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Normal view

I riots di Londra ci avevano avvisato quindici anni fa: ora il disagio è ovunque in Europa

22 October 2026 at 06:33

di Federico Guerrieri

Nell’agosto del 2011 scrivevo sul blog de Il Fatto Quotidiano una testimonianza dai riots di Londra. Vivevo tra Stratford e West Ham e raccontavo una realtà molto diversa dall’immagine patinata della capitale britannica: quartieri segnati dalla disoccupazione, dall’abbandono sociale e dalla povertà. All’epoca sostenevo che quei disordini non fossero arrivati all’improvviso. Erano stati annunciati da anni di tagli al welfare, dalla riduzione dei servizi sociali, dall’aumento delle tasse universitarie e da una mobilità sociale ormai bloccata. Scrivevo che l’uccisione di Mark Duggan era stata soltanto la scintilla che aveva fatto esplodere un disagio accumulato per anni. Ricordo in particolare una frase: gli abitanti di quei sobborghi erano “gli invisibili metropolitani britannici, socialmente esclusi, volontariamente dimenticati e lasciati a se stessi”.

Quindici anni dopo, rileggendo quelle parole, la sensazione più inquietante non è aver avuto ragione. È rendersi conto che il problema non è mai stato affrontato davvero. Negli ultimi mesi abbiamo visto immagini che ricordano da vicino quelle dell’estate londinese del 2011. A Milano tornano al centro del dibattito il disagio delle periferie e l’esclusione di una parte dei giovani. Da Parigi circolano sui social video di ragazzi incappucciati che svaligiano negozi di marchi internazionali, appropriandosi di scarpe, vestiti e beni di consumo. E osservando città come Bruxelles, dove vivo oggi, è difficile non notare come esistano molte delle stesse condizioni che rendevano Londra una polveriera sociale già quindici anni fa.

La domanda che molti si pongono è sempre la stessa: come possono questi ragazzi criticare il sistema e allo stesso tempo desiderarne i simboli? Ma forse la risposta era già evidente nel 2011.

Quei giovani non stavano rifiutando la società dei consumi. Stavano cercando disperatamente di entrarvi. Le scarpe Nike, gli smartphone o i vestiti firmati non rappresentavano una contestazione del capitalismo, ma il desiderio di essere riconosciuti all’interno di un sistema che li aveva esclusi da quasi tutto il resto. Nel frattempo, molte delle cause che alimentavano quel disagio non sono scomparse. Anzi.

Il costo della vita cresce più rapidamente dei salari. L’accesso alla casa è sempre più difficile. Il lavoro è spesso precario. Ma soprattutto si rafforza la percezione che l’ascensore sociale si sia fermato. Che chi nasce privilegiato continuerà ad accumulare vantaggi e opportunità, mentre chi nasce ai margini avrà possibilità sempre più ridotte di cambiare il proprio destino. È questa sensazione di futuro negato che dovrebbe preoccuparci.

Per anni il neoliberismo ha promesso crescita e prosperità diffuse. Oggi una parte crescente della popolazione europea percepisce invece stagnazione, insicurezza e assenza di prospettive. La risposta politica, però, appare limitata a due alternative: continuare sulla stessa strada oppure affidarsi a un populismo nazionalista che intercetta il malcontento senza mettere in discussione i meccanismi economici che lo producono, preferendo individuare nemici esterni e capri espiatori.
Nel frattempo il risentimento continua ad accumularsi.

Quindici anni fa Londra era un avvertimento. Oggi quel disagio attraversa gran parte delle città europee.
La vera domanda non è perché certe scene si ripetano.
La vera domanda è perché, dopo quindici anni, continuiamo a produrre le stesse condizioni che le rendono possibili.

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Perché proprio Milano? Qualcosa vorrà dire se i redditi al Duomo sono cinque volte Quarto Oggiaro

22 October 2026 at 05:53

di Carlo Sorgi

Parlare oggi di giovani appare perlomeno generico e fuorviante se pensiamo a quello che succede nelle piazze in Italia , in Europa e anche negli Stati Uniti. Specificità ci sono sicuramente nelle manifestazioni in Spagna, legate fondamentalmente al problema dell’abitazione ed al diritto di abitare negato. Contenuti analoghi animano le proteste in Portogallo.

Il tema dell’abitare possibile per altro costituisce uno degli argomenti fondamentali per il successo della campagna elettorale di Mamdani a New York ed anche del partito Die Linke a Berlino. Anche a Roma l’esperienza di Spin Time mobilita da tempo le forze progressiste. Le proteste in Albania nascono invece da un profondo malcontento sociale ed economico legato alla crisi delle università, al carovita, alla corruzione diffusa e al governo del primo ministro Edi Rama. Le rivolte studentesche sono invece caratteristiche della situazione francese e italiana, dove l’UDU e la Rete degli Studenti Medi organizza manifestazioni in molte città per il diritto allo studio e ad una vita dignitosa. Bellissima la manifestazione della Via Maestà a Roma del 17 ottobre.

In questo contesto di grande mobilitazione politica si inserisce la rivolta di giovani e giovanissimi scoppiata sabato 17 a Milano e in altre città del nord, proseguite a Milano domenica 18. Il 17 ottobre in piazza Duomo era stata convocata una mobilitazione contro il carovita, con appuntamenti in diverse città e un richiamo circolato su TikTok e su Telegram in particolare dalla piattaforma “L’Italia in piazza”. I protagonisti degli scontri non erano gli studenti che avevano convocato la manifestazione, ma ragazzi giovanissimi, italiani e stranieri, spesso minorenni, provenienti dalle periferie milanesi e da altri comuni del Norditalia. Giovani che il sabato pomeriggio frequentano il centro città e che, una volta innescato il conflitto, hanno approfittato della confusione per porre in essere violenza e devastazione.

Il 18 ottobre la dinamica è stata diversa. Non c’era una manifestazione politica convocata pubblicamente, ma un appuntamento che è circolato solo sui social media.

“Bisogna indossare occhiali nuovi e disporsi a categorie inedite per leggere ciò che avviene nelle piazze in questi giorni e per cogliere il senso politico dell’insorgenza dei giovanissimi che ha come epicentro Milano” ci dice Giuliano Santoro sul Manifesto e sicuramente le categorie di destra e sinistra non servono a niente se vogliamo cercare una spiegazione senza dare etichette a quello che è successo. Il passato in qualche modo ci aiuta. La mente torna a Parigi, 2005: “I giovani dalle banlieue misero a ferro e fuoco la città di Parigi con la rivolta portata nel cuore della Ville Lumière. Erano minorenni apparentemente senza guida politica anche allora, soprattutto ma non solo figli di immigrati, la seconda/terza generazione” ci ricorda Gigi Riva su Domani.

Perché è successo a Milano? Secondo le elaborazioni di Eures – European Employment Services- sui redditi dichiarati, il capoluogo lombardo ha l’indice di Gini (il coefficiente di Gini è un indicatore economico che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza) più alto fra le città italiane 0,54 contro una media nazionale di 0,43. E il quartiere dove la forbice è più larga, con un valore record di 0,71, è proprio Duomo-Crocetta – teatro delle devastazioni- dove il reddito medio lordo supera i 94 mila euro mentre a Quarto Oggiaro si scende a 18 mila euro, un rapporto quasi di uno a cinque. Qualcosa vorrà dire.

Allora cerchiamo non di giustificare ma di capire quello che sta succedendo perché altrimenti ci ritroviamo dieci, cento mille decreti sicurezza uno più inutile, pragmaticamente, e più pericoloso, in termini di spazi democratici, degli altri.
“Se non avessimo in Italia ben 1,28 milioni di minorenni in povertà assoluta forse non avremmo assistito a quanto accaduto nei giorni scorsi. Si tratta della fascia di età con la maggiore incidenza di persone in povertà assoluta tra i residenti nel nostro paese. E anche questa è violenza, di tipo strutturale” ha scritto Susanna Marietti, coordinatrice di Antigone sul suo Blog sul Fatto Quotidiano.

Il problema centrale è di ridistribuzione della ricchezza, di lotta alla povertà e al disagio sociale. Se quella che è oggi l’opposizione non ha neppure il coraggio di parlare unitariamente di patrimoniale, affannandosi nelle alchimie incomprensibili di primarie, insieme con una lotta dura e inflessibile contro l’evasione fiscale dove li troviamo i soldi per la sanità, il lavoro, la casa, la scuola, in una parola per la giustizia sociale? Come facciamo ad attuare la Costituzione, che vuole che la Repubblica rimuova gli ostacoli economici e sociali per la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, se abbiamo una società sempre più diseguale?

I giovani che hanno sfasciato le vetrine e ai quali questa società ha sfasciato il futuro non andranno a votare, ammesso che siano maggiorenni, perché nessuno risponde al loro grido disperato. Alla destra va bene, questo per loro non è un paese per giovani ancora di più da quando governa Meloni. Non a caso il suo primo atto è stata una dichiarazione di guerra nei loro confronti, il decreto rave. Completamente inutile che non ha portato a nessuna condanna definitiva. Chiacchiere e distintivo.

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