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Guerra in Ucraina, Putin apre ai negoziati: “Accordo possibile”. Ma intanto i raid continuano

22 October 2026 at 20:57

Raggiungere un accordo sulla situazione in Ucraina è possibile. Almeno a sentire le ultime dichiarazioni del presidente russo Vladimir Putin: “Siamo concordi su questo”, ha detto il leader russo riferendosi alla fattibilità di un’intesa di lungo termine che chiuda l’invasione iniziata il 24 febbraio 2022. Al centro della disputa restano sempre le porzioni di territorio ucraino, attualmente occupate dalle forze di Mosca, che il capo del Cremlino ha definito “storicamente russe”, alzando la posta in gioco nei negoziati per risolvere il conflitto.

Putin ha definito “inappropriata” la dichiarazione del leader ucraino Vladimir Zelensky, secondo cui sarebbe disposto ad accettare la perdita di alcuni territori pur di raggiungere la pace, aggiungendo che i territori in questione sono storicamente russi: “Innanzitutto, la mia opinione su questa questione è che non si tratta di territorio russo, ma di territorio storicamente russo”, ha dichiarato Putin in un’intervista al conduttore Pavel Zarubin. “Le persone che vivono in questi territori hanno votato, in primo luogo, per l’indipendenza dello Stato e, in secondo luogo, per la riunificazione con la Federazione Russa”, ha affermato. “Pertanto, parlare di eventuali perdite territoriali mi sembra inappropriato”, ha concluso.

Un eventuale vertice tra Putin, Zelensky e Donald Trump potrebbe essere il formato con il quale finalizzare la possibile intesa? “La discussione è in corso”, ha rimarcato il vice ministro degli Esteri russo, Serghei Ryabkov, il giorno dopo il faccia a faccia tra Putin e l’inviato statunitense Steve Witkoff. “L’argomento è stato sollevato” mercoledì durante le tre ore di confronto tra i due a San Pietroburgo, ma “al momento non c’è ancora una chiara comprensione in merito”, poiché “non c’è un accordo completo, ma la discussione è in corso”. È ancora presto per parlare di una vera e propria apertura, anche se Trump – che ha intanto chiesto a Elon Musk di riattivare totalmente l’uso di Starlink in Ucraina – si è lasciato andare nelle ultime ore all’ottimismo affermando che “ci stiamo avvicinando alla risoluzione della guerra” e forse – ha aggiunto – “è il punto in cui siamo stati più vicini finora”.

L’unica novità ufficialmente resa nota dopo l’incontro di San Pietroburgo – oltre al rilascio dell’americano Stephen Hubbard dalle carceri russe – è stata la probabile ripresa il mese prossimo dei contatti trilaterali tra Mosca, Kiev e Washington, ma a livello di tecnici, non ancora certo di leader. Tuttavia, anche il consigliere di Putin per la cooperazione e gli investimenti stranieri, Kirill Dmitriev, che ha partecipato al colloquio, si è detto convinto che ci si stia muovendo “verso una pace a lungo termine che garantirà la sicurezza di Russia, Ucraina ed Europa”. Proprio l’Unione Europea, nelle scorse ore, ha rimarcato che in qualsiasi formato dovesse svolgersi dei nuovi colloqui ritiene di doversi sedere al tavolo.

Di tono opposto i commenti all’incontro di San Pietroburgo da parte di Zelensky, che il giorno prima aveva avuto un colloquio con Witkoff a Oslo insieme a rappresentanti di Paesi europei, compresa l’Italia. Il leader ucraino ha denunciato bombardamenti russi nella notte tra mercoledì e giovedì con l’impiego di 21 missili e oltre 200 droni e un bilancio di almeno due morti e 34 feriti. “Tre ondate di missili balistici sono state lanciate contro Kiev dai ‘compassionevoli’ russi“, ha rincarato Zelensky, ironizzando su quella definizione di ‘compassionevole’ usata da Witkoff per Putin quando l’ha ringraziato per il rilascio di Hubbard.

Zelensky ha affermato che nei raid è stato colpito “persino un monastero”. Il ministero della Difesa si Mosca ha invece rivendicato attacchi solo su obiettivi militari, tra cui uno stabilimento dell’industria aeronautica Antonov dove si assemblano droni e missili da crociera Flamingo, oltre che sul ponte ferroviario e stradale Sud. Mentre sull’altro fronte nel corso della notte 600 droni sono stati lanciati verso Mosca, con la maggior parte neutralizzata dalle forze di difesa aerea nelle zone periferiche, secondo il sindaco, Serghei Sobjanin. Nell’est dell’Ucraina, invece, a causa dei continui bombardamenti russi, è stata decisa l’evacuazione forzata delle famiglie con bambini da tutti gli insediamenti delle comunità di Kramatorsk e Slavyansk, le due cittadine che sono l’obiettivo più ambito delle truppe di Mosca per completare la conquista della regione di Donetsk.

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Il campo largo decida ora da che parte starà l’Italia o si spaccherà al primo voto

22 October 2026 at 13:10

A un anno dalle elezioni politiche (se non verranno anticipate) il centrosinistra è competitivo come non accadeva da tempo. Secondo i sondaggi di metà ottobre 2026, la coalizione progressista e il centrodestra sono separati da pochi decimali. Il Partito democratico, il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva, Più Europa e il nuovo soggetto politico di Ernesto Maria Ruffini discutono di primarie, di un programma da scrivere e di un nome nuovo per l’ormai logora formula del “campo largo”. Prima del nome, del candidato e del programma c’è però una domanda che nessuno vuole porsi apertamente traendone le necessarie conseguenze: su quale idea della collocazione internazionale dell’Italia si fonda questa alleanza?

Dove sono d’accordo – Sarebbe ingeneroso negare che i punti di convergenza siano numerosi e concreti. Le forze del centrosinistra (continuiamo a chiamarle così anche se qualcuna tra esse a sentire sinistra se la dà a gambe) hanno presentato insieme una proposta di salario minimo legale. Difendono il finanziamento della sanità pubblica e la lotta alle liste d’attesa. Si sono opposte all’autonomia differenziata e al premierato. Condividono un’agenda sui diritti civili, sulla scuola pubblica, sulla transizione ecologica e sul contrasto alla precarietà. Su Gaza, dopo molte incertezze, hanno trovato posizioni comuni in Parlamento e in piazza. È un patrimonio programmatico reale, un dato di fatto, non un’invenzione propagandistica.

Dove si dividono – Anche le divergenze, però, non sono marginali. In politica interna riguardano la giustizia, con Italia Viva più vicina alla separazione delle carriere, e il lavoro, come ha mostrato il referendum sul Jobs Act, che ha visto il Pd (ma non solo) di Schlein e i renziani su fronti opposti. Riguardano anche le infrastrutture e l’energia, dai termovalorizzatori al nucleare, le politiche di sostegno al reddito e i bonus edilizi. Sono differenze serie che a essere seri precluderebbero qualsiasi possibilità di spacciarsi di fronte agli elettori come possibile maggioranza credibile e coesa. Ma volendo fare uno sconto agli interessati e munendosi di uno sconfinato ottimismo, diciamo che potrebbero essere divergenze negoziabili, collocabili nella normale dialettica di ogni coalizione italiana.

Diverso è il caso della politica estera. Le posizioni sull’invio di armi all’Ucraina, sull’aumento delle spese militari, sul piano europeo di riarmo e sul rapporto con la Nato e con l’amministrazione americana non sono sfumature di uno stesso orientamento: sono orientamenti diversi. Il Pd, pur con un dibattito interno vivace, ha sostenuto l’aiuto militare a Kiev. Italia Viva, Più Europa e l’area riformista lo considerano non negoziabile. Il Movimento 5 Stelle e AVS chiedono di fermare l’invio di armi e di puntare solo sulla via diplomatica (come se fossero alternative) e hanno votato contro il riarmo europeo. Non a caso, dentro il Pd c’è chi già oggi giudica inaccettabile la linea di Conte, e dentro il Movimento c’è chi considera la linea del Pd subalterna all’Alleanza atlantica e dunque da respingere.

Perché la politica estera non è un capitolo come gli altri

Nella tradizione politica italiana (ma aggiungerei in qualsiasi seria democrazia) la politica estera non è mai stata un semplice capitolo del programma: è stata la cornice entro cui tutto il resto prendeva senso. Ai congressi dei grandi partiti di una volta, dalla Dc al Pci al Psi, le relazioni iniziali, la base su cui confrontarsi, si aprivano immancabilmente con l’analisi della situazione internazionale e solo dopo passavano alle questioni interne. Non era un rito: era la consapevolezza che la collocazione internazionale del Paese fissa i margini di ogni altra scelta, dall’economia al welfare, dalle politiche fiscali alla sicurezza.

La storia lo conferma. Nel 1949 la scelta atlantica di De Gasperi definì per decenni il perimetro delle maggioranze possibili. Negli anni Sessanta il centrosinistra organico nacque solo dopo che il Psi di Nenni ebbe chiarito la propria posizione sull’Alleanza atlantica: senza quel chiarimento i socialisti non sarebbero potuti entrare al governo. Nel 1976 Enrico Berlinguer sentì il bisogno di dichiarare che si sentiva “più sicuro” sotto l’ombrello della Nato, perché sapeva che la credibilità di governo del Pci passava di lì.

Gli esempi più recenti sono ancora più eloquenti e dovrebbero essere oggi considerati alla stregua di un monito. Nel febbraio 2007 il secondo governo Prodi andò in crisi proprio su un voto di politica estera, quello al Senato sulla mozione presentata da D’Alema su Afghanistan e base di Vicenza, che fu affossata da senatori della stessa maggioranza. L’anno seguente quella fragilità portò alla caduta definitiva. Nel 2022 la scissione di Di Maio dal Movimento 5 Stelle nacque dallo scontro sulle armi all’Ucraina, e da quelle tensioni partì la crisi che chiuse l’esperienza del governo Draghi. La politica estera, insomma, non è soltanto il terreno su cui le coalizioni nascono, discutono, litigano: è quello su cui cadono.

Una questione di onestà verso gli elettori

Per questo il problema smette di essere tattico e diventa non solo strategico ma, per la buona politica, anche etico. Già oggi, infatti, si può prevedere con ragionevole certezza che, chiunque vinca le primarie, Schlein o Conte, la maggioranza si spaccherebbe al primo voto sugli aiuti a Kiev o sulle spese per la difesa. Se è così, presentare questa coalizione come un’alternativa di governo stabile significa chiedere agli elettori di chiudere gli occhi e concedere una delega su qualcosa -piena coesione della maggioranza, unità di intenti, assicurazioni sulla stabilità- che non esiste. Non basta una formula lessicale da scrivere nel programma, tipo un “sostegno all’Ucraina nel quadro di un’iniziativa diplomatica europea” o simili, che ciascuno può domani leggere anche in due modi opposti. Le formule ambigue reggono in campagna elettorale, non al momento del voto nelle aule di Montecitorio e Palazzo Madama.

Prima ancora delle ricette economiche, i cittadini hanno dunque diritto di sapere da che parte starà l’Italia: con quali alleati, con quali impegni, con quale idea della sicurezza europea. È questa la prima garanzia di trasparenza che una forza di governo deve offrire. Un’alleanza che ha come unico obiettivo battere l’avversario e rimanda il nodo decisivo della collocazione internazionale in un contesto bellico a dopo il voto rischia di essere percepita persino dai propri elettori, come un cartello elettorale piuttosto che come un serio progetto di governo.

Che cosa resta in mano agli elettori

Si dirà che anche il centrodestra ha le sue contraddizioni in politica estera e che nessuna coalizione è perfettamente omogenea. È vero, ed è giusto riconoscerlo. Ma i problemi del fronte contrapposto non risolvono i propri. La strada onesta è una sola: affrontare ora, pubblicamente, la divergenza sull’Ucraina e sulla collocazione internazionale, e risolverla con una scelta chiara, anche a costo di perdere un pezzo dell’alleanza. Se la divergenza è insanabile, onestà intellettuale e politica dei diversi partiti, ma anche dei rispettivi leader, impongono di dichiararlo. A quel punto restano due strade: andare al voto con alleanze più ristrette ma coerenti, oppure stringere un patto esplicitamente limitato, dicendo agli elettori fin dove arriva.

Fingere che il problema non esista è la soluzione peggiore. Lo è per i partiti, che si condannerebbero a un governo fragile. Lo è per i cittadini che voterebbero un’alleanza che non sa nemmeno dove portare l’Italia nel mondo. Un pastrocchio, se non un’impostura, in grado di assicurare poltrone di governo, ma non certo quella alternativa politica di cui si dice il Paese ha bisogno. Morale: se la buona politica si fonda sulla trasparenza e l’onestà di intenti, il campo largo-progressista deve avere il coraggio e la saggezza di sciogliere immediatamente questo nodo in maniera chiara e netta di fronte agli elettori. A meno che non voglia prenderli in giro promettendo cose che non riuscirà mai a realizzare con il rischio di tornare alle urne al primo inciampo.

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