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Trump: “Anche in Italia le proteste hanno a che fare con l’immigrazione. Se l’Europa non chiude i confini è finita”

“Come in Francia anche in Italia le proteste hanno a che fare con l’immigrazione“. Anche Donald Trump ha detto la sua su quanto sta accadendo in Europa, con varie proteste tra Francia e Italia per il caro vita. Lo ha detto parlando con i giornalisti alla Casa Bianca. “Francia e Italia sono paesi peggiori di quello che erano”, ha aggiunto. “Se l’Europa non chiude i confini è finita”, ha detto ancora il tycoon, ponendo l’accento su quanto accaduto a Milano lo scorso weekend, con diversi negozi devastati e saccheggiati, con le violenze che hanno riguardato soprattutto la zona di Piazza Duomo e dintorni. “È una polveriera pronta a esplodere, è molto triste per me assistervi – ha detto ancora Trump – Noi abbiamo chiuso le frontiere, non entra nessuno e stiamo facendo uscire tutte queste persone. Tutti quelli che sono entrati illegalmente se ne stanno andando“.

I numeri degli interventi di polizia in Italia dell’ultimo fine settimana comprendono 32 arrestati, di cui 13 stranieri e 23 minorenni, e 28 denunciati, tra i quali 15 stranieri e 23 minorenni. Per 174 delle persone accompagnate in Questura è scattato invece il fermo di prevenzione di polizia, introdotto dal decreto sicurezza del 2026, all’articolo 11 bis. Un quadro che riporta al centro il tema della partecipazione di giovanissimi agli episodi di violenza e delle difficoltà nel contenere gruppi mobili e frammentati. La procura di Milano ha chiesto il carcere per sei maggiorenni devastazione e resistenza aggravata per le violenze di sabato, stessa richiesta per altri cinque maggiorenni per quanto avvenuto domenica.

In Francia, invece, sono 2.513 i fermi di polizia effettuati in Francia dall’inizio delle proteste degenerate in caos e devastazioni questo fine settimane, 67 le persone incarcerate: è quanto ha riferito in serata il ministro francese della Giustizia, Gérald Darmanin, intervistato da TF1. Il Guardasigilli ha inoltre annunciato di aver inviato “una direttiva a tutte le procure di Francia, chiedendo di procedere con una qualificazione giuridica legata alla criminalità organizzata”. Ciò consentirà, in particolare, di estendere la durata dei fermi da 48 a 72 ore e di ricorrere a strumenti quali la geolocalizzazione e le intercettazioni telefoniche: questo permetterà di stabilire “dove si trovavano le persone nel momento in cui venivano saccheggiati i negozi o attaccate le sedi municipali”.

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Disordini in Francia, da stasera nelle città scatta il coprifuoco notturno per prevenire le azioni dei casseur

Dopo il caos e i saccheggi di sabato sera, scattano i primi coprifuoco in Francia. A Parigi il divieto di circolare entra in vigore questa sera, dalle 23 e fino alle 6 di domani mattina, in place de la République e nel quartiere centralissimo di Les Halles, comprese alcune sezioni della rue Rambuteau e del boulevard Sébastopol, ed è valido per tutti, minorenni e maggiorenni (a eccezione dei residenti). Nelle stesse zone è scattato dalle 20 anche il divieto di radunarsi e di manifestare. “La sicurezza di tutti rende necessarie queste misure per ristabilire l’ordine pubblico, gravemente compromesso da una minoranza di delinquenti”, ha scritto in un comunicato la prefettura di Parigi. Nella capitale è stato per primo il socialista Ariel Weil, sindaco di Paris Centre, che comprende i primi quattro arrondissement, dove molti negozi sono stati saccheggiati, a chiedere l’introduzione della misura: “Neppure all’apice dei gilet gialli avevamo conosciuto distruzioni simili in un solo fine settimana”, ha detto a BFM Tv.

Sin da domenica, Weil ha evocato anche la possibilità di ricorrere all’esercito in rinforzo alle forze dell’ordine. A Nizza è stato disposto un coprifuoco per i minorenni dalle 21 alle 6 nel centro storico e fino alla Gare du Sud. A Lione il divieto è in vigore dalle 21 di questa sera alle 6 di mattina in tutto il centro storico, nel quartiere del municipio a nord, e nella place Carnot a sud. Nel nord della Francia, dei coprifuoco “parziali” dalle 20 alle 6 sono previsti a Lille e nei comuni di Douai, Denain e Wattignies. A Lille la misura riguarda solo i minorenni. Anche a Coulaines, vicino a Le Mans, il sindaco ps Christophe Rouillon ha annunciato restrizioni dalle 23 per i minorenni che escono da soli. La stretta arriva dopo la mobilitazione di sabato per il caro vita indetta da movimenti di gilet gialli e a sostegno della protesta dei liceali per il diritto allo studio uguale per tutti, che ha portato nelle strade in tutta la Francia tra 500mila e 800mila persone, ma anche decine di gruppi organizzati di black bloc.

Scene di guerriglia urbana, devastazioni, incendi e saccheggi si sono consumate per tutta la notte a Parigi e in diverse altre città. Gli ultimi dati ufficiali indicano 2.513 fermi – di cui 67 arresti – e oltre 3.000 negozi saccheggiati. Il premier Sébastien Lecornu ha spiegato che le misure, concordate tra i prefetti e i sindaci, resteranno circoscritte e limitate nel tempo e sono soprattutto destinate a proteggere i negozi. Parigi non esclude neanche che possa essere decretato lo stato d’emergenza, in certi casi già reclamato da personalità politiche e sindaci. Degli aiuti sono sbloccati per i commercianti colpiti, tra cui la cassa integrazione e l’accesso ad un fondo di sostegno specifico. Stamattina il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, le cui dimissioni sono state respinte dal presidente Macron, ha riconosciuto che le forze dell’ordine non hanno saputo anticipare la portata della mobilitazione e che in alcune città gli effettivi inviati sul posto non erano sufficienti. “Abbiamo incontestabilmente fallito”, ha dichiarato da parte sua il ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, riconoscendo gravi falle nei servizi d’intelligence interni.

Il governo è sotto pressione. Il Senato ha annunciato una missione d’informazione per fare luce sugli errori di preparazione del dispositivo di sicurezza e accertare le responsabilità dei fatti. Finora né le rivendicazioni sul carovita né quelle dei liceali sulla scuola hanno ricevuto risposte concrete. Dopo l’intervento di domenica sera in tv di Macron, che ha assicurato fermezza contro i casseur e fatto promesse, senza di fatto annunciare nessuna misura immediata, i sindacati degli studenti hanno deciso di continuare la protesta. Diverse università sono rimaste chiuse anche oggi e alcuni studenti hanno bloccato simbolicamente l’ingresso del Louvre. Circola la data di giovedì 22 per nuove iniziative degli studenti. I movimenti di gilet gialli hanno annunciato l’“atto II” della mobilitazione per sabato prossimo, 24 ottobre. Molte azioni si stanno già preparando sui social in diverse città. La stretta sulla sicurezza non convince. L’ecologista Marine Tondelier ritiene che l’introduzione del coprifuoco avrà “conseguenze pesanti”. Il sindacato Cgt ha denunciato la “strategia del caos” del governo. Anche la Commissione Ue è intervenuta per difendere il “diritto a manifestare pacificamente”.

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West Bank, i 10 arresti “spot” tra i coloni dopo l’aggressione ai diplomatici europei: “Il governo Netanyahu continua a frenare le indagini”

L’attacco ai diplomatici a Taybeh è stato troppo. La polizia israeliana è intervenuta e ha fatto sapere lunedì di aver arrestato dieci persone. Coloni estremisti, per cui “sono state rinvenute prove che li collegano ai presunti atti di violenza” contro la delegazione di rappresentanti europei – tra cui il sindaco 70enne del comune francese Aulnoye-Aymeries Bernard Baudoux – di sabato scorso tra i campi di olivi intorno all’unico villaggio cristiano rimasto in West Bank, sulla montagna di Ramallah. Del resto, gli eventi sono stati ampiamente documentati sui social, rilanciati da tutti i media internazionali e suscitato reazioni sdegnate dei Paesi europei, che già hanno scelto di alzare la voce sull’espansione inarrestata degli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania (non è il caso dell’Italia, mentre è capofila del fronte di pressione il governo di Londra di Andy Burnham).

Erano proprio una decina i giovani incappucciati e armati di sassi e bastoni, si vedevano chiaramente nei video girati dai palestinesi e dagli attivisti anti-occupazione che accompagnavano gli europei sabato. Le organizzazioni dei coloni hanno fatto sapere che uno dei luoghi perquisiti dalla polizia era un avamposto agricolo illegale vicino all’insediamento di Ofra, e un altro 15 km più a nord, l’insediamento di Shiloh. In base alle immagini, la polizia ha potuto sequestrare anche “diversi veicoli”.

È un evento raro, quello della repressione attiva delle autorità israeliane contro i coloni violenti, e ancor più raro è vedere decine di arresti in una volta sola. Di certo contano le pressioni internazionali, non solo europee ma anche statunitensi, dove l’amministrazione Trump ha più volte esortato l’alleato Benjamin Netanyahu a liberarsi di queste frange “impresentabili” ed evitare di finire un giorno su due sulle prime pagine dei media di mezzo mondo per eventi violenti. Vista anche l’aggressione alla fotoreporter del Washington Post Heidi Levine, domenica il Segretario di Stato Usa Marco Rubio ha affermato che l’amministrazione è “molto turbata” e che si aspetta un intervento da parte di Israele.

Netanyahu continua a minimizzare: sabato il suo ufficio ha diramato una nota che invitava a considerare anche le violenze dei palestinesi nella regione, domenica in una rara conferenza stampa con i reporter israeliani (non ne faceva una in presenza dal 7 ottobre 2023, ma ora ci sono le elezioni), ha detto di ritenere la violenza dei coloni “un’enorme esagerazione. Penso che il vero pericolo sia che ci troviamo di fronte a una grande campagna di propaganda incentrata su questi giovani rivoltosi, che ci stanno davvero causando danni enormi”. Le violenze sono campagna elettorale anche per la destra di Ben-Gvir e Smotrich, che ritengono di guadagnare voti sostenendo i movimenti più estremisti dei “giovani delle colline”, ma danneggiano anche i partiti più tradizionali della destra ebraica. Per questo il premier non è contrario a mettere un freno al fenomeno, anche solo simbolico. “Per la prima volta ho coinvolto lo Shin Bet”, ha annunciato domenica Netanyahu, e ha promesso misure “per sradicare completamente questo fenomeno”.

Sotto la patina mediatica, però, la realtà è più complessa, e la realtà è che il governo Netanyahu sta facendo di tutto per limitare gli strumenti di chi intende fermare la violenza dei coloni, come denunciano del resto ong anti-occupazione come Peace Now. Lunedì, reagendo più alle parole di Netanyahu che alle richieste di sanzioni dei Paesi europei, il ministro della Difesa Israel Katz ha messo in chiaro che dal suo punto di vista la repressione delle violenze in Cisgiordania è una questione di ordine pubblico, perché i coloni sono dei civili, e quindi andrebbe affidata alla polizia e non all’esercito. “La gestione della grave violenza perpetrata da una manciata di rivoltosi ebrei in Cisgiordania deve essere interamente responsabilità della polizia israeliana, comprese la prevenzione, le indagini e il perseguimento penale. Le Forze di difesa israeliane non devono e non possono impegnarsi in attività di controllo civile, ma devono piuttosto combattere il terrorismo palestinese”, ha detto Katz.

Calata sul terreno, però, questa logica si traduce in una risposta molto blanda alle violenze. Non solo perché la polizia risponde al ministero della Sicurezza nazionale guidato dall’estremista Itamar Ben-Gvir, ma anche perché i territori in cui avvengono i fatti sono sempre più spesso quelli dell’area A e B, e la responsabilità di sicurezza sono fondamentalmente appannaggio dell’Idf.

Katz ha parlato anche di questo, domenica. Ha annunciato di aver elaborato una “direttiva per regolamentare le attività di controllo civile in Cisgiordania, che suddivide le competenze tra le Idf e la polizia“. Il piano, ha aggiunto però, “non include raccomandazioni per il ripristino dei provvedimenti di detenzione amministrativa nei confronti dei coloni. I provvedimenti amministrativi non sono la soluzione: la soluzione è un’azione di polizia forte ed efficace”.

Anche l’Idf, comunque, è sotto accusa da parte dei palestinesi e delle organizzazioni che difendono il rispetto del diritto internazionale in West Bank. In molti casi non è intervenuto in tempo: per una precisa strategia, dicono i critici, per mancanza di mezzi e perché il governo lega le mani ai militari, secondo lo stesso esercito.

Lunedì, alcuni funzionari della difesa israeliani hanno confermato al quotidiano Haaretz che ci sono precise pressioni del potere politico volte a impedire all’esercito di contrastare il terrorismo ebraico in Cisgiordania. I comandanti sono riluttanti a sfidare i leader dei coloni o ad agire contro soldati e civili che attaccano i palestinesi, perché temono di rischiare ripercussioni al livello politico e di carriera. E, oltrettutto, i leader dei coloni hanno interlocutori diretti nel governo e sono sempre più numerosi i riservisti o i membri delle forze armate che esplicitamente sposano le posizioni dell’estrema destra favorevole alle colonie, e omettono di intervenire.

I casi sono molti, tra i più espliciti c’è quello dell’attacco a una troupe della Cnn da parte di soldati del 941° battaglione di riserva ultraortodosso, a marzo di quest’anno. Dopo l’incidente il battaglione è stato ritirato dalle attività operative sul campo e sono state annunciate misure disciplinari nei confronti dei soldati coinvolti, ma i comandanti del battaglione non sono stati destituiti, e le indagini sono finite nel vuoto. Successivamente si è saputo che il comandante della brigata si era recato alla base dove alloggiavano i soldati, li aveva incoraggiati e si era unito a loro nella preghiera.
Messaggi impliciti ma chiari sono anche quelli mandati dallo Stato maggiore dell’Idf, che dopo la nomina di Eyal Zamir voluta da Netanyahu è diventato molto più aperto a valutare le priorità politiche del governo. L’anno scorso, ad agosto 2025, Zamir e il capo del comando centrale Avi Bluth hanno visitato l’avamposto illegale di Ma’oz Shaul: il messaggio è piuttosto esplicito.

A rendere ancora più improbabile il contrasto ai coloni c’è anche il fatto che le inchieste che vengono aperte su di loro sono contese tra Idf e polizia, ed entrambe le autorità cercano di scaricare sull’altra la responsabilità di andare ad arrestare i militari coinvolti in violenze, cercando di evitare ripercussioni politiche. “Ogni comandante e ufficiale di alto rango sa che l’arresto di un soldato sospettato di aver ucciso un palestinese potrebbe trasformarsi nel giro di poche ore nel prossimo caso Elor Azaria”, ha dichiarato ad Haaretz un funzionario della sicurezza, citando l’ex soldato condannato per aver ucciso un palestinese nel 2016: poi è stato graziato.

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Nuovo allarme di Zelensky: “Starlink non funziona sui droni veloci”. L’esercito ucraino: gli alleati non ci avvisano sui missili balistici

Il sistema Starlink/Starshield non funziona più “in diversi settori del fronte” in Ucraina per componenti montate sui droni che viaggiano a velocità comprese fra i 130 e i 161 chilometri orari. Volodymyr Zelensky è tornato a denunciare i malfunzionamenti del servizio satellitare gestito dal Pentagono fondamentale per le forze armate di Kiev nell’utilizzare i droni e nell’intercettare quelli nemici.

“Ho tenuto una riunione in videoconferenza sulla situazione nelle regioni dell’Ucraina dopo l’ennesima ondata di attacchi russi. Purtroppo si sono registrati danni a 28 sottostazioni e ad altre importanti infrastrutture energetiche“, ha esordito il presidente ucraino in un messaggio su Telegram. In base a “un rapporto separato del Comandante in Capo delle Forze Armate ucraine basato sulle informazioni ricevute dai reparti riguardo alla situazione dell’uso dei servizi Starlink / Starshield”, ha scritto il capo del governo di Kiev, “registriamo che in diversi settori del fronte le apparecchiature smettono di funzionare a velocità comprese tra 130 e 161 chilometri all’ora. Questo rallenta la nostra logistica al fronte e limita l’uso di droni di vario tipo, in particolare i ‘mid-strike’ e gli intercettori degli ‘Shahed’ a reazione. Oggi questo aspetto deve essere discusso ancora una volta con i partner a tutti i livelli. La velocità è fondamentale per proteggere le vite umane”, ha aggiunto Zelensky in relazione alle informazioni ricevute da Mykhailo Drapaty.

Le autorità militari ucraine continuano a denunciare anche il mancato supporto degli alleati nel trasmettere informazioni sull’arrivo degli attacchi russi. Nella notte del 19 ottobre “ci sono stati due raid con armi balistiche. Uno alle 23.00, il secondo alle 3.00 del mattino”, ha detto il colonnello Yuriy Ignat, portavoce dell’aeronautica militare, in una diretta tv. “Ricordate quando abbiamo avuto 39 missili in quel massiccio attacco?”, ha domandato Ignat riferendosi al massiccio attacco combinato sferrato dalla Russia nella notte del 14 ottobre.

“Anche allora le informazioni da parte dei partner la prima volta non sono arrivate, ma la seconda volta sì – ha proseguito -. In linea di principio, è andata così anche questa notte. Voglio però sottolineare che abbiamo anche fonti nostre che ci informano sui lanci. C’è il campo radar, che viene monitorato nei limiti del possibile”. “Precisiamo ancora una volta che la prima volta le informazioni, per determinate ragioni, non sono effettivamente pervenute. Su questo i nostri esperti stanno approfondendo insieme ai partner, perché non è la prima volta che si verifica una situazione del genere. Per quanto riguarda il raid delle tre di notte”, invece, ha precisato il colonnello, “l’informazione è arrivata”.

Il 16 ottobre a Bruxelles Zelensky aveva specificato che l’Ucraina riceve informazioni da decine di partner internazionali, ma gli Stati Uniti sono la sua unica fonte di informazioni sui lanci di missili balistici. “Molti paesi condividono informazioni con noi – ha detto il leader ucraino -. Stiamo parlando di decine di paesi. Abbiamo sviluppato questo tipo di collaborazione durante la guerra. Si tratta di un aiuto sostanziale e prezioso. Siamo loro grati. Per quanto riguarda la balistica, nello specifico i lanci balistici, riceviamo queste informazioni dagli Stati Uniti d’America“. Zelensky ha specificato meglio il concetto due giorni dopo: “Abbiamo decine di Paesi che ci aiutano – ha ribadito in un’intervista a Meet the Press su NBC News -. Ma solo gli Usa possiedono in esclusiva queste informazioni che ci permettono di essere informati quando la Russia utilizza missili balistici. E non le abbiamo ricevute durante gli attacchi missilistici durati tre giorni”.

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Israele, Benny Gantz si ritira a otto giorni dal voto. Sondaggi: testa a testa tra Netanyahu e l’ex capo delle Idf Eisenkot

Ha affermato che “continuerà a lottare per l’unità” da una posizione defilata, definendola “l’unica soluzione che impedirà un’altra catastrofe e proteggerà Israele da tutte le sfide, interne ed esterne”. Benny Gantz, leader del partito israeliano Blu e Bianco, ha annunciato il suo ritiro dalle prossime elezioni, a soli otto giorni dal voto in programma il 27 ottobre. L’annuncio arriva dopo mesi di sondaggi che hanno mostrato come il suo partito non sia riuscito a superare la soglia di sbarramento. Gantz, principale rivale politico di Netanyahu, dal 2020 al 2022 è stato Ministro della Difesa e vice premier. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 era entrato nel Gabinetto di guerra straordinario, ma a giugno 2024 si era dimesso in polemica con la gestione del conflitto da parte di Netanyahu.

Intanto, un nuovo sondaggio diffuso dall’emittente pubblica Kan prevede un testa a testa tra il blocco guidato dall’ex capo delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) Gadi Eisenkot – che ha ha guadagnato un seggio – e quello del primo ministro Benjamin Netanyahu – che ne ha persi due. I veri cambiamenti si vedono nell’elettorato di estrema destra, con il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che guadagna terreno a scapito del nuovo partito di estrema destra di Ofer Winter, che invece non raggiunge la soglia di sbarramento. Secondo la rilevazione di Kan, il blocco di Netanyahu otterrebbe 51 seggi. In linea con altri sondaggi recenti, anche quest’ultimo indica una maggioranza di 65 seggi per i partiti di opposizione. Tuttavia, a causa del boicottaggio dei partiti arabi, il blocco di Eisenkot si attesta a 52 seggi. Entrambi i partiti arabi, la Lista Araba Unita di Mansour Abbas e la Lista Unita, ottengono complessivamente 13 seggi. Considerando invece solo il partito, Yashar di Eisenkot prenderebbe 23 seggi e il Likud 21.

La tensione per questa tornata elettorale si conferma alta. Le Forze di difesa israeliane (Idf) sono state poste “in stato di massima allerta” e sono stati revocati i permessi ai soldati a partire da giovedì 22. Il provvedimento è stato adottato dal capo di stato maggiore delle Idf, il tenente generale Eyal Zamir, dopo una valutazione della situazione militare su più fronti con gli alti ufficiali. Zamir ha “sottolineato che la missione delle Forze di Difesa Israeliane è quella di consentire lo svolgimento delle elezioni democratiche nei tempi previsti e in sicurezza”, afferma una nota diffusa al termine della riunione. Le forze armate sono “in stato di massima allerta e continueranno a mantenere un elevato livello di vigilanza e prontezza su tutti i fronti”, ha detto Zamir, che oltre a revocare i permessi ha incaricato i militari di aumentare la presenza di ufficiali di alto grado nei centri di comando “per garantire la prontezza e la capacità operativa”. Intanto in Cisgiordania, il Comando Centrale verrà rinforzato con forze provenienti dal quartier generale della Brigata Paracadutisti e da unità aggiuntive “per rafforzare il dispiegamento nell’area e aumentare la presenza sul terreno”, ha dichiarato Zamir.

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“Compio 100 anni e ho ancora una grandissima passione, che non mi ha mai lasciato”: così il veterano di guerra William Owen Hanna

Fin da ragazzo, negli anni Quaranta, William Owen Hanna ha trovato nel bowling la sua passione. Quasi ottant’anni dopo, il 4 ottobre scorso, ha compiuto 100 anni facendo ciò che ama di più: scendere in pista e fare strike.

Ai microfoni di 6abc Philadelphia, durante la sua festa, il neo-centenario ha ricordato i suoi esordi: “Quando ho iniziato a giocare a bowling, serviva qualcuno laggiù che sistemasse i birilli. Io ho cominciato proprio come addetto alla sistemazione dei birilli”. Il suo primo lavoro in una pista, insomma, era rimettere in piedi i birilli.

I festeggiamenti si sono tenuti al MacDade Bowl di Holmes, circondato da parenti, amici e dagli altri iscritti alla MacDade Bowl Senior League, di cui fa parte. Alla televisione locale ha dichiarato: “Dio mi ha benedetto facendomi arrivare a vedere il mio centesimo compleanno,. Poi ha aggiunto che continuerà a giocare: “Finché il Signore mi permetterà di sollevare quella palla da circa 6 kg e di godermi la compagnia, il cameratismo che ho con la lega di bowling, continuerò a giocare”.

Alla festa c’era anche Patricia Hanna Clark, l’ultima figlia ancora in vita: la moglie di William e le altre tre figlie sono scomparse negli anni. Patricia ha raccontato a 6abc: “È un’ispirazione, non solo per me come sua figlia, ma per i suoi amici e per il resto della famiglia”. L’uomo ha sei nipoti, 15 pronipoti e 23 trisnipoti.

Veterano dell’esercito, dove ha prestato servizio nel Corpo dei rifornimenti (Quartermaster Corps), William è stato visto lanciare strike, abbracciare gli ospiti e sorridere mentre tutti cantavano “Happy Birthday”. Dan Mozier, responsabile della lega senior del MacDade Bowl, ha spiegato: “Abbiamo una torta e tutto il resto… Niente di davvero elegante, ma dobbiamo riconoscere il fatto che è ancora con noi”.

(Foto frame video da @6abc Philadelphia/YouTube)

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“Eravamo in fase di decollo, ma non siamo riusciti a staccarci da terra e la pista è finita. Questi piloti ci hanno salvato la vita”: Donnie Wahlberg e l’incidente con il suo aereo privato

L’attore e cantante Donnie Wahlberg è rimasto coinvolto in un incidente aereo presso l’aeroporto internazionale Harry Reid di Las Vegas, dopo che il jet privato su cui viaggiava è uscito di pista durante le operazioni di decollo. A bordo del velivolo, un Dassault Falcon 50 diretto all’aeroporto internazionale di Toronto-Pearson, in Canada, si trovavano complessivamente otto persone. Secondo quanto comunicato dalla FAA (Federal Aviation Administration), il pilota ha interrotto la manovra di decollo, causando la fuoriuscita dell’aeromobile dalla pista. Fortunatamente, nessuno dei passeggeri ha riportato ferite. Lo riporta People.

Lo stesso Wahlberg ha affidato ai propri canali social un commento sull’accaduto, descrivendo l’episodio come “momenti piuttosto intensi” e rassicurando i fan sulle proprie condizioni di salute. “L’aereo ha riportato qualche danno, noi invece no”, ha precisato l’attore in un post pubblicato su Instagram a poche ore dall’incidente. La star di “Blue Bloods” si trovava sul velivolo all’aeroporto internazionale Harry Reid domenica 18 ottobre, intorno alle 11:00 ora locale.

“Eravamo in fase di decollo, ma non siamo riusciti a staccarci da terra e la pista è finita. – ha detto Donnie Wahlberg – Posso solo dire che i piloti ci hanno salvato la vita. E Dio ci ha protetto… Avevamo appena finito di pregare quando ho guardato fuori dal finestrino e ho capito che oggi non avremmo preso il volo. Ma siamo sani e salvi, siamo grati e va tutto bene”.

L’attore ha confermato che l’aereo è uscito di pista, andando a colpire una recinzione, precisando tuttavia di essere riuscito a evitare i mezzi e le attrezzature aeroportuali più pesanti. Nella didascalia del post, Wahlberg ha spiegato di aver condiviso il video in primo luogo con familiari e amici per rassicurarli, aggiungendo: “Dato che molti di voi sono come una famiglia per me, ho ritenuto opportuno condividerlo anche con voi”.

Poi ha aggiunto: “Eravamo io e il mio team, insieme ad alcuni amici. Sono stati momenti piuttosto intensi. Sono grato a Dio, naturalmente, e ai nostri straordinari piloti, che hanno fatto un lavoro eccezionale nel tenerci al sicuro ed evitare un grave disastro. L‘aereo ha riportato qualche danno, noi invece no. Un ringraziamento a tutto il personale di soccorso a terra a Las Vegas! Siete stati davvero fantastici”.

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Elezioni Brasile, scontro totale in tv tra Lula e Bolsonaro Jr. “Stammi lontano, potresti derubarmi”. “Voglio il voto di tutti, anche di quel galeotto di tuo padre”

Un’ombra sul palco, con il fiato sul collo dell’avversario, tanto da evocare il pedinamento o la marcatura a uomo, nel gergo calcistico, con numerose provocazioni verbali. “Resti qui al mio fianco, Lula, parliamo insieme”, dice Flávio Bolsonaro con tono di sfida e sorriso ironico al rivale e presidente uscente Luiz ‘Inácio’ Lula da Silva. “Non voglio stare vicino a te – risponde, ormai esasperato dalle provocazioni del candidato ultrà –. Dalla famiglia Bolsonaro voglio distanza. Voglio distanza dai miliziani”. Poi, Flávio rincara la dose con sarcasmo: “In effetti, è meglio che tu stia lontano: meno male che sono senza portafoglio, altrimenti potresti derubarmi”.

Il vis-à-vis tra Lula e Bolsonaro Jr., ospitato domenica negli studi della catena Tv Band, nella città di São Paulo, lascia poco spazio ai programmi elettorali – separati da una distanza incolmabile – e si trasforma in un dissing tra i due candidati in corsa verso il ballottaggio del 25 ottobre. E questo polarizza ulteriormente uno scenario segnato da sondaggi contrastanti, là dove Datafolha dà vincitore Bolsonaro Jr. su Lula (47% a 45%), confermando l’esito del primo turno, mentre Vox Brasil rileva un vantaggio di due punti (51% a 49%) del candidato progressista su quello ultrà.

“Io non sono qui per fare teatrini o per subire intimidazioni da strada”, ha affermato Lula di fronte alla prossemica eccessiva e alle ripetute smorfie di scherno attuate da Bolsonaro Jr. durante l’allocuzione del presidente uscente. “Questo è un dibattito per la presidenza della Repubblica, non un raduno di teppisti”.

La tattica di Flávio è stata la stessa impiegata dall’alleato e presidente Usa, Donald Trump, durante il dibattito del 9 ottobre 2016, facendo “accapponare la pelle” all’allora rivale dem Hillary Clinton. Così però il dibattito è stato reso “inutile per l’elettore indeciso”, ha osservato l’analista politico Lucas Aragão, di Arko Advice, che ha lamentato uno stile volto a favorire “attacchi e l’ironia” anziché le proposte. “Il dibattito è servito solo ad alimentare le fazioni di entrambi, tagliando fuori l’elettorato indeciso”, ha aggiunto l’analista Jussara Soares. La strategia è stata rivendicata da Pablo Marçal, influencer e imprenditore – altro canale diretto capace di connettere Flávio con Trump e i circuiti Maga– che dalle prime file della platea faceva da suggeritore a Bolsonaro Jr. “Siamo la generazione che farà congedare Lula”, rivendica Marçal.

A sua volta, il presidente in carica, dopo l’iniziale nervosismo, ha puntato la propria allocuzione sul contrattacco e su quella che i sostenitori del Partito dei Lavoratori hanno definito “fermezza istituzionale”, accompagnata dal “rifiuto di farsi intimidire”. Ha proposto un condono di 2,5 miliardi di dollari per la piccola e media impresa e la tutela del settore pubblico, opponendosi all’austerity voluta da Bolsonaro Jr. e alla proposta di privatizzare asset strategici nazionali come Petrobras. Ha anche assicurato la continuità del programma di sussidi e contrasto alla povertà “Bolsa Família” e ribadito l’obiettivo di deforestazione zero in Amazzonia entro il 2030. Quanto alla sicurezza, Lula osserva che non basta contrastare le organizzazioni criminali con la forza, ma serve “prendere di mira i loro flussi finanziari e i loro meccanismi di riciclaggio”. Tema su cui il suo rivale, Bolsonaro Jr., propone l’istituzione di una truppa d’élite per combattere i narcos, l’adozione del modello penitenziario de El Salvador (con 500mila nuovi posti letto in carcere) e l’adesione del Brasile allo Shield of the Americas, coalizione militare promossa dall’amministrazione Trump. Il suo programma prevede anche tagli per 40 miliardi di dollari, oltre all’eliminazione di ministeri, sulla falsariga dell’Argentina di Javier Milei.

“Sai a che punto è la povertà in Argentina? Sai com’è messa la disoccupazione? Se non lo sai, leggi! E non dirai più di seguire Milei”, ha replicato il leader progressista a Flávio, che nel frattempo ha criticato i vincoli di da Silva con il regime di Daniel Ortega (Nicaragua) e l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, prelevato dagli Usa. “Ecco i tuoi amici”, ha detto.

Neppure i familiari si sono salvati dal confronto. Flávio ha tirato in ballo il figlio di Lula, Fábio Luís ‘Lula’ da Silva, indagato per corruzione e abuso d’ufficio. “Perché si nasconde in Spagna? Perché non è qui?”. Lula ha poi replicato che Eduardo Bolsonaro, fratello di Flávio, “è nascosto negli Stati Uniti, cospirando contro il Brasile, chiedendo a Trump che intervenga nel Paese”. E alla domanda capziosa “Può spiegare perché il 73% dei detenuti vota per lei?”, Lula replica: “Vorrei che mi votasse il 100%; anche tuo padre (…) Jair, vota per me”.

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La tempesta “Adam” si abbatte sulla Spagna: morte tre donne, Valencia in allerta rossa e trasporti in tilt

Il passaggio della “Dana” Adam, la depressione isolata in quota che da domenica si è abbattuta sul sudest della Spagna e sull’arcipelago mediterraneo, continua a mettere in crisi la penisola iberica e finora ha provocato tre vittime, tutte donne, informano i servizi di coordinamento delle emergenze.

Il ritrovamento del cadavere di una donna è stato confermato dalla Unità di emergenza dell’esercito (Ume) nella Comunità Valenciana, dove la Generalitat ha decretato il confinamento obbligatorio degli abitanti di 145 comuni delle aree del litorale a sud di Valencia e a nord di Alicante. Lo riferiscono fonti della Ume citate dall’emittente pubblica Tve. Il corpo è stato recuperato a Oliva (Valencia), una delle località costiere più colpite dalle inondazioni, secondo quanto hanno confermato fonti del ministero della Difesa alla radio Cadena Ser. Un dispositivo speciale di elicotteri di diverse amministrazioni (Ume, Guardia Civile, Generalitat, Consorzi provinciali dei vigili del fuoco e Salvataggio marittimo) sta realizzato in queste ore il salvataggio di centinaia di persone rimaste isolate dalle inondazioni nelle zone della Safor e di Marina Alta, dove si trova Oliva.

Il corpo di una seconda donna era stato recuperato nelle prime ore del mattino dalle squadre di soccorso su una spiaggia di Sagunto (Valencia), dove era stato trascinato dalle piogge torrenziali. Una terza vittima, anche questa una donna, dispersa da sabato a seguito delle inondazioni in Catalogna, è stato recuperato domenica dai vigili del fuoco della Generalitat all’altezza della scogliera del molo di Premià del Mar (Barcellona). La vittima era stata trascinata da una piena di un torrente a Cabrera del Mar (Barcellona), mentre con i familiari tentava di attraversare la zona, dopo aver abbandonato il centro comunale, dove le autorità avevano trasferito parte della cittadinanza per metterla in salvo dalle piogge torrenziali. Le ricerche della donna, proseguite da sabato, si sono concluse ieri con il recupero del cadavere a 6 km di distanza dal luogo della scomparsa.

Sono stati inviati avvisi telefonici di massa a Valencia, Ibiza e nella vicina Formentera, esortando la popolazione a evitare viaggi non necessari e a prestare la massima attenzione. A Ibiza, le strade si sono trasformate in laghi di acqua torbida su cui galleggiavano enormi cassonetti della spazzatura, sommergendo parzialmente le auto, e le località balneari, fulcro della famosa vita notturna dell’isola, sono rimaste deserte. L’autostrada principale per l’aeroporto di Ibiza è stata chiusa, con almeno cinque voli cancellati, 16 dirottati e altri in ritardo, secondo la compagnia aerea Aena. L’esercito ha inviato la sua unità di emergenza per contribuire a gestire l’emergenza a Ibiza e Maiorca.

Sanchez: “Situazione complicata nella Comunità Valenciana”. “Situazione molto complicata nella Comunità Valenciana, soprattutto sul litorale a sud di Valencia e a nord di Alicante, per le intense piogge delle ultime ore”, ha scritto su X il presidente del governo spagnolo, Pedro Sanchez. “L’unità militare dell’esercito è già dispiegata per collaborare con i servizi di emergenza. E sta lavorando al salvataggio di persone in zone di difficile accesso”, ha segnalato Sanchez nel post, nel riferirsi alle aree rimaste isolate per l’esondazione di fiumi o torrenti provocata dalle piogge torrenziali. Il premier fa appello alla popolazione a “evitare ogni spostamento e a restare nelle zone alte” oltre a “seguire le informazione dei canali ufficiali di emergenza”. “Molta precauzione”, conclude nel messaggio.

Comunità Valenciana, evacuate 2.000 persona dai campeggi. Il maltempo aveva già provocato una vittima ieri: una donna morta sulla spiaggia di Sagunto a causa del temporale. A Oliva, località turistica sul litorale, sono state evacuate 2.000 persone da sette campeggi, secondo quanto ha informato la sindaca Yolanda Pastor; mentre un centinaio di persone sono state evacuate da un camping inondato a Xabia, trasferite in una struttura di accoglienza allestita dal Comune e dalla Croce Rossa. La Generalitat Valenciana ha dichiarato la situazione di emergenza due nelle aree di Safor (Valencia) e Marina Alta (Alicante), e inviato alle 7:00 un messaggio di allerta Es-Alert di livello rosso – di massimo rischio di inondazioni – con l’appello ad allontanarsi dai fiumi, torrenti, e a non lasciare le case e salire ai piani alti per mettersi in sicurezza.

Allerta alta nelle Baleari. Resta alta l’allerta nelle isole Baleari. Le autorità regionali hanno ribassato alle 6 di questa mattina l’allerta di livello rosso – di rischio massimo di inondazioni- ad arancione – di rischio notevole – a Formentera, Ibiza e Maiorca, e a livello giallo a Minorca, mentre militari dell’Unità di emergenza dell’esercito (Ume), sono stati dispiegati nell’arcipelago per collaborare con le squadre di emergenza. Sono oltre 130 gli interventi di vigili del fuoco e protezione civile per inondazioni e strade allagate e danni provocati dal temporale nel fine settimana, informa il servizio di coordinamento delle emergenza del 112. Come misura di prevenzione, sono state sospese le classi nei centri educativi di Maiorca, Ibiza e Formentera, e le autorità di protezione civile hanno raccomandato, ove possibile, di lavorare da remoto per evitare spostamenti non indispensabili.

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Proteste in Francia, il primo ministro chiede “coprifuoco in alcune zone”. A Marsiglia manifestazioni vietate tra le 12 e le 20

Il governo francese risponde alle proteste con nuove misure repressive. Il primo ministro francese, Sébastien Lecornu, ha annunciato di aver chiesto ai prefetti di “decretare alcuni coprifuoco“. Una decisione presa nell’ambito del caos, delle devastazioni e dei saccheggi seguiti alle manifestazioni di sabato contro il carovita a Parigi e in diverse città di Francia, tra cui Marsiglia, Lione e Bordeaux. Nel Sud della Francia, a Marsiglia, la prefettura ha già emesso un’ordinanza che vieta “qualsiasi assembramento e manifestazione su tutto il territorio del comune” di Marsiglia, dalle ore 12 alle 20 di questo lunedì.

Al termine della vertice interministeriale a Parigi, Lecornu ha puntualizzato che si tratterà di misure “parziali” e “localizzate”, volte in particolare a proteggere negozi e attività commerciali. La mappatura dei coprifuoco dovrebbe essere resa nota nel pomeriggio, dopo colloqui con i sindaci interessati. Commentando le violenze, Lecornu ha dichiarato che “lo stato d’emergenza” verrà decretato solo “se utile”, ma al momento i coprifuoco “sembrano più adatti”.

Intanto il ministro dell’Interno francese Laurent Nunez ha fatto sapere che 350 fermi sono stati disposti ieri e durante la notte a Parigi a seguito degli scontri di piazza. Decine di persone sono state poste in custodia cautelare dopo gli scontri del weekend: “Durante il fine settimana ci sono stati 2331 fermi di polizia; il 70% riguarda persone maggiorenni, molto spesso già note alle forze dell’ordine”, di cui “oltre l’80%” è oggetto di procedimenti giudiziari, ha detto il ministro della Giustizia Darmanin. “Ci sono già decine di casi di custodia cautelare, di cui 13 a Marsiglia”, città particolarmente colpita dalle violenze.

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“Lei mi ha detto: ‘Vieni nella mia fattoria, ti mantengo io’. Ho venduto tutto e ho fatto 2000km per raggiungerla. È stato uno choc arrivare in Brasile e scoprire che era un’AI”: la storia di Edimar Martins

Ha venduto ogni singolo bene personale che possedeva per pagarsi un biglietto dell’autobus e viaggiare per oltre 2.000 chilometri, spinto dal desiderio di incontrare la donna che voleva sposare. Giunto a destinazione, però, l’amara scoperta: la fidanzata dei suoi sogni, che sui social gli prometteva una vita agiata in fattoria, non era altro che un personaggio generato dall’Intelligenza Artificiale. È la disavventura vissuta dal 49enne brasiliano Edimar Martins, muratore originario dello stato del Maranhão, vittima di un inganno digitale che lo ha lasciato senza denaro e con il cuore infranto.

L’illusione di Martins inizia nel 2020, quando si imbatte nel profilo social di una sedicente “Jéssica Oliveria”. Per quattro anni l’uomo segue gli aggiornamenti della donna, senza mai sospettare che le fattezze e la voce della ragazza fossero il prodotto di un software. Stanco della solitudine e convinto di aver trovato l’amore, lo scorso 9 ottobre Martins prende una decisione drastica: vende tutti i suoi averi per finanziare la trasferta verso Belo Horizonte, capitale dello stato sud-orientale del Minas Gerais. “Ho venduto tutte le mie cose, mi sono sbarazzato di tutto”, ha raccontato all’emittente tv Mirante. “È così che ci si scoraggia; chi non si scoraggerebbe?”.

A trarre in inganno il 49enne sono stati i contenuti pubblicati sull’account TikTok @JessicaFazendeira, un profilo seguito da oltre 300.000 follower. In uno dei video (successivamente rimosso dalla piattaforma), la donna generata dall’IA lanciava un appello mirato, dichiarando di cercare un compagno da accogliere nella propria tenuta agricola. “Voglio davvero sostenerti, voglio che tu venga nella mia fattoria e che tu non debba mai più lavorare in vita tua“, recitava il personaggio virtuale. Parole che hanno fatto breccia nella solitudine del muratore: “Porta solo tristezza, scoraggiamento, depressione. Molte persone desideravano trovare una relazione, così sono venuto”, ha spiegato Martins.

@jessicafazendeiraEu amo demais morar na fazenda ❤️

♬ som original – Jessica Oliveira

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Motovedetta della polizia portuale greca urta e affonda un barcone di migranti, poi un secondo naufragio nell’Egeo: 12 morti tra cui un neonato

Due naufragi a distanza di poche ore nel mar Egeo, al largo delle isole greche di Lesbo e Samo: affondate due imbarcazioni che trasportavano migranti, la guardia costiera greca riporta 12 persone morte tra cui un neonato. Il primo episodio è avvenuto nelle prime ore del mattino vicino alle coste dell’isola di Lesbo: una motovedetta della polizia portuale ha urtato la barca su cui si trovavano 14 migranti, hanno perso la vita quattro donne, un uomo e un bambino di pochi mesi. Nel secondo episodio, a 3,7 miglia dall’isola di Samo, si è capovolta un’imbarcazione con a bordo venti migranti: 6 persone sono morte (cinque uomini e una donna), mentre 14 sono sopravvissute, tra cui un presunto trafficante di nazionalità iraniana.

I migranti coinvolti in questo tipo di incidenti mortali, purtroppo frequenti, cercano di raggiungere l’Europa attraverso le isole greche a nord e ad est dell’Egeo (vicine alla costa ovest della Turchia) o tramite Creta (a sud). Non a caso lo scorso settembre, al largo dell’isola greca di Gavdos (vicino a Creta), c’è stato il naufragio di una imbarcazione che ha portato alla morte di una persona e alla dispersione in mare di altri 25 migranti.

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“Tutti devono fare le puzzette”: autista licenziata dopo una scorreggia in cabina fa causa al datore di lavoro, ma perde. Ecco perché

Una pausa troppo rumorosa, e soprattutto troppo odorosa, è finita davanti a un tribunale del lavoro. Stephanie Bryan, autista di autobus a Bristol, nel Regno Unito, ha trascinato in giudizio The Big Lemon, la società di trasporto elettrico che l’aveva messa alla porta, convinta di essere stata vittima di discriminazione per disabilità e di molestie.

Tutto sarebbe partito dalla testimonianza di Samantha Bingham, la collega che le era subentrata alla guida. Stando a quanto riferito in aula, Bryan avrebbe avuto un episodio di flatulenza particolarmente marcato durante il turno, ma gli effetti non si sarebbero esauriti con il cambio di conducente. Salita a bordo, Bingham avrebbe trovato la cabina avvolta da un odore così insistente da pensare che chi l’aveva preceduta si fosse sporcata.

Il problema, ha raccontato la collega, l’avrebbe seguita anche fuori dal lavoro: il cattivo odore le sarebbe rimasto addosso e, una volta a casa, il compagno le avrebbe domandato se si fosse sporcata. Bingham avrebbe quindi deciso di mettere subito in lavatrice la divisa e di farsi una doccia. Quando ha poi chiesto spiegazioni a Bryan, la risposta sarebbe stata una frase destinata a restare agli atti: “Tutti devono fare le puzzette”.

Da lì la battaglia legale. Bryan ha sostenuto di aver subito discriminazione legata alla disabilità e molestie, citando tra le proprie condizioni la depressione, il disturbo borderline di personalità e problemi di debolezza vescicale.

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Trump accusa Zelensky: “Non vuole la pace in Ucraina”. Rubio: “Discussioni in corso su vertice del presidente Usa con Xi e Putin”

Il segretario di Stato Usa Marco Rubio conferma la discussione in corso su un possibile incontro a tre: allo stesso tavolo siederebbero Trump, Xi e Putin. Itanto, il presidente americano ha accusato Zelensky di voler proseguire il conflitto: “Il leader ucraino “non vuole porre fine a questa guerra, e probabilmente non l’ha mai voluto. Avrebbe potuto ottenere un accordo migliore due anni fa di quello che può ottenere ora”, mentre “io voglio che questa guerra finisca!”.

Il possibile vertice Trump-Xi-Putin

Dopo le indiscrezioni del Wall Street Journal, secondo cui Putin avrebbe proposto un vertice a tre con Trump e Xi da svolgersi a Novembre, Rubio ha confermato la discussione sulla possibilità di un incontro. Secondo il segretario di Stato, in ogni caso, nessun piano sul possibile incontro è stato ancora definito: “Credo si stia parlando di un incontro. Non so se sia stato ancora deciso qualcosa”, ha dichiarato.

Trump accusa Zelensky

Il tycoon ha rivendicato il suo impegno “nel processo di negoziazione della pace nella guerra tra Russia e Ucraina”, e di non voler “fare nulla che possa allontanare, in modo sciocco, la Russia dal tavolo delle trattative”. Trump ha sottolineato “grandi progressi, e questo include le attuali negoziazioni sugli ostaggi. Firmare quel documento in questo momento farebbe proprio questo, e io posso firmarlo più tardi, o in qualsiasi momento io voglia!”. Il presidente Usa ha mandato un messaggio a Putin sul versante del Medio Oriente: “Forse ancor più importante, la Russia sta facendo pochissimo, se non nulla, per aiutare la Repubblica Islamica dell’Iran, rispetto a quello che potrebbe fare, e io voglio mantenere le cose così, e lo farò, a meno che persone stupide non si mettano in mezzo”.

Secondo Trump “Zelensky sta utilizzando le raffinerie di diesel in Russia come bersaglio, sapendo che questi attacchi stanno danneggiando seriamente i mercati mondiali del diesel, inclusi quelli negli Stati Uniti. Agricoltori, allevatori e imprese di ogni tipo stanno soffrendo grandemente per questo, ma la Russia, nondimeno, sta inviando, a un prezzo basso, milioni di barili di diesel al mondo”. “A Zelensky non importa, e francamente, con tutti i soldi che l’Europa gli sta dando, e che Joe Biden gli ha dato in passato, lui non vuole porre fine a questa guerra, e probabilmente non l’ha mai voluto”.

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Ballottaggio in Brasile, i giudici fermano Meta e danno ragione a Lula: “Garantire parità nell’algoritmo per i post social”

Arriva l’altolà del Tribunale supremo elettorale (Tse) a Meta. In vista del ballottaggio di domenica 25 ottobre alle presidenziali brasiliane, il colosso dei social dovrà garantire condizioni neutre e parità algoritmica nella diffusione dei contenuti relativi ai candidati Flávio Bolsonaro e Luiz Inácio ‘Lula’ da Silva, presidente uscente, che – attraverso i legali del Partito dei lavoratori – aveva denunciato la multinazionale Usa per “trattamento disuguale nella generazione e distribuzione di contenuti politici” e “ingiustificate riduzioni di visibilità“.

La decisione, redatta dal ministro del Tse Marco Aurélio Bellizze, impone a Meta il divieto di “restringere ingiustificatamente la distribuzione di contenuti politico-elettorali” in favore o contro le candidature in campo. Altri limiti riguardano anche Meta AI, i cui strumenti non potranno “esprimere opinioni, indicare preferenze elettorali, raccomandare il voto o porre in essere qualsiasi forma di favoreggiamento o svantaggio politico elettorale”. Il Tse ha inoltre imposto a Meta una multa giornaliera di 500mila reais, cioè 81mila euro, in caso di inadempimento.

Le segnalazioni inascoltate

In una nota ufficiale, il gruppo di Mark Zuckerberg ha respinto “categoricamente qualsiasi affermazione di parzialità deliberata contro la campagna del presidente Luiz Inácio Lula Da Silva”. Secondo l’azienda che controlla Facebook, Instagram, WhatsApp e Threads, i danni recati alla campagna di Lula sono stati causati da “un errore sistemico involontario a livello globale che ha temporaneamente colpito diversi inserzionisti”. In realtà, le irregolarità erano note ai dipendenti di Meta in Brasile, che avevano già classificato alcuni incidenti come “gravi”, poiché esigevano “attenzione urgente”, ma i superiori di Menlo Park avrebbero snobbato l’allarme. A tale riguardo, il quotidiano Folha de São Paulo ha svelato diverse chat in cui i dipendenti di Meta accusavano i colleghi Usa di aver “sottovalutato l’urgenza politica della situazione”, definita “anomala” e ad “alta probabilità” di un’azione giudiziaria.

Il sabotaggio anti-Lula

Del resto, la versione di Meta non regge il confronto con i reiterati episodi documentati dal team legale di Lula, tra cui l’improvvisa disabilitazione dell’account pubblicitario su Facebook e Instagram, il blocco delle sponsorizzazioni di post elettorali (permesse invece a Bolsonaro) e la scomparsa sistematica del profilo ufficiale del presidente uscente e di altri esponenti della sinistra dai risultati di ricerca su Instagram. Questi schemi relegano in secondo piano anche recenti notizie positive, come l’accorciamento della settimana lavorativa e la deforestazione in Amazzonia, ridotta ai minimi rispetto al 1988.

Tra le denunce si riscontrano anche situazioni più sottili, come la generazione di materiale elettorale IA per Bolsonaro, negato invece a Lula, e la mancata rimozione di 255 profili fake rimasti attivi a diffondere notizie false, seppur segnalati. “Stanno usando la tecnologia per cercare di controllare il destino del nostro Paese. Non accetteremo che nessuna corporation straniera decida, attraverso un algoritmo occulto, chi deve governare il Brasile”, ha denunciato il leader progressista, che ha presentato un esposto presso diversi osservatori internazionali accreditati, tra cui l’Organizzazione degli Stati americani, l’Unione europea e il Parlamento del Mercosur.

Il ruolo di Cerimedo ed Elytron

La trama coinvolge già diversi attori esteri, oltre a Meta. È il caso di Fernando Cerimedo, l’esponente Maga in America Latina, già coinvolto in diverse campagne elettorali nella regione, che ora si trova in cella in Bolivia, ma prima del suo arresto aveva preso accordi con Flávio, assicurandogli una “corsia preferenziale con Meta” oltre all’attivazione di “milizie digitali” e sciami di bot a suo favore. L’intesa è stata svelata dall’ex compagna di Cerimedo, Nadia Beller, che ha fornito prove documentali a integrazione delle indagini già avviate dalla Polizia federale brasiliana.

“Sono in grado di far chiudere o far ripristinare qualsiasi pagina”, scriveva Cerimedo al candidato brasiliano. E non solo. Recenti indagini eseguite dalla testata investigativa The Intercept Brasil sostengono che il team di campagna di Bolsonaro avrebbe sborsato 600mila reais (l’equivalente di 118mila dollari) a Elytron, società di cybersecurity radicata negli Usa, per la creazione di profili fake e l’organizzazione di operazioni di propaganda volte a screditare Lula sui Social. L’inchiesta raccoglie dichiarazioni e registri commerciali forniti dall’ex consulente tecnologico dell’azienda, Vincent Edward Reed, che ha denunciato la creazione di un sistema volto a “profilare gli elettori” e poi “colpirli con deepfake generati dall’Intelligenza artificiale”. Flávio però non confessa, e ironizza: “La sinistra sta preparando la scusa per la sconfitta. Ora la colpa non è più delle loro proposte o del malcontento popolare, ma degli algoritmi di Instagram e di WhatsApp”.

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