❌

Reading view

I riots di Londra ci avevano avvisato quindici anni fa: ora il disagio è ovunque in Europa

di Federico Guerrieri

Nell’agosto del 2011 scrivevo sul blog de Il Fatto Quotidiano una testimonianza dai riots di Londra. Vivevo tra Stratford e West Ham e raccontavo una realtà molto diversa dall’immagine patinata della capitale britannica: quartieri segnati dalla disoccupazione, dall’abbandono sociale e dalla povertà. All’epoca sostenevo che quei disordini non fossero arrivati all’improvviso. Erano stati annunciati da anni di tagli al welfare, dalla riduzione dei servizi sociali, dall’aumento delle tasse universitarie e da una mobilità sociale ormai bloccata. Scrivevo che l’uccisione di Mark Duggan era stata soltanto la scintilla che aveva fatto esplodere un disagio accumulato per anni. Ricordo in particolare una frase: gli abitanti di quei sobborghi erano “gli invisibili metropolitani britannici, socialmente esclusi, volontariamente dimenticati e lasciati a se stessi”.

Quindici anni dopo, rileggendo quelle parole, la sensazione più inquietante non è aver avuto ragione. È rendersi conto che il problema non è mai stato affrontato davvero. Negli ultimi mesi abbiamo visto immagini che ricordano da vicino quelle dell’estate londinese del 2011. A Milano tornano al centro del dibattito il disagio delle periferie e l’esclusione di una parte dei giovani. Da Parigi circolano sui social video di ragazzi incappucciati che svaligiano negozi di marchi internazionali, appropriandosi di scarpe, vestiti e beni di consumo. E osservando città come Bruxelles, dove vivo oggi, è difficile non notare come esistano molte delle stesse condizioni che rendevano Londra una polveriera sociale già quindici anni fa.

La domanda che molti si pongono è sempre la stessa: come possono questi ragazzi criticare il sistema e allo stesso tempo desiderarne i simboli? Ma forse la risposta era già evidente nel 2011.

Quei giovani non stavano rifiutando la società dei consumi. Stavano cercando disperatamente di entrarvi. Le scarpe Nike, gli smartphone o i vestiti firmati non rappresentavano una contestazione del capitalismo, ma il desiderio di essere riconosciuti all’interno di un sistema che li aveva esclusi da quasi tutto il resto. Nel frattempo, molte delle cause che alimentavano quel disagio non sono scomparse. Anzi.

Il costo della vita cresce più rapidamente dei salari. L’accesso alla casa è sempre più difficile. Il lavoro è spesso precario. Ma soprattutto si rafforza la percezione che l’ascensore sociale si sia fermato. Che chi nasce privilegiato continuerà ad accumulare vantaggi e opportunità, mentre chi nasce ai margini avrà possibilità sempre più ridotte di cambiare il proprio destino. È questa sensazione di futuro negato che dovrebbe preoccuparci.

Per anni il neoliberismo ha promesso crescita e prosperità diffuse. Oggi una parte crescente della popolazione europea percepisce invece stagnazione, insicurezza e assenza di prospettive. La risposta politica, però, appare limitata a due alternative: continuare sulla stessa strada oppure affidarsi a un populismo nazionalista che intercetta il malcontento senza mettere in discussione i meccanismi economici che lo producono, preferendo individuare nemici esterni e capri espiatori.
Nel frattempo il risentimento continua ad accumularsi.

Quindici anni fa Londra era un avvertimento. Oggi quel disagio attraversa gran parte delle città europee.
La vera domanda non è perché certe scene si ripetano.
La vera domanda è perché, dopo quindici anni, continuiamo a produrre le stesse condizioni che le rendono possibili.

L'articolo I riots di Londra ci avevano avvisato quindici anni fa: ora il disagio è ovunque in Europa proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Perché proprio Milano? Qualcosa vorrà dire se i redditi al Duomo sono cinque volte Quarto Oggiaro

di Carlo Sorgi

Parlare oggi di giovani appare perlomeno generico e fuorviante se pensiamo a quello che succede nelle piazze in Italia , in Europa e anche negli Stati Uniti. Specificità ci sono sicuramente nelle manifestazioni in Spagna, legate fondamentalmente al problema dell’abitazione ed al diritto di abitare negato. Contenuti analoghi animano le proteste in Portogallo.

Il tema dell’abitare possibile per altro costituisce uno degli argomenti fondamentali per il successo della campagna elettorale di Mamdani a New York ed anche del partito Die Linke a Berlino. Anche a Roma l’esperienza di Spin Time mobilita da tempo le forze progressiste. Le proteste in Albania nascono invece da un profondo malcontento sociale ed economico legato alla crisi delle università, al carovita, alla corruzione diffusa e al governo del primo ministro Edi Rama. Le rivolte studentesche sono invece caratteristiche della situazione francese e italiana, dove l’UDU e la Rete degli Studenti Medi organizza manifestazioni in molte città per il diritto allo studio e ad una vita dignitosa. Bellissima la manifestazione della Via Maestà a Roma del 17 ottobre.

In questo contesto di grande mobilitazione politica si inserisce la rivolta di giovani e giovanissimi scoppiata sabato 17 a Milano e in altre città del nord, proseguite a Milano domenica 18. Il 17 ottobre in piazza Duomo era stata convocata una mobilitazione contro il carovita, con appuntamenti in diverse città e un richiamo circolato su TikTok e su Telegram in particolare dalla piattaforma “L’Italia in piazza”. I protagonisti degli scontri non erano gli studenti che avevano convocato la manifestazione, ma ragazzi giovanissimi, italiani e stranieri, spesso minorenni, provenienti dalle periferie milanesi e da altri comuni del Norditalia. Giovani che il sabato pomeriggio frequentano il centro città e che, una volta innescato il conflitto, hanno approfittato della confusione per porre in essere violenza e devastazione.

Il 18 ottobre la dinamica è stata diversa. Non c’era una manifestazione politica convocata pubblicamente, ma un appuntamento che è circolato solo sui social media.

“Bisogna indossare occhiali nuovi e disporsi a categorie inedite per leggere ciò che avviene nelle piazze in questi giorni e per cogliere il senso politico dell’insorgenza dei giovanissimi che ha come epicentro Milano” ci dice Giuliano Santoro sul Manifesto e sicuramente le categorie di destra e sinistra non servono a niente se vogliamo cercare una spiegazione senza dare etichette a quello che è successo. Il passato in qualche modo ci aiuta. La mente torna a Parigi, 2005: “I giovani dalle banlieue misero a ferro e fuoco la città di Parigi con la rivolta portata nel cuore della Ville Lumière. Erano minorenni apparentemente senza guida politica anche allora, soprattutto ma non solo figli di immigrati, la seconda/terza generazione” ci ricorda Gigi Riva su Domani.

Perché è successo a Milano? Secondo le elaborazioni di Eures – European Employment Services- sui redditi dichiarati, il capoluogo lombardo ha l’indice di Gini (il coefficiente di Gini è un indicatore economico che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza) più alto fra le città italiane 0,54 contro una media nazionale di 0,43. E il quartiere dove la forbice è più larga, con un valore record di 0,71, è proprio Duomo-Crocetta – teatro delle devastazioni- dove il reddito medio lordo supera i 94 mila euro mentre a Quarto Oggiaro si scende a 18 mila euro, un rapporto quasi di uno a cinque. Qualcosa vorrà dire.

Allora cerchiamo non di giustificare ma di capire quello che sta succedendo perché altrimenti ci ritroviamo dieci, cento mille decreti sicurezza uno più inutile, pragmaticamente, e più pericoloso, in termini di spazi democratici, degli altri.
“Se non avessimo in Italia ben 1,28 milioni di minorenni in povertà assoluta forse non avremmo assistito a quanto accaduto nei giorni scorsi. Si tratta della fascia di età con la maggiore incidenza di persone in povertà assoluta tra i residenti nel nostro paese. E anche questa è violenza, di tipo strutturale” ha scritto Susanna Marietti, coordinatrice di Antigone sul suo Blog sul Fatto Quotidiano.

Il problema centrale è di ridistribuzione della ricchezza, di lotta alla povertà e al disagio sociale. Se quella che è oggi l’opposizione non ha neppure il coraggio di parlare unitariamente di patrimoniale, affannandosi nelle alchimie incomprensibili di primarie, insieme con una lotta dura e inflessibile contro l’evasione fiscale dove li troviamo i soldi per la sanità, il lavoro, la casa, la scuola, in una parola per la giustizia sociale? Come facciamo ad attuare la Costituzione, che vuole che la Repubblica rimuova gli ostacoli economici e sociali per la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, se abbiamo una società sempre più diseguale?

I giovani che hanno sfasciato le vetrine e ai quali questa società ha sfasciato il futuro non andranno a votare, ammesso che siano maggiorenni, perché nessuno risponde al loro grido disperato. Alla destra va bene, questo per loro non è un paese per giovani ancora di più da quando governa Meloni. Non a caso il suo primo atto è stata una dichiarazione di guerra nei loro confronti, il decreto rave. Completamente inutile che non ha portato a nessuna condanna definitiva. Chiacchiere e distintivo.

L'articolo Perché proprio Milano? Qualcosa vorrà dire se i redditi al Duomo sono cinque volte Quarto Oggiaro proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“La politica? Ormai solo un teatrino: il merito non esiste e a noi non resta che scappare” – La lettera di una ragazza

di Giulia Benedetta Arienzo

A chi governa, a chi decide, a chi giudica, e a chi continua a fingere di non vedere.

Non vi scrivo per rabbia. La rabbia è una fiammata che si spegne in fretta. Vi scrivo con la lucidità di chi è sfinito, ma ha l’ostinata pretesa di non rimanere in silenzio. Sono un’umile ragazza di Salerno. Una ragazza ITALIANA. Lavoro, faccio i miei sacrifici e, nel tempo che mi resta, faccio la volontaria al canile della mia zona. Nonostante il mio piccolo stipendio e la fatica ad arrivare a fine mese, se serve qualcosa per i cani corro a prenderlo. Lo faccio perché conosco il valore della cura e dell’empatia. Ma mi chiedo: com’è possibile che chi ha poco offra tutto ciò che ha, mentre chi possiede il potere e la ricchezza sembra del tutto privo di umanità?

Vi riempite la bocca con la parola “merito”, ma in questa Italia il merito è un’illusione per consolare chi parte svantaggiato. Andare avanti non dipende da quanto studi o ti spacchi la schiena: dipende dai soldi della famiglia, dalle conoscenze e dai privilegi. Vedo i “figli di papà” con la strada spianata, mentre a noi restano solo precarietà, stipendi da fame e l’ansia costante di non essere mai abbastanza. Guardando le vostre istituzioni, ecco quello che fa davvero paura:

– Il teatrino della politica e le figure autorevoli: La delusione non riguarda un singolo partito, ma una classe politica intera. Dall’incompetenza e dalla gestione improvvisata del governo Meloni, fino alle sparate retrograde di personaggi come Vannacci; dalle giravolte della sinistra che ha dimenticato i lavoratori, fino agli scandali di corruzione che da decenni travolgono ministri, amministratori e parlamentari di ogni colore. Cambiano i governi, ma i privilegi restano gli stessi… Vi siete mai chiesti cosa resterà del vostro potere quando l’intera società sarà crollata sotto il peso dei vostri egoismi?

– Le caste e i vitalizi sulla pelle del popolo: Che sia la casta politica (spesso atea nei fatti) o quella religiosa (la Chiesa), entrambe sostengono a parole di lavorare per il popolo e per i fedeli. La verità è che nessuna delle due si priva mai dei propri immensi privilegi a favore di chi dovrebbe proteggere, accumulando ricchezze e garantendosi persino vitalizi a vita, mentre spremono il cittadino fino all’ultimo centesimo. Come potete guardare negli occhi un padre di famiglia che non sa come sfamare i propri figli mentre continuate a riscuotere i vostri privilegi senza provare la minima vergogna?

– La perdita della speranza e della fede: a parer mio, è solo ed esclusivamente colpa vostra se noi giovani ci siamo allontanati sia dalla politica, sia dalla religione. Avete distrutto ogni senso di comunità e fiducia, mostrandoci che le istituzioni (civili o spirituali) pensano solo ad autoconservarsi. Quando avrete spento l’ultima fiammella di fede e di speranza nei giovani, con quale coraggio vi sorprenderete se questo Paese diventerà un deserto arido e senza futuro?

– L’ombra della malagiustizia e le prove svanite: Assistiamo a un sistema giudiziario forte con i deboli e debole con i potenti. Vediamo troppi casi oscuri mai chiariti, come la tragica morte di David Rossi, archiviata troppo in fretta tra perizie ignorate e ombre mai dissipate. Vediamo i dubbi atroci su vicende come la strage di Erba, o la storia di innocenti finiti in carcere per anni solo perché chi doveva indagare ha preferito la fretta, l’arroganza o la propria carriera alla ricerca della verità. Quando la giustizia sbaglia o si piega agli interessi, chi paga non è mai chi ha sbagliato, ma l’anello più debole. Riuscite davvero a dormire la notte sapendo che dietro i vostri errori archiviati ci sono vite spezzate, innocenti in gabbia e verità sotterrate per comodità?

– La sanità a due velocità: Quando un potente o una figura istituzionale ha un problema di salute, si muovono reparti interi in pochi minuti. Per la gente comune ci sono liste d’attesa di mesi o anni, ed è pieno di cittadini che muoiono nell’attesa di un esame. Le nostre vite e la nostra salute valgono davvero meno della vostra solo perché non abbiamo un titolo, una tessera di partito o un conto in banca a proteggerci?

Avete calpestato la nostra legge fondamentale. L’Articolo 3 della Costituzione Italiana recita che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” e che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza”. Voi questi ostacoli li state aumentando ogni giorno. Ma il prezzo più alto di tutto questo è psicologico. L’angoscia per il domani non è una debolezza individuale: è il sintomo di uno Stato fallito. Quando un ragazzo della mia età sceglie di togliersi la vita perché travolto dal terrore di non farcela, schiacciato da un sistema spietato e lasciato solo dalle istituzioni, quello non è un dramma privato: è la sconfitta di una Nazione. Non sono così ingenua da credere che una lettera possa cambiare l’Italia. Ma se questa mia voce servirà anche solo a muovere un piccolo sassolino, non sarà stata vana.

A chi legge sui social: Sappiate che non siete soli nella paura del futuro.

Ai quotidiani e alle redazioni: pubblicatela. Abbiate il coraggio di dare spazio alla realtà di noi giovani.

A chi siede in Parlamento: smettetela di usarci per la propaganda. Il nostro futuro non è un dibattito televisivo: è la mia vita… è la NOSTRA vita.

Vorrei sapere se un giorno ce la faremo. Desidero un Paese in cui non si debba solo scappare o disperarsi, ma in cui valga la pena restare, lottare e vivere con dignità.

L'articolo “La politica? Ormai solo un teatrino: il merito non esiste e a noi non resta che scappare” – La lettera di una ragazza proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Ci stupiamo se la violenza arriva tra i ragazzi? Il mondo adulto è il primo a mostrarla

di Samanta Di Persio

Le immagini degli scontri hanno inevitabilmente occupato il centro del dibattito: studenti incappucciati, petardi, cassonetti incendiati, oggetti lanciati contro le forze dell’ordine. Comportamenti inaccettabili, sui quali è necessario accertare le responsabilità, considerando anche che nelle manifestazioni possono inserirsi soggetti estranei. Ma se l’analisi termina qui, rischiamo di vedere soltanto la parte più rumorosa del problema e di ignorare tutto ciò che viene prima.

A Verona 21 giovani sono stati denunciati per i disordini avvenuti in un istituto professionale; a Torino tre minorenni sono stati arrestati dopo il lancio di pietre e bottiglie contro la polizia, mentre famiglie e docenti hanno formato una catena umana per proteggere i ragazzi durante gli scontri. Anche a Roma si sono verificati momenti di tensione durante il corteo davanti al Ministero dell’Istruzione. Quando a manifestare sono gli studenti e una protesta degenera, la condanna è immediata. Ed è giusto che lo sia. Petardi, cassonetti incendiati, pietre e bottiglie lanciate contro le forze dell’ordine non possono essere considerati forme legittime di dissenso. Ma, una volta condannata la violenza, resta una domanda meno comoda: possiamo davvero fermarci qui? Dietro quelle piazze ci sono studenti che denunciano problemi concreti: edifici scolastici inadeguati, carenza di spazi, insicurezza nei percorsi di formazione e lavoro, disagio e incertezza per il futuro.

Proprio sulla sicurezza dei percorsi di formazione e lavoro restano aperte ferite profonde, come le morti di Lorenzo Parelli, 18 anni, e Giuliano De Seta, 16 anni.
Il ministro dell’Istruzione ha ribadito che gli investimenti sono stati effettuati e ha definito gli episodi di violenza non come espressione democratica del dissenso, ma come aggressione alle istituzioni e teppismo politico. La violenza, naturalmente, non può essere giustificata. Ma prima di limitarsi a condannare i giovani sarebbe forse opportuno interrogarsi anche sull’esempio che viene loro offerto dal mondo degli adulti e dalle stesse istituzioni. In questi anni non sono mancati episodi di tensione persino in Parlamento: dallo scontro verificatosi alla Camera nel 2018 durante l’esame del Decreto Genova, fino all’aggressione subita nel giugno 2024 dal deputato Leonardo Donno. Anche il confronto politico è sempre più spesso caratterizzato da insulti, provocazioni, allusioni volgari e toni esasperati, amplificati dai social network e da una comunicazione costruita sulla contrapposizione permanente.

Forse dovremmo partire da un principio semplice: la violenza genera violenza. Raramente nasce nel vuoto. Può maturare in un clima culturale e sociale nel quale l’aggressività diventa linguaggio quotidiano, strumento di consenso e modalità ordinaria del confronto. I giovani non vivono in una realtà parallela. Guardano il mondo degli adulti e ne assorbono comportamenti e modelli: assistono a scontri in Parlamento, campagne elettorali fondate sulla contrapposizione, dibattiti televisivi trasformati in risse verbali e social network nei quali l’avversario viene delegittimato o deriso. Stupirsi quando il conflitto arriva nelle piazze anche in forme aggressive, senza interrogarsi su questo contesto, rischia allora di essere riduttivo.

Questo non significa giustificare il lancio di oggetti contro le forze dell’ordine, gli atti vandalici o le aggressioni. La violenza va condannata sempre, indipendentemente da chi la esercita. Ma fermarsi alla condanna senza ascoltare le ragioni del malessere rischia di non risolvere nulla.

Al netto degli episodi inaccettabili, le proteste pongono questioni concrete: edilizia scolastica, carenza di spazi, disagio giovanile, sicurezza nei PCTO e incertezza sulle prospettive future. Una democrazia matura dovrebbe saper condannare la violenza senza delegittimare automaticamente le ragioni di chi protesta. Se le istituzioni vogliono educare i giovani al rispetto, al dialogo e alla responsabilità, devono essere le prime a praticarli. L’autorevolezza non deriva soltanto dalle regole o dalle sanzioni, ma soprattutto dall’esempio.

Il messaggio più importante che il mondo adulto può trasmettere alle nuove generazioni è che anche il conflitto più duro può essere affrontato senza trasformare chi la pensa diversamente in un nemico.

L'articolo Ci stupiamo se la violenza arriva tra i ragazzi? Il mondo adulto è il primo a mostrarla proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Abbiamo imparato a moderare i social. Con l’intelligenza artificiale sarà più difficile

di Fabrizio Marozzo*

YouTube è ormai un luogo familiare. Ci guardiamo un evento sportivo, un documentario, un tutorial o lasciamo che i nostri figli vedano un cartone animato. Eppure dietro questa normalità esiste un problema enorme: chiunque può pubblicare un contenuto. E qualcuno, inevitabilmente, prova a caricare contenuti inappropriati, sessualmente espliciti, violenti, fino ad arrivare a materiale apertamente illegale. Il problema vale per tutti i social network: solo su YouTube vengono caricate oltre 500 ore di video ogni minuto; su TikTok, ad esempio, vengono pubblicati oltre 100 milioni di contenuti al giorno.

Anni fa un mio amico lavorava nella moderazione dei contenuti online. Mi raccontava che tra il materiale da controllare arrivavano immagini e video estremamente violenti, degradanti e, in alcuni casi, difficili persino da descrivere. Contenuti che, fortunatamente, un normale utente non vedrà quasi mai, proprio perché qualcuno — o sempre più spesso qualche algoritmo — li intercetta prima. Oggi gran parte di questo lavoro è affidata ai sistemi automatici, che analizzano enormi quantità di contenuti e bloccano o segnalano quelli sospetti. I moderatori umani intervengono soprattutto nei casi più complessi o controversi, mentre le segnalazioni degli utenti aiutano a individuare ciò che può essere sfuggito ai controlli.

Ora trasferiamo lo stesso problema all’intelligenza artificiale generativa.

ChatGPT e gli altri modelli, se usati bene, sono strumenti straordinari. Possono aumentare le nostre capacità, aiutarci a valorizzare la nostra creatività, velocizzare attività complesse e renderci più efficaci nel lavoro e nello studio. Possono riassumere documenti, tradurre, scrivere codice, generare immagini e analizzare grandi quantità di dati. In medicina e nella ricerca scientifica queste capacità diventano ancora più interessanti, perché permettono di esplorare quantità di informazioni difficilmente gestibili da un singolo gruppo di ricerca. A settembre Anthropic ha raccontato come centinaia di agenti Claude abbiano analizzato database genetici, contribuendo all’individuazione di un nuovo sistema enzimatico, che verrà ora studiato per comprenderne meglio le potenzialità.

Ma quando uno strumento così potente viene messo nelle mani di milioni di persone, è inevitabile che qualcuno provi a utilizzarlo anche per scopi malevoli.
L’ultimo rapporto di Anthropic sugli abusi di Claude offre esempi impressionanti. Un operatore ha usato il modello per contribuire allo sviluppo di una piattaforma di sorveglianza destinata all’intelligence del Mali, progettata per lavorare sui dati di circa 25 milioni di SIM. Anthropic ha individuato l’attività e bloccato gli account coinvolti. Ma da quel momento restano diverse incognite: non sappiamo se gli sviluppatori abbiano cambiato sistema di AI, se il progetto sia proseguito con altri strumenti o se il software realizzato sia oggi effettivamente operativo.

In un altro caso, una cellula operante nel nord dello Yemen ha utilizzato Claude nello sviluppo del software di guida di un razzo. Dopo un test fallito, gli sviluppatori sono tornati al modello per cercare di capire che cosa non avesse funzionato. In operazioni riconducibili allo spionaggio russo, invece, l’AI è stata utilizzata per automatizzare diverse fasi di attacchi informatici, compreso lo sviluppo e l’adattamento di malware.

Ma forse il caso più interessante è anche il meno spettacolare. Alcuni utilizzatori dividevano un progetto pericoloso in tante richieste apparentemente innocue. Una poteva servire a scrivere codice, un’altra a gestire credenziali, un’altra a risolvere un problema. Singolarmente sembravano lecite. Solo guardandole nel loro insieme emergeva la finalità malevola del progetto.

Ed è qui che il paragone con YouTube mostra il suo limite. Su YouTube dobbiamo soprattutto controllare un contenuto: un video può essere analizzato, segnalato e rimosso. Con l’intelligenza artificiale generativa bisogna capire anche l’intenzione dietro una sequenza di istruzioni. Una domanda può essere innocua. Anche quella successiva. Ma che cosa stanno costruendo, insieme, cento richieste apparentemente innocue?

C’è poi un problema economico. In uno dei casi più gravi descritti da Anthropic sono stati sottratti oltre un terabyte di dati, tra cui centinaia di migliaia di identificativi personali e milioni di record relativi a carte di pagamento. Ma il punto forse più importante è un altro: l’AI può abbassare drasticamente il costo di un attacco. Ricognizione, scrittura di codice e analisi delle vulnerabilità possono essere affidate a sistemi automatici, riducendo il lavoro e le competenze necessarie. Così anche bersagli che prima non valeva la pena colpire possono diventare convenienti.

La soluzione sembrerebbe semplice: controllare ogni domanda, ogni risposta e magari l’intera storia della conversazione. Ma questi strumenti hanno successo anche perché rispondono quasi immediatamente. Ogni controllo aggiuntivo deve quindi convivere con milioni di utenti che si aspettano una risposta in pochi secondi. Un sistema troppo permissivo può diventare pericoloso; uno eccessivamente prudente rischia di diventare inutilizzabile. I grandi servizi commerciali hanno forti incentivi economici e reputazionali a mantenere adeguati livelli di sicurezza. Per questo investono in filtri, monitoraggio e strumenti per individuare gli abusi. Quando emergono nuove tecniche per aggirare i controlli possono bloccare gli account coinvolti e rafforzare progressivamente le proprie difese.

Ma esistono anche modelli che possono essere scaricati ed eseguiti localmente. In quel caso il modello gira sul computer dell’utente e non esiste necessariamente un’azienda o un ente che possa osservare ciò che sta accadendo o interrompere l’utilizzo. Molto dipende dal modello scelto, da come è stato costruito e dai limiti che incorpora.

Il punto, quindi, non è soltanto stabilire che cosa un’intelligenza artificiale debba rifiutarsi di fare. Bisogna riuscire a capire che cosa qualcuno sta cercando di ottenere attraverso molte richieste, magari tutte apparentemente innocue, e farlo in tempo reale senza penalizzare milioni di persone che utilizzano questi strumenti in modo legittimo e con finalità positive. Riuscire a controllare sistemi così potenti, senza limitarne le enormi potenzialità, sarà una delle sfide decisive dell’intelligenza artificiale dei prossimi anni.

*professore associato di Ingegneria informatica, Università della Calabria

L'articolo Abbiamo imparato a moderare i social. Con l’intelligenza artificiale sarà più difficile proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

L’università non è solo slide ed esami: dobbiamo rendere piacevole il tempo passato tra le aule

di Nicola Del Sarto*

Ci lamentiamo perché gli studenti leggono sempre meno manuali e preparano gli esami soprattutto con slide, appunti e riassunti. Un’indagine realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori, che ha coinvolto 463 docenti di 34 atenei, registra una preoccupazione diffusa per la preparazione degli studenti. È la percezione dei professori, non una misurazione diretta di quanto gli studenti imparino. Ma solleva una domanda importante: che università abbiamo costruito intorno a loro?

Ci lamentiamo perché gli studenti trattano l’università solo come un luogo dove sostenere esami. Eppure abbiamo progressivamente costruito un sistema che li incentiva a viverla proprio così. Se il traguardo è superare una prova, prepararsi sulle slide può essere una scelta razionale: permette di concentrarsi sugli argomenti essenziali e passare più rapidamente all’esame successivo. Non significa necessariamente imparare altrettanto. Significa rispondere a un percorso scandito da crediti da accumulare, prove da superare e tempi di laurea da rispettare.

C’è però un aspetto di cui parliamo meno: le nostre università sono luoghi nei quali è piacevole trascorrere il proprio tempo? In molte sedi gli spazi sono organizzati soprattutto intorno alle attività programmate: aule per le lezioni, corridoi per spostarsi, biblioteche spesso affollate. Non sempre ci sono ambienti accoglienti nei quali fermarsi a studiare, discutere o incontrare altre persone. Esistono naturalmente atenei e dipartimenti che hanno investito molto in questa direzione. Ma se l’università offre poche occasioni di vita condivisa al di fuori delle attività obbligatorie, è comprensibile che venga frequentata soprattutto per quelle.

Una riflessione analoga riguarda i docenti. La presenza quotidiana nei dipartimenti è condizionata da fattori organizzativi e logistici: la distanza tra casa e lavoro, gli impegni didattici e amministrativi, il tempo da dedicare alla ricerca. E non tutti i dipartimenti offrono spazi e occasioni di confronto che rendano naturale trascorrervi l’intera giornata. Non è una questione di scarso impegno individuale, ma di condizioni che possono ridurre le opportunità di vivere l’università come comunità.

Lo studente intermittente e il professore intermittente producono così un’università intermittente: un luogo che tutti attraversano, ma che sempre meno persone abitano davvero. Eppure un ateneo dovrebbe essere molto più di un posto nel quale qualcuno tiene lezioni e qualcun altro sostiene esami. Dovrebbe permettere a persone con competenze e curiosità differenti di trascorrere abbastanza tempo insieme da far nascere idee impreviste.

Uno studente che si ferma a parlare con un professore, due ricercatori che scoprono davanti a un caffè di occuparsi dello stesso problema, un seminario seguito semplicemente perché interessante: sono momenti che non assegnano crediti e difficilmente entrano negli indicatori di valutazione. Eppure fanno parte della formazione e della produzione di conoscenza. Se studenti e docenti si incontrano quasi soltanto per attività programmate, queste occasioni si rarefanno.

Per questo la qualità degli spazi non è un lusso estetico. Biblioteche luminose, cortili, giardini, caffetterie, sale comuni e luoghi nei quali studiare e lavorare insieme sono infrastrutture della conoscenza. Non servono campus da cartolina: servono ambienti che offrano buone ragioni per rimanere anche quando non c’è nulla di obbligatorio da fare. Investirvi significa investire nelle relazioni che rendono possibile imparare e fare ricerca.

La crescita delle università telematiche rende ancora più evidente la questione. Se un ateneo tradizionale viene percepito soltanto come un servizio che offre lezioni, materiali ed esami, l’online può risultare più flessibile. L’università in presenza dovrebbe valorizzare ciò che uno schermo difficilmente sostituisce: la condivisione quotidiana di spazi, esperienze e relazioni.

Torniamo allora alle slide e ai manuali. Il punto non è solo quali materiali scelgano gli studenti, ma che significato attribuiscano all’esperienza universitaria. Quando l’ateneo diventa una successione di prove da superare, cercare il modo più efficiente per farlo è comprensibile. Se desideriamo un rapporto più profondo con lo studio, dobbiamo offrire a studenti e professori qualcosa di più di un calendario di obblighi: un’università nella quale valga la pena restare.

* PhD, Assistant Professor, Università degli Studi di Firenze

L'articolo L’università non è solo slide ed esami: dobbiamo rendere piacevole il tempo passato tra le aule proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌