Quote SuperStar • 5 punti più SuperStar: vincitori • 4 punti più SuperStar: 3 vincitori totalizzano € 31.682,00 • 3 punti più SuperStar: 116 vincitori totalizzano € 2.486,00 • 2 punti più SuperStar: 1506 vincitori totalizzano € 100,00 • 1 punti più SuperStar: 10019 vincitori totalizzano € 10,00 • 0 punti più SuperStar: 22924 vincitori totalizzano € 5,00
Estrazioni del Lotto
Ruota
1° estr.
2° estr.
3° estr.
4° estr.
5° estr.
Bari:
11
35
78
39
36
Cagliari:
27
52
13
3
21
Firenze:
51
87
73
53
67
Genova:
63
67
70
1
5
Milano:
44
49
21
22
48
Napoli:
32
26
67
25
35
Palermo:
19
32
38
11
85
Roma:
5
74
43
78
11
Torino:
74
66
81
80
51
Venezia:
12
51
63
9
84
Nazionale:
59
22
14
54
12
Estrazione del 10eLotto serale
5
11
12
13
19
26
27
32
35
44
49
51
52
63
66
67
73
74
78
87
Numero oro: 11
Doppio oro: 11 35
Prossima estrazione
La prossima estrazione del Lotto, SuperEnalotto e 10eLotto serale sarà alle 20:00 del martedì 20 ottobre 2026. Puoi giocare fino alle 19:30 del giorno dell’estrazione. Il jackpot del SuperEnalotto è di € 41.900.000,00 milioni e il montepremi complessivo è di 41,9 milioni di euro.
Estrazione precedente
Nell’ estrazione precedente di venerdì 16 ottobre 2026, non ci sono stati né 6 né 5+.
Integrare la pensione con un piccolo lavoretto non farà più perdere un intero anno di assegno. Con la sentenza n. 26864, la Corte di Cassazione ha stravolto la propria linea guida su Quota 100, sbarrando la strada alle richieste di restituzione integrale avanzate dall’Inps.
Il divieto di cumulo tra reddito da lavoro e pensione anticipata resta in vigore, ma la decurtazione applicata dall’Istituto di previdenza dovrà essere limitata esclusivamente alle somme incassate tramite l’attività lavorativa.
Dalla contestazione di Bari alla svolta in Cassazione
La vicenda giudiziaria che ha portato a questo cambio di rotta riguarda un ex lavoratore pugliese che nel 2020 aveva svolto alcune collaborazioni per un compenso complessivo inferiore a 5.000 euro. Il contribuente riteneva che le prestazioni rientrassero nel lavoro autonomo occasionale, l’unica eccezione ammissibile sotto tale soglia per chi è andato in pensione con Quota 100.
L’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale ha invece riqualificato quei contratti come collaborazioni coordinate e continuative, esigendo la restituzione dell’intero anno di assegni.
Dopo le pronunce favorevoli all’Inps in primo e secondo grado presso il Tribunale e la Corte d’Appello di Bari, la Cassazione ha parzialmente ribaltato la situazione: pur confermando l’illegittimità del cumulo per le co.co.co., gli ermellini hanno stabilito che la trattenuta deve limitarsi all’importo effettivamente guadagnato, rinviando la causa ai giudici pugliesi per ricalcolare la cifra corretta.
Cosa cambia per i pensionati che vogliono arrotondare
I giudici hanno fatto valere un chiaro principio di proporzionalità. Ora l’Ente di previdenza non potrà più pretendere la restituzione dell’intera annualità a fronte di guadagni minimi, ma solo la cifra corrispondente al compenso percepito.
La decisione frena i maxi-recuperi dell’Inps, garantendo una tutela fondamentale per chi ha svolto brevi prestazioni senza intenzione di eludere le norme sul pensionamento anticipato. Resta tuttavia fermo il vincolo normativo: per non incorrere nel divieto di cumulo, qualsiasi attività lavorativa svolta prima dei requisiti della pensione di vecchiaia deve mantenere un carattere rigorosamente occasionale e rientrare entro il tetto dei 5.000 euro annui.
Nonostante il mancato rinnovo dello sconto sulle accise, le difficoltà di approvvigionamento e i blocchi dovuti agli scioperi, trovare distributori di carburante con prezzi inferiori alla media è ancora possibile.
Facile.it ha elaborato i dati del Mimit offrendo una fotografia dettagliata del panorama nazionale. In ogni caso, le medie generali restano ormai stabilmente sopra la soglia dei 2 euro al litro.
In quali Regioni la benzina costa meno di 2 euro
In tutta Italia, oltre la metà dei distributori analizzati — circa 10.223 impianti — vende la benzina al self-service a un prezzo inferiore alla soglia dei 2 euro al litro.
Regione
Impianti sotto i 2 euro al litro
Valle d’Aosta
62%
Sicilia
60%
Marche
60%
Lazio
58%
Lombardia
56%
Piemonte
55%
Toscana
54%
Abruzzo
52%
Liguria
52%
Emilia-Romagna
51%
Veneto
51%
Friuli-Venezia Giulia
50%
Puglia
49%
Sardegna
49%
Umbria
49%
Trentino-Alto Adige
45%
Molise
44%
Calabria
42%
Campania
37%
Basilicata
36%
In quali Regioni il gasolio costa di più
Sul fronte del gasolio la situazione è decisamente più grave. A livello nazionale, soltanto il 26% dei distributori (circa 5.030 impianti su oltre 19.500 monitorati) vende il diesel a meno di 2,20 euro al litro.
Regione
Impianti sotto i 2,20 euro al litro
Marche
38%
Abruzzo
36%
Lazio
31%
Umbria
31%
Friuli-Venezia Giulia
30%
Liguria
30%
Valle d’Aosta
30%
Piemonte
27%
Toscana
27%
Trentino-Alto Adige
27%
Emilia-Romagna
26%
Molise
26%
Sardegna
26%
Sicilia
26%
Veneto
25%
Lombardia
24%
Puglia
24%
Calabria
19%
Basilicata
16%
Campania
14%
Medie nazionali e l’azione del Governo
Nonostante la presenza di stazioni virtuose, le rilevazioni mostrano che le medie nazionali restano molto elevate. Sulla rete ordinaria si spendono in media 2,034 euro al litro per la benzina e 2,256 euro per il diesel, mentre in autostrada i listini salgono rispettivamente a 2,048 e 2,278 euro al litro.
Sulla questione è intervenuto il ministro Adolfo Urso, confermando l’attenzione del Mimit e il costante monitoraggio della rete in stretta sintesi con il Ministero dei Trasporti, che ha già avviato i tavoli di confronto con le categorie dell’autotrasporto per arginare l’impatto dei rincari sull’economia reale.
Scioperi al Sud: perché i prezzi si sono alzati prima
Il mancato adeguamento dei prezzi alle pompe da parte dei distributori del Mezzogiorno non è riconducibile solo a manovre speculative, ma è la conseguenza diretta di una grave paralisi logistica e dell’effetto corsa al pieno.
Già nelle ore precedenti l’inizio effettivo dello sciopero, l’annuncio delle mobilitazioni degli autotrasportatori e i blocchi delle forniture presso i cancelli dell’area industriale di Taranto e delle raffinerie Eni hanno scatenato la psicosi del rifornimento.
La corsa anticipata delle famiglie per riempire i serbatoi ha prosciugato le cisterne degli impianti in Campania, Calabria e Basilicata prima ancora che i conducenti dei camion incrociassero le braccia. Molti gestori hanno così ritoccato per eccesso i listini già prima del blocco, in modo da razionare le ultime giacenze e coprire l’incertezza sui tempi di riapprovvigionamento con un profitto preventivo.
Il proverbiale sovrapprezzo sulle polizze auto per i conducenti privati del Sud Italia potrebbe trovare la sua fine. Lo ha annunciato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, con una riforma del sistema RC auto inserita nel Ddl Concorrenza.
L’obiettivo è superare la penalizzazione legata alla residenza geografica. L’annuncio è arrivato venerdì 16 ottobre a Napoli, durante una conferenza stampa organizzata dal gruppo regionale di Fratelli d’Italia.
Le parole del Ministro
Durante l’incontro al Consiglio regionale della Campania, Urso ha sottolineato la necessità di un cambio di passo strutturale:
«L’obiettivo è ridurre il costo delle assicurazioni per gli automobilisti virtuosi del Mezzogiorno, legando le tariffe ai comportamenti dei singoli guidatori e riducendo il peso, oggi sproporzionato, del fattore territoriale».
Pregiudizio o verità?
Le parole del ministro riflettono un’anomalia storica del mercato assicurativo italiano. In province come Napoli e Caserta, un automobilista in prima classe di merito e senza alcun sinistro a carico arriva a pagare una polizza fino al doppio rispetto a un guidatore con lo stesso profilo residente in Lombardia.
La riforma punta a spezzare questo meccanismo che da decenni scarica sui cittadini onesti le inefficienze e l’alto tasso di frodi locali. Le più recenti rilevazioni Ivass confermano infatti che in Campania oltre il 20% delle denunce di sinistro presenta indicatori di anomalia, contro una media nazionale dell’8%. Inoltre, i contenziosi legali della Regione rappresentano da soli oltre un terzo del totale italiano nel settore delle polizze.
In cosa consiste la riforma dell’RC Auto
L’intervento normativo, che intende diventare operativo entro l’inizio del 2027 tramite i decreti attuativi della legge sulla concorrenza, si basa su tre pilastri principali:
superamento del vincolo del CAP e della residenza anagrafica come parametro prevalente
uso centrale della telematica e della scatola nera per monitorare lo stile di guida reale
premialità e sconti significativi per i guidatori virtuosi a prescindere dalla provincia di residenza
I prezzi delle assicurazioni scenderanno davvero?
La domanda che tutti gli automobilisti del Mezzogiorno si pongono è se questa riforma porterà a un reale risparmio. La risposta dipende però dall’equilibrio tra la disponibilità degli automobilisti e le strategie di profitto delle compagnie assicurative.
Da un lato, i guidatori del Sud hanno già dimostrato una forte propensione alla tracciabilità. In Campania quasi il 40% delle auto monta la scatola nera, contro il 21% della media nazionale. Insomma, sono molti i cittadini che accettano un monitoraggio telematico e costante pur di abbattere i costi.
Dall’altro lato, resta un’incognita legata ai bilanci delle imprese assicuratrici. Per non intaccare i propri profitti a fronte dei tagli applicati al Mezzogiorno, le compagnie potrebbero ricalibrare gli algoritmi alzando le tariffe a chi rifiuta la black box o semplicemente ai profili ritenuti a rischio. La reale efficacia del provvedimento dipenderà quindi dai vincoli che i decreti attuativi riusciranno a imporre al mercato.
Quest’anno il Black Friday è in programma venerdì 27 novembre 2026, mentre il Cyber Monday è previsto per lunedì 30 novembre. Le offerte, però, potrebbero iniziare molto prima, con campagne promozionali distribuite lungo tutto il mese e iniziative dedicate ai clienti delle singole piattaforme.
Ma acquistare oggi nelle settimane che precedono l’evento può essere conveniente o meglio aspettare le offerte di novembre? La risposta dipende dal prodotto, dall’andamento dei prezzi e dalla capacità di distinguere uno sconto reale da una promozione soltanto apparente.
Black Friday 2026: quando conviene acquistare
Il fine ultimo per i consumatori non è acquistare al prezzo più basso ma comprendere quando un’offerta rappresenta davvero un’occasione di risparmio. Tra campagne promozionali anticipate, ribassi temporanei e prezzi di riferimento che possono rendere più appariscente lo sconto, confrontare le alternative è fondamentale per evitare acquisti impulsivi e proteggere il proprio budget, senza la pressione delle offerte a tempo. Chi ha già individuato un prodotto può verificare quanto costa nei diversi negozi, controllare le caratteristiche tecniche e stabilire una soglia di spesa oltre la quale non è disposto ad andare.
Durante il Black Friday, invece, il rischio è lasciarsi condizionare dalla percentuale di sconto o dalla paura di perdere un’occasione. Un prodotto pubblicizzato con un ribasso del 40% non è necessariamente più conveniente di uno scontato del 15% in un altro negozio: conta il prezzo finale, a parità di modello e condizioni di vendita.
Comprare adesso o aspettare novembre? I fattori da valutare
La scelta dipende anche dalla categoria merceologica. Per l’elettronica e gli elettrodomestici, confrontare più rivenditori è particolarmente utile perché lo stesso prodotto può essere venduto a prezzi differenti anche al di fuori delle grandi campagne promozionali. Per smartphone, computer, televisori e piccoli elettrodomestici, è opportuno controllare il codice esatto del modello, la memoria disponibile, gli accessori inclusi e le condizioni della garanzia.
Un’offerta apparentemente più vantaggiosa potrebbe infatti riguardare una versione meno accessoriata o un modello precedente. In questi casi, il confronto deve partire dalle caratteristiche del prodotto e non dalla percentuale di sconto esposta nella pubblicità.
Per gli acquisti non urgenti, aspettare novembre con il Black Friday può essere una strategia ragionevole, soprattutto se si vuole verificare se il prezzo scende ulteriormente. Non esiste, tuttavia, una regola valida per tutti i prodotti: un ribasso già consistente potrebbe non essere superato durante il Black Friday, mentre alcune offerte potrebbero risultare più interessanti soltanto per un periodo limitato. Anche la disponibilità ha un peso. Un prodotto molto richiesto potrebbe esaurirsi prima della giornata ufficiale, ma la scarsità segnalata da un sito non dovrebbe diventare un motivo sufficiente per acquistare senza confronti.
Per chi deve sostituire un elettrodomestico guasto o ha una necessità concreta, può essere più sensato scegliere un’offerta verificata oggi anziché attendere un ribasso futuro che non è garantito. Se invece l’acquisto è programmabile, il tempo a disposizione permette di raccogliere informazioni e decidere con maggiore consapevolezza.
Come capire se lo sconto è reale
Il prezzo barrato è uno degli elementi che attirano maggiormente l’attenzione durante le campagne promozionali. Ma è anche il dato da controllare con più attenzione. La normativa italiana, attraverso l’articolo 17-bis del Codice del consumo, prevede che gli annunci di riduzione del prezzo indichino, come riferimento, il prezzo più basso applicato dal venditore alla generalità dei consumatori nei 30 giorni precedenti. La regola si applica anche alle promozioni online e ai negozi fisici, con alcune specificità previste per determinati casi, tra cui i prodotti commercializzati da meno di 30 giorni. Il prezzo di listino o quello consigliato dal produttore può essere riportato come informazione aggiuntiva, ma non sostituisce il riferimento previsto dalla legge.
La distinzione è importante perché un ribasso calcolato sul prezzo di listino può sembrare molto elevato anche quando il prodotto viene venduto abitualmente a una cifra inferiore. Per valutare la convenienza, quindi, bisogna considerare il prezzo di riferimento corretto e, soprattutto, verificare quanto costa realmente il prodotto sul mercato. In base ad un’indagine realizzata da Altroconsumo il 12 febbraio 2026 su 208 siti di commercio elettronico, nel 62% dei casi le indicazioni sul prezzo di riferimento non rispettavano correttamente le regole oppure risultavano assenti. In particolare, il 41% dei siti non indicava il prezzo di riferimento previsto dalla normativa, mentre il 21% utilizzava criteri differenti da quello richiesto. Questi dati non significano che tutte le offerte siano ingannevoli, ma dimostrano perché sia utile non fermarsi al cartellino promozionale.
Monitorare i prezzi prima del Black Friday
Uno degli strumenti più efficaci per riconoscere un vero risparmio è lo storico dei prezzi. Esistono comparatori e servizi online che permettono di seguire l’andamento del costo di un prodotto nel tempo e di verificare se il prezzo attuale sia effettivamente interessante rispetto alle settimane precedenti.
Il monitoraggio consente di rispondere a una domanda concreta: quanto avrei pagato lo stesso articolo prima dell’inizio della promozione? Se un prodotto viene venduto a 500 euro da diverse settimane e durante il Black Friday scende a 450 euro, il risparmio rispetto al prezzo abituale è di 50 euro. Se invece il ribasso pubblicizzato viene calcolato su un prezzo di listino di 700 euro, la percentuale di sconto può apparire molto più elevata senza rappresentare il confronto più utile per il consumatore.
È importante, inoltre, confrontare lo stesso modello presso più rivenditori. Un prezzo inferiore può essere accompagnato da spese di spedizione più alte, tempi di consegna più lunghi o condizioni di reso meno favorevoli. Per questo, il costo da considerare è quello complessivo dell’acquisto. Un altro accorgimento consiste nel fissare in anticipo il budget e il prezzo massimo che si è disposti a pagare. Se l’obiettivo è acquistare un televisore a meno di 600 euro, per esempio, è preferibile concentrarsi sui modelli che rispettano questa soglia anziché lasciarsi attirare da prodotti più costosi soltanto perché presentati come occasioni imperdibili.
Il vero risparmio non dipende dalla data
Comprare prima del Black Friday o aspettare novembre non è una scelta che si possa risolvere con una regola generale. Il momento migliore è quello in cui si trova un prodotto adeguato alle proprie esigenze a un prezzo realmente conveniente, senza sacrificare qualità, sicurezza e condizioni di vendita. Chi ha tempo può iniziare subito a monitorare i prezzi e confrontare le offerte, arrivando alla fine di novembre con un riferimento concreto. Chi trova già un prezzo interessante può acquistare senza dare per scontato che il Black Friday porterà necessariamente un ulteriore ribasso.
La strategia più efficace è dunque separare la decisione di acquistare dalla pressione della promozione: stabilire cosa serve, definire il budget, verificare lo storico dei prezzi e confrontare il costo finale.
Dal 2020 le padelle antiaderenti non possono essere prodotte con PFOA, ovvero l’acido perfluoroottanoico. Si tratta di una sostanza della famiglia dei PFAS, le sostanze considerate cancerogene per la salute umana dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. Da allora molti prodotti presentano la scritta “senza PFAS”. Non tutti i produttori mantengono la promessa allo stesso modo: in diversi test di laboratorio sono state trovate tracce di queste sostanze.
Ci sono poi produttori che vengono accusati apertamente di fare ancora uso di tali sostanze, in un contesto nel quale l’Europa si sta impegnando attivamente per vietare i PFAS nei prodotti di consumo di uso quotidiano. Ci sono delle deroghe per alcuni settori considerati critici, come la difesa e la sanità; la proposta ufficiale è attesa per l’inizio del 2027, dopo la relazione finale dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche che arriverà a dicembre.
L’Europa vieta le sostanze PFAS?
La direzione dell’Europa sembra essere quella del divieto delle sostanze PFAS. Anche i lobbisti, come cita Euronews, sono per la riduzione di queste sostanze in maniera sensata, ma anche misurata e proporzionata.
La proposta di legge è attesa per l’inizio del 2027, dopo l’arrivo della relazione finale dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche, prevista per dicembre 2026. Già nel marzo 2026 però l’agenzia aveva affermato che le sostanze PFAS “rappresentano rischi crescenti per le persone e per l’ambiente”, chiedendo un divieto generalizzato del loro utilizzo, con eccezioni in assenza di alternative.
Alternative che esistono in cucina, e per questo uno dei settori che dovrebbe veder sparire i PFAS è proprio questo.
Il caso delle pentole SEB
Un produttore di pentole francese, Groupe SEB, è stato raggiunto da un ultimatum di tre organizzazioni ambientaliste. Secondo queste, il gruppo continua a utilizzare PFAS in alcune sue pentole antiaderenti. Scrivono che l’azienda utilizza un approccio “obsoleto e inadeguato”, ma soprattutto non conforme ai requisiti di legge previsti tanto dalla normativa europea quanto da quella francese in materia di responsabilità sociale d’impresa.
L’azienda continuerebbe a utilizzare il PTFE, che è un tipo di PFAS impiegato da molti altri produttori, nello specifico da chi produce pentole e padelle, per via della resistenza all’acqua, alle macchie e al grasso. Rispetto ad altri PFAS tossici, il PTFE non è stato collegato al cancro. Secondo le organizzazioni ambientaliste, però, l’azienda ha utilizzato pratiche commerciali ingannevoli legate alla campagna pubblicitaria di questo prodotto, raccontandolo come totalmente sicuro.
Perché, anche se il PTFE non è tossico, come spiegano gli esperti è il modo in cui viene prodotto e smaltito che può rilasciare PFAS tossici. Uno dei metodi di smaltimento errati è quello tramite incenerimento. Quindi questi prodotti, se utilizzati quotidianamente, non causano problemi di salute, ma la maniera nella quale sono stati prodotti e il modo in cui saranno smaltiti in futuro potrebbero aver contaminato o contaminare l’ambiente.
Le accuse arrivano in un momento di acceso dibattito in attesa della legge del 2027. A questa diffida l’azienda ha risposto che “esaminerà i contenuti e risponderà in conformità con la legge”.
Inquinamento da PFAS in Europa
Non c’è quindi in gioco soltanto la salute singola di chi acquista una padella antiaderente con PFAS, ma anche un più ampio fenomeno di inquinamento. I PFAS sono diventati un simbolo della crisi ambientale. Il Belgio, per esempio, è stato denunciato per violazione dei diritti umani per la sua incapacità di affrontare la contaminazione da PFAS.
Hélène Duguy, ambientalista di ClientEarth:
I PFAS sono piuttosto emblematici di una realtà sociale diffusa, che accetta danni collaterali in nome di profitti a breve termine.
Sono sostanze difficili da rimuovere dall’ambiente e possono avere effetti dannosi sulla salute umana. L’inquinamento da PFAS, inoltre, è particolarmente diffuso in Europa. Secondo le indagini del 2023, in tutto il continente ci sono circa 23.000 siti contaminati da PFAS. In Italia 300 famiglie saranno risarcite proprio a causa della diffusione di PFAS.
All’inizio del 2026 è entrata in vigore una normativa che impone ai singoli Stati di monitorare i livelli di PFAS nell’acqua potabile. Nel caso i risultati siano superiori ai limiti, dovranno adottare misure per ridurre i livelli e tutelare la salute pubblica. Il problema, secondo le organizzazioni, è che in questo modo si agisce sul sintomo ma non sulla prevenzione, ovvero andando alla fonte per fermare la produzione, la commercializzazione o il rilascio stesso dei PFAS.
L’indennizzo per i concessionari balneari uscenti potrà comprendere anche il valore dei beni già ammortizzati, purché siano ancora utilizzabili e possano generare un beneficio economico per chi subentra. È uno dei criteri indicati nelle nuove linee guida elaborate dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (Cndcec), destinate a contribuire alla definizione delle regole per le future gare sulle concessioni demaniali marittime.
Il documento punta a rendere più omogenea la valutazione degli investimenti effettuati dagli attuali gestori degli stabilimenti, stabilendo criteri comuni per determinare l’eventuale compensazione economica dovuta al termine della concessione. Un altro principio riguarda gli interventi abusivi: se l’ente concedente segnala che un investimento interessa opere realizzate o modificate illegittimamente, il relativo valore non viene incluso nel calcolo dell’indennizzo, salvo diversa indicazione dell’amministrazione.
Concessioni balneari: bando-tipo atteso il 22 ottobre
Le linee guida si inseriscono nel percorso di preparazione delle gare per l’assegnazione delle concessioni balneari, che dovranno svolgersi nel quadro della direttiva europea Bolkestein. Il 22 ottobre il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, presenterà alla Conferenza unificata Stato-Regioni la proposta di bando-tipo, secondo quanto annunciato dal ministro del Turismo Gianmarco Mazzi a margine dell’assemblea nazionale delle imprese balneari di Rimini.
Il modello è destinato a fornire ai Comuni un riferimento per predisporre le procedure di selezione, con l’obiettivo di arrivare ai rinnovi delle concessioni entro settembre 2027. Le linee guida dei commercialisti dovrebbero costituire parte integrante del bando-tipo, offrendo indicazioni operative per la stima del valore degli investimenti da riconoscere al concessionario uscente.
La bozza prevede che la durata delle nuove concessioni sia stabilita nel bando, entro un intervallo compreso tra un minimo di cinque anni e un massimo di venti. Le regole non riguardano soltanto gli stabilimenti balneari, ma anche le attività di ristorazione, le spiagge libere attrezzate, le aree demaniali marittime destinate allo sport e altre tipologie di utilizzo, come i punti di ormeggio.
Come si determina l’indennizzo per il concessionario uscente
Il compenso riconosciuto al gestore che perde la concessione balneare non comprende automaticamente tutte le spese sostenute nel corso dell’attività. Per ottenere l’indennizzo, gli investimenti devono avere ancora una rilevanza economica per chi subentra, perché consentono di utilizzare opere e strutture esistenti oppure di evitare nuovi costi.
Le linee guida del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili individuano due elementi da considerare nella stima: il valore degli investimenti, al netto degli eventuali contributi pubblici ricevuti, e un’equa remunerazione degli investimenti realizzati negli ultimi cinque anni della concessione.
Il criterio centrale è quindi l’utilità che le opere possono conservare dopo il passaggio di gestione. Il vantaggio per il nuovo concessionario non deve necessariamente tradursi in un guadagno diretto: può consistere anche nella possibilità di risparmiare sulle spese che sarebbero necessarie per realizzare nuove strutture o interventi.
Questo principio vale anche per i beni già completamente ammortizzati sul piano contabile. Se continuano a essere utilizzabili e mantengono un valore economico per il gestore subentrante, possono essere inclusi nella valutazione. L’ammortamento, dunque, non determina da solo l’esclusione dall’indennizzo: occorre verificare le condizioni del bene e il beneficio che può ancora offrire.
Quali investimenti possono essere indennizzati
Per stabilire quali spese possano concorrere alla determinazione dell’indennizzo, le linee guida distinguono gli investimenti in base alla destinazione dei beni al termine della concessione. Le categorie individuate sono tre.
beni che restano al concessionario uscente: rientrano in questo gruppo, per esempio, lettini e ombrelloni che il gestore può conservare e portare via alla scadenza del contratto. Non essendo destinati a essere trasferiti al nuovo concessionario o all’amministrazione, non danno diritto all’indennizzo previsto per gli investimenti che rimangono nella disponibilità pubblica o vengono acquisiti dal subentrante;
beni destinati all’ente concedente: si tratta delle opere che, alla fine della concessione, passano nella titolarità e nella disponibilità dell’amministrazione, secondo quanto previsto dall’articolo 49 del Codice della navigazione. Un esempio è rappresentato dalle piattaforme che facilitano l’accesso alla spiaggia alle persone con disabilità.
investimenti su beni demaniali: questa categoria comprende gli interventi realizzati su beni pubblici messi a disposizione del concessionario durante la gestione e che devono essere restituiti alla scadenza.
Opere abusive: quando l’indennizzo è escluso
Le linee guida affrontano anche il caso degli investimenti collegati a opere realizzate o modificate in violazione delle norme edilizie e delle autorizzazioni richieste.
Il professionista incaricato della stima non è tenuto a verificare autonomamente la regolarità urbanistica ed edilizia di ogni bene oggetto della valutazione. Spetta all’ente concedente segnalare eventuali irregolarità rilevanti. Quando l’amministrazione comunica che un investimento riguarda un’opera abusiva, il relativo valore non viene conteggiato ai fini dell’indennizzo, salvo diverse indicazioni dell’ente stesso.
Chi effettua la perizia e chi paga
Per garantire criteri omogenei tra i diversi territori, le stime dovranno essere affidate a commercialisti individuati dall’ente concedente all’interno di una rosa di cinque nominativi indicati dal presidente del Cndcec. Le linee guida servono proprio a orientare il lavoro dei professionisti, limitando il rischio che investimenti analoghi siano valutati in modo diverso da un Comune all’altro.
Le spese della perizia sono a carico del concessionario uscente. La bozza di bando-tipo prevede inoltre la possibilità di rinunciare alla valutazione e, di conseguenza, a qualsiasi indennizzo. La quantificazione della compensazione rappresenta uno degli aspetti più delicati delle procedure di rinnovo, perché deve conciliare il riconoscimento degli investimenti che conservano un’utilità economica con l’esigenza di assegnare le concessioni attraverso procedure aperte e trasparenti.
Gli altri elementi della bozza-tipo
L’indennizzo è soltanto uno degli elementi del nuovo quadro per le concessioni balneari. La bozza di bando-tipo prevede anche che la scelta del nuovo gestore tenga conto delle garanzie offerte per un utilizzo proficuo del bene demaniale, coerente con l’interesse pubblico, e della capacità di assicurare la continuità dei servizi e delle attività.
I bandi dovranno inoltre indicare il numero di lavoratori del concessionario uscente per i quali l’attività rappresenta la principale fonte di reddito personale e familiare. Questa informazione consentirà ai partecipanti di valutare l’eventuale impegno ad assumere il personale già impiegato.
Italia e Commissione europea hanno raggiunto un’intesa preliminare sulle misure del decreto Bollette per contenere il costo dell’elettricità per famiglie e imprese. L’accordo, maturato il 16 ottobre dopo un confronto tecnico tra Roma e Bruxelles, apre la strada a un intervento sul prezzo dell’energia senza modificare le regole europee sulle emissioni.
Il risultato rappresenta un passaggio importante per il governo guidato da Giorgia Meloni, che da tempo chiede maggiore flessibilità per affrontare il caro energia. Il punto centrale riguarda la possibilità di ridurre l’impatto del prezzo del gas sulla formazione del prezzo dell’elettricità, attraverso un meccanismo di compensazione dei costi sostenuti dalle centrali elettriche.
L’intesa, tuttavia, non equivale ancora all’approvazione definitiva del provvedimento. L’Italia dovrà notificare formalmente alla Commissione europea il testo aggiornato del piano, che sarà esaminato alla luce delle norme comunitarie sugli aiuti di Stato e sulla concorrenza. Bruxelles ha annunciato l’intenzione di procedere rapidamente con la valutazione una volta ricevuta la documentazione.
Come funziona il meccanismo per abbassare le bollette
Per capire la portata dell’accordo bisogna partire dal funzionamento del mercato elettrico. In Italia l’elettricità viene prodotta attraverso diverse fonti, tra cui solare, eolico, idroelettrico e gas naturale. Il prezzo all’ingrosso, però, è generalmente determinato dall’impianto più costoso necessario a soddisfare la domanda in un determinato momento.
Spesso si tratta di una centrale a gas, soprattutto quando le fonti rinnovabili non sono sufficienti a coprire il fabbisogno. Di conseguenza, un aumento del costo del combustibile può far salire il prezzo dell’elettricità sul mercato, influenzando anche l’energia prodotta da impianti solari ed eolici, che non devono acquistare gas per funzionare. È questo il meccanismo sul quale il governo vuole intervenire. L’ipotesi è introdurre un tetto convenzionale al costo del gas utilizzato per produrre elettricità, così da ridurre il peso dei rincari nella determinazione del prezzo finale dell’energia.
In concreto, il sistema dovrebbe prevedere un livello di riferimento per il costo del combustibile. Se il prezzo effettivo del gas supera tale soglia, la differenza verrebbe compensata attraverso un apposito meccanismo. Il costo riconosciuto per la produzione elettrica risulterebbe così più contenuto e potrebbe contribuire a ridurre il prezzo dell’elettricità sul mercato all’ingrosso. La misura non consiste quindi nell’imporre un tetto generalizzato al prezzo del gas per tutti gli utilizzi, ma nell’intervenire sul costo del combustibile impiegato dalle centrali elettriche. Le modalità operative, la soglia di riferimento e il sistema di finanziamento dovranno essere precisati nel testo definitivo del decreto.
Chi pagherà la differenza tra il prezzo reale e il tetto
Uno degli aspetti centrali del piano riguarda il finanziamento delle compensazioni. Secondo il meccanismo descritto dal governo, lo Stato dovrebbe coprire la differenza tra il costo effettivo del gas e quello convenzionale riconosciuto ai fini della produzione elettrica.
L’obiettivo è evitare che il prezzo elevato del combustibile continui a trasferirsi integralmente sul mercato dell’elettricità. In questo modo, il sistema dovrebbe contribuire a contenere i costi sostenuti dagli operatori e, attraverso la riduzione dei prezzi all’ingrosso, favorire un alleggerimento delle bollette. La Commissione europea ha fissato però alcuni paletti: l’intervento dovrà essere temporaneo, non dovrà alterare in modo significativo la concorrenza e dovrà garantire che i benefici arrivino integralmente ai consumatori.
Il precedente del modello iberico
Il riferimento è l’esperienza di Spagna e Portogallo, che nel 2022 ottennero dalla Commissione europea l’autorizzazione a introdurre un meccanismo straordinario per contenere l’impatto del gas sui prezzi elettrici. Il cosiddetto modello iberico interveniva sui costi di approvvigionamento delle centrali alimentate da combustibili fossili, con l’obiettivo di ridurre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità durante la crisi energetica.
La soluzione italiana si ispira a quella esperienza, ma dovrà rispettare le condizioni concordate con Bruxelles e le caratteristiche del mercato nazionale. Il precedente dimostra che è possibile introdurre misure temporanee sul funzionamento del mercato elettrico, purché siano compatibili con le regole europee e non compromettano la concorrenza.
Quando arriverà il via libera definitivo
Dopo l’intesa preliminare, il prossimo passaggio spetta al governo italiano, che dovrà presentare formalmente il piano alla Commissione europea. L’esecutivo comunitario procederà quindi a verificare la compatibilità del provvedimento con il diritto europeo e con il quadro temporaneo sugli aiuti di Stato predisposto per affrontare le conseguenze della crisi in Medio Oriente.
Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha annunciato che la notifica del nuovo testo dovrebbe arrivare a breve. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha accolto positivamente il risultato della trattativa, considerandolo un passo avanti nella strategia del governo contro il caro energia.
L’accordo segna quindi un avanzamento nel confronto tra Italia e Unione europea. Il governo ottiene la possibilità di intervenire sul costo del gas utilizzato per produrre elettricità, mentre Bruxelles mantiene i vincoli sulla concorrenza e sulla politica climatica. La riduzione delle bollette resta l’obiettivo del piano, ma la sua portata concreta dipenderà dalle condizioni definitive del provvedimento e dalla sua applicazione.
Gli ultimi sondaggi elettorali mostrano come Fratelli d’Italia (27,2%) continui a mantenere il proprio consenso ed anzi torni a crescere (+0,4%) pur essendo al quarto anno di legislatura e di governo.
Sensibile calo, invece, per il Partito Democratico (20,1% / -0,3%) e per il Movimento 5 Stelle (12,4% / -0,4%).
Gli ultimi sondaggi elettorali
Qui sotto la Supermedia Youtrend per Agi dei sondaggi sulle intenzioni di voto diffusa giorno 15 ottobre (fra parentesi si inserisce la variazione rispetto al 1° ottobre):
Fratelli d’Italia – 27,2% (+0,4%);
Partito Democratico – 20,1% (-0,3%);
Movimento 5 Stelle – 12,4% (-0,4%);
Forza Italia – 7,4% (=);
Futuro Nazionale – 7,2% (-0,5%);
Alleanza Verdi e Sinistra – 6,4% (+0,1%);
Lega – 6% (+0,3%);
Azione – 3,2% (=);
Italia Viva – 2,4% (+0,2%);
+Europa – 1,7% (=);
Partito Liberaldemocratico – 1,4% (+0,1%);
Noi Moderati – 1,2% (+0,1%);*
Sud chiama Nord – 1,1% (np).**
* Non rilevato da Eumetra, Noto, Only Numbers e Swg.
** Non rilevato da Emg, Eumetra, Only Numbers e Youtrend.
Nota metodologica
La Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna include sondaggi realizzati dal 1° al 14 ottobre ed è stata effettuata il 15 ottobre sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti Emg (data di pubblicazione 8 ottobre), Eumetra (8 ottobre), Noto (6 ottobre), Only Numbers (2 e 10 ottobre), Piepoli (9 ottobre), Swg (5 e 12 ottobre) e Youtrend (8 ottobre). La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale sondaggipoliticoelettorali.it.
Che succede in politica
Della situazione dei primi tre partiti si è già detto. Lo ripetiamo brevemente: Meloni (Fratelli d’Italia) cresce mentre Schlein (Partito Democratico) e Conte (Movimento 5 Stelle) calano.
Per il resto, Vannacci (Futuro Nazionale) sembra essersi definitivamente assestato attorno al suo perno elettorale che vale più o meno il 7%: la corsa elettorale del generale si è arrestata ed è in fase di ritracciamento. Oggi FN perde il -0,5% e cala al 7,2%, dietro FI, diventando così il quinto partito d’Italia.
Lieve crescita per la Lega (6,0% / +0,3%), da quando il segretario Salvini ha annunciato le dimissioni (salvo aggiungere l’intenzione di ricandidarsi al congresso per ottenere un nuovo consenso).
Per il resto, ci sono due importanti movimenti al centro.
Il primo: Sud chiama Nord (1,1%) di Cateno De Luca ha annunciato che su base nazionale intende allearsi con il centrodestra, mentre su base regionale tiene le mani libere.
Il secondo: il Partito Liberaldemocratico (1,4%) di Luigi Marattin apre al centrodestra. “Se siamo interessanti lo dovrebbe chiedere al centrodestra. Noi siamo qui, abbiamo una identità liberale e parliamo con chi ci vuole parlare, anche col centrosinistra. Lo ripeto, se son rose fioriranno”, ha detto. C’è una sola condizione: Vannacci deve restare fuori dalla coalizione.
Il quotidiano La Stampa riporta un retroscena elettorale: i tre leader del centrodestra (Meloni, Tajani, Salvini) non hanno un’idea unica su quando sia meglio votare nel 2027: aprile, maggio, giugno o settembre? A pesare sulla scelta c’è il fattore Vannacci: se il generale cala nei consensi, la compagine di governo tirerà avanti ancora. Se il generale dovesse ricominciare a correre, si potrebbe andare al voto anticipato per azzopparlo.
Chi è in vantaggio nei sondaggi: le coalizioni
Qui lo stato della coalizione conservatrice:
centrodestra (FdI, FI, Lega, NM, ScN) senza Vannacci – 42,9%;
centrodestra (FdI, FI, Lega, NM, ScN) con Vannacci – 50,1%;
centrodestra (FdI, FI, Lega, NM, ScN) con Marattin e senza Vannacci – 44,3%.
Qui lo stato della coalizione progressista:
campo largo (PD, M5S, AVS) – 38,9%;
campo largo (PD, M5S, AVS) con Renzi e Magi – 43%.
La raccolta delle castagne italiane entra nel vivo, ma il 2026 si preannuncia come un’annata complicata per la produzione, con quantità in calo e prezzi più alti. Secondo le prime stime di Coldiretti, il raccolto dovrebbe registrare una flessione di circa il 25% rispetto al 2025, soprattutto a causa delle temperature elevate e della siccità che hanno caratterizzato i mesi estivi. Una situazione che ha rallentato lo sviluppo dei ricci e ridotto le rese, senza compromettere, almeno secondo le prime valutazioni dei produttori, la qualità del prodotto.
Anche per questi motivi, i dati di mercato confermano una crescita delle quotazioni rispetto allo scorso anno.
Prezzi delle castagne 2026, quanto costano al chilo
Come riportano le rilevazioni di Ismea, a ottobre 2026 il prezzo medio delle castagne è di 3,50 euro al chilo, in aumento del 46,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Anche se si tratta di una cifra indicativa – che può variare in base alla provenienza e al canale di vendita – questa ci permette comunque oggi di comprendere l’andamento del mercato. A conferma del fatto che non esiste un prezzo unico per tutti i territori e per ogni tipologia di prodotto, nell’Aretino produttori e operatori commerciali segnalano quotazioni che possono raggiungere i 6 euro al chilo.
Infatti, le quotazioni all’ingrosso non coincidono necessariamente con quelle applicate ai consumatori, mentre i marroni, generalmente più grandi e destinati anche a preparazioni gastronomiche specifiche, possono raggiungere valori superiori rispetto alle castagne comuni.
Secondo le testimonianze raccolte sul territorio:
le castagne di dimensioni più piccole vengono acquistate dai commercianti a circa 4-4,50 euro al chilo;
i marroni possono raggiungere i 5-5,50 euro al chilo;
nella successiva rivendita all’ingrosso, i prezzi salgono indicativamente a 5 euro al chilo per le castagne più piccole e a 5,50-6 euro per quelle di dimensioni maggiori.
Anche i produttori che vendono direttamente al pubblico indicano prezzi intorno ai 6 euro al chilo per i marroni. Non si tratta, però, di un aumento generalizzato e identico in tutta Italia. In alcune aree, gli operatori riferiscono che le quotazioni sono rimaste sostanzialmente stabili rispetto alle precedenti annate, nonostante il calo della produzione.
Cosa minaccia la raccolta delle castagne
Il principale fattore che condiziona il mercato nel 2026 è la riduzione della produzione a causa delle temperature elevate. La mancanza di precipitazioni durante l’estate ha infatti inciso sullo sviluppo dei frutti. Il caldo eccessivo può compromettere la crescita delle castagne all’interno dei ricci, riducendone il numero e, in alcuni casi, le dimensioni. Il risultato è una minore disponibilità di prodotto da destinare ai mercati, proprio nel periodo in cui riparte la domanda legata ai consumi autunnali.
Inoltre, anche la presenza dei ricci non garantisce automaticamente un raccolto abbondante, perché occorre verificare quanti frutti si siano sviluppati correttamente e quale sia la loro qualità commerciale.
Le prime indicazioni sono comunque positive sotto il profilo qualitativo. Nonostante la riduzione delle quantità, i produttori si aspettano castagne e marroni di buona qualità, anche se in alcune zone la pezzatura potrebbe essere mediamente più piccola.
Tuttavia, per il mercato la combinazione tra minore offerta e qualitàelevata potrebbe spingere al rialzo le quotazioni, soprattutto per le varietà più pregiate.
Voli cancellati, sospesi e centinaia di migliaia di posti in meno nei programmi invernali delle compagnie aeree. Il carocarburanti torna a pesare sul trasporto aereo europeo e costringe i principali vettori low cost a rivedere le proprie strategie per la stagione invernale 2026 2027. Lo scopo è quello di contenere i costi e limitare le perdite sulle tratte che rischiano di diventare meno redditizie.
Quali compagnie stanno già cancellando i voli
Tra le compagnie che stanno rivedendo la propria capacità figura easyJet. L’amministratore delegato Kenton Jarvis ha annunciato un’ulteriore riduzione di 700.000 posti nella programmazione invernale. Considerando un precedente e simile intervento della compagnia, , di dimensioni analoghe, il taglio complessivo arriva a circa 1,4 milioni di posti.
In questo caso, la capacità programmata viene eliminata dall’offerta, quindi questo non vuol dire necessariamente che milioni di passeggeri già in possesso di un biglietto dovranno cambiare i loro piani. L’azienda sembra voler puntare sulle rotte che dispongono di numerosi collegamenti nella stessa giornata (dove eliminare una partenza può risultare meno problematico rispetto a una tratta servita una sola volta al giorno).
Ryanair invece, che rientra tra le compagnie che hanno annunciato la riduzione dei voli nella stagione invernale per via del caro carburanti, ridurrà la capacità nei periodi in cui la domanda è tradizionalmente più debole. Dopo la cessazione delle attività di volo in 13 aeroporti, i prossimi interventi interesseranno anche i voli infrasettimanali e le partenze di gennaio. Per esempio, i voli da Londra Stansted e Palma di Maiorca in partenza il martedì e il mercoledì saranno eliminati a partire dalla seconda settimana di novembre e fino alla settimana precedente il Natale.
Come è stato spiegato, le destinazioni balneari possono registrare un forte interesse nei mesi estivi e una flessione nei mesi più freddi. Quindi impiegare aeromobili per collegamenti come questo, in presenza di costi del carburante più elevati, rischia di non generare ricavi sufficienti.
Di quanto sono aumentati i prezzi per le compagnie aeree
Il prezzo del carburante per l’aviazione ha raggiunto i 196 dollari al barile. Rispetto all’inizio del 2026, quando la quotazione si manteneva sotto i 100 dollari, il costo di mercato risulta approssimativamente raddoppiato, secondo i dati dell’International air transport association (Iata).
Anche se le compagnie ricorrono ai cosiddetti fuel hedging – accordi che consentono di bloccare il prezzo di una parte degli acquisti futuri di carburante – la protezione non è illimitata. Perché con questo tipo di contratti si possono fissare i costi di una quota del fabbisogno annuale, mentre la parte restante rimane esposta alle condizioni di mercato la parte restante. Inoltre, la copertura può riguardare periodi differenti e perdere progressivamente efficacia quando i contratti arrivano a scadenza.
È proprio questo uno degli aspetti che preoccupa i vettori in vista dell’inverno. Anche se una parte del carburante è stata acquistata a prezzi precedentemente concordati, la quota esposta ai rincari può rendere meno convenienti le rotte caratterizzate da una domanda debole.
Quali sono i diritti dei passeggeri
In base alle tutele previste dal regolamento europeo 261/2004 – applicabile in situazioni come la cancellazione improvvisa di un volo o l’imbarco negato per overbooking – la compagnia aerea è tenuta a garantire al passeggero il rimborsototale del biglietto o un trasporto alternativo per raggiungere la destinazione.
In base alla normativa Ue, inoltre:
il rimborso deve essere effettuato entro sette giorni;
se la prenotazione comprende un viaggio di andata e ritorno e la cancellazione dell’andata rende inutile il viaggio di ritorno, in determinate circostanze il passeggero può chiedere il rimborso anche della parte non utilizzata del viaggio.
scegliere il rimborso significa rinunciare al trasporto alternativo.
Nei casi di cancellazione del volo con meno di 14 giorni di preavviso spetta poi il diritto alla compensazione pecuniaria, un indennizzo economico fisso che la compagnia aerea deve versare al passeggero per il disagio subito, indipendentemente dal rimborso del biglietto o dall’assistenza ricevuta.
L’ammontare della compensazione è stabilito per legge, varia in base alla lunghezza della tratta ed è pari a:
250 euro per le tratte inferiori o pari a 1.500 km;
400 euro per le tratte intracomunitarie superiori a 1.500 km e per tutte le altre tratte comprese tra 1.500 e 3.500 km;
600 euro per le tratte extracomunitarie superiori a 3.500 km.
Non è dovuta se la cancellazione dipende da circostanze eccezionali che non avrebbero potuto essere evitate anche adottando tutte le misure ragionevoli.
Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Italia di fornire uova per far fronte all’aumento dei prezzi che, dopo la crisi nel 2025, hanno registrato un’impennata senza precedenti. Alla base dell’emergenza americana soprattutto i focolai di influenza aviaria, che avevano provocato la perdita di milioni di galline ovaiole, riducendo l’offerta proprio mentre le famiglie continuavano ad acquistare un alimento fondamentale nella loro dieta.
A chi si sono rivolti gli Usa in Italia per superare la crisi delle uova (e perché l’hanno fatto)
Nel marzo 2025, l’amministrazione statunitense ha contattato diversi Paesi per aumentare le forniture di uova e contenere l’aumento dei prezzi sul mercato interno. Tra i territori interpellati figuravano il Veneto e la Danimarca, mentre altri accordi o iniziative di importazione hanno coinvolto Paesi come la Turchia e la Corea del Sud.
La richiesta rivolta al Veneto non è stata casuale, poiché si tratta della prima regione in Italia per produzione di uova, con circa 2 miliardi di esemplari all’anno, pari al 26% del totale nazionale. La richiesta americana è arrivata in un momento politicamente delicato. Donald Trump era tornato alla Casa Bianca da meno di due mesi, dopo aver promesso durante la campagna elettorale di ridurre il costo della vita e dei generi alimentari, e proprio le uova, diventate progressivamente più care, erano state utilizzate anche come argomento di scontro politico con la precedente amministrazione di Joe Biden.
Quando i prezzi hanno continuato a salire, quindi, il tema si è trasformato in un problema anche per il nuovo governo.
La crisi aveva raggiunto dimensioni tali che alcuni supermercati americani avevano introdotto limiti agli acquisti, mentre la catena di ristoranti Waffle House aveva applicato un supplemento di 50 centesimi per ogni uovo servito. La ricerca di fornitori esteri risponde quindi all’esigenza di aumentare la disponibilità di prodotto per provare a ridurre la pressione sui prezzi.
Cosa è successo negli Stati Uniti
La causa principale della crisi americana è stata l’influenza aviaria, un’infezione virale che ha colpito duramente gli allevamenti, imponendo l’abbattimento di milioni di galline ovaiole. Dal 2022, l’epidemia ha provocato perdite enormi nel patrimonio avicolo statunitense e ha ridotto la capacità produttiva proprio in un mercato caratterizzato da consumi elevati.
E come in ogni altro mercato, quello che succede è che quando un bene diminuisce drasticamente, se la domanda rimane elevata, il prezzo tende a salire, soprattutto quando non esistono scorte sufficienti per compensare rapidamente il calo dell’offerta.
La reperibilità è stata fin da subito un problema, ma il fenomeno è diventato particolarmente evidente nei primi mesi del 2025. Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, il prezzo medio di una dozzina di uova è passato da 4,25 dollari nel dicembre 2022 a 4,82 dollari nel gennaio 2023, fino a raggiungere il picco di 6,23dollari nel marzo 2025. In alcune situazioni, una confezione da dodici è arrivata a costare circa 8 dollari.
Considerando anche la centralità che le uova hanno nella dieta americana, l’impatto sui consumatori è stato evidente, tanto che a risentirne è stato prima di tutto il budget delle famiglie destinato alla spesa alimentare. L’impossibilità di riportare rapidamente i prezzi a livelli più bassi ha quindi reso necessario cercare soluzioni alternative, comprese le importazioni.
Poste Italiane prosegue il proprio piano di rafforzamento dell’organico sul territorio nazionale promuovendo nuove ricerche di personale.
La campagna di reclutamento riguarda la figura dei portalettere, per la quale non è richiesta alcuna esperienza pregressa nel ruolo, affiancata dai reclutamenti per operatori di sportello, consulenti finanziari e profili dedicati alle Categorie Protette iscritte al collocamento mirato.
Quant’è lo stipendio
L’inquadramento delle risorse selezionate viene regolato secondo quanto previsto dal Ccnl di Poste Italiane per il personale non dirigente.
Il trattamento economico e normativo varia in base alla posizione ricoperta:
per i portalettere l’inserimento avviene con contratto a tempo determinato di durata variabile tra 3, 4 o 6 mesi, con una retribuzione netta media di circa 1.200-1.300 euro al mese a cui si aggiungono indennità di recapito, premi e buoni pasto;
per gli operatori di sportello l’assunzione prevede contratti sia a tempo determinato sia a tempo indeterminato, con inquadramento al livello D del Ccnl, stipendio annuo lordo fissato a circa 26.460 euro distribuito su 14 mensilità e un netto mensile stimato di circa 1.500-1.550 euro;
per i dipendenti con almeno 6 mesi di servizio a tempo determinato è prevista la possibilità di inserimento nelle graduatorie annuali finalizzate alla stabilizzazione a tempo indeterminato.
Requisiti per lavorare come portalettere
I portalettere si occupano del recapito di corrispondenza, raccomandate e pacchi all’interno del territorio di competenza. Per candidarsi al ruolo di postino occorre possedere i seguenti requisiti obbligatori:
aver conseguito il diploma di scuola secondaria di secondo grado con votazione minima di 70 su 100, oppure la laurea anche triennale con votazione minima di 102 su 110;
essere in possesso della patente di guida in corso di validità idonea per la conduzione dei motomezzi aziendali da 125 di cilindrata;
non è richiesta alcuna esperienza lavorativa antecedente nel settore.
Il processo selettivo prevede la somministrazione di un test online di ragionamento logico. Chi supera la prova scritta viene contattato dal personale aziendale per sostenere un colloquio e la prova pratica di guida su un ciclomotore a pieno carico di posta.
Mansioni e requisiti degli operatori di sportello
La risorsa si occupa della gestione della clientela, delle procedure amministrative, dei pagamenti, delle spedizioni e della promozione dei prodotti finanziari e postali. Per accedere alla selezione sono richiesti i seguenti requisiti:
aver conseguito il diploma di scuola secondaria di secondo grado quinquennale con votazione minima di 70/100;
per le selezioni riservate alle Categorie Protette, essere iscritti alle liste del collocamento mirato ai sensi dell’articolo 1 della Legge 68/1999 con grado di invalidità superiore al 45% o al 33% per invalidità Inail;
per specifiche province, come la sede di Bolzano, possedere la conoscenza delle lingue straniere o l’attestato di bilinguismo.
La prova selettiva per gli operatori di sportello prevede una verifica online strutturata su quesiti di logica verbale, logica numerica e lingua inglese, seguita da un colloquio conoscitivo aziendale.
Dove si cerca personale
Le ricerche di personale per le diverse figure professionali sono così distribuite lungo la Penisola:
Sede di lavoro
Profili ricercati
Ambito operativo
L’Aquila
Portalettere
Logistica e recapito
Massa Carrara, Pistoia, Prato
Portalettere e Operatori di sportello Legge 68/99
Recapito e uffici postali
Ravenna, Rimini, Modena, Reggio Emilia, Forlì-Cesena, Ferrara
Portalettere e Operatori di sportello Legge 68/99
Recapito e uffici postali
Padova, Vicenza, Venezia, Belluno
Portalettere, operatori di sportello Legge 68/99 e consulenti finanziari
Recapito, rete commerciale e sportello
Gorizia, Udine, Trieste
Portalettere, operatori di sportello Legge 68/99 e consulenti finanziari
Recapito, rete commerciale e sportello
Bolzano
Portalettere e operatori di sportello con bilinguismo
Per candidarsi alle selezioni occorre collegarsi al portale ufficiale dell’azienda accedendo alla sezione Carriere di Poste Italiane. All’interno della pagina delle posizioni aperte è possibile selezionare l’annuncio relativo al profilo di proprio interesse e compilare il modulo elettronico d’iscrizione caricando il Curriculum Vitae.
Si segnala che è comunque possibile inviare in qualsiasi momento dell’anno una candidatura spontanea per i ruoli di portalettere o di sportello.
Altri annunci e selezioni nel settore dei servizi
Le opportunità offerte da Poste Italiane si aggiungono ad altre ricerche di personale aperte nel settore delle infrastrutture e dei servizi. Si segnalano i reclutamenti curati da Aruba Group per figure in ambito IT e compliance e le selezioni di Biofarma per addetti alla produzione.
La gestione delle posizioni contributive e l’adempimento degli obblighi previdenziali rappresentano, da sempre, un passaggio cruciale per lavoratori autonomi, imprenditori e professionisti. Negli ultimi anni, l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale ha intrapreso un percorso strutturato di transizione digitale con l’obiettivo di rendere la Pubblica Amministrazione sempre più accessibile, trasparente e vicina alle esigenze quotidiane dei cittadini. In questo scenario di continua evoluzione dei servizi telematici, una delle innovazioni più rilevanti riguarda l’accorpamento e la riorganizzazione delle piattaforme per i dispositivi mobili.
Al centro di questa trasformazione c’è l’integrazione del cassetto previdenziale del contribuente all’interno dell’applicazione unica Inps, un passaggio che segna il superamento della frammentazione dei servizi digitali e offre uno strumento accentrato per la consultazione e la gestione delle posizioni assicurative direttamente da smartphone e tablet.
Cassetto previdenziale: il nuovo assetto dei servizi digitali
Per lungo tempo, l’accesso alle funzionalità previdenziali da dispositivi mobili è stato caratterizzato dalla presenza di differenti applicativi dedicati a specifiche categorie di utenti o a singoli adempimenti. Questa articolazione, seppur pensata originariamente per offrire canali verticali e specializzati, rischiava di generare confusione nell’utente finale, costretto a scaricare e gestire più strumenti per monitorare la propria posizione.
Per razionalizzare l’offerta e semplificare l’esperienza d’uso, è stato avviato un piano di dismissione delle vecchie applicazioni settoriali. Nello specifico, gli applicativi precedentemente dedicati a categorie autonome come artigiani e commercianti sono stati gradualmente ritirati dagli store digitali per far confluire l’intero pacchetto operativo all’interno del contenitore unico dell’ente previdenziale.
Il cassetto previdenziale del contribuente diventa così un modulo fondamentale e pienamente integrato nell’applicazione principale dell’Inps. Questo processo di unificazione non rappresenta una semplice operazione di restyling grafico, ma costituisce una revisione strutturale volta a garantire standard di sicurezza elevati, continuità operativa e una navigazione fluida tra le varie sezioni informative e dispositive.
Struttura e funzionalità disponibili per i contribuenti
L’accesso al cassetto previdenziale del contribuente tramite il canale mobile consente di effettuare un’ampia gamma di verifiche e operazioni che in passato richiedevano necessariamente l’utilizzo da postazione fissa o l’intermediazione fisica. Le funzionalità sono state modellate per rispondere sia alle esigenze di consultazione rapida, sia alle necessità operative legate alle scadenze periodiche.
Consultazione anagrafica e posizione assicurativa
Una delle funzioni primarie riguarda la verifica dei dati strutturali del nucleo aziendale e della scheda anagrafica associata alla posizione contributiva. L’utente ha la possibilità di esaminare nel dettaglio l’estratto conto previdenziale, analizzando il computo dei mesi imposti e dei mesi effettivamente accreditati. Tale controllo permette di monitorare la regolarità dei periodi coperti da contribuzione e di individuare tempestivamente eventuali anomalie o vuoti assicurativi relativi alle diverse annualità.
Monitoraggio dei versamenti e gestione del modello F24
La sezione finanziaria del cassetto previdenziale del contribuente offre un riepilogo dettagliato della lista dei versamenti eseguiti e di quelli ancora da saldare.
In particolare, per quanto concerne gli adempimenti fiscali e previdenziali legati al modello F24, il servizio mobile mette a disposizione dell’utente i dati sintetici e gli elementi essenziali per il calcolo e la predisposizione dei pagamenti. È possibile verificare l’importo della contribuzione dovuta sia all’interno del minimale di reddito, sia per le quote eccedenti, garantendo una visione chiara dei termini di scadenza e degli importi dovuti a titolo di acconto o saldo.
Gestione del debito e comunicazioni ufficiali
Il controllo della regolarità contributiva passa anche attraverso la consultazione tempestiva delle note di rettifica e degli atti emessi dall’Inps. All’interno dell’area riservata sull’app, il contribuente ha la possibilità di visionare:
gli avvisi bonari inviati dall’Istituto a seguito di controlli automatizzati;
le comunicazioni relative a posizioni debitorie pregresse o irregolarità nei versamenti;
le specifiche codeline necessarie per effettuare i pagamenti di regolarizzazione;
gli avvisi di addebito notificati ed eventualmente affidati all’agente della riscossione per il recupero coattivo.
La possibilità di accedere a questi documenti direttamente dal proprio dispositivo mobile permette di ridurre i tempi di reazione di fronte a contestazioni o anomalie, offrendo al cittadino l’opportunità di regolarizzare la propria posizione prima dell’attivazione di procedure sanzionatorie più onerose.
Presentazione e tracciamento delle istanze
Oltre alle funzioni puramente informative, la sezione integra strumenti di tipo dispositivo. I contribuenti e i titolari di posizione assicurativa possono avviare e trasmettere pratiche, richieste di chiarimento o istanze telematiche indirizzate alla gestione previdenziale di appartenenza. Lo strumento permette inoltre di tracciare lo stato di avanzamento delle domande presentate, verificare la ricezione della documentazione integrativa ed esaminare l’esito finale fornito dalle sedi territoriali competenti.
Sicurezza, autenticazione e personalizzazione dell’interfaccia
L’accesso a dati sensibili di natura finanziaria e previdenziale richiede l’adozione di rigorosi protocolli di sicurezza. L’integrazione del cassetto previdenziale del contribuente nell’applicazione dell’Inps garantisce la conformità alle normative europee e nazionali in materia di tutela dei dati personali e identità digitale.
Modalità di accesso e autenticazione
L’accesso all’area riservata avviene tramite i sistemi di identificazione digitale standardizzati:
SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) con livello di sicurezza idoneo alla consultazione di dati personali.
CIE (Carta d’Identità Elettronica).
Per facilitare l’utilizzo quotidiano dell’applicazione senza compromettere la protezione delle informazioni, l’infrastruttura mobile consente di associare le credenziali di primo accesso a meccanismi di sblocco rapido. Dopo aver effettuato la prima autenticazione con identità digitale, l’utente può configurare un codice Pin personale oppure abilitare l’autenticazione biometrica basata sulle impronte digitali o sul riconoscimento facciale, a seconda delle caratteristiche del dispositivo utilizzato.
Personalizzazione della schermata principale
Un’altra innovazione riguarda l’ergonomia dell’interfaccia utente. L’applicazione consente di personalizzare la schermata iniziale inserendo i servizi utilizzati con maggiore frequenza tra le opzioni preferite. Impostando il cassetto previdenziale del contribuente come scorciatoia principale nella home page dell’app, l’utente può accedere ai propri dati contributivi, ai conteggi per l’F24 e alle comunicazioni dell’Inps con un numero ridotto di passaggi, velocizzando le operazioni di consultazione periodica.
Vantaggi operativi per contribuenti e intermediari
La disponibilità di un canale unico e centralizzato per il controllo della posizione previdenziale porta con sé diversi benefici sia per i singoli contribuenti sia per il sistema di relazioni con l’ente previdenziale nel suo complesso:
riduzione dei tempi di consultazione. L’eliminazione della necessità di utilizzare computer fissi o di recarsi presso gli sportelli fisici permette una verifica immediata e in mobilità della propria situazione contributiva;
prevenzione del contenzioso. La visibilità immediata degli avvisi bonari e delle codeline per il pagamento favorisce il tempestivo adempimento spontaneo, evitando l’aggravamento delle posizioni debitorie con sanzioni e interessi di mora;
trasparenza amministrativa. La possibilità di tracciare in tempo reale lo stato delle istanze inviate all’Inps rafforza il rapporto di fiducia tra l’amministrazione pubblica e il cittadino, rendendo misurabili i tempi di risposta della struttura.
In conclusione, l’integrazione del cassetto previdenziale del contribuente nell’app unica dell’Inps rappresenta un passo significativo nel processo di ammodernamento dei servizi pubblici. Accentrare le funzioni operative in un unico ambiente digitale sicuro, accessibile e facilmente personalizzabile risponde all’esigenza fondamentale di semplificare gli adempimenti burocratici, fornendo uno strumento trasparente e sempre disponibile per la gestione della propria posizione previdenziale.
La settimana tra il 19 e il 25 ottobre avrà relativamente pochi scioperi rispetto a quelle precedenti. Le mobilitazioni si concentreranno nel trasporto pubblico locale, e saranno diffuse in tutto il Paese. La giornata più difficile sarà quella di lunedì 19.
Oltre ai trasporti, ci saranno proteste anche nel settore delle comunicazioni, nel sistema sanitario nazionale e nell’igiene ambientale. Questi scioperi si affiancheranno alle proteste spontanee legate alla situazione di Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva, e al caro carburanti.
Gli scioperi del trasporto pubblico della settimana
La prossima settimana ci saranno in totale quattro scioperi nel settore del trasporto pubblico locale, che potrebbero creare disagi a pendolari e altri passeggeri. Le province in cui si terranno saranno quelle di Savona, Udine, Bari e la città metropolitana di Roma.
Lo sciopero del 19 ottobre a Roma
Il primo di questi scioperi si terrà il 19 ottobre e coinvolgerà i dipendenti della Bus Internazional, una società che opera in provincia di Roma, con servizi di trasporto pubblico locale che servono i comuni di Guidonia Montecelio, Marcellina, Montelibretti, Palombara Sabina e Santa Marinella. La mobilitazione durerà quattro ore, dalle 8:30 alle 12:30, senza fasce di garanzia.
Lo sciopero del 19 ottobre a Savona
A Savona invece sciopererà Tpl Linea, azienda che gestisce il trasporto pubblico locale in una settantina di comuni della provincia. Anche in questo caso si tratta di una mobilitazione breve, di quattro ore, dalle 10:15 alle 14:15, quindi non ci saranno fasce di garanzia.
Lo sciopero del 20 ottobre a Udine
Sarà invece più significativo lo sciopero dei dipendenti di Arriva Udine, società del gruppo Arriva che gestisce il trasporto pubblico locale nella città friulana. Il servizio potrebbe subire variazioni e cancellazioni dalle 15 alle 24 del 20 ottobre.
Lo sciopero del 23 ottobre a Bari
A Bari, invece, sciopereranno i dipendenti di Ferrovie Sud Est, società del gruppo FS che copre alcune tratte molto frequentate come la Bari-Taranto, la Martina Franca-Lecce e la Lecce-Gallipoli. La mobilitazione sarà di sole quattro ore, dalle 19:45 alle 23:45.
Gli altri scioperi della settimana
Si terranno poi una serie di scioperi legati a singoleaziende. Si fermeranno i dipendenti:
della Dussmann di Napoli per tutta la giornata del 19 ottobre;
di Accadueo, Ariete Soc. Coop., Ladisa Ristorazione a Bari per tutta la giornata del 20 ottobre;
di Zte in tutta Italia per tutta la giornata del 20 ottobre;
della Italy Ecology Systema a Fossato Serralta, Sorbo San Basile, Taverna e Pentone per tutta la giornata del 21 ottobre.
Il 19 ottobre si fermerà invece il personale ausiliario di tutte le Asp del sistema sanitario della Sicilia.
Le manifestazioni nel Sud Italia
In diverse regioni del Sud, negli ultimi giorni, si stanno susseguendo proteste e manifestazioni spontanee contro il caro carburante portate avanti da gruppi di agricoltori e autotrasportatori. Non si tratta di scioperi, ma di blocchi stradali e altre forme di protesta di piccoli gruppi di privati.
Le manifestazioni erano iniziate in Puglia e si sono progressivamente allargate alla Basilicata, alla Campania e alla Calabria. Il Governo ha convocato un tavolo con le aziende di settore per il 27 ottobre, ma non è bastato per placare le proteste, che potrebbero continuare per tutta la settimana.
Il ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha disposto il rifinanziamento del bando On-Oltre, la misura gestita da Invitalia che con finanziamenti a tasso zero sostiene la nascita e lo sviluppo di micro e piccole imprese prevalentemente costituite da giovani e donne. Lo stanziamento aggiuntivo ammonta a 59 milioni di euro e punta a rispondere alla crescita delle richieste registrata nel corso del 2026.
Il provvedimento, annunciato il 12 ottobre 2026, rappresenta un’opportunità sia per chi vuole avviare un’attività imprenditoriale sia per consolidare un’impresa costituita da pochi anni.
Cosa prevede il bando On-Oltre del Mimit
Il bando riguarda diversi comparti dell’economia, dalla produzione di beni ai servizi, dal commercio al turismo. Per accedere al sostegno occorre però rispettare specifici requisiti societari, predisporre un piano d’impresa credibile e presentare la domanda attraverso la piattaforma telematica di Invitalia.
Il finanziamento agevolato ha una durata massima di dieci anni e mira a rafforzare la capacità della misura di sostenere nuove iniziative imprenditoriali, favorendo l’ingresso dei giovani e delle donne nel tessuto produttivo nazionale.
Le domande invece vengono esaminate attraverso una procedura valutativa a sportello. Questo significa che la presentazione dell’istanza non determina automaticamente il diritto al finanziamento, perché il progetto deve essere valutato e deve rispettare le condizioni richieste.
La misura riconosce in alcuni casi anche contributi a fondo perduto. Tuttavia, il 30 giugno 2026 il Mimit ha comunicato l’esaurimento delle risorse destinate a questi aiuti. Di conseguenza, per le domande presentate successivamente alla pubblicazione di quell’avviso, le agevolazioni sono concesse esclusivamente sotto forma di finanziamento a tasso zero.
Chi può richiedere il finanziamento a tasso zero
L’agevolazione si rivolge alle micro e piccole imprese dove sia i soci che le quote di partecipazione, alla data di presentazione della domanda, risultino appartenere a giovani di età compresa tra 18 e 35 anni oppure a donne. Tale condizione riguarda contemporaneamente la componente numerica dei soci e la distribuzione delle quote societarie. Non è sufficiente, per esempio, che una donna detenga una partecipazione minoritaria se non sono rispettate anche le altre condizioni previste.
Possono fare richiesta sia le attività nate da poco sia quelle già avviate. Tuttavia, il bando distingue le imprese costituite da non più di 36 mesi da quelle costituite da oltre 36 mesi e fino a un massimo di 60 mesi. La categoria alla quale si appartiene determina l’importo massimo delle spese finanziabili.
L’incentivo è accessibile anche alle persone fisiche che intendono costituire una nuova impresa. In questo caso, però, i promotori devono impegnarsi a completare la costituzione della società e a trasmettere la documentazione richiesta entro i termini indicati nella comunicazione di ammissione alle agevolazioni. Se la domanda viene accolta favorevolmente, chi ha presentato il progetto riceve una comunicazione ufficiale. Da quel momento scatta un termine di tempo definito (solitamente qualche mese).
Quali attività e progetti possono essere finanziati
On-Oltre sostiene iniziative imprenditoriali realizzabili su tutto il territorio nazionale. I progetti devono però appartenere a uno dei settori ammessi dalla misura. Rientrano:
la produzione di beni nell’industria e nell’artigianato;
la fornitura di servizi alle imprese e alle persone;
il commercio;
il turismo, compresi i servizi legati all’innovazione sociale e le attività turistico-culturali orientate alla valorizzazione del patrimonio culturale, ambientale e paesaggistico. Possono rientrare nell’ambito dell’incentivo anche iniziative finalizzate a migliorare la ricettività e l’accoglienza turistica.
Il progetto deve inoltre essere coerente con il piano d’impresa presentato e con le spese che la normativa considera finanziabili.
Quanto spetta
I programmi devono essere realizzati entro 24 mesi dalla data di stipula del contratto di finanziamento, che può arrivare a:
1,5 milioni di euro per le società costituite da non più di 36 mesi;
3 milioni di euro per le imprese costituite da oltre 36 mesi e fino a 60 mesi.
Per le imprese più giovani, entro il limite complessivo previsto, può essere riconosciuta anche una quota destinata al capitale circolante. Questa componente deve essere adeguatamente motivata nel piano d’impresa e può essere utilizzata per sostenere spese come:
i servizi necessari allo svolgimento dell’attività;
il godimento di beni di terzi.
L’importo destinato a tali esigenze non può comunque superare il 20% delle spese di investimento ammissibili.
Come presentare la domanda
Le domande per accedere a On-Oltre devono essere presentate esclusivamente attraverso la procedura informatica disponibile sul sito di Invitalia. Le istanze vengono esaminate fino all’esaurimento delle risorse disponibili.
L’erogazione delle agevolazioni avviene normalmente per stati di avanzamento lavori (Sal), in un massimo di cinque quote, compresa quella finale a saldo. Per questo motivo, la disciplina prevede anche la possibilità di presentare, entro determinati limiti, titoli di spesa non ancora quietanzati, cioè fatture che non risultano ancora pagate:
per il primo stato di avanzamento, questa possibilità è ammessa entro il limite del 20% delle agevolazioni concesse;
per gli stati di avanzamento successivi al primo, il limite è del 30%.
Resta fermo l’obbligo di dimostrare, per le erogazioni successive alla prima, l’effettivo pagamento dei titoli di spesa presentati per ottenere la quota precedente, attraverso le relative quietanze.
È prevista anche la possibilità di richiedere un’anticipazione, previa presentazione di una fideiussione bancaria, ma l’importo anticipato non può superare il 40% del totale delle agevolazioni concesse.
Nelle cantine italiane risultano a oggi presenti oltre 41 milioni di ettolitri di vino, il 14,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Lo confermano i dati del report Cantina Italia, pubblicati dal ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf) il 9 ottobre 2026.
Tuttavia, dall’analisi emerge una distribuzione delle giacenze tutt’altro che equilibrata. Nonostante i circa 23.600 operatori sparsi in tutta la penisola, infatti, oltre il 57% delle scorte di vino si concentra solo in alcune regioni.
La classifica delle regioni italiane con più scorte di vino
Al 30 settembre 2026, il Veneto è la regione italiana con il maggior quantitativo di vino in giacenza. Con oltre 10,2 milioni di ettolitri, questo territorio beneficia del peso delle produzioni legate al Prosecco e di altre importanti denominazioni. Le cantine qui primeggiano in quanto a scorte soprattutto se si considera la distanza rispetto alle altre regioni. Basti pensare che la Toscana, seconda in classifica, si ferma a circa 5,1 milioni di ettolitri. Le sue scorte sono per la maggior parte dei casi produzioni a denominazione di origine protetta. I vini Dop nelle cantine – tra cui Chianti e Chianti Classico – raggiungono infatti i 3.228.140 ettolitri, mentre quelli a indicazione geografica protetta (Igp) risultano essere in quantità pari a 1.498.107 ettolitri.
A seguire, in graduatoria, si posizionano:
Emilia-Romagna, con 3.914.062 ettolitri;
Puglia, con 3.913.879 ettolitri;
Piemonte, con 3.731.848 ettolitri;
Sicilia, con 2.717.353 ettolitri;
Abruzzo, con 2.137.462 ettolitri;
Lombardia, con 2.076.504 ettolitri;
Trentino Alto Adige, con 2.056.085 ettolitri;
Friuli Venezia Giulia, con 1.609.827 ettolitri;
Campania, con 907.804 ettolitri;
Marche, con 756.033 ettolitri;
Lazio, con 610.229 ettolitri.
Chiudono la classifica:
Sardegna, con 443.844 ettolitri;
Umbria, con 428.210 ettolitri;
Calabria, con 138.369 ettolitri;
Basilicata, con 125.935 ettolitri;
Molise, con 103.111 ettolitri;
Liguria, con 43.036 ettolitri;
Valle d’Aosta, con 26.797 ettolitri.
Nord vs Sud: dove si concentra il vino italiano?
Nel complesso:
il Nord detiene 23.669.334 ettolitri di vino, pari al 57,7% delle giacenze nazionali;
il Sud Italia custodisce invece 7.326.560 ettolitri, pari al 17,9% del totale (una quota sostenuta soprattutto dalla Puglia, dalla Sicilia e dall’Abruzzo);
il Centro raggiunge 6.883.017 ettolitri, equivalenti al 16,8%, grazie soprattutto alla Toscana;
le Isole, considerate separatamente, totalizzano 3.161.198 ettolitri, pari al 7,7%, con la Sicilia davanti alla Sardegna.
Le province con più giacenze
Il primato del Veneto è confermato anche dall’analisi provinciale. Infatti:
Treviso è la provincia con le maggiori scorte, con 4.603.697 ettolitri (l’11,2% delle giacenze nazionali);
segue Verona, con 3.498.991 ettolitri (l’8,5% delle giacenze nazionali).
Le due province, da sole, superano gli 8,1 milioni di ettolitri, una parte determinante delle giacenze regionali. Treviso è particolarmente rilevante per la filiera del Prosecco, mentre Verona ospita importanti produzioni, tra cui quelle della Valpolicella.
A completare la top 10 delle province con più vino in cantina troviamo:
Cuneo, con 2.049.103 ettolitri (5,0%);
Siena, con 2.006.479 ettolitri (4,9%);
Chieti, con 1.692.443 ettolitri (4,1%);
Trento, con 1.573.382 ettolitri (3,8%);
Firenze, con 1.446.390 ettolitri (3,5%);
Trapani, con 1.287.099 ettolitri (3,1%);
Ravenna, con 1.066.414 ettolitri (2,6%);
Brescia, con 967.984 ettolitri (2,4%).
Quali vini sono più presenti nelle cantine italiane
Oltre alla distribuzione geografica, il report permette di comprendere quali tipologie di vino costituiscono la maggior parte delle giacenze nazionali. E in questo caso:
la componente più consistente è rappresentata dai vini Dop, con 23.292.160 ettolitri, pari al 56,8% del totale;
seguono i vini Igp, con 10.384.623 ettolitri, equivalenti al 25,3%;
i vini da tavola e gli altri vini raggiungono 6.665.192 ettolitri, ossia il 16,2%, mentre i vini varietali rappresentano una quota marginale, pari all’1,7%, con 698.135 ettolitri.
Anche all’interno delle singole categorie:
tra i vini Dop, i rossi raggiungono 12.133.807 ettolitri, i bianchi 10.435.195 ettolitri e i rosati 723.158 ettolitri;
per i vini Igp, i rossi ammontano a 5.872.466 ettolitri, i bianchi a 4.098.514 ettolitri e i rosati a 413.642 ettolitri.
Cosa succede se il vino in cantina non viene venduto?
Un accumulo di vino nelle cantine non è necessariamente una cattiva notizia in assoluto, ma rappresenta un campanello d’allarme. Numeri a confronto, se si tiene conto del fatto che al 30 settembre 2025 le giacenze di vino in Italia ammontavano a 35.952.457 ettolitri, rispetto ai 41.040.109 ettolitri di quest’anno l’incremento delle scorte è stato oltre 5 milioni di ettolitri (+14,2%) nel 2026.
Per il settore vitivinicolo, un aumento delle giacenze richiede attenzione perché può influire sull’equilibrio tra disponibilità di prodotto, domanda e prezzi. Questi dati, da soli, non sono però sufficienti per concludere che esista un eccesso strutturale di offerta. Tutto dipende infatti anche dalle vendite, le esportazioni, i prezzi medi, i volumi della nuova produzione e le prospettive dei diversi segmenti di mercato.
Quando il vino non riesce a trovare sbocchi commerciali e le bottiglie o i grandi contenitori restano pieni, la filiera si trova a fronteggiare criticità come costi di gestione e una conseguente erosione dei margini di guadagno che spesso costringe i produttori a svendere il prodotto per fare cassa, con il rischio di svalutare l’intera denominazione.
Non basta più avere un fotografo che immortali il giorno del sì e un videomaker che realizzi il filmato delle nozze. Sempre più coppie vogliono anche foto, stories e reel pronti da pubblicare su Instagram e TikTok mentre il matrimonio è ancora in corso. È così che si sta facendo spazio il wedding content creator, una figura specializzata nella produzione di contenuti social durante questi eventi.
A volte il servizio si affianca al fotografo tradizionale, altre è proposto direttamente dagli studi fotografici. Nella maggior parte dei casi ha comunque un costo aggiuntivo rispetto al reportage classico e può richiedere un investimento che va da poche centinaia di euro per una copertura essenziale a oltre 3.500 euro per le formule più articolate.
Che cos’è il wedding content creator e come funziona il servizio
Il wedding content creator si occupa di raccontare il matrimonio attraverso contenuti pensati per i social network. La produzione di foto e video, a differenza di un tradizionale fotografo o videomaker, è immediata, breve e adatta alla fruizione da smartphone.
Può riprendere i preparativi degli sposi, il momento dell’ingresso in chiesa o in municipio, gli abbracci con gli invitati, il taglio della torta e i momenti più divertenti della festa. A seconda del pacchetto, immagini e video possono essere:
montati rapidamente per essere pubblicati sui profili degli sposi il giorno stesso (quindi praticamente in tempo reale) o entro 24 ore;
consegnati in file grezzi, ma pronti per essere poi montati e pubblicati in un secondo momento;
editati, in sequenze verticali e stories organizzate secondo le esigenze delle piattaforme.
La differenza incide direttamente sul prezzo.
Quanto costa il servizio: il listino prezzi
Consultando i siti delle principali agenzie specializzate nella produzione video e content creation per eventi (compresi platform e marketplace per eventi, intrattenimento e professionisti del wedding), il costodi un wedding content creator dipende da:
durata della copertura social legata all’evento;
complessità del servizio richiesto;
velocità nella post-produzione.
Indicativamente, i prezzi delle diverse proposte osservate sono i seguenti:
il pacchetto base solitamente va da 200 a 1.200 euro ed è pensato per chi desidera documentare soltanto una parte della giornata, con un singolo operatore e una selezione di contenuti brevi per immortalare i momenti clou (per esempio ingresso, momento del sì, il primo ballo e il taglio della torta). Il servizio può prevedere una copertura parziale di circa quattro-otto ore e la consegna può comprendere file originali, Stories o brevi video, con tempi che, a seconda dell’accordo, possono arrivare a 24-48 ore;
il pacchetto intermedio va invece da 1.200 a 2.500 euro e comprende una copertura più lunga, la produzione di reel e stories e la consegna rapida di foto e video pronti da condividere. La copertura può estendersi a dieci-dodici ore, accompagnando gli sposi dai preparativi fino alla festa e al taglio della torta. In questo caso, il servizio può comprendere fotografie e video verticali, reel montati, stories pronte per Instagram e TikTok e una galleria digitale di foto. A distinguere questa opzione dal pacchetto base è però soprattutto la velocità, poiché alcuni contenuti possono essere preparati e postati durante l’evento;
il pacchetto premium, infine, va da 2.500 a oltre 3.500 euro ed è destinato alle coppie che richiedono una copertura estesa, più operatori, montaggio in tempo reale. Possono essere inclusi contenuti con montaggio avanzato, riprese aggiuntive e supporto alla pubblicazione sui profili degli sposi.
Spese extra
Tra gli extra indicati nelle stime di mercato figurano invece i costi per:
un secondo operatore per il montaggio live, che può comportare un aumento di circa il 40% rispetto al pacchetto di partenza, secondo le stime considerate;
riprese con drone o Fpv, che possono aggiungere circa 200-400 euro, quando consentite e compatibili con le condizioni operative e le regole applicabili;
foto selezionate e corrette nel colore entro 24 ore, ovvero un servizio di post-produzione accelerata che può comportare un costo aggiuntivo indicativo di 600-1.000 euro.
Infine, in qualsiasi proposta valutata, il prezzo può aumentare ulteriormente quando il servizio riguarda un destination wedding, cioè un matrimonio organizzato in una località diversa da quella di residenza degli sposi, oppure un evento distribuito su più giorni.