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Il Financial Times ha pubblicato la classifica annuale dedicata agli Executive Master in Business Administration (Emba). In questo scenario la formazione manageriale italiana si è particolarmente distinta, con la sede torinese della Escp Business School che ha conquistato il quinto posto assoluto.
La top five globale rappresenta un risultato di rilievo per chi valuta un investimento importante sulla propria carriera, che vede il nostro Paese presente con 3 programmi tra i 100 migliori al mondo. Vediamo chi guida la graduatoria.
Il quotidiano britannico pubblica questa graduatoria dei migliori master post-laurea in economia e gestione d’azienda ogni anno. Parliamo degli Executive Mba, rivolti a chi ha già esperienza professionale.
In vetta alla classifica si piazza l’Emba Kellogg-HKUST, nato dalla collaborazione tra l’americana Kellogg School of Management e l’asiatica HKUST Business School. Tra i 100 programmi migliori al mondo compaiono tre proposte italiane, a conferma della competitività di alcune business school del nostro Paese su scala internazionale.
L’Italia è trainata dall’Executive Mba della Escp Business School. È un’istituzione fondata a Parigi ma ormai diffusa su scala internazionale con 7 campus, tra i quali spicca quello di Torino. Il programma si è aggiudicato il quinto posto nel mondo, risultando primo tra gli italiani e terzo tra gli europei.
Ha inoltre conquistato la medaglia d’argento per esperienza internazionale, con una quota di partecipanti e docenti stranieri superiore al 90%. Ecco le parole di Alberta Di Giuli, Dean di Escp Torino:
Sono particolarmente orgogliosa del contributo che il team e la faculty del Campus di Torino apportano a questo risultato. (…) La nostra è un’offerta formativa rigorosa, aggiornata e capace di generare valore concreto per i partecipanti.
Le altre due italiane richiedono di scorrere un po’ di più la classifica. L’Emba della Sda Bocconi School of Management si colloca al quarantesimo posto. Un salto indietro di 15 posizioni rispetto al 2025.
Più indietro c’è la Polimi School of Management del Politecnico di Milano, all’ottantanovesimo posto. Anche in questo caso si registra un peggioramento, considerando il 77esimo gradino precedente.
Per stilare questa particolare classifica, il Financial Times non guarda a un singolo parametro, ma combina più criteri per misurare il valore reale di un Executive Mba. Tra gli elementi considerati ci sono:
Di fatto si va a premiare la qualità della didattica ma anche l’impatto concreto del percorso sul reddito e la crescita professionale.

A fine settembre, nella cornice dello Soteu, Ursula von der Leyen ha messo in evidenza il legame inscindibile tra sicurezza energetica e costi economici. Per un insieme di Paesi privo di materie prime, una crisi geopolitica come quella scatenata dalle tensioni nel Golfo Persico fa emergere con forza questa interdipendenza.
Agli Stati membri si chiede di elettrificare il più possibile per ridurre la dipendenza da gas e combustibili fossili, ma l’assenza di strumenti vincolanti porta il sistema energetico nazionale italiano ad accusare storture peculiari.
Con la Manovra di Bilancio 2027, grazie alla clausola di salvaguardia, l’esecutivo si appresta a mettere in campo circa 14 miliardi di euro in bonus energia e misure di contenimento. Un’imponente dote finanziaria che, tuttavia, non si tradurrà in un reale calo delle bollette per le famiglie e le imprese.
La Commissione ha legato a più riprese la sicurezza energetica ai costi economici delle importazioni, ricordando come gli shock geopolitici siano costati all’Unione oltre 90 miliardi di euro in acquisti di fonti fossili. Per affrancarsi da questa dipendenza, Bruxelles ha fissato l’obiettivo di raddoppiarne la quota nel mix energetico entro il 2040, stimando un risparmio di 260 miliardi di euro all’anno.
Tuttavia, queste ambizioni non sono state accompagnate da alcuna dotazione finanziaria di bilancio né da atti vincolanti a sostegno dei consumatori. A complicare il quadro si aggiunge la recente revisione al ribasso degli obiettivi Net Zero e del calendario sulle emissioni: una mossa politica che concede ossigeno ai produttori di auto a combustione interna, ma che rischia di rallentare ulteriormente gli investimenti sull’elettrico.
In parallelo, il meccanismo europeo di carbon pricing (Ets) fa gravare i costi della CO2 sull’energia elettrica, esentando ancora per gran parte i combustibili tradizionali e rendendo il vettore pulito paradossalmente più caro.
Se l’Europa offre un quadro normativo frammentato, la struttura tariffaria italiana accentua la distorsione. Come evidenziato dalle analisi di ECCO, che riportiamo per semplicità in tabella, in Italia l’energia elettrica paga tasse e oneri sproporzionati rispetto al gas e ai carburanti tradizionali.
| Ambito d’uso | Vettore Elettrico | Vettore fossile | Impatto dell’imposizione |
|---|---|---|---|
| Utenze domestiche | Fino a 0,0873 euro al kWh (fisco e oneri) | 0,0231 euro al kWh sul gas naturale | L’elettricità paga 3-4 volte più del gas |
| Pmi e industria | Fino a 0,1119 euro al kWh in bassa tensione | 0,0057 euro al kWh sul gas naturale | L’elettricità paga fino a 20 volte più del gas |
| Trasporti e ricariche | Da 0,141 a 0,398 euro al kWh per ricarica pubblica | 0,089 euro al kWh per la benzina | L’elettrico paga fino a 4 volte più dei fossili |
Questo fenomeno deriva dalla scelta di continuare a scaricare oltre l’80% degli oneri di sistema per il finanziamento delle fonti rinnovabili unicamente sulle bollette elettriche, nonostante l’Ue consigli di andare in direzione opposta. Di conseguenza, tecnologie ad altissima efficienza come le pompe di calore o i veicoli elettrici vedono azzerato gran parte del risparmio economico potenziale a causa del peso fiscale applicato al kilowattora.
A soffrirne maggiormente è il tessuto produttivo nazionale. Come già denunciato dai rappresentanti di Confindustria a giugno in un convegno sugli Ets, la competitività delle industrie che scelgono di rimanere in Italia e di non delocalizzare riesce a mantenere performance accettabili pur sostenendo una doppia tassazione energetica: quella sulla corrente elettrica e quella sulle quote di carbonio necessarie alla produzione.
Lo stato delle finanze pubbliche italiane rende ancora più difficile la gestione dell’emergenza. Con il rapporto deficit/Pil che ha di nuovo superato la soglia del 3%, l’esecutivo punta a sfruttare l’ipotesi di uno scostamento di bilancio fino allo 0,3% del Pil, facendo perno sui margini di flessibilità concessi dalla clausola di salvaguardia nazionale per la difesa e la sicurezza energetica.
Finanziare in deficit 14 miliardi di euro per tamponare il rialzo delle bollette sarà una misura necessaria per evitare il collasso sociale, ma è inutile negarlo: è un intervento di breve respiro. C’è bisogno di una maggiore trasparenza nella gestione della liquidità derivata dagli Ets, da cui perdiamo quasi 9 miliardi; serve una riforma organica della fiscalità energetica che riequilibri il carico fiscale tra fonti fossili ed elettricità, rendendo l’uso dei fossili davvero svantaggioso.
Impiegare risorse pubbliche per congelare temporaneamente i prezzi rischia solo di appesantire il debito, senza risolvere il nodo della dipendenza dalle materie prime esterne e senza garantire reali ribassi in per cittadini e imprese.

© JOÃO PORFÍRIO/OBSERVADOR


Non è vero che non ha fatto nulla. Che vi pare? Anzi, è come in quella canzone di Fabrizio De André: «Si costerna, si indigna, si impegna». Poi fa finta di gettare la spugna. E infine, rieccolo qua. Renato Schifani, l’uomo-sfinge, imperturbabile a tutto, che in questi quattro anni tutti gli scandali ha vissuto, subito, attraversato: la crema degli uomini che sostengono, consigliano o orbitano attorno al suo governo in qualche caso arrestata, in altri indagata o imputata per corruzione et similia.
L’ultimo è Gaetano Armao, l’avvocatone, già vicepresidente della Regione, presidente della Commissione tecnica specialistica per le autorizzazioni ambientali e, fino all’altro ieri, consigliere giuridico di Schifani. Per lui la Procura di Palermo ha chiesto l’arresto. Secondo l’accusa, le telecamere della polizia lo avrebbero ripreso mentre riceveva denaro in auto e poi nascondeva buste e mazzette dietro un orologio a pendolo. Armao contesta tutto e promette di dimostrare l’infondatezza delle accuse. E quel pendolo sembrava suonare finalmente l’ora per Schifani. Troppo grave quest’ultimo scandalo. Persino Forza Italia ha detto basta: a tutto c’è un limite, e soprattutto a tutto c’è un congresso, una successione e qualcuno che nel frattempo ha già cominciato a misurare le tende di Palazzo d’Orléans.
Il commissario regionale Nino Minardo ha chiesto una «proposta politica completamente nuova». Traduzione simultanea dal politichese: «Caro Renato, grazie di tutto, per il bis vedremo, ma possibilmente non vedremo te». Schifani l’ha presa bene. Cioè malissimo. Ha annunciato di stare «valutando le decisioni da assumere», ha fatto sapere di essersi sentito tradito, ha avuto una telefonata ad alta temperatura con Antonio Tajani. E ha lasciato filtrare l’arma atomica: le dimissioni immediate, la caduta dell’Assemblea regionale, elezioni già a dicembre, niente Finanziaria e soprattutto niente pensione per i deputati al primo mandato, ai quali mancavano ancora alcuni mesi per raggiungere la mitica soglia dei quattro anni, sei mesi e un giorno. In Sicilia le coalizioni possono litigare su tutto, ma davanti al requisito previdenziale ritrovano immediatamente la Costituzione materiale.
Il Parlamento regionale ama definirsi il più antico d’Europa e certamente non è il più economico. Minacciare di mandarlo a casa prima della maturazione delle pensioni è l’equivalente siciliano del mettere un cerino vicino a un deposito di benzina: improvvisamente tutti diventano ragionevoli, responsabili, istituzionali. Persino affettuosi.
Schifani si sente assediato, circondato da traditori e cortigiani. Parte il penultimatum. Riunioni, telefonate, luci accese a Palazzo nelle ore piccole come negli stati di crisi. Il presidente si scervella, si asciuga la fronte, tace, convoca la Giunta con all’ordine del giorno i «provvedimenti più urgenti».
La Sicilia trattiene il fiato. Dimissioni? Azzeramento? Voto anticipato? La fine della legislatura? L’Armageddon con granita? E infine arriva il grande annuncio. Ma quali dimissioni? Quale azzeramento? Quale voto? La Giunta degli assessori sotto processo – il governo che ha avuto come azionisti politici Salvatore «Totò» Cuffaro e come consulente Armao – se ne esce con l’ennesimo provvedimento anticorruzione. Insomma, non siamo più dalle parti della politica. Siamo entrati nella leggenda.
Ricorda molto il falso storico più celebre della storia di Napoli, il presunto ordine della Marina borbonica noto come «Facite ammuina»: All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora; chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta; tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio, passann’ tutti p’o stesso pertuso; chi nun tene nient’ a ffà, s’aremeni a cca e a llà. Nota bene: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. A Palazzo d’Orléans funziona allo stesso modo: chi può convochi una Giunta, chi non può organizzi una commemorazione antimafia, qualcun altro inventi un protocollo, tutti pronuncino un severo «mai più». Nota bene: da utilizzare in occasione di indagini di qualche Procura.
Per carità, il disegno di legge approvato dalla Giunta è persino sensato. Prevede un Registro pubblico dei rappresentanti di interessi, un’Agenda degli incontri, l’obbligo di indicare partecipanti, finalità e procedimenti amministrativi interessati. Dovranno essere tracciati anche i contatti sull’ordine di trattazione delle pratiche, sui tempi, sull’assegnazione dei fascicoli, sulla scelta degli istruttori e sulle valutazioni tecniche. Gli obblighi riguarderanno presidente, assessori, consulenti, dirigenti e organismi con funzioni istruttorie o consultive. Praticamente la Giunta ha preso il decreto di perquisizione dell’inchiesta Armao e lo ha trasformato in un programma di governo.
Nelle accuse rivolte all’ex presidente della Cts si parla infatti proprio di rapporti con imprenditori, indicazione di funzionari, corsie preferenziali, informazioni anticipate, tempi delle pratiche e incontri informali. La risposta del governo è: «D’ora in poi scriviamo tutto nell’agenda». Un’ottima idea. Come installare l’allarme antincendio quando il salotto è già pieno di fumo e i pompieri stanno chiedendo dove sia il contatore del gas.
Schifani ha dichiarato che «il risanamento morale delle istituzioni è una responsabilità che la politica deve assumersi». Parole impeccabili. Il problema di Schifani è proprio questo: le parole gli vengono benissimo. Sono i nomi che gli creano qualche difficoltà. Il provvedimento, precisa la Regione, era allo studio da tempo. E può anche essere vero. Ma in politica il calendario conta quasi quanto il contenuto. Se approvi la legge sulla trasparenza il giorno in cui tutti aspettano le tue dimissioni per una sequenza di scandali, stai eseguendo un numero da prestigiatore. La mano destra mostra il Registro dei lobbisti. La sinistra nasconde le dimissioni. Applausi.
Naturalmente vale la presunzione di innocenza. È sacrosanta. Armao non è stato condannato; la misura chiesta dalla Procura deve ancora essere valutata dal giudice e le sue responsabilità sono tutte da accertare. Ma non deve stabilire la colpevolezza penale; deve valutare responsabilità, opportunità, credibilità, permanenza negli incarichi. Il catalogo, del resto, è impressionante.
Il presidente dell’Assemblea regionale, Gaetano Galvagno, è a processo per corruzione, peculato, falso e truffa. L’assessora al Turismo Elvira Amata è imputata per corruzione e continua a sedere in Giunta, respingendo le accuse. Sono entrambi esponenti di Fratelli d’Italia. Il vicepresidente della Regione e assessore all’Agricoltura Luca Sammartino è a processo per due presunti casi di corruzione nell’inchiesta Pandora. Nel 2024 si dimise dopo la sospensione dalle funzioni pubbliche; terminata l’interdizione, Schifani lo ha richiamato in Giunta. Roberto Di Mauro, già assessore all’Energia, è coinvolto nell’inchiesta sugli appalti per la rete idrica di Agrigento. Le indagini sono state chiuse e la Procura si preparava a chiedere il processo.
Cuffaro non faceva formalmente parte della Giunta, ma la sua Democrazia Cristiana ne occupava due caselle e il suo peso sulla maggioranza era tutt’altro che metafisico. Nel maggio scorso ha patteggiato tre anni per corruzione e traffico di influenze in una vicenda riguardante sanità e appalti. E poi Armao: ex vicepresidente, ex assessore, ex presidente della Cts e, fino alle perquisizioni, consigliere giuridico di Schifani. Non sono situazioni giuridicamente uguali. Alcuni sono indagati, altri imputati, uno ha patteggiato. È bene distinguere. Ma è proprio la somma politica a impressionare. Per tutti vale la presunzione di innocenza. Comincia invece a essere difficile difendere la presunzione di normalità.
Schifani ha elaborato negli anni una dottrina costituzionale tutta sua: qualunque cosa accada alle persone che ha nominato, confermato o avuto accanto non riguarda mai il governo. L’assessore sotto processo? È una vicenda personale. Il consulente accusato di vendere accessi e favori negli uffici regionali? Non riguarda l’attività dell’esecutivo. Il presidente della commissione che avrebbe interferito sull’assegnazione delle pratiche? La commissione era collegiale. Il partito alleato travolto da un’inchiesta? La responsabilità penale è individuale. Tutto vero, preso singolarmente. Ma quando le vicende personali cominciano a riempire la Giunta, l’Ars, gli assessorati, gli uffici di consulenza e le segreterie politiche, smettono di essere una collezione di coincidenze e assumono un nome antico: classe dirigente.
Il governo Schifani somiglia a un albergo nel quale ogni stanza brucia per ragioni strettamente private. Il proprietario, dalla reception, assicura che l’incendio non riguarda la struttura. E poi distribuisce il regolamento antincendio. Alla fine Schifani non si è dimesso. Non ha azzerato la Giunta. Non ha sciolto nulla. Ha approvato le nomine, gli aiuti contro il caro carburante e il disegno di legge sulla trasparenza. La crisi con Forza Italia è stata rinviata al vertice romano con Tajani e Minardo. Non risolta: rinviata. Che è l’attività amministrativa nella quale la Regione Siciliana vanta la maggiore esperienza.
Schifani, in realtà, ha scoperto una forma estrema di potere: non la capacità di vincere, ma quella di far perdere tutti. Se si dimette, cadono i deputati, salta la manovra, si vota in fretta, si interrompono carriere, incarichi e soprattutto conteggi previdenziali. Se resta, costringe il suo partito a negoziare con un presidente che non vuole più ricandidare ma che non può accompagnare serenamente all’uscita. È la deterrenza nucleare applicata a Palazzo d’Orléans: «Io non sopravvivo, ma voi venite con me». E così il governatore che sembrava finito è ancora lì. Ferito, delegittimato, forse senza prospettiva per il 2027, ma ancora presidente. Ha agitato le dimissioni non per andarsene, ma per ricordare agli altri quanto costerebbe mandarlo via.
Il pendolo, dunque, non segnava l’ora dell’addio. Nello studio di Armao, secondo l’accusa, nascondeva le buste. A Palazzo d’Orléans nasconde la decisione. Oscilla da «sto valutando» a «andiamo avanti», dalle dimissioni alla trasparenza, dalla crisi al comunicato stampa. È il tempo dell’ammuina: tutti cambiano posto, così nessuno deve cambiare mestiere.
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A Eurociudad del Guadiana projeta o seu modelo desportivo e transfronteiriço nos ACES Video Awards 2026 de Macerata. A Eurocidade do Guadiana está a participar de forma destacada nos ACES Video Awards 2026, um encontro celebrado na cidade italiana de Macerata no âmbito do festival Overtime, evento internacional dedicado à cultura, à ética e à […]
L’Italia ha una nuova legge elettorale che, salvo interventi rapidi da parte della Consulta, si applicherà già a partire dalle elezioni politiche del 2027. È la quinta in venticinque anni, quasi un record mondiale. Diverse le novità e numerose le criticità.
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La grande partita per il riassetto bancario italiano, iniziata proprio due anni fa, si avvia alla conclusione. Salvo colpi di scena, l’ultima mossa si dovrebbe rivelare decisiva: con il rilancio annunciato da Intesa Sanpaolo, che ha aumentato di ottocento milioni la parte cash dell’offerta lanciata sul Monte dei Paschi di Siena (salita così da tre a 3,8 miliardi, a cui si aggiungono i 27,6 miliardi di azioni Intesa), per la banca toscana diventa difficile trovare alternative.
Anche perché Carlo Messina, il banchiere romano grande capo di Intesa, ha trasformato la sua operazione in una sorta di referendum per i soci di Mps: il rilancio, e dunque l’intera offerta, vale solo a condizione che nessuna delle tre contromosse proposte dal potentino Luigi Lovaglio, numero uno di Siena, venga approvata nell’assemblea (convocata il 29 ottobre).
Lovaglio aveva proposto ai suoi tre operazioni: il matrimonio con Bpm, l’acquisizione di Banca Generali e la distribuzione di un dividendo straordinario dalla cessione del 4,5 per cento delle Generali, parte del pacchetto del 13,3 per cento che il Monte detiene tramite Mediobanca. Ebbene, dice Messina ai soci Mps, dovete scegliere: o me o Lovaglio. Se votate le sue operazioni, l’offerta di Intesa decade. E due grandi azionisti privati di Mps, Delfin e Caltagirone, hanno già fatto sapere che al referendum voteranno Messina.
Fin qui la sostanza finanziaria. Ma quella politica? Il punto di caduta del cosiddetto risiko è un riassetto del sistema bancario e finanziario nazionale che disegna una nuova mappa del potere per le sorti del risparmio delle famiglie e del credito alle imprese. Per questo motivo il governo attuale, con la sua maggioranza, così determinato a scalfire le vere o presunte secolari egemonie di potere di ogni tipo, considerate ad esso estranee, non poteva restare a guardare. E così sembrava in principio: due anni fa Mps era ancora controllato dal Mef.
Non a caso l’intero riassetto del sistema si è messo in moto quando il governo ha venduto una parte del capitale di Siena a Caltagirone, Delfin (gli eredi Del Vecchio) e Bpm. I primi due sembravano perfetti nel ruolo di guida del nuovo capitalismo finanziario a trazione romana e con la guida a destra; mentre Bpm, per il suo radicamento territoriale lombardo-veneto, è considerata vicina agli interessi delle piccole e medie imprese nei territori della Lega. Il nuovo polo avrebbe poi puntato su Mediobanca e, tramite il pacchetto del 13,3 per cento che ha in pancia, su Generali, contando su un azionariato molto simile: sia Caltagirone sia Delfin sono grandi soci di Piazzetta Cuccia e Trieste da anni.
Obiettivo finale: un terzo polo bancario (Bpm-Mps) con un presidio fenomenale del risparmio nazionale (Generali). Il tutto all’insegna del sovranismo più spinto. Ma finanza e mercati non sono facilmente governabili. Tanto meno dalla politica. Così, all’alba della scorsa primavera, in vista dell’assemblea per il rinnovo dei vertici di Mps, Delfin e Caltagirone si mettono uno contro l’altro (pro e contro la conferma di Lovaglio) e il giocattolo si rompe, anche perché il governo non può e non vuole schierarsi, rimasto ormai con una piccola quota, il 4,8 per cento, di Mps. La premier, in un’intervista a Bloomberg, dichiara che il ruolo del governo in Mps «è finito».
Il risultato è che, a metà dell’opera, i soci di Mps si trovano spaccati e più deboli perché privi della copertura governativa. Così, chi fino a quel momento era rimasto a guardare la fine di Mediobanca e il conseguente passaggio di mano del pacchettone Generali, anche per non creare dissapori con l’esecutivo, scende in campo. Arriva Intesa Sanpaolo, la prima banca italiana che, per poter digerire Mps, si allea con Unipol: a quest’ultima andranno 635 sportelli di Mps, destinati alla controllante Bper. Ed è così che sembra che andranno a finire le cose. In aperto contrasto con quanto la premier ha dichiarato a Ferragosto in un’intervista a Mf, quando si è auspicata che Mps non finisse come uno spezzatino.
Quindi, per tornare alla chiave politica, il governo che era partito per far nascere sotto il segno di Meloni-Giorgetti un conglomerato di azionisti, banche, assicurazioni che se la sarebbe giocata con Intesa da un lato e Unicredit dall’altro, si trova un esito ben diverso. Nel ruolo di king maker assoluto, Intesa Sanpaolo, primo gruppo bancario del Paese, assume ancora più potere di prima, compreso il 13,3 per cento delle Generali, fino a ieri custodito dai rivali di Mediobanca.
Un contrappeso storico negli equilibri finanziari nazionali viene così a cadere, con Generali destinata alla stessa orbita del gruppo Intesa. Inoltre, quello che doveva diventare il terzo polo del credito, Mps-Bpm, viene sostituito da Bper-Mps, cioè dal gruppo delle cooperative rosse che controllano Unipol. Mentre per quanto riguarda Bpm, che doveva essere il perno nordista-leghista dell’operazione, il rischio concreto è che finisca proprio dove Meloni non la voleva vedere: ai francesi del Credit Agricole.
Completano il quadro due mosse che il governo ha effettuato intorno al riassetto del capitalismo finanziario di casa nostra e rivelatesi fallimentari. La prima è la legge Capitali, laddove ha regolamentato negli statuti delle società il cervellotico meccanismo per il voto di lista: è stato questo l’aspetto tecnico che ha generato la disastrosa governance del Monte Paschi. La seconda è stata l’utilizzo dissennato del golden power, applicato non contro una banca straniera, ma per fermare le mire di Unicredit su Bpm solo per non ostacolare il progetto di Mps.
Mossa controproducente: Unicredit-Bpm poteva essere il terzo polo italiano, politicamente plasmabile e a quello si poteva poi pensare di collegare le Generali. Invece, per preservare Bpm per le nozze con Mps, il governo sovranista ha perso la grande partita del riassetto bancario italiano.
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Scienza, spazio e geopolitica trovano una sintesi nell’Artico e l’Italia si approccia, come meglio non poteva fare, all’international artic year 2032. Lo spunto viene dalla Conferenza Nazionale Polare ideata e coordinata dal Cnr in collaborazione con Enea, Ingv e Ogs, con il patrocinio dei mnisteri della Difesa e dell’Università e della Ricerca. Per la prima volta la comunità scientifica italiana impegnata nelle regioni polari si è incontrata per confrontarsi sugli ultimi dati e avanzamenti della ricerca e per definire priorità e prospettive.
Una tre giorni con più di 200 partecipanti per dare fiato a proposte e priorità che confluiranno in un White Paper. Il documento costituirà uno strumento strategico per orientare le future politiche italiane dedicate all’Artico, all’Antartide e al Terzo Polo (Himalaya, Karakorum e Altopiano del Tibet), territori sempre più cruciali per comprendere le dinamiche del clima globale. Punto di partenza la consapevolezza che il tema polare è non solo strategico, ma parte integrante della visione politica di ogni paese, Italia compresa. Numerosi i progetti a cui l’Italia prende parte con successo, come Boomerang, Apegaia, Epica, Stazione Concordia assieme alla Francia, o Ice Memory che conserva carote di ghiaccio di tutto il mondo e ha il sigillo Unesco che le attribuisce il respiro internazionale.
In questo senso trova applicazione il Piano nazionale Artico del Governo che, come più volte osservato dal presidente del consiglio Giorgia Meloni, intende occuparsi a fondo di questa area del mondo. Non a caso il ministero degli Esteri ha presentato da tempo la strategia italiana sull’Artico, con l’obiettivo di preservare l’area artica come zona di pace e cooperazione, contribuire alla sicurezza della regione, sostenere le imprese che volessero investire lì e favorire la ricerca.
Un passaggio ribadito dall’ambasciatore Agostino Pinna, Inviato Speciale del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per l’Artico, secondo cui la tradizione scientifica italiana è un elemento che consente all’Italia di essere soggetto autorevole e credibile. A breve verrà diffusa anche la strategia Ue sull’Artico, connessa alla questione securitaria legata alle minacce ibride. Molte cose che accadono in Artico infatti hanno poi riflesso in Ue, come le materie prime, lo spazio, le rotte, l’energia. Ma anche la pace, visto che lì operano assieme Russia e Usa, nonostante i venti di guerra in Ucraina e Iran. “Il lavoro di questi tre giorni segna un passo importante verso una visione condivisa della ricerca pubblica italiana nelle regioni polari”, ha dichiarato il Presidente del Cnr, Andrea Lenzi. “L’impegno del Cnr nelle scienze polari affonda le proprie radici in decenni di ricerca, dati e conoscenze, sviluppati nell’ambito dei Programmi per l’Artico e per l’Antartide sostenuti dal ministero dell’Università e della Ricerca. Un patrimonio costruito sulla collaborazione, sul dialogo con le comunità indigene e sulla responsabilità di offrire risposte solide alle sfide ambientali e climatiche del presente e del futuro”.
“I profondi cambiamenti che stanno interessando l’Artico, l’Antartide e il cosiddetto Terzo Polo himalayano – la più vasta riserva di ghiaccio del pianeta al di fuori delle regioni polari – hanno ripercussioni sempre più rilevanti sugli equilibri climatici, sugli ecosistemi e sulla società a livello globale”, ha commentato la Presidente Enea, Francesca Mariotti. “In questo scenario, la ricerca svolta dall’Italia e dall’Enea negli ambienti più estremi della Terra assume un ruolo cruciale. Un’attività di questo tipo richiede competenze scientifiche, come quelle che mettiamo in campo in Artico, ma nulla sarebbe possibile senza le infrastrutture e il supporto logistico che Enea garantisce, con un’efficiente macchina organizzativa, da oltre 40 anni in Antartide”.

Chiuso, sfrattato, svuotato della sua sede storica. E nel frattempo le istituzioni tacciono. L’Antico Caffè Greco, che da oltre due secoli e mezzo è un simbolo della vita culturale romana, frequentato da artisti e scrittori di tutto il mondo, vive uno dei momenti più difficili della sua storia. La società titolare della licenza di esercizio, con i suoi arredi e le sue attrezzature, denuncia quella che definisce una vera e propria sopraffazione priva qualsivoglia legittimità.
Un locale vincolato, ma chiuso
Il Caffè è stato fatto chiudere dopo lo sfratto per finita locazione dai locali di Via dei Condotti. Eppure l’attività è tutelata da vincolo ministeriale espresso con ben cinque Decreti ministeriali, il primo del 1953, che ne riconosce l’interesse storico e culturale. L’ultimo decreto, emesso nel 2025 ribadisce in forma inequivocabile, qualora ce ne fosse bisogno, che la tutela, già posta sin dal 1953, fu motivata dall’essere il Caffè Greco un Cenacolo Culturale, creatosi a motivo della: “...ininterrotta consuetudine da parte di artisti di ogni paese di frequentare le sue ospitali e raccolte salette, avendo rappresentato in Roma per circa 200 anni (ndr oggi 266) un centro di vita artistica universalmente noto”. Il vincolo riguarda l’azienda nel suo insieme, cioè la licenza storica, già intestata a Federico Gubinelli, gli arredi e le attrezzature, e non solo le mura che la ospitano. Secondo l'azienda e i suoi legali, uno sfratto che ne comporta la chiusura e smembra l’unitarietà svuota di significato quella tutela. Il timore è che dietro l'esecuzione si nasconda un disegno più ampio. L’azienda riferisce che è addirittura documentata l’intenzione, da parte della proprietà delle mura, di impossessarsi dei beni che costituiscono il patrimonio mobiliare storico del Caffè.
Il silenzio delle istituzioni
Per questo l’Antico Caffè Greco ha inviato diffide al Ministero della Cultura, alla Regione Lazio e a Roma Capitale, chiedendo i provvedimenti necessari a proteggere l’azienda storica e la licenza. A marzo e a luglio 2026 non è arrivata alcuna risposta. Da qui il ricorso al Tar Lazio contro il silenzio, davanti al quale gli avvocati Giuliano Lemme, Antonella Anselmo e Pierpaolo Carbone sostengono le ragioni dell’azienda. Una prima risposta, però, è arrivata. Con una nota del 24 settembre 2026, Roma Capitale ha prorogato di altri 180 giorni l'efficacia della licenza commerciale. È una boccata d’ossigeno, ma non risolve il problema, perché resta aperto il nodo della continuità: il locale è chiuso e nessuna soluzione alternativa è stata indicata. Il Ministero, intanto, continua a tacere.
Le prossime tappe, in parole semplici
Le prossime settimane saranno decisive, con più fronti giudiziari aperti in parallelo. Il 6 ottobre era fissata davanti al Tar Lazio l’udienza sull’istanza cautelare, cioè sulla richiesta di una misura urgente per proteggere la licenza storica. Dopo la proroga ottenuta dal Comune, l’azienda ha rinunciato alla richiesta, che sarà cancellata dal ruolo. Il ricorso sul silenzio delle istituzioni, invece, va avanti: se ne discuterà il 3 novembre, quando si capirà finalmente perché il Ministero non abbia risposto.
Oggi, 7 ottobre, davanti al Tribunale civile di Roma, sezione esecuzioni mobiliari, si tiene l’udienza sull’opposizione all’esecuzione promossa dall’Antico Caffè Greco contro l’Ospedale Israelitico. Questa volta si entra nel merito: la giudice Messina dovrà valutare le ragioni con cui l’azienda contesta un’esecuzione di sfratto dell’azienda storica tutelata, eseguita senza alcuna autorizzazione o prescrizione del Ministero. Il 30 ottobre, innanzi al Tribunale Civile di Roma, risulta fissata la data dell’udienza per l’accertamento tecnico preventivo sull'immobile di Via dei Condotti, chiesto dall’azienda. Si tratta di una verifica tecnica, per fotografare lo stato dei luoghi, la loro adeguatezza e sicurezza, e, soprattutto per verificare lo stato di conservazione dei beni culturali ancora presenti di proprietà Antico Caffè Greco.
Un bene che appartiene a tutti
Dietro le carte bollate c'è una questione che va oltre il singolo contenzioso. I vincoli, allo stato attuale, impediscono di fatto all’azienda tutelata – e sfrattata - di continuare l’attività in altri locali. Dunque, lo sfratto eseguito dal proprietario privato delle mura, ha fatto venir meno l’unitarietà del bene culturale. Il silenzio delle Istituzioni che non hanno impedito lo smembramento né hanno indicato soluzioni alternative, ha determinato la chiusura dell’Antico Caffè Greco e la sua sottrazione al pubblico. Se un'azienda che lo Stato ha riconosciuto di interesse culturale può essere chiusa, senza che nessuno intervenga, a rischiare non è solo un'impresa privata. Rischia un pezzo dell'identità di Roma. L'Antico Caffè Greco chiede che il vincolo sia applicato per quello che dovrebbe garantire: la continuità di un luogo che è patrimonio di tutti.


La filiera automobilistica italiana va ben oltre le case produttrici e i fornitori diretti. I legami indiretti sono altrettanto importanti. E la catena di fornitura comprende molti più settori di quelli tradizionalmente associati all’automotive.
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