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Tregua o non tregua, l’Ucraina parla alla difesa europea

Volodymyr Zelensky

«È una buona notizia per tutti, ed è importante che diventi realtà». Zelensky ha commentato così ieri, con la consueta finezza diplomatica, l’annuncio unilaterale di Donald Trump di una tregua energetica tra Russia e Ucraina. Nelle stesse ore in cui Washington dichiarava l’accordo, Kyjiv denunciava nuovi attacchi alle infrastrutture energetiche, compresa una centrale nella regione di Kharkiv. La distanza tra un post su Truth e la corrente che torna nelle case resta ampia.

La discussione europea sulla difesa dovrebbe partire da qui. Da una sala operatoria che deve restare illuminata, da un acquedotto che continua a funzionare, dal riscaldamento di una scuola o dalle comunicazioni dei soccorritori. Sono le condizioni materiali della vita civile. Proteggerle è parte del compito di chi governa.

Ieri la newsletter GeoStrategia ha richiamato un documento pubblicato a settembre dalla Nato: i nuovi requisiti di preparazione degli Stati alle crisi. Il testo, tecnico, pone una questione semplice. Un paese deve poter continuare a funzionare anche quando qualcuno cerca di paralizzarlo. Servono reti elettriche in grado di resistere, trasporti disponibili, comunicazioni sicure e servizi sanitari capaci di reggere un’emergenza prolungata. La difesa militare dipende anche da queste capacità civili.

In più occasioni, negli ultimi mesi, l’Ucraina ha condiviso con la Nato e gli alleati le lezioni apprese sul campo: come mantenere operativi energia, comunicazioni, evacuazione medica e coordinamento locale sotto attacco. Non è un esercizio teorico. È un’esperienza pagata a un prezzo che nessun paese dovrebbe essere costretto a sostenere. Mentre in Europa si discute se e come sostenere Kyjiv, gli ucraini possono indicare come proteggere i propri cittadini.

Alla luce di questa esperienza, lo slogan «soldi agli ospedali anziché alle armi» appare insufficiente. Un ospedale ha bisogno di personale, attrezzature e risorse. Ma se una centrale viene colpita, se le comunicazioni saltano o se i soccorsi non possono muoversi, servono anche sistemi di emergenza, reti alternative e la capacità di ridurre la probabilità che il prossimo attacco arrivi a destinazione. Il diritto alla salute va finanziato e, allo stesso tempo, protetto.

Questo non rende automaticamente giustificata ogni spesa militare, né autorizza a definire sicurezza qualsiasi stanziamento. Impone invece scelte rigorose e verificabili. Quali infrastrutture sono più vulnerabili, non solo a missili e droni ma anche a sabotaggi, attacchi ibridi o interruzioni delle filiere? Quanto possono resistere gli ospedali a un blackout prolungato? Chi coordina le risposte? Quando i piani sono stati aggiornati e messi alla prova? Sono domande da rivolgere al governo, alle Regioni e ai gestori dei servizi. Anche le opposizioni dovrebbero pretenderle.

L’Europa può trasformare la lezione ucraina in una politica comune: proteggere insieme le reti critiche, organizzare riserve e soccorsi, rafforzare la difesa aerea e la capacità di risposta rapida, evitare che la vulnerabilità di un paese diventi quella dei vicini. È un programma concreto per un’Unione che intenda assumersi la responsabilità della propria sicurezza.

Zelensky chiede che una tregua annunciata diventi realtà. Agli europei tocca fare in modo che la protezione promessa ai cittadini diventi capacità effettiva. La pace si misura anche dalla possibilità di tenere acceso un ospedale quando qualcuno cerca di spegnerlo.

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La Russia ha interferito sulla Brexit, e Londra ammette di non aver indagato abbastanza

Britain's Prime Minister Andy Burnham delivers his Leader's Speech during the Labour Party Conference in Liverpool, England, Tuesday, Sept. 29, 2026. (AP Photo/Jon Super)

La Russia ha interferito nel referendum sulla Brexit del 2016. La notizia non è poi così sorprendente: voci di questo tipo circolano già dal 2020. Ma stavolta le parole sono del premier britannico Andy Burnham, che ha raccontato di aver chiesto chiarimenti sull’eventuale coinvolgimento di Mosca quando è entrato a Downing Street, ricevendo una risposta affermativa. «Ho posto la domanda quando sono arrivato a Downing Street: c’è stata un’ingerenza russa nel referendum del 2016? Ho avuto una risposta chiara: sì, c’è stata», ha detto in un’intervista al podcast “The Rest Is Politics”.

L’intervento di Burnham segna una discontinuità rispetto alla posizione dei precedenti governi conservatori, che sostenevano non ci fossero prove di un’interferenza russa riuscita nel voto che portò il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Burnham, tuttavia, non ha precisato chi gli abbia fornito la valutazione, su quali prove si basi né se le attività russe abbiano effettivamente influenzato il risultato del referendum.

Già nel 2020, una commissione parlamentare britannica che si occupa dell’intelligence aveva criticato il governo e i servizi segreti per non aver indagato adeguatamente sui tentativi di interferenza di Mosca. Secondo il rapporto, non era stata richiesta una valutazione completa delle attività russe, nonostante gli indizi relativi all’uso di media controllati dallo Stato e account sui social network per influenzare la politica britannica. A differenza di quanto avvenuto negli Stati Uniti dopo le presidenziali del 2016, non era stata condotta neppure un’analisi complessiva successiva al referendum.

Per Burnham, rendere pubbliche queste informazioni è oggi particolarmente importante per aiutare le altre democrazie europee a riconoscere le operazioni di influenza straniere. «Credo che sia importante mettere chiaramente a verbale queste cose, anche per aiutare gli elettori in Germania e in Francia a capire che una parte di questa politica è fomentata dai nostri nemici, vale a dire la Russia», ha spiegato. «Siamo stati troppo sulla difensiva e non abbiamo informato abbastanza le persone sulla misura in cui dall’estero si cerca di destabilizzare il processo politico».

Il premier ha affrontato il tema durante la visita a Berlino della scorsa settimana, parlando con il cancelliere tedesco Friedrich Merz della minaccia rappresentata da Alternative für Deutschland (AfD), il partito di estrema destra. Secondo Burnham, Merz ha espresso preoccupazione per i legami tra la formazione e Mosca: «L’AfD è chiaramente legata alla Russia, finanziata, credo». Ha aggiunto che «dalla Russia arriva sicuramente disinformazione e informazione falsa diretta alla politica tedesca».

Londra sta intanto sviluppando un nuovo Centro nazionale per la difesa dell’informazione, incaricato di individuare e contrastare le campagne straniere che mirano a indebolire la democrazia britannica. Il governo ha inoltre annunciato una collaborazione con Berlino contro le minacce ibride.

Le dichiarazioni di Burnham arrivano mentre il premier ha riaperto anche il dibattito sul futuro rapporto con Bruxelles, lasciando aperta la possibilità di un ritorno del Regno Unito nell’Unione europea. La questione russa e quella europea si intrecciano così nella sua strategia: dieci anni dopo il referendum, Londra vuole fare i conti con le possibili interferenze che hanno accompagnato la Brexit e, allo stesso tempo, rivalutare il rapporto politico con il continente.

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Il centrosinistra non può permettersi di lasciare i moderati fuori dalla porta, dice Boschi

Nella foto Maria Elena Boschi Milano - Italia - Cronaca Mercoledì, 30 Settembre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Celebration of the 120th anniversary of the CGIL at the Teatro della Scala Milan - Italy - News Wednesday, 30 September, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

Per battere la destra alle prossime elezioni non basta la radicalità del Pd guidato da Elly Schlein e di Alleanza Verdi e Sinistra. Serve anche un’area riformista capace di parlare al ceto medio e alle professioni. È la linea di Maria Elena Boschi, deputata e vicepresidente di Italia Viva, che in un’intervista a Repubblica ribadisce la disponibilità del suo partito a partecipare alla costruzione della coalizione: la sfida, dice, «è far convivere le forze più radicali e quelle moderate-riformiste».

Boschi non considera una chiusura ai moderati le parole di Schlein, che ha escluso la necessità di un candidato premier moderato. «La segretaria del Pd ha fatto un ragionamento di autocandidatura, che è legittimo. Ha vinto le primarie dei dem e adesso si è detta disponibile a fare le primarie nel centrosinistra, ma questo non vuole dire che lei pensi che non ci sia bisogno dei moderati». Per Italia Viva, aggiunge, «i moderati servono, serve una forza politica più riformista». E per vincere e governare occorre il contributo di tutti: «Per vincere contro la destra e governare serve il contributo di forze più radicali, come possono essere Avs e il Pd a guida Schlein, e al tempo stesso vanno portate alcune istanze riformiste che parlino al ceto medio e alla professioni», tra cui la quattordicesima per insegnanti, forze dell’ordine e infermieri, la cancellazione degli acconti per le partite Iva e una start tax per i giovani.

Sul metodo per scegliere il candidato premier, Italia Viva si dice pronta alle primarie, ma anche ad accettare che sia il partito più forte a esprimere il leader della coalizione. «Il Pd è la forza maggiore della coalizione quindi è legittimo che siano loro a decidere», spiega Boschi. «Noi siamo pronti a fare le primarie ma siamo anche d’accordo se si dovesse decidere che sarà il partito più forte ad esprimere il leader. L’idea del federatore non mi sembra sia sul tavolo».

Resta il confronto con Giuseppe Conte, che ha posto condizioni alla partecipazione di Italia Viva al tavolo della coalizione. «Faccio fatica a capire il linguaggio di Conte. Se le garanzie, secondo i criteri di Conte vanno date sulla base del passato, dovremmo essere noi a chiedere la garanzia che lui che non firmi più i decreti sicurezza e non faccia un esecutivo con Matteo Salvini». Boschi invita a non ripetere gli errori del 2022: «In questo modo, alla fine, nel 2022 hanno fatto vincere la destra. Eviterei di ripetere lo stesso errore». E chiarisce la priorità di Renzi: «A noi interessa l’unità per non trovarsi Meloni al Quirinale e non la polemica quotidiana di alcuni dei cinque stelle. Conte sembra preoccupato di fare tutta la sua campagna contro Renzi, a Renzi invece interessa di farla contro Meloni».

Per la vicepresidente di Italia Viva bisogna ora passare dalle trattative sulla leadership ai contenuti. «Sì, prima si comincia e meglio è. Dobbiamo tornare a parlare di quello che succede fuori, non solo di primarie». Tra le priorità indica «carovita, crisi del debito alle porte, bollette alle stelle», oltre alle questioni internazionali.

Quanto al centro riformista, Boschi conferma che «Casa riformista di sicuro sarà candidata». Il progetto si presenterà alle elezioni e, se ci fossero le condizioni, preferirebbe una lista unitaria. Ma l’intesa con Alessandro Onorato, che sta lavorando a una propria formazione, non appare vicina. «Onorato sta lavorando per una sua lista ed è suo diritto. Noi però non possiamo stare in lista con Ingroia che con la sua attività ha provato a sporcare tutta l’esperienza politica del presidente Napolitano. È un esempio di quel giustizialismo con il quale non abbiamo nulla da condividere». Sul dialogo con altri esponenti centristi, da Benedetto Della Vedova a Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, la porta resta aperta: «Siamo aperti a tutti purché ci siano persone che oltre a presentare candidature portino voti».

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I cortei che ignorano Hamas in realtà non vogliono la pace

Giornata mondiale di sostegno alla Palestina, corteo e manifestazione di varie associazioni, sigle sindacali e studenti , per mantenere vivo l'interesse sulla guerra in medio oriente.Roma 10 ott 2026 (Benvenuti/Lapresse) World day of support in Palestine, courtship and demonstration of various associations, centuries-old syndacali and students, to keep alive the interest in the war in the Middle East. Rome 10 ott 2026 (Benvenuti/Lapresse)

Sabato scorso, in diverse città italiane, si sono svolte manifestazioni organizzate da sindacati e partiti della sinistra, con partecipazione di movimenti per la Palestina. I cortei hanno denunciato quello che definiscono «genocidio» israeliano a Gaza e indicato come «complici» i governi di Benjamin Netanyahu, Donald Trump e Giorgia Meloni. Con il passare del tempo, la memoria dell’attacco del 7 ottobre 2023, in cui Hamas ha ucciso circa milleduecento persone e rapito oltre duecentocinquanta, tende a sfumare nel discorso pubblico.

Esiste una soglia oltre la quale la solidarietà con i civili palestinesi può confondersi con la legittimazione di chi ha innescato la guerra o con la messa in discussione del diritto di Israele a esistere. A Torino una portavoce di un coordinamento per Gaza ha definito il 7 ottobre «giornata di resistenza»; a Milano il corteo è stato aperto da uno striscione per una Palestina «dal fiume al mare» accompagnato dalla condanna del sionismo. Definire «resistenza» un massacro di civili e ostaggi cambia il nome agli autori e cancella quello delle vittime. Chi invoca una Palestina dal fiume al mare dovrebbe precisare quale spazio residuo immagina per gli israeliani. Non tutti i manifestanti condividono queste posizioni; il silenzio di chi non le condivide pesa comunque.

In questo contesto è stato assegnato il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay, che ha presieduto la commissione d’inchiesta Onu secondo cui Israele ha commesso atti genocidi a Gaza. La sua lunga carriera a difesa dei diritti umani non viene cancellata da questa conclusione, ma una commissione d’inchiesta non è un tribunale e un premio non equivale a una sentenza. Le conclusioni vanno discusse nel merito: la critica al governo israeliano non autorizza a processare l’esistenza stessa di Israele.

Lo stesso vale per il documentario “Naza”, basato su testimonianze anonime di personale militare e di intelligence israeliano. L’esercito contesta i contenuti e la verificabilità delle fonti; alcuni oppositori di Netanyahu interpretano gli stessi sistemi di targeting come strumenti volti a ridurre, non ad aumentare, le vittime civili. Un film non costituisce prova processuale, e il termine «algoritmo» non equivale a una confessione.

Resta una domanda spesso elusa: quale responsabilità ha Hamas nella catastrofe di chi pretende di rappresentare? Il movimento governa Gaza da quasi vent’anni e ha utilizzato fondi di solidarietà per costruire una vasta rete di tunnel destinati alla guerra. Interrogato sul perché non fossero stati realizzati rifugi per i civili, Mousa Abu Marzouk ha risposto che i tunnel servono ai combattenti e che ai civili deve pensare l’Onu. Altri dirigenti, tra cui Yahya Sinwar, hanno descritto le vittime civili come un elemento di valore strategico. La logica è nota: combattere da case, scuole e ospedali e poi esibire macerie e morti come arma politica. Per Hamas la sofferenza dei civili non è solo un costo: è anche propaganda.

Le cifre che dominano il dibattito provengono dal ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, che non distingue tra civili e combattenti. Ripeterle senza riserve critiche non è necessariamente pietà: è accettazione di una fonte parte in causa. I palestinesi non sono tutti Hamas, così come i tedeschi degli anni Trenta non erano tutti nazisti. Per questo le colpe di Hamas non possono essere cancellate in nome dei palestinesi. Né il solo numero dei morti dimostra un genocidio: serve l’intenzione di distruggere un gruppo in quanto tale. È su questo punto che le conclusioni della commissione Onu vanno messe alla prova. Pretendere che Israele rispetti il diritto di guerra è legittimo; non lo è lasciare che chi usa gli scudi umani si presenti come loro unico difensore.

Chi chiede conto a Israele di ogni scelta e a Hamas di quasi nulla applica una morale selettiva. Chi chiama «resistenza» il 7 ottobre riabilita un massacro.

Infine, diversi governi europei hanno riconosciuto uno Stato palestinese che ancora oggi non è in grado di tenere elezioni programmate in Cisgiordania e denunciano la tragedia di Gaza all’arrivo dell’inverno. Una task force europea per portare soccorsi direttamente a Gaza resta assente. Il non detto è che Hamas non ha deposto le armi e che gli aiuti rischiano di finire nelle mani delle sue milizie. La pace richiede una Palestina libera anche da Hamas e un Israele che non debba negoziare il proprio diritto a esistere. Una piazza che non riesce a pronunciare entrambe le condizioni non ha ancora chiarito quale pace vuole.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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L’ennesima buffonata di Trump, e l’indifferenza complice della politica italiana

President Donald Trump arrives to speak at a campaign rally at F&M Bank Arena, Saturday, Oct. 10, 2026, in Clarksville, Tenn. (AP Photo/Alex Brandon) Associated Press / Lapresse Only italy and spain

Donald Trump non può aver tradito Volodymyr Zelensky, come scrivono tutti quanti in queste ore, per la semplice ragione che non lo ha mai sostenuto e semmai ha sempre cercato, fin dal primo mandato, di depotenziare e abbattere il presidente ucraino a maggior gloria di Vladimir Putin.

Trump si è già augurato più volte la fine politica di Zelensky, del resto questa è la linea del Cremlino, e quindi anche la sua.

La prima volta che Trump ha minacciato Zelensky è stata nel 2019, quando al telefono gli ha intimato di trovare le prove di un coinvolgimento del figlio di Joe Biden in un fantomatico complotto internazionale ordito in Ucraina per indebolire la Casa Bianca, accusandola di complicità con il Cremlino nelle interferenze russe alle elezioni presidenziali americane del 2016.

Il complotto ucraino ovviamente era una bufala orchestrata dall’intelligence di Mosca per sviare le indagini americane sulle sue responsabilità, e per insinuare che dietro il Russiagate ci fosse l’Ucraina, non la Russia. Un assist che Trump non si è fatto sfuggire, e che ha utilizzato in modo maldestro per difendersi dalle accuse di essere stato eletto nel 2016 con l’aiutino di Putin.

Era un’operazione di disinformazione costruita ad arte al Cremlino, cui non ha creduto nessuno tranne certi sedicenti campioni del progressismo italiano e i soliti sbandati giornali della destra, a cominciare dal Fatto.

Giuseppe Conte, quando guidava il governo e prima di aver fatto sfilare per le strade italiane l’esercito russo, ha dato talmente credito alla bufala russa sbandierata da Trump da aver messo, in modo irrituale, la nostra intelligence a disposizione dell’allora ministro della giustizia trumpiano William Barr. Trump, poco prima, aveva minacciato Zelensky al telefono di ritirare un finanziamento da quattrocento milioni di dollari se Kyjiv non gli avesse consegnato le prove inesistenti contro il figlio di Biden.

Tutto questo è alla base del primo procedimento di incriminazione costituzionale subito da Trump dalla Camera dei deputati di Washington, da cui è uscito indenne soltanto perché i suoi senatori repubblicani lo hanno salvato con un margine di soli quattro voti.

Stupirsi adesso del “tradimento” di Trump è stravagante. Trump detesta l’Ucraina da tre anni prima dell’invasione russa su larga scala, esattamente da quando Zelensky non gli ha fornito le prove contro Biden che i russi gli avevano detto che aveva, e la conseguenza è stata l’impeachment.

Per Trump, quindi, l’Ucraina è il Paese che ha costruito un complotto contro la sua presidenza, e Zelensky è il presidente, allora appena eletto, che non ha voluto collaborare a sventarlo (al contrario dell’aiuto fornito dall’amico «Giuseppi» Conte, oggi punto di riferimento fortissimo del progressismo italiano).

Più che stupirsi, semmai c’è da chiedersi perché Trump è tornato proprio in questo momento a prendersela con Zelensky, dopo qualche mese di pausa a causa delle complicazioni della guerra in Iran.

Il motivo è semplice, come tutto quello che riguarda un uomo ottuso e prevedibile come Trump: tra un mese in America ci saranno le elezioni di metà mandato che lo vedono sfavorito anche a causa del prezzo della benzina, un’evidente conseguenza del fallimentare intervento armato in Iran che ha consegnato agli ayatollah e ai pasdaran il controllo dello stretto di Hormuz, dove passa buona parte del commercio del petrolio. L’intervento in Iran ha pure indebolito i paesi arabi produttori, che ora sono costretti a difendersi da iraniani e dai fondamentalisti houthi dello Yemen senza più l’ausilio degli americani, perché Trump ha scaricato anche loro.

Per avere un quadro più preciso sulle prospettive negative per Trump a poche settimane dalle elezioni, al prezzo record della benzina va aggiunta anche l’inflazione, mai domata e anzi peggiorata dalla grottesca politica dei dazi che ha danneggiato l’economia americana e non solo quella americana.

In questa situazione di grande difficoltà, Putin ha fornito ancora una volta conforto a Trump, offrendogli una parte insignificante delle sue riserve di diesel e ottenendo in cambio la possibilità di esportarle all’estero con un allentamento delle sanzioni energetiche che ora la Russia si giocherà per creare altro consenso politico in Europa per i partiti fiancheggiatori. Come ulteriore omaggio per il suo compleanno, Putin ha ricevuto da Trump un’ulteriore strigliata contro Zelensky.

I soliti trombettieri italiani di geopolitica, gli stessi che prima assicuravano che Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina e poi che l’avrebbe conquistata in tre giorni, sono già al lavoro per decretare ancora una volta la fine di Zelensky e dell’Ucraina.

Trump, insomma, sta provando di nuovo ad imputare all’Ucraina l’origine dei suoi guai politici, com’era successo nel 2019c, e questa volta anche a spiegare agli elettori americani che si apprestano a votare alle elezioni del 3 novembre che non è vero che il prezzo della benzina è così alto a causa della sua sconclusionata guerra in Iran, ma che lo è per colpa di Zelensky che colpisce le raffinerie russe e non vuole la pace.

Nell’impostura che Trump offre all’America, Putin invece è quello buono, addirittura il leader che vuole la pace al punto da essere disponibile a mettere a disposizione del consumatore americano una quantità di diesel, e nella narrazione farlocca di Trump poco importa che il diesel offerto da Putin copra il fabbisogno americano soltanto per quattro giorni.

Ieri sera Trump ha annunciato anche una tregua energetica tra Mosca e Kyjiv, malgrado i rappresentanti di Zelensky, che si trovavano a Miami proprio per cercare una posizione comune con gli americani da offrire alla Russia, non ne sapessero nulla. È molto probabile che non ne sapessero niente nemmeno i membri della delegazione americana, perché gli annunci di Trump sono nati in seguito alla solita telefonata con cui Putin ha fatto fesso il mansueto collega della Casa Bianca.

Naturalmente non c’è nessuna tregua energetica, come non ci sono mai state le tregue con l’Iran annunciate da Trump sui social ogni due per tre, anche perché l’unico che ha offerto formalmente una tregua energetica è stato Zelensky, ma l’offerta è stata rifiutata pubblicamente dai russi, i quali indisturbatamente continuano a colpire infrastrutture civili in Ucraina e a uccidere cittadini innocenti.

Gli ucraini hanno smesso di fidarsi degli americani dal 20 gennaio 2025, da quando Trump è rientrato alla Casa Bianca e ha accolto tutte le oscene posizioni di Putin che, ricordiamolo, sono la fine della indipendenza ucraina, l’annessione di parti di territorio che in quattro anni di guerra la Russia non è riuscita a conquistare, e l’insediamento di un governo fantoccio a Kyjiv.

Da quando c’è Trump, l’America non finanzia più la resistenza ucraina, già un paio di volte ha sospeso la condivisione delle informazioni di intelligence con Kyjiv (cosa che minaccia di rifare adesso), ha ritardato e in alcuni casi bloccato la fornitura di armi deliberate in precedenza da Biden e non ancora consegnate, ha provato a cacciare in malo modo Zelensky dalla Casa Bianca in diretta televisiva, e continua a incassare soldi dagli europei per le forniture militari che i paesi dell’Unione comprano per difendere gli ucraini.

Contro tutte le previsioni, gli ucraini hanno fatto a meno dell’America, sono riusciti a organizzarsi autonomamente, hanno sviluppato una propria industria bellica e tecnologica, hanno cambiato la natura del conflitto con i droni, e non solo hanno resistito all’invasore, ma hanno anche fatto passi in avanti sia sul terreno di battaglia sia nella capacità di colpire le infrastrutture strategiche russe senza l’aiuto di Washington.

Un risultato straordinario che andrà studiato sui libri di storia e che definisce un popolo fiero, libero e democratico che merita ammirazione e sostegno.

In tutto questo, la politica italiana si gira dall’altra parte, perché impegnata in questioni grottesche come la legge elettorale, le primarie, le gonne delle ragazze.

Nessuno dei leader dei due schieramenti ha espresso solidarietà a Zelensky né ha criticato l’ennesima mossa pro Putin di Trump. Ed è curioso che l’indifferenza del campo largo, che non a caso Pina Picierno ha chiamato “Campo Lavrov”, si manifesti nello stesso giorno in cui Matteo Renzi ha proposto di definire la cornice della coalizione di centrosinistra, che come è noto è in difficoltà a trovare un consenso sull’Ucraina, intorno all’opposizione a Donald Trump.

Invece niente, nemmeno l’opposizione a Trump riesce a scuotere Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli, se di mezzo c’è la Russia imperialista di Putin e la difesa dell’Europa.

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Chi ha vinto i Nobel 2026 e tutte le cose da sapere sul premio più famoso del mondo

Qual è la notizia? Tra lunedì 5 e venerdì 9 ottobre le diverse istituzioni incaricate di assegnare i Nobel hanno annunciato cinque dei sei premi del 2026. Il Nobel per la Fisiologia o Medicina, assegnato dall’Assemblea Nobel del Karolinska Institutet, è andato a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel per le scoperte che hanno portato all’optogenetica: una tecnica che permette di usare la luce per attivare o disattivare specifiche cellule nervose e studiare con più precisione come funzionano i circuiti del cervello. Il Nobel per la Fisica, deciso dalla Reale Accademia Svedese delle Scienze, è stato assegnato a Francis Halzen per il ruolo decisivo nella realizzazione di IceCube, l’enorme osservatorio costruito nel ghiaccio dell’Antartide che ha permesso di rilevare neutrini ad altissima energia provenienti dallo spazio e quindi di osservare l’universo in un modo nuovo. La stessa Accademia ha assegnato il Nobel per la Chimica a Henri B. Kagan e Kenso Soai per avere scoperto meccanismi che spiegano come, durante alcune reazioni chimiche, possa prevalere una delle due forme speculari di una molecola. È importante perché due molecole apparentemente identiche, ma speculari come la mano destra e la sinistra, possono avere proprietà biologiche diverse.

Il Nobel per la Letteratura è stato assegnato dall’Accademia Svedese alla canadese Anne Carson. Non viene premiato un singolo libro, ma la sua opera nel complesso: testi nei quali poesia, saggio, traduzione, memoir e teatro si mescolano continuamente, spesso partendo dai classici greci e latini per raccontare desiderio, perdita, amore e identità in forme difficili da classificare. È proprio questa capacità di rompere i confini tradizionali tra i generi che l’Accademia ha voluto premiare. Venerdì 9 ottobre, il Comitato Nobel norvegese ha assegnato il Nobel per la Pace alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay per il lavoro svolto durante decenni a favore del diritto internazionale, dei diritti umani e della possibilità di perseguire genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Infine, lunedì 12 ottobre, la Reale Accademia Svedese delle Scienze ha assegnato il premio per l’Economia a Robert E. Hall e Michael Woodford, che si divideranno il riconoscimento a metà, per aver contribuito a spiegare, partendo dalle decisioni di famiglie e imprese, come funzionano le politiche economiche che cercano di stabilizzare l’economia. Le loro ricerche hanno aiutato a comprendere meglio come intervenire sulle oscillazioni dell’attività economica, sull’inflazione e sulle recessioni. Ogni Nobel vale quest’anno 12 milioni di corone svedesi, cioè 1,07 milioni di euro. È la somma complessiva del premio: quando ci sono più vincitori, la cifra viene divisa tra loro.

Il punto. Domande e risposte.

Me lo chiedo ogni anno, scopro la risposta e poi mi scordo puntualmente: chi è Alfred Nobel?
Un chimico, ingegnere e imprenditore svedese che fece fortuna cercando di risolvere un problema pratico: come usare la nitroglicerina senza rischiare che esplodesse al minimo urto. Nel 1867 trovò il modo di assorbirla in un materiale poroso, rendendola più stabile e maneggevole. Nacque così la dinamite. Poi migliorò detonatori e altri esplosivi e aprì fabbriche in diversi Paesi, vendendo i suoi prodotti per miniere, ferrovie, gallerie e grandi opere. Quando morì, nel 1896, possedeva più di trecento brevetti ed era uno degli uomini più ricchi d’Europa.

Quando decise di istituire il Premio?
Un anno prima di morire, nel testamento stabilì che circa 31 milioni di corone dell’epoca (200 milioni di euro di oggi) venissero investiti e che i rendimenti servissero ogni anno a premiare chi avesse dato «il maggior beneficio all’umanità» in cinque campi: Fisica, Chimica, Medicina, Letteratura e Pace. Indicò anche le istituzioni che avrebbero dovuto scegliere i vincitori e precisò che la nazionalità non avrebbe dovuto contare.

Gli eredi saranno stati felici.
Nobel non aveva moglie, né figli. Ai sei nipoti andarono un milione di corone, equivalenti grossomodo a 6,3 milioni di euro attuali. Alfred lasciò ai nipoti Hjalmar e Ludvig, figli del fratello Robert, 200 mila corone a testa, circa 1,3 milioni di euro di oggi. A Emanuel, figlio dell’altro fratello Ludvig, 300 mila corone, circa 1,9 milioni di euro. A Mina, un’altra figlia di Ludvig, e a Ingeborg e Tyra, figlie di Robert, 100 mila corone ciascuna, circa 630 mila euro. La scelta di Alfred provocò resistenze tra alcuni eredi e non fu semplice assegnare subito i premi. Emanuel Nobel, importante industriale in Russia, fu tra i principali sostenitori del rispetto del testamento dello zio e contribuì all’accordo con gli altri familiari. Dopo quattro anni di trattative nacque la Fondazione Nobel. E i primi cinque premi furono assegnati nel 1901.

Aspetta, ma i premi Nobel sono cinque o sei?
Dipende da quanto vogliamo essere pignoli. Cinque sono quelli previsti dal testamento a cui si è aggiunto nel 1968 quello all’economia. Lo istituì la Sveriges Riksbank, la banca centrale svedese, per celebrare i propri trecento anni. Il nome completo infatti è Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel. Viene scelto dalla Reale Accademia Svedese delle Scienze, consegnato insieme agli altri e ha lo stesso valore economico.

Hai scritto “Accademia” in modi diversi finora, ma non ce n’è solo una?
L’Accademia Svedese e la Reale Accademia Svedese delle Scienze sono due istituzioni diverse. La prima nacque nel 1786 per volontà di re Gustavo III, sul modello dell’Académie française, e si occupa di lingua e letteratura: è lei ad assegnare il Nobel per la Letteratura. La seconda è più antica, fu fondata nel 1739 per promuovere la ricerca scientifica: assegna i Nobel per Fisica e Chimica e anche il premio per l’Economia. Poi ci sono altre due istituzioni: per la Medicina decide l’Assemblea Nobel del Karolinska Institutet, composta da cinquanta professori; per la Pace un Comitato Nobel norvegese di cinque membri nominati dal Parlamento norvegese.

Perché il premio per la Pace lo decidono in Norvegia?
Perché così volle Nobel. Nel testamento scrisse espressamente che il premio per la Pace sarebbe stato attribuito da un comitato di cinque persone scelto dal Parlamento norvegese, mentre gli altri sarebbero stati affidati a istituzioni svedesi. Perché abbia scelto proprio la Norvegia non lo sappiamo. All’epoca Svezia e Norvegia erano unite sotto lo stesso sovrano, anche se mantenevano proprie istituzioni politiche.

Come si diventa candidati al Nobel?
La candidatura deve arrivare da una persona abilitata. Non ci si può autocandidare mandando il curriculum a Stoccolma. Ogni premio stabilisce chi è autorizzato a presentare candidature: professori di determinate discipline, membri di accademie, precedenti vincitori, componenti dei comitati e, per il Nobel per la Pace, anche parlamentari e altre categorie indicate dal regolamento. I comitati raccolgono i nomi, fanno progressivamente una selezione, chiedono pareri a specialisti e preparano il materiale sul quale l’istituzione competente prenderà la decisione finale.

Quindi quando leggo che qualcuno è «candidato» o «favorito» al Nobel, quanto c’è di ufficiale?
Poco. Essere candidati significa soltanto che una persona autorizzata ha proposto quel nome. Le classifiche che escono ogni ottobre vengono da bookmaker, critici, accademici e indiscrezioni, non dalle istituzioni del Nobel. Una vera shortlist esiste, ma resta segreta. Per la Letteratura, per esempio, il comitato restringe progressivamente le candidature fino a una rosa corta sulla quale lavora poi l’Accademia. Tutte le candidature, valutazioni e discussioni restano segrete per cinquant’anni. La lista di quest’anno la conosceremo tra mezzo secolo. Anche questo è il fascino del Nobel.

Perché i Nobel vengono consegnati il 10 dicembre se li annunciano a ottobre?
Perché il 10 dicembre 1896 morì Alfred Nobel. Dal 1901 la cerimonia si tiene nell’anniversario della sua morte. Fisica, Chimica, Medicina, Letteratura ed Economia vengono consegnati a Stoccolma; il Nobel per la Pace a Oslo.

Torniamo al 2026: che cosa hanno scoperto esattamente i tre Nobel per la Medicina?
Immagina di voler scoprire quale interruttore accende una lampada in una casa con miliardi di fili elettrici. Il cervello contiene decine di miliardi di neuroni che lavorano contemporaneamente. Sapere che una certa zona si attiva durante la paura o un movimento non basta a dimostrare che siano proprio quelle cellule a provocarlo. Hegemann e Nagel hanno studiato delle proteine sensibili alla luce presenti in alghe unicellulari. Una di queste, la channelrhodopsin, funziona come una porta che si apre quando viene illuminata e permette il passaggio di ioni attraverso la membrana della cellula. Deisseroth ha contribuito a trasformare quel meccanismo in uno strumento per le neuroscienze: inserendo il gene appropriato in determinati neuroni, è possibile renderli sensibili alla luce e attivarli o spegnerli con grande precisione. È nata così l’optogenetica. Prima era molto più difficile intervenire con precisione su gruppi specifici di neuroni; con l’optogenetica possiamo attivarli o inibirli e vedere che cosa succede. È un salto enorme nello studio del rapporto tra cervello e comportamento.

Quindi grazie al Nobel di Medicina potremo controllare il cervello con una lampadina?
No. Per applicare l’optogenetica bisogna rendere determinate cellule sensibili alla luce, normalmente attraverso tecniche genetiche, e poi far arrivare la luce dove serve. Nei laboratori è uno strumento potentissimo; nell’uomo le applicazioni cliniche sono ancora circoscritte e sperimentali. Ci sono ricerche promettenti, per esempio sulla possibilità di restituire una certa sensibilità visiva in alcune forme di cecità, ma siamo lontani dall’idea fantascientifica di accendere e spegnere liberamente emozioni o ricordi nelle persone.

Perché Robert E. Hall e Michael Woodford hanno vinto il Nobel per l’Economia?
Perché hanno spiegato come le scelte di famiglie e imprese influenzano l’intera economia e come le banche centrali possono intervenire per contenere l’inflazione e le recessioni. Quando una banca centrale aumenta i tassi d’interesse, mutui e prestiti diventano più costosi. Le famiglie tendono a spendere meno e le imprese a ridurre gli investimenti. La domanda diminuisce e la crescita dei prezzi può rallentare. Ma gli effetti dipendono anche dalle aspettative delle persone. Chi prevede un aumento dei prezzi o una crisi modifica le proprie decisioni già oggi. Hall ha studiato come le famiglie distribuiscono i consumi nel tempo e come funziona il mercato del lavoro. Woodford ha analizzato il ruolo delle aspettative e dei tassi d’interesse nella politica monetaria. I loro studi hanno contribuito a costruire modelli economici che partono dalle scelte individuali per spiegare fenomeni collettivi come inflazione, disoccupazione e recessioni. È il principio dei «fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica», la motivazione ufficiale del premio.

Perché Francis Halzen ha vinto il Nobel per la Fisica?
Perché ha avuto un ruolo decisivo nella nascita di IceCube, un enorme rivelatore costruito nel ghiaccio dell’Antartide per intercettare i neutrini. Sono particelle difficilissime da osservare perché attraversano quasi tutta la materia senza interagire. Proprio per questo, però, possono arrivare fino a noi da zone lontanissime dell’universo senza essere deviate o assorbite lungo il percorso. Halzen ha capito che il ghiaccio profondo e trasparente del Polo Sud poteva diventare una specie di telescopio. Migliaia di sensori sepolti nel ghiaccio rilevano i minuscoli lampi prodotti nelle rare occasioni in cui un neutrino interagisce con la materia. Il risultato è un nuovo modo di guardare il cosmo: non soltanto attraverso la luce, le onde radio o le onde gravitazionali, ma anche seguendo queste particelle quasi invisibili.

IceCube l’ha costruito Halzen da solo?
No, è il risultato del lavoro di una grande collaborazione internazionale. Ma gli statuti del Nobel stabiliscono che un premio possa essere diviso tra non più di tre persone. È una regola che oggi mostra tutti i suoi limiti. La scienza contemporanea funziona sempre più spesso attraverso gruppi di centinaia o migliaia di ricercatori: basta pensare al CERN o ai grandi osservatori astronomici. Il Nobel purtroppo influenza il modo in cui immaginiamo la scienza: come il risultato di pochi geni individuali, quando spesso nasce da reti di ricerca.

Perché Kagan e Soai hanno vinto il Nobel per la Chimica?
Guardati le mani. Sono speculari, ma non puoi sovrapporle perfettamente. Alcune molecole hanno la stessa proprietà: esistono in due versioni speculari, chiamate enantiomeri. Hanno gli stessi atomi e gli stessi legami, ma una diversa disposizione nello spazio. Questa proprietà si chiama chiralità. La differenza è fondamentale perché il nostro organismo distingue tra le due forme. Enzimi e recettori hanno strutture tridimensionali precise: una versione di una molecola può interagire efficacemente con loro, mentre l’altra può avere effetti diversi. Per questo, nella produzione dei farmaci, ottenere la forma giusta può essere cruciale.

Perché negli esseri viventi prevale una delle due forme?
Non lo sappiamo ancora con certezza. Sappiamo però che gli esseri viventi costruiscono le proteine utilizzando quasi esclusivamente una delle due forme speculari degli amminoacidi. Questa preferenza si chiama omochiralità. Le scoperte di Kagan e Soai aiutano a capire come possa nascere una preferenza così forte. Anche se all’inizio una delle due forme è presente in quantità appena maggiore dell’altra, alcune reazioni chimiche possono amplificare questa differenza fino a farla diventare dominante. Non sappiamo se sia successo proprio così alle origini della vita, ma queste scoperte dimostrano come una differenza inizialmente minuscola possa diventare enorme.

I Nobel scientifici premiano solo scoperte fatte nell’ultimo anno?
No. Nel testamento Nobel parlava dell’«anno precedente», ma oggi quella formula non viene applicata alla lettera. Nelle scienze servono spesso molti anni per capire se una scoperta è corretta, riproducibile e davvero importante. Per questo un Nobel può arrivare anche decenni dopo il lavoro premiato. Quindi conta meno quando è stata fatta la scoperta e di più quanto ha resistito alla prova del tempo.

Il Nobel può essere assegnato a una persona già morta?
Di norma no. Dal 1974 il Nobel non può essere assegnato postumo. Se però il vincitore muore dopo l’annuncio, il premio resta valido. Prima di questa regola ci furono due Nobel realmente postumi: quello per la Letteratura a Erik Axel Karlfeldt nel 1931 e quello per la Pace a Dag Hammarskjöld nel 1961. Nel 2011 ci fu un caso eccezionale. Ralph Steinman era morto tre giorni prima dell’annuncio del Nobel per la Medicina, ma il comitato non lo sapeva. La Fondazione decise che il premio sarebbe rimasto valido perché la decisione era stata presa ignorando la sua morte.

Perché Anne Carson ha vinto il premio Nobel per la Letteratura?
Carson ha passato buona parte della carriera a rendere superflua la domanda «che genere di libro è?». È una classicista che conosce profondamente la letteratura greca, una traduttrice, una poetessa, una saggista e una scrittrice che spesso mette tutte queste cose nello stesso libro. In “Autobiografia del rosso” (La nave di Teseo) rilegge in chiave contemporanea il mito di Eracle e Gerione, il mostro a tre teste ucciso dal semi dio greco in una delle sue sette fatiche, e lo fa in una forma indefinibile: una prosa lirica frammentaria, che mescola filologia e fantasia e trasporta i due personaggi dalla Grecia antica al Novecento.“Nox”, pubblicato nel 2010 dopo la morte del fratello Michael, è un libro-oggetto a fisarmonica nato come una sorta di memoriale privato: Carson vi alterna fotografie, lettere, appunti, frammenti biografici e il lavoro di traduzione del carme 101 di Catullo, scritto per la morte del fratello del poeta. Più che un libro tradizionale, è un archivio del lutto costruito per frammenti. L’Accademia l’ha premiata perché usa la tradizione dei classici per creare forme letterarie difficili da incasellare nei generi tradizionali.

E Navi Pillay perché ha vinto il Nobel per la Pace se ha passato la vita nei tribunali?
Perché il Comitato norvegese ha premiato il suo lavoro sul diritto internazionale. Pillay è stata avvocata contro l’apartheid, giudice dell’Alta Corte sudafricana, del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale. Al tribunale sul Ruanda ha contribuito anche a riconoscere che stupro e violenza sessuale possono costituire atti di genocidio. Il punto del premio è questo: la pace non dipende solo dagli accordi tra governi, ma anche dall’esistenza di regole e tribunali capaci di perseguire i crimini più gravi.

Qualcuno ha mai rifiutato un Nobel?
Sì, ma non sempre per scelta. Jean-Paul Sartre rifiutò quello per la Letteratura nel 1964 perché aveva sempre respinto le onorificenze ufficiali e non voleva diventare, come disse, «un’istituzione». Le Duc Tho rifiutò invece il Nobel per la Pace del 1973, condiviso con Henry Kissinger per gli accordi di Parigi, sostenendo che in Vietnam non ci fosse ancora una vera pace. In altri casi il rifiuto fu imposto. Boris Pasternak accettò inizialmente il Nobel per la Letteratura del 1958, ma sotto fortissime pressioni sovietiche fu costretto a rinunciarvi. E Hitler vietò a tre scienziati tedeschi di accettare il premio: Richard Kuhn, Nobel per la Chimica del 1938 per i suoi studi su carotenoidi e vitamine; Adolf Butenandt, Nobel per la Chimica del 1939 per le ricerche sugli ormoni sessuali; e Gerhard Domagk, Nobel per la Medicina del 1939 per avere scoperto l’azione antibatterica del Prontosil, uno dei primi farmaci efficaci contro le infezioni batteriche. Dopo la guerra poterono ricevere medaglia e diploma, ma non il denaro del premio.

Un Nobel può essere ritirato, restituito o non assegnato?
Una volta assegnato, il Nobel non può essere ritirato: non esiste una procedura per cancellarlo se il vincitore diventa controverso o se il giudizio storico cambia. E non può neppure essere formalmente “restituito” per annullarlo. Dopo il contestatissimo Nobel per la Pace del 1973, Henry Kissinger fece sapere di essere disposto a riconsegnarlo, ma gli fu risposto che gli statuti non lo prevedevano. Può invece succedere che un premio non venga assegnato. Se l’istituzione competente ritiene che nessun candidato soddisfi abbastanza i criteri, può rinviarlo o lasciarlo vacante. È successo varie volte, soprattutto durante le guerre mondiali. Un caso italiano è Grazia Deledda: il Nobel per la Letteratura del 1926 fu tenuto in sospeso e assegnato a lei l’anno successivo.

Ecco, parliamo degli italiani, quanti l’hanno vinto?
Di solito se ne contano ventuno. Sei hanno vinto per la Fisica, sei per la Medicina, sei per la Letteratura. Poi ci sono un Nobel per la Chimica, uno per la Pace e uno per l’Economia. Ma anche qui bisogna aggiungere un asterisco. La nazionalità dei Nobel non è sempre semplice. Salvatore Luria, Emilio Segrè, Riccardo Giacconi, Mario Capecchi e Franco Modigliani nacquero in Italia ma svolsero una parte decisiva della carriera negli Stati Uniti e acquisirono la cittadinanza americana. Daniel Bovet nacque invece in Svizzera e divenne italiano.

Esulto comunque. Mi metti tutti i nomi così ritorno qui ogni volta che mi sento patriottico?
Iniziamo dalla Fisica. Guglielmo Marconi (1909) per lo sviluppo della telegrafia senza fili, insieme a Karl Ferdinand Braun. Enrico Fermi (1938) per gli studi sulle reazioni nucleari prodotte dai neutroni e, in particolare, sul ruolo dei neutroni lenti. Emilio Segrè (1959) con Owen Chamberlain, per la scoperta dell’antiprotone. Carlo Rubbia (1984), con Simon van der Meer, per il contributo decisivo al progetto che portò alla scoperta delle particelle W e Z, fondamentali per comprendere la forza nucleare debole.
Riccardo Giacconi (2002) per i contributi pionieristici all’astrofisica che portarono alla scoperta delle sorgenti cosmiche di raggi X. Giorgio Parisi (2021) per avere scoperto come disordine e fluttuazioni interagiscano nei sistemi fisici complessi. Proseguiamo con la Medicina. Camillo Golgi (1906), insieme a Santiago Ramón y Cajal, per il lavoro sulla struttura del sistema nervoso. Daniel Bovet (1957) per avere scoperto composti sintetici capaci di bloccare l’azione di alcune sostanze dell’organismo, un lavoro che comprende lo sviluppo dei primi antistaminici e di altri importanti farmaci. Salvatore Luria (1969), con Max Delbrück e Alfred Hershey, per le scoperte sui meccanismi di replicazione e sulla struttura genetica dei virus. Renato Dulbecco (1975) per avere chiarito il rapporto tra alcuni virus tumorali e il materiale genetico delle cellule. Rita Levi-Montalcini (1986), con Stanley Cohen, per la scoperta dei fattori di crescita e in particolare per il lavoro che portò all’identificazione dell’NGF, il fattore di crescita nervoso. Mario Capecchi, (2007), con Martin Evans e Oliver Smithies, per avere sviluppato tecniche che permettono di modificare selettivamente determinati geni nei topi attraverso cellule staminali embrionali: alla base dei cosiddetti topi knockout.

Puoi prendere una pausa.
Grazie. Chimica. Giulio Natta (1963), con Karl Ziegler, per le scoperte sulla chimica e sulla tecnologia degli alti polimeri. Il suo lavoro rese possibile produrre plastiche con strutture più controllate, tra cui il polipropilene isotattico. Economia. Franco Modigliani (1985) per le analisi pionieristiche del risparmio e dei mercati finanziari, compresa l’idea del ciclo vitale del risparmio: tendiamo a organizzare consumi e risparmi pensando all’intera vita, non soltanto al reddito del momento. Pace. Ernesto Teodoro Moneta, (1907), giornalista ed ex combattente risorgimentale diventato una delle figure principali del pacifismo italiano, lavorò per l’arbitrato internazionale, i congressi di pace e la cooperazione tra gli Stati. È tuttora l’unico italiano ad avere ricevuto il Nobel per la Pace.

Un ultimo sforzo.
Letteratura. Giosuè Carducci (1906): l’Accademia citò la sua cultura e ricerca critica, ma soprattutto l’energia creativa, la freschezza dello stile e la forza lirica della sua poesia. Grazia Deledda (1926), per opere capaci di rappresentare con forza la vita della sua Sardegna e, insieme, problemi umani universali. Luigi Pirandello (1934), per «l’audace e ingegnoso rinnovamento dell’arte drammatica e scenica». Salvatore Quasimodo (1959), per una poesia lirica che esprimeva «con fuoco classico la tragica esperienza della vita del nostro tempo». Eugenio Montale (1975), per una poesia capace di interpretare i valori umani attraverso una visione della vita «senza illusioni». Dario Fo (1997), perché, nella formulazione diventata famosissima, «seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi».

Ma Dario Fo come fece a vincere un Nobel per la Letteratura se era un attore?
Perché per l’Accademia la letteratura non significa soltanto romanzo o poesia stampata. Fo era autore dei testi che recitava, drammaturgo, regista e interprete. Utilizzava una tradizione che andava dalla commedia dell’arte ai giullari, dal teatro popolare alla satira politica. Il caso più famoso è “Mistero Buffo”, spettacolo del 1969 costruito come una serie di monologhi ispirati ai giullari e al teatro popolare medievale, spesso recitati usando il grammelot, un linguaggio fatto di suoni, cadenze, frammenti dialettali e gesti, che imita una lingua anche senza usare parole comprensibili. Per l’Accademia la letteratura poteva anche essere scritta per essere detta, recitata e trasformata sulla scena.

Chi sono stati il vincitore più giovane e quello più anziano?
La più giovane in assoluto è Malala Yousafzai, che aveva 17 anni quando vinse il Nobel per la Pace nel 2014. Lawrence Bragg aveva 25 anni quando vinse la Fisica nel 1915, mentre Frederick Banting ne aveva 31 quando ricevette quello per la Medicina nel 1923 per la scoperta dell’insulina. All’estremo opposto c’è John Goodenough: aveva 97 anni quando nel 2019 condivise il Nobel per la Chimica per lo sviluppo delle batterie agli ioni di litio.

Qualcuno è riuscito a vincerlo più di una volta?
Pochissimi. Marie Curie vinse la Fisica nel 1903 e la Chimica nel 1911 ed è ancora l’unica persona ad avere ricevuto Nobel in due diverse discipline scientifiche. Linus Pauling vinse invece la Chimica nel 1954 e la Pace nel 1962: è l’unico ad avere ottenuto due Nobel senza condividerne nessuno. John Bardeen vinse due volte la Fisica, Frederick Sanger e Barry Sharpless due volte la Chimica. Tra le organizzazioni il record è del Comitato internazionale della Croce Rossa, premiato tre volte per la Pace. E poi c’è la famiglia Curie. Oltre ai due Nobel di Marie, il marito Pierre Curie condivise con lei quello per la Fisica del 1903. La figlia Irène Joliot-Curie e suo marito Frédéric Joliot vinsero insieme la Chimica nel 1935. L’altra figlia, Ève Curie, non vinse un Nobel, ma suo marito Henry Labouisse era direttore dell’Unicef quando l’organizzazione ricevette quello per la Pace nel 1965. È difficile trovare un’altra famiglia con una concentrazione simile di Nobel.

Una cosa la so: Einstein vinse il Nobel per la Fisica grazie alla sua scoperta della relatività.
No. Lo vinse nel 1921, anche se fu consegnato nel 1922, «per i suoi servizi alla fisica teorica e soprattutto per la scoperta della legge dell’effetto fotoelettrico». All’epoca il Comitato era ancora prudente davanti alle implicazioni e alla verifica sperimentale della relatività, mentre l’effetto fotoelettrico offriva un risultato considerato solidamente dimostrato.

Quali sono i grandi nomi che non hanno mai vinto il Nobel?
Il caso più famoso è Mahatma Gandhi: fu candidato cinque volte al Nobel per la Pace, ma non lo vinse mai. Venne assassinato nel 1948 e quell’anno il Comitato decise di non assegnare il premio. Anche la Letteratura ha i suoi esclusi illustri: Lev Tolstoj non vinse mai e nel 1901, primo anno del premio, non fu neppure candidato; Jorge Luis Borges, uno degli scrittori più influenti del Novecento, comparve invece decine di volte tra le candidature senza essere premiato. Sigmund Freud fu candidato 32 volte per la Medicina e una per la Letteratura, senza mai vincere: nel 1929 un esperto incaricato dal comitato concluse che le sue teorie non avessero un valore scientifico sufficientemente dimostrato. Lise Meitner, fisica austriaca, ebbe un ruolo decisivo nella scoperta della fissione nucleare: lavorò per anni con Otto Hahn e fu lei, insieme al nipote Otto Frisch, a spiegare teoricamente che il nucleo dell’uranio poteva spezzarsi liberando un’enorme quantità di energia. Nel 1944, però, il Nobel per la Chimica premiò soltanto Hahn per la scoperta della fissione. Meitner, nonostante le numerose candidature successive, non ricevette mai il Nobel.

Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede.

Perché ne parlano tutti?

Punto primo
Perché è uno dei grandi riti del ciclo dell’informazione mondiale, come la persona dell’anno di Time, gli Oscar, il Leone d’oro, la Palma d’oro, il Pallone d’oro, i Golden Globe e, in misura minore, altri appuntamenti meno dorati, ma comunque rilevanti come Emmy, Grammy, Tony Award e Pulitzer. Sono premi diversissimi, ma hanno tutti una cosa in comune: ci dicono chi è stato considerato il migliore in qualcosa. È un meccanismo umano. In psicologia si parla di confronto sociale: tendiamo a valutare persone, risultati e perfino noi stessi mettendoli a confronto con gli altri. I social hanno trasformato questa inclinazione in un genere: classifiche, piramidi, tier list, «questo o quello». Nello sport è più semplice: Maradona o Messi? Michael Jordan o LeBron James? Ovviamente LeBron. Nei Nobel il confronto diventa più interessante perché riguarda campi nei quali stabilire un vincitore non è così semplice. Una volta all’anno è un modo per fare il punto sullo stato dell’arte, o meglio delle arti, delle scienze e delle discipline umanistiche: quali libri, quali scoperte e quali idee siano abbastanza importanti da rappresentare un’epoca.

Punto secondo
Nel giornalismo ogni tornata dei Nobel produce due filoni abbastanza prevedibili. Il primo è il racconto di chi ha vinto. È l’occasione per scoprire i libri già pubblicati da uno scrittore, capire quali progressi si stiano facendo nella medicina, nella fisica o nella chimica, oppure quali idee economiche siano diventate abbastanza importanti da meritare il premio. Ogni nicchia guarda alla propria categoria, con una combinazione di curiosità, emulazione e qualche volta anche invidia. Chi vuole scrivere un romanzo cerca di capire che cosa abbia visto l’Accademia in quell’autore. Un giovane ricercatore guarda quale filone di studi è stato consacrato. Un economista discute se quella teoria abbia davvero cambiato la disciplina. E poi ci sono tutti gli altri lettori. Il Nobel trasforma per qualche giorno temi normalmente riservati agli specialisti in argomenti da prima pagina.

Il secondo filone riguarda invece chi non ha vinto. Succede soprattutto con la Letteratura, perché è il premio sul quale il pubblico può discutere più facilmente senza conoscere la fisica delle particelle o la chimica molecolare. Per anni ogni ottobre tornava Philip Roth, morto nel 2018 senza Nobel; oggi uno dei nomi ricorrenti è Haruki Murakami. Con un piccolo particolare: le vere candidature e le discussioni dell’Accademia restano segrete per cinquant’anni. Quindi spesso gli «eterni candidati» sono candidati soprattutto dei giornali, dei critici e dei bookmaker.

Punto terzo
Fuori categoria c’è il Nobel per la Pace, che gioca un campionato a parte. Da solo può far partire decine di editoriali sulla situazione del mondo, perché la scelta del vincitore viene letta inevitabilmente anche come un giudizio politico su che cosa significhi, in quel momento, lavorare per la pace. È però un pendolo che oscilla moltissimo a seconda del nome. Quando nel 2009 fu premiato Barack Obama, dopo pochi mesi alla Casa Bianca, si discusse per settimane se il riconoscimento non fosse arrivato troppo presto, quando il presidente degli Stati Uniti aveva fatto ancora poco di ciò per cui veniva premiato. E quando Donald Trump ha ripetutamente sostenuto di meritare il Nobel per la Pace, la sua stessa rivendicazione è diventata una notizia indipendente dal premio. Quando invece vince una figura poco conosciuta dal grande pubblico, come Navi Pillay quest’anno, il meccanismo è opposto. La notizia viene coperta, ma per spiegare chi sia quella persona e perché il Comitato norvegese abbia deciso che dovremmo conoscerla. In un caso è la celebrità del vincitore a trascinare il Nobel; nell’altro è il Nobel a creare una celebrità.

Punto quarto
Un altro motivo per cui la notizia interessa in Italia è più semplice: vedere se ha vinto un connazionale. Non succede spesso, ma quando accade improvvisamente smettiamo per qualche giorno di essere commissari tecnici della Nazionale, costituzionalisti o esperti di geopolitica e diventiamo tutti fisici, neuroscienziati o economisti. Con Giorgio Parisi nel 2021 espressioni come «sistemi complessi» e «disordine» finirono nei telegiornali e nelle conversazioni di persone che probabilmente non le avevano mai incontrate prima. Chi vince riceve poi una scia lunghissima di interviste, profili, editoriali e inviti televisivi. Ed è uno dei rari meccanismi distorti dell’informazione che produce un’eterogenesi dei fini positiva: per qualche giorno una categoria normalmente poco visibile, quella di professori, ricercatori ed esperti, riceve un’attenzione solitamente riservata a politici, calciatori e personaggi dello spettacolo. Magari alla fine non avremo davvero capito la fisica di Parisi, ma almeno sappiamo che esiste.

Punto quinto
Qualche volta, ma raramente, il Premio Nobel attira più critiche del solito. Come accadde per il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan nel 2016. A molti la scelta sembrò semplicemente non avere senso: Dylan era certamente uno dei più importanti autori di canzoni del Novecento, ma i suoi testi erano stati scritti per essere cantati, accompagnati dalla musica e interpretati da una voce. Premiarlo significava allargare la definizione tradizionale di letteratura e, secondo i critici, togliere il premio a romanzieri, poeti o drammaturghi che lavoravano precisamente dentro quella disciplina. L’Accademia ragionò al contrario: la poesia è esistita oralmente ben prima dei libri e Dylan aveva creato «nuove espressioni poetiche» dentro la tradizione della canzone americana. La polemica è interessante proprio perché riguarda una domanda più grande: che cosa sia davvero letteratura e chi abbia il potere di stabilirne i confini. Con il premio di quest’anno ad Anne Carson, l’Accademia ha allargato ancora una volta quei confini, premiando un’autrice che mescola poesia, saggio, traduzione, memoir e teatro. Ed è forse una delle ragioni per cui continuiamo a parlare dei Nobel: non decidono soltanto chi vince. Ogni tanto ci costringono anche a discutere che cosa stiamo premiando.

Questa è “Non ho capito”, la newsletter di Linkiesta che ogni sabato mattina rimette in ordine la notizia di cui parlano tutti e spiega perché i giornali ne parlano. È curata da Andrea Fioravanti. Se vuoi riceverla due giorni prima della pubblicazione online, puoi iscriverti, cliccando qui.

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La Russia porta la guerra ibrida fin dentro l’industria europea della difesa

Recruits attend an oath-taking ceremony of the German army at the Defence Ministry in Berlin, Germany, Monday, July 20, 2026. (AP Photo/Ebrahim Noroozi) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La Russia sta intensificando i tentativi di colpire i vertici delle aziende europee della difesa, fino a pianificare attentati contro la loro vita. È l’allarme lanciato da cinque agenzie d’intelligence europee al Financial Times, secondo cui il Cremlino sta ampliando le operazioni di sabotaggio e di guerra ibrida in Europa per indebolire il sostegno occidentale all’Ucraina. Tra i bersagli ci sono soprattutto gli amministratori delegati e i dirigenti delle società che producono armamenti, ma anche le aziende più piccole impegnate nella fabbricazione di droni e componenti.

La nuova fase arriva mentre il conflitto in Ucraina resta bloccato sul campo di battaglia e l’economia russa attraversa difficoltà. Secondo le fonti dell’intelligence citate dal quotidiano britannico, gli omicidi di obiettivi civili europei, considerati in passato un limite anche per i servizi segreti russi, stanno assumendo un peso crescente nei piani di Mosca. «Il livello di minaccia in Europa è aumentato. Nei confronti delle proprietà, ma anche delle persone», ha dichiarato un alto funzionario dell’intelligence europea.

In Germania, il servizio di intelligence interno (BfV) ha intensificato i contatti con i dipendenti e i dirigenti delle aziende della difesa, raccomandando anche di ricorrere a squadre di protezione personale private. «La Russia sta pianificando deliberatamente atti di violenza contro individui attraverso soggetti statali o controllati dallo Stato», ha avvertito lunedì il capo del BfV, Sinan Selen. Secondo il funzionario, si sta ampliando anche il ricorso a strutture della criminalità organizzata.

La responsabilità di queste operazioni, definite nel gergo dei servizi russi «lavori sporchi», ricadrebbe soprattutto sul Gru, l’intelligence militare di Mosca. Le modalità operative starebbero cambiando: gli ufficiali russi collaborano sempre più con gruppi criminali, utilizzano reti di agenti che attraversano le frontiere e distribuiscono le diverse fasi dei complotti – dalla sorveglianza alla logistica, fino all’esecuzione – tra cellule e individui distinti. Non più soltanto singoli esecutori reclutati online in cambio di denaro.

Alcuni piani sono già stati scoperti e sventati. In altri casi gli investigatori hanno rilevato attività sospette di sorveglianza sistematica delle potenziali vittime, nelle loro abitazioni e nei luoghi di lavoro. Ma, secondo le fonti citate dal Financial Times, l’obiettivo russo non è necessariamente portare a termine gli attentati: basta alimentare la percezione di essere nel mirino per ottenere un effetto sulle scelte delle aziende. «L’obiettivo principale, dal punto di vista russo, resta psicologico», ha spiegato un funzionario. «Facendo semplicemente credere alle persone di poter diventare un bersaglio, ottengono già il loro effetto. Vogliono che gli individui ci pensino due volte prima di fare affari con l’Ucraina».

Le conseguenze sono già visibili nelle misure di sicurezza. Diversi dirigenti della difesa hanno rafforzato la propria protezione negli ultimi sei mesi su indicazione delle autorità, mentre alcune imprese stanno valutando anche il trasferimento degli stabilimenti. Ad agosto, in Svezia, due giovani turisti russi erano stati arrestati dopo aver piantato una tenda nei pressi della proprietà di Micael Johansson, amministratore delegato del gruppo della difesa Saab. Sono stati rilasciati poco dopo, senza che questo episodio dimostri di per sé l’esistenza di un complotto.

L’allerta è alta almeno dall’inizio del 2024, quando i servizi segreti statunitensi e tedeschi scoprirono un piano russo contro Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall, uno dei principali produttori europei di armi e sostenitore della fornitura di armamenti a Kiev. Papperger ha dichiarato di essere ora protetto ventiquattr’ore su ventiquattro da guardie private e polizia. Il costo di queste misure, insieme a quello della protezione degli impianti, rischia di diventare un onere significativo soprattutto per le imprese più piccole, proprio mentre l’industria europea della difesa è chiamata ad aumentare la produzione per sostenere l’Ucraina.

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Glucksmann vuole riunire la sinistra francese senza passare da Mélenchon

Candidate in the left-wing primary Raphael Glucksmann waits before a TV debate organized by BFM in Paris, Sunday, Oct. 4, 2026. (AP Photo/Thomas Padilla)

Raphaël Glucksmann ha vinto al primo turno le primarie della sinistra socialdemocratica francese, diventando il candidato sostenuto dal Partito socialista e dai suoi alleati alle presidenziali del 2027. Il fondatore di Place Publique ha ottenuto il 66,13 per cento dei voti, staccando nettamente il segretario socialista Olivier Faure, fermo al 14,48 per cento. Terza Ségolène Royal, candidata socialista alle presidenziali del 2007, con il 7,62 per cento. Gli altri due candidati, Emmanuel Maurel e Jérôme Guedj, hanno raccolto poco meno del sei per cento ciascuno. Alla consultazione hanno partecipato oltre centoventimila elettori.

«Questa sera abbiamo vinto insieme queste primarie. Questo risultato dice qualcosa di forte: una sinistra fedele ai propri valori può unirsi, governare e vincere. Può parlare di giustizia, ambiente e Repubblica senza rinunciare a nulla», ha scritto Glucksmann su X. Nel discorso della vittoria a Parigi, l’eurodeputato ha promesso di essere «il candidato della sinistra democratica (…) capace di battere l’estrema destra». Faure ha riconosciuto il risultato e invitato la sinistra a fare fronte comune: «Abbiamo un candidato, ora dobbiamo costruire insieme uno spirito di vittoria». Royal, delusa dal proprio piazzamento, ha assicurato che sosterrà il vincitore.

La sfida di Glucksmann, scrive Le Monde, è riunire il centrosinistra senza consegnarne la guida a Jean-Luc Mélenchon, il leader di La France insoumise, escluso dalle primarie. L’obiettivo è costruire un’alternativa tanto alla sinistra radicale quanto al Rassemblement National di Marine Le Pen, da tempo in testa nei sondaggi. Glucksmann vuole inoltre presentarsi come una terza via rispetto al macronismo, in una competizione in cui il centrodestra e l’estrema destra stanno già lavorando alle proprie candidature. «Non siamo qui per vincere una disputa a sinistra. Siamo qui per vincere le elezioni presidenziali: voltare pagina rispetto al macronismo, fermare l’estrema destra e cambiare la vita», ha dichiarato.

Quarantasei anni, europarlamentare dal 2019, Glucksmann ha già guidato la campagna dei socialisti alle elezioni europee del 2024, quando la lista alleata di Place Publique raggiunse il 13,8 per cento, arrivando terza. La sua linea è europeista e favorevole al sostegno all’Ucraina, oltre che attenta alle politiche ambientali. La vittoria alle primarie gli consegna ora una candidatura forte dentro l’area socialdemocratica, ma non risolve il problema della frammentazione della sinistra francese. La partecipazione al voto e la disponibilità degli altri partiti a convergere saranno decisive per capire se il risultato interno potrà trasformarsi in un’alternativa competitiva alle presidenziali del 2027.

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Due nuovi libri raccontano il cibo attraverso l’arte e la poesia

Foto di Sixteen Miles Out su Unsplash

Cinquesensi editore porta in libreria due nuove pubblicazioni dedicate al mondo enogastronomico interpretato secondo due diverse chiavi artistiche: l’epica e il poetare in versi sono protagonisti del primo volume, pittura, design, architettura, musei del secondo.

Il 12 ottobre, data scelta perché centotrentesimo anniversario della nascita di Eugenio Montale, è il giorno di uscita di “Piccole epiche per cuochi e altri apprendisti” di Ro (Roberta) Corradin. La scrittrice e saggista, autrice di fumetti e di libri come “Ho fatto un pan pepato – ricette di cucina emotiva” (Zelig 1995), “Le cuoche che volevo diventare” (Einaudi 2008), “Cannoli siciliani” (Giunti 2023), ha composto 75 poemetti (più un breve racconto) dove mescola dèi e miti classici, ingredienti, ricette, città del mondo, cucine, momenti di vita vissuta in prima persona ed episodi universali, il tutto in forma lirica, ma senza disdegnare neologismi e contaminazioni linguistiche.

Leggiamo nell’introduzione: «Mi sono divertita a cogliere la componente mitica insita nelle storie di chi il cibo lo prepara, lo coltiva, lo alleva, lo affina, lo cucina, lo progetta, lo serve a tavola. Strada facendo, si è imposta la mia passione per il mito greco, materiale duttile nelle mani di noi scrittori da oltre due millenni. Scrivendo, ho pensato e sperato che queste piccole epiche, dedicate a cuochi e cuoche, possano tornare utili («la poesia è di chi gli serve») anche ad altri, a tutti noi che nella vita, per attitudine e curiosità, continuiamo a sentirci sempre in apprendistato».

Il 13 ottobre è previsto invece l’arrivo nelle librerie di “A tavola con l’arte. Il cibo d’autore nei luoghi dell’arte e l’arte nei luoghi del cibo d’autore”, a cura della giornalista e divulgatrice culturale Ilaria Guidantoni e dal giornalista e critico enogastronomico Antonio Paolini. Percorrendo tutte le regioni italiane, il volume racconta i principali luoghi a vocazione artistica del nostro Paese (musei, castelli, ville storiche, borghi) che ospitano anche locali o realtà ristorative (sezione “Cucina nei luoghi d’arte”), e viceversa ristoranti, bar, alberghi arricchiti da opere artistiche o da un contesto storico e culturale particolarmente pregevole (sezione “Arte in tavola”). Una sezione a parte (“Arte nel bicchiere”) è riservata alle cantine e alle aziende vinicole le cui vigne spesso sono spazio espositivo per sculture e architetture.

I due autori così raccontano la loro ispirazione: «Si può dare di più. È il motore che ha portato alla genesi di questo lavoro. Ed è la constatazione fatta proprio andando a esplorare il mondo che ne è divenuto l’oggetto. Si può dare di più di uno splendido spettacolo, una mostra, un concerto dotando lo spazio che ne è (in senso proprio e figurato) teatro d’un luogo di ristoro che abiuri i vecchi cornetti avanzati dal mattino (o, peggio, incellofanati) e le bibite tristi delle vecchie buvette e dei caffè da museo (attenzione: quando c’erano, mancando sovente perfino quelli) e renda olisticamente felice l’esperienza. E, viceversa, si può dare di più, oltre a menu, piatti e sapori (d’ogni genere, assolutamente non solo “fine dining”, ma a sorpresa anche splendide trattorie e luoghi di intrattenimento gastronomico di ogni tipo farciti di tesori) offrendo ai clienti la compresenza di opere e oggetti d’arte, a loro volta senza limiti di genere. Ne abbiamo repertati centinaia e abbiamo potuto constatare che si stavano felicemente moltiplicando».

“Piccole epiche per cuochi e altri apprendisti” di Ro Corradin, Cinquesensi Editore, 176 pagine, 18 euro

“A tavola con l’arte. Italia – Il cibo d’autore nei luoghi dell’arte e l’arte nei luoghi del cibo d’autore” di Ilaria Guidantoni e Antonio Paolini, Cinquesensi Editore, 640 pagine, euro 30,00

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