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Welcomed: il poliambulatorio che trasforma ogni visita in un gesto di solidarietà

In una città dinamica e avanzata come Milano, dove l’eccellenza sanitaria convive spesso con il problema dell’accessibilità alle cure, esiste una realtà che ha scelto di mettere la solidarietà al centro del proprio modello organizzativo. Si chiama Welcomed ed è oggi una delle esperienze più significative di sanità sociale presenti sul territorio lombardo. Con tre sedi milanesi – due nel quartiere di Porta Romana e una nella zona di Sant’Ambrogio – e una quarta di imminente apertura a Cinisello Balsamo, Welcomed rappresenta molto più di un semplice poliambulatorio. È un progetto nato per garantire assistenza medica, psicologica e riabilitativa di qualità a bambini, adolescenti e famiglie, senza lasciare indietro chi si trova in condizioni di fragilità economica o sociale.

“Visita Sospesa”: la salute come strumento di inclusione

La filosofia che guida il centro è racchiusa nel programma “Visita Sospesa®”, un’iniziativa che ha saputo trasformare un gesto quotidiano come una visita medica in un concreto strumento di inclusione. Il meccanismo è semplice quanto efficace: gli utili generati dall’attività sanitaria, assieme alle donazioni provenienti dai sostenitori che credono nel modello, vengono interamente reinvestiti per finanziare prestazioni gratuite o agevolate destinate a persone che altrimenti non potrebbero accedere alle cure.

Dal 2016 a oggi questo modello ha consentito di erogare oltre 70.000 prestazioni gratuite, offrendo supporto sanitario, psicologico, diagnostico e riabilitativo a migliaia di persone. Un risultato che testimonia come sia possibile coniugare sostenibilità economica, qualità clinica e responsabilità sociale, creando un sistema virtuoso capace di generare valore per l’intera comunità. Particolarmente significativo è l’impegno rivolto ai più giovani. Oltre tre quarti dei beneficiari delle prestazioni solidali sono infatti bambini e adolescenti.

Un modello in cui ogni visita contribuisce alla solidarietà

Ogni paziente che accede alle prestazioni a pagamento non solo beneficia di assistenza di alta qualità fornita da un’équipe multidisciplinare, ma trasforma automaticamente il proprio gesto in un atto di solidarietà. Così, ogni pagamento diventa un contributo che sostiene chi è in difficoltà, creando un circolo virtuoso in cui la salute si fa bene comune. Come afferma il Presidente, Paolo Colonna: “Il nostro modello si fonda sulla solidarietà e sull’inclusione. In un momento in cui il Servizio Sanitario Nazionale fatica a garantire risposte adeguate, la nostra iniziativa rappresenta una valida alternativa che si affianca e sostiene questa necessità, promuovendo un benessere collettivo”.

Neuropsichiatria infantile, psicologia, logopedia, psicomotricità, supporto ai disturbi dell’apprendimento e percorsi dedicati al neurosviluppo rappresentano alcune delle aree nelle quali Welcomed interviene quotidianamente, affiancando le famiglie nei momenti più delicati della crescita. Attorno al progetto si è sviluppata nel tempo una vasta rete di collaborazioni che coinvolge 180 partner tra scuole, associazioni, enti del Terzo Settore, servizi sociali e strutture sanitarie. Grazie a questa sinergia è possibile individuare precocemente situazioni di disagio e offrire risposte concrete a chi ne ha più bisogno, contribuendo a ridurre quelle disuguaglianze che troppo spesso si riflettono anche nell’accesso alle cure.

Dagli ambulatori alle scuole

L’attività di Welcomed non si limita infatti agli ambulatori. Numerosi progetti vengono realizzati ogni anno nelle scuole del territorio, attraverso programmi di prevenzione, screening, sostegno psicologico ed educazione alla salute rivolti a studenti, insegnanti e famiglie. Un lavoro silenzioso ma fondamentale che mira a costruire una cultura della prevenzione e del benessere fin dall’infanzia.

In un’epoca in cui il tema dell’accessibilità sanitaria è sempre più centrale nel dibattito pubblico, Welcomed dimostra che esiste una strada capace di coniugare eccellenza professionale e attenzione alle persone più vulnerabili. Un modello che non si limita a curare le malattie, ma che contribuisce concretamente a costruire una società più equa e inclusiva. Perché la salute non dovrebbe essere un privilegio riservato a pochi, ma un diritto realmente accessibile a tutti. E a Milano c’è chi ha deciso di trasformare questo diritto costituzionale in una realtà quotidiana.

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L’AI entra nelle PMI, ma non ancora nella loro organizzazione: poche risorse e si sottovaluta la formazione

Nelle piccole imprese italiane l’intelligenza artificiale ha smesso di essere una questione puramente teorica. Scrive e-mail, prepara preventivi, riassume documenti, analizza dati. Le aree in cui viene impiegata di più sono il marketing e la comunicazione, al 54%, e l’analisi dei dati a supporto delle decisioni, al 53%, seguite dalle vendite e dalla gestione clienti al 39% e dall’amministrazione al 31%.

Il punto è in quale forma. Dopo due anni di discussione pubblica sull’argomento, nella grande maggioranza delle PMI l’intelligenza artificiale resta un esperimento individuale. Lo conferma la spesa: il 69% delle imprese ha investito meno di 5.000 euro negli ultimi dodici mesi, e in un caso su quattro non ha sostenuto alcun costo diretto. Nessuna delle PMI intervistate ha superato i 50.000 euro.

Dove l’AI è arrivata e dove no: i settori e i territori

Il quadro nazionale aiuta a capire perché. Secondo i dati Istat, nel 2025 l’intelligenza artificiale corre nei comparti che vivono di informazione e conoscenza: la usa regolarmente il 51% delle imprese dei servizi di informazione, il 37% delle telecomunicazioni, il 36% delle attività professionali e tecniche, il 33% dell’energia. Scende invece nei settori che fanno la struttura produttiva italiana e che sono anche quelli a più alta densità di piccole imprese: il commercio si ferma al 18%, la manifattura al 15%, l’alloggio e la ristorazione al 12%, le costruzioni al 10%. Fra il primo e l’ultimo comparto ci sono quaranta punti.

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La geografia racconta una storia diversa. L’adozione va dal 19% del Nord Ovest al 18% del Nord Est, scende al 15% nel Centro e al 12% nel Mezzogiorno: sette punti fra l’area più avanzata e quella più arretrata. Sembra molto, ma è cinque volte meno del divario che separa le grandi imprese dalle PMI, che nel 2025 ha raggiunto i 37 punti.

C’è però un movimento che merita attenzione. Nel giro di un solo anno il Nord Ovest è passato dall’8,9% al 19,3%, più che raddoppiando la propria quota e crescendo più della media nazionale, ferma a poco più di otto punti di incremento. Il divario territoriale è oggi contenuto, ma si sta allargando: le aree che erano già avanti stanno accelerando più in fretta delle altre.

Il beneficio c’è, ma non è ancora un beneficio economico

Il vantaggio più citato dalle PMI è il miglioramento della qualità del lavoro o del servizio, segnalato dal 46% delle imprese. Molto più indietro vengono i benefici che si vedono in bilancio: il 16% indica una riduzione dei costi effettivamente sostenuti, il 7% un aumento dei ricavi. Un altro 46% dichiara che è troppo presto per valutare.

Quando si chiede di quantificare quel beneficio in euro, il quadro si fa ancora più netto. Sul totale delle imprese, il 31% non è in grado di stimarlo o ritiene sia troppo presto per farlo e il 15% dichiara che un beneficio economico rilevabile non c’è. Una cifra la indica poco più di un’impresa su due: il 38% resta sotto i 20.000 euro l’anno, il 16% supera quella soglia.

Sul tempo vale lo stesso. Il 46% delle imprese non se la sente di stimare quante ore l’intelligenza artificiale faccia risparmiare in una settimana tipo. Un numero lo indica l’altra metà: il 31% fra le cinque e le venti ore, il 23% meno di cinque. Le imprese percepiscono un miglioramento, ma non lo sanno ancora tradurre in euro.

L’organizzazione non si è mossa, e nemmeno le competenze

Sull’organizzazione, invece, non è successo quasi nulla. Il 62% delle imprese non segnala conseguenze significative su mansioni, ruoli e organici. Solo il 7% ha riorganizzato mansioni e responsabilità, il 15% ha affidato il tema a una persona già in organico e il 30% si è appoggiato a specialisti esterni.

Lo stesso vale per le competenze. Il 46% delle imprese non ha speso nulla in formazione sull’AI negli ultimi dodici mesi: una metà di queste non ha svolto alcuna attività, l’altra si è affidata ad affiancamento interno e autoformazione senza costi diretti. Chi ha investito lo ha fatto con cifre contenute: il 23% fino a mille euro, un altro 23% fra mille e cinquemila, appena l’8% oltre.

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Il riflesso si vede sul tempo liberato. Il 60% delle imprese lo destina ad attività a maggior valore svolte dalle stesse persone e il 23% a gestire più lavoro senza nuove assunzioni. Ma il 31% dichiara che quel tempo non è stato reimpiegato in modo riconoscibile. Ed è anche la ragione per cui solo l’8% delle imprese misura il ritorno economico dell’intelligenza artificiale con indicatori definiti e rilevazioni periodiche, mentre il 46% dichiara di voler iniziare entro i prossimi dodici mesi.

“Un’ora liberata che nessuno reimpiega non è un risparmio, – spiega Fabio Papa, docente di economia e fondatore di I-AER – la persona resta in azienda, lo stipendio si paga lo stesso, il costo in bilancio no cambia. E non c’è molto da misurare finché il modo di lavorare resta quello di prima”.

Il freno non è quello che si pensa

Sul perché l’adozione resti sperimentale, l’indagine smentisce la spiegazione più diffusa. Le statistiche nazionali indicano da anni le competenze come primo ostacolo; per le imprese interpellate da I-AER il primo timore è un altro. Due PMI su tre indicano la riservatezza e la sicurezza dei dati, davanti alle competenze interne, al 54%, e alle difficoltà di integrazione con i software e i processi già in uso, al 46%.

I costi di adozione si fermano al 22%.

Accanto a questo arriva però il risultato più scomodo dell’indagine: solo il 4% delle imprese ha una policy scritta e comunicata sull’uso dell’intelligenza artificiale. Il 38% dichiara di averne una in fase di definizione, una su tre ammette di non avere alcuna regola, le altre si sono limitate a indicazioni verbali.

Il modo in cui gli strumenti entrano in azienda completa il quadro. Nella maggioranza dei casi è l’impresa a fornirli, ma solo ad alcune figure o funzioni: accade nel 54% dei casi, mentre appena l’8% li mette a disposizione di tutti i collaboratori interessati e il 23% ha scelto una soluzione installata su propri server o in un ambiente riservato. Nel 39% delle imprese, però, si lavora con account personali, e in gran parte dei casi senza che esista una regola sull’autorizzazione.

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“Due imprese su tre mettono la riservatezza dei dati al primo posto fra i timori. Sul totale, appena il 4% ha scritto un documento su che cosa si possa caricare e che cosa no. Il rischio è dichiarato con lucidità, le regole per presidiarlo quasi non esistono”, osserva Papa.

Il tema ha smesso di essere teorico il 2 agosto 2026, quando è entrata in applicazione generale la normativa europea sull’intelligenza artificiale, che stabilisce obblighi anche per chi questi strumenti si limita a utilizzarli. Nessuna impresa, però, la considera un freno: il 23% la giudica una garanzia, il 30% condivisibile nei principi ma onerosa nell’applicazione, il 31% non ne ha ancora risentito alcun effetto
pratico. Il 15% dichiara di non conoscerne il contenuto.

Nelle PMI non c’è una questione generazionale

C’è poi un risultato che contraddice un luogo comune molto diffuso. Sull’età dei collaboratori il 37% delle imprese osserva un interesse maggiore fra i più giovani, ma il 53% non rileva differenze significative, o le considera variabili e non riconducibili a una fascia anagrafica. Nessuna indica i collaboratori più anziani come i meno interessati.

Anche sui timori il quadro è diverso da quello raccontato. Due imprese su tre osservano nei propri collaboratori interesse e disponibilità a utilizzare questi strumenti; una su tre segnala preoccupazione per la difficoltà di apprendere nuove competenze, il 15% dubbi sull’utilità o sull’affidabilità degli strumenti e un altro 15% indifferenza. Solo il 7% riferisce timori sulla tenuta del posto di lavoro.

“Nelle piccole imprese la paura non è di essere sostituiti: è di non riuscire a stare dietro. È una differenza che cambia tutto, perché a quel timore non si risponde comprando nuove tecnologie ma con la formazione. Ed è esattamente la voce su cui quasi metà di queste imprese non ha speso un euro”, nota Papa.

Le conclusioni

L’intelligenza artificiale è arrivata nelle PMI italiane e vi è arrivata in fretta, ma si è fermata sulla soglia dell’organizzazione. Viene usata da quasi tutti e integrata quasi da nessuno, migliora il lavoro senza ancora migliorare i conti, e non ha modificato né le mansioni né gli organici né le competenze di chi quel lavoro lo svolge.

Non è un problema di tecnologia e nemmeno, a questo stadio, di risorse: la spesa dichiarata è ovunque contenuta e nessuna impresa indica i costi come ostacolo principale. È un problema di passaggio da strumento personale a processo aziendale, e quel passaggio richiede decisioni che nessuna tecnologia può prendere al posto dell’imprenditore: quali attività ridisegnare, dove far confluire il tempo che si libera, quali informazioni possono uscire dall’azienda e quali no.

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È anche la ragione per cui il ritardo delle PMI non si recupera comprando: chi usa questi strumenti da più tempo non ha acquistato un vantaggio, lo ha costruito capendo quali attività reggono l’automazione e quali no. È un apprendimento che richiede mesi di prove sui propri processi, e in quei mesi la distanza fra chi ha cominciato e chi no continua ad allargarsi.

Nel frattempo resta aperto il fronte più scoperto. Fra le imprese interpellate, i dati che escono dall’azienda sono il rischio più citato, e le regole scritte per governarlo la voce meno diffusa di tutta l’indagine. È una sproporzione che la normativa europea, ora pienamente applicabile, rende difficile mantenere ancora a lungo.

“Lo strumento – conclude Papa – è uguale per tutti e costa poco: non è lì che si decide chi guadagnerà da questa tecnologia. Si decide ridisegnando i processi, reimpiegando efficacemente le ore liberate e codificando le regole per il trattamento dei dati in azienda. Il vantaggio competitivo non nasce dall’intelligenza artificiale: nasce da chi la sa governare”.

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Proteste tir, Nordio: “Pericolo di infiltrazioni mafiose”. E sui minori di Milano: “Lavoriamo per ampliare le carceri”

Carlo Nordio: “Rischio infiltrazioni mafiose nelle proteste dei tir”. Allarme anche sui minori violenti

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha espresso preoccupazione per possibili infiltrazioni criminali nelle proteste degli autotrasportatori. Intervenuto a Start su Sky TG24, il Guardasigilli ha dichiarato che “c’è una forte probabilità di strumentalizzazione e di infiltrazioni criminali. Non ho mai pensato che, come sostiene qualcuno, certe regioni siano governate dalla criminalità organizzata, ma che le mafie ci siano e possano infiltrarsi in una situazione di questo tipo mi pare altamente probabile”.

“Il diritto al dissenso, il diritto allo sciopero, il diritto alla manifestazione anche vigorosa, non può mai compromettere il diritto al lavoro e il diritto agli altri, quindi in un certo modo bisogna pure intervenire per evitare che a chi vuole lavorare venga impedito di lavorare, e chi invece manifesta legittimamente per la situazione di disagio che tutti conosciamo abbia comunque il diritto di protestare”, ha aggiunto. Una combinazione non facile da trovare ma urgente da ricercare, “vista anche un’emergenza alimentare, di cui abbiamo conoscenza soprattutto nell’Italia meridionale”.

Il decreto sicurezza

Nel corso dell’intervista, il ministro si è soffermato anche sul nuovo decreto sicurezza, escludendo che le misure previste possano comprimere il diritto di protesta. “Non ci sono minimamente interventi che limitino la libertà di manifestare. Il provvedimento, che è molto complesso, tipicizza molte le condotte punibili, quindi in un certo senso garantisce di più quelli che invece manifestano in modo pacifico. La manifestazione pacifica, per quanto possa essere vivace, e deve esserlo in democrazia perché il dissenso è il sale della democrazia, certo non può trasferirsi in comportamenti come quelli di devastazione e saccheggio che abbiamo visto”.

Sul fronte delle novità introdotte dal decreto sicurezza, tra cui il reato di violenza organizzata durante le manifestazioni pubbliche, Carlo Nordio ha spiegato che l’inasprimento delle norme penali risponde all’emergere di fenomeni nuovi, per i quali la legislazione esistente non offrirebbe strumenti adeguati. “È vero che creiamo nuovi reati e inaspriamo le pene, ma siamo ‘costretti’ a farlo davanti a comportamenti nuovi, imprevisti e imprevedibili, che hanno un vuoto di tutela penale. Il diritto penale dovrebbe precedere, ma a volte deve seguire quella che è l’evoluzione dei comportamenti che possono mettere a rischio la tutela individuale e collettiva. Quello che non era previsto era una violenza organizzata nelle manifestazioni soprattutto attraverso una promozione, anche telematica, che un tempo non esisteva e che va studiata, che è del tutto inedita. Le manifestazioni, anche politicamente aggressive, degli anni scorsi, avevano dei connotati che sono diversissimi da questi di oggi dove il saccheggio è fine a sé stesso e dove vi è una partecipazione minorile, o addirittura di persone non imputabili, che una volta non esisteva. Quindi punire chi organizza queste manifestazioni, in questo modo, era un vuoto di tutela”, ha aggiunto il Guardasigilli.

L’imputabilità

Il ministro ha poi escluso modifiche all’età prevista per l’imputabilità. “Non è all’ordine del giorno abbassare ulteriormente l’età per l’imputabilità, non sarebbe blasfemo pensare di abbassarla ma ad oggi non abbiamo intenzione di farlo. Una norma che vieti i social ai minori di 14 anni in modo bipartisan? Speriamo che il Parlamento ragioni su questa senza dover diminuire l’età dell’imputabilità, questa sarebbe per esempio una delle ottime vie da seguire”. 

Quanto al fermo preventivo nei confronti dei minori, questo “non comporta la detenzione in carcere” – ha replicato Nordio – “ma è una delle poche forme di deterrenza utile in questi casi: vedere sui social se ci si dà appuntamento per devastazioni e saccheggi consente di prevenire che ciò accada, proprio bloccando prima i ragazzi”.

Nordio ha poi osservato che “una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta. Vi sono dei momenti in cui è necessario mandare dietro le sbarre i minori violenti, ma il sistema carcerario minorile in questo momento è effettivamente in sofferenza. Proprio ieri abbiamo fatto una riunione per cercare di risolvere il problema, sia stanziando quei pochi fondi che abbiamo per ampliare la capienza delle carceri minorili, sia eventualmente per trovare accordi perché sezioni di carceri per maggiorenni possano essere destinati ai minori. Tutti siamo dell’idea che bisogna intervenire sul disagio giovanile, siamo d’accordo che non bisogna lasciare spazio al razzismo, perché molti di questi ragazzi sono italianissimi e magari figli di buone famiglie, ma il problema c’è e forse è il più urgente da risolvere”.

L’esercito

“Probabilmente è stata enfatizzata da ambo le parti della presenza dell’esercito, che c’è da sempre, perché avrete notato da anni le pattuglie composte da due militari in divisa e da un poliziotto che sta in mezzo. In questi casi il compito di polizia di sicurezza e di polizia giudiziaria è assicurato dall’agente in divisa che però è aiutato da due persone, generalmente addestrate anche alla difesa fisica nel caso in cui ci fossero delle reazioni violente. L’esercito può sostituire la polizia, i carabinieri, la guardia di finanza e anche la polizia giudiziaria, in genere in quelle attività di presidio dove non è necessario essere ufficiali di polizia giudiziaria”, ha concluso.

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Eurallumina, 4 operai protestano a 60 metri d’altezza. Sul forno di calcinazione per chiedere risposte

“Basta rinvii, ora ognuno si assuma le proprie responsabilità“. Quattro operai dell’Eurallumina di Portovesme, nel Sulcis, in Sardegna, sono saliti in cima al forno di calcinazione statico numero 1, a oltre 60 metri d’altezza. La decisione è arrivata durante durante il sit-in e l’assemblea organizzati stamani davanti allo stabilimento, indetti dalle segreterie territoriali di Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil. La protesta arriva alla vigilia del vertice convocato per domani al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit).

I lavoratori di Eurallumina tornano sul forno di calcinazione, a oltre 60 metri d’altezza, per chiedere risposte sul futuro dello stabilimento di Portoscuso. Una delegazione ha occupato la sommità del forno statico numero 1 mentre ai cancelli si svolgevano il sit-in e l’assemblea dei dipendenti. La mobilitazione arriva alla vigilia dell’incontro convocato per domani, 23 ottobre, al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit).

Gli operai chiedono al tavolo ministeriale almeno lo stanziamento immediato delle risorse necessarie a mantenere operativo l’impianto fino alla fine dell’anno e, se necessario, per tutto il tempo utile a individuare una soluzione strutturale. “Ritrovarci quassù quasi un anno dopo è la prova più evidente di quanto poco sia cambiato”, si legge nel comunicato della protesta. I colleghi rimasti in presidio ai cancelli sostengono l’iniziativa, diretta al Governo, ai ministeri, alla Regione e agli enti locali.

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Poltrone/ Gedi, Annalisa Cuzzocrea nuova direttrice di HuffPost Italia

Gedi, dopo Mattia Feltri arriva Annalisa Cuzzocrea per dirigere HuffPost Italia

Gedi ha annunciato la nomina di Annalisa Cuzzocrea alla direzione di HuffPost Italia. “Annalisa Cuzzocrea porta a HuffPost una solida esperienza giornalistica e una profonda conoscenza della politica e delle istituzioni. Le affidiamo la guida della testata con fiducia, certi che saprà valorizzarne l’identità e accompagnarne lo sviluppo, insieme alla redazione”, dichiara Mirja Cartia d’Asero, presidente e amministratrice delegata di Gedi.

Editorialista e inviata di Repubblica, Cuzzocrea ha seguito i principali avvenimenti politici degli ultimi anni. Nel corso della sua carriera ha lavorato a Radio Capital e Repubblica Tv, è stata vicedirettrice de La Stampa.

Gedi era in cerca di un direttore da quando a luglio di quest’anno Mattia Feltri si era dimesso dall’incarico dell’edizione italiana dello HuffPost. Feltri, che ha 57 anni, dirigeva lo HuffPost dall’aprile del 2020 ed era succeduto a Lucia Annunziata, che aveva diretto il sito sin dalla sua fondazione nel 2012. Prima di dirigere lo HuffPost aveva lavorato al Foglio e a Libero (fondato dal padre Vittorio Feltri); aveva tenuto per anni la rubrica giornaliera “Buongiorno” sulla Stampa.

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Intesa Sanpaolo rafforza il sostegno alle startup, all’innovazione e alla transizione sostenibile

Intesa Sanpaolo, con Up2Stars e In Action Esg CLIMATE 40 startup accelerate e tre progetti green premiati con 100mila euro ciascuno

Intesa Sanpaolo consolida il proprio impegno a favore dell’innovazione, delle startup e della transizione sostenibile con l’evento conclusivo di Up2Stars e In Action Esg CLIMATE, due programmi complementari sviluppati insieme a Intesa Sanpaolo Innovation Center. Le iniziative puntano a sostenere la crescita delle giovani imprese innovative e a valorizzare progetti capaci di generare un impatto concreto sul piano ambientale. 

Il Gruppo ha sostenuto negli ultimi dieci anni la crescita dell’ecosistema dell’innovazione attraverso circa 1 miliardo di euro di finanziamenti destinati a oltre 4.200 startup e imprese innovative. Nell’ambito dell’evento sono state inoltre premiate tre realtà con un contributo di 100mila euro ciascuna, per un totale di 300mila euro, attraverso il programma In Action Esg CLIMATE. 

Up2Stars, promosso dalla Divisione Banca dei Territori guidata da Stefano Barrese, sostiene la crescita delle startup ad alto contenuto tecnologico, favorendone il dialogo con imprese, investitori e operatori specializzati. In Action Esg CLIMATE, promosso da Intesa Sanpaolo Assicurazioni guidata da Virginia Borla, è invece dedicato ai progetti capaci di produrre un impatto ambientale concreto e misurabile. Il Grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino ha ospitato le 40 startup protagoniste del percorso di accelerazione di Up2Stars, sviluppato attraverso un network di partner che comprende ELITE, Digit’Ed, Microsoft, Innovit e Factory Plus in qualità di acceleratore. 

Nel corso dell’evento sono state premiate anche le tre startup vincitrici della quarta edizione di In Action Esg CLIMATE, selezionate tra 231 candidature. Tra i progetti premiati figura Rarearth, di Monte San Vito, in provincia di Ancona, che ha sviluppato un processo per il riciclo delle terre rare contenute nei magneti a fine vita, destinato alla produzione sostenibile di nuovi magneti ad alte prestazioni. Premiata anche Pipein, di Torino, con il progetto “Waterguard”, una soluzione pensata per ridurre le perdite nelle condotte idriche sommerse o pressurizzate attraverso sistemi robotici e tecnologie di intelligenza predittiva.

Il terzo riconoscimento è andato a Voidless, di Milano, che innova il settore della logistica producendo in tempo reale scatole su misura per ogni ordine, con l’obiettivo di ridurre costi, sprechi e impatto ambientale. La terza edizione di Up2Stars, lanciata a giugno 2025, ha raccolto 500 candidature e selezionato 40 startup ad alto potenziale, dieci per ciascuno dei quattro ambiti considerati prioritari per il sistema produttivo italiano: Nuovi materiali, Robotica, Aerospazio e Design Tech.

Le startup hanno seguito gratuitamente un percorso di accelerazione curato da Factory Plus, con attività di mentorship e approfondimenti specialistici. Nei quattro Demo Day conclusivi, realizzati con il sostegno di Visa, le realtà selezionate hanno presentato soluzioni in settori che spaziano dall’economia circolare all’intelligenza artificiale, dalla salute alla manifattura digitale, dall’automazione industriale alla space economy.

La distribuzione geografica delle 40 startup vede il Nord Italia ospitarne il 75%. La Lombardia è la regione più rappresentata, con 16 startup, di cui 13 a Milano, mentre la presenza di realtà innovative in Campania, Marche e Puglia testimonia la crescita di nuovi poli imprenditoriali anche al di fuori dei tradizionali hub del Nord. Dal 2022, In Action Esg CLIMATE ha raccolto complessivamente oltre 600 candidature, premiato 14 progetti e assegnato grant per più di 2 milioni di euro. 

Con 1.500 candidature e 120 startup accelerate in tre edizioni, Up2Stars accompagna le imprese innovative dalla fase di accelerazione fino all’accesso al mercato dei capitali attraverso la Lounge ELITE Intesa Sanpaolo. Ad oggi sono 62 le startup entrate nella Lounge, di cui 12 provenienti dall’ultima edizione. 

Negli ultimi dieci anni Intesa Sanpaolo ha inoltre erogato circa 1 miliardo di euro a oltre 4.200 startup e imprese innovative, raggiungendo una quota di mercato del 31% nel segmento startup e del 54% tra le PMI innovative. Nel 2024, inoltre, 12 startup selezionate tra le migliori partecipanti alle prime due edizioni di Up2Stars hanno preso parte a una missione negli Stati Uniti, organizzata dalla Banca dei Territori insieme a INNOVIT, l’Italian Innovation and Culture Hub nella Silicon Valley. L’evento conclusivo ha rappresentato anche un momento di confronto sui temi dell’innovazione e della crescita sostenibile, con gli interventi di Agostino Deiana, Anna Roscio e Serena Fumagalli, oltre alle testimonianze di alcune delle startup accelerate nel programma. 

Al centro della giornata anche la tavola rotonda “L’innovazione a servizio della crescita e delle transizioni sostenibili”, con la partecipazione di Viviana Bacigalupo, Direttrice Generale di Intesa Sanpaolo Innovation Center, Matteo Bertocchi, CEO e Founder di Novac, Antonio Granito, Executive Director Area Finanza e Sostenibilità di Intesa Sanpaolo Assicurazioni, e Stefano Peroncini, Chief Executive Officer di Eureka! Venture SGR. 

Nel corso della cerimonia Lauretta Filangieri, Responsabile Sostenibilità di Intesa Sanpaolo Assicurazioni, ha assegnato i tre contributi, mentre Virginia Borla, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Intesa Sanpaolo Assicurazioni e Responsabile della Divisione Insurance di Intesa Sanpaolo, ha chiuso i lavori sottolineando il valore strategico dell’ecosistema dell’innovazione e il ruolo delle assicurazioni nel sostenere lo sviluppo sostenibile e la competitività del sistema economico.

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Militari in città, ma che cosa possono fare in concreto? L’operazione Strade sicure e l’insicurezza dei soldati

Per fronteggiare l’emergenza di Milano, dovuta agli scontri tra manifestanti violenti e polizia, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha deciso di inviare i rinforzi, 500 militari. Ma dopo un confronto tra Chigi e il Colle si è deciso di non assegnare a questi soldati gli stessi poteri dei poliziotti. Il rischio ora è che in pericolo siano proprio questi militari e che il loro apporto sia inutile, visto che non potranno disporre di taser, manette e sparay urticanti per difendersi da eventuali attacchi. I 500 militari rientrano quindi nella quota di rinforzi della legge istituita dal quarto governo Berlusconi e denominata appunto “Strade sicure“. Attualmente ci sono 6.800 militari impegnati in questo servizio in tutta Italia, ai quali si aggiungeranno i 500 destinati a Milano.

Cosa possono fare? Sono due – riporta Il Corriere della Sera – le linee di intervento affidate ai militari di Strade sicure: la difesa “statica” di obiettivi sensibili (come le ambasciate) e il monitoraggio dinamico del territorio tramite pattugliamento a piedi, solo in affiancamento degli agenti di pubblica sicurezza (carabinieri, poliziotti, agenti della guardia di finanza). In entrambi i casi i militari sono a disposizione dell’autorità di pubblica sicurezza (prefetto e questore). Come gli altri agenti di pubblica sicurezza, possono identificare e controllare le generalità. Possono perquisire sul posto, ma solo in caso di fondato sospetto che un soggetto sia in possesso di armi, munizioni, esplosivi.

Cosa non possono fare? Non essendo agenti di polizia giudiziaria, i militari non possono ricevere querele e denunce, non possono né svolgere indagini né interrogare, non possono cercare droga o refurtiva o altri corpi di reato in una perquisizione personale. Devono svolgere il proprio ruolo congiuntamente alle forze di polizia.

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Banca Ifis, al fianco di Euro Stampi nell’operazione di M&A con HAIDLMAIR

Banca Ifis, la divisione Fürstenberg advisor esclusivo nell’acquisizione del 75% di Euro Stampi da parte del gruppo austriaco

Banca Ifis rafforza la propria attività di advisory alle imprese e affianca Euro Stampi nell’operazione di M&A che ha portato il gruppo austriaco HAIDLMAIR ad acquisire una quota di maggioranza pari al 75% della società italiana. L’operazione è stata seguita dalla divisione Fürstenberg di Banca Ifis, che ha agito in qualità di financial advisor esclusivo dei soci di Euro Stampi.

La Banca ha affiancato i soci lungo l’intero processo, dalla strutturazione dell’operazione alla ricerca del partner internazionale, dalla gestione delle negoziazioni fino al closing. Le cinque famiglie fondatrici resteranno nel capitale di Euro Stampi, mantenendo ciascuna una partecipazione del 5%, per una quota complessiva del 25%.

“L’operazione tra Euro Stampi e HAIDLMAIR testimonia la capacità di Banca Ifis, attraverso la divisione Fürstenberg, di mettere competenze specialistiche e conoscenza del tessuto produttivo italiano al servizio degli imprenditori”, dichiara Cataldo Conte, Responsabile Corporate & Investment Banking di Banca Ifis.

“Il nostro obiettivo è quello di sostenere i percorsi di crescita, consolidamento e apertura internazionale delle loro imprese, con servizi profilati su misura che li accompagnino nelle sfide su mercati sempre più competitivi. Questa operazione evidenzia come oggi Banca Ifis sia un operatore bancario completo per i servizi alle imprese, capace di integrare credito, equity e advisory su operazioni straordinarie”, aggiunge Conte.

L’operazione, gestita dal deal team di Fürstenberg composto da Michele Nataloni, Alfredo Leonelli e Francesco Maggiori, dà vita a una partnership industriale tra due realtà di riferimento internazionale nella progettazione e nella costruzione di stampi.

L’integrazione delle rispettive competenze e capacità produttive consentirà alle due società di rafforzare l’offerta rivolta ai clienti e sostenere il proprio sviluppo sui mercati internazionali. Euro Stampi e HAIDLMAIR continueranno comunque a operare come società e brand indipendenti.

Il deal si inserisce nel percorso di crescita del Corporate & Investment Banking di Banca Ifis, che dall’inizio del 2026 opera sotto il nuovo brand Fürstenberg. La strategia punta a rafforzare il ruolo della Banca come partner specializzato delle imprese, mettendo a disposizione competenze finanziarie e industriali per accompagnarne le principali scelte strategiche.

Attraverso l’advisory M&A, affiancata alle competenze di Equity Capital Markets, Finanza Strutturata ed Equity Investment, Banca Ifis si propone come one stop shop a supporto degli imprenditori e delle PMI italiane nelle operazioni di crescita, aggregazione, apertura del capitale e sviluppo internazionale. Il team M&A del Corporate & Investment Banking, costituito nel 2020, ha già accompagnato oltre 10 società in operazioni straordinarie.

Euro Stampi, fondata nel 1982 e con sede a Jesi, in provincia di Ancona, è specializzata nello sviluppo e nella produzione di stampi a iniezione di medie e grandi dimensioni destinati ai settori del packaging e delle tecnologie ambientali. L’azienda opera in oltre 40 Paesi, impiega più di 100 collaboratori e dispone di una superficie produttiva superiore a 6.000 metri quadrati.

HAIDLMAIR, con sede a Nußbach, in Austria, è uno dei principali fornitori di stampi a iniezione ad alte prestazioni ed è leader europeo nella produzione di stampi per contenitori destinati allo stoccaggio e alla logistica, cassonetti per la raccolta differenziata, pallet e altri manufatti in plastica di grandi dimensioni.

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Riccardo Minola: “Forza muscolare e capacità aerobica predicono la longevità. Nessun integratore si avvicina”

Imprenditori, leader del terzo settore, grandi interpreti dell’associazionismo e del civismo. Persone impegnate a costruire qualcosa di significativo. Protagonisti. A Milano, in Lombardia, in Italia. Su Affaritaliani.it Milano una rubrica dedicata al racconto di donne e uomini che con le loro iniziative, le imprese, la loro visione, forgiano quotidianamente la nostra realtà. A curare questo spazio, Mario Furlan: fondatore dei City Angels, ma anche attivista, giornalista, scrittore, coach motivazionale. Insomma, uno che di protagonisti se ne intende eccome.

Medico chirurgo specialista in ortopedia, il dottor Riccardo Minola ha oltre quarant’anni di esperienza maturata tra la medicina, la chirurgia ortopedica e lo sport ad altissimo livello. Formatosi al Gaetano Pini e tra Berna, Lione e Pittsburgh, ha diretto la Chirurgia Ortopedica dell’Humanitas ed è past president della Società Italiana di Artroscopia. Nel 2005 ha operato alla spalla Gianluigi Buffon, che l’anno successivo sarebbe diventato campione del mondo.

Negli anni Minola ha affiancato all’esperienza sui danni e sulle patologie del corpo un’attenzione sempre maggiore alla medicina del benessere, dello sport e della performance. Oggi è Medical Director di Yamaha Motor Racing e segue la squadra in MotoGP, un ambiente in cui corpo e mente vengono portati al limite e nel quale ogni parametro può contribuire alla prestazione. Nel suo studio di Milano segue atleti e pazienti di ogni età e lavora allo sviluppo di un “gemello digitale” (Digital Twin) per misurare lo stato di benessere e comprendere come migliorare la performance.

Ma cosa può insegnare l’altissimo livello a chi non corre a oltre 300 km/h e vuole semplicemente stare bene e invecchiare meglio? Con Minola abbiamo parlato delle abitudini che incidono sulla longevità, dell’importanza della forza muscolare e dell’attività aerobica, degli effetti di smartphone e computer su collo e spalle e degli esercizi utili per prevenire problemi. Ma anche del confine tra scienza del benessere e consumismo del wellness, in un mercato sempre più affollato di integratori, app, dispositivi e protocolli che promettono di misurare e migliorare la salute.

Dottore, da dove si comincia?
Dalle basi, banali solo in apparenza: dormire bene, muoversi ogni giorno, allenare la forza, mangiare in modo semplice, coltivare le relazioni. Forza muscolare e capacità aerobica sono tra i più solidi predittori di longevità. Nessun integratore si avvicina a questi effetti.

Lo smartphone ci rovina il collo?
Il problema non è la curva, è il tempo. Restare a lungo con la testa in avanti, al telefono o al computer, carica collo e spalle. Non esiste una postura perfetta: la migliore è la prossima. Telefono all’altezza degli occhi, una pausa ogni 30-40 minuti, qualche rotazione delle spalle e un’apertura del torace.

Le spalle sono il punto debole di molti. Cosa fare?
La spalla, l’articolazione più mobile del corpo, vive dell’equilibrio muscolare. Con un elastico bastano pochi esercizi: rotazioni esterne con il gomito al fianco, rematori e le «Y-T-W» a busto inclinato per stabilizzare la scapola. Poi la mobilità della colonna dorsale: una schiena rigida sovraccarica la spalla. Carichi progressivi, due o tre volte a settimana.

E cosa evitare?
Lento e lat machine dietro la nuca, che stressano la spalla anteriore; le tirate al mento con i gomiti alti; i dip profondi con sovraccarico. E l’errore più comune: smettere di muovere una spalla che fa male. Quasi sempre il carico graduale è la cura, non il nemico. Per alcuni casi, un buon programma di esercizi vale quanto l’intervento.

Integratori, app, dispositivi: il benessere è ovunque. È un bene?
La scienza dello stare bene esiste ed è rigorosa. Il consumismo del benessere è un’altra cosa: come in tanti ambiti della vita, ci fa inseguire dettagli e apparenze e ci allontana dal contenuto. Il protocollo miracoloso, l’esame che nessuno ha chiesto, l’integratore di moda, il dato dello smartwatch letto senza contesto. In MotoGP misuriamo moltissimo, ma un dato vale solo se cambia una decisione. Prima di comprare qualcosa per la salute, chiedetevi se avete già fatto le cose semplici. Quasi sempre la risposta è no.

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Il 2030 è dietro l’angolo. E se l’intelligenza artificiale facesse saltare la cassaforte del mondo?

Il commento

C’è una data che dovrebbe togliere il sonno ai governi, ai banchieri centrali, ai vertici delle grandi aziende tecnologiche. E, a pensarci bene, anche a ciascuno di noi. Il 2030. Mancano poco più di tre anni. Un tempo brevissimo, se paragonato alla portata della trasformazione che ci attende. Perché entro quella data potremmo trovarci di fronte a un problema che oggi viene discusso soprattutto nei laboratori di ricerca e negli ambienti della cybersicurezza, ma che riguarda direttamente la tenuta dell’economia mondiale: la possibilità che le tecnologie sulle quali abbiamo costruito la fiducia digitale diventino improvvisamente vulnerabili.

Non sto parlando soltanto di Bitcoin. E neppure dell’ennesima bolla finanziaria pronta a scoppiare. Il problema è molto più profondo. Riguarda la possibilità di dimostrare che un pagamento è autentico, che una transazione è stata autorizzata dal legittimo proprietario, che una comunicazione riservata non è stata intercettata, che un ordine impartito attraverso una rete informatica proviene effettivamente da chi sostiene di averlo inviato. In altre parole, riguarda qualcosa che abbiamo imparato a considerare scontato: la fiducia nei sistemi digitali.

Per capire la gravità della questione bisogna partire da una constatazione. Negli ultimi vent’anni abbiamo trasferito una parte crescente della nostra esistenza dentro infrastrutture informatiche che funzionano grazie alla crittografia. Il denaro, le identità, le comunicazioni, i contratti, i segreti industriali. Tutto è protetto da sofisticati sistemi matematici che rendono estremamente difficile, per i computer tradizionali, violare determinate chiavi di sicurezza. Il punto è che questa protezione non è una legge di natura. Dipende dalla capacità di calcolo disponibile. E quella capacità sta cambiando.

L’intelligenza artificiale accelera la ricerca, individua vulnerabilità, automatizza gli attacchi. Il quantum computing promette di fare qualcosa di ancora più radicale: risolvere problemi matematici che oggi consideriamo praticamente impossibili. La combinazione delle due tecnologie potrebbe cambiare le regole della sicurezza digitale.

Prendiamo Bitcoin. La blockchain è stata presentata per anni come una delle innovazioni più sicure mai concepite. Un registro distribuito, non controllato da un’autorità centrale, nel quale le transazioni vengono validate attraverso meccanismi crittografici. Una costruzione ingegnosa, che ha resistito a numerosi attacchi e ha alimentato un intero universo finanziario. Eppure anche questa architettura ha un punto vulnerabile. Le firme digitali utilizzate per autorizzare le transazioni si basano su algoritmi che un computer quantistico sufficientemente potente potrebbe compromettere. In particolare, potrebbe risalire da determinate chiavi pubbliche alle corrispondenti chiavi private, consentendo a un aggressore di disporre di fondi che non gli appartengono.

Non significherebbe cancellare magicamente la blockchain. Significherebbe mettere in discussione la prova stessa della proprietà digitale. Che, per una moneta nata per eliminare la necessità di fidarsi di un intermediario, sarebbe un paradosso devastante. Il problema non è fantascientifico. Nel marzo 2026 Google Quantum AI ha pubblicato una ricerca che ridimensiona le risorse teoricamente necessarie per compromettere la crittografia a curve ellittiche utilizzata anche dalle criptovalute. Non significa che oggi qualcuno possa violare Bitcoin. Significa, però, che la distanza tecnologica da quel risultato potrebbe essere inferiore a quanto si pensava. E qui nasce una domanda inquietante. Che cosa accadrebbe se un giorno venisse annunciato che una macchina è riuscita a ricavare una chiave privata da una chiave pubblica?

Non servirebbe aspettare furti su larga scala. Basterebbe la notizia. I mercati comincerebbero a interrogarsi sulla sicurezza dei patrimoni custoditi nei portafogli digitali. Gli operatori dovrebbero distinguere gli indirizzi vulnerabili da quelli protetti. Le piattaforme sarebbero costrette ad accelerare aggiornamenti delicatissimi. La fiducia, che nel sistema finanziario è importante quanto il capitale, subirebbe un colpo difficilmente quantificabile.

Ma sarebbe un errore fermarsi alle criptovalute. Il vero rischio è che Bitcoin rappresenti soltanto il primo campanello d’allarme di una crisi molto più estesa. Pensiamo ai sistemi di pagamento. Ogni giorno miliardi di operazioni attraversano una rete mondiale fatta di banche, circuiti di carte, piattaforme digitali, infrastrutture interbancarie e sistemi di regolamento. Non tutti utilizzano gli stessi algoritmi e non tutti presentano le medesime vulnerabilità. Ma molti dipendono, direttamente o indirettamente, da protocolli crittografici che dovranno essere aggiornati per resistere ai futuri computer quantistici. Se la transizione non avvenisse in tempo, il problema potrebbe diventare sistemico. Non perché un computer quantistico sarebbe automaticamente capace di svuotare ogni conto corrente. Sarebbe una rappresentazione sbagliata. Ma perché la compromissione di componenti critiche dell’autenticazione e delle comunicazioni potrebbe mettere in difficoltà intere catene di pagamento, costringendo gli operatori a sospendere servizi, sostituire certificati, verificare transazioni e ripristinare la sicurezza.

Immaginiamo per un istante una grande infrastruttura finanziaria costretta a fermarsi per verificare l’affidabilità delle proprie chiavi crittografiche. I bonifici internazionali rallentano. Le imprese incontrano difficoltà nei regolamenti. Le banche devono gestire un’ondata di richieste e controlli. I mercati reagiscono all’incertezza. Le catene di fornitura, che già oggi dipendono da pagamenti tempestivi e flussi informativi continui, subiscono nuove interruzioni.

È uno scenario, non una previsione. Ma è uno scenario che chi governa la finanza non può permettersi di ignorare. E c’è un aspetto ancora più delicato. La sicurezza nazionale. Siamo abituati a pensare alla guerra attraverso carri armati, missili, droni e sistemi di difesa. Ma un esercito moderno è anche una gigantesca organizzazione digitale. Deve pagare personale e fornitori, trasferire risorse, acquistare componenti, gestire informazioni riservate, proteggere comunicazioni e autenticare ordini.

Le criptovalute sono già entrate nell’economia dei conflitti, attraverso donazioni, trasferimenti transfrontalieri, finanziamenti e circuiti alternativi utilizzati anche per aggirare restrizioni finanziarie. Questo non significa che gli eserciti paghino ordinariamente i propri soldati in Bitcoin: non ci sono elementi per considerarla una pratica generalizzata. Significa però che gli asset digitali sono ormai parte dell’infrastruttura finanziaria che circonda la guerra. E se la crittografia che protegge queste operazioni diventasse vulnerabile, le conseguenze potrebbero andare ben oltre la perdita di denaro.

Un sistema militare deve poter essere certo dell’identità di chi impartisce un comando, dell’integrità di un messaggio e della riservatezza di un’informazione. Un avversario capace di compromettere alcuni di questi meccanismi potrebbe ottenere vantaggi strategici enormi. La sicurezza delle comunicazioni e quella delle transazioni finanziarie appartengono, sotto questo profilo, alla stessa famiglia di problemi. Esiste poi un pericolo meno appariscente, ma forse ancora più insidioso. È la possibilità che informazioni cifrate vengano intercettate oggi e conservate in attesa di poterle decifrare domani. I tecnici lo chiamano harvest now, decrypt later. Significa che un segreto industriale, un documento diplomatico o una comunicazione militare sottratti nel 2026 potrebbero diventare leggibili negli anni successivi, quando saranno disponibili strumenti di calcolo adeguati. Il futuro, insomma, potrebbe compromettere retroattivamente la sicurezza del presente.

A questo punto la domanda diventa inevitabile. Come ci salviamo? La risposta è, almeno in parte, dentro la stessa rivoluzione tecnologica che genera la minaccia. Il quantum computing non è soltanto un potenziale strumento di attacco. Può contribuire allo sviluppo di nuove tecnologie di comunicazione e sicurezza. Ma soprattutto ci obbliga a compiere un passaggio che non possiamo più rimandare: abbandonare progressivamente gli algoritmi vulnerabili e adottare una crittografia post-quantistica. Non occorre aspettare l’arrivo di un computer quantistico sufficientemente potente per farlo. Anzi, sarebbe il peggior errore possibile. Nel 2024 il National Institute of Standards and Technology americano ha approvato i primi tre standard fondamentali di crittografia post-quantistica, progettati per resistere anche agli attacchi dei futuri computer quantistici. Il Regno Unito ha indicato il 2035 come orizzonte per completare la migrazione dei sistemi. Il lavoro, dunque, è già cominciato.

Ma aggiornare un algoritmo non è come sostituire un’applicazione sul telefono. Bisogna intervenire su reti bancarie, software, dispositivi, infrastrutture pubbliche, sistemi industriali e apparati che possono rimanere operativi per decenni. Occorrono investimenti, competenze, test e soprattutto coordinamento.

Ed è qui che la questione tecnologica diventa politica, nel senso più alto del termine. Nessun Paese può mettere in sicurezza da solo un’economia che funziona attraverso reti globali. Non possono farlo gli Stati Uniti, nonostante la loro supremazia in molti segmenti dell’innovazione digitale. Non può farlo la Cina, pur disponendo di enormi capacità di ricerca e investimento. Non può farlo l’Europa, che possiede competenze scientifiche e industriali importanti ma soffre di frammentazioni e dipendenze tecnologiche.

Se una banca europea aggiorna i propri sistemi, ma continua a dialogare con infrastrutture vulnerabili in altre parti del mondo, il problema non è risolto. Se una catena industriale protegge i propri dati ma i fornitori non fanno altrettanto, resta esposta. Se le infrastrutture civili e militari adottano standard incompatibili, la sicurezza rischia di trasformarsi in una nuova forma di isolamento.

Serve allora qualcosa che oggi può sembrare quasi utopistico: una grande alleanza internazionale per la sicurezza crittografica. Un accordo che coinvolga Stati Uniti, Cina, Unione europea e le altre principali potenze tecnologiche. Non per condividere segreti militari o rinunciare alla competizione strategica, ma per individuare standard interoperabili, procedure di certificazione, tempi di transizione e meccanismi di gestione delle vulnerabilità. Un terreno comune sul quale la rivalità geopolitica non impedisca la protezione delle infrastrutture civili essenziali.

È difficile? Certamente. I rapporti tra Washington e Pechino sono segnati dalla competizione tecnologica. L’Europa cerca faticosamente una propria autonomia digitale. Il controllo dei semiconduttori, delle tecnologie quantistiche e dell’intelligenza artificiale è diventato una questione di potere. Ma proprio per questo la cooperazione è necessaria. Ci sono infrastrutture che nessuno ha interesse a vedere collassare. Il sistema dei pagamenti internazionali è una di queste. La sicurezza delle comunicazioni essenziali è un’altra. Come per la sicurezza nucleare o per la gestione dei grandi rischi sanitari, la competizione fra Stati deve poter convivere con alcune regole comuni.

E l’Europa, anziché limitarsi a osservare la sfida tra le due superpotenze, dovrebbe assumere un ruolo da protagonista. Ha le competenze scientifiche, le imprese, i centri di ricerca e la forza regolatoria per contribuire alla definizione delle nuove regole. Ma deve investire molto di più e, soprattutto, deve muoversi con maggiore rapidità. Perché il problema del 2030 non è sapere se proprio in quell’anno una macchina riuscirà a violare una firma digitale di Bitcoin. Nessuno può affermarlo con certezza. Le stime divergono e le difficoltà ingegneristiche restano considerevoli.

Il problema è che potremmo arrivare al 2030 senza avere ancora completato il lavoro necessario a difenderci. E in una società nella quale quasi ogni attività economica dipende da una forma di autenticazione digitale, la vulnerabilità di quei sistemi non sarebbe una questione per informatici. Diventerebbe una questione di stabilità finanziaria, continuità industriale, sicurezza nazionale e sovranità. Abbiamo trascorso gli ultimi anni chiedendoci quanto l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro, la produttività, la medicina e la nostra vita quotidiana. Domande legittime, naturalmente. Ma forse abbiamo dedicato troppo poco tempo a un interrogativo ancora più elementare: chi garantirà che le infrastrutture digitali sulle quali poggia questa nuova economia continueranno a essere affidabili?

C’è una sottile ironia in tutto questo. Abbiamo costruito un mondo nel quale il denaro si muove alla velocità della luce, i contratti possono essere eseguiti automaticamente e le macchine cominciano a prendere decisioni autonome. E ora scopriamo che le fondamenta matematiche di una parte di questo edificio potrebbero dover essere sostituite. Non è una ragione per fermare il progresso. È una ragione per governarlo. Il 2030 non deve diventare la data di un’apocalisse digitale. Deve diventare la scadenza entro la quale le grandi potenze avranno dimostrato di saper collaborare almeno sulla sicurezza del mondo che hanno costruito. Perché il rischio più grande non è che un giorno un computer diventi abbastanza potente da violare una chiave crittografica. È che gli uomini, pur conoscendo il pericolo, non riescano a mettersi d’accordo in tempo per cambiare la serratura.

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Shiva, patrimonio immobiliare da quasi 10 milioni ma la società è andata in rosso: ecco perché

Vale quasi 10 milioni di euro il “tesoro” di immobili e terreni di Andrea Arrigoni, in arte “Shiva”. Lo si legge alla voce delle “immobilizzazioni materiali” della UH17, la holding milanese di famiglia del rapper, attiva da oltre 30 anni nel real estate e che possiede diversi immobili a Milano, per l’esattezza 51 come dice una visura catastale aggiornata. Vero è, però, che il flusso derivante dagli affitti ha visto ricavi in lieve calo a 565mila euro dai 660mila euro del 2024 e così alla fine la società è andata in rosso per 257mila euro mentre l’anno prima aveva segnato un piccolo utile di 67mila euro.

UH17 ha comunque un patrimonio netto di 1,6 milioni ed è gravata da debiti per 8,2 milioni, larga parte dei quali (6,4 milioni) sono però verso i soci. Amministratrice unica della società è Carmelina Spata, madre del rapper mentre il 100% è in mano alla società semplice Money Route. Oltre al settore immobiliare, UH17 controlla il 70% di Milano Ovest, la società che gestisce i guadagni musicali di Shiva.

E qui i numeri sono decisamente migliori perché nel 2025 i ricavi sono “esplosi” a 6,4 milioni più che raddoppiati dai 3 milioni dell’anno prima anche se l’utile è stato solo di 80mila euro. Di Milano Ovest amministratore unico è Luca Arrigoni, padre del rapper.

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Stellantis rassicura la Regione Lazio sul futuro di Cassino: vertice a Torino, attesa per il piano Maserati

Sulla vertenza legata allo stabilimento Stellantis di Cassino (Piedimonte San Germano) arriva una prima svolta interlocutoria ma ricca di spunti. I vertici del gruppo Stellantis hanno incontrato a Torino i rappresentanti della Giunta laziale. Il confronto si è concentrato sulle prospettive dello stabilimento in una fase definita ancora complessa per l’industria automobilistica e per il futuro produttivo del sito. All’appuntamento tenutosi al Centro Stile hanno preso parte il presidente Francesco Rocca, la vicepresidente Roberta Angelilli, il responsabile europeo del gruppo Emanuele Cappellano e l’amministratore delegato di Maserati e Alfa Romeo, Santo Ficili. Al centro del tavolo sono state poste le criticità operative del sito manifatturiero, segnato nell’ultimo periodo da una forte contrazione dei volumi produttivi e dal ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali.

Si aspetta dicembre per la nuova linea strategica della Maserati

Per conoscere nel dettaglio gli impegni concreti e le nuove allocazioni industriali occorrerà attendere la prima metà di dicembre, finestra temporale scelta dal gruppo per svelare il nuovo piano di rilancio del brand. L’impianto laziale assembla oggi modelli di punta come la Gecale, affiancata dalle vetture Giulia e Stelvio, rendendo il futuro dello stabilimento strettamente connesso alle scelte strategiche previste per la gamma di lusso. Il governatore Francesco Rocca ha definito l’esito dell’interlocuzione decisamente positivo e superiore alle attese della vigilia, confermando l’intenzione di aggiornare a breve le rappresentanze sindacali e sollecitando al contempo un intervento normativo e finanziario urgente da parte dell’Unione Europea.

Sospensioni produttive e incognite sulle possibili partnership estere

La cautela resta d’obbligo a causa delle marcate difficoltà che continuano a caratterizzare l’operatività quotidiana della fabbrica. L’autunno ha fatto registrare ulteriori stop alle linee di montaggio dovuti al calo della domanda di mercato, fattore che alimenta le preoccupazioni dei lavoratori sul mantenimento dei livelli occupazionali. Sullo sfondo restano anche le indiscrezioni relative a possibili intese industriali con colossi cinesi del calibro di Jac e Huawei, scenari che potrebbero ridefinire le filiere di montaggio e le competenze operative assegnate al sito italiano nei prossimi anni.

La posizione di Stellantis sul ruolo centrale dell’impianto laziale

Dal canto suo la dirigenza del gruppo Stellantis ha voluto ribadire la centralità della struttura nell’ambito dell’architettura produttiva continentale. Attraverso le parole del manager Emanuele Cappellano, la società ha confermato l’attenzione verso il polo industriale di Cassino, evidenziando come, pur all’interno di una congiuntura di mercato particolarmente complessa, prosegua il lavoro mirato a rafforzare la competitività dei marchi del gruppo ed a porre le basi per una crescita sostenibile nel lungo termine.

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Mense scolastiche Roma, Gualtieri sfratta gli ultraprocessati: 800 milioni per cambiare menu

Più prodotti freschi, filiere locali e qualità nei 150mila pasti serviti ogni giorno. Il pranzo a scuola diventa una questione di salute e disuguaglianze.

La rivoluzione alimentare di Roma comincia dal vassoio della mensa. Niente ricette da chef stellati: l’obiettivo è mandare in pensione i cibi ultraprocessati e puntare su ingredienti freschi e stagionali. A ribadirlo è il sindaco Roberto Gualtieri al Forum internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione di Coldiretti.

In gioco ci sono 150mila pasti quotidiani e un appalto quadriennale da 766 milioni di euro, quasi 800 milioni in cifra tonda. Un servizio che riguarda nidi e scuole della Capitale e può incidere sulla salute dei bambini e sull’economia agricola del territorio.

Mense scolastiche, cosa cambia a Roma

Il bando pubblicato a luglio, suddiviso in 15 lotti, uno per municipio, esclude gli alimenti ultraprocessati e favorisce prodotti biologici, stagionali e certificati. Più frutta, verdura e pesce fresco, meno plastica e attenzione al recupero delle eccedenze.

Attenzione, però: non tutto ciò che viene lavorato è necessariamente ultraprocessato. Pane, yogurt e legumi in scatola non sono automaticamente paragonabili alle formulazioni industriali più elaborate. Il vero banco di prova saranno criteri precisi e controlli sulla loro applicazione.

Un bambino su dieci mangia meglio a scuola

Il dato più significativo è di carattere sociale. Secondo Gualtieri, per il 10% dei bambini romani la mensa offre il pasto più sano della giornata. Dietro quella percentuale ci sono famiglie che devono fare i conti con prezzi, tempi stretti e difficoltà economiche.

La refezione scolastica diventa così anche uno strumento contro le disuguaglianze alimentari. Il Campidoglio vuole rafforzare il legame con agricoltori e mercati di prossimità: filiere più corte, nell’impostazione illustrata dal sindaco, possono contribuire a garantire qualità senza far esplodere i costi.

Dal capitolato al piatto: la prova più difficile

L’iniziativa rientra nella politica del cibo di Roma Capitale, dal Consiglio del cibo alla valorizzazione dell’agricoltura urbana. Ma il risultato dipenderà dai fornitori, dal funzionamento delle cucine e dai controlli, oltre che dal gradimento dei piccoli commensali. Perché una mensa perfetta sulla carta serve a poco se il pranzo finisce nel secchio. E stavolta, più che nei comunicati, il successo si misurerà in ciò che i bambini mangeranno davvero.

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Ancona, truffe e corruzione negli appalti post sisma: otto arresti della Gdf e 51 indagati

Otto misure di custodia cautelare in carcere, 51 indagati e un sequestro di beni per oltre 57 milioni di euro: è il bilancio dell’operazione “Ricostruzione” della Guardia di Finanza di Ancona, coordinata dalla Dda, su un sistema illecito in commesse per la ricostruzione privata post-sisma 2016 e appalti banditi da Regione Marche, Erdis Marche e Università di Camerino, per accuse di truffa aggravata, infiltrazioni di criminalità organizzata di stampo mafioso, e corruzione. Oltre 50 perquisizioni nelle province di Ancona, Macerata, Pesaro-Urbino, Fermo, Roma, Caserta, Napoli, Reggio Calabria, Modena, Terni, Chieti, Treviso e Piacenza.

L’operazione denominata “Ricostruzione“, condotta dal Nucleo di polizia economico – finanziaria delle Fiamme Gialle di Ancona, si è articolata in più filoni, tra i quali, uno relativo alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche destinate alla ricostruzione privata nei territori colpiti dagli eventi sismici, i cui lavori sono stati subappaltati anche a soggetti collegati alla criminalità organizzata calabrese e campana e, un altro, concernente condotte di corruzione poste in essere da pubblici ufficiali e imprenditori.

Gli accertamenti, tra esecuzione delle misure cautelari, perquisizioni e acquisizioni di documenti. Hanno impegnato circa 230 militari della Guardia di Finanza. Al momento sono ci sono 51 persone indagate; per otto delle quali è stata emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ancona la misura della custodia cautelare in carcere; disposto l’interrogatorio preventivo per altre cinque e il sequestro per oltre 57 milioni di euro. I dettagli dell’operazione saranno forniti nella conferenza stampa indetta per le 15 presso il Comando Provinciale della Guardia di Finanza sito in Ancona, Lungomare Vanvitelli 26, alla presenza della Procuratrice della Repubblica di Ancona, dottoressa Monica Garulli. 

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Dritto e Rovescio, Del Debbio parla con i maranza e analizza le novità in tema sicurezza: le anticipazioni

Dritto e Rovescio, ospiti stasera: tra i temi anche le proteste sul carovita al Sud e un focus sulle armi

Al centro della puntata, un approfondimento sul fenomeno dei Maranza, con testimonianze esclusive di ragazzi presenti nelle piazze, per esplorarne le esperienze, i contesti di provenienza, i riferimenti culturali e le aspettative.
 
Ampio spazio sarà dedicato ai provvedimenti del governo e alle iniziative volte a contrastare gli episodi di violenza e criminalità. A seguire, il confronto sulle proteste civili e pacifiche contro il carovita, con particolare attenzione al Sud Italia e alle difficoltà economiche che interessano famiglie e cittadini.
 
Infine, un’analisi del rapporto tra giovani, consumo e simboli del successo economico, dai prodotti di lusso ai beni di marca, e un focus sul tema delle armi, sulla loro esibizione e sul significato che possono assumere nelle dinamiche di intimidazione, conflitto e affermazione del potere.
 
Tra gli ospiti anche: Galeazzo Bignami (Fratelli d’Italia), Davide Faraone (Itala Viva), Matteo Perego (Forza Italia), Pierfrancesco Majorino (Partito Democratico), Silvia Sardone (Lega) e Lorenzo Pacini (Partito Democratico).

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Toyota Hilux a idrogeno alla Dakar 2027: debutto da 400 kW

Il DKR GR FC Hilux di Toyota debutterà nella Dakar Future Mission 1000: celle a combustibile da 400 kW e Dania Akeel alla guida.

La Toyota Hilux a idrogeno si prepara alla Dakar 2027. GAZOO Racing ha completato la costruzione del prototipo DKR GR FC Hilux e avviato i test dinamici in vista dell’esordio nella categoria Dakar Future Mission 1000. Al volante ci sarà la pilota saudita Dania Akeel. La novità è soprattutto tecnica: un sistema elettrico a celle a combustibile da 400 kW, alimentato da idrogeno compresso, porterà nel rally-raid un laboratorio per verificare prestazioni, affidabilità e resistenza in condizioni estreme.

Dakar 2027, una sfida dedicata alle nuove tecnologie

La Future Mission 1000 è la categoria della Dakar riservata ai veicoli sperimentali e alle tecnologie di propulsione alternative. Per Toyota sarà la prima partecipazione a una competizione motoristica con un veicolo FCEV a idrogeno di questo tipo. La scelta del deserto non è casuale: calore, polvere, vibrazioni e percorsi mutevoli permettono di raccogliere dati difficili da riprodurre in un normale ciclo di collaudo.

Come funziona il DKR GR FC Hilux: 400 kW e fuel cell

Sotto la carrozzeria del DKR GR FC Hilux lavorano due stack di celle a combustibile integrati in un unico sistema ad alta potenza. L’idrogeno reagisce con l’ossigeno nelle fuel cell per produrre l’elettricità destinata alla trazione: non si tratta quindi di un motore termico che brucia idrogeno. La potenza complessiva dichiarata è di 400 kW. Per l’alimentazione vengono impiegati quattro serbatoi ad alta pressione, derivati dalla tecnologia della Toyota Mirai, con una capacità totale di 8,4 kg di idrogeno.

Telaio da competizione e sospensioni con 350 mm di escursione

La base tecnica è quella del DKR GR Hilux utilizzato nelle competizioni rally-raid. Restano il telaio tubolare, la cellula di sicurezza, l’impostazione delle sospensioni e l’impianto frenante. Le sospensioni a doppi triangoli offrono 350 mm di escursione, una misura pensata per affrontare fondi molto irregolari. Le dimensioni dichiarate sono 4,50 metri di lunghezza, 2,30 metri di larghezza e 2,10 metri di altezza; il peso complessivo rimane inferiore a 2.500 kg. Sono previsti pneumatici TOYO TIRE Open Country M/T-R.

Fibra naturale, raffreddamento ed elettronica sotto esame

La trasformazione della Hilux da corsa riguarda anche materiali e gestione termica. Alcuni pannelli in fibra di carbonio lasciano spazio a componenti in fibra naturale, mentre debutta un circuito di raffreddamento ad alta tensione specifico per il nuovo gruppo propulsore. In un veicolo fuel cell la capacità di controllare le temperature è decisiva per mantenere prestazioni costanti e salvaguardare l’affidabilità. La centralina IAV Dragoon coordina l’elettronica del sistema fuel cell.

Dania Akeel guiderà il prototipo nei test e alla Dakar

Il programma sportivo sarà affidato a Dania Akeel, pilota saudita impegnata nel rally-raid dal 2021. Al debutto alla Dakar ha chiuso fra i primi dieci della classe T3 e nel 2025 ha conquistato una vittoria di tappa nella categoria Challenger. Ha inoltre ottenuto successi di tappa nel World Rally-Raid Championship e vinto per due volte la FIA Middle East Baja Cup, nel 2024 e nel 2025, con una Hilux schierata da Overdrive Racing. L’esperienza su terreni differenti sarà importante per interpretare le reazioni del nuovo sistema di trazione.

Dallo sviluppo in Europa ai test prima del debutto

Per realizzare il DKR GR FC Hilux, il centro di ricerca e sviluppo europeo di Toyota, vicino a Bruxelles, ha lavorato insieme a Overdrive Racing, che gestisce il programma TOYOTA GAZOO Racing W2RC e ha sviluppato l’Hilux da competizione. Hanno contribuito anche TOYOTA RACING GmbH a Colonia e Toyota Motor Corporation. La costruzione è terminata e il prototipo è entrato nella fase dei collaudi dinamici: i risultati serviranno a validare l’integrazione fra telaio, propulsione elettrica, stoccaggio dell’idrogeno ed elettronica di controllo.

Emissioni allo scarico e obiettivi della tecnologia a idrogeno

Durante la marcia il sistema FCEV non produce CO₂ allo scarico: la reazione elettrochimica genera acqua. Questo dato non significa però che l’intero ciclo di vita del veicolo sia privo di emissioni, perché il bilancio dipende anche da come viene prodotto e trasportato l’idrogeno, oltre che dalla costruzione del mezzo. La sperimentazione alla Dakar rientra nell’approccio multi-tecnologico di Toyota, che considera differenti soluzioni di propulsione in funzione delle applicazioni e delle esigenze d’uso.

Accanto allo sponsor Jameel Motorsport, il progetto coinvolge partner tecnici come DENSO, TOYO TIRE, IAV e PRF. Il traguardo industriale va oltre la classifica: raccogliere informazioni utili per migliorare celle a combustibile, sistemi di raffreddamento e robustezza dei componenti. Se le verifiche confermeranno le aspettative, l’esperienza del rally-raid potrà contribuire allo sviluppo di future applicazioni stradali e sportive dell’idrogeno Toyota, senza anticipare risultati che soltanto i test e la gara potranno misurare.

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L’estranea, da Bari a Roma l’incubo corre verso gli Oscar: Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi nel thriller che non dà tregua

Un film potente, originale e aperto a molteplici interpretazioni. Da vedere, possibilmente senza aspettarsi di uscire dalla sala particolarmente rasserenati

Tra le strade di San Lorenzo e una Capitale assediata dalla pioggia prende forma il dramma familiare diretto da Paolo Strippoli. Un film psicologico inquietante e visionario, scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2027, che esplora il prezzo dei desideri e l’illusione di poter controllare il destino.

A volte basta alterare la percezione della realtà, incrinare le certezze e trasformare ciò che appare familiare in qualcosa di profondamente minaccioso. È su questo terreno che si muove il nuovo lungometraggio di Strippoli, un’opera che fin dalle sequenze iniziali avverte il pubblico, senza bisogno di dichiararlo: allacciate le cinture, perché i prossimi 115 minuti non saranno una passeggiata.

L’obiettivo è generare inquietudine, disagio, un senso crescente di instabilità. E da questo punto di vista il risultato è pienamente raggiunto. L’estranea è un film che non cerca di piacere a tutti, né di rassicurare chi guarda. Preferisce turbare, insinuare dubbi e lasciare addosso una sensazione sgradevole ma cinematograficamente stimolante.

Una regia che aggredisce i sensi: immagini, musica e suoni diventano protagonisti

Strippoli costruisce un universo visivo e sonoro nel quale ogni elemento contribuisce a destabilizzare lo spettatore. La macchina da presa non si limita a registrare gli avvenimenti, ma si muove incessantemente, gira attorno ai personaggi, li osserva da prospettive impreviste e talvolta sembra volerli imprigionare.

La colonna sonora irrompe con volumi elevati, gli effetti acustici assumono frequenze taglienti, mentre le luci colorate accentuano il carattere quasi allucinatorio di alcune sequenze. Nulla appare casuale: fotografia, montaggio, musica e regia partecipano alla costruzione di un unico organismo narrativo, nervoso e soffocante.

Per certi aspetti viene in mente il cinema di Paolo Sorrentino, soprattutto quello de Il divo, dove suono e immagine si fondono in una rappresentazione fortemente stilizzata. Ma mentre Sorrentino utilizza questa combinazione per creare un universo affabulatorio, barocco e visionario, Strippoli la trasforma in uno strumento di pressione psicologica.

Emblematica, in questo senso, la sequenza ambientata durante i festeggiamenti per la vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio del 2006. L’euforia collettiva diventa una cornice straniante, nella quale il rumore della festa sembra amplificare anziché cancellare l’angoscia individuale.

Da Bari a Roma, una famiglia perfetta e un patto con il destino

La vicenda prende forma a Bari, alla fine degli anni Novanta, all’interno della famiglia Colonna. Una famiglia dell’alta borghesia, economicamente agiata, apparentemente felice e convinta di avere davanti un futuro luminoso.

Anna, interpretata da Jasmine Trinca, e il marito Walter, cui dà volto Adriano Giannini, ripongono grandi aspettative nei figli Alice e Tobia. Il successo sembra un diritto acquisito, la felicità una condizione destinata a durare. Ma il destino, come spesso accade nel cinema e ancor più frequentemente nella vita, non sottoscrive contratti a tempo indeterminato.

Una successione di eventi drammatici incrina progressivamente quella costruzione di certezze, mettendo Anna davanti a un interrogativo terribile: fino a che punto è lecito spingersi per salvare ciò che si ama? È proprio quando la disperazione raggiunge il suo culmine che compare una figura misteriosa, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi. Un’estranea dotata di poteri inspiegabili, capace di offrire una via d’uscita dalle tragedie familiari. La sua proposta è apparentemente semplice: rimediare a una sventura in cambio di un sacrificio. Naturalmente, il prezzo potrebbe rivelarsi molto più alto del previsto.

L’ambientazione romana

Il racconto si sviluppa su due piani temporali. Al passato barese si contrappone la Roma contemporanea, dove Anna si presenta nell’appartamento della figlia Alice, interpretata da Romana Maggiora Vergano, per rivelarle il segreto che ha segnato l’esistenza della famiglia. La Capitale non rappresenta soltanto una seconda ambientazione geografica, ma diventa lo scenario nel quale i conti rimasti in sospeso tornano drammaticamente a galla.

Da San Lorenzo a Termini, le location del film

La presenza romana non è affatto marginale. L’estranea è stato girato anche nella Capitale, utilizzando ambientazioni riconoscibili, soprattutto nel quartiere San Lorenzo, nella zona della stazione Termini e in diverse strutture ospedaliere. Tra le location figurano via degli Ausoni, lo scalo ferroviario osservato dall’alto, l’Ospedale San Camillo, l’American Hospital e gli studi cinematografici di via Tiburtina. Anche l’appartamento romano di Alice, spazio fondamentale per la costruzione della tensione narrativa, è legato a questo contesto urbano. Non siamo, tuttavia, davanti alla Roma monumentale delle cartoline, dei palazzi del potere o delle terrazze mondane. Strippoli sceglie una città più quotidiana, contemporanea e claustrofobica.

La pioggia incessante che accompagna il confronto tra madre e figlia finisce per trasformare l’ambiente urbano in una proiezione dello stato d’animo dei personaggi. Roma perde progressivamente i propri contorni rassicuranti, diventando uno spazio ostile, nel quale il passato sembra impossibile da tenere fuori dalla porta. Un utilizzo della Capitale particolarmente interessante: una città che non viene celebrata, ma coinvolta nella costruzione dell’incubo. E che contribuisce alla riuscita di un film finanziato anche attraverso il programma regionale Lazio Cinema International.

Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi, due interpretazioni che reggono il film

Uno degli aspetti più convincenti del lungometraggio è il confronto tra le due protagoniste. Jasmine Trinca conferma la maturità artistica raggiunta attraverso una successione di interpretazioni di notevole spessore. La sua Anna è una donna complessa, attraversata dalla paura e dal bisogno quasi ossessivo di conservare il controllo sulla propria esistenza. Non è soltanto una madre disposta a tutto per proteggere i figli. È anche una donna che desidera sentirsi indispensabile, determinante nelle scelte familiari, capace di indirizzare gli eventi secondo la propria volontà. Il suo dramma nasce proprio dallo scontro tra questa necessità di controllo e l’imprevedibilità della vita.

Valeria Bruni Tedeschi, dal canto suo, costruisce una presenza inquietante senza dover necessariamente ricorrere agli espedienti più convenzionali del cinema horror. La sua estranea possiede un’ambiguità quasi naturale, una capacità di oscillare tra apparente benevolenza e minaccia che rende il personaggio particolarmente efficace. Ma chi è davvero questa donna? Una manifestazione del male? Una creatura soprannaturale? La personificazione del destino, del senso di colpa o delle pulsioni più oscure dell’essere umano?

La sceneggiatura, firmata dallo stesso Strippoli insieme a Salvatore De Chirico, evita opportunamente di offrire una spiegazione univoca. Ed è proprio questa libertà interpretativa a costituire uno dei principali elementi di interesse dell’opera.

Non soltanto horror: il vero mostro è l’illusione di controllare la vita

Ridurre L’estranea a un film horror sarebbe limitante. L’opera attraversa diversi territori narrativi: il dramma familiare, il thriller psicologico, il fantastico e persino la tragedia morale. Al centro non c’è semplicemente una presenza minacciosa, ma un interrogativo antico quanto l’umanità: che cosa siamo disposti a sacrificare pur di cambiare il corso degli eventi? Il riferimento al patto faustiano è evidente. Tuttavia, Strippoli lo rilegge attraverso le dinamiche di una famiglia contemporanea, facendo emergere le contraddizioni che possono nascondersi dietro l’amore, l’ambizione e il desiderio di protezione.

La forza del film risiede nella capacità di trasformare un racconto soprannaturale in una riflessione sulla fragilità delle certezze borghesi, sulla maternità e sul confine, spesso incerto, tra generosità ed egoismo. Non tutto è immediatamente decifrabile e alcune scelte stilistiche possono risultare persino eccessive. Ma si tratta di eccessi che appartengono alla personalità del film, non di semplici esercizi di virtuosismo.

Da Venezia a Toronto, fino alla corsa agli Oscar 2027

La carriera internazionale de L’estranea conferma la particolarità del progetto. Coproduzione tra Italia, Francia e Belgio, il film è stato presentato in concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha conquistato il Premio ARCA CinemaGiovani come miglior film italiano, per poi ottenere il secondo posto nel premio del pubblico della sezione Midnight Madness al Toronto International Film Festival. A settembre è arrivata anche la designazione ufficiale dell’Italia per la categoria Miglior film internazionale agli Oscar 2027. Una scelta tutt’altro che scontata, considerando che tradizionalmente il nostro cinema si presenta agli Academy Awards con opere drammatiche, storiche o fortemente legate alla tradizione autoriale nazionale.

Il giudizio: un film coraggioso, imperfetto e decisamente da vedere

L’estranea non è un’opera accomodante. Richiede attenzione, disponibilità a confrontarsi con immagini disturbanti e una certa tolleranza verso un’esperienza sonora e visiva talvolta volutamente esasperata. Eppure, proprio nella sua capacità di spingersi oltre i confini consueti del racconto cinematografico, trova la propria identità.

Strippoli dimostra di possedere una personalità registica riconoscibile e il coraggio di percorrere territori ancora relativamente poco frequentati dal cinema italiano contemporaneo. La sua ambizione non è soltanto spaventare, ma utilizzare la paura per indagare le debolezze umane.

Alla fine della proiezione rimane una domanda in sospeso: siamo davvero padroni delle nostre scelte oppure trascorriamo l’esistenza cercando disperatamente di convincerci di esserlo?

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Picchiava donne a caso per strada: il terrore di Milano finisce in manette a Roma

Condannato per una serie di violenze contro passanti nel capoluogo lombardo, il 24enne era irreperibile da luglio. I carabinieri lo hanno individuato in via Giolitti: sconterà la pena a Regina Coeli.

La fuga è finita fra i marciapiedi affollati dell’Esquilino e il via vai di viaggiatori della stazione Termini. È qui che i carabinieri hanno rintracciato A.S., 24 anni, di origine senegalese, ricercato dopo la condanna per una serie di aggressioni ai danni di donne a Milano. Un caso che aveva seminato paura tra Porta Venezia e la Stazione Centrale: sette episodi, vittime scelte apparentemente a caso e violenze senza alcuna richiesta di denaro.

Il controllo in via Giolitti e l’arresto a Roma

Domenica 18 ottobre, intorno alle 8, una pattuglia del nucleo Scalo Termini ha fermato il giovane in via Giolitti per identificarlo. La verifica nelle banche dati ha fatto emergere un ordine di carcerazione emesso l’8 ottobre dalla Procura di Milano. A.S., dichiarato irreperibile a luglio, deve scontare un residuo di un anno, nove mesi e 17 giorni di reclusione. Dopo gli accertamenti è stato trasferito nel carcere romano di Regina Coeli.

Sette donne colpite per strada: il terrore a Milano

Secondo la ricostruzione degli investigatori, fra agosto e ottobre 2025 il giovane prendeva di mira donne che camminavano sole, sorprendendole con calci, pugni e spinte. Nessuna rapina: l’aggressione sembrava essere l’unico scopo.

In via Boscovich una 61enne riportò lesioni con 60 giorni di prognosi. La notte del 5 ottobre, nel giro di mezz’ora, quattro donne furono assalite tra via Tadino e via Castaldi. Una 32enne, colpita al volto mentre era a terra, subì la frattura del setto nasale. Le telecamere di sorveglianza permisero alla polizia milanese di ricostruire gli spostamenti del sospettato, riconoscibile anche per gli abiti vistosi e alcune ciocche bionde. Nell’ottobre 2025 arrivò il primo arresto a Milano.

Undici identità e un precedente alla stazione Termini

Gli accertamenti rivelarono 43 fotosegnalamenti e 11 alias utilizzati dal giovane. Fra i suoi precedenti figurava anche una rapina contestata nel luglio 2025 proprio nell’area di Termini, a Roma. Il Tribunale di Milano lo ha condannato il 1° aprile 2026; la sentenza è diventata definitiva il 18 maggio. Ma quando è arrivato il momento di eseguire la pena, il 24enne non era più reperibile.

La ricerca si è conclusa nel cuore della Capitale, a pochi passi dagli stessi binari già comparsi nella sua storia giudiziaria. Restano da ricostruire i movimenti compiuti durante i mesi di irreperibilità.

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22 ottobre 1933 – Carnera conquista Piazza di Siena davanti a 70mila persone

Il 22 ottobre 1933 Roma si sveglia con un appuntamento decisamente insolito. Piazza di Siena, nel cuore di Villa Borghese, si trasforma in un gigantesco ring a cielo aperto. Niente cavalli, carrozze o eleganti passeggiate: questa volta volano pugni. E non pugni qualsiasi, perché a distribuirli è Primo Carnera, il gigante friulano diventato pochi mesi prima campione del mondo dei pesi massimi.

22 ottobre 1933 – Carnera conquista Piazza di Siena davanti a 70mila persone
Il manifesto originale dell’incontro

Attorno al quadrato si accalcano, secondo le cronache, circa 70mila spettatori. Un evento dalle proporzioni straordinarie per l’epoca, con un ospite che non ha alcuna intenzione di passare inosservato: Benito Mussolini. Il regime ha organizzato una celebrazione della forza italica. E naturalmente pretende un trionfo.

Due metri di muscoli e un avversario che non vuole cadere

Carnera è un fenomeno anche fuori dal ring: oltre due metri d’altezza, circa 120 chili di peso e due mani che sembrano badili. Nato a Sequals, in Friuli, ha conosciuto la povertà, lavorato in un circo e attraversato l’Atlantico per diventare il primo italiano campione mondiale dei pesi massimi. Di fronte a lui c’è Paulino Uzcudun, pugile basco e campione europeo, un osso durissimo. Carnera lo supera di circa trenta chili e il pubblico pregusta una conclusione rapida. Anche Mussolini vorrebbe un successo per knock-out, possibilmente spettacolare e utile alla propaganda.

Ma lo spagnolo ha evidentemente dimenticato di leggere il copione.

Quindici riprese, una vittoria e qualche mugugno

Il combattimento dura tutte le quindici riprese previste. Carnera attacca, colpisce, domina gran parte dell’incontro, ma Uzcudun resiste ostinatamente. Non cade. Non si arrende. E soprattutto non concede al regime la fotografia tanto desiderata: quella dell’avversario steso al tappeto. Carnera vince nettamente ai punti, conserva il titolo mondiale e conquista anche quello europeo. Eppure, tra gli spettatori c’è chi manifesta delusione. Il gigante ha vinto, ma non nel modo in cui qualcuno aveva stabilito che dovesse vincere.

Una situazione quasi surreale: essere campione del mondo e rischiare di sentirsi rimproverare perché non si è picchiato abbastanza.

Quando lo sport diventava propaganda

L’incontro romano rimane uno dei momenti più significativi nella storia del pugilato italiano. Ma racconta anche un’altra storia: quella di un potere politico che trasforma gli atleti in manifesti viventi. Carnera, celebrato come simbolo di una nazione invincibile, è in realtà un uomo dalla vicenda assai più complessa, segnata da successi, sfruttamento economico e sconfitte.

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“Così le manifestazioni pacifiche potrebbero degenerare rapidamente”. Cortei a Milano e in tutta Italia, scatta l’alert dell’ambasciata Usa

“Proteste, dimostrazioni e raduni potrebbero verificarsi in tutta Italia nei prossimi giorni. Le recenti dimostrazioni a Milano e Bologna hanno portato a saccheggi e scontri violenti. Altri dimostranti potrebbero riunirsi nelle piazze del centro città e vicino alle principali stazioni ferroviarie. Anche le dimostrazioni pensate per essere pacifiche possono degenerare rapidamente. Le autorità locali potrebbero aumentare le misure di sicurezza, inclusi blocchi stradali, restrizioni al traffico o un maggior numero di agenti di polizia nelle zone dove si svolgono le dimostrazioni. Ci si aspetta un maggiore spiegamento di polizia intorno ai siti turistici, i nodi di trasporto e le scuole”. Questo è l’alert postato dall’ambasciata Usa in Italia.

“Credo che i giovani debbano essere non solo rispettati, aiutati anche a superare dei momenti di difficoltà e di crisi e anche a tenerli lontani da fenomeni di illegalità. Purtroppo abbiamo visto che nelle situazioni in particolare del Nord Italia tra coloro che hanno distrutto negozi, distrutto beni pubblici c’erano tantissimi minorenni. Siamo preoccupati per loro, per l’educazione che gli è stata data, per l’assenza evidentemente di principi, di regole che devono rispettare”. Lo afferma il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida a Tg2 Post sulle nuove misure sulla sicurezza prese dal governo anche in vista delle manifestazioni previste per sabato prossimo.

“Tutta la comprensione possibile per i ragazzi, però chi sbaglia, chi danneggia i beni degli altri non può restare impunito. Questo vale per gli adulti e io credo in termini pedagogici valga anche per i ragazzi, con sanzioni commisurate ovviamente non solo al crimine ma anche che tengano conto dell’età dei di chi le commette”, conclude Lollobrigida.

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