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Cuba, catastrofe sociale e umanitaria

By: A A
21 October 2026 at 22:05

Gli errori compiuti negli ultimi decenni dal Partito Comunista di Cuba e il criminale e pluridecennale embargo statunitense, rinvigorito e rafforzato negli ultimi mesi da Marco Rubio a nome dell’amministrazione statunitense stanno portando Cuba verso la catastrofe sociale e umanitaria.

Segue nostro Telegram.

Oggi Cuba è intanto un’isola spopolata. Di dodici milioni di cubani, almeno un milione e mezzo se ne erano già andati prima del 2020 e due milioni e mezzo hanno abbandonato l’isola tra il 2021 e il 2026, massimamente attraverso il Nicaragua, nazione che dalla primavera del corrente anno ha interrotto l’accesso senza visto per i cubani. Oggi nell’isola son dunque rimaste solo otto milioni di persone.

Ad andarsene sono stati principalmente i giovani, tra i venti e quarant’anni, per altro altamente qualificati in ragione dell’istruzione gratuita, possibile fino all’università grazie al socialismo. Una dipartita che compromette di fatto il futuro dell’isola a prescindere dagli sviluppi futuri, avendo questa situazione determinato la perdita di almeno una generazione. I più maligni oppositori dicono che questi giovani “abbiano votato con i piedi”, ovvero abbiano espresso la loro lontananza dal sistema socialista andandosene, certamente la drammatica aggressione economica statunitense ha avuto negli anni un peso rilevante nel convincerli a cercare altrove maggior fortuna.

Tuttavia oggi a Cuba i problemi si moltiplicano, anche perché le rimesse da parte dei parenti all’estero sono azzerate o quasi. Soprattutto perché in molti casi hanno smesso di arrivare, bloccate dal terrorismo bancario esercitato con brutale coercizione dal Tesoro statunitense contro tutte le banche di qualsiasi nazione, per cercare di strangolare più ancora che l’economia dell’isola già al collasso, i cubani stessi, secondariamente perché se non si hanno cinquanta dollari per comprarsi una gallina, si devono spendere tre dollari per acquistare un uovo. Con uno stipendio medio di dodici dollari un medico o un professore dovrebbe vivere con un uovo a settimana e nulla più, una pensionata o un pensionato con tre uova al mese. Lo storico sistema della “livreta”, che garantiva almeno riso e fagioli neri per tutti, è totalmente collassato e le mense per i bisognosi recentemente istituite dal governo sopperiscono al dramma alimentare solo parzialmente e nelle situazioni più estreme, in particolare per gli anziani indigenti.

Di più, nell’isola non c’è mai stata povertà. Probabilmente una vita a volte difficile, ma sempre dignitosa. Oggi non è più così, la stretta economica ha imposto una violenta povertà che si sta trasformando in miseria, la quale a sua volta porta alla creazione informale di bande, principalmente di disperati, dedite al saccheggio, per la prima volta dal 1959, inizio della Rivoluzione, Cuba sta diventando un luogo incapace di garantire quella sicurezza che è sempre stata un vanto, una certezza e un orgoglio per i cubani.

La stretta sul petrolio e sul carburante ha conseguenze devastanti. Da gennaio il blocco marittimo statunitense intorno all’isola e la fine del sostegno petrolifero venezuelano hanno assestato un colpo distruttivo e incalcolabile, il cui danno, prima ancora che economico, è  umanitario.

Non solo è del tutto impossibile la raccolta dell’immondizia, venendo ora bruciata a sera negli angoli delle strade, dopo che alcuni anziani vi hanno rovistato alla ricerca di un poco probabile companatico, ma neppure i vigili del fuoco o le forze dell’ordine hanno più benzina, meno che mai i trattori in campagna, le macchine estrattive nel settore minerario, le ambulanze nelle città. Si va in ospedale con il carretto trainato dal cavallo, ammesso che ci sia il cavallo, se si sta in campagna solo il medico locale può intervenire, ovviamente come può e con gli strumenti che ha.

Peggiore la situazione negli ospedali, la mancanza di medicine, l’assenza di elettricità, visto che le centrali elettriche regionali a diesel oggi sono tutte e del tutto ferme, la mancanza di carburante per i generatori di emergenza interni alle strutture sanitarie, hanno spento le sale operatorie e non solo, con il tramonto tutti i reparti non possono che passare nella modalità del riposo in attesa dell’alba successiva. Si opera come prima dell’avvento dell’elettricità agli albori del Novecento, con la volontà, l’intelligenza medico – scientifica e l’abnegazione del personale medico e sanitario cubano, che è e resta tra i più preparati e generosi del mondo, come migliaia di missioni di solidarietà in ogni angolo della terra hanno sempre dimostrato. Tuttavia questo non impedisce che persone di tutte le età, dai bambini agli anziani, muoiano per assenza di cure e di medicamenti.

Si moltiplicano le notizie di personale medico e infermieristico il quale, straziato da questa silenziosa carneficina imposta dal violento ed estremo embargo di questi ultimi mesi, decide di abbandonare il lavoro tra le lacrime per una comprensibile crisi psicologica ed emotiva dovuta all’impotenza e all’impossibilità di assolvere al lavoro sanitario. Un dramma nel dramma, del tutto comprensibile, ma non meno straziante.

I blocchi contro le compagnie aeree, l’assenza di cherosene per ripartire una volta atterrati all’Avana, la possibilità incerta di trovare forse un ciclo – taxi per raggiungere il centro della capitale, pagandolo non meno di cinquanta dollari, che è diventato il prezzo al mercato nero di un litro di benzina per le automobili, di fatto del tutto scomparse dalle strade, più ancora che negli anni del “Periodo especial” negli anni ‘90 del XX secolo, quando almeno ambulanze, automobili della polizia, camion della raccolta dei rifiuti ancora circolavano, hanno azzerato il turismo, stroncando tutte le sue ricadute economiche, a partire dal rum e dai sigari, portando alla definitiva cancellazione di Cuba dalle mete dei viaggi organizzati, prima provenienti da ogni parte del globo terracqueo.

Le campagne, già di loro poco produttive, finiti i fertilizzanti e i pesticidi, fermi i trattori, sono del tutto incapaci di soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione. L’autosufficienza e i tre raccolti annui, mirabilmente e mirabolantemente promessi dagli infuocati discorsi di Fidel Castro nei primi anni della Rivoluzione non solo non si sono mai realizzati, ma con la fine dell’Unione Sovietica e l’apertura al turismo, con l’opportunità in quel tempo di reperire alimentari a prezzi contenuti sul mercato globale e globalizzato, hanno portato allora a non valutare a pieno la necessità di implementare, modernizzare, rafforzare il settore primario, che resta sempre e comunque decisivo per ogni nazione. La produzione è del tutto deficitaria, da qualche mese affidata alla buona volontà di chi lavora la terra, sostenendosi adesso con un vecchio aratro di legno e un mulo o un asino, quando va bene e se c’è, a tirarlo.

Gli zuccherifici sono fermi, così si è tornati a raccogliere la canna da zucchero con il machete e la molitura si realizza con i macchinari se si trova un po’ di benzina e soprattutto i pezzi di ricambio di fatto irreperibili, un’altra disgrazia che comporta continui guasti, all’occorrenza si provvede con i muli che girano le antiche macine di pietra, se son rimaste nei cortili delle aziende. Come se non bastasse il criminale embargo, ecco che i disastri naturali hanno dato il loro nefasto contributo al disfacimento dell’agricoltura cubana, i violenti uragani che hanno devastato l’isola in questi ultimi anni hanno colpito decine di migliaia di ettari di colture, massimamente di canna da zucchero, uccidendo anche decine di migliaia di animali da allevamento. Metà degli zuccherifici per cronica obsolescenza sono stati chiusi con l’avvento del nuovo secolo, molti contadini e operai del settore, qualificati e specializzati grazie all’eccellenza dell’istruzione agraria cubana, hanno abbandonato l’isola trovando facilmente lavoro in tutte le nazioni ispanofone del continente americano.

Il devastante disastro di tutta questa situazione ha di fatto compromesso totalmente la produzione zuccheriera. Nell’anno 1989, l’ultimo del campo socialista e del COMECON, i cubani hanno prodotto otto milioni di tonnellate di zucchero grezzo, mai raggiunte prima e mai più eguagliate dopo quella data, anche perché allora gli zuccherifici funzionanti erano oltre un centinaio e oggi una decina. Ancora nel 2019, anno pre – covid, la produzione ha toccato un milione di tonnellate. Nel 2025, a fronte di una programmazione statale di un quarto di milione di tonnellate, l’isola è riuscita a raccogliere e produrre solo 150mila tonnellate di zucchero, il dato più basso dell’ultimo secolo e mezzo, ovvero a partire dal 1875. Per l’anno in corso 2026 sono difficili le stime, ma vi è la certezza di un evidente calo, con il rischio di un clamoroso e drammatico dimezzamento della produzione del 2025.

Tutta l’attività estrattiva è quasi ferma, se si può forse ancora arare un campo con un zappa, diventa difficile nel 2026 immaginare di scendere in miniera con un piccone. I macchinari di perforazione, estrazione e trasporto in superficie senza carburante restano all’aria aperta a prendere ruggine.

Le ricchezze minerarie non sono poche: nichel in provincia di Holguín, cobalto con riserve tra le più rilevanti a livello globale, cromo nella provincia di Camagüey e destinato all’industria metallurgica e alla produzione di acciaio inossidabile anch’esse del tutto bloccate mancando l’energia per far funzionare le fabbriche, zinco e piombo destinati a una implementazione estrattiva mai avvenuta per gli evidenti motivi di embargo e scarsità di manodopera, che anche in questo caso spesso ha lasciato l’isola.

A fronte di tutto questo l’attaccamento del popolo cubano alle sue istituzioni è ammirevole, al pari dell’amicizia e della solidarietà di nazioni come la Russia e la Cina, quest’ultima capace in questi difficili circostanze di intraprendere una fenomenale campagna di implementazione della capacità di raccolta dell’energia solare attraverso i pannelli fotovoltaici.

Tuttavia la situazione è drammatica e resta difficile elucubrare ipotesi politiche per il futuro, rendendo possibile paventare scenari di ogni sorta.

Resta la tragedia di un un popolo incolpevole, martirizzato dall’imperialismo statunitense per evidente e irriducibile odio politico.

Jackdaw approval is a step towards a grownup North Sea policy

21 October 2026 at 18:12

Government decision is about how much oil and gas is sensible for UK to produce on the way to net zero

Andy Burnham hit the nail on the (well)head in his first fortnight as prime minister when he said: “The question isn’t whether Britain will still be using oil and gas, the question is, where does it come from?”

It was a nod towards several awkward energy facts. First, oil and gas provided 75% of the UK’s energy in 2025, government data shows. Second, even with the rollout of domestic renewables for generating electricity, about 43% of overall energy was imported last year.

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© Photograph: Adura/Reuters

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Trivellazioni nel Mare del Nord. L’Ue sorride ma per Burnham iniziano i guai

21 October 2026 at 15:10

Il Partito Laburista ha approvato nuove trivellazioni nel Mare del Nord. Cosa cambia per Londra e per l’Ue? In primis dal lato interno Burnham affronta una rivolta politica sul clima dopo l’approvazione della misura osteggiata da sinistra e ambientalisti, ma dal punto di vista internazionale di fatto è un’occasione interessante (anche se da mettere in cantiere ben prima delle attuali crisi).

Il neo premier non si è discostato dalla traccia imboccata dai due ministri degli Esteri, Fahnbulleh e dal suo predecessore, Ed Miliband. Infatti all’inizio dell’anno, Burnham ha lasciato intendere di condividere le posizioni del presidente americano Donald Trump che premeva non poco per esplorare in quelle zone, promettendo di adottare un “approccio pragmatico” nella decisione finale. Certo dovrà adesso salvaguardare la “sua” opinione pubblica, per questa ragione si lavora su come permettere agli organismi di regolamentazione di valutare le emissioni di carbonio generate dalla combustione del petrolio e del gas estratti dai due giacimenti.

Risale a due mesi fa la richiesta avanzata da Shell ed Equinor per ottenere l’autorizzazione ambientale. Pochi giorni fa il premier rivolgendosi alla Camera dei Comuni, ha affermato: “Adotterò un approccio pragmatico in merito a petrolio e gas; comunicheremo le nostre decisioni a breve”. Ma secondo un sondaggio condotto da Savanta per l’organizzazione ambientalista E3G, un terzo degli elettori Labour sarebbe meno propenso a votare per loro se dessero il via libera a ulteriori trivellazioni petrolifere nel Mare del Nord.

Per cui se nel nord-est della Scozia, area in cui ha sede gran parte del settore industriale, il Labour crescerebbe, altrove perderebbe: è il motivo vero della prudenza dell’inquilino di Downing street, che solo tre mesi fa prometteva bollette accessibili, crescita industriale e un clima pulito. Di contro il Partito Conservatore, all’opposizione e convinto sostenitore del progetto, ha affermato che, se approvato, il giacimento di Jackdaw potrebbe iniziare a riscaldare 1,4 milioni di case nel Regno Unito già quest’inverno.

Che significa aprire il Mare del Nord? Rosebank è il più grande giacimento di petrolio e gas non ancora sfruttato nel Regno Unito: situato a circa 80 miglia a nord-ovest delle Shetland, conoscerà il suo destino entro fine anno. Ha una capacità produttiva stimata tra i 300 e i 500 milioni di barili di petrolio entro circa 25 anni. Invece il giacimento di Jackdaw che si trova a circa 240 chilometri a est di Aberdeen potrebbe essere collegato alla rete britannica in pochissimo tempo.

A tal proposito il presidente degli Stati Uniti ha scritto il proprio pensiero su Truth Social: “Gli abitanti di Aberdeen, in Scozia, stanno ballando per le strade perché il nuovo Primo Ministro, Andy Burnham, ha dichiarato che aprirà completamente i preziosi giacimenti petroliferi del Mare del Nord!”. Lo scorso agosto BP ha messo in vendita la sua attività petrolifera nel Mare del Nord, dopo 60 anni di produzione nella regione. La vendita potrebbe potenzialmente fruttare a BP due miliardi di sterline.

The secret terms of Trump’s Venezuelan oil deal

21 October 2026 at 13:40

In late August, President Donald Trump announced what he called the “biggest oil deal in world history.” Since then, the full text of the accord — which grants the U.S. sweeping access to Venezuela’s oil reserves — has been one of the most sought-after secrets in Washington, DC.  ProPublica has reviewed a copy of the […]

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Energy secretary leaning towards rejecting Rosebank oilfield

Exclusive: Officials say Miatta Fahnbulleh minded not to give approval in victory for climate campaigners

Miatta Fahnbulleh is minded to reject the giant Rosebank oilfield, sources have told the Guardian, in what would be a blow for the North Sea energy industry and a major victory for climate campaigners.

After approving the smaller Jackdaw gasfield on Wednesday, officials say the energy secretary is leaning towards refusing approval for what would be one of the biggest oilfields in the North Sea.

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© Photograph: Paul Reid/PA

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‘Jackdaw means we pay our mortgages’: relief in Aberdeen over gasfield approval

21 October 2026 at 11:19

Few believe decision will bring back city’s boom years, but workers hope it will keep as many North Sea jobs for now

As recently as 2012, Aberdeen boasted the highest concentration of millionaires in the UK. An ATM reportedly had the highest withdrawal rate in Europe in the 90s, as oil and gas wealth flowed through the city. House prices skyrocketed in the scramble for space as fossil fuel firms transformed the city’s grand granite houses into company offices. But that was then.

Today, “for sale” and “to let” signs punctuate the city’s main thoroughfares. Disposable income in Aberdeen has fallen by nearly 20% between 2013 and 2023 – more than any other large UK city – after a 2014 oil price shock sparked a brutal reversal in Aberdeen’s fortunes.

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© Photograph: Patrick Greenfield/The Guardian

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Climate campaigners condemn ‘maddening’ decision to approve Jackdaw gasfield

Critics say move will jeopardise climate targets, fail to cut cost of living and distract from need to decarbonise energy

Climate campaigners and green experts have condemned the government’s decision to allow the drilling of the Jackdaw gasfield in the North Sea.

They said approval for the site would jeopardise the UK’s climate targets, fail to reduce the cost of living, and distract from the need to decarbonise the UK’s energy sector.

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© Photograph: Carl Court/Getty Images

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Is time running out for Mohammed bin Salman?

21 October 2026 at 07:42

In “The Muqaddimah”, the 14th-century historian Ibn Khaldun wrote that “great dynasties often decline after three generations because they fail to produce capable successors.” Under Crown Prince Mohammed bin Salman, Saudi Arabia now asks this question precisely: Has he weakened the very dynasty he was meant to strengthen and secure? The kingdom is under mounting […]

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UK approves Jackdaw gasfield in North Sea

Decision was widely expected after lobbying by Shell but will dismay environmental campaigners

The UK government has approved the controversial Jackdaw gasfield in the North Sea, a widely expected move that will nonetheless dismay environmental campaigners and a number of Labour MPs.

While Labour’s 2024 election manifesto committed to a ban on new drilling licences in the North Sea, the companies behind Jackdaw and the Rosebank oilfield project, which is being decided on separately, have sought environmental approval for existing licences.

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© Photograph: Murdo MacLeod/The Guardian

© Photograph: Murdo MacLeod/The Guardian

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Our View: Govt finally realising it is at the mercy of large oil companies

21 October 2026 at 02:20

After years of high expectations about the gas finds in the Cyprus EEZ, everyone is starting to understand that no decision taken by the oil industry is straightforward. It was always like this, but the politicians and other opinion-makers, either through ignorance or design, created the impression that the cash would roll in and before long we would see our standard of living soar.

It has not happened, despite the marketing agreements the Anastasiades government had signed and the much-trumpeted trilateral agreements with neighbouring countries that would supposedly ensure the exploitation of the Aphrodite gas field. The natural gas discovery in Block 12 was made 15 years ago, in 2011, and there have been more discoveries since then, but we are still nowhere near selling any gas.

Last week the publication that covers the oil industry, MEES (Middle East Economic Survey) reported that Chevron would be asking Cyprus to pay $3 per mmbtu (million British thermal units) for use of the pipeline that would take gas from the Aphrodite gas field to the gas terminal in Egypt. The original price which, would have made the sale of gas profitable, was $1 per mmbtu, but the new price changed everything.

Cyprus Mail columnist and energy expert Charles Ellinas expressed the view that the higher price would eat away at the expected profits for Cyprus, to such an extent that “it would hardly be worth it for Cyprus.” The fact is that Chevron is calling the shots and given the small quantities of gas in the Aphrodite field its exploitation is not a priority in any way. Apart from much bigger projects in other parts of the world, it is reported that Chevron is also investing in doubling the output from Israel’s Leviathan field.

There is also another complication regarding Aphrodite. Despite years of negotiations Cyprus and Israel have failed to reach an agreement on the percentage of the revenue that would go to Israel for the part of the Aphrodite field that stretches into its EEZ. Without an agreement there could be no extraction of gas and Chevron made it clear that its final investment decision (FDI) was conditional on a resolution of the dispute.

Cyprus does not have any alternative but to accept what Chevron decides. In an industry in which investments worth hundreds of millions of dollars are made by oil firms, national governments have no say. Chevron has made this clear with the new price it is has quoted for the use of its pipelines – a price that could leave Cyprus a very small profit, if any. To cut a long story short, Cyprus is at the mercy of the oil companies. This has always been the case, but only now are realising how things work in the oil industry.

Rubio Visits India to Talk Trade, Terrorism, and Russian Oil

20 October 2026 at 23:08

Secretary of State Marco Rubio arrived in India on Tuesday to meet with Foreign Minister S. Jaishankar and top business leaders, including the two richest men in Asia, Gautam Adani and Mukesh Ambani.

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Russia resumes diesel exports to Türkiye, Brazil, after Trump lifts sanctions on fuel supplies, boosting Moscow’s war revenue – Reuters

20 October 2026 at 22:04

A Russian oil tanker, illustrative image. Photo via Wikimedia.

Russian diesel shipments are returning to Türkiye and Brazil after Moscow lifted its export ban and the US temporarily suspended sanctions on Russian fuel supplies, Reuters reported on 20 October, citing shipping data from Kpler and LSEG.

The resumption of exports gives Russia another source of revenue to support its war against Ukraine, allowing Moscow to profit from fuel sales despite the domestic shortages that prompted its export ban. The US sanctions relief is helping Russia restore access to international buyers while its full-scale invasion continues.

According to Reuters, at least two tankers carrying Russian diesel have departed the Baltic port of Primorsk for Türkiye and Brazil in recent days. Each vessel is carrying around 300,000 barrels, according to Kpler data cited by Reuters. Morocco has also resumed importing Russian diesel since the export ban was lifted.

Russia ended its self-imposed diesel export ban on 9 October after reaching a deal with US President Donald Trump to resume fuel supplies to global markets. Moscow had introduced the ban to address domestic shortages triggered by Ukrainian drone attacks on Russian oil refineries.

Those supply problems have not been resolved, but the US temporarily lifted sanctions on Russian fuel supplies as part of the deal, allowing Moscow to prioritize export opportunities despite domestic shortages. EU and UK embargoes on Russian fuel imports remain in force.

Russian diesel exports remain below last year's levels

Russian diesel exports averaged around 345,000 barrels per day in 2026 so far, down 41% from the previous year, according to shipping data cited by Reuters. Exports had already fallen during the summer before Moscow imposed its ban.

Türkiye accounted for around 34% of Russian diesel loadings this year, followed by Brazil at 24% and Morocco at 10%, Kpler data showed.

Trump said Russia would initially export 300,000 metric tons of diesel, followed by 500,000 tons in November and 1 million tons afterward. Russian Deputy Prime Minister Alexander Novak said Moscow could raise exports to as much as 3.5 million metric tons per month by the end of the year.

US seeks to ease diesel prices

The deal comes as Trump seeks to present a picture of bringing down diesel prices ahead of the US midterm elections on 3 November. Fuel prices have risen amid disruptions to global energy supplies caused by Trump's war with Iran, which has shaken oil markets and raised concerns about supply routes.

Trump has blamed Ukraine's attacks on Russian oil infrastructure for driving up energy prices, despite the broader market disruption caused by his war with Iran. The Russian diesel deal offers a way to increase global fuel supplies, but also allows Moscow to earn revenue from exports while its war against Ukraine continues.

However, the volumes from Russia initially outlined by Trump would cover only a small share of the global supply shortfall. 

Trump Putin meeting in Alaska
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Trump says Russia agreed to supply millions of tons of diesel to US and global markets as he blames Ukraine for fuel price hikes driven by Iran war

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