❌

Reading view

Evasione fiscale, la Cassazione apre al sequestro dei conti correnti anche per soldi guadagnati legalmente

In caso di evasione fiscale, il sequestro può riguardare anche somme di denaro presenti sui conti correnti e provenienti da attività economiche lecite. La possibilità emerge dagli orientamenti della Corte di Cassazione sulla confisca del profitto dei reati tributari, con particolare riferimento alle sentenze n. 6287 del 2026 e n. 21685 del 2023. Le pronunce affrontano due questioni che possono avere conseguenze economiche per imprese e contribuenti: la possibilità di sequestrare il patrimonio di uno dei soggetti coinvolti in una frode fiscale e il trattamento delle somme depositate sui conti bancari dopo la commissione dell’illecito. La Cassazione ha chiarito che il sequestro deve rispettare il valore del profitto contestato e i presupposti previsti dalla legge, ma la provenienza lecita di successivi versamenti non basta necessariamente a escludere la confisca.

Evasione fiscale, quando possono essere sequestrati i conti correnti

Il sequestro preventivo è uno strumento che consente all’autorità giudiziaria di vincolare determinati beni durante un procedimento penale, anche in vista di una successiva confisca. Nei reati tributari, il profitto illecito può consistere nel risparmio ottenuto attraverso il mancato versamento delle imposte. Un’impresa che non paga determinate somme al Fisco conserva infatti una disponibilità economica che avrebbe dovuto destinare all’Erario.

Il problema si presenta quando il denaro viene utilizzato o mescolato con gli incassi derivanti dalla normale attività aziendale. Secondo l’orientamento richiamato nella sentenza n. 21685 del 2023, la natura fungibile del denaro può consentire di sottoporre a sequestro somme presenti sul conto corrente anche se provenienti da operazioni successive e lecite. La fungibilità significa che il denaro è intercambiabile: non è sempre necessario individuare materialmente le stesse banconote corrispondenti al profitto originario. Resta comunque necessario verificare i presupposti della confisca diretta e il collegamento giuridicamente rilevante con il profitto del reato.

Il caso esaminato dalla Cassazione

La controversia esaminata dalla Cassazione con la sentenza n. 21685/2023 riguardava una società di trasporti coinvolta in un procedimento per una presunta omissione fiscale. Il vantaggio economico contestato era stato quantificato in 166.240 euro. L’autorità giudiziaria aveva disposto il sequestro preventivo di una somma corrispondente, individuata nelle disponibilità bancarie dell’impresa.

La società aveva contestato il provvedimento sostenendo che il denaro presente sui conti derivasse dall’attività commerciale regolarmente svolta dopo la violazione tributaria. La questione riguardava quindi la possibilità di distinguere le risorse prodotte lecitamente da quelle riconducibili al mancato pagamento delle imposte.

Secondo il principio richiamato nella pronuncia, il successivo svolgimento di attività economiche regolari non rende automaticamente insequestrabili le disponibilità bancarie. Per un’impresa, il blocco dei conti può incidere direttamente sulla gestione quotidiana, limitando la possibilità di pagare dipendenti, fornitori e altre spese operative.

Le differenze tra confisca diretta e per equivalente

Per comprendere le decisioni della Cassazione occorre distinguere due strumenti previsti dall’ordinamento. La confisca diretta riguarda il profitto derivante dal reato, compreso il risparmio fiscale ottenuto attraverso il mancato pagamento delle imposte. La confisca per equivalente permette invece, nei casi previsti dalla legge, di colpire beni diversi dal profitto originario, per un valore corrispondente. La distinzione assume particolare importanza quando il vantaggio economico non è più direttamente individuabile.

Nel valutare la natura della misura, è necessario considerare anche la possibilità di dimostrare il collegamento tra il denaro sequestrato e il reato contestato. La confisca per equivalente ha una funzione sanzionatoria e deve rispettare i limiti stabiliti dalla normativa, tra cui quelli previsti dall’articolo 12-bis del decreto legislativo n. 74 del 2000.

  •  

Case in vendita sotto i 200mila euro in Italia: la classifica delle città più convenienti

La metà delle case in vendita in Italia ha un prezzo richiesto non superiore a 200mila euro, ma le differenze tra città e regioni sono molto marcate. A Milano e Firenze gli immobili disponibili entro questa fascia di prezzo rappresentano rispettivamente soltanto il 9% e il 5% del mercato, mentre a Genova e Palermo superano il 60%. È quanto emerge da un’analisi di Casa.it sugli annunci immobiliari di ottobre 2026, che ha esaminato la distribuzione delle abitazioni in vendita nelle diverse fasce di prezzo e le dimensioni medie degli immobili.

Case in vendita sotto i 200mila euro, dove si trovano in Italia

A livello nazionale, il 22% delle case viene proposto a un prezzo fino a 100mila euro, mentre il 28% si colloca tra 100.001 e 200mila euro. Rispetto allo stesso periodo del 2025, la quota complessiva degli immobili entro i 200mila euro è diminuita di due punti percentuali, passando dal 52% al 50%.

La disponibilità di immobili entro i 200mila euro cambia sensibilmente a seconda dell’area geografica. Nel Sud Italia il 68% delle abitazioni in vendita rientra in questa fascia di prezzo, mentre nelle Isole la percentuale sale al 69%. Nel Nord-Est, invece, soltanto il 37% degli immobili viene proposto a un prezzo non superiore a 200mila euro. Nel Centro la quota raggiunge il 43%, mentre nel Nord-Ovest si attesta al 49%.

A livello regionale, il Molise presenta la percentuale più elevata, con l’84% degli immobili in vendita entro i 200mila euro, seguito da Calabria e Basilicata. Le percentuali più basse si registrano invece in Trentino-Alto Adige, Veneto e Toscana.

Case sotto i 200mila euro, la classifica delle città italiane

Tra le otto principali città italiane considerate nell’analisi, Firenze risulta quella con la minore disponibilità relativa di abitazioni entro i 200mila euro. Soltanto il 5% delle case in vendita nel capoluogo toscano rientra infatti in questa fascia. A Milano la percentuale sale al 9%, mentre a Bologna raggiunge il 15%. Situazione differente a Genova, dove il 66% degli immobili viene proposto entro i 200mila euro. Seguono Palermo con il 62% e Torino con il 57%.

A Milano, Firenze e Bologna, con una spesa fino a 200mila euro si trovano mediamente immobili di un solo locale. A Roma, Napoli e Torino il numero medio sale a due, mentre a Palermo raggiunge tre locali e a Genova quattro.

Città Case fino a 200.000 euro Numero medio di locali
Genova 66% 4
Palermo 62% 3
Torino 57% 2
Napoli 34% 2
Roma 18% 2
Bologna 15% 1
Milano 9% 1
Firenze 5% 1

Quanto costa comprare casa a Milano, Roma e Firenze

L’analisi di Casa.it permette di confrontare anche la distribuzione degli annunci nelle fasce di prezzo superiori. A Milano, il 24% degli immobili in vendita viene proposto tra 200.001 e 300mila euro, mentre il 20% si colloca tra 300.001 e 400mila euro. Il 21% delle abitazioni milanesi supera i 700mila euro e il 12% presenta un prezzo richiesto superiore a un milione di euro.

A Firenze la quota delle abitazioni oltre i 700mila euro raggiunge il 23%, mentre il 14% degli immobili supera il milione. A Roma, invece, il 26% delle case è disponibile tra 200.001 e 300mila euro, il 19% tra 300.001 e 400mila euro e il 14% oltre i 700mila euro.

Quanto è grande una casa da 200mila euro in Italia

Oltre al prezzo, l’analisi considera il numero medio dei locali disponibili nelle diverse fasce di spesa. A livello nazionale, le abitazioni in vendita fino a 200mila euro hanno mediamente quattro locali. La stessa dimensione media si registra nella fascia compresa tra 200.001 e 300mila euro.

Tra 300.001 e 500mila euro si passa mediamente a cinque locali, mentre tra 500.001 e 700mila euro la media sale a sei. Per gli immobili con un prezzo superiore a 700mila euro, il numero medio arriva a nove locali.

  •  

Mario Draghi: “C’è un problema comune sotto le proteste: Europa offre poche possibilità”

Mario Draghi richiama l’attenzione sulle difficoltà economiche dei giovani europei, collegando le proteste degli ultimi giorni alla mancanza di crescita e alle disuguaglianze tra generazioni. L’ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio italiano è intervenuto durante una conferenza di Citadel Securities, rispondendo alle domande della giornalista di Bloomberg Lisa Abramowicz. Secondo Mario Draghi, alla base delle proteste che hanno interessato diverse città europee c’è una difficoltà strutturale legata alle prospettive economiche delle nuove generazioni.

Draghi sulle proteste dei giovani: “Aspettative bloccate”

L’ex premier ha parlato di “aspettative bloccate”, spiegando che molti giovani “hanno la sensazione che nessuno li ascolti”. Il problema riguarda soprattutto la possibilità di trovare un’occupazione stabile, migliorare la propria condizione economica e affrontare i cambiamenti del mercato del lavoro.

“La maggior parte delle persone vuole crescita e giustizia sociale, o crescita con giustizia sociale. Per i giovani, la giustizia sociale significa giustizia fra generazioni. E quando non c’è crescita, diventa molto difficile mantenerla”, ha dichiarato Draghi. L’ex presidente della Bce ha sottolineato che i giovani “faticano a trovare un impiego” e devono confrontarsi con “una società in rapidissima trasformazione tecnologica”. La mancanza di prospettive economiche, secondo Draghi, “genera ansia” e contribuisce ad alimentare il malcontento sociale.

La stagnazione economica in Europa

Nel corso dell’intervista Mario Draghi ha individuato nella stagnazione economica uno dei principali problemi strutturali dell’Unione europea. “Tutta l’Europa ha avuto e ha un problema di crescita, di crescita che manca”, ha affermato. Nonostante alcune revisioni al rialzo delle previsioni economiche, l’ex premier ritiene che il continente continui a confrontarsi con le difficoltà di “una società ricca, certamente, anziana e che non cresce”.

La crescita insufficiente rischia di accentuare le differenze tra chi occupa già una posizione lavorativa consolidata e chi cerca di entrare nel mercato del lavoro. “Quando non c’è crescita, a comandare sono quelli che occupano già le posizioni, gli anziani”, ha spiegato Draghi.

Riferendosi alle manifestazioni e agli scontri registrati a Parigi e Milano, l’ex premier ha precisato che la violenza “va condannata in ogni circostanza”. Le dinamiche politiche e gli episodi di disordine rappresentano, nella sua analisi, fattori che amplificano un problema economico e sociale già presente.

Le due condizioni necessarie per un intervento della Bce

Nell’analisi di Mario Draghi sono due gli elementi principali che potrebbero rendere necessario un intervento della Banca centrale europea. Il primo riguarda il contagio finanziario, ossia la diffusione della crisi di un Paese agli altri Stati dell’area euro. “Francamente, non vediamo un contagio sostanziale in Europa”, ha dichiarato, precisando che l’aumento dei rendimenti registrato in diversi mercati è diverso dalla situazione osservata durante le precedenti crisi finanziarie.

Il secondo elemento riguarda il funzionamento del credito e la capacità delle decisioni della Bce di raggiungere famiglie e imprese attraverso il sistema bancario. Un intervento potrebbe diventare necessario in presenza di difficoltà nei mercati del credito o di problemi nella trasmissione della politica monetaria. Secondo Mario Draghi, questi segnali attualmente non emergono. Anzi, “gli ultimi dati mostrano che i prestiti bancari sono aumentati”.

  •  

Bollo auto 2027, chi deve pagare entro dicembre rischia sanzioni: come funziona la nuova esenzione

Il bollo auto 2027 sarà gratuito per milioni di automobilisti, ma chi deve effettuare il pagamento entro dicembre 2026 non potrà beneficiare dell’esenzione. La novità è prevista dal decreto-legge n. 162 del 17 settembre 2026, che introduce l’esonero dalla tassa automobilistica per determinate categorie di veicoli. Il provvedimento stabilisce che l’agevolazione riguarda esclusivamente i versamenti con scadenza ordinaria compresa tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2027. Di conseguenza, rinviare a gennaio un pagamento dovuto nel 2026 non permette di evitare il bollo, ma espone il proprietario del veicolo al rischio di sanzioni e interessi per il ritardo.

Bollo auto 2027, perché chi deve pagare a dicembre non è esente

L’articolo 2 del decreto-legge n. 162 del 2026 stabilisce che l’esenzione viene riconosciuta in base alla scadenza ordinaria del pagamento, non al periodo di utilizzo dell’automobile. Questo significa che un bollo con termine di versamento entro dicembre 2026 deve essere regolarmente pagato, anche se copre parte del 2027.

Per esempio, se il periodo tributario termina a novembre 2026, il proprietario deve normalmente effettuare il rinnovo entro dicembre. Aspettare gennaio 2027 non cancella l’obbligo di versamento. Diverso è il caso di un bollo in scadenza a dicembre 2026, il cui termine ordinario di pagamento cade a gennaio 2027. In questa situazione, l’automobilista può rientrare nell’esenzione, purché siano rispettati tutti i requisiti. Non è inoltre previsto un rimborso automatico per i mesi del 2027 già coperti da un bollo regolarmente dovuto nel 2026.

Quali auto non pagheranno il bollo nel 2027

L’esenzione riguarda un solo veicolo per persona fisica e non prevede limiti di reddito o Isee. Per beneficiarne, l’automobile deve rispettare alcune condizioni:

  • essere alimentata a benzina o gasolio, anche in combinazione con un’altra fonte di propulsione;
  • avere una potenza non superiore a 80 kW, pari a circa 109 cavalli;
  • essere regolarmente assicurata;
  • essere intestata, ai fini dell’obbligo tributario, a una persona fisica.

L’agevolazione può interessare anche i soggetti tenuti al versamento della tassa per veicoli utilizzati in leasing o a noleggio a lungo termine, nei casi previsti dalla normativa. Se una persona possiede più automobili che rispettano i requisiti, il beneficio si applica esclusivamente a quella con la potenza inferiore. In caso di identica potenza, viene individuata l’automobile per la quale sarebbe dovuto il bollo di importo più basso. Il decreto prevede inoltre un’esenzione per motocicli e ciclomotori, destinata alle persone che non risultano già beneficiarie dell’agevolazione per un’automobile.

Come controllare la scadenza del bollo auto ed evitare sanzioni

Per verificare se il pagamento rientra nell’esenzione 2027 è necessario conoscere la scadenza del proprio bollo. In generale, il rinnovo della tassa automobilistica deve essere effettuato entro l’ultimo giorno del mese successivo alla scadenza del periodo tributario, salvo disposizioni specifiche regionali.

Un automobilista con bollo scaduto a settembre 2026, per esempio, deve normalmente versare la tassa entro ottobre 2026. In questo caso, l’esenzione prevista per il 2027 non è applicabile. Per effettuare il controllo è possibile consultare i servizi online dell’Automobile Club d’Italia (ACI) oppure quelli della Regione o Provincia autonoma competente. Inserendo i dati richiesti, tra cui la targa del veicolo, è possibile verificare la posizione tributaria e le informazioni relative al pagamento. È utile anche recuperare la ricevuta dell’ultimo versamento, per individuare il periodo già coperto dalla tassa.

  •  

Sciopero autotrasportatori, viceministro Rixi: “Sbloccato 1 miliardo di euro”

Al termine del vertice in Prefettura a Milano per lo sciopero degli autotrasportatori, il viceministro Edoardo Rixi ha illustrato le misure economiche concordate per sostenere le imprese.

“Abbiamo sbloccato circa un miliardo di euro: 480 milioni per quanto riguarda tutte le domande che sono arrivate fino ad agosto e poi mettiamo nuove risorse su settembre-ottobre, però il credito d’imposta sarà ovviamente nel ’27”

ha dichiarato Rixi. Il viceministro ha precisato che le procedure di pagamento sono state avviate per soddisfare le richieste presentate fino al 30 agosto.

“Da oggi iniziamo a erogare i contributi sui 430, che ora sono diventati 480 milioni circa, per azzerare tutte le domande che sono pervenute fino al 30 di agosto, che è l’ultima finestra che è stata aperta”.

Le somme sono destinate a compensare parte dei maggiori costi del gasolio sostenuti dalle aziende durante i mesi di aumento dei prezzi.

Crediti d’imposta sul gasolio, quando arrivano i pagamenti

Secondo quanto riferito dalle associazioni presenti all’incontro, il Governo ha presentato un calendario per l’erogazione dei contributi relativi al periodo compreso tra il 1° marzo e il 31 agosto 2026. La prima tranche dovrebbe essere pari a circa 306 milioni di euro, corrispondenti al 70% delle risorse inizialmente previste, con pagamenti in partenza dal 21 ottobre. Le somme residue, fino a raggiungere circa 437 milioni di euro, dovrebbero essere liquidate entro la fine di novembre.

Durante il confronto è stato inoltre annunciato lo stanziamento di 60 milioni di euro aggiuntivi per settembre e ottobre 2026. Per accedere a queste nuove risorse, la piattaforma dedicata alle richieste riaprirà il 5 novembre per un periodo di 15 giorni. I relativi pagamenti sono previsti tra gennaio e febbraio 2027. Il Governo sta anche preparando una norma da inserire nel prossimo decreto Infrastrutture per rendere più automatico l’adeguamento dei costi di trasporto alle variazioni dei prezzi del carburante, rafforzando il meccanismo del fuel surcharge.

Marebonus, sbloccati anche gli incentivi al trasporto marittimo

Tra le misure discusse durante l’incontro figura anche il Marebonus, il programma che sostiene economicamente le imprese di autotrasporto che utilizzano le navi per trasferire veicoli e merci, riducendo i chilometri percorsi su strada. Salvini ha assicurato che “ci sarà cassa disponibile anche per il cosiddetto mare bonus”. Il programma dispone di uno stanziamento pluriennale complessivo di 125 milioni di euro fino al 2026.

Secondo quanto riferito dal viceministro Rixi, il Governo si è impegnato a liquidare le annualità pregresse entro i primi dieci giorni di novembre. Per il 2026 sono inoltre attesi circa 50 milioni di euro, attraverso il decreto di riparto previsto entro la fine dell’anno. Un altro intervento riguarda lo sblocco del fondo da 590 milioni di euro per il rinnovo del parco veicolare, con decorrenza dal 1° gennaio 2027.

Quando torneranno pieni scaffali dei supermercati

La protesta degli autotrasportatori ha provocato rallentamenti nella distribuzione delle merci, con conseguenze soprattutto per i supermercati e per le attività commerciali delle regioni meridionali. Tra i prodotti maggiormente esposti ai ritardi figurano frutta, verdura, latte e altri alimenti freschi che richiedono rifornimenti frequenti.

Secondo il presidente di Federdistribuzione, Carlo Alberto Buttarelli, se le proteste dovessero cessare, il ritorno alla normalità nella distribuzione potrebbe richiedere due o tre giorni. La ripresa regolare delle consegne dipenderà tuttavia dalle decisioni dei comitati che partecipano alla mobilitazione e dall’effettiva rimozione dei presidi ancora attivi. Il prossimo confronto tra Governo e associazioni è fissato per il 27 ottobre, con l’obiettivo di verificare l’erogazione delle risorse annunciate e l’attuazione delle altre misure previste per il settore.

  •  

Manovra 2027, Urso annuncia incentivi e aiuti contro caro gasolio: cosa cambia per Zes Unica

La Legge di Bilancio 2027 punterà sugli incentivi alle imprese, sull’innovazione digitale e su nuovi interventi per contrastare il caro gasolio. A indicare le priorità del Governo è il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che in un’intervista al Mattino ha affrontato anche il futuro della Zes Unica e la possibilità di estendere alcune agevolazioni alle regioni del Centro-Nord. Tra le misure annunciate figurano la proroga di Transizione 5.0 oltre il 2028, nuovi incentivi per il cloud e interventi economici destinati agli autotrasportatori, agli agricoltori e ai pescatori.

Cosa ha detto il Ministro Urso sulla Manovra 2027

La prossima Manovra 2027 prende forma in un contesto caratterizzato dal caro energia, dall’inflazione e da risorse pubbliche limitate. Il Governo è impegnato a individuare le coperture economiche necessarie per finanziare gli interventi destinati al sistema produttivo. Interpellato sulle priorità della Legge di Bilancio, Urso ha dichiarato: “Questa è la settimana decisiva. Le risorse dipendono, ovviamente, dalle coperture disponibili e quindi dalle entrate. Per quanto ci riguarda, le priorità dovranno essere innovazione, investimenti e crescita dimensionale, insieme al sostegno ai giovani che intendano avviare nuove imprese e, più in generale, alle startup e alle imprese innovative”.

Uno dei principali interventi riguarda il futuro del programma Transizione 5.0, destinato a sostenere gli investimenti delle aziende in innovazione tecnologica ed efficientamento energetico. Il ministro ha annunciato l’intenzione di prolungare le agevolazioni e introdurre ulteriori strumenti per la digitalizzazione.

Zes Unica, le richieste del Centro Nord

Un altro tema affrontato dal ministro riguarda la Zes Unica, la Zona economica speciale che prevede semplificazioni amministrative e agevolazioni per gli investimenti nelle regioni del Mezzogiorno. Lo strumento è stato introdotto per favorire nuovi insediamenti produttivi, sostenere l’occupazione e attrarre capitali nelle aree interessate. La possibilità di estendere il modello anche al Centro-Nord è entrata nel confronto politico ed economico, soprattutto per quanto riguarda la riduzione dei tempi necessari a ottenere le autorizzazioni.

Urso ha però chiarito che l’eventuale ampliamento non comprenderà i medesimi benefici fiscali e finanziari riconosciuti agli investimenti nel Sud. “Stavolta è il Sud a essere portato a modello, grazie al grande successo della Zes unica, al punto che le Regioni del Nord chiedono di estendere anche ai loro territori questo modello. È questo il vero segno del cambiamento che il governo Meloni è riuscito ad imprimere. Non sarà possibile estendere al Nord gli stessi incentivi che vengono destinati agli investimenti nel Mezzogiorno, perché non lo consente il regime degli aiuti di Stato dell’Unione europea”.

Sciopero dei tir e caro gasolio, nuovi interventi in arrivo

Il terzo fronte riguarda l’aumento dei prezzi dei carburanti e le proteste degli autotrasportatori, che stanno provocando difficoltà nella distribuzione delle merci in diverse regioni italiane. La mobilitazione interessa soprattutto il Sud, dove i presidi dei camionisti hanno rallentato i collegamenti logistici e i rifornimenti di alcuni prodotti. Le imprese del settore denunciano l’aumento dei costi operativi legato al prezzo del gasolio, che secondo le rilevazioni più recenti ha raggiunto livelli vicini ai 2,30 euro al litro. Il Governo sta cercando ulteriori risorse per sostenere le categorie maggiormente esposte ai rincari. Urso ha confermato che l’esecutivo intende intervenire anche oltre le misure già adottate: “Stiamo reperendo le risorse per fare altri interventi per gli autotrasportatori, gli agricoltori e i pescatori, oltre quelli già in vigore. Al momento comunque in gran parte dei distributori italiani si applicano sconti, con la benzina sotto i 2 euro e il gasolio a circa 2,25 euro al litro. E stiamo lavorando perché questo sistema sia esteso e prorogato per il tempo necessario”.

Il ministro ha quindi indicato due possibili direzioni: nuovi aiuti economici per le categorie produttive e prolungamento del sistema di contenimento dei prezzi dei carburanti. Il price cap richiamato da Urso si basa sulle iniziative di riduzione dei prezzi adottate dalle compagnie petrolifere su impulso del Governo. Restano da definire le risorse aggiuntive da destinare agli autotrasportatori e le modalità attraverso le quali saranno erogati gli eventuali nuovi sostegni. La questione riguarda direttamente anche i consumatori perché l’aumento dei costi di trasporto può incidere sulla distribuzione delle merci e, in parte, sui prezzi finali dei prodotti venduti nei supermercati.

Ets, le modifiche chieste all’Europa

Nell’intervista il ministro Adolfo Urso ha affrontato anche il confronto con l’Unione europea sul costo dell’energia, tema collegato alla competitività delle imprese italiane. Il capo del dicastero ha rivendicato i risultati ottenuti sul gas durante i negoziati europei, sottolineando però la necessità di proseguire il confronto sul sistema di scambio delle quote di emissione. “Sul fronte del gas si è ottenuto più di quanto in molti pensassero, con significativi benefici attesi sulla bolletta. Un risultato riconosciuto anche da Confindustria, che ha espresso pubblicamente il proprio apprezzamento. Ma non basta, dobbiamo perseverare su altri fronti, a partire dalla revisione del sistema ETS. Noi non molliamo”.

Il sistema Ets stabilisce un costo per le emissioni di anidride carbonica prodotte da determinate attività economiche. La sua evoluzione è al centro del confronto europeo anche per le conseguenze che le nuove regole potrebbero avere sui costi energetici e sul trasporto delle merci. Sul piano industriale, Urso ha inoltre individuato nella Blue Economy, nella Space Economy, nelle tecnologie digitali e green, nella farmaceutica e nel turismo alcuni dei comparti sui quali puntare per sostenere la crescita economica del Mezzogiorno.

  •  

Sciopero dei tir fino al 27 ottobre senza accordo: incontro con Salvini e revoca del fermo in Sicilia

La protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti potrebbe proseguire fino al 27 ottobre 2026 se non arriveranno risposte concrete dal Governo. La mobilitazione, iniziata in Puglia l’11 ottobre e successivamente estesa ad altre regioni del Sud Italia, sta provocando rallentamenti nella distribuzione delle merci, difficoltà nei rifornimenti e carenze di prodotti freschi nei supermercati. Al centro della trattativa ci sono anche 534 milioni di euro tra arretrati e crediti d’imposta richiesti dagli autotrasportatori.

La cifra comprende circa 104 milioni di contributi arretrati legati agli incentivi per il trasporto marittimo e 430 milioni di crediti d’imposta sul carburante. Non si tratta di nuovi finanziamenti già approvati, ma di somme di cui le associazioni chiedono lo sblocco o l’effettiva disponibilità. Il confronto decisivo è previsto per oggi martedì 20 ottobre alla Prefettura di Milano, dove il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini incontrerà i rappresentanti del settore.

Autotrasportatori, il Comitato siciliano revoca il fermo

Il Comitato trasportatori siciliani ha revocato il fermo dei servizi al termine dell’incontro di martedì 20 ottobre con il ministro Matteo Salvini alla Prefettura di Milano. Secondo quanto riferito dal Comitato, sono state accolte quasi tutte le richieste contenute nella piattaforma presentata al Governo.

La decisione punta a sbloccare la situazione logistica nell’isola e a dare un segnale di apertura all’esecutivo. Le imprese restano però in stato di agitazione fino alla soluzione completa dei punti ancora aperti.

Ecco alcuni degli impegni ottenuti:

  • lo sblocco immediato degli arretrati del Sea Modal Shift per le annualità 2023/2024 e 2025/2026;
  • ulteriori 50 milioni di euro per gli incentivi marittimi del 2026/2027;
  • il rilascio immediato dei 430 milioni di euro di crediti d’imposta sul gasolio;
  • la presenza della categoria nei tavoli istituzionali su trasporti e mobilità e nei gruppi di lavoro dedicati al Mezzogiorno.

Per gli incentivi marittimi del prossimo anno la cifra ottenuta resta inferiore ai 70 milioni chiesti. Restano inoltre da definire la proroga di 4 mesi del credito d’imposta sul gasolio. Per questa se ne dovrebbe parlare in un comitato permanente per il Sud. Spazio poi agli sconti sui biglietti dei traghetti per l’attraversamento dello Stretto di Messina.

Il coordinatore Salvatore Bella ha spiegato che le imprese vogliono tornare al lavoro senza penalizzare ulteriormente il territorio. La revoca, ha precisato, non è però una delega in bianco. Il Comitato vigilerà sul rispetto dei tempi e sull’avvio del comitato per il Sud.

Protesta dei tir, l’incontro con Salvini

Dal governo arriva una prima risposta alle richieste degli autotrasportatori. Il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi ha annunciato che per il settore sono disponibili 480 milioni di euro. Una cifra che si avvicina in maniera netta, per quanto sia chiaramente inferiore, ai 534 milioni chiesti tra arretrati e crediti d’imposta.

Durante l’incontro di Milano con il ministro Matteo Salvini l’esecutivo si è inoltre impegnato a stanziare altre risorse per i mesi di settembre e ottobre. Al tempo stesso porte aperte per definire un modello di prezzo del carburante seguendo l’esempio spagnolo.

Intanto i presidi continuano. Ai caselli e agli svincoli autostradali di Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, anche lungo l’A2 e l’A30, i blocchi restano attivi. Gli effetti sono già evidenti, con scaffali vuoti di prodotti freschi nei supermercati del Sud, carburante scarso a Ischia e Procida con il rischio di stop per i traghetti, raccolta dei rifiuti ferma in oltre 15 comuni siciliani e circa 100 mezzi pesanti fermi all’ingresso di Palermo.

Il Comitato Trasporto Siciliano rivendica una protesta pacifica e limitata alle aree portuali. Resta da capire se le misure annunciate basteranno a far revocare il fermo o se la mobilitazione andrà avanti fino al 27 ottobre.

Sciopero dei tir fino al 27 ottobre, cosa chiedono gli autotrasportatori

La possibilità di prolungare il fermo è stata avanzata dal Comitato Trasporto Siciliano, tra i principali protagonisti della mobilitazione. Il coordinatore Salvatore Bella ha subordinato la sospensione della protesta alla sottoscrizione di impegni precisi da parte del Governo. “Se il ministro Salvini accetta di firmare il protocollo d’impegni e incontrarci il 20 ottobre revochiamo il fermo. Diversamente rimane fino al 27 ottobre”, ha dichiarato Bella.

La protesta, inizialmente programmata fino al 20 ottobre, potrebbe quindi continuare per un’altra settimana se l’incontro non dovesse portare a un’intesa. La richiesta dei comitati non riguarda soltanto l’individuazione di nuove risorse economiche, ma anche la definizione di tempi certi per l’erogazione dei sostegni già previsti. Il fermo fino al 27 ottobre rappresenta al momento una possibilità annunciata dagli organizzatori e non una proroga generalizzata già confermata su tutto il territorio nazionale.

Accordo da 534 milioni di euro, quali sono i fondi richiesti

Uno dei principali punti della vertenza riguarda le risorse economiche destinate alle imprese di autotrasporto. Il Comitato Trasporto Siciliano chiede lo sblocco di due importi:

  • 104 milioni di euro di arretrati relativi agli incentivi per il trasporto marittimo delle merci, collegati al programma Sea Modal Shift;
  • 430 milioni di euro di crediti d’imposta sul carburante relativi alle richieste già presentate dalle imprese.

Gli incentivi marittimi servono a sostenere le imprese che scelgono di trasportare le merci via nave anziché percorrere interamente le tratte su strada. Il credito d’imposta sul gasolio è invece uno strumento destinato a compensare parte dei maggiori costi sostenuti dalle aziende per l’acquisto del carburante. Secondo le associazioni, i ritardi nell’erogazione delle risorse stanno contribuendo alle difficoltà di liquidità delle imprese.

Il Comitato Siciliano chiede inoltre 70 milioni di euro per gli incentivi marittimi relativi all’annualità 2026-2027 e ulteriori 400 milioni per la copertura dei costi del carburante nei mesi non ancora adeguatamente sostenuti. Queste ultime richieste sono aggiuntive rispetto ai 534 milioni indicati come principale oggetto della trattativa.

Caro gasolio, quanto costa un pieno ai camionisti

Alla base della mobilitazione c’è l’aumento del prezzo del gasolio, che ha fatto crescere sensibilmente i costi operativi delle imprese di trasporto. Secondo le rilevazioni del Ministero delle Imprese e del Made in Italy del 17 ottobre, il diesel aveva raggiunto una media di 2,257 euro al litro sulla rete stradale e 2,296 euro in autostrada. Confartigianato Trasporti ha calcolato che, per un camion con un serbatoio da 900 litri, il costo di un pieno è passato da 1.503,78 euro a febbraio a 1.971,61 euro a metà settembre.

La differenza è di quasi 468 euro per rifornimento. Considerando quattro pieni mensili, il maggior costo arriva a circa 1.871 euro al mese per ogni mezzo. Le imprese segnalano inoltre difficoltà nel trasferire gli aumenti del carburante sulle tariffe applicate ai clienti, soprattutto quando i contratti di trasporto prevedono condizioni economiche già definite.

  •  

Autotrasportatori, non solo sciopero: con l’Ets2 rischio aumento diesel. La scelta dell’Ue e dell’Italia

Il prezzo del diesel potrebbe aumentare fino a 40 centesimi al litro con l’introduzione dell’Ets2, il nuovo sistema europeo che estenderà il mercato delle emissioni di CO2 anche ai carburanti utilizzati nel trasporto stradale. Il meccanismo dovrebbe entrare pienamente in funzione dal 1° gennaio 2028, ma il Governo italiano e diversi Paesi europei chiedono di rivederne le condizioni per limitare le conseguenze economiche su imprese e famiglie. L’allarme arriva soprattutto dal settore dell’autotrasporto, già alle prese con il caro gasolio. Secondo Conftrasporto-Confcommercio, l’applicazione dell’Ets2 potrebbe comportare ulteriori rincari compresi tra 30 e 40 centesimi al litro, con il rischio di portare il prezzo del diesel oltre i 2,50 euro. Al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre 2026, i leader dell’Unione hanno raggiunto un compromesso sulla necessità di valutare gli effetti del nuovo sistema, senza però approvare un ulteriore rinvio della sua entrata in vigore.

Cos’è l’Ets2 e come funziona la nuova normativa europea

L’Ets2, acronimo di Emission Trading System 2, è il nuovo sistema europeo di scambio delle quote di emissione, introdotto nell’ambito delle politiche dell’Unione per ridurre i gas serra. A differenza del sistema Ets già applicato a grandi industrie e altri settori, l’Ets2 coinvolgerà anche il trasporto stradale, gli edifici e alcune attività produttive.

Il meccanismo prevede che i fornitori di combustibili acquistino quote corrispondenti alle emissioni di CO2 generate dai carburanti immessi sul mercato. Il numero complessivo delle quote disponibili diminuirà progressivamente, con l’obiettivo di incentivare la riduzione dei consumi di combustibili fossili.

L’obbligo di acquistare le quote ricadrà sui distributori di combustibili e non direttamente sui singoli automobilisti. Ovviamente i maggiori costi sostenuti dalle aziende potrebbero essere trasferiti, almeno in parte, sui prezzi finali di benzina, gasolio e combustibili utilizzati per il riscaldamento. L’avvio del nuovo sistema era stato inizialmente previsto per il 2027, prima dello slittamento al 2028.

Diesel fino a 40 centesimi in più al litro: quanto costerebbe un pieno

Secondo le stime di Conftrasporto, l’introduzione dell’Ets2 potrebbe determinare un aumento del gasolio compreso tra 30 e 40 centesimi al litro. Si tratta di una previsione elaborata dall’associazione di categoria, non di un incremento già stabilito dalle istituzioni europee. L’effetto effettivo dipenderà dal prezzo delle quote di emissione e dalla parte dei costi che verrà trasferita ai consumatori. Per gli automobilisti, un rincaro di questa entità avrebbe conseguenze dirette sul costo dei rifornimenti. Un pieno da 50 litri costerebbe 20 euro in più rispetto al prezzo senza tale rincaro.

Gli effetti dell’Ets2 potrebbero estendersi oltre il prezzo del carburante pagato dagli automobilisti. In Italia, secondo le stime richiamate da Conftrasporto, circa il 90% delle merci viene movimentato su strada. Un aumento dei costi del trasporto potrebbe quindi influire sulle spese sostenute dalle aziende per la distribuzione dei prodotti. Le imprese alimentari, agricole e commerciali potrebbero trovarsi a sostenere costi logistici maggiori, con possibili ripercussioni sui prezzi finali di alcuni beni.

La posizione del Governo Meloni

Il tema dell’Ets2 è stato affrontato durante il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, in un contesto segnato dall’aumento dei prezzi dell’energia e dalle difficoltà economiche delle imprese. L‘Italia ha sostenuto, insieme ad altri Paesi europei, la necessità di intervenire sul nuovo sistema per contenere il rischio di ulteriori rincari energetici.

Nelle conclusioni del vertice, i leader hanno chiesto alla Commissione europea di aggiornare la valutazione degli effetti dell’Ets2, con particolare attenzione al funzionamento del meccanismo e alle misure di salvaguardia contro aumenti eccessivi dei prezzi. Non è stato invece approvato un rinvio dell’Ets2 al 2030, soluzione sostenuta da diversi Paesi dell’Europa centrale e orientale.

Il Governo italiano punta anche a ottenere maggiori margini di intervento nazionale per sostenere i settori più esposti alla crisi energetica. Il confronto rimane aperto, mentre Bruxelles è chiamata a valutare ulteriori strumenti per contenere i costi dell’energia senza modificare gli obiettivi generali di riduzione delle emissioni.

Autotrasportatori contro l’Ets2

A contestare gli effetti economici della nuova normativa è Pasquale Russo, presidente di Conftrasporto-Confcommercio, secondo il quale il sistema rischia di aggravare una situazione già difficile per le imprese di trasporto. “L’Ets2 darebbe il colpo di grazia all’autotrasporto italiano”, ha dichiarato Russo, sottolineando che il prezzo del gasolio potrebbe superare i 2,50 euro al litro.

Secondo l’associazione, il carburante rappresenta ormai oltre il 40% dei costi complessivi delle imprese di autotrasporto, mentre il prezzo del gasolio sarebbe aumentato di oltre 50 centesimi al litro dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Conftrasporto segnala inoltre che un’impresa di autotrasporto su cinque rischierebbe il fallimento entro la fine dell’anno a causa delle attuali difficoltà economiche. Per affrontare l’emergenza, il settore chiede lo sblocco degli aiuti già annunciati e ulteriori risorse per coprire gli aumenti dei costi negli ultimi mesi del 2026.

  •  

Carta Dedicata a Te 2026, 500 euro dal 4 novembre: chi li riceve e la scadenza da rispettare

Torna la Carta Dedicata a Te 2026, il contributo economico da 500 euro destinato alle famiglie con redditi più bassi per l’acquisto di beni alimentari di prima necessità. La nuova ricarica sarà disponibile a partire dal 4 novembre 2026 sulle carte prepagate distribuite da Poste Italiane. Il sostegno è stato confermato anche per il 2027, con un ulteriore accredito di 500 euro previsto dal mese di aprile. Complessivamente, le famiglie beneficiarie potranno quindi ricevere 1.000 euro nel biennio, a condizione di rispettare i requisiti previsti.

Carta Dedicata a Te 2026, chi riceve i 500 euro e i requisiti Isee

Il contributo è riservato alle famiglie residenti in Italia che rispettano specifiche condizioni economiche e anagrafiche. La misura interesserà 1.177.597 nuclei familiari. Tra le agevolazioni è previsto anche uno sconto aggiuntivo del 15% nei supermercati convenzionati, cumulabile con le promozioni già applicate nei punti vendita.

Per accedere alla Carta Dedicata a Te è necessario avere un Isee ordinario non superiore a 15mila euro e tutti i componenti del nucleo familiare iscritti all’Anagrafe della popolazione residente. Nell’assegnazione delle risorse viene data priorità alle famiglie composte da almeno tre persone, con particolare attenzione alla presenza di figli minorenni e ai nuclei con Isee più basso.

La disponibilità della carta non dipende soltanto dal rispetto della soglia economica, ma anche dai criteri di selezione e dalle risorse assegnate ai singoli Comuni. Sono esclusi dal contributo i nuclei che già percepiscono alcune misure di sostegno economico, tra cui l’Assegno di inclusione, la Carta acquisti, la NASpI, la DIS-COLL e la Cassa integrazione.

Quando arriva la Carta Dedicata a Te 2026

L’Inps ha confermato che le ricariche da 500 euro partiranno il 4 novembre 2026. Chi ha già ricevuto la Carta Dedicata a Te nelle precedenti edizioni e risulta nuovamente beneficiario potrà utilizzare la stessa tessera, senza doverne richiedere una nuova.

Le famiglie che ottengono il contributo per la prima volta dovranno invece ritirare la carta presso un ufficio postale, seguendo le indicazioni ricevute dal proprio Comune. È prevista una scadenza importante: il primo acquisto deve essere effettuato entro il 16 dicembre 2026. Se la carta non viene utilizzata entro questa data, il beneficiario perde il contributo relativo all’annualità. La successiva ricarica da 500 euro, riferita al 2027, sarà disponibile a partire dal mese di aprile dello stesso anno.

Come ottenere la Carta Dedicata a Te senza presentare domanda

Per ricevere il contributo non è necessario presentare alcuna richiesta all’Inps o al Comune. I beneficiari vengono individuati automaticamente attraverso l’incrocio dei dati disponibili nelle banche dati pubbliche, sulla base dei requisiti previsti dalla normativa.

È quindi importante disporre di un’attestazione Isee aggiornata e valida. I Comuni si occupano della verifica degli elenchi e della comunicazione dell’assegnazione alle famiglie selezionate. Chi riceve la carta per la prima volta dovrà presentarsi all’ufficio postale con la comunicazione del Comune, un documento d’identità valido e il codice fiscale.

Sconto del 15% nei supermercati, dove si può utilizzare

I beneficiari della Carta Dedicata a Te possono ottenere un ulteriore sconto del 15% sugli acquisti alimentari nei punti vendita aderenti alle convenzioni stipulate dal ministero dell’Agricoltura. Le intese coinvolgono Federdistribuzione, ANCC Coop, ANCD Conad e Lidl, oltre agli altri operatori che aderiscono alle convenzioni ministeriali.

La riduzione è cumulabile con le promozioni già disponibili nei supermercati, consentendo alle famiglie di utilizzare il contributo anche per prodotti in offerta. Ad esempio, su una spesa alimentare ammissibile di 100 euro, uno sconto del 15% porta l’importo da pagare a 85 euro. Il risparmio effettivo dipende comunque dai prodotti acquistati e dalle condizioni applicate dal punto vendita.

Cosa si può comprare con la Carta Dedicata a Te 2026

I 500 euro possono essere utilizzati per acquistare esclusivamente prodotti alimentari di prima necessità. Tra gli articoli ammessi rientrano carne, pesce fresco, latte, formaggi, uova, pasta, riso, farine, pane, frutta e verdura. Sono compresi anche legumi, prodotti surgelati, conserve alimentari, olio, miele, zucchero, cioccolato, caffè, tè e camomilla. La carta può essere utilizzata inoltre per acquistare alimenti destinati ai bambini e alla prima infanzia, compreso il latte artificiale. Tra i prodotti ammessi figurano anche quelli certificati DOP e IGP, per sostenere le produzioni agroalimentari di qualità.

  •  

Bonus nido 2026, quanto si recupera sulle rette e quali errori bloccano il rimborso

Il bonus asilo nido 2026 permette alle famiglie di recuperare fino a 3.600 euro all’anno sulle rette pagate per la frequenza dei figli. L’importo riconosciuto dall’Inps dipende dall’Isee e dalla data di nascita del bambino, mentre il pagamento avviene dopo la presentazione della documentazione che dimostra le spese sostenute. Per ottenere il contributo è necessario rispettare alcune condizioni e prestare attenzione alla compilazione della domanda. Ricevute incomplete, pagamenti non documentati e dati errati della struttura educativa possono impedire il riconoscimento del rimborso o rallentare i tempi di lavorazione. Dal 2026 la procedura è stata semplificata: la domanda rimane valida fino ad agosto dell’anno in cui il bambino compie tre anni, ma le famiglie devono aggiornare annualmente le mensilità richieste.

Bonus nido 2026, quanto si recupera sulle rette in base all’Isee

Il contributo è destinato ai genitori di bambini con meno di tre anni che frequentano strutture educative autorizzate. L’importo massimo varia in base all’Isee e all’anno di nascita. Per i bambini nati dal 1° gennaio 2024, sono previsti:

  • 3.600 euro annui, con Isee fino a 40mila euro;
  • 1.500 euro annui, con Isee superiore a 40mila euro oppure in assenza di un indicatore valido.

Per i bambini nati prima del 1° gennaio 2024, gli importi sono differenti:

  • 3.000 euro annui con Isee fino a 25mila euro circa;
  • 2.500 euro annui con Isee superiore a 25mila e fino a 40mila euro;
  • 1.500 euro annui con Isee superiore a 40mila euro oppure non disponibile.

Il rimborso viene riconosciuto per un massimo di undici mensilità e non può superare l’importo effettivamente pagato per la retta.

Dal 2026, ai fini del calcolo, viene utilizzato l’Isee per specifiche prestazioni familiari e per l’inclusione, neutralizzando gli importi dell’Assegno unico secondo le regole previste dall’Inps.

Quanto rimborsa l’Inps su una retta da 300 o 400 euro

Per comprendere il funzionamento del bonus si possono considerare due esempi pratici. Una famiglia con un bambino nato nel 2025 e un Isee di 25mila euro può ottenere fino a 3.600 euro annui, suddivisi in undici rate, generalmente da 327,27 euro. Se la retta mensile è di 400 euro, il rimborso può arrivare a 327,27 euro, lasciando a carico della famiglia circa 72,73 euro.

Con una retta di 300 euro mensili, invece, il contributo copre l’intera spesa documentata, perché il rimborso non può essere superiore a quanto effettivamente pagato. Per un bambino nato prima del 2024, con un Isee di 30mila euro, il limite annuale è invece di 2.500 euro, corrispondente a rate di circa 227,27 euro. Gli importi effettivi dipendono dalle mensilità ammesse, dalle spese documentate e dai requisiti posseduti.

È comunque obbligatorio indicare annualmente le mensilità per le quali si richiede il rimborso. Per le rette riferite al 2026, i documenti di spesa devono essere caricati entro il 30 aprile 2027. L’Inps indica un termine ordinario di 30 giorni per la lavorazione, che decorre dalla disponibilità della documentazione completa. Per i singoli rimborsi mensili, il termine decorre dal caricamento dei relativi giustificativi, una volta accolta la domanda.

Quali errori possono bloccare il rimborso del bonus nido

Uno degli aspetti principali riguarda la documentazione delle spese. L’Inps richiede, per ogni mensilità, una fattura oppure una ricevuta o un avviso di pagamento nei casi consentiti, accompagnati dalla prova del versamento effettuato con strumenti tracciabili. Tra gli errori che possono compromettere o ritardare il pagamento rientrano:

  • Mancanza della ricevuta o della fattura relativa alla mensilità richiesta;
  • Assenza della prova del pagamento tracciabile, necessaria per dimostrare che la retta è stata effettivamente versata;
  • Indicazione errata della struttura educativa o mancata verifica della sua autorizzazione;
  • Isee assente o difforme, che può comportare il riconoscimento dell’importo minimo;
  • Mancato aggiornamento delle mensilità richieste per l’anno di riferimento.

Un ulteriore elemento riguarda il soggetto che presenta la domanda: deve essere il genitore che sostiene effettivamente il pagamento della retta. L’Inps verifica anche che il nido possieda il titolo abilitativo richiesto dalla normativa regionale. Se la struttura non risulta autorizzata, il contributo non può essere riconosciuto.

  •  

Truffa della Tessera Sanitaria, il Ministero della Salute lancia l’allarme: attenzione ad una mail

Una nuova truffa online utilizza il nome del Ministero della Salute per sottrarre dati personali e sensibili ai cittadini. L’allarme arriva direttamente dal dicastero, che ha segnalato la circolazione di false email con cui viene richiesto di procedere alla sostituzione della Tessera Sanitaria. I messaggi, apparentemente inviati da un ente istituzionale, invitano i destinatari a cliccare su un collegamento per completare il rinnovo del documento. In realtà, il link conduce a un sito contraffatto progettato per raccogliere informazioni personali. Il Ministero ha chiarito che si tratta di un “tentativo di phishing per sottrarre dati personali”, invitando i cittadini a non seguire le istruzioni contenute nelle comunicazioni sospette.

Come funziona la truffa della Tessera Sanitaria

Il meccanismo utilizzato dai truffatori parte dall’invio di un’email che riproduce il nome del Ministero della Salute e richiama la necessità di sostituire la Tessera Sanitaria. All’interno del messaggio è presente un link che rimanda a una pagina web graficamente simile a quelle delle amministrazioni pubbliche. Una volta aperto il sito, l’utente viene invitato a compilare un modulo inserendo diversi dati personali e sensibili.

Le informazioni raccolte possono essere successivamente utilizzate per attività illecite, tra cui il furto d’identità, la clonazione di documenti e la rivendita dei dati. La presenza del nome del Ministero o di elementi grafici istituzionali non garantisce quindi l’autenticità della comunicazione.

Il Ministero della Salute ricorda che il rinnovo della Tessera Sanitaria avviene normalmente in modo automatico. Alla scadenza del documento, la nuova tessera viene inviata al cittadino senza che sia necessario compilare moduli ricevuti tramite email.

Il dicastero precisa inoltre che non invia comunicazioni per richiedere l’inserimento di dati personali attraverso siti non istituzionali. Per verificare informazioni relative al documento o richiedere assistenza, è necessario utilizzare esclusivamente i canali ufficiali delle amministrazioni competenti.

Cosa fare se arriva la falsa email del Ministero

Per evitare di cadere nella truffa, il Ministero della Salute invita i cittadini a seguire alcune precauzioni:

  • Non cliccare sui link presenti nelle email sospette che richiedono il rinnovo della Tessera Sanitaria;
  • Non inserire dati personali, documenti o informazioni bancarie nei moduli collegati al messaggio;
  • Cancellare la comunicazione fraudolenta e consultare i siti istituzionali per eventuali verifiche.

Se sono già state comunicate informazioni personali o bancarie, è opportuno contattare tempestivamente gli intermediari interessati e segnalare l’accaduto alla Polizia Postale.

Il precedente delle false comunicazioni sul Fascicolo sanitario elettronico

Un episodio simile era già stato segnalato dal Ministero della Salute nell’aprile 2026.

In quella circostanza, i truffatori inviavano false email nelle quali chiedevano ai cittadini di aggiornare i dati contenuti nel Fascicolo sanitario elettronico. Il collegamento presente nel messaggio conduceva a un sito contraffatto, dove veniva richiesto di compilare un modulo con informazioni personali, sensibili e bancarie. Anche in quel caso, l’obiettivo era ottenere dati riservati sfruttando l’identità di un’amministrazione pubblica e la necessità apparente di aggiornare un servizio sanitario.

  •  

Btp Valore e Btp Valore Insieme, al via la doppia emissione: cosa sapere

Parte oggi, lunedì 19 ottobre 2026, la doppia emissione dei Btp Valore e Btp Valore Insieme, i due titoli di Stato riservati ai piccoli risparmiatori. Il collocamento terminerà venerdì 23 ottobre alle ore 13, salvo chiusura anticipata, come comunicato dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Per la prima volta il Tesoro propone contemporaneamente due strumenti con la stessa durata di cinque anni, ma con modalità differenti di pagamento degli interessi. Il Btp Valore prevede cedole trimestrali crescenti, mentre il nuovo Btp Valore Insieme riconosce un’unica cedola alla scadenza. L’investimento minimo è di 1.000 euro e i titoli possono essere acquistati separatamente oppure insieme, senza commissioni durante il periodo di collocamento.

Quanto rende il Btp Valore 2026 e quali sono le cedole

Il Btp Valore tradizionale prevede un rendimento crescente nel corso dei cinque anni, attraverso il meccanismo denominato step-up. Il ministero dell’Economia ha comunicato i tassi cedolari minimi garantiti per la nuova emissione:

  • 3,70% annuo per il primo e il secondo anno;
  • 4,10% annuo per il terzo e il quarto anno;
  • 4,70% annuo per il quinto anno.

Gli interessi vengono corrisposti ogni tre mesi direttamente al risparmiatore. Per un investimento iniziale di 10mila euro, ad esempio, la cedola trimestrale lorda ammonta a 92,50 euro nei primi due anni, sale a 102,50 euro nel terzo e quarto anno e raggiunge 117,50 euro nell’ultimo anno. I tassi annunciati rappresentano il livello minimo garantito. Alla chiusura del collocamento, prevista per il 23 ottobre, il Tesoro potrà confermarli oppure aumentarli in base alle condizioni di mercato.

Btp Valore Insieme, come funziona la cedola unica del 22,25%

La principale novità dell’emissione di ottobre riguarda il Btp Valore Insieme, che non prevede pagamenti periodici degli interessi. Il titolo riconosce una maxi-cedola minima del 22,25% lordo, corrisposta interamente alla scadenza dei cinque anni, insieme al rimborso del capitale investito. Su un investimento di 10mila euro, la cedola finale lorda sarebbe quindi pari a 2.225 euro. Applicando la tassazione agevolata del 12,5%, l’importo netto degli interessi sarebbe di circa 1.946,88 euro, al netto di eventuali altri costi e imposte.

La differenza principale rispetto al Btp Valore tradizionale riguarda quindi il momento in cui vengono incassati gli interessi, non la durata dell’investimento. I due strumenti sono stati strutturati per offrire rendimenti finanziariamente equivalenti all’emissione.

Come acquistare i Btp Valore dal 19 al 23 ottobre

I due titoli possono essere sottoscritti attraverso i canali bancari e postali abilitati. Chi dispone di un conto corrente con servizio di trading online può effettuare l’acquisto direttamente tramite home banking. In alternativa, è possibile rivolgersi alla propria banca oppure a un ufficio postale, purché si disponga anche di un conto deposito titoli.

Durante il collocamento, il prezzo di acquisto è fissato alla pari, cioè al 100% del valore nominale, e non vengono applicate commissioni di sottoscrizione. Entrambi i titoli hanno scadenza il 27 ottobre 2031.

Anche per queste emissioni viene applicata la tassazione agevolata riservata ai titoli di Stato italiani. Gli interessi sono soggetti a un’imposta del 12,5%, inferiore all’aliquota ordinaria del 26% prevista per molti altri strumenti finanziari. Sono inoltre previste l’esenzione dall’imposta di successione e l’esclusione dal calcolo dell’Isee fino a 50mila euro complessivi di titoli di Stato e degli altri prodotti di risparmio pubblico ammessi dalla normativa. Il limite riguarda il valore complessivo degli strumenti agevolati detenuti dal nucleo familiare, non ciascun singolo titolo acquistato.

Rivendita di Btp Valore e Btp Valore Insieme, cosa sapere

I Btp Valore e Btp Valore Insieme possono essere rivenduti anche prima dei cinque anni, senza dover attendere il rimborso previsto nel 2031. Il prezzo potrebbe essere superiore oppure inferiore al capitale inizialmente investito, in base soprattutto all’andamento dei tassi di interesse. Il rimborso integrale del valore nominale è previsto alla scadenza, mentre non è garantito in caso di vendita anticipata.

Chi sottoscrive entrambi i titoli può inoltre decidere di venderli separatamente, in tranche minime da 1.000 euro, mantenendo una parte dell’investimento fino alla scadenza. Per il Btp Valore Insieme, in particolare, chi vende prima dei cinque anni non incassa la maxi-cedola finale prevista per chi mantiene il titolo fino al rimborso. Il valore degli interessi maturati viene invece riflesso nelle condizioni economiche di vendita sul mercato.

  •  

Proteste tir e scorte a rischio, Meloni: “Non firmo per dare un miliardo ai magistrati”

Supermercati con scaffali sempre meno riforniti, prodotti freschi che iniziano a scarseggiare e rischio di nuovi aumenti dei prezzi della spesa. La protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti sta provocando difficoltà nella distribuzione delle merci, soprattutto nel Sud Italia. Il blocco dei camion interessa Sicilia, Calabria e Puglia, con conseguenze sulle forniture alimentari e sui rifornimenti di carburante. In questo scenario la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato di non voler firmare il decreto per gli adeguamenti degli stipendi dei magistrati, dal costo stimato di quasi un miliardo di euro. La premier ha spiegato di considerare prioritario trovare le risorse necessarie per sostenere l’autotrasporto ed evitare il blocco delle consegne in tutta Italia.

Supermercati con scaffali vuoti, quali prodotti rischiano di mancare

Le proteste degli autotrasportatori stanno rallentando la distribuzione delle merci, con le prime conseguenze visibili nei supermercati delle regioni maggiormente interessate dai presidi. Le difficoltà riguardano soprattutto frutta, verdura, latte e carne, prodotti che richiedono consegne frequenti e tempi di trasporto contenuti per garantirne la conservazione.

In Sicilia, alcune attività della grande distribuzione hanno segnalato una riduzione delle scorte disponibili. Se il fermo dovesse proseguire, le difficoltà potrebbero estendersi ad altri punti vendita. I problemi non riguardano soltanto i supermercati. Anche le aziende agricole rischiano di subire perdite economiche a causa delle consegne bloccate. I prodotti deperibili possono deteriorarsi prima di arrivare ai mercati e ai consumatori.

Non risultano, al momento, assalti generalizzati ai supermercati, mentre aumenta la preoccupazione per la disponibilità dei beni essenziali.

Rischio aumento dei prezzi della spesa per il caro gasolio

Oltre alla disponibilità dei prodotti, un altro problema riguarda il possibile aumento dei prezzi al consumo. Il costo del gasolio si è avvicinato a 2,30 euro al litro, con un incremento stimato dal Codacons vicino al 40% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il carburante rappresenta una voce importante nei costi delle imprese di autotrasporto. Quando il prezzo aumenta, le aziende devono sostenere spese maggiori per consegnare alimenti e altri beni ai punti vendita. Una parte di questi costi potrebbe essere trasferita lungo la filiera commerciale, fino a raggiungere il consumatore finale.

Per le famiglie, questo potrebbe tradursi in una maggiore spesa per l’acquisto dei prodotti alimentari, soprattutto se le difficoltà nei trasporti dovessero prolungarsi. Non sono però disponibili stime precise su quanto potrebbero aumentare i prezzi nei supermercati a causa dell’attuale protesta. Il rischio riguarda anche la riduzione dell’offerta di determinati alimenti freschi. Se le consegne diminuiscono e la disponibilità dei prodotti si restringe, potrebbero verificarsi ulteriori pressioni sui prezzi.

Meloni: “Non posso mettere la mia firma su un Dpcm da quasi un miliardo”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha collegato la crisi dell’autotrasporto alla necessità di individuare risorse economiche per fronteggiare le difficoltà delle imprese. Intervistata telefonicamente dall’Adnkronos, la premier ha annunciato di non voler sottoscrivere il decreto sugli adeguamenti degli stipendi dei magistrati.

“Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”.

Secondo le stime riportate, per sostenere il settore dell’autotrasporto servirebbero almeno 100 milioni di euro.

Aumenti stipendi magistrati, perché la cifra è così alta

L’aumento degli stipendi ai magistrati nasce da alcune sentenze della giustizia amministrativa che hanno riconosciuto la necessità di rivedere il metodo di calcolo degli adeguamenti retributivi dei magistrati. A differenza di altre categorie professionali, gli stipendi dei magistrati vengono aggiornati periodicamente attraverso un meccanismo previsto dalla legge, che tiene conto dell’andamento delle retribuzioni nel pubblico impiego.

Con il precedente sistema di calcolo erano stati determinati aumenti del 4,85% per il triennio 2018-2020 e del 6,69% per il periodo 2021-2023. Dopo i ricorsi presentati dalle associazioni della magistratura, i nuovi valori sono stati rideterminati rispettivamente al 6,22% e al 12,32%. Secondo le stime circolate, l’applicazione del nuovo metodo comporterebbe per lo Stato una spesa complessiva di circa 979 milioni di euro, comprendendo anche gli arretrati. Le associazioni dei magistrati contestano però le cifre diffuse e ricordano che gli adeguamenti derivano da disposizioni di legge e da sentenze della giustizia amministrativa.

  •  

Contare i pinguini in Antartide per 2.500 euro al mese, come candidarsi

Un lavoro di circa sei mesi in Antartide, con uno stipendio mensile compreso tra 1.700 e 2.500 euro per contare i pinguini tra le mansioni previste. È quanto prevede l’offerta di lavoro della fondazione britannica UK Antarctic Heritage Trust (UKAHT), che ogni anno seleziona un piccolo gruppo di operatori da impiegare presso una delle basi più remote del pianeta. Il personale si occupa dell’accoglienza dei turisti, della gestione di un ufficio postale e del monitoraggio di una colonia di pinguini. Il contratto prevede la permanenza in una località isolata, con servizi limitati e condizioni climatiche particolarmente rigide.

Contare i pinguini in Antartide, le mansioni previste

Tra i compiti assegnati agli operatori rientra infatti anche il censimento della colonia di pinguini Papua che nidifica nelle vicinanze della base. L’attività segue un protocollo preciso, finalizzato a raccogliere informazioni sull’andamento della popolazione e a limitare le interferenze con gli animali. Durante le prime settimane, il personale deve ridurre gli spostamenti all’esterno per non disturbare la fase di accoppiamento.

Il censimento completo viene effettuato quando la maggior parte dei nidi contiene le uova. Nelle settimane successive gli operatori registrano il numero dei pulcini nati e ne seguono lo sviluppo. Il monitoraggio permette di raccogliere dati sulla colonia in un’area frequentata regolarmente dai turisti durante la stagione estiva antartica.

Dove si trova la base in Antartide

La sede di lavoro è Port Lockroy, sull’isola Goudier, nell’arcipelago Palmer, in Antartide. La struttura nacque nel 1944 come base militare britannica nell’ambito dell’operazione Tabarin, durante la Seconda guerra mondiale, e venne abbandonata nel 1962. Successivamente restaurata, oggi è riconosciuta come Sito e Monumento Storico e ospita un museo, un negozio di souvenir e il cosiddetto Penguin Post Office, considerato l’ufficio postale più meridionale del mondo.

Tra novembre e marzo, durante l’estate australe, la base riceve migliaia di visitatori che arrivano a bordo delle navi da crociera. I lavoratori selezionati devono occuparsi dell’accoglienza turistica, fornendo informazioni sulla storia della struttura e delle spedizioni antartiche. Tra le altre attività rientrano la gestione del negozio, la manutenzione degli ambienti e lo smistamento di oltre 80mila cartoline, che vengono timbrate manualmente e spedite dai turisti.

Stipendio fino a 2.500 euro al mese e benefit inclusi

La retribuzione prevista dall’offerta varia in base al ruolo ricoperto e si colloca tra 1.700 e 2.500 euro mensili. Oltre allo stipendio, l’organizzazione mette a disposizione dei dipendenti vitto, alloggio ed equipaggiamento polare, necessario per lavorare in sicurezza in un ambiente caratterizzato da temperature sotto lo zero.

La permanenza dura circa sei mesi e richiede la capacità di condividere spazi ristretti con un numero limitato di colleghi, lontano dai principali centri abitati e dai servizi normalmente disponibili. Una delle principali difficoltà riguarda l’assenza di acqua corrente. L’acqua utilizzata per bere e lavarsi viene trasportata in apposite taniche dalle navi di passaggio e deve essere razionata.

Per questo motivo, le docce sono generalmente limitate a una volta alla settimana. In caso di condizioni meteorologiche sfavorevoli, che impediscano l’arrivo delle imbarcazioni, gli intervalli possono essere ancora più lunghi.

  •  

Bonus mamme 2026 fino a 720 euro, come fare domanda e requisiti Inps

Il bonus mamme 2026 sale a 60 euro al mese, per un massimo di 720 euro annui. L’Inps ha pubblicato la circolare n. 106 del 16 ottobre 2026, con le istruzioni per accedere al contributo destinato alle lavoratrici con almeno due figli. Il documento chiarisce i requisiti, gli importi, le modalità di presentazione della domanda e le tempistiche dei pagamenti. Per quest’anno c’è l’aumento del beneficio mensile che passa dai precedenti 40 euro a 60 euro. Il pagamento è previsto in un’unica soluzione a dicembre 2026, mentre l’apertura della procedura per presentare le richieste sarà comunicata successivamente dall’Istituto. La misura viene confermata in attesa dell’introduzione dell’esonero contributivo parziale per le lavoratrici madri, rinviato al 2027.

Bonus mamme 2026, a chi spetta e i requisiti Inps

Il Bonus mamme 2026 è rivolto alle lavoratrici dipendenti e autonome con almeno due figli, purché rispettino specifiche condizioni anagrafiche, lavorative ed economiche. In particolare, possono accedere al bonus:

  • le madri con due figli, se il più piccolo ha meno di 10 anni;
  • le madri con almeno tre figli, se il più piccolo ha meno di 18 anni.

Nel conteggio rientrano anche i figli adottati o in affidamento preadottivo. Il requisito relativo al numero dei figli deve essere presente al 1° gennaio 2026 oppure maturare entro il 31 dicembre dello stesso anno. Se, ad esempio, il secondo figlio nasce ad aprile, il contributo può essere riconosciuto a partire da quel mese.

Possono beneficiarne le lavoratrici dipendenti del settore pubblico e privato, comprese quelle con contratti a tempo determinato, indeterminato, intermittenti o in somministrazione. Sono ammesse anche le lavoratrici autonome iscritte alle gestioni previdenziali obbligatorie, alle casse professionali e alla Gestione separata. Restano escluse le lavoratrici domestiche. È inoltre previsto un limite economico: il reddito annuo da lavoro dipendente o autonomo non deve superare 40mila euro nel 2026.

Bonus mamme con tre figli, cosa cambia per i contratti a tempo indeterminato

Una distinzione importante riguarda le lavoratrici con almeno tre figli che hanno un contratto a tempo indeterminato. Per queste madri il nuovo bonus da 60 euro mensili non viene riconosciuto nei mesi in cui è presente, anche parzialmente, un rapporto di lavoro stabile.

Le lavoratrici interessate possono invece beneficiare, se rispettano i requisiti, dell’esonero del 100% dei contributi previdenziali IVS a proprio carico, previsto fino al 31 dicembre 2026. L’Inps precisa che anche i contratti di apprendistato rientrano tra quelli a tempo indeterminato.

Se una lavoratrice con tre figli passa da un contratto a termine a uno stabile, perde il diritto al nuovo bonus dal mese della trasformazione. Può tuttavia accedere all’esonero contributivo, se ne possiede i requisiti.

Il beneficio ammonta a 60 euro per ogni mese o frazione di mese di attività lavorativa, fino a un massimo di dodici mensilità. Chi possiede tutti i requisiti per l’intero anno può quindi ricevere 720 euro. Per periodi più brevi, l’importo viene calcolato in proporzione ai mesi per i quali spetta il contributo. L’Inps ha chiarito che le somme maturate tra gennaio e dicembre 2026 saranno versate in un’unica soluzione nel mese di dicembre 2026, insieme alla mensilità relativa allo stesso mese.

Come fare domanda all’Inps per il bonus mamme 2026

Per ottenere il Bonus mamme 2026 è necessario presentare una specifica domanda all’Inps. Il riconoscimento della prestazione non è quindi automatico. La procedura di presentazione delle domande non risulta ancora aperta. L’Inps ha precisato che la data di attivazione sarà comunicata attraverso un successivo messaggio ufficiale. Nella richiesta, la lavoratrice dovrà dichiarare il possesso dei requisiti, indicare i dati dei figli e fornire la documentazione necessaria, oltre a scegliere la modalità di pagamento prevista

  •  

BTP Valore e BTP Valore insieme, quanto rendono i due titoli di Stato per i piccoli risparmiatori

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha comunicato i tassi minimi garantiti del BTP Valore e del BTP Valore Insieme, i due titoli di Stato destinati ai piccoli risparmiatori che saranno collocati contemporaneamente dal 19 al 23 ottobre 2026. Entrambi hanno una durata di cinque anni, ma prevedono modalità differenti di pagamento degli interessi. Il BTP Valore tradizionale offre cedole trimestrali crescenti, mentre il BTP Valore Insieme concentra il rendimento in un’unica maxicedola alla scadenza. La sottoscrizione sarà riservata agli investitori individuali e ai soggetti assimilati, con un investimento minimo di 1.000 euro per ciascun titolo.

BTP Valore e BTP Valore insieme, rendimenti e cedole

Il BTP Valore prevede il pagamento di cedole ogni tre mesi. I tassi minimi garantiti seguono il meccanismo step-up, che stabilisce una crescita progressiva degli interessi nel corso della durata del titolo. Nel dettaglio, i rendimenti annui lordi previsti sono:

  • 3,70% per il primo e il secondo anno;
  • 4,10% per il terzo e il quarto anno;
  • 4,70% per il quinto anno.

Il risparmiatore riceverà quindi pagamenti periodici, calcolati sul capitale nominale investito e sulla cedola applicabile nel periodo di riferimento. Per un investimento di 10.000 euro, ad esempio, il tasso del 3,70% corrisponde a 370 euro lordi annui nei primi due anni, distribuiti attraverso quattro cedole trimestrali.

Il BTP Valore Insieme introduce una modalità diversa di remunerazione del capitale. Non sono previste cedole periodiche. L’intero rendimento viene riconosciuto alla scadenza dei cinque anni, insieme al rimborso del capitale investito. Il tasso minimo garantito è pari al 22,25% complessivo, corrisposto al termine del periodo.

Con un investimento di 10.000 euro, il risparmiatore che conserva il titolo fino alla scadenza riceverà quindi una maxicedola di 2.225 euro lordi, oltre alla restituzione dei 10.000 euro iniziali. Applicando la tassazione agevolata del 12,5%, il rendimento netto della maxicedola sarebbe pari a circa 1.946,88 euro, in assenza di altri costi. Il rendimento annualizzato lordo del titolo è indicativamente vicino al 4,10%, considerando l’effetto dell’incasso concentrato alla scadenza.

La principale differenza riguarda il momento in cui vengono pagati gli interessi. Il BTP Valore tradizionale garantisce un flusso di cedole ogni tre mesi, mentre il BTP Valore Insieme prevede un unico pagamento dopo cinque anni.

Quanto si guadagna a fine investimento

Per capire quanto rendono i due titoli di Stato dopo cinque anni è possibile simulare il guadagno utilizzando i tassi minimi garantiti dal Mef e applicando la tassazione agevolata del 12,5%. Il BTP Valore tradizionale prevede un rendimento annuo lordo del 3,70% per i primi due anni, del 4,10% per il terzo e quarto anno e del 4,70% per il quinto. Sommando le cedole dei cinque anni, il rendimento complessivo lordo è pari al 20,30% del capitale investito. Dopo la tassazione, il guadagno netto complessivo è del 17,76% circa. Il BTP Valore Insieme, invece, riconosce una maxicedola lorda del 22,25% alla scadenza. Al netto dell’imposta del 12,5%, il rendimento complessivo è pari al 19,47% circa. Una simulazione dei guadagni dopo cinque anni:

Capitale investito BTP Valore: guadagno netto BTP Valore Insieme: guadagno netto
1.000 euro 177,63 euro 194,69 euro
5.000 euro 888,13 euro 973,44 euro
10.000 euro 1.776,25 euro 1.946,88 euro

Con un investimento di 10.000 euro, il BTP Valore tradizionale genera complessivamente 2.030 euro lordi di interessi, che diventano 1.776,25 euro dopo le imposte. Il BTP Valore Insieme, sulla stessa cifra, riconosce invece 2.225 euro lordi alla scadenza, equivalenti a 1.946,88 euro netti.  Le simulazioni non comprendono l’eventuale reinvestimento delle cedole trimestrali del BTP Valore tradizionale, né l’imposta di bollo sul deposito titoli, generalmente pari allo 0,2% annuo, o eventuali costi applicati dall’intermediario. I risultati si basano sui tassi minimi annunciati e potrebbero aumentare qualora il Tesoro decidesse di rivedere al rialzo i rendimenti definitivi al termine del collocamento.

Quando si possono acquistare i BTP Valore di ottobre 2026

Il collocamento è previsto da lunedì 19 a venerdì 23 ottobre 2026, con chiusura alle ore 13 dell’ultimo giorno, salvo conclusione anticipata dell’offerta. La sottoscrizione potrà avvenire attraverso il proprio servizio di home banking, purché abilitato al trading online, oppure rivolgendosi alla banca o all’ufficio postale presso cui si dispone di un conto corrente e di un deposito titoli.

L’acquisto durante il collocamento avverrà sulla piattaforma MOT di Borsa Italiana, alla pari, cioè a un prezzo di 100, e senza commissioni di sottoscrizione. L’importo minimo è fissato a 1.000 euro per ciascun titolo, senza un tetto massimo di investimento. Entrambi i titoli potranno essere venduti sul mercato secondario anche prima della scadenza dei cinque anni. In questo caso il prezzo dipenderà dalle condizioni di mercato e potrà essere superiore o inferiore al valore nominale. Al termine del collocamento, previsto per il 23 ottobre, il Tesoro potrà confermare i tassi minimi garantiti oppure modificarli esclusivamente al rialzo, in base alle condizioni di mercato.

  •  

Pensione anticipata, nuove regole Inps per l’anzianità contributiva

Cambiano i criteri per accedere agli scivoli pensionistici aziendali per i lavoratori che non avevano versato contributi al 31 dicembre 1995. Si tratta dei cosiddetti contributivi puri, ai quali si applica interamente il sistema di calcolo contributivo della pensione. Con la circolare n. 104 del 29 settembre 2026, l’Inps ha chiarito come verificare i requisiti necessari per accedere all’isopensione e agli assegni straordinari erogati dai fondi di solidarietà.

Come funzionano gli scivoli pensionistici aziendali

Gli scivoli aziendali consentono ai lavoratori vicini alla pensione di lasciare anticipatamente il lavoro attraverso accordi con il datore di lavoro. Durante il periodo che precede il pensionamento, il dipendente riceve una prestazione economica finanziata dall’azienda. Il datore di lavoro sostiene anche la contribuzione correlata, secondo le regole previste per lo specifico strumento.

Tra le principali forme di accompagnamento rientrano l’isopensione e gli assegni straordinari dei fondi di solidarietà. L’isopensione, disciplinata dalla legge 92 del 2012, prevede una durata ordinaria massima di 48 mesi, elevata a 84 mesi per le uscite con decorrenza entro il 1° dicembre 2026.

Per gli assegni straordinari dei fondi di solidarietà bilaterali, invece, la durata massima è di 60 mesi. Il lavoratore deve maturare il diritto alla pensione entro il periodo massimo previsto, considerando anche le eventuali finestre di attesa per la decorrenza del trattamento.

Cosa cambia per i lavoratori contributivi puri

La circolare Inps interviene sulla verifica dei requisiti per chi ha iniziato a versare contributi dopo il 31 dicembre 1995. Per questi lavoratori, l’accesso ad alcune pensioni richiede non soltanto un’età minima e un determinato numero di anni di contribuzione, ma anche il raggiungimento di una soglia economica.

L’importo minimo viene calcolato prendendo come riferimento l’assegno sociale, il cui valore è aggiornato periodicamente. L’Inps ha quindi precisato che, per accedere agli scivoli aziendali, il requisito deve essere verificato alla data di ingresso nell’esodo. Non è necessario attendere il momento in cui il lavoratore raggiungerà effettivamente l’età pensionabile.

Come si calcola l’importo minimo della pensione

Per verificare il requisito economico, l’Inps considera la contribuzione maturata fino alla data di accesso allo scivolo e il coefficiente di trasformazione corrispondente all’età del lavoratore in quel momento. Il risultato viene confrontato con il valore dell’assegno sociale in vigore alla stessa data.

L’importo pensionistico così calcolato deve raggiungere la soglia minima prevista per la forma di pensionamento scelta. Secondo l’Istituto, il raggiungimento del requisito al momento dell’esodo costituisce un indicatore della possibilità di soddisfarlo anche quando decorrerà la pensione, sulla base delle valutazioni statistiche e attuariali richiamate nella circolare.

Pensione di vecchiaia, requisiti e importi nel 2026

Per i lavoratori interamente contributivi, la pensione di vecchiaia richiede generalmente 67 anni di età, almeno 20 anni di contributi e un importo pensionistico non inferiore all’assegno sociale. Nel 2026  ammonta a 546,24 euro lordi mensili e costituisce il riferimento economico da utilizzare per verificare il requisito quando l’ingresso nello scivolo avviene nel 2026.

Esiste anche una possibilità alternativa: accedere alla pensione a 71 anni, con almeno cinque anni di contribuzione effettiva, senza dover raggiungere l’importo minimo collegato all’assegno sociale.

Pensione anticipata a 64 anni, le soglie da rispettare

Per accedere alla pensione anticipata contributiva sono richiesti ordinariamente 64 anni di età, almeno 20 anni di contribuzione effettiva e un importo minimo della pensione. Nel 2026 le soglie economiche sono:

  • 1.638,72 euro lordi mensili, pari a tre volte l’assegno sociale;
  • 1.529,47 euro mensili per le lavoratrici con un figlio, pari a 2,8 volte l’assegno sociale;
  • 1.420,22 euro mensili per le lavoratrici con almeno due figli, pari a 2,6 volte l’assegno sociale.

Le cifre si riferiscono ai valori del 2026. Per la verifica dell’accesso all’esodo è necessario utilizzare gli importi in vigore alla data effettiva di ingresso nel percorso aziendale. Dal 1° gennaio 2030, salvo modifiche normative, il moltiplicatore generale previsto per questa forma di pensionamento salirà a 3,2 volte l’assegno sociale.

Il tetto massimo alla pensione anticipata

Per chi accede alla pensione anticipata contributiva a 64 anni è previsto anche un limite massimo all’importo erogabile. Fino al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia, il trattamento non può superare cinque volte il minimo pensionistico. Per il 2026, il tetto indicato è pari a 3.059,25 euro lordi mensili.

Resta inoltre disponibile, per chi possiede i requisiti, la pensione anticipata ordinaria, che non prevede una soglia minima d’importo. I requisiti contributivi indicati sono 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.

Come verificare se si può accedere allo scivolo aziendale

Prima di aderire a un percorso di esodo, il lavoratore deve verificare che la pensione possa decorrere entro il periodo massimo di accompagnamento previsto. Il controllo deve considerare gli anni di contribuzione maturati, l’età alla data di uscita, la prestazione pensionistica di riferimento e gli eventuali requisiti economici.

Per chi rientra interamente nel sistema contributivo, assume particolare importanza la simulazione dell’assegno pensionistico. La verifica può essere richiesta all’Inps o a un patronato, utilizzando la posizione contributiva individuale e le condizioni previste dall’accordo aziendale.

  •  

Intelligenza artificiale e conti correnti, la BCE chiede alle banche più difese entro il 31 ottobre

L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più nelle banche, ma porta con sé nuovi rischi per la sicurezza dei conti correnti. Per questo motivo la Banca centrale europea ha chiesto ai principali istituti vigilati di rafforzare le proprie difese contro le minacce informatiche potenziale dall’AI entro il 31 ottobre 2026.

Tutto questo riguarda chiaramente molto da vicino i correntisti, chiamati a fare la propria parte per proteggere risparmi e dati personali. Chiariamo quali sono le richieste della BCE nel dettaglio e che tipo di rischi corriamo.

Cosa chiede la BCE

È giunta una lettera dalla vigilanza bancaria della BCE, nella quale si chiede ai grandi istituti dell’area euro di innalzare il livello di protezione contro le minacce informatiche legate all’intelligenza artificiale. Gli istituti dovrebbero adeguarsi in tempi rapidissimi, entro il 31 ottobre 2026, valutando come l’uso crescente dell’IA, tanto da parte delle banche che da parte dei criminali, possa esporre i sistemi a nuove vulnerabilità. Un intervento che rappresenta un tassello chiave nel quadro di regole europee sempre più attento al concetto di resilienza digitale.

I rischi dell’AI in banca

I pericoli sono di diversa natura:

  • gli agenti IA (programmi in grado di agire autonomamente) potrebbero interpretare male attività del tutto legittime, scambiandole per minacce e bloccando servizi ai clienti;
  • con la tecnica del prompt injection delle istruzioni malevole possono essere nascoste in documenti o messaggi per manipolare il comportamento dell’AI;
  • l’IA può essere sfruttata per individuare le falle dei sistemi e automatizzare le fasi di un attacco, rendendo le intrusioni più rapide e riducendo il tempo a disposizione per reagire, con possibili conseguenze sui risparmi.

Per contenere questi rischi, agli istituti viene chiesto di definire in modo preciso cosa possono fare gli agenti di AI, prevedendo una conferma umana per le operazioni più delicate. Ogni azione dell’IA dev’essere tracciabile e verificabile, con possibilità di spegnere il tutto rapidamente in caso di problemi.

Le banche devono poi effettuare verifiche periodiche sulle vulnerabilità dei programmi usati, mantenendo gli aggiornamenti di sicurezza, disponendo di backup isolati e procedendo al ripristino in caso d’emergenza. Il tutto nel rispetto del regolamento europeo Dora sulla resilienza operativa digitale, in vigore dal 17 gennaio 2025, che fissa standard comuni per la sicurezza informatica.

Come difendersi

Anche i correntisti possono fare molto per proteggersi e dovrebbero agire in maniera rapida e attenta. Ecco un po’ di consigli pratici e utili:

  • attivare le notifiche sulle operazioni;
  • controllare con regolarità i movimenti del conto;
  • custodire con cura le credenziali d’accesso;
  • non condividere mai password o codici temporanei;
  • verificare che il nome del beneficiario corrisponda all’IBAN indicato prima di un bonifico;
  • prestare attenzione alle comunicazioni sospette, comprese chiamate e messaggi falsi creati con l’AI;
  • segnalare subito alla banca dei pagamenti non autorizzati (la contestazione è possibile fino a 13 mesi);
  • verificare le comunicazioni attraverso i canali ufficiali dell’istituto.

  •  

Povertà in Italia, oltre 5,4 milioni di persone in difficoltà: i dati Istat del 2025

In Italia oltre 5,4 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. È quanto emerge dalle stime Istat relative al 2025, che fotografano una situazione sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Le famiglie in povertà assoluta sono più di 2,1 milioni, pari all’8% del totale, mentre l’incidenza tra gli individui raggiunge il 9,3%. Resta stabile anche la povertà relativa, che coinvolge oltre 2,8 milioni di famiglie, per un totale di quasi 8,7 milioni di persone. L’incidenza è pari al 10,8% tra le famiglie e al 14,8% tra gli individui.

Povertà in Italia, dove è più presente

Il Mezzogiorno continua a registrare l’incidenza più elevata di povertà assoluta tra le famiglie, pari al 9,6%, con circa 813mila nuclei coinvolti. Seguono il Nord-ovest, con il 7,7% e 568mila famiglie, e il Nord-est, dove l’incidenza è del 7,4%, pari a 386mila famiglie. Il Centro presenta il valore più contenuto, con il 6,3% e circa 338mila nuclei in difficoltà.

Considerando la distribuzione nazionale delle famiglie in povertà assoluta, il 38,6% risiede nel Mezzogiorno, il 45,3% al Nord e il 16,1% al Centro. L’intensità della povertà, che misura quanto la spesa delle famiglie povere sia inferiore alla soglia necessaria per soddisfare i bisogni essenziali, si attesta al 18,5% a livello nazionale. Nel Mezzogiorno sale al 19%, dal 18,5% del 2024.

Oltre un milione di minori in povertà assoluta

La condizione economica delle famiglie con figli rappresenta uno degli aspetti più rilevanti del rapporto. Nel 2025 sono 1 milione e 136mila i minori in povertà assoluta, pari al 12,5% dei bambini e ragazzi residenti in Italia. La percentuale raggiunge il 15,2% nel Mezzogiorno, mentre al Centro si attesta al 10,7%.

Tra i giovani di età compresa tra 18 e 34 anni, l’incidenza è pari al 12,1%, per quasi 1,2 milioni di persone. La diffusione della povertà diminuisce nelle fasce d’età successive: riguarda l’8,9% delle persone tra 35 e 64 anni e il 6,1% degli ultrasessantacinquenni. Rispetto al 2024 emergono segnali di miglioramento tra i bambini e ragazzi di 7-13 anni, con un’incidenza scesa dal 14,9% al 12,1%.

Famiglie numerose e genitori soli più esposti

La povertà assoluta aumenta con il numero dei componenti del nucleo familiare. Tra le famiglie con cinque o più persone, l’incidenza arriva al 19,2%, mentre scende al 10,5% per quelle di quattro componenti e all’8,4% per quelle di tre.

Tra le coppie con almeno tre figli, quasi una su sei è in povertà assoluta: la percentuale raggiunge il 16,9%. Anche le famiglie monogenitore registrano valori superiori alla media nazionale, con un’incidenza dell’11,5%.

Considerando soltanto i nuclei con figli minorenni, il rischio economico aumenta al crescere del numero dei bambini. La povertà riguarda il 7,8% delle coppie con un figlio minore, il 10% di quelle con due e il 17,7% delle coppie con almeno tre figli minorenni.

Lavorare non basta sempre a evitare la povertà

La situazione occupazionale della persona di riferimento del nucleo familiare incide sulla diffusione della povertà. Tra le famiglie in cui questa persona è un lavoratore dipendente, l’incidenza è pari all’8,5%.

La percentuale sale al 14,3% quando la persona di riferimento è un operaio o svolge un’attività assimilata. Il valore raggiunge il 20,7% tra le famiglie in cui la persona di riferimento è in cerca di occupazione.

Il titolo di studio rappresenta un altro elemento di differenziazione. La povertà assoluta interessa il 4,4% delle famiglie in cui la persona di riferimento possiede almeno un diploma di scuola superiore. La quota sale all’11,9% quando il titolo massimo è la licenza media e al 12,3% quando non supera la licenza elementare.

Le differenze tra famiglie italiane e straniere

I dati Istat evidenziano differenze anche in base alla cittadinanza dei componenti del nucleo familiare. Tra le famiglie composte esclusivamente da cittadini italiani, l’incidenza della povertà assoluta è pari al 5,9%.

La percentuale sale al 26,7% nelle famiglie con almeno un componente straniero e raggiunge il 29,4% tra quelle formate soltanto da cittadini stranieri. La differenza si registra anche nelle famiglie con minori.

In questo caso la povertà assoluta riguarda il 7,8% dei nuclei composti esclusivamente da italiani e il 31,4% di quelli costituiti soltanto da stranieri. Rispetto al 2024, tuttavia, si osserva una riduzione dell’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con minori in cui sono presenti cittadini stranieri.

Povertà nei piccoli Comuni e nelle grandi città

Nel 2025 si registrano alcuni miglioramenti nei Comuni fino a 50mila abitanti che non appartengono alle periferie delle aree metropolitane. In questi territori l’incidenza della povertà assoluta scende dal 8,9% del 2024 al 7,4%.

Nei Comuni periferici delle aree metropolitane e negli altri Comuni sopra i 50mila abitanti, invece, la percentuale si attesta all’8,9%. Nei centri delle aree metropolitane il valore nazionale è pari all’8,1%, ma con differenze territoriali. Al Nord l’incidenza diminuisce dall’8,2% al 5%, mentre al Centro sale dal 4,1% all’8,3%. Per le famiglie con minori, infine, i valori più elevati si registrano proprio nei Comuni centro delle aree metropolitane, dove l’incidenza raggiunge il 13,4%.

  •  

Riforma polizia locale, cosa cambia per gli agenti. Mancano 20 milioni di euro

Dopo quasi quarant’anni, la riforma della polizia locale è legge. Il Parlamento ha approvato definitivamente il disegno di legge delega che riscrive funzioni, ordinamento e tutele degli agenti dei Comuni italiani. Si tratta del primo intervento organico dalla legge quadro del 1986. Il provvedimento introduce nuovi strumenti operativi, rafforza alcune garanzie per il personale e amplia l’accesso alle banche dati. Tra le novità ci sono bodycam, coperture assicurative in caso di infortunio, patrocinio legale per procedimenti legati all’uso delle armi o della forza e consultazione del Ced del Viminale.

Riforma polizia locale, cosa cambia per gli agenti

La riforma sulla polizia locale interviene su diversi aspetti dell’attività quotidiana della polizia locale. Gli agenti potranno essere dotati di bodycam, strumenti pensati per documentare gli interventi e aumentare la tracciabilità delle operazioni.

Vengono rafforzate anche le coperture assicurative in caso di infortunio. Un altro punto centrale riguarda la tutela legale: quando un agente viene coinvolto in un procedimento per fatti commessi durante il servizio e collegati all’uso delle armi o della forza, le spese di difesa saranno a carico del Comune.

La copertura potrà riguardare sia il ricorso a un avvocato di fiducia sia l’assistenza dell’avvocatura interna dell’amministrazione, se presente.

Accesso al Ced del Viminale e alle banche dati

Con la nuova riforma, la polizia locale potrà accedere al Ced del ministero dell’Interno, il Centro elaborazione dati interforze usato dalle forze di polizia dello Stato per attività investigative e di controllo.

Gli agenti potranno inoltre consultare i sistemi informativi del Pubblico registro automobilistico e della Motorizzazione. In questo modo ci potrebbero essere controlli più rapidi ed efficaci, dando ai corpi comunali accesso diretto a dati finora non disponibili attraverso questi canali.

Come verranno strutturati gli organici

La riforma interviene anche sull’organizzazione degli organici e sulle procedure di reclutamento. Saranno i regolamenti comunali a definire i requisiti minimi per partecipare ai concorsi e la dotazione complessiva dei corpi di polizia locale.

Il numero degli agenti dovrà essere stabilito considerando diversi elementi, tra cui popolazione residente, flussi stagionali, estensione del territorio, caratteristiche socio-economiche e morfologia dell’area. Le scelte dei Comuni dovranno però rispettare i parametri fissati dalle Regioni e le risorse già disponibili secondo la normativa vigente.

Riforma polizia locale, i fondi

La riforma nasce con un problema finanziario. La legge di Bilancio per il 2021 aveva istituito presso il ministero dell’Interno un Fondo per la riforma della polizia locale, con una dotazione di 20 milioni di euro all’anno a partire dal 2022.

La dotazione prevista per il 2026 è stata azzerata dal decreto legge 23 del 2026, il cosiddetto decreto Sicurezza, perché le risorse sono state destinate alla copertura di altre misure legate al “potenziamento delle iniziative in materia di sicurezza urbana”.

Questo significa che la riforma introduce nuovi obblighi e possibili costi per le amministrazioni comunali, senza prevedere risorse aggiuntive specifiche per sostenerli.

  •  
❌