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El Instituto Coordenadas identifica a los 15 personajes clave de la transición venezolana, 300 días después de la caída de Maduro

El equipo de geopolítica global del Instituto Coordenadas de Gobernanza y Economía Aplicada ha elaborado el informe especial 'Venezuela, 300 días después: los 15 nombres propios de la transición'. El documento analiza el proceso abierto tras la extracción de Nicolás Maduro por fuerzas estadounidenses, el pasado 3 de enero, y señala a las figuras que más han influido en su rumbo.

Según el informe, Venezuela no vive una ruptura sino una transición "tutelada y pactada". Washington fija el rumbo, el chavismo pragmático de los hermanos Rodríguez gestiona el Estado y el petróleo actúa como "instrumento financiero para el cambio político".

Señala que, en apenas 300 días, el país ha restablecido relaciones diplomáticas con Estados Unidos, ha aprobado una ley de amnistía y ha reducido a menos de la mitad el número de presos políticos. Además, ha abierto una mesa de negociación entre Gobierno y oposición y ha firmado contratos petroleros que reordenan su posición geopolítica "para décadas".

Los 15 personajes en "círculos de poder"

Washington: Donald Trump, Marco Rubio, Mauricio Claver-Carone, Chris Wright y Laura Dogu

Continuidad gestionada: Delcy Rodríguez, Jorge Rodríguez, Diosdado Cabello y Vladimir Padrino López

Oposición: María Corina Machado, Dinorah Figuera y Edmundo González Urrutia

Energía y capital: Alejandro Betancourt, al frente de North American Blue Energy Partners (NABEP), y Mike Wirth, consejero delegado de Chevron.

Mediación: el expresidente del Gobierno José Luis Rodríguez Zapatero.

El informe subraya también la dimensión española del proceso. Las reuniones preparatorias de la negociación entre Gobierno y oposición se coordinaron en Madrid, y varios de los protagonistas tienen vínculos personales o empresariales con España.

En su análisis final, el Instituto concluye que "la transición se consolida por la economía". Recuerda que el FMI prevé un crecimiento del PIB venezolano del 5% en 2026 y del 7% en 2027, y que la producción petrolera ha superado los 1,2 millones de barriles diarios. Admite que la inflación y los apagones siguen siendo retos pendientes y que el país necesita un plan de infraestructuras básicas.

El estudio plantea que la prueba definitiva del modelo serán unas elecciones libres con un nuevo Consejo Nacional Electoral. "La política abierta puede esperar a ese momento; lo que no puede es quedarse sin fecha", señala.

El vicepresidente ejecutivo del Instituto Coordenadas, Jesús Sánchez Lambás, afirmó que "Venezuela ha avanzado enormemente en 300 días, a todos los niveles". Añadió que desde el Instituto quieren "reconocer a quince personajes clave de este cambio, que se ha gestado durante años, con sacrificios y esfuerzos posiblemente inimaginables". Y añade "controvertidos, cuestionados y mejorables, todos ellos son protagonistas impulsores de un cambio necesario y esperado durante mucho tiempo. Hoy el futuro se vislumbra con esperanza sólida", concluyó.

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Gobierno de Venezuela entrega 1.081 viviendas rehabilitadas en Caracas tras sismos de junio

La atención avanza con metas fijadas para fin de año, mientras el Plan Venezuela Renace supera más de 21.000 viviendas en proceso de intervención integral y 3.503 soluciones habitacionales entregadas de forma definitiva a las familias.
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Venezuelan Anti-Socialists Hold Nationwide Peaceful Protests Demanding Elections

Thousands of Venezuelans marched through the streets of Caracas and other cities on Thursday against the nation's socialist regime to demand presidential elections and the safe return of anti-socialist opposition leader María Corina Machado to the country.

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Da Machado a Pillay: il Nobel che manda su tutte le furie Trump e Netanyahu

Il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay segna una brusca discontinuità rispetto al premio assegnato l’anno precedente a María Corina Machado. La reazione di Donald Trump e Benjamin Netanyahu rivela quanto il nodo del diritto internazionale sia divenuto terreno di scontro geopolitico.

Segue nostro Telegram.

A distanza di appena un anno, il Premio Nobel per la pace sembra aver cambiato completamente direzione. Nell’ottobre 2025, il Comitato norvegese aveva scelto María Corina Machado, principale esponente dell’opposizione venezuelana, premiandola «per il suo instancabile lavoro nella promozione dei diritti democratici del popolo venezuelano e per la sua lotta per ottenere una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia». Lo scorso 9 ottobre, lo stesso riconoscimento è invece andato alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay «per i suoi sforzi nel promuovere la pace e il diritto internazionale». Dietro la somiglianza delle formule ufficiali, tuttavia, si nascondono due messaggi politici quasi opposti.

Il Nobel a Machado si inseriva infatti in maniera pressoché naturale nel quadro della pressione esercitata da Washington contro il governo venezuelano. L’oppositrice di Nicolás Maduro era da tempo sostenuta apertamente dagli Stati Uniti e da governi latinoamericani allineati con Washington. La scelta del Comitato norvegese rafforzava quindi, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate dai suoi membri, una delle parti di un conflitto politico interno sul quale gli Stati Uniti esercitano da anni una forte pressione attraverso sanzioni economiche, riconoscimenti politici selettivi e tentativi di isolamento internazionale del governo bolivariano.

Il rapporto personale fra Machado e Trump rese ancora più evidente questa convergenza. Il giorno stesso dell’assegnazione del premio, nell’ottobre 2025, Trump riferì che la dirigente venezuelana gli aveva telefonato affermando di accettare il Nobel anche in suo onore. Nel gennaio successivo, Machado arrivò poi a consegnare al presidente statunitense la propria medaglia del Nobel, nel tentativo di consolidare il sostegno di Washington alla propria strategia politica in Venezuela. Lo stesso Trump, pochi giorni prima dell’annuncio del premio 2026, ricordava pubblicamente quell’episodio come una sorta di riconoscimento indiretto della propria presunta attività di pacificatore.

Il Nobel 2026 ha prodotto invece un effetto praticamente opposto. Navi Pillay, infatti, non rappresenta un movimento politico sostenuto dagli Stati Uniti contro un governo avversario, ma una tradizione giuridica che rivendica almeno formalmente la possibilità di sottoporre anche le grandi potenze e i loro alleati alle norme del diritto internazionale.

La biografia della nuova vincitrice contribuisce a spiegare la portata della scelta. Sudafricana di origine tamil, Pillay iniziò la propria attività professionale durante l’apartheid, difendendo oppositori politici e battendosi per i diritti di Nelson Mandela e degli altri detenuti del regime segregazionista. Dopo la fine dell’apartheid divenne la prima donna non bianca a sedere nell’Alta Corte sudafricana. In seguito, fu giudice e presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, giudice della Corte penale internazionale dal 2003 al 2008 e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014. Oggi opera inoltre come giudice ad hoc presso la Corte internazionale di giustizia nel procedimento relativo alle accuse di genocidio contro il Myanmar.

Ma è soprattutto il genocidio del popolo palestinese a Gaza, perpetrato impunemente dal regime nazisionista israeliano, ad aver trasformato il Nobel a Pillay in un caso politico internazionale.

Pillay, infatti, ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta istituita dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e Israele. La Commissione ha concluso nel 2025 che Israele aveva commesso atti costitutivi di genocidio nella Striscia di Gaza, facendo riferimento, tra gli altri elementi, alle enormi perdite civili, alle restrizioni agli aiuti umanitari, alla distruzione sistematica delle strutture sanitarie, all’impatto delle operazioni sui bambini e alle dichiarazioni rese da esponenti politici e militari israeliani.

Da questo punto di vista, l’assegnazione del Nobel non poteva che provocare una reazione particolarmente violenta a Tel Aviv. Netanyahu ha affermato che il Comitato Nobel avrebbe «perso la propria bussola morale», definendo Pillay una persona intollerante che avrebbe costruito la propria carriera diffondendo quelle che il premier israeliano ha definito «calunnie di sangue» contro Israele. Il ministero degli Esteri israeliano ha adottato toni ancora più estremi, arrivando a evocare Joseph Goebbels e sostenendo che il propagandista nazista starebbe «applaudendo dall’inferno» alla decisione del Comitato (mentre, a nostro avviso, applaudirebbe piuttosto gli odiosi crimini commessi dal regime nazisionista).

La risposta israeliana, inoltre, non si limita a contestare le conclusioni della Commissione o l’interpretazione giuridica adottata da Pillay, ma tende a delegittimare l’intero meccanismo internazionale chiamato a giudicare l’operato del regime nazisionista. È una dinamica già emersa nei rapporti con la Corte penale internazionale, che ha emesso un mandato d’arresto contro Netanyahu per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e con la Corte internazionale di giustizia, che ha dichiarato illegale la presenza israeliana nei Territori palestinesi occupati nell’ambito del suo parere consultivo del 2024.

La reazione di Donald Trump è stata diversa nella forma ma altrettanto rivelatrice. Il presidente statunitense, che da tempo conduce una vera e propria campagna personale per ottenere il Nobel, ha definito Pillay una «persona misteriosa» della quale non aveva mai sentito parlare. Ha poi bollato la mancata assegnazione del premio a sé stesso come una decisione «vergognosa e imbarazzante», destinata a lasciare una «macchia indelebile» sulla Norvegia. Secondo Trump, il Nobel sarebbe stato «screditato per sempre» da un gruppo di «ideologi radicali», da lui definiti perfino «nemici della civiltà».

Nelle stesse ore dell’annuncio del Nobel, Washington ha inoltre imposto nuove e molto più ampie sanzioni contro la Corte penale internazionale. L’amministrazione Trump ha annunciato restrizioni destinate a tagliare alla Corte l’accesso a servizi finanziari, tecnologici e commerciali statunitensi, presentando apertamente la misura come parte di un tentativo di indebolirne la capacità operativa. Il segretario di Stato Marco Rubio ha aggiunto che gli Stati Uniti non permetteranno alla CPI di perseguire cittadini statunitensi, definendo la Corte un organismo illegittimo. Dal canto suo, la CPI ha replicato denunciando un attacco allo Stato di diritto e al principio secondo cui nessuno dovrebbe essere posto al di sopra della legge.

Naturalmente, la decisione di assegnare il premio a Navi Pillay non dimostra che il Comitato norvegese sia improvvisamente diventato un organismo estraneo alle logiche politiche occidentali; inoltre, l’assegnazione di un premio non può certo cancellare la lunga storia di selettività che caratterizza l’applicazione del diritto internazionale. Tuttavia, questa volta, il principio riaffermato dal Nobel entra direttamente in collisione con la pretesa delle potenze dominanti di sottrarsi alle stesse regole che esse invocano nei confronti dei propri avversari.

La distanza fra i due premi presi in considerazione mostra dunque anche le contraddizioni interne allo stesso sistema occidentale. Il Nobel a Machado poteva essere perfettamente integrato nella strategia statunitense di pressione sul Venezuela, uno Stato collocato fuori dall’orbita di Washington e legato politicamente ed economicamente a Cina, Russia e ad altri attori del mondo multipolare. Il Nobel a Pillay valorizza invece istituzioni e principi che, quando vengono applicati a Israele o agli stessi Stati Uniti, diventano improvvisamente oggetto di sanzioni, minacce e campagne di delegittimazione.

Le reazioni scomposte di Trump e Netanyahu finiscono così per rafforzare involontariamente il significato politico dell’assegnazione. Entrambi contestano non soltanto la persona di Pillay, ma soprattutto il principio che la sua carriera rappresenta: che la responsabilità per crimini internazionali non dovrebbe dipendere dall’appartenenza a un determinato blocco geopolitico, dalla forza militare di uno Stato o dalla protezione garantita da Washington.

Nel frattempo, la credibilità del diritto internazionale continuerà naturalmente a dipendere dalla capacità di applicare questo principio senza doppi standard. Resta il fatto che, per decenni, le istituzioni occidentali hanno richiamato il diritto internazionale soprattutto nei confronti degli avversari geopolitici, mentre molto più debole è stata la loro capacità di farlo valere quando erano coinvolte le potenze occidentali o i loro alleati. Il caso di Gaza e dei crimini commessi dal regime nazisionista israeliano ha reso questa asimmetria sempre più difficile da occultare.

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THE M-FILES: SF Launches Mercenary Database

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Who went to Ukraine to fight for Kiev? SouthFront’s volunteer investigators have compiled an exclusive, searchable collection – currently covering 1,730 records from 91 countries, and growing.

Naming Names

Recruitment pitches sell a promise. Battlefield headlines capture a moment. Neither tells the whole story.

Explore MERC.SOUTHFRONT.PRESS to look beyond the callsigns.

Search for individuals or browse by nationality. Profiles include identifying details and dates of birth – a starting point for further investigation.

Callsigns Are Not Cover

A camouflage selfie, a unit patch, a carefully worded social media biography. None of these explains what a foreign fighter actually did in Ukraine. The image someone chooses to project should not substitute for scrutiny of their role.

What brought this person to the conflict? Which formations did they serve with? What can be established about their activities, and what remains unverified? These are questions for investigation, not recruitment publicity.

The database will be updated as new information becomes available.

Stay tuned!  MERC.SOUTHFRONT.PRESS

 

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Under U.S. Watch, Venezuela Grapples With Tensions Over Democracy

President Trump says Venezuela is not ready for elections, and he focuses instead on its oil. But Secretary of State Marco Rubio is nudging talks between opposing politicians.

© Venezuelan Presidency, via Agence France-Presse

Dinorah Figuera, left, Delcy Rodríguez and Jorge Rodríguez during a meeting at the Miraflores presidential palace in Caracas on Thursday, in a photo released by the Venezuelan presidency.
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U.S. Removes Venezuela From List of Countries Subject to Investment Restrictions

Treasury Department says the reasons for Venezuela’s inclusion no longer exist.

On Thursday, the U.S. Department of the Treasury’s Office of Foreign Assets Control (OFAC) removed Venezuela from the list of countries subject to restrictions on U.S. investment.

RELATED:

Venezuela’s Acting Pres. Delcy Rodríguez Meets 2015 Assembly Delegations

Established under the 2025 Comprehensive Outbound Investment National Security Act (COINS Act), the list still includes countries such as China, Russia, Cuba, Iran and North Korea.

To justify Venezuela’s removal from the list, the Treasury Department said the reasons that led to the country’s inclusion no longer exist and that the current government does not meet the definition established by the COINS Act.

However, the OFAC announcement included a warning: The rule could still apply to certain investments in Venezuelan entities, although no details were provided.

“The COINS law significantly expanded the scope of U.S. controls on capital flowing abroad. The proposal requires notification in six sectors and five designated countries, and imposes a total ban on artificial intelligence. The public can submit comments through Dec. 7; the final rule will follow,” the financial website PitBullChain explained.

“The key distinction that must not be overlooked is that this is a mechanism for scrutinizing outbound investments. It is not a lifting of the OFAC sanctions regime. Removal from the COINS list does not mean that existing restrictions on specific individuals and entities disappear.”

“Venezuela’s removal from the COINS list can be interpreted as a sign of reduced friction: less friction for a U.S.-based exchange, a payment processor or a small fund to consider operating with Venezuelan counterparties without automatically falling into the category of a country under scrutiny,” the financial website added.

The list of countries included under the COINS Act was originally advanced with bipartisan support. Its goal was to expand oversight of capital flows into sectors considered sensitive to U.S. national security.

Regarding the scope of the policy, Treasury Undersecretary Chris Pilkerton explained that the program’s purpose “is to ensure that we have the ability to monitor and potentially prohibit those types of investments” that could pose risks to U.S. national security.

teleSUR/ JF

Sources: PitBullChain – OFAC

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Sete detidos após protesto da oposição em Caracas

Partido Vente Venezuela, de Corina Machado, denunciou a detenção de sete pessoas ligadas aos camiões de som usados na manifestação de 22 de outubro. Há 322 presos políticos no país.

© MIGUEL GUTIERREZ/EPA

Marína Corina Machado saiu clandestinamente da Venezuela em dezembro, para ir à Noruega receber o Prémio Nobel da Paz, e não conseguiu regressar ao país, apesar de já o ter tentado fazer
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Trump e il petrolio del Venezuela: l’accordo segreto che tutela gli investitori Usa e lascia Caracas senza garanzie

Donald Trump lo aveva definito come l’accordo petrolifero “più grande della storia”, utile a “riempire le riserve strategiche degli Usa” e – parlando all’elettorato, in vista del midterm – ad “abbattere i costi della benzina”. L’intesa – che coinvolge compagnie come Chevron, Eni, Total, Repsol – avrebbe portato “grandi benefici” anche al Venezuela, diceva il presidente Usa, ricordando però che “il bottino appartiene al vincitore”. E lui avrebbe vinto, prelevando l’allora presidente Nicolás Maduro all’alba del 3 gennaio. Delcy Rodríguez (presidente in carica del Venezuela) parlava addirittura di “accordo storico”, che avrebbe fatto “rinascere” il Paese, riportando “speranza ai venezuelani”. Promesse smentite dall’accordo stesso – 18 pagine, classificate dagli Usa con la scritta “sensibile” – che blinda la compagnia North American Blue Energy Partners (Nabep), con sede alle Barbados, mediante la partecipazione diretta degli Usa (35%), il suo amministratore delegato Alejandro Betancourt, già indagato negli Stati Uniti per corruzione, e addirittura gli investitori secondari e contitolari, che godono di assoluto anonimato. Tali condizioni impediscono di verificare la reale provenienza e la destinazione dei fondi della Nabep. Così lo svela una recente inchiesta di ProPublica, che ha potuto visionare l’accordo, sottolineandone durata e vincoli: cent’anni di estrazione Usa su 17 giacimenti (distribuiti tra la conca del Lago di Maracaibo e la Fascia dell’Orinoco), e mezzo secolo di “diritti di acquisto preferenziale” sul 20% delle riserve di greggio a 30 dollari al barile.

E non solo. Stando al documento, la maggioranza dei soci della Nabep deve essere costituita da cittadini americani, mentre non è prevista alcuna rappresentanza dello Stato venezuelano. La Casa Bianca ha inoltre potere di veto sui membri del Consiglio. L’accordo non prevede alcun “obbligo vincolante” che garantisca i 200 miliardi di dollari in tasse e royalties spettanti a Caracas. “Il Venezuela subirà una perdita netta di entrate fiscali”, prevede l’economista Francisco Rodríguez. L’intesa, sottoscritta dal segretario di Stato Marco Rubio, dal segretario alla Guerra Pete Hegseth e dallo stesso Alejandro Betancourt, prevede una clausola di confidenzialità che impedisce a Nabep di svelare al pubblico i dettagli commerciali del contratto. Eventuali controversie – si legge – saranno discusse “davanti a un Tribunale federale del Texas”, togliendo allo Stato venezuelano ogni potestà sulle proprie risorse. Nulla di nuovo, in un Paese che vede i propri servizi segreti (Sebin) sotto intervento Usa. Washington si riserva anche la possibilità di acquistare l’intera produzione della Nabep in caso di dichiarata emergenza nazionale. Lo scopo è impedire l’annullamento del contratto da parte dei futuri governi.

C’è chi però considera già “nullo” l’accordo, come i senatori dem Jeanne Shaheen, Jack Reed, Elizabeth Warren e Martin Heinrich, che in una missiva inviata al governo federale chiedono “dettagli” sull’operato dell’amministrazione Trump, sollevando diversi interrogativi sulle “basi legali” e sulle competenze del Pentagono nell’accordo. I senatori esprimono perplessità anche sulla figura di Alejandro Betancourt, già indagato negli Usa per “corruzione” e “riciclaggio”, chiedendo una copia del documento, mai giunto nelle loro mani. Interpellato da ilfattoquotidiano.it, l’istituto di ricerca Oikos Research sottolinea che l’intesa “presenta profili di illegalità sia a Washington che a Caracas” in quanto “la concessione di cento anni supera di gran lunga il limite di 25 anni imposto dalla Legge organica sugli idrocarburi” in vigore nel Paese sudamericano. Inoltre, il Dipartimento della Guerra Usa non potrebbe acquistare partecipazioni in compagnie private senza previa autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti.

A livello pratico, l’accordo affronta molteplici difficoltà socioambientali. Fonti e Ong locali denunciano a Ilfattoquotidiano.it il moltiplicarsi di incidenti e fuoriuscite di greggio nel Lago di Maracaibo, dove sono presenti una decina di campi petroliferi coinvolti nell’accordo. “Siamo una trentina, tutti ingaggiati da Nabep – commenta Eligio Quintero, 32 anni, pescatore del municipio di Cabimas – ed eccoci qua, senza attrezzature: il compito è rimuovere il greggio che rovina le nostre coste, ma in pratica dobbiamo farlo con le unghie”. Secondo l’associazione Azul Ambientalista, l’emergenza ambientale coinvolge almeno sei municipi dello stato Zulia, tra cui Lagunillas e Baralt. “Non c’è un piano reale per rispondere ai costanti disastri petroliferi”, denuncia Yohan Flores, direttore dell’associazione, a Ilfatto.it, “il nostro lago muore, insieme a tutto l’ecosistema, colpito dall’indifferenza di chi comanda”. La regione affronta anche blackout che superano le dieci ore giornaliere, aumentando il malcontento della popolazione. “Alle compagnie petrolifere è stato chiesto di provvedere al proprio fabbisogno energetico, ma molte restano ancorate al Sistema elettrico nazionale, già privo di manutenzione, sottraendo più di mille megawatt alla popolazione”, denuncia a Ilfatto.it un ingegnere della Corporación Eléctrica Nacional (Corpoelec), che ha chiesto di rimanere anonimo perché non autorizzato a riferire alla stampa.

I danni sono alla luce del sole, anche se i pozzi attivi sono appena il 30% del totale e, dopo una prima impennata (circa 1 milione di barili al dì), la produzione è tornata a calare del 27%, allontanandosi dal traguardo degli 1,5 milioni di barili giornalieri voluto da Trump. “Gli Stati Uniti si prendono il nostro petrolio, ma i soldi rimangono alle élite – lamenta Raúl Pápariti, portavoce del Sindacato dei lavoratori petrolieri dello Zulia –, ma noi siamo ancora senza trasporti, senza salari degni e i campi petroliferi sono in rovina”.

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La oposición sale a la calle en Venezuela para exigir fecha electoral ante la parálisis del diálogo

En todos los estados de Venezuela, los partidos políticos opositores se movilizaron la tarde de este jueves para exigir una fecha para las elecciones y el regreso de María Corina Machado al país. También protestaron por la lentitud en las negociaciones para una transición política. La manifestación había sido convocada hace semanas, pero ocurre un día después de que finalizara, sin grandes anuncios, la tercera ronda de la mesa de diálogo entre la Asamblea Nacional de 2015 y el Gobierno encargado, en la que el tema electoral, una vez más, no figuró en el centro de la agenda.

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© Juan Carlos Hernandez (REUTERS)

Protesta de la oposición en Valencia (Venezuela), este jueves.
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Presidenta (E) Delcy Rodríguez recibe a delegaciones del Gobierno y de AN 2015 para mesa de diálogo

Rodríguez reconoció los esfuerzos de las delegaciones en el diálogo para alcanzar acuerdos en materia de garantías políticas para todos los partidos, reforma del sistema de justicia y gestiones relativas al oro depositado en Inglaterra para la recuperación tras el evento sísmico de junio en Venezuela.
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Exclusive — Venezuela Opposition Negotiator Dinorah Figuera: Maduro's Capture Opened 'the Path to Hope'

President Donald Trump's bold decision to approve the mission to arrest former dictator Nicolás Maduro created the "path to hope" that Venezuelans are cautiously taking toward holding elections, Dinorah Figuera, the surgeon and former lawmaker representing the opposition in talks with post-Maduro socialists, told Breitbart News this week.

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EEUU celebra avances del diálogo en Venezuela y exige liberar a todos los presos políticos

“Este proceso liderado por Venezuela continúa fortaleciendo las instituciones democráticas, ampliando las libertades políticas y sentando las bases para elecciones libres, justas y creíbles”, afirmó el portavoz Thomas “Tommy” Pigott en un comunicado.

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Presidenta encargada de Venezuela recibe a Dinorah Figuera

Caracas, 22 oct (Prensa Latina) La presidenta encargada de Venezuela, Delcy Rodríguez, dio hoy la bienvenida en el Palacio de Miraflores a la opositora y líder de la delegación de la mesa de diálogo político con el Gobierno, Dinorah Figuera.

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