito trasportare:

  • 1 litro di alcol o bevande alcoliche con gradazione superiore a 22% vol., oppure alcol etilico non denaturato pari o superiore a 80% vol.;
  • 2 litri di alcol e bevande alcoliche con gradazione non superiore a 22% vol. (in alternativa a quanto previsto al punto precedente);
  • in aggiunta, è possibile trasportare fino a 4 litri di vino tranquillo e 16 litri di birra.

Tabacchi lavorati (ingresso per via aerea)

Per i viaggiatori che arrivano via aerea, i limiti individuali esenti sono:

  • 200 sigarette (pari a 1 stecca); oppure
  • 100 sigaretti; oppure
  • 50 sigari; oppure
  • 250 grammi di tabacco da trinciare.

Per i viaggi transfrontalieri terrestri, le soglie sui tabacchi sono ridotte in modo significativo per prevenire il contrabbando di confine.

La dichiarazione del denaro contante

Oltre alle merci commerciali o d’uso personale, la normativa sulla circolazione transfrontaliera impone un monitoraggio rigoroso sui movimenti di valuta e strumenti finanziari.

Chiunque entri o esca dall’Italia trasportando denaro contante, titoli di credito o strumenti negoziabili al portatore per un valore pari o superiore a 10.000 euro ha l’obbligo di dichiarare alla dogana l’intero importo.

La dichiarazione deve essere inoltrata telematicamente o consegnata in forma scritta agli uffici doganali al momento del passaggio di frontiera. L’omissione di tale adempimento comporta il sequestro cautelare di una quota del denaro eccedente la soglia e l’applicazione di sanzioni amministrative pecuniarie.

Merci sottoposte a restrizioni, divieti e autorizzazioni

Non tutti i beni acquistati fuori dall’Ue possono essere introdotti liberamente nei bagagli, anche se di valore inferiore alle franchigie economiche. Alcune categorie sono soggette a rigidi controlli sanitari o di tutela ambientale.

Prodotti alimentari di origine animale

Per motivi di sicurezza igienico-sanitaria e per prevenire l’introduzione di patogeni nei territori dell’Unione, è vietato portare nel bagaglio personale carne, insaccati, latte e prodotti lattiero-caseari provenienti da Paesi extra-UE, salvo piccolissime eccezioni regolamentate.

Specie protette dalla Convenzione CITES

L’introduzione di beni realizzati con parti di animali o piante protette (come pelli di rettile, avorio, corallo o particolari legni pregiati) richiede la presentazione dei certificati CITES rilasciati dalle autorità competenti. La mancanza di documentazione comporta il sequestro immediato e sanzioni di natura penale.

Prodotti contraffatti

L’acquisto e il trasporto di articoli recanti marchi contraffatti costituisce un reato ed è severamente punito. La merce viene confiscata e al viaggiatore sono irrogate sanzioni amministrative o penali a seconda della gravità del fatto.

Reimportazione di beni personali posseduti prima della partenza

Ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 4, della Direttiva 2007/74/CE, il valore del bagaglio personale temporaneamente esportato e reimportato dal viaggiatore non concorre al calcolo delle franchigie per gli acquisti all’estero.

Tuttavia, quando si viaggia con oggetti di valore acquistati in precedenza nell’Unione Europea (come macchine fotografiche, computer, orologi o gioielli), al rientro potrebbe essere necessario dimostrare che i beni non sono stati acquistati durante il soggiorno all’estero. Per evitare contestazioni è consigliabile:

  • portare con sé la ricevuta fiscale, la fattura d’acquisto o il certificato di garanzia dell’oggetto;
  • compilare, prima di uscire dal territorio doganale italiano, una dichiarazione di possesso presso gli uffici della Dogana di partenza, da esibire ai controlli al momento del rientro.

L’Ucraina è un po’ più vicina all’ingresso nell’Unione europea

14 October 2026 at 06:26

Ukraine's President Volodymyr Zelenskyy, left, walks with European Commission President Ursula von der Leyen after participating in a media conference at EU headquarters in Brussels, Belgium, Sunday, Aug. 17, 2025. (AP Photo)

L’Ucraina compie un altro passo avanti nel percorso verso l’adesione all’Unione europea. Ieri in Lussemburgo, Kyjiv ha ottenuto l’apertura di altri due cluster negoziali, portando a quattro su sei quelli finora sbloccati. Si tratta di gruppi di riforme che i Paesi candidati devono completare per entrare nell’Ue. Il traguardo non equivale all’ingresso nell’Unione, ma permette di avanzare nel processo di integrazione, dopo una lunga fase di stallo. Con l’Ucraina, anche la Moldova è allo stesso punto del percorso.

I due cluster appena aperti riguardano il mercato interno e la competitività, e sono anche i più ampi per numero di ambiti normativi interessati. «Dietro questi nomi tecnici ci saranno benefici concreti per gli ucraini», ha detto la commissaria europea all’Allargamento, Marta Kos, citando maggiori opportunità per le imprese, migliori condizioni di lavoro, più tutele per i consumatori, investimenti e posti di lavoro. «L’Ucraina è pienamente impegnata nelle riforme necessarie per l’adesione e intende portare avanti questo lavoro il più rapidamente possibile», ha aggiunto il viceministro ucraino per l’Integrazione europea, Vsevolod Chentsov.

Come scrive Reuters, l’apertura dei due nuovi cluster è stata possibile dopo che l’Ungheria ha ritirato le proprie obiezioni. Il governo di Budapest ha dato il via libera dopo che lunedì il Parlamento ucraino ha approvato una legge che amplia i diritti della minoranza ungherese e degli altri gruppi minoritari a ricevere un’istruzione nella propria lingua. Era una delle condizioni poste dall’Ungheria per consentire ulteriori progressi nel percorso europeo di Kyjiv. Nei mesi scorsi erano già stati aperti il primo cluster, relativo allo Stato di diritto e al funzionamento delle istituzioni democratiche, a giugno, e quello sulle relazioni esterne, a luglio.

Restano ora da sbloccare gli ultimi due gruppi di riforme. La Commissione europea e la presidenza irlandese del Consiglio dell’Ue puntano ad aprirli entro la fine del 2026. Il percorso, però, potrebbe diventare più complicato: tra i settori coinvolti ci sono l’agricoltura e i trasporti, nei quali l’Ucraina è competitiva e potrebbe rappresentare un concorrente per alcuni Paesi membri. Il timore è che le differenze economiche e regolamentari diventino un ostacolo politico all’allargamento.

Martedì anche Francia e Polonia hanno ribadito il loro sostegno all’apertura dei sei cluster. E la Commissione europea ha già indicato una possibile strada per affrontare il nodo agricolo. In una serie di proposte presentate il 6 ottobre sul futuro dell’allargamento, Bruxelles ha suggerito di prevedere un trattamento specifico per l’agricoltura ucraina durante il negoziato, invece di utilizzarla come motivo per bloccare l’avanzamento del processo.

L'articolo L’Ucraina è un po’ più vicina all’ingresso nell’Unione europea proviene da Linkiesta.it.

Una misura del conto lasciato ai giovani

13 October 2026 at 08:45

L’Italia ha introdotto la valutazione di impatto generazionale delle leggi. Perché non resti un adempimento formale, deve rendere visibili costi, benefici e rischi che le politiche trasferiscono avanti nel tempo. Cosa insegna l’esperienza internazionale.

L'articolo Una misura del conto lasciato ai giovani proviene da Lavoce.info.

Manovra fra cedolare secca al 5%, Irpef fino a 60mila euro e flat tax: tutte le ipotesi

13 October 2026 at 08:00

Che Manovra sarà dipenderà in larga parte dal braccio di ferro fra Italia e Unione europea. Ne ha dato conferma il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, secondo il quale il testo definitivo della Legge di Bilancio 2027 potrà essere delineato solo dopo la fine delle procedure europee relative alla clausola di salvaguardia e alle richieste di flessibilità sui conti pubblici.

Il Governo sconta anche la mancata uscita dalla procedura d’infrazione Ue per il deficit rimasto sopra il 3%. Oggi l’Italia ha sforato per appena un decimale (0,1%). Nel frattempo, però, emergono i primi orientamenti in merito alle misure considerate dal Governo.

Cedolare secca al 5%

Il Governo punta a dare una prima risposta all’emergenza casa con una cedolare secca al 5% per gli affitti lunghi e a canone concordato.

Per gli affitti lunghi, attualmente l’aliquota ordinaria della cedolare secca è al 21%. Che cala al 10% per i contratti a canone concordato nel rispetto dei requisiti di legge. Una eventuale aliquota agevolata al 5% potrebbe rappresentare una agevolazione contro il caro casa, soprattutto in quei comuni in cui l’emergenza abitativa è particolarmente forte.

Si ricorda che il canone concordato non conviene solo all’inquilino: i proprietari possono beneficiare di sconti sull’Irpef e sulle imposte.

Lavoro per i giovani

C’è poi il capitolo giovani: Giorgetti ha annunciato già da tempo l’idea di una flat tax al 5% sugli aumenti di stipendio per i lavoratori dipendenti fino a 35 anni.

La misura dovrebbe costare attorno ai 350 milioni di euro. Ma il ministro ha invocato anche “la collaborazione dei datori di lavoro”.

E poi dovrebbe essere replicata la flat tax sui rinnovi contrattuali, sul lavoro notturno e festivo e sui premi di produttività.

Ma l’universo “flat tax” riguarda anche un’altra categoria: le partite Iva. Attualmente la soglia è stata portata da 65.000 euro a 85.000 euro. Ora il Governo starebbe puntando a quota 100.000 euro. Ma serve aprire un tavolo con l’Ue, dal momento che per farlo sarebbe necessario andare a ritoccare anche la normativa sull’Iva. A spingere forte su questo punto è in particolare la Lega.

Irpef

C’è poi il capitolo Irpef, con una carezza rivolta al ceto medio. L’ipotesi è quella di estendere l’aliquota Irpef al 33% fino ai 60.000 euro lordi l’anno. Ora il limite è fissato a 50.000 euro. Una misura del genere costerebbe sui 2,6 miliardi.

Nell’ultimo intervento, l’aliquota Irpef scese dal 35% al 33% sui redditi compresi tra 28.000 euro e 50.000 euro.

Bollo auto

“Bollo ciao!”, ha cantato la premier Giorgia Meloni alla kermesse Fenix 2026. Nell’anno in corso il bollo auto è stato tolto a tutte le moto e ai veicoli di bassa cilindrata. Si tratta, però, di una misura relativa solo all’anno 2027, costata 2,3 miliardi da fondi Pnrr.

Energia e difesa

Lo scostamento di Bilancio di 28,8 miliardi di euro per le spese destinate a energia e difesa, previste dalla clausola di salvaguardia, è stato approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 2 ottobre. Ci sarà un nuovo voto in Parlamento, nella giornata del 13 ottobre, per dare l’ok all’extradeficit.

Per l’energia viene prevista una spesa di 7,2 miliardi l’anno per il biennio 2027-2028. Prevista un’identica cifra per la difesa e la sicurezza.

Volkswagen, la strategia per l’Europa: auto prodotte nel continente e nuovi modelli elettrici

12 October 2026 at 12:21

Il Gruppo Volkswagen rilancia la sua strategia europea con l’iniziativa For Europe, presentata a margine del Salone di Parigi. Il messaggio del gruppo tedesco è quello di rafforzare la produzione, la tecnologia e la filiera dell’auto nel continente, puntando su prodotti costruiti in Europa e pensati per il mercato europeo. Il Ceo Oliver Blume ha sintetizzato la linea del gruppo con una frase centrale: “L’Europa per noi non è un mercato, è la nostra casa, la nostra culla”. La strategia arriva in una fase complessa per Volkswagen, impegnata in una trasformazione industriale che riguarda elettrico, software, riduzione dei costi e concorrenza internazionale.

For Europe, la strategia Volkswagen per l’Europa: cosa cambia

Con l’iniziativa For Europe, Volkswagen punta a valorizzare l’Europa come sede industriale e tecnologica del futuro. Il gruppo intende ridurre la complessità interna, semplificando prodotti, processi e strutture. L’obiettivo è accelerare le decisioni e concentrare gli investimenti sulle tecnologie e sui segmenti considerati più rilevanti per i clienti e per l’azienda.

La strategia prevede anche un rapporto più stretto con i decisori politici europei. Volkswagen chiede un quadro normativo capace di sostenere la mobilità elettrica, tutelare la produzione europea e garantire una concorrenza internazionale più equilibrata.

Per Volkswagen non si tratta solo di un’etichetta commerciale. Il gruppo punta a rafforzare la presenza europea lungo tutta la catena del valore dell’automotive. Questo significa investire in ricerca, sviluppo, software, soluzioni meccaniche ed elettriche, con l’obiettivo di realizzare prodotti affidabili, competitivi e progettati per le esigenze del mercato europeo. Il tema è legato anche alla concorrenza cinese, sempre più forte nel settore dell’auto elettrica. Per Volkswagen, la risposta passa dal rafforzamento della sovranità tecnologica e industriale europea.

Il possibile fronte comune dell’auto europea

Con For Europe, Volkswagen apre anche alla collaborazione tra i grandi costruttori del continente. Il gruppo tedesco punta a un approccio più coordinato tra imprese europee, in una fase in cui l’industria dell’auto deve affrontare la transizione elettrica, la pressione sui costi e la competizione dei produttori asiatici.

Il tema richiama l’idea di una maggiore integrazione industriale europea nel settore automotive, con possibili sinergie tra gruppi come Volkswagen, Stellantis e Renault. L’obiettivo indicato è evitare dispersioni, ridurre duplicazioni e rafforzare la capacità del settore europeo di competere su tecnologie, piattaforme e produzione.

La nuova famiglia elettrica urbana di Volkswagen

A Parigi Volkswagen ha presentato anche i dettagli della nuova Electric Urban Car Family, una gamma di city car elettriche sviluppate da più marchi del gruppo. Il progetto comprende quattro modelli: Volkswagen ID. Polo, Volkswagen ID. Cross, CUPRA Raval e Škoda Epiq.

Tutte le vetture nasceranno su una piattaforma tecnologica comune e condivideranno oltre l’80% dei componenti. La standardizzazione riguarderà soprattutto le parti non visibili o non caratterizzanti dei veicoli, mentre i singoli marchi manterranno una propria identità stilistica e commerciale. La condivisione di piattaforme e componenti è uno degli elementi principali della nuova strategia industriale.

Secondo le stime indicate, questa impostazione consentirà risparmi per circa 600 milioni di euro lungo l’intero processo di sviluppo. Volkswagen punta così a rendere più efficiente la produzione delle auto elettriche urbane, contenendo i costi senza rinunciare alla differenziazione tra i marchi.

Più attenzione ai territori nelle raccomandazioni dell’Europa

12 October 2026 at 10:06

Si possono fare alcuni passi per rendere più efficaci le raccomandazioni del semestre europeo a livello regionale. A patto di non dimenticare che in zone diverse gli effetti sono diversi e che il territorio non coincide con le regioni amministrative.

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Nuova tassa sugli acquisti online extra-Ue: da novembre fino a 5 euro in più a pacco

11 October 2026 at 15:07

Nuova stretta sugli acquisti online extra-Ue. Con la pubblicazione del nuovo vademecum operativo da parte della Commissione Europea, Bruxelles ha tracciato le linee guida per l’applicazione di due nuove tasse doganali sulle spedizioni a distanza importate da Paesi terzi.

Il provvedimento, pensato per tutelare i mercati comunitari e contrastare la concorrenza sleale dei colossi del commercio online, come Shein, Temu o AliExpress, combina una misura temporanea sui piccoli pacchi con una nuova tassa fissa di gestione destinata a diventare permanente.

Dazio temporaneo sui piccoli pacchi: 3 euro a pezzo

La prima novità riguarda il dazio doganale introdotto dal regolamento Ue 2026/382. La misura prevede l’applicazione di una tassa fissa da 3 euro su ogni singolo vestito o oggetto comprato online da siti fuori dall’Unione Europea, se il valore del pacco non supera i 150 euro.

Fino a poco tempo fa i pacchi piccoli non pagavano la dogana. Adesso questa franchigia è stata cancellata. In concreto significa che:

  • chi acquista pagherà 3 euro di tassa su ogni articolo presente nel pacco, una misura che resterà in vigore per due anni (fino al 1° luglio 2028);
  • i 3 euro si pagano su qualsiasi oggetto, compresi alcolici, profumi e tabacco;
  • la tassa viene imposta su tutte le merci inviate da Paesi extra-Ue, a prescindere da chi si occupa della spedizione finale in Italia;
  • entro il 1° dicembre 2027 l’Ue deciderà se prorogare questa tassa oltre il 2028.

Dal 1° novembre la tassa di gestione: altri 2 euro a pezzo

A questa prima tassa se ne aggiunge un’altra: la Union handling fee, ovvero la tassa europea di gestione introdotta dal regolamento Ue 2026/2108 ai sensi del nuovo Codice doganale comunitario.

A partire dal 1° novembre 2026, si pagherà un ulteriore tributo di 2 euro su ogni singolo prodotto comprato online da Paesi extra-Ue. A differenza dei 3 euro sui piccoli pacchi, questa tassa di 2 euro si applica su tutti gli oggetti a prescindere dal prezzo, anche per acquisti sopra i 150 euro, ed è permanente, cioè non scadrà mai.

Chi paga davvero e come funzionano i controlli

Sulla carta la responsabilità di versare le tasse alla dogana spetta a chi dichiara la merce, ossia i grandi colossi dell’online come Shein, o i corrieri. Nella pratica è molto probabile che le piattaforme di e-commerce addebiteranno questi costi direttamente all’acquirente nel carrello prima del pagamento, oppure la somma verrà riscossa dal corriere al momento della consegna a casa.

Inoltre, dal 1° novembre 2026 scatta l’obbligo del codice identificativo di prodotto (Pid) per tutte le merci extra-Ue sotto i 150 euro: una sorta di carta d’identità del pacco che servirà alle dogane per tracciare chi ha prodotto l’oggetto e bloccare subito i vestiti o i prodotti che non rispettano le norme di sicurezza europee.

Il risultato per le tasche dei consumatori è un rincaro combinato. Per fare un esempio pratico: chi acquista una maglietta da 5 euro da un sito cinese, da novembre rischia di pagare 3 euro di dazio temporaneo più 2 euro di tassa di gestione.

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