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El Black Friday generará 124.300 nuevos contratos en España: estos serán los perfiles más demandados

Los comercios españoles ya comienzan a preparar la campaña del Black Friday y, además de ajustar los descuentos que tengan planteados para sus productos, deben pensar en cómo reforzar su plantilla. Según las previsiones de Randstad, se generarán 124.300 contrataciones, lo que supone un crecimiento del 5,3% en comparación con el año pasado.

Si se analiza el peso por sectores, el transporte y la logística continuarán concentrando el mayor volumen de contratación, con el 63,7% del total y cerca de 79.170 firmas. Este ámbito se mantiene en tasas positivas con un crecimiento del 3,6% respecto a los 76.417 contratos alcanzados en 2025.

Por su parte, el comercio directo contará con 45.130 altas nuevas, un 8,5% más respecto al año pasado, y llega a representar un 36,3% del total de la contratación.

La demanda en las empresas de logística buscan suplir el repunte de la demanda que se genera en estas fechas de descuentos y rebajas. Por ello, se necesitan más que nunca perfiles de promotores, empaquetadores, carretilleros, mozos de almacén y transportistas, además de profesionales destinados a la atención al cliente para atender el auge del comercio electrónico.

El crecimiento del comercio electrónico no hace que pare la contratación en los puntos de venta físicos. Así, las marcas refuerzan sus equipos en tienda con dependientes, promotores y asesores comerciales, perfiles en los que el trato cercano, la comunicación y el asesoramiento experto son determinantes en categorías como tecnología, belleza o alimentación.

Las campañas de Black Friday cada vez se extienden más en el tiempo, por lo que las empresas priorizan incorporar a los profesionales con la antelación suficiente para formarlos en producto, argumentarios y procedimientos, garantizando además su fidelización y disponibilidad para los días de mayor intensidad.

Para todos los sectores, cada vez se valora más el manejo de herramientas digitales y soluciones de apoyo para la gestión operativa en el puesto de trabajo, facilitando que el profesional resuelva consultas sobre producto y procedimientos con rapidez y autonomía en un entorno que todavía es omnicanal, combinando la visita a tienda con la compra online.

Madrid, Cataluña y Andalucía concentran la mayor contratación

Por comunidades autónomas, Madrid encabeza las contrataciones con 22.350 firmas, seguida muy de cerca por Cataluña, con 21.380 nuevas altas, y Andalucía, con 21.020 empleos. Entre las tres autonomías aglutinan más de la mitad de las oportunidades laborales del periodo. Así, entre las tres concentran más de la mitad de los trabajadores para este Black Friday.

El comportamiento territorial destaca por su evolución positiva, ya que prácticamente todas las comunidades autónomas incrementan sus contrataciones de cara a esta campaña. Las únicas excepciones son Castilla-La Mancha, que registra cerca de 6.115 contratos, lo que supone un retroceso del 0,2%, y Extremadura, que se mantiene estable al alcanzar más de 1.450 firmas.

Dentro de las regiones con mayor peso en el empleo destacan la Comunidad Valenciana, que alcanzará las 14.425 firmas con una subida del 5,7%, y Canarias y Galicia, que registrarán 6.560, un 6,2% más, y 6.330 contratos, con un 5,9% más, respectivamente.

El País Vasco, por su parte, rozará los 5.930 contratos, con 4,8%, mientras que Castilla y León alcanzará las 4.200 firmas, un 8%, la Región de Murcia llegará a los 3.960 contratos, lo que supone otra subida del 8%, Aragón sumará 3.330, un 5,5%, e Islas Baleares alcanzará las 2.405 contrataciones, un 4,1%.

© EUROPAPRESS

Economía.- La logística gestionará 127 millones de envíos durante Black Friday y Navidad, un 2,4% más que en 2025
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“La legge del governo contro le azioni temerarie non protegge quasi nessuno, va cambiata”: il flash-mob di Case Italia con gli ombrelli bucati

Un decreto recepito in ritardo, in modo a dir poco restrittivo e ignorando le raccomandazioni Ue. Nei fatti, “un’occasione sprecata, che lascerà senza tutele 9 vittime di querele temerarie su 10″. Con un flash mob a Piazza Capranica a Roma, la rete CASE Italia – il gruppo di lavoro italiano della Coalition Against SLAPPs in Europe che riunisce 17 organizzazioni,
da The Good Lobby all’Osservatorio Balcani Caucaso, fino ad Amnesty International Italia, Rete No Bavaglio e tante altre realtà – ha protestato contro il provvedimento con cui è stata recepita in Italia la direttiva europea 2024/1069 contro le azioni temerarie, le cosiddette “cause bavaglio”. In pratica, tutte quelle azioni legali manifestamente infondate, o sproporzionate, avviate prevalentemente da politici, esponenti del mondo imprenditoriale e aziende, con il solo intento di intimidire, silenziare o scoraggiare la partecipazione al dibattito pubblico di giornalisti, attiviste, ricercatrici, whistleblower e, più in generale, di chi esercita il diritto di informare o di esprimere opinioni su questioni di interesse collettivo.

La necessità di recepire la direttiva era l’occasione per fornire le tutele necessarie contro queste azioni, ma alla fine il decreto è stato bocciato dalla società civile come “inefficace e deludente”, dato che addirittura finirà per restringere la portata delle tutele previste dalla direttiva europea contro le SLAPP che colpiscono giornalisti, attiviste e whistleblower.

Il motivo? In attesa della pubblicazione del testo in Gazzetta ufficiale, protesta Case Italia, va in direzione opposta rispetto qualsiasi buona pratica usata dagli altri Stati. L’esecutivo Meloni non ha mai coinvolto la società civile nella discussione sul provvedimento, tanto che l’unica audizione riservata a loro in Parlamento ha visto la partecipazione di soli tre parlamentari M5s e le osservazioni non sono mai state recepite riducendo il processo a “un mero esercizio formale“, come ha ricordato la portavoce Sielke Kelner nel corso del presidio, organizzato proprio a pochi giorni dall’anniversario dell’omicidio ancora impunito della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, avvenuto il 16 ottobre 2017, vittima di una cinquantina di SLAPP.

Ma soprattutto, ha ribadito Kelner, il decreto lascerà fuori la gran parte delle vittime di azioni temerarie. Questo perché “offre protezioni solo ai bersagli di azioni legali temerarie con implicazioni transfrontaliere, escludendo di fatto le controversie domestiche, che rappresentano almeno il 90% dei casi registrati”. Ma c’è di più: perché la direttiva prevedeva una nozione di caso transfrontaliero più ampia, in quanto il testo Ue “stabilisce che un caso può essere considerato transfrontaliero anche quando, ulteriori elementi rilevanti della fattispecie presentano collegamenti con un altro Stato”. Con riferimento all’articolo 5, dove si richiede che “una controversia possa considerarsi priva di implicazioni transfrontaliere soltanto quando, oltre al domicilio delle parti nello stesso Stato membro, tutti gli ulteriori elementi pertinenti alla situazione siano situati unicamente in tale Stato”. Una formulazione che avrebbe permesso di ampliare l’applicazione del testo. Peccato che anche in questo caso il governo Meloni abbia invece deciso di non procedere.

“Avevamo chiesto che il decreto si applicasse anche ai casi nazionali e soprattutto anche ai casi penali, inclusi i procedimenti per diffamazione, tra gli strumenti più usati contro chi informa o critica in Italia. Così invece questa legge finirà per non tutelare nessuno o quasi“. Eppure, in Italia si registra il numero più alto di SLAPP in tutta l’Unione europea, come hanno mostrato i report di CASE Italia.

“Gli ombrelli bucati che abbiamo portato in piazza rappresentano perfettamente una legge che, invece di proteggere chi è sotto attacco, lascia quasi tutti esposti alla pioggia di azioni legali temerarie”, ha attaccato Martina Turola, responsabile comunicazione di The Good Lobby, organizzazione non profit parte della rete CASE Italia. “Per questo oggi lanciamo una petizione in cui chiediamo al Governo e al Parlamento di correggere questa legge“, è l’auspicio delle rete.

In piazza erano presenti anche alcuni esponenti dell’opposizione, come Vittoria Baldino (vicepresidente e deputata M5s), Elisabetta Piccolotti (Avs) e Valentina Grippo (Azione), così come vittime di azioni temerarie, come il comico Daniele Fabbri, querelato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni dopo che in un monologo satirico aveva definito la premier “puzzona” e “caccolosa”: “Mi ha chiesto un risarcimento da 20mila euro per ‘profondi strascichi sulla psiche’. Ora dovrebbe venire a processo in Aula per spiegare questi traumi come sono andati, ma non si è ancora presentata. L’idea che una persona di potere si accanisca contro un artista, neanche di quelli in vista, è un brutto segnale”, ha sottolineato il comico.

“Porteremo all’attenzione della Commissione Ue quella che per noi è una mancanza di conformità con la direttiva, almeno nel tentativo di ampliare la nozione di transfrontaliero”, ha concluso Kelner.

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Comer el menú del día, un esfuerzo cada vez mayor: su precio sube un 3,5% en un año y ya cuesta 14,70 euros

La inflación desbocada ha afectado a todos los aspectos del día a día de los españoles, incluso en aspectos tan cotidianos y simples como poder comer un menú del día. En el último año el precio de esta opción en los restaurantes aumentó un 3,5%, situándose, de media en los 14,70 euros en el territorio español, según un estudio elaborado por Hostelería de España y Edenred.

Este avance se debe a la escalada del IPC que se ha ido registrando durante todo el año, desde el estallido del conflicto en Oriente Medio. Concretamente, en septiembre se situó en el 4,9% interanual, por encima de los precios de restauración, que aumentaron un 4,3%. A esto hay que sumarle el encarecimiento de la energía, un 21,7%, principal empuje inflacionario y el aumento de los costes laborales del sector, un 1,5%.

Una situación que "continúa estrechando los márgenes de los establecimientos" ya que, aunque la facturación de la restauración creció un 2,7 % de media hasta julio, la evolución de la actividad tras eliminar el efecto de los precios mostró "una caída del 1,6 %".

Murcia y Canarias, los más baratos

El precio medio por comunidades autónomas está entre los 13,50 y los 16,30 euros. Así, las regiones que registran el precio más bajo de la lista son Canarias y Murcia, empatadas en la primera posición.

Muy cerca se encuentran tres territorios. Es el caso de Extremadura, Asturias y Andalucía, con un precio compartido de 14 euros, uno de los más económicos de todo el país.

En cambio, en el otro extremo de la tabla se encuentra el País Vasco, con un coste medio para el menú del día de 16,30 euros. Le siguen Baleares y Cataluña, con 16 euros y 15,70 euros, respectivamente.

El precio cerrado, el principal motivo para elegirlo

El menú del día siempre ha sido una de las opciones más demandadas en los restaurantes españoles. Entre las razones para elegirlo, el precio cerrado y previsible es el principal motivo para un 34,5% de los establecimientos, seguido de la comida casera o tradicional para un 21,8% y la rapidez durante la jornada laboral para un 19,3%, además de la mejor relación calidad-precio frente a pedir a la carta en el 13,4% de las respuestas.

Por otro lado, la cocina tradicional continúa teniendo un peso central, ya que el 84,9% de los establecimientos incorpora platos españoles o regionales "al menos un día a la semana", mientras el 50,4% lo hace todos los días.

Cada vez son más los que se adaptan a las nuevas necesidades de sus clientes. El 47,1 % de los restaurantes ya ofrece medio menú y la opción "para llevar" está implantada en el 68,7 % de los establecimientos.

El presidente de Hostelería de España, José Luis Álvarez Almeida, ha explicado que el menú en los últimos años se está adaptando a las necesidades del mercado con la incorporación de opciones menos calóricas o para personas con necesidades especiales, "sin dejar de ser garante de nuestro acervo culinario y gastronomía típica de cada zona".

© Europa Press

Cataluña es la tercera autonomía con el menú del día más caro
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Garralda (Mutua Madrileña) ve "decepcionante" el nulo avance de las pensiones de empresa y avisa de que el Estado tendrá que aportar más de 60.000 millones al sistema

"Durante 2026 ha continuado acentuándose el desequilibrio entre la suficiencia actual del sistema público de pensiones y su sostenibilidad", ha alertado Ignacio Garralda, presidente del Grupo Mutua Madrileña durante la presentación del II Observatorio de Pensiones del grupo. Esto se debe a varios factores, entre ellas, la conjunción de la necesidad de financiación del actual sistema y las reformas más recientes que no estaban alcanzando sus objetivos de mejora.

Así, el presidente ha catalogado como "decepcionante" el resultado de 2026 debido a la ausencia de avances materiales en el desarrollo del segundo pilar, integrado por los planes de pensiones de empleo". Además, ha cifrado en 60.000 millones las transferencias que el Estado tendrá que realizar para atender el gasto en pensiones, equivalentes a alrededor del 3,5% de nuestro PIB.

Durante su intervención, Garralda señaló que el autoenrolment, es decir, la adscripción automática de los trabajadores a los planes de empleo que promueven las empresas, es un punto de partida para lograr un sistema de previsión social empresarial más sólido y desarrollado.

Sobre la segunda edición del observatorio, presentado este jueves en Madrid, ha asegurado que su balance "ofrece motivos de preocupación, pues demuestra la persistencia de las debilidades registradas". El resultado, ha afirmado, "no debería sorprendernos" ya que, durante 2026, "el sistema público ha soportado casi por completo la presión de las pensiones".

El informe se hace eco de la publicación de las recomendaciones de la Comisión Europea, que, pese a que saca los colores al sistema español, considera que es el segundo país con más potencial para desarrollar este segundo pilar. Sin embargo, el pilar II mantiene un escaso desarrollo en España a pesar del foco creciente. Apenas el 2,4% del PIB viene de las participaciones en estos productos.

Por ello, desde Europa llaman a incorporar las tres herramientas ya mencionadas hace un año, pero que siguen pendientes: 'autoenrolment', 'pension tracking system' (sistema para consultar los derechos a futuras pensiones) y 'pension dashboard' (panel que aglutina en un único lugar la información sobre futuras pensiones).

En este contexto, el primer mecanismo, la adscripción automática de los trabajadores a los planes de empleo que promueven las empresas, gana peso como sistema eficaz para aumentar el ahorro complementario con vistas a la jubilación.

"La implantación de este sistema en nuestro país debe formar parte de un modelo integral que combine aportaciones de trabajadores y empresas, mecanismos efectivos de salida voluntaria, incentivos adaptados a rentas bajas y una implantación gradual que tenga en cuenta la elevada presencia de pymes, autónomos y trabajadores con carreras laborales discontinuas", ha explicado Manuel de Orte, director del Servicio de Estudios de Mutua.

Sin embargo, los trabajadores parecen no reaccionar ante esta situación. Pese a que la preocupación es notable, pues ha recibido una puntuación de 4,4 sobre 5 en la encuesta realizada, no tiene efectos prácticos en la realidad. Uno de cada dos ocupados asegura no estar ahorrando para la jubilación y un 65% de ellos no planea empezar a hacerlo de cara al futuro.

La incertidumbre es especialmente notable entre las personas que se encuentran más cercanas a la edad de jubilación, pues dos de cada tres creen que la retribución pública se quedará por debajo de lo necesario.

"El modelo de contribuciones debería ser compartido entre trabajador y empresa, con apoyo del Estado, especialmente en situaciones de rentas más bajas", aseguró el director de Servicios de Estudios. Por ello, considera que "los planes de empleo pueden tener un papel decisivo", pero el objetivo debe ser que el ahorro recurrente se vuelva extensible entre la masa salarial.

Reino Unido e Irlanda, modelos a seguir

Como modelos a seguir, el observatorio ha puesto la mira en países cercanos, como Reino Unido e Irlanda, que muestran que medidas como la adscripción automática a planes de empleo pueden contribuir de forma efectiva a impulsar la previsión social complementaria.

Tampoco hace falta irse tan lejos para encontrar ejemplos que funcionen. Orte ha destacado el caso del País Vasco, donde existen las entidades de previsión social complementaria. "El marco fiscal vasco y la experiencia de sus sistemas de previsión social ponen de relieve la importancia de combinar una cultura de ahorro consolidada, la participación de los agentes sociales y un tratamiento fiscal estable”, mencionó también Garralda.

Aportaciones de menos de 5.000 euros al año

Este jueves también se han presentado los resultados de la I Encuesta para la Jubilación del Grupo Mutua Madrileña. Como se comentaba en el estudio, la preocupación ante la sostenibilidad del sistema no se ha traducido necesariamente en un incremento del ahorro privado.

Sin embargo, entre quienes sí ahorran para la jubilación, el esfuerzo anual suele ser moderado: el 74% de los ahorradores aporta menos de 5.000 euros al año. En cuanto a los productos de ahorro, el plan de pensiones individual sigue siendo la herramienta más utilizada, presente en seis de cada diez ahorradores.

A la hora de elegir un producto, la seguridad se sitúa como el atributo más valorado, por delante de la rentabilidad y de las ventajas fiscales. Estas últimas no aparecen como un factor decisivo en las decisiones actuales, aunque casi la mitad de los encuestados afirma que incrementaría su ahorro si mejoraran los incentivos fiscales.

La penetración de los planes de empleo es reducida: menos de un cuarto de los encuestados cuenta con este producto. Entre los que sí lo tienen, únicamente un 35% realiza aportaciones adicionales a las efectuadas por la empresa. El 60% de los encuestados valoraría positivamente que su empresa ofreciera productos de ahorro para la jubilación.

© MM

Ignacio Garralda, presidente de Mutua Madrileña
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Il regista palestinese Basel Adra: “Coloni e soldati israeliani hanno trasformato la raccolta delle olive in una guerra. Elezioni? Non cambierà nulla”

“Mi stupisco che a Masafer Yatta (un insieme di villaggi palestinesi nella Cisgiordania meridionale, nel governatorato di Hebron, ndr) ci siano ancora persone che riescono a sopravvivere. Mentre stiamo parlando, i bulldozer israeliani stanno distruggendo e demolendo case, ripari, strade, serbatoi d’acqua, pozzi, condutture idriche e pannelli solari. Prendono di mira tutto ciò che è essenziale per la vita delle persone palestinesi”. A denunciarlo ai microfoni del Fattoquotidiano.it è stato il regista, giornalista e attivista Basel Adra – che ha vinto il Premio Oscar 2025 nella categoria ‘Miglior documentario’ con il film “No Other Land” – nel corso del convegno “Dall’economia di occupazione all’economia di liberazione”, organizzato a Roma da Oxfam e dalle 20 organizzazioni promotrici della campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali”.
“Confiscano veicoli e trattori per impedire gli spostamenti, con la scusa che si tratti di una zona militare in cui la presenza di mezzi civili non è consentita. Così ora nell’area circolano soltanto i veicoli dei coloni: questo crea una situazione di estremo pericolo, perché si spostano da una comunità all’altra, aggredendo le persone. Quindi la situazione sta peggiorando ovunque”, ha spiegato il regista e attivista. “Coloni e soldati israeliani hanno trasformato la raccolta delle olive in una zona di guerra: attaccano gli agricoltori, rubano il raccolto e uccidono i palestinesi mentre raccolgono le olive”, è la denuncia di Adra, che ricorda anche l’aggressione subita dai diplomatici Ue, nei pressi del villaggio di Taybeh, a nord-est di Ramallah, e dalla fotoreporter del Washington Post, Heidi Levine, aggredita nel villaggio di Abu Falah, a est di Ramallah.
“Tutto questo è reso possibile a causa dell’impunità garantita al governo israeliano dai governi occidentali, compreso quello italiano, che continuano a sostenere questo regime di apartheid e di genocidio“, ha attaccato. Denunciando “l‘ipocrisia” di tanti Paesi Ue: “Per lunghi decenni l’Europa si è dichiarata a favore della soluzione a due Stati e per il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi, condannando al contempo gli insediamenti e la violenza dei coloni. Eppure, ha continuato a intrattenere rapporti commerciali con loro, rafforzando economicamente i coloni e consentendo loro di espandere gli insediamenti e di intensificare le violenze contro di noi”. L’Italia, ha continuato Adra, è tra i maggiori colpevoli: “La gran parte dei governi europei, Italia inclusa, continua ad agire in questo modo: invia milioni di euro che finiscono nelle tasche dei coloni in Cisgiordania, permettendo loro di proseguire gli attacchi contro di noi e di costruire un numero sempre maggiore di aziende agricole e insediamenti illegali. Inoltre, questi Paesi aprono i propri mercati e i propri aeroporti a tali criminali, consentendo loro di viaggiare e di introdurre le proprie merci in Europa”.
In vista del voto del 27 ottobre in Israele, secondo Adra non cambierà comunque nulla per i palestinesi: “Purtroppo se si aspetta che sia un governo israeliano a cambiare la situazione, la prospettiva è pessima”. Questo perché anche nella coalizione dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, maggior rivale di Netanyahu, “hanno già dichiarato che non ci sarà mai uno Stato palestinese e che continueranno a sostenere insiediamenti e coloni”. Per il regista solo dall’Occidente possono cambiare le cose: “So bene di non poter riporre speranze sui governi attuali, ma io credo nel potere delle persone qui in Europa. Sono loro a poter cambiare il corso degli eventi”.

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El objetivo del Gobierno detrás de la causa de Malvinas y la complicación por la nueva postura de EEUU

El objetivo del Gobierno detrás de la causa de Malvinas y la complicación por la nueva postura de EEUU (REUTERS)

“Vamos a ir a fondo. El objetivo final es poner en pie una mesa de diálogo con los británicos”, planteó ante Infobae una importante fuente con acceso al despacho presidencial para explicar la decisión del Gobierno de avanzar con el debate sobre la soberanía de las Islas Malvinas. Tras el envío del proyecto de Ley de Defensa de la Soberanía Nacional, en Casa Rosada se muestran abiertos a introducir cambios en el articulado, mientras debaten la manera de garantizar su aprobación.

Durante la reunión de la mesa política del pasado martes, el reducido círculo designado por el presidente Javier Milei discutió la posibilidad de incorporar modificaciones al proyecto que posibiliten su sanción. El debate se dio luego de que la oposición cuestionara gran parte de su contenido, los aliados anticiparan su rechazo a artículos como el 111 y la Cámara de Comercio de Estados Unidos en Argentina (AmCham) propusiera que el régimen de infraestructura crítica se basara en un esquema de “cooperación voluntaria” entre el Estado y las empresas.

Tras postergar su tratamiento por las diferencias internas y la falta de apoyos, el oficialismo se prepara para llevar el proyecto a la Cámara de Diputados la próximas semanas, con fecha tentativa para el próximo miércoles 28 de octubre, aunque otras fuentes aseguran que todavía no hay un día definido. La idea original era dictaminar el pasado martes y tratarlo en la sesión de este miércoles, pero las dificultades para reunir las firmas obligaron al Poder Ejecutivo a modificar el cronograma.

Las proyecciones sobre el resultado son dispares. Un integrante del ala política calcula un apoyo de entre 135 y 140 legisladores y asegura que el Gobierno impulsó la normativa a sabiendas de que iba a generar polémica. Sin embargo, otras voces advierten que se trata de un proyecto complejo y que, si el debate se empantana, podría terminar rechazado.

Javier Milei cuando habló en cadena nacional por la causa Malvinas

Tras evaluar las sugerencias del PRO, el MID, AmCham y el embajador de Estados Unidos, Peter Lamelas, la administración libertaria se comprometió con los aliados a delimitar la intervención de las Fuerzas Armadas en infraestructuras críticas y crear una comisión bicameral para supervisar las facultades excepcionales del organismo.

Como había anticipado la diputada libertaria Silvana Giudici, el oficialismo revisó el artículo 111 e introdujo precisiones en el régimen sancionatorio. Además, según confirmó a este medio una fuente en tema, aceptó la posibilidad de precisar las facultades del Consejo para controlar las inversiones de Estados y empresas extranjeras y reformular el delito de injerencia extranjera.

En las filas libertarias hacen una lectura favorable del impacto político que tuvo la cuestión Malvinas, una iniciativa sugerida por el asesor presidencial Santiago Caputo para recuperar la agenda pública. En Casa Rosada consideran que el tema contribuyó a mejorar la imagen de Javier Milei, aunque también expuso el primer contrapunto con la administración de Donald Trump desde que ambos gobiernos profundizaron su acercamiento.

En medio de las conversaciones, la secretaria general de la Presidencia, Karina Milei, recibió este miércoles en Casa Rosada a Peter Lamelas con foco en la relación bilateral entre los países y los proyectos de desarrollo e inversión de las empresas estadounidenses en el país.

La secretaria general de la Presidencia, Karina Milei, junto al embajador de Estados Unidos, Peter Lamelas, en Casa Rosada

Pese a los esfuerzos públicos por desmentir la injerencia de Estados Unidos en la redacción del proyecto, en Balcarce 50 admitieron que la decisión de la administración republicana de disolver el Comité de Descolonización de Naciones Unidas llegó en “un mal momento”.

Si bien hay coincidencias en torno a la valoración del comité, en el Poder Ejecutivo consideran que su eliminación no sería conveniente, ya que le permite a la Argentina sostener su reclamo jurídico de soberanía frente al Reino Unido. Por ese motivo, ratifican la decisión de abstenerse en la votación.

“No compartimos la postura con Estados Unidos, pero la decisión no tiene nada que ver con nosotros”, sostuvieron, con incomodidad, en uno de los despachos de Balcarce 50 casi a contramano de lo que planteó el vocero presidencial, Adrián Ravier. No obstante, en la mesa chica de Milei no esperan avances concretos en el reclamo de soberanía y consideran que Donald Trump apuesta a dar una batalla discursiva sobre el tema.

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Elecciones generales 29N, en directo: el PSOE estudia acciones legales contra el PP y los partidos aceleran el cierre de sus listas

La precampaña de las elecciones generales del 29 de noviembre entra en una nueva fase con los principales partidos centrados en cerrar sus candidaturas al Congreso y al Senado. El plazo de presentación de listas permanecerá abierto hasta el próximo 26 de octubre, mientras las formaciones intensifican sus mensajes electorales y comienzan a perfilar sus estrategias para las próximas semanas.

Uno de los últimos enfrentamientos entre el PSOE y el Partido Popular gira en torno a un vídeo electoral difundido por los populares y elaborado mediante inteligencia artificial. Los socialistas estudian emprender acciones legales por la utilización de la imagen de Begoña Gómez, José Luis Rodríguez Zapatero y José Luis Ábalos, en una nueva polémica que se suma a las críticas cruzadas entre Pedro Sánchez y Alberto Núñez Feijóo.

Por su parte, Frente Amplio continúa preparando su campaña después de confirmar al ministro de Derechos Sociales, Pablo Bustinduy, como portavoz electoral. La coalición afronta además las discrepancias con el PSOE por las candidaturas y los posibles acuerdos para el Senado, mientras Vox sigue dando a conocer los nombres que encabezarán sus listas en distintas provincias.

La actualidad electoral también continúa marcada por la controversia sobre el derecho al voto de los españoles nacionalizados mediante la ley de nietos, después de que el Tribunal Constitucional rechazara admitir a trámite el recurso presentado por el Defensor del Pueblo contra la suspensión cautelar acordada por el Tribunal Supremo.

Con las candidaturas todavía abiertas, los partidos afrontan unos días decisivos para definir sus equipos, resolver las diferencias internas y presentar sus principales propuestas antes del inicio oficial de la campaña de las elecciones generales del 29N.

Elecciones generales 29N, en directo: el PSOE estudia acciones legales contra el PP y los partidos aceleran el cierre de sus listas

© EP

Elecciones generales 29N, en directo: última hora de las candidaturas del PSOE, PP y Vox tras la decisión del Constitucional sobre el voto de los nietos
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Gli israeliani che in Cisgiordania fanno da scudo ai palestinesi

Israele Palestina

A Taybeh, nella Valle del Giordano, la mattina presto e poi di nuovo al tramonto, due gruppi di israeliani si fronteggiano davanti a un accampamento che non appartiene a nessuno dei due. Da una parte ci sono i ragazzi della Gioventù delle Colline, scesi dagli avamposti circostanti spingendo un gregge sempre più vicino alle recinzioni perimetrali, con cesoie e bastoni in mano. Dall’altra un professore, un dottore, un antropologo, due studentesse universitarie, e una coppia il cui figlio indossa la divisa dell’esercito israeliano. In mezzo, concitata, la famiglia palestinese che nell’accampamento ci vive.

Lo scontro, inizialmente destinato a contrapporre israeliani e palestinesi, si gioca qui tra israeliani e altri israeliani. E la domanda che solleva è: chi decide, in fin dei conti, chi è un vero israeliano?

Nelle città israeliane c’è chi liquida i coloni violenti come terroristi, estranei alla società: «Non li sento parte del mio popolo», si sente dire spesso, a Tel Aviv come altrove, «e non la ritengo una questione che mi riguarda». Ma c’è anche chi li considera la propria avanguardia e accusa gli attivisti di essere «ebrei che odiano sé stessi»: un’espressione che riduce una posizione politica a una patologia, Israeliani che hanno scelto la parte sbagliata e che stanno lì, in mezzo, a fare da scudo al nemico.

Fare da scudo, in effetti, è precisamente quello che stanno facendo. La chiamano presenza protettiva: riempire con il proprio corpo lo spazio tra i coloni e le proprietà palestinesi, e restarci finché gli aggressori non si allontanano.

Le missioni sono fatte quasi interamente di attesa e scomodità. Aria condizionata, ventilatore, un frigorifero o anche solo acqua fresca che non sembri un brodo sono lussi lontani, lasciati in città. C’è invece il sole che picchia da mattina a sera, un gradino polveroso o un secchio di plastica scheggiata su cui sedersi, e un vicino con cui non si riesce a scambiare una parola, perché lui parla arabo e non capisce l’ebraico.

Occasionalmente, le donne musulmane sedute fuori offrono tè in tazzine piccole ed estremamente zuccherate. Il padrone di casa un po’ russa e un po’ fuma. I giovani uomini spostano attrezzi avanti e indietro oppure guardano il cellulare.

Gli attivisti cercano di intrattenersi parlando tra loro di politica, filosofia e storia, mentre tengono lo zaino sempre pronto e le GoPro agganciate ai vestiti. Quando l’attesa si rompe, bisogna alzarsi in fretta.

Non sono una manciata di eccentrici. Ogni giorno centinaia di israeliani ripetono lo stesso gesto, da soli o dentro una rete di organizzazioni che negli ultimi anni si è moltiplicata: “Looking the Occupation in the Eye”, “Unarmed Civilian Protection in Palestine”, “Jordan Valley Activists”, “Rabbis for Human Rights”, “Bnei Avraham”, tra le altre. Rifiutano di essere chiamati pacifisti. «Tutti gli idealismi, prima o poi, finiscono per diventare distruttivi», spiega a Linkiesta l’artista e attivista Udi Salmanovich durante una missione di presenza protettiva. Sulla scia del pensiero di Isaiah Berlin, Udi vede nell’idealismo, inteso come ordine che pretende di imporsi alla società per realizzare una visione assoluta del bene, una forza di distruzione. «Io non sono un pacifista. So che cosa bisogna fare per difendere un Paese, e so che per fare la pace bisogna essere in due. Il problema è che oggi non vedo Israele come uno di quei due. Non abbiamo il monopolio dell’idiozia: ci sono idioti anche dall’altra parte. Ma io sono israeliano, e sono qui per difendere i valori che vorrei vedere nel mio Paese». Lui e sua moglie Paula partecipano regolarmente in missioni di presenza protettiva, proteste e manifestazioni, mentre il loro figlio maggiore presta servizio nell’esercito israeliano come combattente.

Lungi dall’assomigliare ad anarchici in cerca di un’estate militante, sono membri attivi della società israeliana. Gente dai venti ai novant’anni, lucida e realista, che conduce una vita strutturata da famiglie e lavori, e che ha deciso di passare il proprio tempo libero a lasciarsi bruciare dal sole in un posto dove non c’è niente da fare e le ore sono lunghissime.

Chiedo che cosa si aspettino dai palestinesi che difendono. È una domanda che ha un peso preciso dopo il 7 ottobre, quando militanti e civili palestinesi hanno ucciso, rapito e torturato proprio gli israeliani che si erano battuti per i diritti dei palestinesi. Tra loro c’erano Yocheved e Oded Lifshitz. Per anni avevano accompagnato personalmente malati di Gaza negli ospedali israeliani, ma furono rapiti entrambi dalla loro casa a Nir Oz. Yocheved, ottantacinque anni, fu rilasciata durante il primo scambio di ostaggi. Di Oded tornò soltanto il corpo, sedici mesi dopo.

Con un cenno verso la famiglia beduina seduta lì fuori, quella che non capisce l’ebraico e con cui non riesce a comunicare, Paula mi risponde: «Loro non sono nostri amici. Passiamo la giornata qui a proteggerli, loro ci offrono il tè, ma in un altro contesto forse non ci aprirebbero nemmeno la porta. Ma la pace non si fa con gli amici».

Per chi fa presenza protettiva, il diritto di quella famiglia a restare nella propria casa non dipende da che cosa quella famiglia pensi degli israeliani, né da quanto siano simpatici i suoi membri, né dall’innocenza collettiva del gruppo a cui appartiene. Non c’è reciprocità da verificare: è una posizione politica, non un sentimento. «È una battaglia lunga. Loro [i coloni] hanno dalla loro l’esercito, la polizia e gente al governo. Non possiamo pensare di fermarli in un giorno», mi dice Udi, spiegandomi che risultati si aspettano dalla propria attività. «Quello che possiamo fare è mostrare ai nostri concittadini che cosa sta succedendo, finché la maggioranza non sarà più disposta ad accettarlo».

Ma una sola parola – coloni – racchiude realtà che hanno ben poco a che vedere l’una con l’altra. Oltre mezzo milione di israeliani vive oltre la Linea Verde del 1949, nell’Area C, che gli accordi di Oslo hanno lasciato sotto pieno controllo israeliano e la giurisdizione dell’esercito.

La maggior parte di loro non tira pietre a nessuno. Sono famiglie e giovani lavoratori che abitano insediamenti autorizzati dal governo, con strade, scuole e linee di autobus, spesso a mezz’ora di macchina da Gerusalemme o Tel Aviv. Gente comune che conduce vite comuni, attirata lì più dal costo inferiore delle case che dall’ideologia.

Un’altra cosa sono gli avamposti: nuclei di roulotte, container e tende piantati su una collina senza autorizzazione, illegali anche secondo la legge israeliana. Per lo più si tratta di nuclei agricoli o pastorali, dove bastano un uomo, un gregge e qualche ragazzo del movimento della Gioventù delle Colline per mettere sotto controllo, con il solo pascolo, superfici enormi.

Israele Palestina
Sofia Tranchina

A maggio 2025 si contavano circa duecentosettanta avamposti nell’area, centotrentasei dei quali censiti come pastorali (Abu-Alsoud et al., 2026); lo Stato, spesso, li condanna a parole e li regolarizza a posteriori. «Quelli davvero radicali, che partecipano attivamente agli attacchi, sono circa quattrocento», racconta Idan Yaron, antropologo che per dieci anni ha studiato questi movimenti dall’interno. «Quelli che condividono la loro ideologia sono forse cinquemila».

Una minoranza, dunque, ma con un’influenza molto più grande dei suoi numeri e sostenitori persino tra ministri e parlamentari. I più violenti sono quasi tutti minorenni, poco scolarizzati e generalmente di estrazione modesta. Possono avere anche solo undici anni. Invece di andare a scuola, seguono i compagni più grandi e più forti, fungendo da diversivo mentre gli altri si occupano dei vandalismi. Per gli attivisti sono bambini a cui lo Stato dovrebbe garantire un’istruzione e la prospettiva di una vita migliore, trascinati invece dentro un progetto ideologico e mandati in prima linea a fare la propria parte. Raggiunta la maggiore età, molti si stabiliscono in un villaggio o una città riconosciuta, si sposano e fanno figli, passando il testimone a una nuova generazione di adolescenti.

Secondo l’ideologia del movimento tutti gli arabi sono terroristi. Eppure, nessuno sembra farsi problemi a mandare i propri bambini ebrei davanti alle abitazioni private di tali presunti terroristi.

Anche di sabato, quando la legge ebraica imporrebbe il riposo e vieterebbe una lunga lista di attività, tra cui guidare veicoli, tagliare recinti e filmare con il telefono, i coloni più radicali e religiosi non si fermano.

Per loro riconquistare tutta la Giudea e la Samaria, territori un tempo appartenuti agli ebrei, conta più dell’osservanza dello shabbat. Il loro argomento è che lasciare che questi territori cadano in mani nemiche «aprirebbe la strada alla conquista del resto di Israele», e la loro difesa riguarderebbe quindi la sicurezza collettiva. Vandalizzano cisterne dell’acqua, cavi elettrici, pannelli solari, recinti: tutto ciò che rende possibile abitare un luogo, nella speranza che gli arabi se ne vadano.

Qui lo scontro smette di essere soltanto una questione di terra e diventa una disputa sugli stessi valori ebraici. Perché, per chi si oppone ai coloni, appropriarsi di terra, intimidire pastori palestinesi o ampliare un avamposto non rientra in nessuno dei casi di esenzione dello shabbat.

Uno dei principali leader della presenza protettiva è infatti un rabbino, Rav Arik Ascherman, per il quale la difesa dei diritti umani universali è un obbligo religioso ebraico. Ascherman ha guidato per ventun anni Rabbis for Human Rights, partecipando di persona alle azioni sul terreno, che gli hanno procurato diversi arresti, processi e aggressioni. Nel 2017 ha fondato Torah of Justice.

Per gli attivisti, il Paese dal 7 ottobre non ha imparato niente e sta lasciando che si ricompongano esattamente le condizioni che lo hanno preceduto. «Siamo di nuovo al 6 ottobre», mi dice Paula durante l’attesa. «La situazione è la stessa: tesa, incendiaria, pronta a esplodere. E il governo non sta facendo niente per costruire una società diversa da quella che ci ha portati al 7 ottobre. Noi non vogliamo aspettare che succeda di nuovo».

Il conto alla rovescia ha una data. Il 27 ottobre Israele va alle urne per eleggere la Knesset, in un voto che viene letto da molti come un referendum su Benjamin Netanyahu, che ha governato il Paese per quasi diciannove anni non consecutivi.

«Se le cose vanno male, a novembre molti lasceranno il Paese», aggiunge Paula. «Non ci sarà più posto per persone come noi. Già oggi ci chiamano terroristi. Un domani potrebbero arrestarci e lasciarci marcire in prigione». Il figlio di Udi e Paula, quello che serve nell’esercito come combattente, è tornato da Gaza cambiato.

«I nostri figli sono tornati da Gaza con incubi e traumi. È successo qualcosa laggiù, qualcosa di terribile che ancora non riusciamo a capire fino in fondo. Ma ho bisogno di credere che la maggior parte di loro abbia fatto tutto quello che poteva per evitarlo», mi dice, rabbuiandosi.

Lo dice sapendo che, nel giro di poche ore potrebbe essere un altro soldato, sempre con la divisa dell’Idf, a trascinarla via, se la trovano lì, a Taybeh.

Israele Palestina
Sofia Tranchina

Taybeh è stata dichiarata da poco zona militare chiusa, con divieto d’accesso ai non residenti, tra cui attivisti israeliani, stranieri e giornalisti. L’ordine è arrivato dopo che gli attacchi dei coloni della zona si erano fatti più violenti, con l’idea dichiarata di abbassare la tensione.

Ma ordini di questo tipo finiscono spesso per ottenere l’effetto opposto: chi doveva essere tenuto fuori resta dentro; chi guardava viene costretto a restare fuori. Nelle settimane successive alla chiusura, infatti, i residenti hanno continuato a denunciare incursioni quasi quotidiane nelle case e negli uliveti, danni alle proprietà e interruzioni delle forniture di acqua ed elettricità.

Gli attivisti però continuano ad andarci, sfruttando un punto cieco della procedura. Alla prima violazione di una zona militare chiusa può succedere semplicemente che venga mostrato loro formalmente l’ordine; è tornare nella stessa zona e rischiare di essere identificati di nuovo che fa scattare l’arresto. Per questo i gruppi si danno il cambio, ruotando da un’area all’altra per evitare che le stesse persone vengano identificate due volte nello stesso posto.

Lo fanno con l’amore di chi in Israele è nato e ci vorrebbe restare, di chi ama ancora il proprio Paese – anche se il Paese non ricambia fino in fondo – e si batte perché quel Paese somigli ai valori che crede dovrebbe incarnare.

E allora torna la domanda: chi rappresenta Israele? Chi guida di sabato per rompere un recinto, o chi sta seduto per otto ore al sole a guardare che non lo rompa?

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Sépsis. Porque é que os órgãos deixam de funcionar?

Miguel Soares provou que a gordura, essencial para sobreviver, é o principal combustível do organismo numa infeção grave. Seis anos depois de receber o Observador, estuda o tecido adiposo de doentes.

© FOTOILUSTRAÇÃO INÊS CORREIA / OBSERVADOR

Seis anos separam as duas imagens do mesmo investigador. As respostas que Miguel Soares procurava sobre a sépsis geraram entretanto novas perguntas, como sempre acontece em ciência
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“L’Italia immobile mentre i palestinesi restano senza acqua e terreni. Stop al commercio con le colonie”, l’appello di Oxfam e della società civile

“L’Italia deve smettere di sostenere l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi. Vieti il commercio di beni e servizi con gli insediamenti illegali e le colonie in Cisgiordania, sostenendo al contrario il tessuto economico palestinese”. Questo l’appello lanciato da Oxfam e dalle 20 organizzazioni promotrici della campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali”, durante l’evento “Dall’economia di occupazione all’economia di liberazione”, organizzato a Roma, al quale hanno partecipato anche i leader di Pd, M5s e Avs.
“Vogliamo ricordare come l’Italia ancora non stia agendo in modo concreto per rispettare il pronunciamento della Corte di giustizia di oltre due anni fa, riguardo l’illegalità dell’occupazione israeliana nel territorio palestinese”, ha dichiarato Paolo Pezzati di Oxfam Italia, sottolineando come “nel luglio del 2024, dopo aver chiarito l’illegalità dell’occupazione”, la Corte di giustizia avesse chiesto agli Stati di “agire in modo obbligatorio per sospendere qualsiasi attività politica ed economica a sostegno dell’occupazione”. Al contrario, “in questi anni l’Italia non ha fatto nulla e nel frattempo le colonie aumentano, la violenza dei coloni aumenta, mentre le risorse dei palestinesi, come l’acqua e i terreni, vengono sottratte in modo inesorabile”.
Allo stesso tempo, come hanno sottolineato alcune testimonianze nel corso dell’evento, gli imprenditori palestinesi sono costretti a subire ogni giorno costi aggiuntivi, ritardi dovuti all’occupazione, senza dimenticare le difficoltà di movimento dovute al moltiplicarsi delle barriere, dei cancelli, dei check point.
“Noi lavoriamo direttamente con i piccoli agricoltori, con le cooperative. Il quadro è molto fosco, ma continuiamo perché abbiamo la speranza per andare avanti”, ha rivendicato Mohammed Hmidat di Al Reef (organizzazione che affianca i produttori agricoli palestinesi), ricordando le numerose restrizioni commerciali imposte agli esportatori palestinesi, sia all’interno dei Territori Occupati, sia sui mercati internazionali. Ruwa Jab di Pal Trade, rete che riunisce oltre 327 aziende palestinesi, ha invece evidenziato l’enorme potenziale di crescita che l’economia della Cisgiordania potrebbe esprimere sui mercati europei, in assenza degli ostacoli imposti dall’occupazione.
Presente all’iniziativa anche Basel Adra, membro di Global Echo e regista palestinese Premio Oscar per il film “No Other Land”, che ha raccontato come la violenza dei coloni incida su ogni aspetto della vita delle persone palestinesi: non solo con la distuzione delle abitazioni e delle infrastrutture civili, ma anche negando l’accesso ai diritti fondamentali come l’istruzione e le cure mediche.
“Le restrizioni dell’occupazione israeliana stanno strangolando l’economia palestinese. Non solo si impedisce lo sviluppo di imprese, cooperative e produttori locali, ma se ne mette a rischio l’esistenza stessa. È una situazione indicibile, su cui l’Unione europea non sta mettendo in campo nessuna strategia efficace, ma che priva milioni di persone dei propri mezzi di sussistenza e mina alla base le prospettive di uno Stato palestinese, perché senza sovranità economica non può esserci reale sovranità politica”, hanno attaccato le realtà promotrici, chiedendo azioni concrete al governo italiano e agli Stati Ue per il rispetto del diritto internazionale.
Tutto mentre aumentano le violenze sistematiche dei coloni, nella totale impunità, contro i palestinesi: “Come ogni anno, la stagione della raccolta delle olive si sta trasformando in una stagione di violenze continue. Questo vuol dire essere attaccati fisicamente, vedere i propri alberi venire distrutti, sradicati; i propri raccolti rubati, saccheggiati. E questo succede ogni anno senza che nulla cambi, a prescindere dal governo che c’è in Israele”, ha attaccato Tina Marinari, di Amnesty International Italia. E ancora: “Sono anni che denunciamo un regime di apartheid, un sistema, una volontà di pulizia etnica della Cisgiordania. Non sono episodi singoli, non si tratta di singoli coloni violenti che portano avanti questo tipo di azioni, ma è un sistema che è stato messo in piedi negli anni dai diversi esecutivi che si sono succeduti. E se oggi registriamo questo tipo di violenza, è perché fino ad oggi nessun governo, nessuno Stato, si è mosso per impedire queste azioni”.
La richiesta delle associazioni è che si discuta in Parlamento la proposta di legge per lo stop al commercio gli insediamenti illegali in Cisgiordania, firmata dai leader dei partiti di opposizione Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra), Giuseppe Conte (Movimento 5 Stelle) ed Elly Schlein (Partito Democratico), nata proprio dall’impegno delle organizzazioni promotrici dell’incontro. “Si discuta e si approvi la nostra proposta, altrimenti lo faremo noi quando governeremo questo Paese”, hanno rilanciato dal fronte progressista. “Basta perdere tempo, si tratta di un atto che risponde a un preciso obbligo giuridico, non ad una mera opportunità politica”, hanno ricordato le organizzazioni.
“L’Italia sta agendo da fattore di blocco per trovare qualsiasi accordo o consenso su qualsiasi misura commerciale nei confronti di Israele”, ha continuato Pezzati di Oxfam. E ancora: “Le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani sono volutamente ambigue perché non vogliono affrontare il reale problema. Mi ricordo la frase “non è una colpa essere un colono“. No, non è una colpa essere un colono, è un crimine. E come tale, tutta l’occupazione è illegale, quindi va sanzionata l’occupazione nel suo complesso. Bisogna uscire da questa ambiguità e seguire quello che anche altri Paesi stanno iniziando a fare: mettere fine all’impunità delle violazioni compiute da Israele e riportare l’Italia nell’alveo dei Paesi che rispettano il diritto internazionale”. Anche l’ambasciatrice palestinese in Italia, Mona Abuamara, ha ricordato come l’occupazione “non si può separare da quello che fanno i coloni. Loro sono protetti, sono tutelati, sono incoraggiati dal governo”. E ancora, rivolgendosi al nostro governo: “Il commercio con le colonie è contro il diritto internazionale, ma anche contro i valori e i principi che l’Italia custodisce, sostiene e promuove”.

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Malvinas, Discapacidad y alianzas con los gobernadores: los temas que profundizan las divisiones de la mesa política

La nueva foto de la mesa política

“Hay diferentes visiones dentro de la mesa”, precisó uno de los integrantes del ala política que responde al presidente Javier Milei, en referencia a la demora en el tratamiento de los principales proyectos legislativos y los criterios para sellar acuerdos con los gobernadores aliados.

Ante un calendario legislativo cada vez más ajustado, la secretaria general de la Presidencia, Karina Milei, encabezó este martes una nueva reunión de la mesa política para acelerar el tratamiento de la larga lista de proyectos enviados al Congreso. Durante las dos horas que duró el intercambio, los integrantes del reducido círculo dedicaron gran parte de la reunión al debate que atraviesa al oficialismo: los tiempos para cerrar entendimientos con los gobernadores aliados.

Las conversaciones tienen dos planos: la búsqueda de apoyos legislativos, por un lado, y la proyección de potenciales alianzas electorales para 2027, por el otro. Durante el encuentro, el ministro de Economía, Luis Caputo, volvió a insistir en la necesidad de acelerar los plazos y acordar con los mandatarios provinciales para blindar el programa económico, luego de brindar detalles de la cumbre con el Fondo Monetario Internacional (FMI) en Tailandia.

El planteo fue respaldado por la senadora Patricia Bullrich y el jefe de Gabinete, Diego Santilli, pero no logró imponerse frente a la resistencia de los primos Martín y Eduardo “Lule” Menem y de la propia Karina Milei.

“Se habló de la necesidad de que esos acuerdos se hagan para que salga las paso. No definimos los criterios, pero sí darle velocidad”, precisó ante Infobae uno de los asistentes.

Desde el karinismo negaron que se haya llegado a una definición y plantearon que se trata de una tarea compleja en la que el oficialismo gana poder de negociación a medida que se acerca la elección. “Estamos trabajando, pero es un tema difícil”, aseguran que planteó la propia Karina Milei durante la reunión.

Pese al debate, las diferencias, lejos de saldarse, parecen persistir. “Lo conversamos, pero no fijamos criterios”, confesó un funcionario luego del intercambio. En algunos despachos leen la indefinición como una victoria parcial de los primos Menem.

En ese escenario, la reforma electoral espera en el Senado y constituye una pieza clave para la estrategia de reelección de Milei en 2027. Sobre los plazos para concretar los acuerdos, uno de los integrantes del reducido círculo sostuvo: “Saldrá en el momento indicado donde no se tenga que entregar el armado por acordar. A medida que pasa el tiempo y nos acercamos a la elección, nosotros recuperamos valor”.

El secretario de Hacienda, Carlos Guberman, en la comisión de presupuesto 2027

“Es lógico que los gobernadores estén ansiosos por la falta de definiciones. Tensionar agota. Van a terminar estirando el tema hasta marzo”, contrapuso otro.

La reunión se realizó en la previa de una nueva sesión prevista para este miércoles en la Cámara de Diputados, en la que el oficialismo buscará tratar la Ley de Inviolabilidad de la Propiedad Privada y los proyectos vinculados al endeudamiento familiar y a discapacidad.

Ante el desafío, Karina Milei no se sumó a la comitiva presidencial que viajó a España y permaneció en Buenos Aires para seguir de cerca las negociaciones políticas y legislativas.

Como ocurre con la reforma electoral, la iniciativa de discapacidad abrió un nuevo debate interno en torno al articulado alcanzado con los aliados. Las concesiones presupuestarias en el texto, contrarias al ajuste contemplado en el proyecto de Presupuesto 2027, parecen no convencer al Ministerio de Economía. Así lo dejó en claro el secretario de Hacienda, Carlos Guberman, cuando expresó que desde el Poder Ejecutivo apuntaban a “otra cosa”.

Mientras algunos defienden el pragmatismo como una vía para avanzar con la agenda legislativa, otros cuestionan las concesiones a los aliados por considerar que desvirtúan los proyectos. En el sector que busca negociar con los aliados se ubican Martín Menem, Patricia Bullrich y Diego Santilli.

Esa postura suele encontrar resistencia en Luis Caputo, a quien dentro del oficialismo le reprochan involucrarse por demás en los debates políticos. “Oficia más de ministro del Interior que de Economía”, le facturaron desde el oficialismo.

En medio de las diferencias internas, Martín Menem publicó una selfie para anunciar el inicio de la reunión, que comenzó a las 13.12. “Arranca la mesa política”, escribió el legislador en su cuenta de X.

El presidente Javier Milei en Paris en un encuentro con gobernadores aliados

Las dificultades para reunir consensos también alcanzan al proyecto de Ley de Defensa de la Soberanía Nacional, impulsado por el Poder Ejecutivo luego de retomar la iniciativa política con el tema Malvinas.

Si bien la idea original era incluirlo en la sesión de este miércoles, los libertarios debieron postergar el tratamiento ante la falta de acuerdos. A ese escenario se sumó además el contrapunto con el republicano Donald Trump en torno a la utilidad del Comité Especial de Descolonización de la ONU.

Como contó este medio, los capítulos más polémicos son los relativos a las penas para promotores de campañas de “desinformación masiva” y sobre la integración y facultades del Consejo de Seguridad. Ante el rechazo de la oposición y las dudas de los aliados, Martín Menem debió postergar el tratamiento del proyecto y habilitar cambios en el articulado.

Por su parte,la senadora volvió a advertir sobre las posibles complicaciones que podría generar el proyecto. Sin embargo, el titular de la Cámara de Diputados, con el respaldo del resto de la mesa política, mantiene su intención de llevarlo al recinto la próxima semana. “Los votos van a estar. Se aplazó para conversar el articulado. El problea es que pareció que fue a pedido de Estados Unidos. Nada que ver”, precisó una fuente con acceso al despacho presidencial.

En Balcarce 50 todavía no lograron establecer un cronograma para el tratamiento de las principales iniciativas legislativas del oficialismo. Tanto el Presupuesto 2027 como la reforma electoral y el proyecto de Ley de Defensa de la Soberanía Nacional permanecen sin fecha definida, en medio de las diferencias internas y las dificultades para reunir los consensos necesarios. “Todavía estamos en plazo”, sostienen desde el entorno del mandatario.

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I leader di Pd, M5s e Avs insieme all’evento per la Palestina: “Basta complicità e doppi standard, il governo fermi il commercio con le colonie”

Se l’Ucraina e il nodo dell’invio delle armi a Kiev dividono ancora Pd, M5s e Avs, in vista della costruzione del programma elettorale, il fronte progressista ritrova invece unità in politica estera sulla Palestina. Già lo scorso maggio dem, Cinque stelle e Verdi Sinistra avevano depositato una proposta di legge – con i leader Giuseppe Conte, Elly Schlein, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli come primi firmatari, ndr – per istituire il divieto di importazione di beni e servizi dalle colonie, illegali secondo il diritto internazionale.
Un’iniziativa nata dall’impegno di una coalizione di 20 organizzazioni umanitarie e della società civile, che a settembre del 2025 avevano lanciato l’appello Stop al commercio con gli insediamenti illegali, per chiedere all’Unione europea e al Regno Unito di mettere al bando l’economia delle colonie. Di fronte all’escalation delle violenze dei coloni, nelle scorse settimane alcuni Paesi avevano così deciso un cambio di rotta nei confronti di Israele e delle colonie. Al contrario dell’Italia, con il governo Meloni ancora colpevolmente assente. “C’è stata un’iniziativa importante da parte di undici Paesi, tra cui Francia, Canada, Regno Unito e molti Paesi europei, che hanno deciso di dare un segnale forte, inequivocabile, davanti al fatto che a Gaza si continua a morire e davanti ai crimini del governo di Netanyahu: lo stop al commercio dei prodotti che vengono dalle colonie illegali. Noi crediamo che sia vergognoso che il governo italiano non abbia seguito quella iniziativa“, ha così attaccato la segretaria dem Elly Schlein, a margine dell’iniziativa “Dall’economia di occupazione all’economia di liberazione“, organizzata a Roma da Oxfam e dalla coalizione delle realtà promotrici della campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali“.
Un evento che ha riunito pure i quattro leader del cosiddetto ‘campo largo’, dal presidente M5s Giuseppe Conte alla stessa dem Elly Schlein, fino a Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli per Avs, presenti all’iniziativa. “C’è qualcosa di ancora più grave rispetto all’assenza dell’Italia. Sono le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani per cui secondo il governo ‘queste decisioni andrebbero assunte a livello europeo’. Peccato che sono proprio loro a bloccare la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele“, ha continuato la segretaria dem.
“Questo governo ha dimostrato nei fatti di essere complice delle politiche criminali di Netanyahu. I coloni israeliani stanno uccidendo, massacrando le case dei palestinesi nella West Bank. A Gaza si continua a morire e cosa fa questo governo? Continua dire no alle sanzioni, continua ad avere un doppio standard sul diritto internazionale: sanzioni alla Russia, invece Netanyahu può continuare a massacrare il popolo palestinese. Voglio dire una cosa ai nostri alleati di centrosinistra: per noi di Avs il programma parte da questi punti. Ripristino del diritto internazionale, riconoscimento dello Stato di Palestina e sanzioni a Israele. Chi non è d’accordo si può accomodare alla porta. Non andremo al governo di questo Paese per fare le stesse cose di Giorgia Meloni”, ha avvertito Angelo Bonelli. Perché se tra Pd, M5s e Verdi Sinistra c’è già unità di intenti sulla Palestina, il messaggio sembra più rivolto ai soggetti che creeranno la futura gamba centrista della coalizione. Condivide anche Giuseppe Conte: “Andremo al governo per cambiare completamente la politica sin qui adottata dal governo su Israele. Non possiamo essere complici di un genocidio, di occupazioni abusive e illegali”. E ancora “Dobbiamo interrompere l’accordo di cooperazione militare, nei primi sei mesi di quest’anno l’import di armi da Israele è aumentato”.
“Cessi immediatamente ogni forma di commercio con le colonie, frutto di un’occupazione illegale”, ha rivendicato anche Nicola Fratoianni, sottolineando il lavoro comune fatto dalle forze di opposizione in questi anni. “Non siamo qui all’inizio di un percorso, bensì dopo aver presentato, grazie ancora una volta all’iniziativa di una rete importantissima dell’associazionismo e della società civile, una proposta di legge per dire stop al commercio dei prodotti delle colonie israeliane illegali in Cisgiordania, aver prodotto assieme atti parlamentari molto rilevanti e organizzato insieme una grandissima straordinaria manifestazione nazionale l’anno scorso”. Con tanto di promessa: “Si discuta e si pprovi la nostra proposta di legge, altrimenti lo faremo noi quando governeremo questo Paese. Al primo Cdm riconosciamo lo Stato di Palestina. E al primo Consiglio europeo chiediamo che l’Ue sospenda il Trattato di associazione con Israele“.

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Sicurezza, Conte: “Responsabilità dell’ordine pubblico è del Governo, non può scaricare su altri”. Avs: “Da esecutivo totale fallimento”

“Condanniamo le devastazioni che ci sono state a Milano. Sono inaccettabili, fermo restando che la responsabilità dell’ordine pubblico è di questo governo, che non può scaricare su altri”. A sottolinearlo il presidente del M5s Giuseppe Conte, a margine di un convegno a Roma, in vista del Consiglio dei ministri straordinario nel corso del quale il governo Meloni intende approvare un nuovo decreto sul tema sicurezza. Tra le misure si prevedono l’arresto in flagranza differita per chi si rende responsabile di danneggiamenti di gruppo e il divieto di aggregazione per persone ritenute pericolose per l’ordine pubblico, ma anche 500 militari in più a Milano e soldati con funzioni di polizia.
Misure e anticipazioni contestate dalle opposizioni: “C’è un Paese che è in condizioni economiche e sociali davvero disagiate. Non possiamo non ascoltare il grido degli studenti, degli agricoltori, degli autotrasportatori, dei pescatori, degli allevatori. Si leva soprattutto forte al Sud, ma anche al Nord. Il governo su questo cosa sta dicendo? L’unica risposta che sa dare sono quattordici miliardi e mezzo di nuove spese aggiuntive per la Difesa?”, ha attaccato Conte.
“Tutti condanniamo la violenza sempre, non è una novità ed è inutile continuare con questo giochetto”, ha aggiunto anche il segretario di Sinistra italiana e deputato Avs Nicola Fratoianni. “Gli strumenti messi in campo dal governo sono sempre gli stessi e sono inefficaci. E lo stesso vale per la stretta sui minori. È un po’ inquietante l’idea di una legislazione speciale sui minori. Vogliamo cercare di capire cosa stia succedendo ai ragazzi o vogliamo affrontare il problema con una valanga di decreti sicurezza? Hanno ristretto le possibilità di manifestare, hanno aumentato le pene, hanno inventato nuovi reati, ma non hanno prodotto nulla. Quante cose devono inventarsi ancora? Forse è il momento di cambiare strada”, ha aggiunto.
“L’invio di 500 militari a Milano con poteri di polizia è il certificato del totale fallimento del governo Meloni sulla sicurezza. Dopo oltre quattro anni al governo, la destra ammette nei fatti di non essere stata capace di garantire sicurezza e ordine pubblico. A ogni episodio di cronaca risponde con un nuovo decreto, ora manda l’esercito nelle strade. Ma dov’è finita la prevenzione? È ignobile che chi governa e ha la responsabilità della sicurezza attacchi le opposizioni per nascondere le proprie responsabilità”, condivide il deputato Avs e co portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli, parlando con i cronisti in piazza Montecitorio.
E ancora: “Il problema non si risolve militarizzando le città. Le nostre periferie sono state completamente abbandonate, senza investimenti, infrastrutture sociali e culturali, trasformandosi in vere e proprie bombe sociali. Servono presidi dello Stato, prevenzione, servizi pubblici, scuole e opportunità per i giovani. Invece il governo interviene solo quando esplode l’emergenza, senza affrontarne le cause. Lo avevamo denunciato già mesi fa, di fronte a episodi analoghi, ma nulla è cambiato. Il ministro Piantedosi avrebbe dovuto dimettersi da tempo. Invece continua a scaldare la sedia”.
Se “sulla crisi che sta infiammando il Paese il governo non risponde, le opposizioni devono battere un colpo e anche presto“, ha così rivendicato lo stesso presidente M5s Conte, chiedendo un’accelerazione sulla costruzione del programma e sulle primarie. “Lasciateci lavorare, arriverà presto”, si è limitata a spiegare ai cronisti la segretaria Pd Elly Schlein, anche lei presente al convegno a Roma (organizzato da Oxfam sulla Palestina) che ha riunito i tre soggetti principali del campo progressista. “Programma? Che serva un’accelerazione noi come Avs lo diciamo da tempo, ben prima di Conte, lo diciamo senza polemiche. A poco a poco ce la faremo, abbiamo il dovere di costruire questa proposta”

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Il nodo Ucraina nel Pd, Schlein: “Sostegno a Kiev, ma serve sforzo diplomatico”. I riformisti incalzano: “Invio armi resta linea rossa”

Nel giorno in cui dall’assemblea nazionale del Partito democratico a Roma la segretaria dem Elly Schlein si è detta pronta a correre come “candidata premier della coalizione progressista, con o senza primarie” (sarà l’unica per i dem in caso di gazebo, secondo quanto deciso, con l’astensione della minoranza riformista), resta il tema delle armi e del sostegno militare a Kiev a dividere gli alleati. Ad avvertire la segretaria su Kiev sono stati gli stessi esponenti riformisti, da Lorenzo Guerini a Giorgio Gori, passando per Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Graziano Delrio e non solo: “Per noi l’invio di armi all’Ucraina resta una linea rossa, ma lo è per tutto il Partito democratico”, rivendica il presidente del Copasir ed ex ministro della Difesa Guerini. “Da qui si definisce la volontà e la capacità del Pd di guidare la coalizione. Il nostro futuro governo non può interrompere le forniture militari. Riconosco alla segretaria Schlein di aver sempre tenuto la barra dritta, ma ora è tempo di parlarne con gli alleati“, sottolinea pure Lia Quartapelle.

Sul tema più sensibile nella coalizione di centrosinistra, considerata la contrarietà di M5s e Alleanza Verdi Sinistra sul sostegno militare a Kiev, Elly Schlein non cambia rotta nel suo intervento. Conferma il sostegno, ma chiede anche che l’Europa diventi protagonista dell’iniziativa diplomatica. E ricorda che “c’è un articolo della Costituzione che è la premessa di tutto il resto ed è l’articolo 11: l’Italia ripudia la guerra“. E ancora: “L’Unione Europea nasce da due guerre mondiali innescate dai nazionalismi. Ma se vuoi la pace devi preparare la pace. L’Ue deve trovare un unico negoziatore europeo per costruire al fianco dell’Ucraina le condizioni di un negoziato e di una pace giusta. Bisogna alzare la voce, bisogna fare molto di più. Perché l’Ue non ha trovato un negoziatore unico?”. Parole che in casa riformista non tutti gradiscono, a partire dall’europarlamentare Giorgio Gori, che avrebbe voluto sfidare Schlein alle primarie, poi stoppato dal voto dell’assemblea: “Se ho condiviso il passaggio sull’Ucraina? Mi è sembrato piuttosto timido“, attacca. “Se siamo europeisti dobbiamo stare dalla parte di chi è aggredito. È questo il punto di principio che va affermato, nel Pd ma soprattutto sul tavolo con gli alleati”, si accoda il senatore Walter Verini.

“Rimettere al centro il tema del negoziato non è una concessione a Giuseppe Conte, ma è un modo per evitare lo stallo”, spiega ai microfoni de ilfattoquotidiano.it invece l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, secondo cui “quando noi poniamo la questione di un ruolo diverso dell’Europa, lo facciamo perché pensiamo che l’Europa potrebbe essere più utile anche all’Ucraina parlando al mondo, a quello che sta a guardare rispetto a questo conflitto, se superasse i doppi standard, per cui a Putin si applicano delle regole per la violazione del diritto internazionale che non vengono applicate allo Stato d’Israele“. Una linea condivisa nella sinistra del partito anche da Arturo Scotto: “Non c’è una soluzione militare, serve la politica, serve un’iniziativa di diplomazia dell’Ue”. Con AVS e M5s servirà trovare un compromesso: “Le divergenze sono note, ma dobbiamo lavorare affinché anche su questo tema si faccia chiarezza, come sul resto. Noi sosteniamo Kiev non su diktat della Nato, ma in nome del diritto internazionale. Spiace che manchi l’Italia a esprimere un protagonismo diplomatico”, rivendica il responsabile Esteri Giuseppe Provenzano. “Su questo siamo tutti d’accordo, bisogna fare di più con la diplomazia”, si dice certa Laura Boldrini. “Ma è Putin che vuole la resa di Kiev, non è Zelensky che non vuole negoziare”, contrattacca Malpezzi.

Ma il tema delle armi non è l’unico terreno di confronto in casa progressista, come al Nazareno. Perché pure sull’affidabilità o meno di Matteo Renzi all’interno della futura coalizione non mancano distinguo e timori: “Il programma va costruito insieme a tutta l’alleanza progressista che già governa insieme nelle Regioni, e con tutti coloro che vogliono contribuire. Possiamo e dobbiamo allargare ancora, non restringere”, avverte la segretaria, sottolineando ancora “prima il programma comune, poi ci occupiamo della guida“. Convinta che, se ci saranno le primarie, si faranno “con una grande festa di partecipazione popolare in cui la nostra gente si mescola” e che “non saranno divisive“. “Di certo non ne abbiamo paura”, è il messaggio rivolto agli alleati, a partire dal leader del M5S Giuseppe Conte. Lo stesso che aveva nelle scorse settimane chiesto garanzie proprio su Renzi: “Credo che si garantisca da solo. Ha fatto già cadere governi in passato? Ma ha fatto anche cose ottime…”, sfugge via ironico lo stesso Gori. Altri chiedono di guardare avanti, sempre in casa riformista: “Chi aderisce al progetto ne resta vincolato. Facciamo un contratto alla tedesca, come nel Conte bis”, è convinto Delrio. Paragone azzardato, dato che fu proprio Renzi a far cadere l’esecutivo: “Poi Conte fece cadere Draghi, guardiamo avanti…”.

L'articolo Il nodo Ucraina nel Pd, Schlein: “Sostegno a Kiev, ma serve sforzo diplomatico”. I riformisti incalzano: “Invio armi resta linea rossa” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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