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La Germania introduce la sugar tax per incentivare un’alimentazione più sana: 900 milioni di gettito a regime

18 October 2026 at 08:38

Il governo tedesco introdurrà una tassa sulle bevande zuccherate. A partire dal 1° luglio 2027, è prevista l’applicazione di un’imposta di 26 centesimi sulle bevande con un contenuto di zucchero pari o superiore a cinque grammi per 100 millilitri. Da un contenuto di zucchero di otto grammi per 100 millilitri, l’aliquota sale a 32 centesimi. L’imposta non si applicherà ai produttori che realizzano meno di un milione di litri di bevande zuccherate all’anno. Tuttavia questa esenzione, costituendo di fatto un aiuto di Stato, dovrà ricevere il via libera della Commissione europea. L’Italia ha introdotto la sugar tax nel 2019 con l’obiettivo di disincentivare il consumo di prodotti dannosi per la salute, ma l’effettiva entrata in vigore è stata da allora sempre rinviata rinunciando a un gettito di poco meno di 300 milioni l’anno.

All’inizio del mese, la Cancelleria aveva temporaneamente bloccato i piani del Ministro delle finanze Lars Klingbeil (SPD). Negli ambienti governativi si sosteneva che la sua bozza si discostasse dalla proposta della Commissione finanziaria per la sanità e che, in tale forma, non avrebbe ottenuto la maggioranza in seno al governo. Il testo iniziale è stato poi ammorbidito: è saltato il terzo scaglione di 38 centesimi per un contenuto di zucchero pari o superiore a 10 grammi per 100 millilitri, è arrivata l’esenzione per i piccoli produttori e sono stati esclusi succhi di frutta, bevande a base di latte, birre, vini e cocktail analcolici e bevande con altri dolcificanti. L’imposta si applicherà adesso a bevande a base di cola, aranciate, bevande a base di frutta e acqua gassata zuccherate, tè freddi, sciroppi zuccherati ed energy drink.

Con la tassa sullo zucchero, Klingbeil (SPD) intende non solo generare entrate per il bilancio, ma anche incentivare i produttori a ridurre il contenuto di zucchero e a rendere più sani i propri prodotti. Se il tributo sarà approvato dal Parlamento secondo l’attuale accordo, il governo stima che l’imposta frutterà circa 690 milioni di euro nel 2027 e 925 milioni di euro nel 2028, mentre per gli anni successivi fino al 2031 la cifra si aggirerà sui 890 milioni di euro ciascuno. Le entrate saranno utilizzate per ridurre il previsto taglio al contributo federale al fondo sanitario e mantenere stabili i contributi per l’assicurazione sanitaria obbligatoria. Si spera inoltre che ciò incoraggi le persone a seguire un’alimentazione più sana riducendo, nel lungo periodo, i costi per il sistema sanitario causati dall’eccessivo consumo di zucchero.

Il tributo peraltro colpirà solo le bevande e non anche i molti alimenti talvolta eccessivamente zuccherati, come cioccolato, biscotti e piatti pronti. Solo nei cereali per la prima colazione c’è stata una certa riduzione progressiva degli zuccheri dal 2016 introdotta autonomamente da parte dei produttori. L’Associazione dell’industria dei cereali, della molitura e dell’amido (VGMS) vanta di aver ridotto il contenuto medio di zucchero nei cereali destinati ai bambini di circa il 44%. Il che non equivale a un minor apporto calorico. A differenza di quanto avviene per le bevande, negli alimenti solidi lo zucchero non può essere semplicemente sostituito con l’acqua. Al suo posto, secondo l’associazione, vengono impiegati ingredienti a base di cereali ricchi di amido, in grado di fornire un apporto energetico paragonabile. Parallelamente, i produttori dichiarano di puntare sempre più sui cereali integrali, il che aumenta il contenuto di fibre, ma comporta anche un leggero incremento della quota di grassi, dato che il chicco integrale contiene il germe, ricco di grassi.

Fino all’ultimo, l’introduzione di una tassa sulle bevande zuccherate ha incontrato notevoli resistenze. Anche i nove ministri dell’agricoltura e della tutela dei consumatori dei Länder appartenenti all’Unione (CDU/CSU) si erano espressi pochi giorni fa contro la sua introduzione in una lettera indirizzata al Cancelliere Friedrich Merz (CDU) perché il tributo punta sull’intervento statale e grava inutilmente sull’acquisto di determinati prodotti alimentari. Anche dopo il raggiungimento dell’accordo, non sono mancate nuove critiche: il governatore dell’Assia Boris Rhein (CDU), rispondendo al quotidiano Kölner Stadt-Anzeiger, l’ha definita una “tassa che fa lievitare i prezzi”. L’aumento del costo della vita rappresenta una delle principali criticità e secondo Rhein “una tassa sullo zucchero invierebbe un segnale sbagliato” mettendo a rischio posti di lavoro in un settore, quello delle bevande, caratterizzato prevalentemente da imprese di medie dimensioni.

La struttura dell’imposta sulle bevande zuccherate è concepita effettivamente in modo idoneo ad essere trasferita sui consumatori con aggiunta dell’Iva, ma non se i produttori riducono gli zuccheri per evitare il tributo. Nel mese di gennaio, l’Istituto scientifico dell’Associazione delle imprese di assicurazione sanitaria privata (WIP) – indica ARD – è giunto alla conclusione che una tassa sulle bevande zuccherate potrebbe ridurne sensibilmente i consumi, contribuendo, a lungo termine, alla prevenzione di malattie. Le bevande zuccherate sono infatti considerate corresponsabili di obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e carie.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda di assumere meno di 50 grammi al giorno di cosiddetti “zuccheri liberi”, idealmente meno di 25 grammi. Sono compresi gli zuccheri aggiunti agli alimenti dal produttore o dal consumatore e quelli naturalmente presenti in miele, sciroppi e succhi di frutta. In Germania questa soglia viene ampiamente superata: secondo i dati del Max Rubner-Institut – cita sempre ARD – le donne consumano 61 grammi al giorno e gli uomini 78 grammi. Chi consuma una porzione (200 ml) di una di queste bevande ingerisce tra i 20 e i 34 grammi di zuccheri liberi.

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Il nonno di Merz era nazista? Il cancelliere si trova in un’imbarazzante posizione

17 October 2026 at 05:22

Dal 6 maggio 2025 Merz è cancelliere della Repubblica Federale Tedesca: “Raramente le aspettative nei confronti di un cancelliere tedesco sono state tanto alte quanto quelle che ruotano attorno al presidente della Cdu, Friedrich Merz”, ha scritto Mariam Lau, nelle primissime righe del suo interessante saggio La Germania di Merz (pubblicato in Italia da posteditori, 2025). Peccato che Merz non abbia avuto la fortuna di Angela Merkel, e forse nemmeno il suo talento politico. Ha infatti ereditato una Germania diventata “malato d’Europa” senza riuscire a guarirla. Una Germania in profonda crisi economica ma ancor di più politica: ormai il suo governo si regge su precari equilibri parlamentari, minati sempre più dall’avanzata di Alternativa per la Germania (Afd) che ha trionfato nelle elezioni locali e soprattutto nei sondaggi, cavalcando populismo e identitarismi, sull’onda di uno slogan che ha contagiato le destre europee, “remigrazione”. Cacciare gli stranieri indesiderati costerebbe alla Germania quattro punti di Pil, secondo l’Istituto Leibniz per la ricerca economica di Halle (Iwh). Una follìa, per Merz, “il termine remigrazione non è altro che una forma di pulizia etnica basata sull’origine e il colore della pelle”. Tono duro, ma posizione debole, quella del cancelliere che vorrebbe rifondare il centrodestra tedesco e ridefinire la rotta in Europa, in una sorta di campo largo del conservatorismo democratico.

Nell’era dell’incertezza aggravata dalla complessa situazione geopolitica internazionale, Merz si aggrappa alla clausola non scritta del Brandmauer (sorta di cordone sanitario mantenuto dai partiti principali che rifiutano alleanze con l’Afd) per governare la Germania, ma all’interno del suo stesso partito ci sono segnali contraddittori, ed inquietanti. Insomma, il trono vacilla.

E riemergono vecchie ambiguità. In una Germania dove la memoria sbiadisce e i conti col passato tardano a definirsi, avere avuto un nonno nazista pone Merz in un’imbarazzante posizione, un’arma che gli oppositori, esterni ma soprattutto interni possono impugnare contro di lui. Mariam Lau gli dedica il primo capitolo del suo saggio, “All’ombra della guerra”. Nata a Teheran ma cresciuta a Berlino, Mariam Lau è una nota giornalista che lavora alla Die Zeit, ed è tra i massimi esperti di Afd, Cdu, dell’area conservatrice, delle politiche migratorie, una delle voci più autorevoli nell’analisi delle trasformazioni della destra tedesca ed europea. Tutto nasce nel gennaio del 2004, quando Merz, allora parlamentare e vicecapogruppo della Cdu al Bundestag, partecipa ad un meeting elettorale nella sua cittadina natale, a Brilon, nel Sauerland, che dal 1999 è amministrata dai socialdemocratici: “E’ tempo di prendere d’assalto il municipio rosso”, si sgola dal palco Merz. C’è chi interpreta queste veementi parole con quelle pronunciate il primo maggio del 1933 dal nonno Josef Paul Sauvigny (1875-1967), il quale era stato borgomastro di Brilon dal 1917 al 1937.

Alcuni studiosi locali avevano rintracciato tra le pagine ingiallite della Sauerländer Zeitung il testo di quel discorso: “La nuova Germania celebra oggi la sua prima Festa nazionale (…), giovane e vigoroso come le folle dei suoi acerbi difensori, il nuovo Reich si apre davanti a noi. Le tempeste della rivoluzione nazionale scrosciano ancora su di esso, le tempeste primaverili hanno spazzato via tutta l’immondizia, scacciato le nuvole che finora hanno voluto sottrarci il sole”. E ancora: “Questa tempesta, che per qualcuno può apparire violenta, si placherà dopo aver ripulito l’aria da tutte le esalazioni velenose che si sono accumulate in anni di travisata libertà e di impotente autodistruzione. Ma mentre sino a oggi la forza e le aspirazioni edificatrici tedesche erano divise e dissanguate dalle beghe di partito e dai ripetuti cambi di guida, oggi ci sono una volontà che ci unisce, una forza che ci ispira, un Führer che ci chiama”.

L’amministrazione comunale fece di tutto per ostacolare le ricerche sul passato del nonno di Merz. Reinhard Sommer, primo consigliere distrettuale di Briton per conto della Cdu, ai giornalisti della Tageszeitung spiegò tale ostracismo perché si voleva “gettare Merz nello stesso calderone degli estremisti di destra”. Merz intentò una causa al quotidiano berlinese Tageszeitung che gli aveva rivolto ulteriori domande sul nonno, “ma la stragrande maggioranza degli articoli” sul nonno e l’incauta frase sull’assalto al municipio rosso non venne contestata. La stessa Tageszeitung commentò che “nessuno può scegliere le sue origini. Il problema non è il passato nazista del nonno, ma l’atteggiamento del nipote (…) L’uomo che ama fomentare dibattiti sull’orgoglio nazionale ha una visione della storia e della famiglia di cui nessun tedesco dovrebbe essere orgoglioso”.

“Mio nonno non era un nazionalsocialista”, scrisse Merz alla Berliner Zeitung, però poi le tre pagine del suo intervento (su sua richiesta) vennero ritirate. Era vero che il nonno avesse militato nelle SA, come riserva, ammise poi Merz, ma solo perché avrebbe altrimenti dovuto aderire al partito nazista. Aggiunse che il nonno fu promosso sergente, “senza il suo assenso”, come sempre senza il suo assenso fu trasferito alla Nsdap, “ed era probabilmente vero che dopo il 1929 Josef Paul Sauvigny avesse per un breve periodo coltivato aspettative nei confronti dei nazionalsocialisti”. Il nonno ottenne il prepensionamento nel 1937 perché “i nazisti lo disgustavano”, e, quale prova, Merz sventolò un articolo del quotidiano nazista Der Stürmer in cui il borgomastro di Brilon era definito un “compagno ebreo”. La mossa di Merz era strumentale: prevenire un possibile attacco della Tageszeitung che aveva ottenuto dall’Archivio di Stato di Düsseldorf il dossier (30 pagine) sulla denazificazione di Sauvigny. Tra i vari documenti recuperati, la dichiarazione (10 dicembre 1947) in cui ammetteva d’essere stato Oberscharführer della riserva delle SA, confermando d’aver raggiunto le Squadre d’Assalto il primo luglio del 1933, sei mesi prima del Putsch di Röhm. Merz, scrive Lau, comprendeva le motivazioni del nonno: “Inizialmente associava i nazionalsocialisti alla speranza che qualcosa nelle condizioni catastrofiche della Germania e anche della sua città natale cambiasse, per questo rimase in carica. Solo così si può comprendere il discorso che mio nonno tenne il primo maggio 1933 (…) E’ ovvio che non approverei mai frasi del genere al giorno d’oggi”.

E tuttavia, la tesi che il nonno si fosse dimesso perché disgustato dai nazisti “non è del tutto suffragata dal saluto che Peter Schramm, governatore distrettuale nominato dai nazionalsocialisti, rivolse al commiato di Sauvigny nel 1937. Stando alle sue parole, il sindaco aveva ‘nonostante l’età avanzata, agito subito in linea con i suoi sentimenti nazionali e ricoperto sempre la sua carica nello spirito nazionalsocialista’”. Il nonno, durante la denazificazione, fu classificato in terza categoria, il che gli vietava di rivestire incarichi pubblici (oltre che ricevere il 60 per cento della pensione). Protestò, invocando la propria innocenza, “devo essere considerato una vittima del nazismo”. Fu ascoltato: venne derubricato nel 1948 alla quarta categoria, quella dei “simpatizzanti”, e poté godere della pensione completa.

Proprio il 4 novembre verrà inaugurata a Berlino la mostra “Norimberga e i raduni del Partito Nazista”, organizzato dal Dokumentationszentrum Reichsparteiitagsgelände, un progetto destinato ai giovani e al futuro per schiarire le ombre che ancora oscurano le connessioni col tragico passato vissuto e spesso occultato dei loro nonni e bisnonni. A dimostrazione che il passato non può essere camuffato, ma affrontato.

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Il nonno di Merz era nazista? Il cancelliere si trova in un’imbarazzante posizione

17 October 2026 at 05:22

Dal 6 maggio 2025 Merz è cancelliere della Repubblica Federale Tedesca: “Raramente le aspettative nei confronti di un cancelliere tedesco sono state tanto alte quanto quelle che ruotano attorno al presidente della Cdu, Friedrich Merz”, ha scritto Mariam Lau, nelle primissime righe del suo interessante saggio La Germania di Merz (pubblicato in Italia da posteditori, 2025). Peccato che Merz non abbia avuto la fortuna di Angela Merkel, e forse nemmeno il suo talento politico. Ha infatti ereditato una Germania diventata “malato d’Europa” senza riuscire a guarirla. Una Germania in profonda crisi economica ma ancor di più politica: ormai il suo governo si regge su precari equilibri parlamentari, minati sempre più dall’avanzata di Alternativa per la Germania (Afd) che ha trionfato nelle elezioni locali e soprattutto nei sondaggi, cavalcando populismo e identitarismi, sull’onda di uno slogan che ha contagiato le destre europee, “remigrazione”. Cacciare gli stranieri indesiderati costerebbe alla Germania quattro punti di Pil, secondo l’Istituto Leibniz per la ricerca economica di Halle (Iwh). Una follìa, per Merz, “il termine remigrazione non è altro che una forma di pulizia etnica basata sull’origine e il colore della pelle”. Tono duro, ma posizione debole, quella del cancelliere che vorrebbe rifondare il centrodestra tedesco e ridefinire la rotta in Europa, in una sorta di campo largo del conservatorismo democratico.

Nell’era dell’incertezza aggravata dalla complessa situazione geopolitica internazionale, Merz si aggrappa alla clausola non scritta del Brandmauer (sorta di cordone sanitario mantenuto dai partiti principali che rifiutano alleanze con l’Afd) per governare la Germania, ma all’interno del suo stesso partito ci sono segnali contraddittori, ed inquietanti. Insomma, il trono vacilla.

E riemergono vecchie ambiguità. In una Germania dove la memoria sbiadisce e i conti col passato tardano a definirsi, avere avuto un nonno nazista pone Merz in un’imbarazzante posizione, un’arma che gli oppositori, esterni ma soprattutto interni possono impugnare contro di lui. Mariam Lau gli dedica il primo capitolo del suo saggio, “All’ombra della guerra”. Nata a Teheran ma cresciuta a Berlino, Mariam Lau è una nota giornalista che lavora alla Die Zeit, ed è tra i massimi esperti di Afd, Cdu, dell’area conservatrice, delle politiche migratorie, una delle voci più autorevoli nell’analisi delle trasformazioni della destra tedesca ed europea. Tutto nasce nel gennaio del 2004, quando Merz, allora parlamentare e vicecapogruppo della Cdu al Bundestag, partecipa ad un meeting elettorale nella sua cittadina natale, a Brilon, nel Sauerland, che dal 1999 è amministrata dai socialdemocratici: “E’ tempo di prendere d’assalto il municipio rosso”, si sgola dal palco Merz. C’è chi interpreta queste veementi parole con quelle pronunciate il primo maggio del 1933 dal nonno Josef Paul Sauvigny (1875-1967), il quale era stato borgomastro di Brilon dal 1917 al 1937.

Alcuni studiosi locali avevano rintracciato tra le pagine ingiallite della Sauerländer Zeitung il testo di quel discorso: “La nuova Germania celebra oggi la sua prima Festa nazionale (…), giovane e vigoroso come le folle dei suoi acerbi difensori, il nuovo Reich si apre davanti a noi. Le tempeste della rivoluzione nazionale scrosciano ancora su di esso, le tempeste primaverili hanno spazzato via tutta l’immondizia, scacciato le nuvole che finora hanno voluto sottrarci il sole”. E ancora: “Questa tempesta, che per qualcuno può apparire violenta, si placherà dopo aver ripulito l’aria da tutte le esalazioni velenose che si sono accumulate in anni di travisata libertà e di impotente autodistruzione. Ma mentre sino a oggi la forza e le aspirazioni edificatrici tedesche erano divise e dissanguate dalle beghe di partito e dai ripetuti cambi di guida, oggi ci sono una volontà che ci unisce, una forza che ci ispira, un Führer che ci chiama”.

L’amministrazione comunale fece di tutto per ostacolare le ricerche sul passato del nonno di Merz. Reinhard Sommer, primo consigliere distrettuale di Briton per conto della Cdu, ai giornalisti della Tageszeitung spiegò tale ostracismo perché si voleva “gettare Merz nello stesso calderone degli estremisti di destra”. Merz intentò una causa al quotidiano berlinese Tageszeitung che gli aveva rivolto ulteriori domande sul nonno, “ma la stragrande maggioranza degli articoli” sul nonno e l’incauta frase sull’assalto al municipio rosso non venne contestata. La stessa Tageszeitung commentò che “nessuno può scegliere le sue origini. Il problema non è il passato nazista del nonno, ma l’atteggiamento del nipote (…) L’uomo che ama fomentare dibattiti sull’orgoglio nazionale ha una visione della storia e della famiglia di cui nessun tedesco dovrebbe essere orgoglioso”.

“Mio nonno non era un nazionalsocialista”, scrisse Merz alla Berliner Zeitung, però poi le tre pagine del suo intervento (su sua richiesta) vennero ritirate. Era vero che il nonno avesse militato nelle SA, come riserva, ammise poi Merz, ma solo perché avrebbe altrimenti dovuto aderire al partito nazista. Aggiunse che il nonno fu promosso sergente, “senza il suo assenso”, come sempre senza il suo assenso fu trasferito alla Nsdap, “ed era probabilmente vero che dopo il 1929 Josef Paul Sauvigny avesse per un breve periodo coltivato aspettative nei confronti dei nazionalsocialisti”. Il nonno ottenne il prepensionamento nel 1937 perché “i nazisti lo disgustavano”, e, quale prova, Merz sventolò un articolo del quotidiano nazista Der Stürmer in cui il borgomastro di Brilon era definito un “compagno ebreo”. La mossa di Merz era strumentale: prevenire un possibile attacco della Tageszeitung che aveva ottenuto dall’Archivio di Stato di Düsseldorf il dossier (30 pagine) sulla denazificazione di Sauvigny. Tra i vari documenti recuperati, la dichiarazione (10 dicembre 1947) in cui ammetteva d’essere stato Oberscharführer della riserva delle SA, confermando d’aver raggiunto le Squadre d’Assalto il primo luglio del 1933, sei mesi prima del Putsch di Röhm. Merz, scrive Lau, comprendeva le motivazioni del nonno: “Inizialmente associava i nazionalsocialisti alla speranza che qualcosa nelle condizioni catastrofiche della Germania e anche della sua città natale cambiasse, per questo rimase in carica. Solo così si può comprendere il discorso che mio nonno tenne il primo maggio 1933 (…) E’ ovvio che non approverei mai frasi del genere al giorno d’oggi”.

E tuttavia, la tesi che il nonno si fosse dimesso perché disgustato dai nazisti “non è del tutto suffragata dal saluto che Peter Schramm, governatore distrettuale nominato dai nazionalsocialisti, rivolse al commiato di Sauvigny nel 1937. Stando alle sue parole, il sindaco aveva ‘nonostante l’età avanzata, agito subito in linea con i suoi sentimenti nazionali e ricoperto sempre la sua carica nello spirito nazionalsocialista’”. Il nonno, durante la denazificazione, fu classificato in terza categoria, il che gli vietava di rivestire incarichi pubblici (oltre che ricevere il 60 per cento della pensione). Protestò, invocando la propria innocenza, “devo essere considerato una vittima del nazismo”. Fu ascoltato: venne derubricato nel 1948 alla quarta categoria, quella dei “simpatizzanti”, e poté godere della pensione completa.

Proprio il 4 novembre verrà inaugurata a Berlino la mostra “Norimberga e i raduni del Partito Nazista”, organizzato dal Dokumentationszentrum Reichsparteiitagsgelände, un progetto destinato ai giovani e al futuro per schiarire le ombre che ancora oscurano le connessioni col tragico passato vissuto e spesso occultato dei loro nonni e bisnonni. A dimostrazione che il passato non può essere camuffato, ma affrontato.

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La storia dimenticata dell’arte migrante di Kreuzberg

16 October 2026 at 03:45

Fino al 17 gennaio 2027 il Gropius Bau di Berlino ospita Kreuzberg: Kunst und Migration seit 1960, una mostra che racconta una pagina rimossa della storia dell’arte tedesca. È quella degli artisti arrivati nella Germania Ovest con gli accordi di reclutamento della manodopera straniera tra il 1955 e il 1968, o nati dentro quella migrazione. A Kreuzberg, un quartiere povero e circondato per tre quarti dal muro di Berlino, la manodopera arrivata da Italia, Grecia, Turchia, Jugoslavia o Cile si mescolò ad artisti, attivisti e intellettuali. 

Nacque così una vivace scena culturale, che dopo il 1989 fu quasi dimenticata. Le oltre cento opere in mostra raccontano gli alloggi fatiscenti, il lavoro in fabbrica, la nostalgia di casa e il razzismo della Germania postnazista. Abbiamo parlato con lo storico dell’arte Gürsoy Doğtaş, che ha curato la mostra insieme a Patrizia Dander. Figlio di lavoratori migranti turchi, Doğtaş racconta come un archivio di quartiere gli abbia fatto scoprire una storia taciuta, quella dell’arte migrante.

Courtesy of Gropius Bau

Quando ha iniziato a lavorare a questa mostra e perché ha deciso di affrontare il tema della migrazione a Kreuzberg?
Per me la mostra è cominciata molto prima dell’inaugurazione al Gropius Bau. Direi circa cinque anni fa, quando stavo facendo ricerche per un articolo che mi era stato commissionato. Sono andato in un archivio di Berlino che si chiama Fontane-Apotheke e che fa parte dell’archivio del Kreuzberg Museum. Lì mi sono imbattuto in una mostra intitolata Mehmet Berlin’de / Mehmet aus Anatolien. Questa mostra mi ha colpito, o meglio mi hanno colpito i documenti che sono riuscito a trovare. Era stata organizzata da Dieter Ruckhaberle, allora direttore del Kunstamt Kreuzberg, che aveva invitato tre artisti dalla Turchia. Due di loro facevano parte di un’associazione di artisti turchi con sede a Kreuzberg. La mostra fu inaugurata nel settembre del 1975 e realizzata insieme ai Berliner Festspiele.

Quello che fecero era davvero avant la lettre: i tre artisti, Hanefi Yeter, Mehmet Cağlayan e Mehmet Aksoy, volevano rivolgersi anche al pubblico di lingua turca di Kreuzberg. Nel 1975 le persone provenienti dalla Turchia erano il gruppo di immigrati più numeroso: su circa centocinquantamila abitanti di Kreuzberg, circa venticinquemila venivano dalla Turchia, e proprio quell’anno il Senato vietò agli stranieri di trasferirsi nel quartiere.

Resero bilingue l’intero programma: la pubblicazione e tutti i manifesti. Volevano creare un programma capace di attirare persone che non avevano alcuna esperienza di musei o mostre. Bisogna immaginare che i lavoratori migranti arrivati dalla Turchia non erano affatto un gruppo omogeneo. C’erano accademici e insegnanti, ma anche persone provenienti dalle zone rurali della Turchia, come i miei genitori, che venivano anche loro da una regione rurale, anche se non arrivarono a Berlino ma ad Hannover. E volevano fare un programma che fosse attraente anche per loro. Invitarono musicisti e un coro, il Türkische Arbeiterchor Westberlin, che è presente anche al Gropius Bau. Invitarono ballerini, e la gente poteva fare picnic su Mariannenplatz, davanti al Bethanien. C’era anche un programma per bambini. Tutto funzionò benissimo e l’affluenza fu altissima. Mi ha colpito per tantissime ragioni.

Quali?
Una è che già nel ’75 avessero sviluppato strategie curatoriali così avanzate, che però in seguito sono state in qualche modo trascurate. Poi le opere stesse: mi ha sorpreso non aver mai incontrato lavori del genere prima, e lo dico da persona che ha fatto un dottorato in storia dell’arte. Ho studiato storia dell’arte e ho continuato a studiare – una ventina d’anni di formazione – eppure non le avevo mai viste. Da un lato ero felice, ma mi sono anche sentito un po’ tagliato fuori dalla mia stessa storia e da una storia dell’arte, che non aveva nulla da offrire a me e a molte altre persone con una biografia simile in Germania.

Courtesy of Gropius Bau

Perché ha scelto Kreuzberg come luogo d’interesse per questa mostra?
Avevo già fatto diverse mostre sulla migrazione per lavoro e sui suoi artisti, in Germania e in Austria. Come sa, i lavoratori migranti arrivavano nella Germania Ovest dall’Italia, dalla Spagna, dal Portogallo, dall’ex Jugoslavia, dalla Grecia, dalla Turchia, ma anche dalla Corea del Sud, dal Marocco, dalla Tunisia. Ed è diventato chiaro che Kreuzberg era un punto nevralgico molto importante. Insieme ai lavoratori migranti arrivavano artisti dagli stessi paesi, alcuni con borse di studio di istituzioni tedesche come il DAAD, altri tramite istituzioni culturali o ministeri dei loro paesi d’origine. E alcuni degli stessi lavoratori migranti diventarono artisti. Molte questioni urgenti emersero prima a Kreuzberg e poi acquisirono peso in tutta Berlino. Credo quindi che sia stata questa densità a convincere Patrizia Dander, la mia co-curatrice al Gropius Bau, e me. Con la densità venivano le reti, che comunicavano tra loro su tantissimi livelli diversi, cosa possibile perché si tratta di uno spazio piccolo. Qualcosa di simile difficilmente lo si trova ad Amburgo, a Colonia o a Monaco.

Pensa che questa densità di arti e culture abbia trovato nel corso degli anni uno spazio per svilupparsi? Ha visto dei cambiamenti nel tempo?
Sì. Per Kreuzberg è un aspetto importante. È un po’ diverso dal resto della Germania. A Kreuzberg gli artisti che mi interessavano tennero la mostra del 1975 di cui le ho parlato, ma continuarono ad avere o a organizzare mostre: nel ’77, per esempio, la mostra su Nâzım Hikmet al Kunstamt Kreuzberg, poi mostre personali negli anni Ottanta, e così via. Da un lato racconto la storia della sottorappresentazione di questi artisti. Ma dall’altro, all’epoca, questi artisti erano davvero molto presenti. Questa presenza prosegue fino al 1989, che è anche il punto in cui si concentra l’arco storico della mostra. Quando cade il Muro, l’intero discorso a Berlino e in Germania cambia. Si guarda alla Germania Est, a Berlino Est, all’Europa orientale. Si vuole capire cosa c’è dall’altra parte dell’Europa e cosa fanno lì. Com’era la produzione culturale da quelle parti?

La riunificazione avvenne su moltissimi piani, compreso quello culturale. Diciamo così: quando Berlino fu riunificata, quasi ogni museo esisteva in doppio, due musei civici, due gallerie nazionali e così via. La città era quindi impegnata a ristrutturare e centralizzare tutto questo. E con ciò gli artisti di cui mi occupo uscirono dal centro dell’attenzione e non ebbero più mostre. Alcuni lasciarono la Germania, per Istanbul o Bodrum, per esempio, oppure facevano la spola tra la Germania e il loro paese d’origine. Quando ancora potevano esporre, lo facevano in luoghi diversi, per esempio alla Staatliche Kunsthalle Berlin, che è esistita fino al 1993. Oppure al Kunstamt Kreuzberg e in altre gallerie comunali. Bisogna immaginare che allora Berlino investiva nella cultura molto più di oggi. Berlino Ovest era un’isola, e poteva essere mantenuta attiva e vitale solo attraverso gli investimenti. Si temeva che senza quei soldi Berlino Ovest sarebbe andata perduta. Per questo penso che tutta questa storia sia anche storia dell’arte migrante.

Courtesy of Gropius Bau

In che modo questa mostra riflette l’identità di confine di Kreuzberg?
Kreuzberg si trovava lungo il Muro di Berlino. È quindi un po’ come un’enclave anche all’interno della città. Per la produzione culturale e per la densità della città, però, conta di più la situazione del secondo dopoguerra che non il Muro. Durante la guerra Kreuzberg fu pesantemente distrutta, e i lavoratori migranti arrivati dagli anni Sessanta in poi si trovarono in questo contesto postbellico. Nel resto della Germania Ovest il reclutamento era cominciato nel 1955 con l’accordo con l’Italia. Berlino è diversa: prima del muro la manodopera arrivava dalla Germania Est e da Berlino Est. Una volta costruito il muro, le persone di Berlino Est non poterono più venire a lavorare per Siemens o AEG-Telefunken. È in quel momento che inizia il reclutamento. E quando le persone arrivano a Berlino, con quello che guadagnano non possono permettersi appartamenti dignitosi.

Così vanno a Kreuzberg, perché gli affitti sono bassissimi e nessuno vuole trasferirsi lì. Anche perché il quartiere è stretto dal muro e le case sono in pessime condizioni. Non c’è riscaldamento centralizzato, non c’è la doccia. A volte il bagno non è nell’appartamento e nemmeno sul pianerottolo: bisogna uscire dall’edificio e andare in un gabinetto nel cortile. Ed è proprio questo che lo rendeva così attraente per i lavoratori immigrati, per gli artisti e per tutte le altre persone che non potevano permettersi affitti alti.

Perché è importante mettere al centro queste narrazioni e la storia di persone che storicamente sono state sottorappresentate?
C’è stato quel momento in cui mi sono sentito tagliato fuori da una storia dell’arte, che era anche la mia storia. E ho potuto vedere quanto avessero fatto gli artisti in quel periodo, e anche tutte le persone che lavoravano nella cultura. Volevo rendere accessibile questa parte della storia dell’arte, non solo per la mia generazione (sono figlio di lavoratori migranti, la seconda generazione) ma anche per la terza generazione, i nipoti. E guardando più da vicino, mi hanno colpito molte altre cose. Quando arrivano a Berlino Ovest, a Kreuzberg, affrontano tutti i temi importanti per i lavoratori migranti. Quindi la questione abitativa, le condizioni di lavoro, la nostalgia di casa, il creare una propria cultura, ma anche il confronto con il razzismo nella Germania post-nazionalsocialista, che è davvero forte. Bisogna immaginare: quando finisce la guerra, c’è un periodo di rieducazione e denazificazione. Ma i governi militari di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia non lo portano avanti a lungo, perché presto l’Europa si trova nella Guerra fredda e gli Alleati occidentali hanno bisogno della Germania Ovest come partner.

Così la denazificazione non viene portata a termine come si deve. Un ex membro del partito nazista, Kurt Georg Kiesinger, diventa addirittura cancelliere, e altri occupano posizioni molto alte in Germania e plasmano la Germania del dopoguerra pur essendo stati nazisti. Gli artisti lo vedevano e cercavano di affrontarlo, dicendo: qui c’è del razzismo, dobbiamo chiamarlo per nome. Ma il razzismo opera anche su molti altri livelli, compresi quelli strutturali. E mi hanno colpito tutte le strategie che gli artisti svilupparono all’epoca. Anche da quella storia mi sentivo tagliato fuori, perché il razzismo in Germania non è diventato un tema solo negli anni Novanta, dopo la riunificazione. È un tema ricorrente, e i partiti di estrema destra sono entrati più volte nei parlamenti tedeschi e hanno influenzato la politica. La mostra cerca di capire cosa accadeva dagli anni Settanta ai primi anni Novanta, di riportarlo nel dibattito e di considerare gli artisti attivi allora e ancora in vita come testimoni a cui si può chiedere, per esempio, della storia di Kreuzberg negli anni Settanta.

Courtesy of Gropius Bau

Pensa che oggi, dal punto di vista dell’arte e della rappresentazione degli artisti con un background migratorio, ci sia più spazio per loro?
È una domanda complessa. Quando ho cominciato, tutto è partito dalla ricerca. Alcuni degli artisti che esponevo facevano già parte di un discorso. Quindi non tutti gli artisti presenti nella mostra su Kreuzberg vengono esposti per la prima volta dopo molti anni. Ho notato i seguenti passaggi. In Germania il termine post-migrazione si è diffuso negli anni Duemila, e post-migrazione è la mia generazione che dice: non riusciamo davvero a identificarci con la storia della generazione dei nostri genitori, ma non apparteniamo nemmeno alla società tedesca bianca. Abbiamo bisogno di una nostra cultura e di una nostra storia.

Quando la post-migrazione ha cominciato a costruire questa cosa nuova, non si è voltata indietro; non ha voluto vedere chi fossero gli artisti arrivati con gli accordi di reclutamento. Così questi artisti sono rimasti esclusi. Quando, dagli anni Novanta in poi, curatori, storici dell’arte e operatori culturali hanno iniziato a guardare agli squilibri nelle narrazioni dell’arte e delle mostre, si sono occupati delle artiste rimaste escluse, degli artisti queer rimasti esclusi, poi di grandi regioni la cui produzione culturale non era mai stata mostrata in Occidente, perché la prospettiva occidentale ed eurocentrica era dominante. Anche allora gli artisti migranti che espongo furono lasciati fuori. Quello che faccio, quindi, è guardare indietro a un gruppo di artisti che purtroppo sono stati esclusi da tutti questi diversi momenti di revisione della storia dell’arte degli ultimi cinquant’anni.

Courtesy of Gropius Bau

Ha raccolto molte opere provenienti da gruppi informali o dall’attivismo di base: come esporle senza monumentalizzarle?
Esponiamo circa centotrenta opere di più di quaranta artisti. La maggior parte sono dipinti su tela e sculture, realizzati per mostre del loro tempo. Erano fatti per essere esposti nelle istituzioni; gli artisti volevano essere esposti, quello era l’obiettivo. Solo pochissime opere sono nate con un intento completamente diverso, che pure sarebbe stato tipico degli anni Settanta: rifiutare certe forme di produzione culturale, il sistema e le sue istituzioni. Le faccio un esempio.

C’è un’opera di Natascha Ungeheuer, artista tedesca bianca che alla fine degli anni Sessanta fondò con Johannes Schenk il Kreuzberger Straßentheater. Non ha mai voluto essere associata alle istituzioni. Per lei era importante stare in strada a Kreuzberg, essere facilmente accessibile e a bassa soglia dal punto di vista della lingua e della comprensione. Ha rifiutato l’istituzionalizzazione non solo per il Kreuzberger Straßentheater ma anche per il proprio lavoro: ha realizzato dipinti di straordinaria bellezza, e volevamo esporne alcuni. Lei ha rifiutato, ma ha accettato che mostrassero in mostra alcune parti del teatro di strada.

Quello che abbiamo fatto, quindi, è stato semplicemente un confronto con l’artista, chiedendole: cosa ti sembra accettabile? Nel caso del Kreuzberger Straßentheater è quasi un piccolo intervento. Mostriamo una fotografia dell’epoca, ingrandita quasi a grandezza naturale come rivestimento di una parete, insieme a due delle maschere originali del teatro di strada. Gli attori indossavano queste maschere, e le maschere annunciavano che lo spettacolo stava per cominciare. È quindi qualcosa che su un piano non appartiene alle istituzioni, eppure su un altro piano questi oggetti fanno già parte di una collezione: lei ha affidato le maschere all’archivio dell’Akademie der Künste perché se ne prenda cura.

Abbiamo dovuto guardare con molta attenzione per assicurarci che tutto fosse pienamente in linea con le intenzioni dell’artista, che è ancora in vita. Poi ci sono i libri della casa editrice Ararat, che per noi sono stati anch’essi una questione da risolvere. Avevamo deciso di esporre solo arti visive e alcuni film. Questi libri sono stati un’eccezione, perché erano gli artisti a disegnarne le copertine o a contribuire con illustrazioni, e ci sembrava importante mostrare che le loro pratiche sociali a volte si sovrapponevano alla loro arte. Poi c’è Cecilia Boisier, un’artista cilena. La cito anche perché è morta il 24 settembre, a ottantatrè anni, senza aver avuto la possibilità di venire all’inaugurazione e vedere la mostra. Arrivò a Berlino Ovest nel 1975, in esilio dopo il colpo di Stato in Cile, e vi visse per il resto della sua vita. Se ne andò una sola volta, per Vancouver. Aveva una forte pratica sociale e un profondo senso di giustizia. I dipinti che esponiamo ritraggono donne che leggono lettere o dormono, a Berlino, per strada, un po’ isolate. La sua morte, e scriverne, mi hanno colpito molto profondamente.

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Sabotaggio del Nord Stream, l’imputato ucraino Kuznetsov in aula per la prima udienza. Per la difesa non fu attentato, ma azione di guerra legittima

15 October 2026 at 16:29

Grande affluenza presso il Tribunale regionale superiore anseatico di Amburgo mercoledì mattina per l’inizio del processo a carico del cinquantenne ucraino Serhij Kuznetsov, accusato di crimini di guerra come responsabile del sabotaggio con l’uso di esplosivo del gasdotto Nord Stream nel Mar Baltico, avvenuto alla fine di settembre del 2022, che avrebbe dovuto trasportare il combustibile russo in Germania.

Nella prima giornata Kuznetsov ha deciso di tacere, è entrato in aula in giacca e cravatta e con i capelli rasati a zero. Agli osservatori è apparso molto tranquillo e rilassato. Ha rivolto un breve cenno di saluto militare verso il pubblico a sottolineare che si sente un soldato e un sorriso cordiale al banco dei giudici. Indossando cuffie bianche e scuotendo di tanto in tanto il capo, ha poi ascoltato l’interprete ucraina mentre veniva letto il cuore dell’atto d’accusa della Procura federale, che nell’insieme conta oltre cento pagine.

Serhij Kuznetsov è accusato di aver guidato nel 2022, prima dell’arresto avvenuto in Italia, una squadra di sabotaggio che ha fatto saltare in aria tre delle quattro condutture dei gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico, agendo su mandato delle forze armate ucraine. Stabilire se si sia trattato di un crimine di guerra o, eventualmente, di un legittimo atto bellico è una delle questioni centrali che dovrà chiarire il tribunale. Uno dei tre avvocati dell’imputato ha definito infatti i gasdotti fatti saltare in aria un’arma finanziaria, militare e politica della Russia, poiché i proventi confluivano nelle casse della Federazione che sta conducendo una guerra di aggressione. Sarebbe stato quindi un ordine legittimo la sua distruzione. L’imputato non ha rilasciato dichiarazioni durante il processo perché in quanto ufficiale dell’esercito ucraino non dispone dell’autorizzazione a deporre, è costretto a “difendersi con le mani legate”, hanno affermato i suoi avvocati, tra cui figura il penalista italiano Nicola Canestrini.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sempre respinto un coinvolgimento del suo Paese, ma la ricostruzione degli inquirenti lascia trasparire che responsabili ucraini erano a conoscenza dell’attività del commando. La pipeline Nord Stream 1 era entrata in uso ma la Russia, al momento dell’attentato, aveva già cessato le forniture. Nord Stream 2 invece non era mai entrata in esercizio per lo scoppio della guerra. Con l’attentato venne tuttavia distrutta una struttura che poteva potenzialmente essere fonte di grossi guadagni per la Russia.

Roman Tscherwinskyj, ex agente dei servizi segreti ucraini, per gli inquirenti tedeschi è stato il coordinatore dietro il sabotaggio del gasdotto Nord Stream 2. In un’intervista a Radio Svoboda ha affermato che “Serhij è un ufficiale che ha prestato servizio nella mia unità e, al momento dell’esplosione, era ai miei ordini”. Ciò detto, a suo avviso non c’è alcuna necessità, per lo Stato o l’esercito ucraini, di esprimersi in merito a chi abbia commissionato il sabotaggio del gasdotto nel 2022. Il gasdotto rappresentava una delle fonti più redditizie per il colosso russo Gazprom e, di conseguenza, un’importante fonte di finanziamento per la guerra contro l’Ucraina. “Se fosse stata l’Ucraina a far saltare in aria il gasdotto”, per Tscherwinskyj, “si tratterebbe di un obiettivo legittimo”.

Anche il primo ministro polacco Donald Tusk si era espresso in termini analoghi in passato. “Il problema per l’Europa, l’Ucraina, la Lituania e la Polonia non è il sabotaggio del Nord Stream 2, bensì il fatto che sia stato costruito”, sottolineava l’anno scorso. Di conseguenza, non ci fu alcun interesse a estradare in Germania Volodymyr Zhuravlev, uno dei sommozzatori accusato di essere coinvolto nell’attentato, poi catturato però in Croazia e in attesa di estradizione.

Circa 150 rappresentanti dei media provenienti da molti paesi, tra cui Ucraina, Stati Uniti, Russia e Cina, figurano accreditati per il dibattimento. Davanti al tribunale, l’iniziativa civica ucraina “Vilni Hamburg” ha manifestato solidarietà all’imputato, sostenendo che il vero criminale di guerra è la Russia. La prima udienza è durata in tutto un paio d’ore, riferisce la rete tedesca di Amburgo NDR.

Al termine della prima giornata di udienza, in cui è stata data lettura dell’atto di accusa, l’imputato ha salutato e rivolto lo sguardo verso il pubblico in sala dove alcune donne gli hanno mimato il gesto del cuore con le mani. Alcuni uomini hanno sollevato tre dita, simbolo del tridente raffigurato nello stemma ucraino. Uno ha alzato il pugno chiuso. L’imputato ha sorriso, visibilmente compiaciuto di quei saluti.

Il processo riprenderà a fine ottobre, successivamente udienze sono già state calendarizzate fino a fine gennaio 2027. L’avvocato Canestrini, difensore dell’imputato, punta a un’assoluzione. Il processo d’altronde può danneggiare l’immagine di tutta l’Ucraina. Secondo inchieste giornalistiche sia Zelensky sia l’ex capo dell’esercito ucraino e attuale ambasciatore a Londra, Valerij Zalužnyj, potrebbero essere stati al corrente dei piani.

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Germania, due uomini condannati per spionaggio per conto dell’Iran: uno preparava un attacco incendiario a Berlino

15 October 2026 at 15:36

Due uomini residenti in Danimarca (uno di origine afghane) sono stati condannati dal tribunale superiore regionale di Amburgo per attività di spionaggio per conto dell’Iran e tentato coinvolgimento in omicidio e incendio doloso aggravato. Le pene sono di otto anni e mezzo per uno e quattro anni e mezzo per l’altro. I fatti, secondo il giornale tedesco Berliner Zeitung, sarebbero avvenuti nel corso del 2025.

I due uomini di 54 e 43 anni, indicati nei verbali tedeschi come Ali S. e Tawab M., avevano raccolto informazioni su persone di rilievo nella comunità ebraica tedesca; in particolare, avevano sorvegliato Josefg Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, e Volker Beck, presidente della Società tedesco-israeliana. Proprio ai danni di quest’ultimo si sarebbe dovuto realizzare un attentato, salvo poi la scelta dell’uomo più giovane di tirarsi indietro e cercare invece altre persone disposte a eseguirlo.

L’uomo di 54 anni è stato condannato alla pena più severa in quanto aveva compiuto anche atti preparativi ad un attacco incendiario a Berlino contro un negozio di alimentari kosher, cioè che vende quei prodotti conformi alla kashrut, l’insieme di leggi alimentari della religione ebraica. Secondo la procura federale, inoltre avrebbe ricevuto incarichi direttamente da ufficiali della Forza Quds, unità per le operazioni all’estero dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. La sentenza accoglie le richieste della procura federale, mentre le difese avevano chiesto l’assoluzione

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Roma abandonó el limes germano hacia el 260, pero alguien siguió usando el lugar: descubren un pueblo romano con un templo de Marte bajo un bosque en Alemania

A pocos centímetros del suelo del bosque, en las estribaciones orientales del Taunus, queda una parte de la frontera romana que apenas se había mirado. El fuerte de la Kapersburg, cerca de Rosbach vor der Höhe (Hesse, Alemania), es uno de los mejor conservados del limes germano, pero la investigación se había centrado en la […]

Rome Gave Up Its German Frontier in the 3rd Century. New Finds Suggest Someone Kept Using the Site

A few inches below the forest floor in the eastern Taunus hills lies a stretch of the Roman frontier that has barely been examined. The Kapersburg fort, near Rosbach vor der Höhe in Hesse, is one of the best preserved on the German limes, the chain of Roman border defences. Research has long concentrated on […]

The Mystery of the Celtic Luxury Wagons Tacitus Described, Buried in a Danish Bog

Around 1880, men cutting peat at Dejbjerg, in western Jutland (Denmark), began pulling bronze pieces out of the bog that shone as if they were new. Some assumed it was gold. Others had a more down-to-earth suspicion: the equipment of an illicit still, hidden in the marsh to make moonshine. Both versions are recorded on […]

El enigma de los carros celtas de lujo mencionados por Tácito, hallados en una turbera de Dinamarca

Hacia 1880, unos hombres que cortaban turba en Dejbjerg, en el oeste de Jutlandia (Dinamarca), empezaron a sacar de la ciénaga piezas de bronce que brillaban como si fueran nuevas. No faltó quien pensara que era oro. Otros sospecharon algo bastante más terrenal, que aquello fuera el equipo de una destilería clandestina de aguardiente escondido […]

Scientists Solve a 1,700-Year-Old Jewelry Mystery Found in a Germanic Princess Grave on Rome’s Doorstep

10 September 2026 at 16:00
In 2022, medical CT scanners let Egyptologists peer inside sealed sarcophagi without ever lifting a lid. In 2026, the same basic technology — pointed not at a pharaoh’s mummy but at two silver brooches from a German field — has just done something similar for archaeology north of the Roman frontier. The brooches came out […]

Descubren cómo se hicieron las asombrosas joyas sin parangón en la Europa central de su tiempo encontradas en la tumba de una princesa germana del siglo III

En 1837, unas obras de carretera al noreste de la aldea de Dienstedt, en la actual Turingia (Alemania), sacaron a la luz la tumba de una mujer que había vivido —y muerto— rodeada de un lujo que pocas germanas de su tiempo pudieron permitirse. Junto a su cuerpo aparecieron vasijas de cerámica y bronce, un […]

Una pensione alla svedese per la Germania

3 September 2026 at 09:01

In Germania, una riforma organica del sistema pensionistico prevede l’introduzione di una componente obbligatoria a capitalizzazione, ispirata al modello svedese. Il suo successo dipende da costi contenuti e indipendenza dalle ingerenze politiche.

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