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La Russia sta raggiungendo gli obiettivi strategici dell’Operazione Militare Speciale?
Nel dicembre 2021, la Russia presentò agli Stati Uniti e alla NATO due bozze di accordi formali per ottenere garanzie di sicurezza legalmente vincolanti, facendo intendere che se non fossero state accolte ci sarebbero state delle conseguenze.
In effetti, dopo il rifiuto di Washington di prenderle in considerazione, il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa intraprese l’Operazione Militare Speciale in Ucraina, ancora in corso.
Tra le richieste avanzate allora da Mosca sottolineiamo:
- Blocco dell’allargamento della NATO: l’impegno formale a impedire ulteriori espansioni dell’Alleanza Atlantica, escludendo esplicitamente l’adesione dell’Ucraina.
- Limitazioni alle Forze Militari: il divieto per la NATO di dispiegare truppe o armamenti nei Paesi entrati a far parte dell’Alleanza Atlantica dopo il maggio 1997.
- Basi negli ex Stati sovietici: il divieto per gli Stati Uniti di stabilire basi militari o sviluppare cooperazione bilaterale nei Paesi dell’ex URSS che non fanno parte della NATO.
- Missili a raggio intermedio e corto: il divieto reciproco di dispiegare missili a raggio intermedio e corto in aree da cui possano colpire il territorio dell’altra parte.
- Attività militari: la limitazione delle esercitazioni e delle attività militari della NATO in Europa orientale, nel Caucaso e in Asia centrale.
Stati Uniti e NATO nel 2021 rifiutarono le richieste principali (in particolare il veto sull’allargamento della NATO e il ritiro delle infrastrutture militari ai confini del 1997), offrendo invece di negoziare su temi specifici come il controllo degli armamenti e la trasparenza delle esercitazioni.
Perciò, il 17 febbraio 2022 Mosca consegnò una contro-risposta formale agli Stati Uniti, lamentando la mancanza di disponibilità a fornire garanzie vincolanti e preannunciando la necessità di adottare misure ‘tecnico-militari’: pochi giorni dopo ci fu l’invasione dell’Ucraina.
La Russia aveva fondati motivi per ritenere che Kiev stesse per entrare nella NATO e uno dei bersagli inziali dei suoi missili balistici (13 marzo e 17 maggio 2022) furono proprio i centri di addestramento ucraini di Yavoriv (nella zona di Leopoli, vicino al confine polacco ma all’interno dei confini ucraini), a tutti gli effetti infrastrutture della NATO, come visibile nelle mappe della stessa Alleanza Atlantica (1).
Tralasciando le questioni diplomatiche e l’auspicata volontà comune di riaffermare i principi delle Nazioni Unite che venivano espressi nel documento presentato da Mosca e sui quali l’Amministrazione Trump ha tirato oggi una riga definitiva, è interessante capire se siano stati compiuti dei passi da parte dell’attuale presidenza statunitense per venire incontro alle richieste russe (2).
All’art. 1: Russia e U.S.A. non intraprenderanno azioni né parteciperanno o sosterranno attività che pregiudichino la sicurezza dell’altra Parte; non attueranno misure di sicurezza – adottate da ciascuna Parte individualmente o nell’ambito di un’organizzazione internazionale, di un’alleanza militare o di una coalizione – che possano compromettere gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.
Sul supporto decisivo dell’intelligence USA e dei grandi gruppi tecnologici statunitensi (da Starlink a Palantir, entrambi vicini all’Amministrazione Trump) all’Ucraina al fine di colpire il territorio della Federazione Russa ho già ampiamente scritto in precedenza e perciò non mi soffermo (3).
Articolo 2
Le Parti si adopereranno affinché tutte le organizzazioni internazionali, le alleanze militari e le coalizioni a cui partecipa almeno una delle Parti si attengano ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.
Abbiamo assistito recentemente alla doppia aggressione condotta dalla “Coalizione Epstein” all’Iran, senza alcun fondamento nel diritto internazionale e senza alcuna considerazione dei “principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite”. Per non parlare del supporto statunitense ai bombardamenti israeliani su Siria, Libano e Yemen (aggressione alla quale contribuisce in gran parte l’Arabia Saudita) o del rapimento illegittimo del Presidente venezuelano Maduro.
Articolo 3
Le Parti non utilizzeranno i territori di altri Stati allo scopo di preparare o compiere un attacco armato contro l’altra Parte o altre azioni che pregiudichino gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.
Naturalmente, la violazione di questo articolo non avviene solo utilizzando il territorio ucraino per colpire la Russia; recentemente, sul sito del Ministero della Difesa di Mosca è comparso un elenco di venti aziende europee accusate di essere parte integrante dell’apparato militare-industriale ucraino. Quattro hanno sede in Italia, tre in Germania, due in Gran Bretagna, due in Polonia, due in Turchia, due in Repubblica Ceca, poi sono rappresentate anche imprese con basi in Israele, Spagna, Paesi Bassi, Lituania e Lettonia. Tutto ciò avviene con il consenso implicito degli Stati Uniti. Anche le infrastrutture della NATO e le basi militari statunitensi in Europa (Sigonella ad esempio in Italia nel 2022) contribuiscono così ad alimentare questo conflitto (4).
Articolo 4
Gli Stati Uniti d’America si impegneranno a impedire un’ulteriore espansione verso Est dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a negare l’adesione all’Alleanza agli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Gli Stati Uniti d’America non stabiliranno basi militari nel territorio degli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che non siano membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, né utilizzeranno le loro infrastrutture per attività militari di alcun tipo, né svilupperanno con essi una cooperazione militare bilaterale.
Senza trascurare l’immediato ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO all’inizio dell’Operazione Militare Speciale, l’attuale Amministrazione a Washington ha annunciato l’invio di ulteriori 5.000 soldati statunitensi in Polonia e l’istituzione di una nuova base militare permanente nel Paese (ridenominata “Fort Trump”). Ma gli U.S.A. non si sono fermati qui; in Armenia, nazione che fa ancora formalmente parte dell’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Eurasiatica, lo scorso settembre Washington e Erevan hanno tenuto un nuovo ciclo di consultazioni bilaterali sulla difesa e firmato un verbale congiunto d’intesa (jointly agreed minutes) per dare seguito alla Charter on Comprehensive Strategic Partnership sottoscritta nel maggio 2026. Gli accordi discussi riguardano:
Supporto alla trasformazione e riforma delle Forze Armate armene.
Addestramento di sottufficiali (NCO), istruttori, comandanti junior e personale per il mantenimento della pace (peacekeeping).
Istruzione militare ed esercitazioni congiunte.
Sviluppo delle capacità industriali della difesa e potenziale fornitura di equipaggiamenti tramite il programma Foreign Military Sales (FMS) e programmi educativi come l’IMET, orientando l’Armenia verso una progressiva modernizzazione degli standard militari occidentali.
Articolo 5
Le Parti si asterranno dallo schierare le proprie Forze Armate e i propri armamenti – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree in cui tale schieramento potrebbe essere percepito dall’altra Parte come una minaccia alla propria sicurezza nazionale, fatta eccezione per lo schieramento all’interno dei territori nazionali delle Parti stesse. Le Parti si asterranno dal far volare bombardieri pesanti equipaggiati con armamenti nucleari o non nucleari, o dallo schierare navi da guerra di superficie di qualsiasi tipo – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree situate rispettivamente al di fuori dello spazio aereo nazionale e delle acque territoriali nazionali, dalle quali sia possibile colpire obiettivi nel territorio dell’altra Parte.
Poco più di un mese fa, si è tenuta un’esercitazione aerea della NATO nel nord-est della Polonia, nelle vicinanze di Kaliningrad con alcune decine di velivoli. All’esercitazione hanno partecipato caccia statunitensi e norvegesi, un aereo di sorveglianza NATO E-3A Sentry AWACS, velivoli per il rifornimento in volo e un aereo statunitense EA-37B per la guerra elettronica: Mosca teme che si tratti di manovre preparatorie all’isolamento dell’enclave russa dal resto della Federazione e ha risposto duramente ma soltanto sul piano diplomatico. Inoltre, la NATO Ballistic Missile Defence (BMD), la difesa antimissile balistica dell’Alleanza Atlantica, è una rete costituita da sensori e da sistemi missilistici che i Paesi Membri offrono quale contributo nazionale alla struttura, i cui punti di riferimento in Europa sono lo European Phased Adaptive Approach (EPAA), statunitense, con il sistema americano Aegis Ashore schierato in Romania e Polonia e le navi Aegis per la BMD, stazionate nelle acque spagnole. Il sistema radar della IAMD si trova in Turchia, mentre l’infrastruttura di comando e controllo in Germania (5). Nel 2016 (grazie all’annullamento del Trattato ABM deciso da Trump) gli Stati Uniti hanno prima messo in funzione una base ABM in Romania, un sistema che utilizza lanciamissili Aegis potenzialmente in grado di lanciare Tomahawk con testata nucleare ad oltre 2400 chilometri di distanza, successivamente nel 2022 hanno costruito un sito Aegis in Polonia, ancora più vicino ai confini russi. Gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto che i siti ABM hanno lo scopo di fermare le testate puntate sull’Europa dall’Iran o dalla Corea del Nord. Mosca ovviamente non la pensa così; François Geleznikoff, direttore delle applicazioni militari presso la Commissione per l’energia atomica e le energie alternative, intervenne nel marzo 2019 in audizione presso l’Assemblea Nazionale francese sull’argomento contraddicendo Washington: “Negli Stati Uniti, la Nuclear Posture Review (NPR) non si rivolge realmente alla Corea del Nord (gli americani hanno armi che permetterebbero loro di vetrificare il Paese più volte) ma piuttosto alla Russia, in risposta alle dichiarazioni del presidente Putin” (6).
Articolo 6
Le Parti si impegnano a non dislocare missili a raggio intermedio e a corto raggio lanciabili da terra al di fuori dei propri territori nazionali, né in aree dei propri territori nazionali dalle quali tali armi possano colpire obiettivi situati nel territorio nazionale dell’altra Parte.
Il 22 settembre 2026, Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia hanno firmato a New York un accordo di sicurezza trilaterale che prevede l’apertura e la gestione di due nuove basi militari americane e la modernizzazione di quella esistente. Gli Stati Uniti ottengono ampie libertà di movimento (aria, terra e mare) per collegare le basi e la possibilità di utilizzare l’isola per il sistema di difesa missilistica (la Pituffik Space Base – ex Thule Air Base – nel nord-ovest dell’isola, ospita sistemi radar d’allerta precoce per i missili balistici). Il sistema difensivo pensato dagli Stati Uniti si evolverà da una presenza concentrata in un unico punto a una rete di strutture distribuite su tutta l’isola. Anche perché le due nuove basi non saranno le uniche installazioni militari che si insedieranno sull’isola (7).
Articolo 7
Le Parti si asterranno dal dislocare armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali e riporteranno nei propri territori nazionali le armi già dislocate all’estero al momento dell’entrata in vigore del Trattato. Le Parti elimineranno tutte le infrastrutture esistenti per il dislocamento di armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali. Le Parti non addestreranno personale militare o civile proveniente da Paesi non dotati di armi nucleari all’uso di tali armi. Le Parti non condurranno esercitazioni o attività di addestramento per forze convenzionali che prevedano scenari di impiego di armi nucleari.
A partire dal 13 ottobre 2026, si svolgerà in Italia Steadfast Noon, ‘Mezzogiorno risoluto’, l’esercitazione che l’Alleanza atlantica svolge ogni anno e che coinvolgerà le basi aeree di Aviano, in provincia di Pordenone, e Ghedi, nel Bresciano, oltre a diverse località in tutta l’area di responsabilità ben oltre il Nord del Paese. “È necessario il contributo congiunto di tutti gli Alleati: si tratta di un’iniziativa che non può limitarsi a un singolo Paese”, ha riferito il colonnello David Bull, capo delle operazioni nucleari della Nato, facendo riferimento al fatto che anche lo spazio aereo dei Paesi limitrofi potrebbe essere coinvolto. Vi parteciperanno velivoli in grado di svolgere missioni convenzionali e nucleari, anche se l’esercitazione non prevede l’impiego di armi atomiche. “Ma siamo in sintonia con Roma sul fatto che si tratti di un’esercitazione nucleare”, ha poi precisato Barrows. Gli Stati Uniti saranno presenti con equipaggi di volo e personale addetto alla manutenzione. Secondo gli stessi documenti del Pentagono, in Italia sarebbero dislocate circa 80 ordigni nucleari sotto controllo statunitense nelle basi militare italiane a Ghedi e Aviano (8).
Conclusioni
Il sintetico panorama offerto da questo articolo vuole dimostrare che la Russia non potrà cantare vittoria nemmeno dopo aver completato la conquista del Donbass, perché l’inizio dell’Operazione Militare Speciale in Ucraina è legato a considerazioni di sicurezza geopolitica tuttora irrisolte se non addirittura aggravatesi rispetto al 2022.
Se qualcuno al Cremlino crede che dopo un eventuale accordo con l’attuale Amministrazione U.S.A., la Russia verrà lasciata stare si sbaglia di grosso, perché l’Occidente collettivo si sta già preparando non solo al dopo Putin ma anche al dopo Trump.
L’obiettivo degli Stati Uniti non è altro che prendere tempo in attesa del verificarsi di almeno una delle due condizioni: l’allontanamento di Mosca dalla partnership strategica con Pechino e il conseguente rallentamento della dedollarizzazione – gli Stati Uniti non pagheranno di certo il diesel russo in rubli – e la fine della preparazione da parte della NATO ad un conflitto diretto contro la Russia – termine individuato nel 2030, quando sicuramente Trump non sarà più alla Casa Bianca.
Dal punto di vista occidentale la considerazione della Russia non è cambiata molto da quando il direttore della rivista “Foreign Policy”, l’israelo-statunitense John Feffer, la definì una “Nigeria con le armi nucleari”; secondo questa visione, Mosca deve tornare ad essere una sorta di ‘colonia estrattiva’ o ‘appendice di materie prime’ a esclusivo vantaggio delle industrie euro-statunitensi. A maggior ragione nel momento in cui la competizione tecnologica con la Cina necessita da parte degli Stati Uniti di quelle risorse strategiche di cui la Federazione Russa è ricca.
Pochi giorni fa, i 32 membri del Comitato Militare della NATO (quello statunitense in primis), erano a Kiev per ribadire il loro sostegno incondizionato all’Ucraina “rimasta costantemente al centro delle valutazioni, delle decisioni e della pianificazione futura dell’Alleanza”. Prima di fare qualsiasi altra concessione a Washington, Vladimir Putin dovrebbe pensarci bene: passare da una vittoria tattica ad una sconfitta strategica potrebbe essere più semplice di quanto sembra.
____
(1) https://www.nato.int/structur/nmlo/links/yavoriv-training-centre.pdf. Il sito internet è oggi irraggiungibile (forse per mascherare le prove?), ma la sua presenza come infrastruttura dell’Alleanza Atlantica era rintracciabile ancora nel giugno 2024. Come ammise anche il “Corriere della Sera”, i morti furono più di 300 e tra di essi numerosi soldati e addestratori della NATO: Giulia Fasano, Nella base militare di Yavoriv i morti sono stati trecento, 26 marzo 2022. Anche secondo il quotidiano “Repubblica”: “Il ‘Centro internazionale per la pace e la sicurezza’ di Yavoriv ospitava istruttori occidentali, come conferma il Ministro della Difesa di Kiev”.
(2) Il documento completo è stato pubblicato sul sito internet del Ministero degli Esteri della Federazione Russa: Treaty between The United States of America and the Russian Federation on security guarantees, 17 dicembre 2021.
(3) Ad esempio, cfr. Le basi della CIA in Ucraina: chiave del contenimento anti-russo in Europa, “Strategic Culture Foundation”, 11 aprile 2026.
(4) Nel contesto del conflitto in Ucraina e della postura di deterrenza della NATO, le basi militari presenti sul territorio italiano (gestite sia dalle Forze Armate italiane che dagli Stati Uniti) svolgono funzioni chiave di sorveglianza aerea, intelligence, logistica e comando, cfr. ad esempio Federico Petrangeli, Supporting Kyiv: Italy’s Military Assistance between Strategic Continuity and Political Division, IAI, 11 giugno 2026.
(5) Senato della Repubblica italiana, Schema di decreto ministeriale di approvazione del programma pluriennale di A/R n. SMD 32/2025, relativo all’ammodernamento, al rinnovamento e al potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza Atlantica, alla protezione di teatro delle forze schierate in aree di operazione, inclusa la componente navale (n. 377), Resoconto sommario del 4 febbraio 2026.
(6) Stefano Vernole, La forza di dissuasione nucleare francese, Focus CeSEM, 3 maggio 2022.
(7) Stefano Vernole, Gli Stati Uniti hanno messo le mani sulla Groenlandia dimostrando la totale irrilevanza dell’Unione Europea, “Strategic Culture Foundation”, 5 ottobre 2026.
(8) Redazione Peacelink, L’esercitazione nucleare della NATO Steadfast Noon 2026 comincerà sui cieli italiani il 13 ottobre.
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The 25-year war on Afghanistan hasn’t ended
By Emran FEROZ
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The war inaugurated a terrible new global order in which armed drones kill civilians who are neither named nor counted.
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There were nights full of terror. Our village was bombed constantly,” says Zalmay Khan. Afterward, he goes to pray. Because of his wounds, he cannot kneel, so he prays sitting down.
Khan is in his early twenties and now works as a Taliban intelligence officer. As a boy, he says, he learned to read the sky before he learned to read words. His village in Wardak province, near Kabul, was bombed, then bombed again. First came American planes, then NATO’s, then those of the Afghan army the West had built. By night it got worse, when jets and armed foreign contractors hit villages and killed civilians seemingly at random.
“I became a Mujahed [a Taliban fighter] naturally,” Khan tells me.
He is not an outlier. In village after village on my most recent trip to Afghanistan a few weeks ago, I met men who grew up as the so-called war on terror’s raw material. Some wear the Taliban’s turbans, and some do not. Almost all of them say the same thing, with remarkable calm: The American narrative of this war belongs to the past. After two decades of war and destruction, it is their turn to control narratives and to rule the country.
October 7, 2026, marks exactly 25 years since the United States began bombing Afghanistan. The anniversary will pass in Washington with little reflection. In Afghanistan, the reality of it is lived daily.
Drones and Ghosts
The war on terror made history in a way few people remember. In its opening weeks, the United States used an armed drone against a target in Afghanistan, one of the first such attacks ever, in an attempt to kill the Taliban’s founder, Mullah Mohammad Omar, in Kandahar. Omar was not hit on October 7, 2001. He survived and reportedly died of natural causes a decade later, which the Taliban kept secret for years.
Who died instead? The record offers almost nothing: no definitive or officially confirmed names, ages, villages. One news report cites unnamed Kandahar residents suggesting the raid killed Omar’s 10-year-old son and the child’s stepfather, but the Taliban’s ambassador to Pakistan declined to confirm or deny this report.
In other words, the first known attempt to kill a man with an armed drone killed people no one has ever definitively identified, and it set the template for the type of warfare that would dominate over the next decades. No one can say who the victims were. But if the pattern of the following years is any guide, many were likely civilians, like the thousands of victims who came after them. During the Obama years, Afghanistan officially became the world’s most drone-bombed country.
That template repeated itself so often that Afghans developed names for the many men who were declared dead after supposed “surgical strikes,” but who then reappeared alive: mord-e zinda (the living dead) in Farsi and khyali marr (the not truly dead) in Pashto. I call them “Taliban ghosts.”
It continued across successive U.S. administrations, even across the bureaucratic, supposedly methodical “kill lists” infamously used by the Obama administration used to mark people for death from the skies.
The obvious question was almost never asked: If Omar was not the victim, who was killed instead? In the logic of the drone war, a body is a statistic, and a body in a targeted area becomes a militant by default. The dead were not counted, and the stories of their families, who were left to count for themselves, largely continued to go unknown.
Strikes did not only create ghosts. They also created recruits. Researchers, journalists, and Afghan elders have long described the same pattern: A village is hit, a family is destroyed, and the Taliban offer the survivors the only form of justice made available to them. By the end of the war, entire districts had made that choice, not out of ideological conviction but out of grief.
Democratic Torture
One of the people I talked to on my recent trip was a Taliban official who had been held at Bagram, the American prison north of Kabul, for several years. He told me what the Americans wanted from him. “Accept our democracy or get tortured and rot here. That’s what they told me,” he recalled.
The aim, as he described it, was reeducation by coercion: Accept our system, our ideology, and the pain stops. He refused. By his account, he left more committed than when he arrived. He was freed in 2020 under the prisoner exchange the United States negotiated with the Taliban, part of the same Doha process that handed the country back to the movement the war was purportedly meant to destroy.
Consider the sequence. A man is imprisoned and tortured to make him embrace a political order. He then walks out of the prison and eventually helps govern. The war’s own methods created much of its failure.
I make no argument here that the Taliban’s rule is benign. Women and girls have been shut out of education and public life, and dissent is severely punished. These facts belong in any honest account. But an honest account also includes what the war did, who did it, and whom they harmed; the powers that waged it have shown little interest in reckoning with that part.
A War Passed On
Here is the part that does not fit the story that the war on terror ended in August 2021: someone else is still fighting it.
Pakistan is currently bombing Afghanistan. Just a few days ago, Pakistani airstrikes killed at least 10 civilians, most of them children, in the provinces of Helmand and Kunar.
Pakistani authorities say they are targeting militants of the Tehrik-e-Taliban Pakistan, or TTP, often known as the Pakistani Taliban. Afghans on the ground, and independent reports, repeatedly describe civilians as being among the dead. Islamabad has also forced hundreds of thousands of Afghans, many of them born there, out of Pakistan.
The phrasing used to justify these attacks is familiar: “Terrorists were eliminated.” Anyone who covered the American war has heard that sentence before, and the same pattern follows. The claims are hard to verify, the dead are hard to identify, and the people left behind are not asked.
Pakistan has run this game before, and it has historically done well for itself out of it. In the first days of the war on terror, Islamabad aligned itself with Washington while, according to critics and many former officials, hedging its bets with the Taliban. The United States poured billions into Pakistan in military aid and reimbursements. A double game paid for itself.
For a military establishment that benefits from a war to fight, an enemy is an asset. That helps explain why the army has so little tolerance for those who challenge its role. This pattern goes beyond the foreign policy of one country alone. It is a system — one created by the U.S. but now adopted globally — that requires a threat to warrant its continued expansion and removes the people who question its logic.
If Pakistan again needs an Afghan threat to justify its budgets, its alliances, and its hold on power at home, the logic is the same as in 2001. The war on terror, seen from Islamabad, is a renewable resource.
The Violence That Made the TTP
The TTP itself is not a mystery. It did not appear from nowhere, and it cannot be blamed on Kabul alone. It grew out of Pakistan’s own tribal areas, where decades of military operations, drone strikes with Islamabad’s tacit consent, and brutality under former Pakistani President Pervez Musharraf shattered communities. Many of these massacres have been forgotten outside the region. In the tribal belt they are not.
The result was a generation radicalized by state violence, in much the same process I heard described in Afghan villages. The TTP is, in significant part, a product of the very policies now used to justify the continued bombing of Afghanistan. Without Pakistan’s violence in the tribal areas, the group would not look as it does. Accountability for that history will not come from the same army that carried it out.
The war on terror in Afghanistan was sold as a campaign against a specific enemy. What it produced was a country scarred by airstrikes, night raids, and detention, and an enemy that outlasted the world’s strongest military. It also produced a new precedent: That a state can kill from the sky, in secret, and rarely be asked who died, much less held accountable for its deathmaking.
That precedent traveled. Drones have gone from being an innovation in killing, one shrouded in secrecy, to a mainstay of battlefields on multiple continents.. The language of “surgical” strikes and “militants eliminated” has become standard, notably throughout the genocide in Gaza. And in Afghanistan, the war continues in new hands, with the same justifications and the same result.
On October 7, if this anniversary is marked in the U.S. at all, there will be speeches about sacrifice and lessons supposedly learned. The real lessons are available to anyone who asks the people who lived under the sky, and the most critical question is still the one nobody answered in 2001: Who was killed instead?
Original article: truthout.org
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