
Qual è la notizia? Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato un accordo con il dittatore russo Vladimir Putin per aumentare le forniture di diesel al mercato americano e mondiale. Lo stesso giorno il Tesoro statunitense ha autorizzato la vendita, la consegna e l’importazione di gasolio russo, anche negli Stati Uniti, fino al 7 aprile 2027. Trump sostiene che l’accordo farà scendere i prezzi dei carburanti. L’annuncio del presidente è arrivato a meno di un mese dalle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre, in cui si rinnoveranno tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. La deroga del Tesoro è arrivata tre settimane dopo la firma, il 18 settembre, di una legge dello stesso Trump che autorizzava nuove sanzioni contro la Russia. Washington aveva però già concesso deroghe energetiche a marzo e aprile di quest’anno, permettendo di vendere petrolio e derivati russi caricati sulle navi entro date prestabilite. Quella di ottobre riguarda il diesel, dura quasi sei mesi e comprende anche nuovi carichi. Trump continua a chiedere all’Ucraina di interrompere gli attacchi con i droni alle raffinerie russe, accusandola di aggravare la carenza di diesel. Zelensky contesta l’intesa perché permette a Mosca di incassare denaro con cui finanziare la guerra. L’11 ottobre Trump ha annunciato una tregua sugli impianti energetici, ma i bombardamenti russi sono proseguiti.
Il 14 ottobre, nell’intervista a Piers Morgan, Zelensky ha detto di sentirsi «tradito» dal presidente degli Stati Uniti. Il 15 Kyjiv ha ripreso gli attacchi alle raffinerie. Quella sera, intervistato dall’emittente americana Newsmax, Trump ha definito quei raid una «vergogna», ha detto di non essere «un grande fan» di Zelensky e di trovare più difficile trattare con lui che con Putin. La crisi ha coinvolto anche Starshield, il servizio satellitare militare di SpaceX, l’azienda di Elon Musk. Tra il 13 e il 14 ottobre alcune restrizioni ai collegamenti hanno ostacolato le operazioni dei droni ucraini, anche quelli usati per intercettare i droni russi. Nel frattempo Musk ha attaccato il presidente ucraino su X: «È ora che Zelensky se ne vada». In Italia, nel discorso in Parlamento del 14 ottobre prima del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha criticato l’accordo sul diesel, definendolo «rischioso» perché può legittimare Mosca e darle nuove risorse per la guerra. Alcuni senatori dell’area riformista del Partito democratico hanno applaudito la sua difesa del sostegno all’Ucraina. Il 16 ottobre, dopo l’incontro con i leader europei a Bruxelles, il presidente ucraino ha confermato che il servizio di Starshield era migliorato, ma non era stato completamente ripristinato. Durante la conferenza stampa, il giornalista di Sky News Alistair Bunkall ha chiesto a Zelensky se si sentisse usato come capro espiatorio per il caro diesel e le difficoltà di Trump in vista delle elezioni. Quindici secondi di silenzio. Poi un sorriso. «Questa è la mia risposta», ha detto.
Il punto. Domande e risposte.
Che cosa prevede concretamente l’accordo tra Trump e Putin?
La Russia fornirà al mercato americano e mondiale oltre 300mila tonnellate di gasolio subito, altre 500mila a novembre e un milione successivamente. Trump ha aggiunto che Mosca potrebbe metterne a disposizione altri tre milioni in poco tempo, ma ha subordinato questa possibilità alle condizioni delle raffinerie russe. E per questo motivo ha chiesto all’Ucraina di non attaccarle. Per consentire queste vendite, Washington ha autorizzato fino al 7 aprile 2027 le operazioni commerciali sul diesel russo prima vietate dalle sanzioni, comprese le importazioni negli Stati Uniti. Le imprese possono quindi acquistarlo, trasportarlo e rivenderlo. L’autorizzazione comprende anche il gasolio che sarà prodotto e imbarcato nei prossimi mesi: permette alla Russia di organizzare nuove esportazioni, oltre a vendere i carichi già disponibili.
Il prezzo del diesel quindi calerà in tutto il mondo?
In generale, se arriverà sul mercato più gasolio e la domanda rimarrà la stessa, gli acquirenti avranno più scelta e i venditori dovranno competere sul prezzo. Se invece la Russia venderà a nuovi compratori carburante che avrebbe comunque esportato altrove, l’offerta mondiale aumenta poco o per niente. Contano poi le quantità. Le prime 300 mila tonnellate promesse da Putin equivalgono a meno di un giorno di consumo del solo settore dei trasporti americano. Possono aiutare, ma non risolveranno da sole la crisi di forniture dovuta alla guerra in Iran.
Perché Trump insiste tanto sul diesel?
Perché il gasolio caro aumenta i costi dei trasporti e dell’agricoltura. A settembre, negli Stati Uniti, il prezzo medio alla pompa è stato di 6,29 dollari per gallone, circa 3,8 litri. Trump ha indicato agricoltori e camionisti fra i principali beneficiari dell’accordo con Putin. Gli Stati Uniti estraggono molto petrolio, ma per ottenere gasolio devono raffinarlo e trasportarlo dove serve. La costa orientale consuma più carburante di quanto ne producano le sue raffinerie e riceve forniture da altre regioni americane e dall’estero.
Trump può autorizzare queste importazioni senza il Congresso?
In teoria una legge del 2022 vieta le importazioni di prodotti energetici russi. Per rimuovere il divieto sono richieste condizioni precise, fra cui la fine delle ostilità accettata dal governo ucraino e una procedura che coinvolge il Congresso. Alcuni parlamentari sostengono che una licenza del Tesoro non possa aggirare quella legge. Il 13 ottobre dodici senatori, sei democratici e sei repubblicani, hanno chiesto a Trump di revocare l’accordo e applicare le sanzioni previste dalla legge del 18 settembre.
Sono stati gli attacchi ucraini a far aumentare i prezzi?
Non sono la causa principale. Gli attacchi possono ridurre la produzione e le esportazioni russe, ma il rincaro mondiale è dovuto alla crisi nello Stretto di Hormuz dove un tempo passava un quinto del diesel mondiale via nave. L’agenzia americana per l’energia, l’Eia, ha attribuito l’aumento dei prezzi di settembre soprattutto agli attacchi degli Houthi contro infrastrutture e petroliere in Medio Oriente. Fra questi cita anche quelli all’oleodotto saudita che permette di esportare petrolio dal Mar Rosso evitando Hormuz.
Perché l’Ucraina attacca le raffinerie russe?
Per ridurre la capacità della Russia di produrre carburante e incassare denaro per finanziare la guerra dalle esportazioni. Le raffinerie trasformano il petrolio in prodotti vendibili, fra cui il diesel. Danneggiarle può costringere Mosca a ridurre le lavorazioni e spendere risorse per ripararle.
Putin che cosa ha promesso in cambio dell’aiuto di Trump?
Nessun impegno pubblico a fermare gli attacchi all’Ucraina o ad accettare un cessate il fuoco generale. Secondo diversi media americani, gli inviati speciali di Trump, il genero Jared Kushner e Steve Witkoff, il 9 ottobre avrebbero spiegato la loro strategia ai rappresentanti ucraini a Miami: concedere a Mosca un vantaggio economico dovrebbe renderla più disponibile a negoziare. Ma nella stessa riunione avrebbero riconosciuto che Putin non era ancora pronto a trattare.
Ma Trump non aveva già fatto la pace con Putin in Alaska?
No. Il vertice di Anchorage del 15 agosto 2025 si è concluso senza un accordo di pace e senza un cessate il fuoco. Trump e Putin si sono incontrati senza Zelensky; i combattimenti sono continuati. Putin ha ottenuto un ottimo risultato diplomatico: dopo anni di isolamento nei rapporti con gran parte dei governi occidentali, il presidente americano lo ha accolto negli Stati Uniti con il tappeto rosso e gli onori militari. Trump ha cambiato invece la condizione da cui far partire i negoziati. Prima del vertice chiedeva una tregua, durante la quale negoziare la pace. Dal 16 agosto in poi ha sostenuto che bisognasse arrivare direttamente a un accordo di pace. Ha accettato così il percorso proposto da Mosca: discutere la soluzione definitiva continuando a combattere.
Quante volte Trump ha cambiato posizione su Ucraina e Russia?
Tante. Dopo la rielezione del novembre 2024, Trump ha puntato su un accordo rapido con Putin e ha concentrato le pressioni su Zelensky. Tra febbraio e marzo 2025 ha avviato i colloqui diretti con Mosca e sospeso per alcuni giorni gli aiuti militari e la condivisione dell’intelligence con l’Ucraina. Li ha poi ripristinati quando Kyjiv ha accettato la proposta americana di tregua. Tra la primavera e luglio 2025 ha alzato i toni contro Putin, che ha continuato a bombardare. Ha minacciato nuove sanzioni e, a luglio, annunciato altre armi per l’Ucraina, pagate dagli alleati, dando a Mosca una scadenza per raggiungere un accordo. Ad agosto, dopo il vertice di Anchorage, come ti ho detto ha rinunciato a pretendere un cessate il fuoco prima dell’accordo di pace, accettando la posizione di Mosca. Tra settembre e ottobre 2025 ha di nuovo aumentato la pressione sulla Russia: ha detto che l’Ucraina poteva riconquistare tutti i territori persi e ha sanzionato Rosneft e Lukoil, le due principali compagnie petrolifere russe. Nel mezzo, però, ha riaperto il dialogo con Putin e frenato sulla consegna dei missili Tomahawk chiesti da Zelensky.
Ho mal di testa.
Non è finita. Da novembre 2025 all’inizio del 2026 è tornato a chiedere soprattutto concessioni ucraine. La sua amministrazione ha sostenuto una bozza di pace con cessioni territoriali, limiti all’esercito ucraino e rinuncia all’ingresso nella NATO. A gennaio Trump ha indicato Zelensky come l’ostacolo all’accordo. Poi il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. La guerra ha fatto salire i prezzi dell’energia e, da marzo, Trump ha autorizzato vendite di petrolio russo vietate dalle sanzioni. Ha prorogato le deroghe anche dopo aver annunciato di volerle interrompere, poi a giugno le ha lasciate scadere. Tra luglio e settembre 2026 ha assicurato nuovo sostegno a Kyjiv: ha promesso all’Ucraina una licenza per produrre intercettori Patriot e, il 18 settembre, ha firmato la legge che autorizza nuove sanzioni contro la Russia. Infine è arrivato l’accordo sul diesel.
Ho letto che Trump ha chiesto nuove elezioni in Ucraina. Perché lì non si vota?
La legge marziale, introdotta il 24 febbraio 2022 dopo l’invasione russa su larga scala e poi prorogata, vieta le elezioni. L’articolo 108 della Costituzione stabilisce inoltre che il presidente eserciti le sue funzioni fino all’insediamento del successore. La scadenza del mandato quinquennale di Zelensky, nel 2024, non lo ha quindi fatto decadere automaticamente. L’11 ottobre Zelensky ha risposto a Trump offrendo di organizzare il voto con sessanta giorni di cessate il fuoco totale. È una proposta politica: una tregua non revoca automaticamente la legge marziale. Restano da stabilire le regole e garantire la partecipazione dei militari, degli sfollati e degli ucraini all’estero. La Russia si è detta disponibile a sospendere gli attacchi per il giorno del voto, ma ha respinto la tregua di sessanta giorni.
Che cosa sono Starlink e Starshield?
Sono servizi satellitari di SpaceX, l’azienda di Elon Musk. Starlink fornisce una connessione a internet attraverso un’antenna collegata a una rete di satelliti. In Ucraina permette di comunicare anche dove le infrastrutture terrestri sono state distrutte o non funzionano. Starshield usa la tecnologia di Starlink per servizi destinati ai governi e alla sicurezza nazionale, con protezioni aggiuntive. Le forze ucraine lo impiegano anche per mantenere il collegamento con alcuni droni.
Che cosa è successo ai droni ucraini?
Fra il 13 e il 14 ottobre diversi reparti hanno segnalato interruzioni della connessione quando i terminali si muovevano oltre una certa velocità. Un’unità impegnata nella zona di Huliaipole ha riferito pause di dieci o venti secondi già a 110-120 chilometri orari. Si tratta della velocità del drone che trasporta l’antenna. Se il collegamento cade, l’operatore può perdere immagini e controllo del mezzo. Rallentare per mantenerlo può rendere il drone più vulnerabile. Il problema riguarda anche i velivoli usati per intercettare i droni russi: può quindi indebolire la difesa delle città oltre alle operazioni sul fronte.
Chi ha deciso queste restrizioni?
Secondo Reuters, l’ordine sarebbe partito dall’interno della Casa Bianca ed è stato trasmesso al Pentagono. L’agenzia cita due funzionari americani e uno occidentale informati della vicenda. Nessuno di loro però ha identificato la persona che avrebbe preso la decisione. Un alto funzionario americano ha negato che Trump abbia chiesto di limitare Starshield. La Casa Bianca non ha risposto alla domanda sul possibile coinvolgimento di altri funzionari. Musk sostiene che le condizioni d’uso del servizio militare dipendano dal governo americano. Per ora non sappiamo chi abbia ordinato le restrizioni né possiamo attribuirle personalmente a Trump o a Musk.
Limitare Starshield impedisce gli attacchi alle raffinerie russe?
Non direttamente, secondo l’Institute for the Study of War e il Critical Threats Project. I due centri di ricerca spiegano che i servizi impiegati dagli ucraini hanno restrizioni geografiche e non sono disponibili per le missioni sul territorio russo. I droni che arrivano alle raffinerie devono usare altri sistemi. I limiti a Starshield colpiscono le operazioni in Ucraina, compresi i territori occupati dalla Russia. Possono ostacolare gli attacchi sul fronte, la logistica e l’intercettazione dei droni russi. Perciò il danno alle forze ucraine può essere ampio anche senza fermare le missioni contro le raffinerie.
Gli Stati Uniti hanno interrotto anche le informazioni sui missili russi?
Zelensky ha denunciato la mancata ricezione di avvisi americani sui missili balistici in arrivo. In una intervista al Financial Times ha anche detto che funzionari statunitensi avevano minacciato di bloccare le informazioni se Kyjiv non avesse fermato gli attacchi energetici. Trump ha negato l’interruzione della collaborazione. Il 15 ottobre il parlamentare ucraino Yehor Cherniev ha confermato a Business Insider che lo scambio di informazioni continuava. La collaborazione può proseguire anche se singoli flussi di dati si interrompono: non sappiamo quali avvisi siano mancati e per quanto tempo. Gli allarmi sui missili e il collegamento internet di un drone svolgono inoltre compiti diversi. Un problema con Starshield non dimostra da solo che Washington abbia smesso di condividere le informazioni raccolte dai suoi sensori.
Chi paga i collegamenti di SpaceX?
Li finanziano anche i governi. La Polonia, per esempio, ha acquistato terminali per l’Ucraina e si è impegnata a coprire i relativi abbonamenti. Il Pentagono acquista servizi satellitari militari. I finanziamenti degli alleati aiutano a mantenerli operativi, ma il pagamento di un contratto non trasferisce automaticamente al compratore tutte le decisioni sulle condizioni d’uso del servizio.
Gli Stati Uniti hanno smesso anche di fornire armi?
Non è stato annunciato uno stop generale. Le armi americane possono arrivare in Ucraina anche quando sono altri paesi a pagarle. Dal luglio 2025 esiste il programma PURL: gli alleati finanziano acquisti di armi e munizioni dagli Stati Uniti e la NATO coordina le richieste ucraine e le forniture. Questo permette agli europei di sostenere una parte maggiore dei costi. Rimane però necessario che Washington autorizzi e renda disponibili i sistemi richiesti. I fondi impegnati per un acquisto non indicano che tutte le armi siano già state consegnate.
L’Europa può sostituire rapidamente i sistemi satellitari americani?
L’Alta rappresentante per la politica estera europea, l’estone Kaja Kallas, ha riconosciuto che l’Unione europea non può sostituire Starlink rapidamente. L’Ue ha avviato GOVSATCOM, che mette in comune capacità satellitari già esistenti per gli utenti governativi. Sta inoltre sviluppando IRIS², una propria rete per le comunicazioni sicure. A febbraio la Commissione ha indicato il 2029 come obiettivo per una prima versione semplificata del progetto. Per rendere operativa un’alternativa in Ucraina servono anche terminali compatibili, copertura e collegamenti adatti alle operazioni militari.
Che cosa ha chiesto Zelensky ai leader europei?
Almeno 70 miliardi di euro aggiuntivi per il 2027, da destinare alla difesa, alle armi e alla capacità del paese di continuare a resistere. Ha indicato una necessità immediata per l’inverno: 300 missili intercettori per i sistemi Patriot, con cui contrastare gli attacchi balistici russi. Ha chiesto anche nuove sanzioni contro chi produce le armi impiegate da Mosca.
Non ho capito la polemica sul discorso di Meloni sull’Ucraina
Alcuni senatori del Pd hanno applaudito il passaggio in cui Meloni ha criticato chi propone di smettere di aiutare militarmente l’Ucraina. La presidente del Consiglio ha sostenuto che togliere a Kyjiv la possibilità di difendersi favorirebbe l’occupazione russa: «La resa non è pace, è conquista». Fra i senatori del Pd che hanno applaudito ci sono Graziano Delrio, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. Appartengono all’area che i giornali chiamano riformista, più moderata e favorevole a un rapporto stretto con gli alleati europei e americani. Sull’Ucraina difendono il sostegno anche militare. Delrio ha poi spiegato che aiutare Kyjiv e cercare una soluzione diplomatica sono impegni compatibili. Sensi ha anche criticato il governo per i ritardi del nuovo decreto sugli aiuti militari, chiedendo che alle parole di Meloni seguano le decisioni.
Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede. Perché ne parlano tutti?
Punto primo.
Perché anche se siamo abituati all’imprevedibilità di Trump, ci ostiniamo a voler capire dove voglia andare a parare. Che cosa c’è dietro l’accordo sul diesel? Perché tornare a fare concessioni a Putin e ad attaccare Zelensky? Sono passati più di quattro anni e mezzo dall’inizio dell’invasione russa su larga scala e il presidente degli Stati Uniti non è riuscito a fermare la guerra che aveva promesso di chiudere in ventiquattr’ore. Nonostante questo fallimento politico rimane la curiosità: riuscirà a farlo prima della fine del suo secondo mandato?
Con Trump il giornalismo politico può sbizzarrirsi in una delle sue attività preferite: spiegare che cos’ha davvero in mente un leader. Gli esperti di cose americane consigliano di guardare al calendario elettorale. Il 3 novembre si voterà per le elezioni di metà mandato in cui si rinnoveranno molti seggi del Congresso americano. Il partito Repubblicano rischia di perdere la maggioranza della Camera, mentre per il Senato le previsioni sono ancora incerte. Trump non ha alcun risultato positivo da sbandierare: non ha concluso una pace con l’Iran dopo averlo attaccato a febbraio e lo Stretto di Hormuz è ancora pericoloso da attraversare. Questa crisi ha portato all’aumento del prezzo dei carburanti e la cosa non fa piacere a milioni di americani. L’accordo con Putin può ottenere due risultati in un colpo solo: mostrare di aver fatto passi in avanti nella trattativa per la pace in Ucraina e aver trovato una soluzione tampone al caro carburante.
Altri analisti vedono invece in questa mossa una tecnica sopraffina: concedere qualcosa a Putin per convincerlo finalmente a negoziare. Altri, per esempio Linkiesta, sostengono invece che cercare una strategia serva a poco: Trump improvvisa, nella speranza che alla fine tutto si sistemerà. Una forma di pronoia, il rovescio della paranoia: la convinzione che il mondo cospiri a nostro favore. Anche quando sembra fare il contrario.
Addirittura, per Christian Rocca, direttore editoriale de Linkiesta, non c’è stata nessuna giravolta. Trump non ha tradito Zelensky perché non lo ha mai davvero sostenuto, anzi ha cercato di indebolirlo fin dal primo mandato. Nel 2019 gli chiedeva materiale contro il figlio di Biden, minacciando di ritirare gli aiuti americani. Oggi torna ad attaccarlo mentre fa un altro favore a Putin.
Punto secondo
Lo abbiamo ricordato altre volte: il giornalismo funziona anche perché permette di ritrovare personaggi e comportamenti che conosciamo dentro storie complicatissime. Il prepotente, il suo sodale più realista del re, chi deve tenergli testa pur avendo bisogno del suo aiuto. Nel rapporto tra Trump e Zelensky ci sono tutti e tre. E ci si può appassionare anche senza seguire ogni sviluppo della guerra, perché la domanda è abbastanza familiare: come si tratta con uno così?
Il 28 febbraio 2025, nello Studio Ovale, Trump disse a Zelensky che non aveva le carte per negoziare e JD Vance gli rimproverò di non essere abbastanza grato. La scena, in diretta mondiale, fu letta da molti come due bulli che se la prendevano con il leader di un paese invaso. Zelensky provò a contestare puntualmente i loro argomenti e la discussione degenerò. Da quella scena il presidente ucraino sembra aver imparato che cercare di convincere Trump davanti alle telecamere serve a poco. Meglio rispondergli con una battuta oppure prenderlo in parola: accettare di discutere le sue proposte e chiedergli di creare le condizioni per realizzarle.
Nei mesi successivi ha affinato questo metodo. Nel maggio 2025 Trump lo sollecitò ad accettare i colloqui proposti da Putin in Turchia. Zelensky annunciò che ci sarebbe andato e che avrebbe aspettato il presidente russo di persona. Putin non si presentò. Il 18 agosto 2025, quando tornò nello Studio Ovale, Zelensky ritrovò anche Brian Glenn, il giornalista dell’emittente conservatrice Real America’s Voice che sei mesi prima gli aveva chiesto perché non indossasse un abito e se ne possedesse uno. Era una presa in giro dell’abbigliamento militare che il presidente ucraino aveva scelto dall’inizio dell’invasione russa del 2022, per solidarietà con i soldati al fronte. Stavolta Zelensky si presentò con giacca e camicia nere e Glenn gli fece i complimenti: «Sta benissimo con quel vestito». Zelensky rispose: «Ma lei ha lo stesso vestito. Vede? Io mi sono cambiato, lei no».
Un anno dopo, lo scorso 8 luglio, al vertice Nato di Ankara, Trump gli chiese se sarebbe andato a Mosca per incontrare Putin. Zelensky rispose che era difficile, perché da quelle parti c’erano molti droni ucraini ed era pericoloso. Una battuta per ricordare che qualche carta l’aveva ancora. In quello stesso incontro Trump lo aveva elogiato: «Ha fatto un lavoro straordinario». Vale la pena ricordarselo adesso che è tornato a dire di non esserne «un grande fan».
Negli ultimi giorni il metodo è tornato utile. L’11 ottobre Trump ha invitato gli ucraini a scegliersi un nuovo presidente. Invece di ribattere che in un momento di guerra sarebbe stato rischioso fare elezioni suscettibili di influenze e brogli, Zelensky ha chiesto sessanta giorni di cessate il fuoco totale per organizzare le elezioni. Ma i russi hanno risposto che ne avrebbero concesso solo uno. Il giorno dopo, parlando della tregua energetica annunciata dal presidente degli Stati Uniti, ha spiegato di averlo saputo dai media e di continuare a vedere attacchi russi. Evidentemente Putin non leggeva Truth Social, ha osservato. La battuta nella conferenza stampa di Bruxelles è stato l’ultimo esempio. I giornalisti in sala hanno riso. Qualche consulente di comunicazione avrà preso appunti.
Punto terzo
Perché l’Ucraina è ormai uno degli argomenti sui quali gli alleati litigano quasi quanto gli avversari. Succede nella maggioranza, dove Giorgia Meloni ha mantenuto una linea di sostegno all’Ucraina mentre Matteo Salvini continua a contestare la prosecuzione degli aiuti militari. Lo stesso Salvini che nel 2017 firmò un accordo di collaborazione con Russia Unita, il partito di Putin, poi dichiarato dalla Lega privo di valore dopo l’invasione.
Nel campo largo la discussione va avanti da tempo. Il Pd è favorevole agli aiuti, compresi quelli militari. Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte e Alleanza Verdi e Sinistra sono contrari alla prosecuzione dell’invio di armi e insistono sui negoziati. Tutti parlano di pace, ma quando si deve decidere che cosa dare agli ucraini per difendersi, in attesa che Putin accetti di trattare, le risposte sono diverse.
Elly Schlein sta cercando un compromesso. Alla Camera, il 14 ottobre, i partiti del campo largo hanno presentato risoluzioni separate, ma si sono astenuti reciprocamente sui passaggi relativi all’Ucraina, evitando di votarsi contro come in passato. La segretaria del Pd lo ha definito un passo avanti. Il suo partito continua a sostenere gli aiuti, ma accetta di astenersi su documenti che contestano la prosecuzione delle forniture militari. La distanza sulle armi rimane; per il momento hanno trovato il modo di non litigarci anche al momento del voto.
Meloni ha sfruttato queste divisioni nel discorso in Parlamento. Ha rivendicato di aver sempre tenuto il governo dalla parte dell’Ucraina e ha attaccato chi chiede di interrompere gli aiuti militari a Kyjiv: «La resa non è pace, è conquista». Come abbiamo scritto, a quel passaggio hanno applaudito anche alcuni senatori del Pd: Graziano Delrio, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. Esponenti di quell’area più moderata, europeista e atlantista che i giornali chiamano riformista e che sull’Ucraina chiede da sempre un sostegno netto, anche militare.
Per la stampa è un’altra puntata delle «due anime del Pd», un filone molto battuto da quando Schlein è diventata segretaria: i moderati da una parte, la sinistra vicina a lei dall’altra. Le primarie del 2023 avevano offerto parecchio materiale. Stefano Bonaccini aveva vinto il voto degli iscritti, poi Schlein aveva ribaltato il risultato ai gazebo, dove potevano votare anche i non iscritti. Da allora le divergenze interne hanno alimentato interviste, retroscena e previsioni su chi sarebbe rimasto e chi se ne sarebbe andato. Gli applausi a Meloni si prestano benissimo a riaprire la discussione.
Qualcuno, nel frattempo, se n’è andato davvero. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ha lasciato il Pd il 4 giugno, dopo aver contestato a lungo la linea di Schlein sull’Ucraina e il rapporto con il Movimento 5 Stelle. Ha fondato Spazio Pubblico e ora lavora con Carlo Calenda: alla festa del Foglio ha annunciato una lista comune con Azione per le prossime elezioni. Anche per questo ogni dissenso dei riformisti rimasti nel Pd viene seguito con attenzione: potrebbe essere una polemica destinata a rientrare, oppure l’inizio di un altro addio.
Questa è “Non ho capito”, la newsletter di Linkiesta che ogni sabato mattina rimette in ordine la notizia di cui parlano tutti e spiega perché i giornali ne parlano. È curata da Andrea Fioravanti. Se vuoi riceverla due giorni prima della pubblicazione online, puoi iscriverti, cliccando qui.
L'articolo Perché Trump aiuta Putin a vendere diesel e se la prende con Zelensky proviene da Linkiesta.it.