Trump: «I presidenti perdono sempre le midterm»


Il timore è diffuso, non solo in ambienti democratici: l’amministrazione Trump potrebbe tentare di interferire nelle elezioni di medio termine del 3 novembre, cruciali per il prosieguo del mandato del tycoon. Per questo alcuni funzionari americani stanno fornendo consulenze private ai governi statali e ad alcuni membri del Congresso su come prepararsi all’eventualità. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti tra cui due di questi funzionari, secondo le quali il gruppo è composto da circa 10 persone con esperienza all’interno del Dipartimento della Difesa. Il loro sforzo è dettato dal crescente timore che Donald Trump possa mettere in pericolo la democrazia mettendo a rischio l’integrità del voto per mantenere il controllo del Partito repubblicano sul Congresso.
Il quotidiano, che non rivela il nome dei funzionari intervistati o dei congressisti e leader statali con cui si sono incontrati, afferma di aver visionato anche alcuni dei documenti preparati per gli incontri tesi ad aiutare le autorità statali a proteggere il processo elettorale. Incontri – sottolineano i funzionari – che sono stati condotti in maniera privata, non nell’ambito del loro ruolo di dipendenti governativi. Bisogna ricordare che Trump al suo ritorno alla Casa Bianca ha condotto una crociata contro quello che definisce il “deep state“, cioè i funzionari interni che lavorerebbero per minare la sua presidenza, avviando, anche con il sostegno del Department of Government Efficiency affidato per alcuni mesi a Elon Musk, consistenti purghe di funzionari di carriera non considerati fedeli.
Negli ultimi mesi, il gruppo ha avuto incontri in 10 Stati, parlando con governatori, funzionari elettorali e membri del Congresso di entrambi i partiti che condividono il timore di un intervento federale nelle elezioni, hanno spiegato ancora le fonti del Washington Post. “Tutti ci hanno detto che sono preoccupati ma non sanno cosa fare, il risultato che speriamo è che gli stati possano essere preparati ad ogni emergenza che possa crearsi”, aggiungono, sottolineando che negli incontri è stato illustrato come l’amministrazione Trump potrebbe usare i poteri federali per interferire nelle elezioni, comprendendo attività sia legali che illegali. La preoccupazione principale è che Trump possa schierare militari o agenti federali anti-immigrati, come il controverso U.S. Immigration and Customs Enforcement, davanti ai seggi o cercare di annullare i risultati denunciando frodi.
L’obiettivo dei funzionari è far crescere la consapevolezza da parte membri del Congresso, soprattutto tra i repubblicani, di questi rischi in modo da essere pronte a opporsi pubblicamente a questi tentativi, mentre con le autorità statali si è puntato a rafforzare le misure e i protocolli elettorali in modo da scongiurare strumentalizzazioni da parte del governo federale di eventuali debolezze. Infine, i funzionari intervistati dal Post ci tengono a sottolineare che i loro timori nascono unicamente dall’analisi delle dichiarazioni pubbliche di Trump e dei suoi alleati, e non specifiche informazioni a cui possono aver avuto accesso in qualità di funzionari federali.
Una portavoce della Casa Bianca, Lauren Bis, ha liquidato come infondati i timori, accusando invece i democratici di non volere leggi elettorali più severe. L’amministrazione Trump, ha affermato in una dichiarazione, “sta portando avanti un’azione decisa per proteggere le nostre elezioni, perseguendo crimini elettorali, rafforzando la sicurezza delle infrastrutture e proteggendo gli elettori vulnerabili da frodi e coercizioni”. Il presidente, ha concluso, “sta dicendo chiaramente che chiunque voti illegalmente nelle nostre elezioni dovrà rispondere delle sue azioni”.
L'articolo Usa 2026, il Washington Post: “Ex funzionari del Pentagono istruiscono gli Stati per proteggere il voto dalle interferenze di Trump” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Potrebbe sembrare uno scherzo quello che è successo recentemente a un apicoltore francese, Éric Manaud, che ha scoperto in tre dei suoi alveari un miele di un insolito colore. Miele verde è quello che infatti ha trovato Manaud, che è fin da subito rimasto spiazzato da questo ritrovamento. A interrogarlo sono le cause di questo colore fuori dal comune, ma dal primo momento ha detto che non impiegherà questo miele per mischiarlo con gli altri, soprattutto ora che non è chiara l’origine di tale particolare colorazione.
“Ho visto che in due o tre alveari c’era del miele verde. Sono rimasto molto sorpreso. Non necessariamente in modo piacevole, perché, beh, ti fa venire in mente delle domande strane” ha spiegato a “Pyrénées FM” l’apicoltore, raccontando come ha reagito di fronte alla scoperta che in tre dei suoi alveari erano stati prodotti 50 chili di miele verde. Manuard si è poi iniziato ad avventurare in alcune ipotesi circa l’origine di tale miele: “Mi chiedevo se le api avessero raccolto il nettare dal fondo di una tinozza di sciroppo di menta. Ho persino preso in considerazione la possibilità che qualcuno avesse cattive intenzioni”.
Quando, però, poi ha assaggiato il miele, l’apicoltore si è reso conto che l’ipotesi che il verde fosse dettato dalla menta era totalmente priva di fondamento, dal momento che non aveva quel sapore lì. “L’ho assaggiato e non aveva un sapore particolarmente di menta” ha spiegato Manaud, che così, non trovando una risposta, ha deciso di contattare Pascal Georges, il presidente dell’associazione di apicoltura per la tutela della salute degli apicoltori della regione dell’Ariège, in Occitania.
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È bastata una foto pubblicata su Instagram per arrivare alla scoperta di una nuova specie di ninfea. La scoperta effettuata recentemente da un botanista di fama internazionale, Carlos Magdalena, responsabile del Tropical Nursery dei Royal Botanic Gardens di Kew, a Londra, parte infatti da una semplice fotografia vista sui social.
A postare lo scatto rivelatore è stato un vivaista specializzato in piante carnivore, Jeremia Harris, che sul proprio profilo Instagram dedicato proprio a mostrare queste foto aveva caricato una foto con quella che riteneva essere una comune ninfea della specie Victoria amazonica. Vedendo questa foto, però, il botanista si è insospettito, mettendosi dunque da subito alla ricerca per capire di che specie si trattasse.
L’intuizione che potesse trattarsi di una specie ancora non nota gli è arrivata dal fatto che a Inirida, dove è stata scattata la foto, non è presente quel tipo di vegetazione floreale. Così Magdalena ha esaminato le immagini satellitari della regione e ha individuato questa ninfea che presentava caratteristiche diverse dalla comune Victoria amazonica. Grazie alla conferma ricevuta da parte di Harris, sul fatto che fosse stata la stessa che le guide locali avevano fatto vedere a lui, il botanista ha deciso di organizzare insieme ad altri colleghi una visita in questo luogo.
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Purtroppo, però, durante la visita sono stati individuati due soli esemplari isolati, nessuno dei quali in fiore. Questo non avrebbe consentito di creare un erbario essiccato e pressato da poter poi confrontare con gli altri. Grazie, però, al sostegno e alle indicazioni di una persona della comunità indigena locale, Magdalena è riuscito nell’ultima notte di viaggio a trovare un altro gruppo di cinque esemplari di ninfee giganti, tra cui una in fiore.
Questo ha permesso poi al gruppo di lavoro di avere a disposizione il materiale necessario per iniziare a descrivere formalmente la pianta, nuova per la scienza e ora chiamata Victoria colombiana. “Questa è una di quelle storie straordinarie in cui le conoscenze indigene e botaniche, con l’aiuto dei social media e della tecnologia, si sono unite per portare alla luce un risultato botanico davvero straordinario. È anche un promemoria del fatto che la natura è ancora piena di sorprese e meraviglie” ha spiegato Carlos Magdalena.
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Era decollato regolarmente alle 7:00 del mattino dello scorso 10 ottobre il volo United Airlines 1900, ma all’improvviso un evento inaspettato ha cambiato la sua rotta. L’aereo, decollato dall’aeroporto internazionale di Seattle-Tacoma e diretto a Newark, in New Jersey, stava sorvolando il Minnesota e si trovava a 35.000 piedi di altezza, quando il personale di bordo si è reso conto che una donna era rimasta bloccata all’interno del bagno, non riuscendo ad aprire la porta per uscire.
Dopo aver tentato per circa 15 minuti di aprire la porta, seguendo quelle che sono le procedure indicate, l’equipaggio di bordo del Boeing 737 MAX ha comunicato al pilota che l’operazione per permettere alla donna di uscire dal bagno non aveva avuto successo. Così il pilota ha deciso che venisse disposto un atterraggio di emergenza per consentire poi l’apertura della porta del bagno.
L’aeroporto designato per l’atterraggio di emergenza era quello di Chicago O’Hare, verso il quale quindi è iniziata la discesa del velivolo. L’aereo aveva già raggiunto i 27.000 piedi di altezza, quando la donna di 69 anni rimasta intrappolata nel bagno è stata finalmente liberata. Così l’aereo ha potuto evitare di effettuare l’atterraggio di emergenza, che era già stato disposto. I passeggeri sono quindi potuti atterrare regolarmente a Newark Liberty, circa quattro ore e mezza dopo la partenza da Seattle.
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Kramatorsk, e di conseguenza Sloviansk, da mesi convivono con il cappio russo intorno al collo. Nessuno strappo netto, ma uno stringersi lento e graduale che contribuisce a prolungare l’agonia di una città presa ad esempio per la sua strenua resistenza contro l’avanzata russa. Adesso, però, il nemico è veramente alle porte. E Vladimir Putin ha chiesto al suo capo di Stato Maggiore delle forze armate, Valery Gerasimov, di sferrare il colpo fatale nel Donetsk.
Nel corso di una visita a un posto di comando ausiliario avanzato, il presidente russo ha ribadito che la conquista di tutta la regione del Donbass meridionale rimane tra i principali obiettivi della “operazione militare speciale”. E ha poi sottolineato come la creazione di una zona di sicurezza in Ucraina non sarà oggetto di discussione a eventuali colloqui per la soluzione del conflitto: “Il nostro obiettivo è garantire la sicurezza assoluta nei territori di confine della Russia per il futuro e non intendiamo farne un argomento di potenziali negoziati di pace con l’Ucraina”.
Nelle ultime ore, come detto, la Russia sostiene di aver sfondato gli ultimi tre ‘cancelli’ che aprono le porte per Kramatorsk: Mosca dice di aver conquistato le cittadine di Dobropillia, Kostiantynivka e Oleksiievo-Druzhkivka, oltre a quelle di Orikhiv, Novopavlivka e Novoandriivka, nella regione di Zaporizhzhia. Se le informazioni venissero confermate, Mosca si appresterebbe a sferrare l’offensiva sulla fondamentale città del Donetsk in inverno e, in caso di successo, avrebbe superato un importante ostacolo per l’accerchiamento di Kharkiv, la seconda città del Paese dopo Kiev.
Le autorità ucraine, però, smentiscono le conquiste rivendicate dalla Federazione russa, circa 6.500 chilometri quadrati di territorio e 310 insediamenti dall’inizio dell’anno. Lo Stato maggiore, in particolare, definisce false le dichiarazioni di Gerasimov sulla conquista delle tre cittadine alle porte di Kramatorsk, al termine di una campagna che da settembre avrebbe portato sotto il controllo russo oltre 1.800 chilometri quadrati di territorio e 92 centri abitati. Il portavoce dello Stato maggiore ucraino, Andriy Kovalyov, ha smentito queste cifre, sostenendo che dall’inizio dell’autunno le forze ucraine hanno riconquistato più territorio di quanto ne abbia preso l’esercito russo. E ha poi aggiunto che Dobropillia, Oleksiievo-Druzhkivka, Orikhiv, Novopavlivka e Novoandriivka restano sotto il controllo delle forze di Kiev, mentre a Kostiantynivka sono ancora in corso combattimenti. Smentita anche l’affermazione sulla presenza dei soldati di Mosca a cinque chilometri dalla periferia meridionale di Zaporizhzhia. Si trovano ancora a 22 chilometri dalla città, ha riferito Kovalyov. Anche Velykomykhailivka, nella regione di Dnipropetrovsk, resta sotto controllo ucraino, ha concluso.
Accuse di diffondere notizie su false conquiste arrivano anche dal Primo Corpo della Guardia Nazionale “Azov” che su Telegram ha smentito la conquista di Zolotyi Kolodiazh, Novotroitske e Petrivka, nel Donetsk. “Tali affermazioni non corrispondono al vero. Tutti e tre gli insediamenti rimangono sotto il controllo di unità della brigata ‘Bureviy’ e di altri reparti delle Forze di Difesa ucraine”, scrivono accusando i soldati di Mosca di infiltrare piccoli gruppi di fanteria in aree abitate per piantare bandiere e scattare foto, così da dare l’illusione di una conquista mai avvenuta.
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L’anello l’aveva infilato nel bagaglio a mano, per non rischiare. Peccato che, di tutto il resto, Alfie Learmouth non sia riuscito a salvare quasi nulla. Doveva essere il weekend più bello della sua vita: cinque giorni a Positano, sulla Costiera Amalfitana, per chiedere la mano di Jordan Bland, la compagna con cui sta da nove anni. È diventato, nelle sue parole, “una delle esperienze più stressanti che si possano vivere”. Lo riporta il Daily Mail.
Alfie, 27 anni, project manager nelle vendite e residente nell’est di Londra, aveva scelto con cura. Su Booking.com aveva trovato una villa privata, recensioni verificate, foto bellissime. Prenotato. Poi, qualche tempo prima della partenza, il messaggio del proprietario: serviva saldare l’intero importo con bonifico bancario.
Il campanello d’allarme è suonato subito. Per togliersi ogni dubbio, Alfie ha chiesto direttamente alla piattaforma, tramite Dot, l’assistente virtuale basato sull’intelligenza artificiale che si presenta come “ancora in fase di apprendimento”. La risposta è stata netta: sì, la struttura richiede il pagamento completo con bonifico prima dell’arrivo. Rassicurato, ha pagato.
La mattina della partenza, valigie pronte, taxi quasi chiamato, ecco la mail dell’host: impossibile ospitarvi, un tubo rotto ha allagato la casa. “In quel momento ho capito: era una truffa”, racconta Alfie.
Comincia la corsa contro il tempo. Telefonate a Booking.com, ricerca affannosa di un’altra sistemazione. E la prima reazione dell’operatore, ricorda, lascia di sasso: “Oh no, l’ha appena cancellata lei”. La piattaforma ha poi accettato di coprire il costo di un alloggio alternativo, ma la sfortuna non aveva finito.
L'articolo “Sì, deve pagare con bonifico”: il bot di Booking che ha fatto perdere migliaia di sterline a un futuro sposo. La vittima: “Ho capito solo dopo che era una truffa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quanto è accaduto in questi giorni a Milano mette l’Italia di fronte a riflessioni importanti, che potrebbero annunciare delle novità per i prossimi anni. Gruppi di giovani, in molti casi minorenni, si assembrano coprendosi il volto per saccheggiare negozi, per lo più grandi catene della distribuzione tecnologica, del vestiario o di articoli sportivi.
Il primo elemento che colpisce è il carattere di fatto transnazionale dell’appello alle mobilitazioni, circostanza quasi senza precedenti. Sugli account social italiani compaiono riferimenti espliciti alla Francia, ed è comune la corrispondenza con manifestazioni studentesche o contro il carovita. In queste mobilitazioni, alla presenza in Italia di cori in francese (“Tout le monde déteste la police!”, ovvero: tutti odiano la polizia) corrispondono quelli in italiano intonati in tutte le piazze francesi (“Siamo tutti antifascisti!”). Contrariamente a quanto dichiarato in questi giorni da rappresentanti istituzionali, partiti e sindacati di polizia, non soltanto le manifestazioni pacifiche ma anche quelle dirette contro i negozi o la polizia sono azioni collettive dotate di una loro politicità. Quando formulate in maniera organizzata, e quand’anche illegali, tanto la rivendicazione dell’accesso immediato a beni che sarebbero acquistabili regolarmente con un reddito più alto quanto l’ostilità alle forze dell’ordine costituiscono potenziali vettori politici di mobilitazione sociale.
Accanto a questi elementi se ne possono ipotizzare altri: la percezione di una discriminazione sistemica fondata su linee di frattura connesse al colore della pelle e alle procedure di accesso a diritti e cittadinanza; quella di una stigmatizzazione pubblica di gruppi linguistici, nazionali e religiosi (ai quali in molti casi, anche se non in tutti, si appartiene); le violenze di cui viene accusata la polizia; quella che viene giudicata come una reticenza sulla storia coloniale nella comunicazione pubblica, nella politica e negli istituti di formazione; la distruzione della Palestina ad opera di un alleato dell’Unione Europea.
Questi elementi, che sono presenti da anni nel linguaggio di molti studenti e adolescenti, non fanno pensare a soggettività mosse da una puntualmente teorizzata irrazionalità; né il fatto che delle persone si approprino “egoisticamente” di beni durante una rivolta ha mai significato, nella storia, che non coltivassero rappresentazioni del mondo e non agissero in ottemperanza a valori, magari in parte distanti da quelli di chi esprime la loro condanna.
Un ulteriore elemento che sta emergendo è il rapporto con i gruppi politici organizzati, che sembra cambiare. Nonostante la politicità di queste azioni collettive, esse appaiono almeno in parte organizzate in modo esterno rispetto ai circuiti strutturati tradizionali, ossia i collettivi autonomi, anarchici o similari, o gruppi organizzati del tifo sportivo. Non si deve interpretare questa circostanza necessariamente come espressione di una distanza politica o ostilità. Possono esistere molteplici forme di contatto, fino all’amicizia tra questi due mondi. Ciò che sembra trasparire è semmai una tendenziale autonomia organizzativa e dei codici di comunicazione e azione degli uni rispetto agli altri.
Tale autonomia può costituire una novità importante per l’Italia, dove la sinistra sociale radicale è sempre stata caratterizzata da un ceto politico frammentato ma ben presente e strutturato, puntualmente in grado di porre sotto il proprio controllo l’accesso a pratiche illegali di piazza, per lo più, anche se è poco noto, per disinnescarle. Benché i centri sociali siano considerati da gran parte dell’opinione pubblica e dalla destra come fucine di illegalità e violenza, la tendenza prevalente in essi, dalla metà degli anni Novanta, è stata quella di scongiurare sistematicamente lo scontro con gli apparati di sicurezza, per non parlare delle attività di danneggiamento urbano o saccheggio.
I disordini dello scorso gennaio a Torino dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna dimostrano che vi sono eccezioni, ma confermano anche la diversità – che non significa incompatibilità – tra quel tipo di rapporto con l’ordine pubblico e quello milanese degli ultimi giorni. Nel primo caso un “fronte” piuttosto compatto di manifestanti si contrappose alle forze dell’ordine con il difficile obiettivo di raggiungere un luogo politicamente connotato, secondo una logica di concentrazione simbolica a difesa di un’eredità politica. Nel secondo aggregazioni variabili non disdegnano il confronto con la polizia, ma lo associano a quella che sembrano comprendere come la riappropriazione contingente ma metodica di una ricchezza che sarebbe stata loro ingiustamente sottratta, lasciando prevalere una logica decentrata e una stratificazione delle rivendicazioni in parte implicita.
Questi caratteri ci riportano alla transnazionalità seminale ma decisiva di questi eventi. Quello appena descritto è il modo in cui i processi di mobilitazione francesi sono evoluti in questo secolo: frequente compresenza di manifestazioni pacifiche, resistenza collettiva alle forze dell’ordine e dispersione urbana di gruppi interessati ad eludere gli spostamenti tanto dei cortei quanto della polizia al fine di porre in essere comportamenti banditi dalla legge, e trattare tanto la distribuzione commerciale quanto una parte del decoro urbano come espressioni di una violenza sociale, coloniale e di classe percepita come infinitamente più grande e letale, sistematica e strutturale.
Ciò che mi ha colpito partecipando alle manifestazioni parigine di questi giorni è quanto poco i manifestanti che non hanno preso parte ai disordini sembrassero trovare urgente esprimere una condanna dei saccheggi dei supermercati. Ho visto folle di giovani (e meno) applaudire queste iniziative o ridere di esse, talvolta proferendo commenti sorprendenti. Una signora sulla sessantina ha detto: “La polizia picchia e mutila ragazzini in tutta la Francia, e ancora pensano di dare lezioni di diritti umani ad altri paesi. Io non dimentico cosa accadde qui il 17 ottobre del 1961” (centinaia di manifestanti pacifici per l’indipendenza dell’Algeria furono uccisi e gettati nella Senna).
I movimenti sono anche terreno di condensazione e trasmissione di memorie che le istituzioni pubbliche faticano a prendere adeguatamente in considerazione. Sul piano etico-politico emergono per questo da profonde faglie accumulate intorno alla comprensione di cosa e chi sia “morale”. Il fatto che governi che armano le istituzioni che stanno commettendo un genocidio in Palestina parlino di “violenza” appare spregevole o ridicolo a una parte consistente dell’opinione pubblica, soprattutto giovane e non soltanto di sinistra. Gaza ha a che fare con le proteste anche in questo senso, scavando un fossato nella percezione sociale della legittimità presso strati importanti delle popolazioni europee, non bianche ma anche bianche.
L’Italia è un paese diverso dalla Francia; ma le perturbazioni di Milano e la corrispondenza d’intenti con il movimento francese potrebbero annunciare mutamenti significativi per il nostro futuro.
L'articolo Le proteste francesi e i saccheggi di Milano: cosa hanno in comune e quale svolta potrebbe arrivare proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le indiscrezioni circolate sul web sulle condizioni di salute del leader nordcoreano hanno fatto il giro del mondo, ma i media statali hanno pubblicato immagini per provare che Kim Jong Un è ancora in vita. L’ipotesi del “coma dopo un’emorragia cerebrale” era stata riportata dal tabloid britannico The Sun, secondo cui il leader supremo sarebbe stato trasferito d’urgenza in Cina – al Peking Union Medical College – per ricevere cure specialistiche. Il trasferimento a Pechino si sarebbe reso necessario, sempre secondo il Sun, a causa delle presunte carenze delle strutture sanitarie di Pyongyang. Le fotografie sono state pubblicate poche ore dopo la diffusione online della notizia del coma e del conseguente decesso.
Le immagini di smentita, pubblicate dalla Corea del Nord, ritraggono Kim mentre esamina scarpe per bambini e cappotti da donna a una fiera di abbigliamento e calzature. L’agenzia di stampa ufficiale nordcoreana Kcna riferisce che Kim ha visitato la mostra ieri, sebbene le immagini non siano state verificate in modo indipendente e non sia ancora chiaro quando siano state scattate, anche se sullo sfondo di una di queste si legge 2026 su un’insegna.
Le fotografie sono emerse dopo che Wanjun Xie, un dissidente cinese residente negli Stati Uniti e legato al Partito Democratico Cinese, ha affermato su X che Kim era morto domenica. Nel suo post, Xie ha dichiarato che Kim era deceduto e che la Cina aveva schierato 9.000 soldati a Pyongyang. Ha inoltre sostenuto che un’équipe di specialisti del Peking Union Medical College Hospital di Pechino era stata inviata in Corea del Nord sabato per curare Kim a seguito di una grave emorragia. Xie ha poi affermato che Kim è caduto in coma prima di essere trasportato a Pechino e che i medici non sono riusciti a salvarlo.
Secondo quanto riportato dal Sun, Kim Jong-un sarebbe stato visto l’ultima volta l’11 ottobre, durante una visita a un museo della difesa in una località non precisata di Pyongyang. La sua assenza dalla scena pubblica avrebbe alimentato le speculazioni sulle sue condizioni. Non è la prima volta che le condizioni di salute di Kim Jong-un sono al centro di speculazioni. Nel 2020, dopo una lunga assenza in pubblico, si diffusero sui social numerose voci sulla sua presunta morte. Anche allora, le indiscrezioni si moltiplicarono in assenza di informazioni certe, fino al ritorno del leader supremo sulla scena pubblica, che contribuì a smentirle.
L'articolo Kim Jong-un “in coma dopo un’emorragia cerebrale”. Ma i media nordcoreani diffondono le foto: “È ancora vivo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Raimondo diventa capocannoniere, Stankovic trascina il Venezia alla prima vittoria e il Monza travolge il Cagliari. L’Inter continua a vincere, la Lazio fa tre gol alla Juventus e il Napoli di Allegri affonda. I promossi e bocciati della settima giornata.
Una settimana fa era tra i Flop, oggi è il capocannoniere della Serie A. Antonio Raimondo ne fa tre al Sassuolo e saluta tutti. Il Venezia cambia allenatore, affronta il Napoli e conquista i primi tre punti del campionato. Sarà l’effetto Nicola? Intanto Stankovic si trasforma in un muro e De Bruyne finisce dall’altra parte della nostra rubrica. Il Monza ne rifila quattro al Cagliari, la Roma scopre un altro giovane e il Como continua a divertirsi con Nico Paz e Liberali.
L’Inter di Chivu non conosce ostacoli e passa anche a Bologna, la Lazio di Gattuso continua a volare e la Juventus incassa tre schiaffi in casa. Il Milan vince, soffre e ringrazia il solito Rabiot. Allegri, invece, può cominciare a preoccuparsi. Il suo Napoli si ferma a Venezia e i primi sette turni di campionato non sono certamente quelli che ci si aspettava.
Dalle grandi firme ai portieri, dai ragazzi terribili alle difese che sembrano porte girevoli, ecco i Top e Flop della settima giornata di Serie A.
La settimana scorsa lo avevamo messo tra i Flop perché contro il Napoli la palla l’aveva vista poco. Evidentemente Antonio Raimondo ha letto la nostra rubrica e ha deciso di rispondere. Come? Con una tripletta al Sassuolo. Ventisettesimo minuto, gol. Trentesimo, ancora gol. Cinquantasettesimo, terzo gol. Sipario. Certo, Muric (che incontreremo più avanti) gli dà una bella mano sui primi due, ma un attaccante deve anche saper scartare i regali. Raimondo lo fa benissimo e con sette reti in sette giornate sale in testa alla classifica marcatori. Il tutto nella serata in cui, prima del fischio d’inizio, riceve il premio di miglior giovane dei primi due mesi del campionato. Alvini, premiato a sua volta come miglior allenatore, si gode un Frosinone che continua a stupire.
La settimana scorsa Flop, questa volta tre gol e primo posto tra i cannonieri. Antonio, messaggio ricevuto. Tripletta e ciao.
Sette giornate fa il Venezia cominciava il campionato con ben altre ambizioni. Sei sconfitte dopo, arriva Davide Nicola e al Penzo si presenta il Napoli. Servirebbe un miracolo. Filip Stankovic decide di mettersi al lavoro. Para tutto quello che può, tiene in piedi il Venezia e quando il Napoli ha l’occasione di pareggiare dal dischetto, si trova davanti Kevin De Bruyne. Il belga calcia, il serbo respinge. Fine delle speranze azzurre. O quasi, perché il Napoli continua ad attaccare ma il portiere lagunare non vuole proprio saperne di prendere gol.
Il figlio di Dejan si prende la copertina e regala a Nicola una prima da sogno. Da zero punti in sei partite a tre punti contro il Napoli. E con una porta finalmente inviolata. Stankovic, alla dogana non si passa. Neanche con il passaporto belga.
Gustavo Varela continua a segnare e il Monza comincia finalmente a vincere. Contro il Cagliari il portoghese decide di esagerare. Prima riceve da Foe Ondoa e firma il 2-0, poi serve a Robinson il pallone del terzo gol e infine si fa trovare al posto giusto sulla respinta del palo per completare la doppietta. Due gol e un assist, sei reti in sette giornate di campionato e una squadra che passa dalla paura della retrocessione a una serata da applausi. Il Monza rifila quattro gol a un Cagliari che nelle precedenti sei partite ne aveva subiti appena tre. Juric cercava una scossa, Varela ha deciso di portare direttamente l’alta tensione al Brianteo. E a forza di segnare, il portoghese comincia a meritarsi ben più di una semplice menzione tra i Top.
Il Monza fatica a trovare il vantaggio contro il Cagliari e Eddy Kouadio decide di fare una cosa che normalmente non si chiede a un difensore. Recupera palla, accompagna la ripartenza, attacca la profondità e si presenta davanti a Caprile. Dany Mota lo serve, lui non sbaglia. Primo gol in Serie A, Monza avanti e Brianteo in festa. Una rete che premia la personalità del giovane difensore, capace di trasformare un recupero nella propria metà campo in una cavalcata fino alla porta avversaria. Nella ripresa continua a dare una mano anche quando il Monza dilaga. Kouadio, te la immaginavi così la prima volta?
Doveva essere la partita del Cagliari dei miracoli, reduce da un inizio di stagione sorprendente. E invece il Brianteo si trasforma nel palcoscenico del Monza di Juric. Manga Foe Ondoa sta diventando una delle sorprese più interessanti del Monza. Vent’anni, nato a Parigi da una famiglia di origini camerunesi, arrivato in estate dopo un’esperienza nella seconda divisione portoghese con l’Oliveirense. Il ragazzo sta scalando rapidamente le gerarchie di Juric, che contro il Cagliari lo preferisce addirittura a Folorunsho. E il campo gli dà ragione. Una partita incredibile per intensità, personalità e qualità. Recupera palloni, corre per due, accompagna ogni azione e confeziona l’assist che permette a Varela di firmare il 2-0. Il Monza conquista la seconda vittoria casalinga consecutiva e rifila un 4-0 al Cagliari, la sua vittoria più larga in Serie A. Juric ha ancora parecchio da sistemare, ma intanto può godersi lo spettacolo. Folorunsho resta a guardare, Foe Ondoa si prende il centrocampo. E a vent’anni, con queste prestazioni, comincia a diventare difficile rimetterlo in panchina. E adesso non fermarti proprio sul più bello.
Nico Paz è uno di quei giocatori per i quali vale la pena comprare il biglietto. A Firenze il Como si presenta con l’ambizione di tornare a vincere e l’argentino fa esattamente quello che ci si aspetta da lui. Al 36′ si inventa un colpo di testa che non lascia scampo a De Gea e vale il raddoppio. Nella ripresa parte palla al piede, accelera e lancia Douvikas verso il gol del definitivo 3-1. Una rete e un assist, ma soprattutto una partita nella quale ogni volta che prende il pallone sembra poter succedere qualcosa. Il Como vince al Franchi e sale al quinto posto. Fabregas si gode il suo talento e la Fiorentina passa buona parte del pomeriggio a cercare di capire come fermarlo. Nico, ci sarebbe una domanda. Ma quando hai intenzione di diventare un giocatore normale? Perché così è difficile per tutti.
Giovanni Simeone decide che è arrivato il momento di interrompere il digiuno. E quando il Cholito ha fame, qualcuno deve pur pagare il conto. Stavolta tocca al Parma. Quattro minuti, cross di Belghali e conclusione al volo che vale l’1-0. Il Torino prende coraggio, Adams raddoppia e nella ripresa Simeone completa l’opera. Al 69′ prende la mira da lontano e lascia partire un destro che si infila sotto la traversa. Due gol, tre punti e prima doppietta stagionale. Il Torino di Abate conquista la seconda vittoria consecutiva e si allontana dalle ultime posizioni. Il Cholito torna a fare quello che gli riesce meglio e il Parma rimane a guardare. Ci aveva messo sei giornate a sbloccarsi. Alla settima, evidentemente, ha deciso di recuperare con gli interessi.
Una settimana fa aveva segnato contro il Parma, questa volta tocca al Bologna. Marcus Thuram continua a timbrare il cartellino e, soprattutto, continua a farlo quando l’Inter ne ha bisogno. I nerazzurri sono sotto al Dall’Ara dopo il gol di Pobega e per buona parte del primo tempo faticano. Poi, al 44′, Barella mette un pallone in mezzo e il francese sale in cielo. Colpo di testa, pareggio e partita riaperta. L’Inter nella ripresa ribalta tutto con Carlos Augusto e Bonny, ma senza quella rete prima dell’intervallo sarebbe stato un altro pomeriggio. Thuram lavora, attacca gli spazi, fa reparto e continua a segnare. Seconda partita consecutiva a bersaglio. Chivu ha una squadra che sa vincere anche nelle giornate più compolicate. E Marcus, a quanto pare, ha preso gusto a finire nei nostri Top.
L’Inter è sull’1-1 al Dall’Ara quando Chivu decide di cambiare qualcosa. Fuori Dimarco, dentro Carlos Augusto. Passano pochi istanti e il brasiliano si presenta sul secondo palo per raccogliere il pallone di Zielinski. Gol del 2-1 e partita ribaltata. Carlos Augusto non perde tempo. Entra, attacca lo spazio, trova il gol e contribuisce anche all’azione del definitivo 3-1 firmato da Bonny.
Ancora una volta Chivu dimostra di avere una panchina che potrebbe tranquillamente giocare titolare in molte altre squadre della Serie A. E il brasiliano ne è uno degli esempi migliori. C’è chi entra per dare una mano. E chi entra per decidere le partite. Carlos Augusto appartiene alla seconda categoria.
Ci risiamo. Una settimana fa lo avevamo premiato perché aveva svegliato un Milan che rischiava di addormentare tutti. Contro l’Atalanta Adrien Rabiot decide di concedere il bis, questa volta con una prestazione ancora più convincente.
Prima, però, c’è spazio anche per un bel siparietto con Chiffi. Al 41′ si becca il giallo per proteste e continua a mandare platealmente a quel paese l’arbitro, facendo infuriare persino Amorim. E due minuti dopo, con tutta quella rabbia addosso, arriva il gol. Al 43′ riceve da Moreira, si sistema il pallone e con il destro, il piede meno educato, firma il 2-0. Nella ripresa si procura uno dei due rigori concessi ai rossoneri e soprattutto serve a Gila la sponda per il terzo gol. Corre, recupera, si inserisce e trascina una squadra che nell’ultima mezz’ora rischia perfino di farsi rimontare tre reti.
Il francese continua a essere indispensabile per Amorim. Gol, assist e una partita da padrone del centrocampo. E da vero leader si comporta anche davanti ai microfoni, senza farsi addolcire dalla vittoria. “Non possiamo fare un primo tempo del genere e poi crollare così”, dice Rabiot, che bacchetta anche i compagni subentrati: “quelli che entrano devono fare di più”. Insomma, arrabbiato con l’arbitro durante la partita e con i compagni dopo. Ma soprattutto uno che pretende sempre il massimo. Da sé stesso e dagli altri.
A Milano, sponda rossonera, il ritornello è sempre quello. Meno male che Adrien c’è. E comincia a diventare un tormentone.
Gonçalo Ramos torna a segnare in campionato e il Milan ritrova il suo centravanti nel tabellino. Contro l’Atalanta il portoghese si presenta sul dischetto al 24′, spiazza Carnesecchi e porta avanti i rossoneri. Finalmente. Il problema è che la sua partita continua a lasciare qualche dubbio. Si muove poco, attacca l’area meno di quanto ci si aspetterebbe e quando arriva il secondo rigore cambia esecuzione e si fa parare il tiro. Il Milan trova comunque il 3-0 sugli sviluppi dell’angolo successivo, ma Ramos perde l’occasione di chiudere definitivamente il discorso. Lo mettiamo tra i Top perché un numero 9 che torna al gol merita di essere premiato. Ma il giudizio rimane sospeso a metà. Gonçalo, bene esserti sbloccato. Adesso però bisogna cominciare a muoversi un po’ di più. Il centravanti del Milan non può vivere soltanto di calci di rigore.
Il Milan è avanti 2-0, ha appena conquistato il secondo rigore della partita e Gonçalo Ramos ha l’occasione di chiuderla. Carnesecchi para e concede un calcio d’angolo. Ci pensa Mario Gila a sistemare le cose. Modric mette il pallone in mezzo, Rabiot prolunga e il difensore spagnolo si fa trovare pronto sul secondo palo. Colpo di testa e 3-0.
L’ex Lazio gioca una partita di grande attenzione difensiva e trova anche la soddisfazione personale del gol. Una rete che diventa fondamentale quando l’Atalanta prova a rimontare, arrivando fino al 3-2.
Ramos sbaglia, Gila rimedia. E alla fine quei tre gol servono tutti. Il difensore ha fatto anche il centravanti. A San Siro c’è un nuovo idolo.
La Roma fatica contro il Genoa e per un tempo sembra non riuscire a trovare la soluzione. Poi arriva Santiago Castro e si inventa un gol di quelli che meritano di essere rivisti più volte. Il giovane argentino prende la mira e disegna un pallonetto che supera il portiere e si infila sotto la traversa. Un colpo da applausi, di quelli che fanno alzare lo stadio anche prima di capire dove sia finito il pallone.
La Roma passa in vantaggio, acquista sicurezza e trova poi il raddoppio con Lulli. Gasperini deve fare a meno di Malen e Dybala, ma trova in Castro un attaccante capace di stappare una partita complicata con una giocata fuori dal comune. Santiago, per segnare si poteva anche scegliere una soluzione più semplice. Ma così ci piace decisamente di più.
Mattia Liberali parte titolare al Franchi e decide di festeggiare l’occasione nel modo migliore. Al 32′ riceve il pallone al limite, si sistema il sinistro e trova una traiettoria a giro che lascia De Gea senza possibilità di intervento. Primo gol in Serie A, primo con la maglia del Como e prima da titolare nella massima serie con i lariani. Niente male come pomeriggio. Fabregas continua a dare spazio ai giovani e Liberali gli restituisce una prestazione piena di personalità. Corre, si propone, prova a inventare e soprattutto non ha paura di prendersi la responsabilità di calciare. Servivano giovani? Servivano ragazzi con talento e coraggio? Bene, eccolo. A Firenze Mattia si presenta con un sinistro da applausi.
Una settimana fa lo avevamo premiato per la prestazione contro la Roma. Contro la Fiorentina Jacobo Ramon decide che stare tra i Top gli piace e fa di tutto per tenerselo. Fabregas lo manda in campo dopo appena un quarto d’ora per l’infortunio di Chalobah. Non proprio il modo più semplice per entrare in partita. Eppure lo spagnolo impiega pochissimo a prendere le misure agli avversari. Chiusure, anticipi, letture e quella tranquillità con il pallone che ormai stiamo imparando a conoscere. Il Como segna tre gol e nel finale gestisce il vantaggio anche grazie alla solidità del suo difensore. La settimana scorsa sembrava giocare in giacca e cravatta. Questa volta è entrato praticamente a freddo e non ha perso nemmeno un bottone. Jacobo, ci stai prendendo gusto.
La Roma deve fare i conti con assenze importanti e Gasperini dà ancora fiducia a Emanuele Lulli. Il giovane esterno risponde con una prestazione di personalità e soprattutto con un gol che difficilmente dimenticherà. Soulé inventa sulla destra, il pallone arriva a Lulli che deve soltanto accompagnarlo in porta. Sembra facile, ma la prima rete in Serie A, all’Olimpico e con la maglia della Roma, facile non lo è mai. Pochi minuti dopo lascia il campo tra gli applausi della gente dell’Olimpico. Gasperini incassa tre punti, la Roma continua a inseguire l’Inter e scopre di avere un’altra soluzione sulla fascia. Il primo gol non si scorda mai. Figurarsi se lo segni sotto gli occhi dell’Olimpico. Emanuele, benvenuto tra i grandi.
Il Lecce arriva a Udine e impiega dieci minuti per mettere le cose in chiaro. Angolo di Gallo, stacco di Kialonda Gaspar e pallone in rete. Primo gol stagionale e partita subito indirizzata. Il difensore angolano torna poi a fare il suo mestiere, guidando una retroguardia che concede pochissimo a un’Udinese incapace di trovare spazi. Gli uomini di Runjaic provano a reagire, ma la squadra di Di Francesco tiene il controllo e finisce per vincere 3-0. Quando un difensore apre la partita nell’area avversaria e contribuisce a chiuderla nella propria, il Top è praticamente obbligatorio. Gaspar mette la firma sul gol e sulla porta inviolata. En plein.
Konan N’Dri si prende la scena a Udine con una partita piena di corsa, iniziative e soprattutto un gol che indirizza definitivamente la gara. Al 33′ il Lecce batte un altro angolo, Tiago Gabriel prolunga di testa e l’ivoriano si fa trovare sulla traiettoria. Deviazione di petto, pallone in rete e 2-0. Non sarà il gol più elegante della stagione, ma vale esattamente come gli altri. N’Dri continua poi a essere uno dei più vivaci, cerca ancora la porta e costringe la difesa friulana a rincorrere. Il Lecce domina e lui è uno dei protagonisti principali. Un gol di petto, una partita di sostanza e tanta voglia di giocare. Il migliore in campo? Per noi sì. Anche senza averla messa dentro con i piedi.
La Lazio di Gattuso continua a correre e Gustav Isaksen sembra avere sempre più voglia di essere protagonista. Contro la Juventus è uno dei più pericolosi fin dall’inizio, punta gli avversari, cerca il tiro e costringe la difesa bianconera a continui interventi. Al 66′ Nuno Tavares lo pesca dalla parte opposta del campo. Il danese controlla, rientra sul sinistro e trova un diagonale che vale il 2-0. La Juventus non riesce a reagire e nel finale arriva anche il terzo gol di Dele-Bashiru. La Lazio vince 3-0 a Torino, sale a 19 punti e rimane in vetta insieme all’Inter. Isaksen corre, segna e si prende una bella fetta di merito. Gattuso ringhia, Gustav vola. E dalle parti di Formello cominciano a chiedersi dove possa arrivare questa Lazio.
Sei sconfitte consecutive, zero punti e un nuovo allenatore in panchina. Il Venezia affronta il Napoli sapendo che un’altra sconfitta renderebbe la situazione ancora più complicata. Poi arriva Akor Adams. A inizio ripresa l’attaccante trova lo spazio per calciare e batte Meret con un destro preciso. Primo vantaggio, tre punti in cassaforte e un intero stadio che comincia a credere nell’impresa. Il Napoli prova a reagire, Allegri manda in campo i suoi big e De Bruyne fallisce il rigore del pareggio. Adams ha fatto il suo, Stankovic completa l’opera. Nicola debutta con una vittoria contro il Napoli e il Venezia cancella finalmente quello zero dalla classifica. Akor, bel modo di presentarsi al nuovo allenatore.
Juan Jesus conosce bene il Napoli. Ci ha giocato, ha condiviso lo spogliatoio con molti degli avversari che si ritrova davanti e probabilmente sa anche quali siano le loro abitudini. Al Penzo, però, non c’è spazio per la nostalgia. Il difensore brasiliano gioca una partita di grande concentrazione, guida la retroguardia del Venezia e si rende protagonista anche di un salvataggio fondamentale nella propria area. Quando il Napoli prova a forzare il risultato, l’ex azzurro è sempre lì a dare una mano. Il Venezia conquista la prima vittoria del campionato e Juan Jesus si prende una bella rivincita personale. Gli ex spesso segnano. Qualche volta, invece, decidono semplicemente che alla loro vecchia squadra non deve segnare nessuno. Juan Jesus, oggi niente regali agli amici.
Il Torino vince 3-0 a Parma e Rafik Belghali decide di fare il cameriere di lusso. Dopo appena quattro minuti mette in mezzo un pallone che Simeone trasforma nel vantaggio granata. Nella ripresa serve ancora il Cholito, questa volta per il gran destro del definitivo 3-0. Due assist, tanta corsa sulla fascia e un Parma che non riesce praticamente mai a prendergli le misure. Abate trova in Belghali un esterno capace di accompagnare l’azione e di mettere gli attaccanti nelle condizioni di fare male. Simeone segna due volte, Adams una. Belghali prepara il tavolo. Il menù del Torino oggi prevedeva tre portate. Due le ha servite lui. Cameriere, complimenti.
Sette giorni fa lo avevamo premiato con un titolo abbastanza chiaro. Houston, KDB è tornato. Kevin De Bruyne, però, contro il Venezia decide di farci cambiare completamente opinione. Allegri lo lascia inizialmente in panchina, poi lo manda in campo quando il Napoli è sotto di un gol. Il belga avrebbe anche l’occasione perfetta per rimettere tutto a posto. Calcio di rigore, pallone sul dischetto e davanti Filip Stankovic. Tiro, parata. Venezia ancora avanti e Napoli che ci prova senza trovare il gol. Dopo la doppietta contro il Frosinone ci aspettavamo un’altra prestazione trascinante. Arriva invece un rigore sbagliato che costa carissimo. Una settimana fa Houston festeggiava. Stavolta bisogna chiamare davvero la centrale operativa. KDB, abbiamo un problema.
Il Sassuolo va a Frosinone e Arijanet Muric decide di dare una mano agli avversari. Una mano, anzi due. E purtroppo non quelle giuste. Al 27′ Raimondo segna il primo gol approfittando di un intervento sbagliato del portiere. Tre minuti dopo il copione si ripete. Altro errore, altra rete e Frosinone che comincia a prendere il largo. Sul terzo gol Muric ha molte meno responsabilità, ma ormai il disastro è compiuto. Il Sassuolo perde 4-2 e Raimondo torna a casa con il pallone della tripletta. Due regali in tre minuti. Per essere ottobre, Babbo Natale è arrivato decisamente in anticipo. Muric, il sacco dei doni potevi anche lasciarlo a casa.
Il Napoli perde a Venezia, contro una squadra che nelle prime sei giornate aveva raccolto zero punti. E già questo basterebbe per inserire Massimiliano Allegri tra i Flop. Ma c’è anche il modo in cui arriva la sconfitta. Il tecnico sceglie di lasciare inizialmente in panchina De Bruyne, Hojlund e Anguissa, si affida ad altre soluzioni lasciando molti dubbi. Quando il Venezia passa in vantaggio, richiama i suoi big e prova a cambiare tutto. Troppo tardi. De Bruyne sbaglia il rigore del pareggio, Stankovic para il resto e il Napoli torna a casa a mani vuote.
La partenza del Napoli è ben lontana dalle aspettative di una squadra costruita per stare ai vertici. Allegri ha qualità, alternative e giocatori di livello internazionale, ma dopo sette giornate continua a cercare una formula convincente. Max, il problema non è perdere una partita. È che il Napoli, per il momento, sembra molto lontano dalla squadra che ci si aspettava di vedere.
Il Bologna parte bene contro l’Inter, segna con Pobega dopo dieci minuti e per buona parte del primo tempo mette in difficoltà la capolista. Poi Thuram pareggia e nella ripresa la squadra di Palladino si scioglie. Finisce 1-3 e i rossoblù rimangono a cinque punti dopo sette giornate. Una vittoria, due pareggi e quattro sconfitte.
Certo, contro l’Inter di Chivu non era facile. E questo va riconosciuto. Ma il problema del Bologna non comincia e non finisce contro la capolista. Una squadra che ha giocatori di qualità, ambizioni europee e un organico costruito per stare nella parte sinistra della classifica non può accontentarsi di una sola vittoria in sette partite. Palladino cerca risposte e intanto continua a perdere terreno. Non era facile battere l’Inter. Ma, a quanto pare, quest’anno non è facile battere quasi nessuno.
Una sconfitta può capitare. Due anche. Ma cinque consecutive cominciano a essere un problema piuttosto serio. L’Udinese perde 3-0 in casa contro il Lecce e lo fa nel peggiore dei modi. La squadra di Di Francesco domina, crea occasioni, segna due volte nel primo tempo e avrebbe potuto chiudere la partita con un vantaggio ancora più largo. Runjaic prova a cambiare tre giocatori all’intervallo, ma la reazione è troppo debole. I friulani si fanno infilare ancora nel finale e rimangono nelle ultime posizioni con appena quattro punti. Il dato più preoccupante è che il Lecce sembra quasi sempre arrivare in porta con una facilità disarmante. Okoye evita un passivo ancora più largo. Cinque sconfitte di fila, tre gol presi in casa e una difesa che sembra aver dimenticato come si fa a difendere. Udinese, la sveglia è suonata da un pezzo. Qualcuno vuole alzarsi?
La Juventus prende tre gol dalla Lazio, ma il dato che dovrebbe preoccupare maggiormente Spalletti riguarda quello che succede nell’altra metà del campo. Kolo Muani parte titolare e prova a muoversi, a cercare palloni e a dare profondità. I compagni, però, non riescono quasi mai a servirlo nelle condizioni giuste e il francese finisce per girare a vuoto. Woltemade entra all’intervallo, sfiora subito la porta e poi sparisce progressivamente dalla partita. Due centravanti, zero gol e una Juventus che produce pochissimo nonostante il bisogno disperato di rimontare. Una settimana fa Kolo Muani aveva finalmente segnato contro il Cagliari, prima di divorarsi il pallone della vittoria. Stavolta non arriva nemmeno quello. Spalletti ha a disposizione attaccanti importanti, almeno sulla carta. Ma il numero 9 della Juventus deve segnare. E quando non segna, dovrebbe almeno mettere paura alle difese. Contro la Lazio non succede né una cosa né l’altra. Juve, cercasi centravanti. Di nuovo.
La Fiorentina perde 3-1 contro il Como e Alieu Njie ha parecchio da rimproverarsi. L’esterno viola trova spazi, attacca, arriva alla conclusione e avrebbe più di un’occasione per cambiare il risultato. La più clamorosa arriva a inizio ripresa. Butez esce male, Njie lo supera con un pallonetto ma non trova nemmeno lo specchio della porta. Un gol che sembrava già fatto.
Nel finale colpisce anche un palo di testa. In mezzo altre opportunità sprecate e una Fiorentina che continua a rincorrere. La porta del Como non è diventata improvvisamente più piccola. Eppure Njie riesce a sbagliare praticamente tutto quello che avrebbe potuto trasformare in gol. Un pomeriggio così, per un attaccante, rischia di diventare un incubo. Alieu, va bene creare occasioni. Ma prima o poi bisogna anche metterla dentro.
La Fiorentina ha bisogno di qualcuno che trasformi in gol le occasioni e Mateo Pellegrino continua a non dare le risposte che Vanoli si aspetta. Contro il Como passa novanta minuti a cercare spazio tra i difensori lariani, ma quando arriva il momento di incidere manca la cattiveria necessaria. Qualche movimento, una conclusione da distanza ravvicinata e poco altro. La Fiorentina segna con Pongracic, un difensore, mentre il suo centravanti rimane a secco. E non è esattamente quello che ci si aspetta da chi dovrebbe guidare l’attacco viola.
Pellegrino, a Firenze cercano disperatamente gol. Al momento, però, la ricerca continua.
Il Como si presenta a Firenze con diversi giocatori capaci di attaccare gli spazi, ma Viery sembra non riuscire quasi mai a trovare le contromisure. Liberali trova spazio per il sinistro che apre la partita, Nico Paz si inserisce e firma il raddoppio. La fascia del brasiliano diventa una delle zone nelle quali gli ospiti riescono a creare i problemi maggiori alla Fiorentina. Vanoli prova a sistemare le cose, poi al 64′ richiama il difensore in panchina. Il Como è già avanti e i viola continuano a inseguire.
Viery è arrivato a Firenze con prospettive diverse, ma ancora (come tutti i nuovi arrivi viola) queste prosepttive sono un orizzone molto lontano.. Diciamo che l’esperimento non è andato esattamente come speravano al Franchi.
Una settimana fa il Genoa aveva finalmente trovato la prima vittoria stagionale. All’Olimpico, invece, arriva un’altra sconfitta e David Puczka finisce tra i nostri bocciati. L’austriaco prova a dare spinta sulla sinistra, ma il Genoa fatica a trasformare le sue iniziative in occasioni realmente pericolose. Nel primo tempo i rossoblù riescono a tenere testa alla Roma, poi Castro inventa il vantaggio e la squadra di De Rossi perde progressivamente terreno. Puczka cerca di accompagnare l’azione, ma il rendimento non basta per cambiare il pomeriggio del Genoa, che finisce sotto di due gol e non trova la forza per reagire. Una prestazione che, nella nostra lettura, merita il Flop. Genova aveva appena ritrovato il sorriso, a Roma torna subito il mal di testa.
Oumar Solet dovrebbe essere uno dei punti di riferimento della retroguardia friulana. Contro il Lecce, invece, anche lui finisce nel naufragio generale. Il Lecce trova spazi con troppa facilità, arriva ripetutamente nell’area avversaria e segna tre volte. Solet prova anche a rendersi pericoloso dall’altra parte, con una conclusione dalla distanza, ma dietro la squadra non riesce mai a trovare la giusta compattezza. Gaspar segna su calcio d’angolo, N’Dri raddoppia e nella ripresa Siebert chiude definitivamente la partita. Il difensore francese ha qualità e mezzi fisici per fare molto meglio. Ma se la difesa dell’Udinese concede occasioni a ripetizione, anche uno come lui deve prendersi la propria parte di responsabilità.
Jonathan Rowe ha talento, velocità e la capacità di creare problemi alle difese avversarie. Contro il Milan, però, si vede soltanto a sprazzi. Nel primo tempo inventa un buon pallone per Krstovic, che riesce a saltare Maignan ma poi conclude sull’esterno della rete. Una giocata importante, rimasta senza risultato. Per il resto l’inglese fatica a incidere e al 58′ Sarri decide di sostituirlo con Zalewski. Una scelta che cambia immediatamente la partita, perché il polacco entra con ben altra energia e contribuisce alla rimonta sfiorata dall’Atalanta. Rowe esce sullo 0-3, l’Atalanta comincia finalmente a giocare e arriva fino al 3-2. Un confronto che non depone a suo favore. Jonathan, il talento c’è. Contro il Milan, però, è rimasto quasi tutto negli spogliatoi.
Due settimane fa era tra i Top per la prestazione contro l’Udinese. Una settimana fa lo avevamo bocciato per l’atteggiamento contro la Juventus. Yerry Mina sembra ormai essersi affezionato alla nostra rubrica. Contro il Monza, però, le provocazioni e i duelli psicologici servono a ben poco. Il Cagliari incassa quattro gol, la difesa perde completamente le distanze e il colombiano si ritrova a rincorrere avversari che sembrano arrivare da tutte le parti. Nel primo tempo rischia perfino un’autorete su un traversone di Robinson. Nella ripresa prova a rendersi pericoloso nell’area avversaria, ma il risultato è già compromesso. Mina, questa volta il calcio vecchia scuola non ha funzionato. E quando prendi quattro gol, forse è meglio parlare un po’ meno e difendere un po’ di più.
Nei Fantaconsigli lo avevamo inserito tra i giocatori da tenere d’occhio. Contro il Monza, però, Zé Pedro ci costringe a rivedere il giudizio. Mea culpa. Il Cagliari fatica soprattutto quando i brianzoli accelerano sulle fasce e il difensore portoghese non riesce a dare la sicurezza necessaria alla retroguardia. Il Monza trova spazi, accompagna l’azione con tanti uomini e trasforma ogni ripartenza in un potenziale pericolo. Pisacane prova a cambiare qualcosa e nella ripresa Zé Pedro lascia il posto a Sugawara, ma ormai la partita è compromessa. Un passaggio a vuoto che pesa soprattutto perché arriva dopo un ottimo inizio di stagione del Cagliari. Lo avevamo messo tra le possibili sorprese? Sì. Stavolta, però, era meglio sorvolare.
Il Cagliari prova a giocare e Alessandro Romano cerca almeno inizialmente di rendersi pericoloso. Al 16′ tenta la conclusione dalla distanza, ma non trova la porta. Poi, mentre il Monza cresce, il centrocampo rossoblù comincia a perdere lucidità. Romano fatica a dare continuità al possesso e soprattutto non riesce a interrompere le ripartenze degli avversari. Nella ripresa Pisacane prova a cambiare uomini, ma la partita è ormai scivolata via. La squadra che aveva stupito tutti nelle prime giornate si ritrova improvvisamente travolta da un Monza che sembrava avere ben altre preoccupazioni. Romano è giovane e avrà tempo per rifarsi. A Monza, però, la lezione è stata di quelle che difficilmente si dimenticano.
Il Parma perde 3-0 in casa contro il Torino e Diego Carlos passa un primo tempo complicatissimo. Simeone si muove continuamente, attacca gli spazi e mette in difficoltà una retroguardia che sembra non riuscire mai a trovare le distanze giuste. Il Cholito apre dopo quattro minuti, Adams raddoppia e Diego Carlos finisce spesso a rincorrere. Sul secondo gol il brasiliano si fa trovare mal posizionato, mentre il Parma perde completamente i riferimenti in area. Arriva anche un’ammonizione e all’intervallo Gilardino decide di sostituirlo con Drobnic. Quarantacinque minuti, due gol subiti e una difesa in totale confusione. Simeone nella ripresa segnerà ancora, ma Diego Carlos avrà almeno il vantaggio di assistere al terzo gol dalla panchina. Il Parma affonda, il Torino festeggia. Per il brasiliano, una serata da archiviare in fretta.
L'articolo Serie A: Raimondo fa tripletta, Stankovic mura De Bruyne. Male Napoli e Juve. I top e flop della settima giornata proviene da Affaritaliani.it.


“Stasera sono lieto di annunciare che il dipartimento dell’Agricoltura lancerà un nuovo programma di aiuti, fornendo ai nostri agricoltori 8 miliardi di dollari di sostegno per compensare i costi del diesel durante la stagione del raccolto”. Donald Trump annuncia da un comizio in Kansas e a due settimane dalle elezioni di midterm un sostegno temporaneo contro il caro gasolio. Si tratta dell’ultima di una serie di promesse e impegni finanziari che il tycoon ha fatto agli elettori in vista delle elezioni di metà mandato in cui è in gioco il controllo del Congresso. Promessa fatta, peraltro, da uno Stato che non è più dato sicuro per i repubblicani: il principale Super Pac del Gop ha infatti spostato fondi al North Carolina per comprare spot in proprio in Kansas e anche in Nebraska, due Stati che fino a poco tempo erano dati per certi dal partito del tycoon.
Dopo l’annuncio, il Dipartimento dell’Agricoltura ha reso noto che metterà a disposizione 8 miliardi di dollari “sotto forma di pagamenti una tantum agli agricoltori americani durante questa stagione di raccolta, per offrire un sollievo a fronte di temporanee perturbazioni del mercato e dell’aumento dei costi dei fattori produttivi”. Il Dipartimento ha precisato che l’erogazione dei fondi sarà gestita dalla Farm Service Agency, un’agenzia interna al Dipartimento stesso.
Il comizio in Kansas era a sostegno del senatore repubblicano Roger Marshall, candidato alla rielezione in una competizione serrata contro il suo avversario democratico Adam Hamilton. Gli 8 miliardi di dollari saranno disponibili per pagamenti una tantum agli agricoltori, secondo quanto riportato in un comunicato del Dipartimento dell’Agricoltura. La ministra dell’Agricoltura Brooke Rollins ha affermato che il programma fornirà “un sostegno fondamentale agli agricoltori che si trovano ad affrontare costi crescenti e perturbazioni del mercato”. I repubblicani degli Stati a vocazione agricola hanno fatto pressioni sull’amministrazione affinché intervenisse per risolvere il problema degli alti prezzi del diesel, aggravatosi nel contesto della guerra con l’Iran.
Dal comizio Trump ha anche commentato le rivolte avvenute in Francia, dopo avere già commentato quanto accaduto in Italia. Gli Stati Uniti, ha detto, dovranno ritirarsi dall’Europa se dovesse “soccombere all’invasione” dei migranti. “Se non troveranno presto la strada giusta, non avremo altra scelta che andarcene”, ha detto il presidente durante un comizio in Kansas parlando delle proteste in Francia. Il tycoon ha poi ricordato che “quando abbiamo chiesto aiuto in Iran, loro non ci hanno dato una mano e noi spendiamo così tanto per la Nato“. “È qualcosa che non potremo mai dimenticare”, ha incalzato Trump. “Politici di sinistra hanno importato milioni e milioni di migranti dal terzo mondo. Non permetteremo che ciò accada al nostro Paese”.
L'articolo Trump regala 8 miliardi di dollari agli agricoltori contro il caro gasolio. E minaccia l’Europa: “Se soccombe ai migranti, ce ne andremo” proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Non crediamo nella vittoria: ne siamo completamente certi”. A dirlo sono Mihajlo, Ivana e Tea. Uno studente, una giornalista e una regista. Tre serbi di generazioni diverse, con storie e percorsi differenti, ma uniti dalla stessa convinzione: il 25 ottobre la lista del movimento studentesco vincerà.
La Serbia tornerà alle urne per le elezioni parlamentari anticipate. Il voto è stato convocato il 9 settembre, quando Aleksandar Vučić era ancora presidente. Il 27 settembre si è dimesso dalla presidenza e ora guida la lista del Partito progressista serbo, l’SNS. Da una parte il partito al potere dal 2012. Dall’altra la lista nata dal movimento studentesco. Dopo quasi due anni di proteste, gli studenti sono arrivati sulle schede elettorali. Il 15 settembre la “Studentska lista, studenti pobeđuju” è stata ufficialmente proclamata dalla Commissione elettorale serba. Sono 250 candidati.
Perché sono convinti della vittoria? La prima a rispondere è Ivana Perić: “Perché siamo sostenuti da moltissime persone”. È una giornalista indipendente e attivista. Ha raccontato il dopoguerra in Kosovo e si è battuta per la libertà di stampa in Serbia. Per anni ha diretto City Smart Radio, una radio indipendente di Belgrado, poi chiusa dopo pressioni che, racconta, l’hanno spinta a rinunciare. “Quando ho capito che nel nuovo bando per l’assegnazione delle frequenze l’emittente sarebbe stata rilevata da qualcuno vicino al Partito progressista serbo, ho deciso di chiudere definitivamente. È stata dura”.
Oggi è una delle candidate della lista studentesca. La libertà di stampa è anche uno dei punti del loro programma. “È l’articolo 4”, precisa. Ma la battaglia, per lei, non riguarda soltanto i media. Riguarda una società ancora profondamente divisa. “Inizialmente c’erano forti contrasti, anche nelle famiglie, per via della propaganda televisiva del partito. Chi protestava veniva descritto come violento, terrorista e come se fosse una minoranza. Ma bastava affacciarsi dalla finestra e vedere un fiume di giovani che sorridevano e si baciavano”. La candidata racconta che per molto tempo una parte della società è rimasta confusa, soprattutto gli anziani che non si informavano online, dove invece circolavano i video delle proteste. Poi, dice, hanno iniziato a fidarsi dei giovani. “Li ho visti dormire al freddo, all’aperto, con temperature sotto lo zero, perché i funzionari comunali non permettevano loro di mettere i sacchi a pelo nelle palestre. Ma hanno resistito”.
Quando ricorda le prime manifestazioni a Novi Sad, Ivana si commuove. È lì che tutto è iniziato, dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria, il primo novembre 2024. Morirono 16 persone. “Non abbiamo ancora giustizia. Siamo molto arrabbiati“.
La censura la conosce bene anche Tea Puharić, regista. Nel marzo 2025, racconta, le sono stati tolti tutti i progetti. “Mi è stato esplicitamente detto che ciò era dovuto al mio sostegno al movimento studentesco. Da allora, il mio diritto al lavoro mi è stato di fatto negato”. Tea racconta di essere stata inserita in quella che definisce una “lista nera“: “Sono stata discriminata nella richiesta di finanziamenti e cofinanziamenti per opere artistiche. Poi, nell’agosto del 2025, i sostenitori delle autorità hanno sfondato le porte d’ingresso del mio palazzo, le hanno imbrattate di vernice rossa e hanno sparso intorno all’ingresso fotografie che mi ritraevano, accompagnate da messaggi offensivi. Questa è la quotidianità in cui viviamo”, racconta la donna che continua a sostenere il movimento studentesco.
Nella lista ci sono persone provenienti da mondi diversi: studenti, professori, agricoltori, biologi, artisti e sportivi. “Siamo molto orgogliosi delle personalità che abbiamo scelto”, dice Mihajlo Srdanović. È uno degli studenti che fin dall’inizio ha marciato per le strade della Serbia. La sua battaglia, dice, è cambiata nel tempo. “Non pensavamo che i blocchi sarebbero continuati per così tanto tempo. Ci sono stati momenti in cui ho pensato di mollare“, confessa parlando delle violenze e delle umiliazioni subite. “Ma non potevo farlo. Prima per la giustizia delle vittime, ora per la vittoria, per la democrazia e per la libertà“. Per Mihajlo la candidatura degli studenti non significa soltanto partecipare a un’elezione. Significa cambiare il rapporto tra cittadini e istituzioni. “Vogliamo un modello in cui gli studenti siano partecipanti attivi alla vita politica e in cui lo Stato funzioni secondo principi democratici, che ci chiamino a rispondere delle nostre responsabilità ma, allo stesso tempo, ci garantiscano protezione giuridica in quanto cittadini dello Stato”.
Per Ivana queste elezioni rappresentano la possibilità di aprire una nuova fase. “Per tutti noi è un’occasione per iniziare a risanare la società e le istituzioni“. Poi sorride. “Non vediamo l’ora che arrivi il 25 ottobre”.
L'articolo Dalla piazza alla corsa elettorale, gli studenti in Serbia sognano di sconfiggere Vucic il 25 ottobre: “Porteremo democrazia e libertà” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si chiama Konstantin Vlasenko. Al fronte, tutti lo conoscono come “Magura“. Per mesi la sua vita è stata sospesa tra le vita e la morte, ferito alle gambe e bloccato sulla riva sinistra del fiume Oskil, nell’oblast di Kharkiv. Per sopravvivere si è amputato da solo ciò che restava degli arti, poi ha aspettato che i suoi riuscissero a raggiungerlo. Fino al 4 ottobre, quando è stato evacuato con un drone da trasporto.
La storia – nella ricostruzione delle forze armate di Kiev, che l’hanno definita la “prima evacuazione aerea al mondo dalla linea del fronte – ha inizio il 2 giugno 2025 quando Vlasenko, 49 anni, soldato della 30ª brigata meccanizzata, lascia le retrovie insieme a un compagno per raggiungere le posizioni dei suoi nel settore di Kup’jans’k, sulla sponda sinistra dell’Oskil. I due si trovano nella cosiddetta “zona grigia“, contesa con i russi. Quando l’area in cui si nascondono viene allagata dal nemico, i due riparano in un edificio abbandonato. Il compagno perde la vita durante il trasferimento verso un punto di riserva e il 14 febbraio 2026 un drone russo sgancia sul rifugio un ordigno che non uccide Vlasenko ma gli sfracella entrambe le gambe. Per non morire dissanguato, il soldato si amputa le parti maciullate, dalla metà degli stinchi in giù, piedi compresi. Da quel momento “Magura” non è più in grado di abbandonare il rifugio.
Ora per i suoi il problema è raggiungerlo. Il fiume, i campi minati e i droni russi che incrociano in cielo rendono impossibile un’evacuazione via terra. Il battaglione tenta di invare un veicolo robotizzato, ma i russi lo individuano e lo distruggono prima che arrivi da Vlasenko. Neppure le squadre di fanteria riescono ad avvicinarsi: l’area è sorvegliata dall’alto e infiltrata da soldati di Mosca.
Per tenerlo in vita, il comando invia ogni quattro o cinque giorni a Vlasenko droni che gli lanciano dall’alto viveri, sigarette e dolci. I contatti sono mantenuti via radio. Intanto i mesi passano, finché al responsabile dell’intelligence del 2° battaglione meccanizzato che coordina le attività con i droni, nome di battaglia “Alex“, viene l’idea di recuperarlo dal cielo. Dall’ideazione del piano al decollo trascorrono sei mesi. I velivoli in dotazione al reparto non sono adatti: ne serve uno capace di trasportare una persona. La scelta cade sul nuovo “Heavy Shot Ayudag-6”, drone che ha una capacità di carico fino a 130 chilogrammi ed è dotato di verricello.
L’operazione più delicata è agganciare il ferito. Vlasenko deve assicurarsi da solo al cavo, in posizione semi-seduta, utilizzando moschettoni e un’imbracatura da alpinismo. Il giorno prima della missione gli vengono quindi lanciati dall’alto l’equipaggiamento e un telefono con un video con le istruzioni. Un errore nel fissaggio o una perdita di coscienza durante il volo potrebbero essere fatali. “Quando il drone si è avvicinato, ha fatto tutto con precisione e rapidità – ha raccontato Alex -. Nessun panico, nessun ritardo: tutto si è svolto in pochi secondi”.
La missione dura meno di 90 minuti, ma è impossibile da portare a termine senza un’operazione di copertura. Il grande esacottero, dotato di 6 motori e 6 eliche, lento e appesantito dal carico, sarebbe un bersaglio troppo facile per i droni russi, compresi quelli FPV (First person view, dotati di un cavo in fibra ottica che consente all’operatore di vedere su uno schermo in tutto e per tutto simile a quella di una consolle per videogiochi l’obiettivo dell’operazione) impiegati per la difesa antiaerea. Il comando decide perciò di distrarre gli operatori nemici con un’azione diversiva.
Oltre al 2° battaglione della 30ª brigata, si mobilitano i reparti della 14ª e della 43ª brigata meccanizzata e mezzi del 10° corpo d’armata. I bombardieri pesanti Vampire attaccano all’unisono settori vicini, attirando l’attenzione degli operatori russi. Uno dei Vampire viene abbattuto, ma l’Ayudag-6 riesce a passare. “Abbiamo analizzato i dati per calcolare quando l’attività dei droni nemici fosse al minimo – ha spiegato “Alex” – e abbiamo deciso di volare sul far del giorno, nel passaggio dall’oscurità alla luce”.
Durante il tragitto, un drone Autel del battaglione segue visivamente l’Ayudag-6, fornendo agli operatori una visuale esterna., e un altro UAV, un Lucky Strike, rimane pronto a intercettare eventuali velivoli nemici. Al ritorno del drone con il ferito, l’artiglieria del 10° corpo d’armata apre il fuoco contro le posizioni di decollo degli operatori russi in modo da tenerle impegnate. Il comando ha pronto anche un piano di emergenza, con squadre di ricognizione e veicoli robotizzati dislocati vicino a punti di atterraggio alternativi.
Il velivolo mantiene il collegamento attraverso Starlink e modifica la quota seguendo l’andamento del terreno. I percorsi di andata e ritorno sono differenti, per impedire ai russi di ricostruire la rotta di rientro. “Arrivato l’ordine, sono decollato verso il punto intermedio, dove la squadra ha sostituito le batterie – ha raccontato il pilota dell’Ayudag-6, nome di battaglia “Chornyi” -. Da lì sono volato al punto di evacuazione, ho recuperato il ferito e sono tornato indietro con lui”.
La distanza è di 16 chilometri e il peso del passeggero mette sotto pressione le batterie. Per questo il drone deve fermarsi di nuovo in una posizione intermedia, dove viene ricaricato. Qui Vlasenko viene sganciato dal verricello e trasferito su un mezzo terrestre robotizzato, il “Myrtvorets“. Mimetizzato e rivestito di materassi nel vano di carico, il veicolo percorre altri otto chilometri fuoristrada. Solo una volta raggiunta una zona sicura a una distanza tale che i russi non avrebbero potuto individuarla, una squadra trasferisce il soldato su un’automobile e lo conduce a un punto medico avanzato, dove i chirurghi dell’esercito gli prestano le prime cure. “Ora è in cura e in fase di riabilitazione – ha comunicato la Compagnia dei Sistemi Terrestri e Aerei senza pilota della 92ª Brigata d’Assalto Specializzata -, la sua vita non è più in pericolo”.
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Fu una scena orribile, presagio di nuovi orrori, quella del linciaggio del leader libico Muhammar Gheddafi nelle vie di Sirte, il 20 ottobre di quindici anni fa – ma sembra passata una era geologica. Perché fu subito chiaro che l’uscita di scena del dittatore non era affatto la piazzale Loreto dei libici: a Milano era stato l’atto conclusivo ed eroico di una guerra di resistenza popolare, a Sirte la violenta conseguenza di un imperialismo ormai avviato alla sua fase barbarica.
In quel momento sul volto sanguinante dell’uomo che aveva fatto torturare ed uccidere molti innocenti si concentravano tante immagini di un tempo che la sua stessa morte si stava portando via: Gheddafi era stato un interlocutore privilegiato dell’Italia, noi sempre in cerca di una alleanza mediterranea, lui sempre pronto al ricatto. Tante volte Roma gli aveva letteralmente salvato la vita da quando nel 1971, dopo la sua presa del potere di due anni prima che lo aveva reso padrone dei pozzi petroliferi dell’Eni, l’allora ufficiale del Sid Roberto Jucci, poi comandante generale dei Carabinieri, andò in missione speciale in Libia incaricato dall’allora ministro degli esteri Aldo Moro di incontrare il nuovo leader e sancire la nuova amicizia con l’Italia, gli inglesi si arrabbiarono moltissimo, per il Colonnello una occasione imperdibile.
Eppure un anno prima in un famoso discorso a Misurata si lanciò nelle richieste di risarcimenti all’Italia per il passato coloniale, Moro definì a suo modo il discorso anti italiano, disse che era “inesplicabile”, ma poi quello che seguì fu un continuo ondeggiare di alti e bassi, con picchi di intensità altissimi nella relazione tra noi e loro, tanto che Bettino Craxi, come ha testimoniato l’ambasciatore Antonio Badini, suo consigliere diplomatico, intervenne tempestivamente ad avvertire Gheddafi dei bombardamenti americani del 1986, che lo avrebbero sicuramente centrato senza quel provvidenziale intervento, episodio confermato anche dall’ex ambasciatore ed ex ministro degli esteri libico Abdelraman Shalgam.
Secondo Giuliano Amato, Craxi avrebbe messo in guardia Gheddafi anche nel 1980, quando gli americani avrebbero tentato di ucciderlo scatenando la guerra nei cieli di Ustica e provocando l’orrenda strage. Tra alti e bassi, tra montagne di tangenti (il caso Mi.Fo.Biali, acronimo di Miceli, Foligni, Libia, il mega dossier scoperto sulla scrivania dell’ormai ucciso Mino Pecorelli, con intercettazioni commissionato da Giulio Andreotti), mentre i nostri servizi colpivano i dissidenti libici e Gheddafi stringeva rapporti con la pancia molle del potere mafioso, soprattutto quella massonica che imperava del trapanese, a noi non mancò mai il petrolio libico.
Quando poi nel 2011 Washington decise che si doveva intervenire, perché a loro conveniva così, con la segretaria di Stato Hilary Clinton che sembrava una signora alle prese con una eccitante esperienza, trascinandosi dietro tutta la Nato, neanche l’amico Berlusconi poté salvare Gheddafi, ospitato a Roma poco prima con una operazione scenografica che comprendeva l’ostentazione di spendite amazzoni al fianco del dittatore e la sua tenda piantata dentro Villa Pamphili: Berlusconi in realtà avrebbe potuto fare tutto ma preferì non fare niente, soprattutto non mischiarsi, troppo faticoso mettersi contro il Dipartimento di Stato. Fu così che la Libia perse il suo dittatore ma anche la sua dignità, la sua integrità, ogni sua speranza. Da allora le storiche tribù che Gheddafi non aveva saputo riunire, hanno riacceso una guerra fratricida, mercenarie quinte colonne dell’Europa a cui chiedono soldi in cambiò dei lager per fermare i migranti. E l’orrore continua oggi sotto i nostri occhi.
Di tutto dunque è accaduto tra noi e loro ma nulla è stato più cinico della riconsegna a Tripoli del criminale e torturatore Al Masri che la Corte penale internazionale voleva arrestare: nessuno degli sporchi traffici del tempo della Guerra fredda è paragonabile a quel gesto vigliacco del Governo Meloni.
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