❌

Reading view

D’Orsi: “Putin dietro le proteste di Milano? Ci hanno imbottito i crani con la storia dei russi cattivi ma ora il giochino si sta rompendo”

“Contemporaneamente ci imbottiscono i crani ma quegli stessi crani poi provano a spaccarli col manganello”. Lo storico Angelo d’Orsi prende in prestito Antonio Gramsci per descrivere il rapporto tra propaganda e repressione, mentre in Italia si discute delle proteste giovanili contro il carovita e delle violenze che hanno accompagnato le manifestazioni di Milano. Ospite di Battitori liberi, su Radio Cusano, d’Orsi, già ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino e fondatore del movimento Agorà, contesta duramente le interpretazioni che chiamano in causa la Russia di Vladimir Putin come possibile regista dei disordini, prendendo di mira soprattutto l’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari e le ricostruzioni sulla guerra ibrida evocate dal ministro della Difesa Guido Crosetto.
A innescare la discussione sono le parole pronunciate da Molinari a Tagadà, su La7: Savino Balzano riassume sarcasticamente la lettura delle proteste con un “Ha stato Putin”, mentre Gianluca Fabi chiede a d’Orsi come confuterebbe davanti a una platea di studenti le interpretazioni di Molinari e Crosetto.

“Intanto bisognerebbe superare la crisi di ilarità che queste interpretazioni suscitano – esordisce lo storico, che riserva all’ex direttore di Repubblica parole particolarmente dure – Molinari non è nuovo a questo genere di posizioni. Due settimane fa, intervistato da un’altra sedicente giornalista in televisione, di cui preferisco non fare il nome e neanche il cognome, alla domanda su come interpretasse l’aumento del prezzo del gasolio e della benzina alle pompe, ha risposto con grande sicumera che la responsabilità primaria era certamente di Putin”.
E rincara la dose: “Credo che Molinari andrebbe messo davvero in condizione di smettere di scrivere. È il principale responsabile dell’ondata russofobica che attraversa l’Italia da parecchi anni. E non dal 2022, ma almeno dal 2014. Basta andare a sfogliare i giornali dove lui scrive”.
Ma al di là dell’attacco personale, il professore insiste sulla necessità di sottoporre a verifica le informazioni, a cominciare dalla loro provenienza: “Noi dobbiamo fare sempre la critica delle fonti, che è una delle procedure tipiche dello storico. Quando arriva una notizia, un’informazione, un messaggio, devi capire: da dove arriva? Chi è che ci dà questa informazione? Chi fornisce questa comunicazione? Quindi, già pensando alla fonte, capisci che non è credibile”.

Per spiegare ai suoi studenti quello che considera il carattere “fallace e farlocco” della tesi sulle interferenze russe, d’Orsi si affida ancora a Gramsci e alla distinzione tra senso comune e buon senso. Il primo, osserva, si forma attraverso immagini, parole e messaggi assorbiti quotidianamente dai mezzi di comunicazione, spesso senza alcuna consapevolezza critica:“Entrano dentro di te come una specie di virus. Gramsci usa l’espressione: ‘Ci hanno imbottito i crani’”. E il messaggio che, secondo lo storico, viene inoculato da anni nell’opinione pubblica è che “i russi sono cattivi e ci vogliono aggredire”.
Il professore invita quindi a recuperare il buon senso e a interrogarsi sulle ragioni concrete di un’eventuale interferenza del Cremlino nelle manifestazioni italiane: “Ma perché Putin dovrebbe avere tutto questo tempo e questa possibilità di intervenire in tutti i disordini del mondo?”. E ricorda come il presidente russo venga chiamato in causa anche in vicende politiche assai lontane dall’Italia, comprese le elezioni brasiliane.
Poi ribadisce: “Quale sarebbe l’interesse di Putin? Putin davvero ha tutto questo tempo libero? Lui ha le sue gatte da pelare e problemi seri. E voi immaginate che la Russia si debba mettere a intervenire nelle vicende interne dell’Italia?”. E richiama il recente viaggio in Russia, dove ha constatato una crescente stanchezza per la guerra, pur in presenza di un consenso che descrive come ancora altissimo nei confronti del presidente.
Quando Fabi richiama il possibile ruolo di TikTok, YouTube e degli strumenti digitali, la replica arriva immediata: “Sì, con gli algoritmi. Quando non si hanno spiegazioni credibili si ricorre a questo”.

Il discorso si sposta quindi sul rapporto tra costruzione del consenso e uso della forza. Balzano osserva che le spiegazioni fondate sull’onnipresenza di Putin rischiano ormai di apparire grottesche e chiede quali prove, documenti o elementi fattuali vengano presentati a sostegno di simili ricostruzioni. Ma avverte anche che l’eventuale perdita di efficacia della propaganda non rappresenta necessariamente una buona notizia, perché alla persuasione può subentrare la coercizione.
D’Orsi condivide l’opinione dello scrittore e torna a Gramsci, stavolta attraverso il concetto di moderno cesarismo: “Gramsci diceva che il moderno cesarismo non è più militare ma è poliziesco. Vuol dire che contemporaneamente ci imbottiscono i crani ma quegli stessi crani poi provano a spaccarli col manganello”. Una formula che lo storico applica alle immagini degli scontri di questi giorni: “Ci sono due elementi: l’elemento di persuasione più o meno occulta che lavora e l’elemento di coercizione fisica che abbiamo visto in questi giorni”.

Secondo d’Orsi, però, il meccanismo comincia a mostrare le sue crepe: “Adesso il giochino si sta rompendo, non funziona più. E non ci sono solo io a pensarlo, ma migliaia di persone che dicono: il re è nudo. Non potete continuare”.
Il professore difende quindi le ragioni degli studenti che scendono in piazza, distinguendo il disagio sociale dalle violenze commesse durante le manifestazioni. Alla domanda di Fabi sulla buona fede dei giovani manifestanti, cita il filosofo francese Emmanuel Mounier e una sua riflessione del 1945: “La révolution attire les effusifs, les confusifs, les diffusifs”. In sostanza, spiega, “dove c’è rivoluzione, c’è casino. C’è sempre qualcuno che si infila per fare casino. Sempre”.
Questo, tuttavia, non cambia il suo giudizio sul significato delle mobilitazioni: “Io lodo questi ragazzi che scendono in piazza, perché danno la sveglia al Paese. E non si può dire che questi sono gli sdraiati di Michele Serra o dei bamboccioni. No, sono persone che stanno patendo l’esclusione sociale nella maniera più drammatica che noi vediamo e quindi dicono basta”.

Lo storico, condividendo pienamente le parole pronunciate dal filosofo Massimo Cacciari a Otto e mezzo, cita le proteste in Francia e in Spagna, individuando nel malessere sociale il filo che le unisce: “C’è qualcosa che collega tutto questo e non è certamente Putin o il desiderio di spaccare tutto. C’è il desiderio di dire basta e di dire no. Questi stanno lottando per la propria vita. E non per il futuro ma per il presente, perché gli stiamo rubando il presente. Come si fa a non capire?”.
Per il fondatore di Agorà, il nodo focale resta la condizione materiale di chi protesta. “Qui c’è una rivolta sociale”, afferma, raccontando di essere stato pochi giorni prima in Calabria, dove ha incontrato agricoltori e autotrasportatori impegnati nei blocchi. Uno di loro gli ha riferito di vendere i pomodori a 10 centesimi al chilo, la stessa cifra percepita dal padre quindici o vent’anni prima. D’Orsi osserva: “Oggi sono andato alla bancarella del mercato: sapete a quanto vendevano i pomodori? A 6,5 euro al chilo. E io mi sono rifiutato di comprarli”.

Nella parte conclusiva dell’intervista, Fabi gli chiede quale direzione stia prendendo la guerra in Ucraina. La risposta dello storico è affidata a due scenari, il primo dei quali passa attraverso un accordo tra Donald Trump e Vladimir Putin, senza ulteriori ostacoli da parte dei governi europei: “L’Europa la smetta di mettersi di traverso e accetti che Trump porti avanti la trattativa con Putin. Così si arriva alla fine della guerra”.
D’Orsi racconta di avere parlato durante il soggiorno in Russia con candidati alle elezioni e rappresentanti di partito incontrati nei seggi. E rivela: “Tutti mi hanno detto che non vedono l’ora che finisca la guerra con l’Ucraina. Ma a quali condizioni? Ovviamente mi hanno detto che il Donbass è russo e che non mollano sul Donbass. Gli ho chiesto provocatoriamente: ma la Crimea? Mi hanno riso in faccia. La Crimea per loro è russa, è fuori discussione”.
D’Orsi ritiene quindi che il riconoscimento delle rivendicazioni territoriali di Mosca possa aprire la strada alla conclusione del conflitto: “Se si accetta che il Donbass e le due repubbliche di Lugansk e Donetsk siano, come sono ormai anche a livello costituzionale, parte della Russia, la guerra finisce”.
L’alternativa, nella sua analisi, è la prosecuzione della guerra, con conseguenze potenzialmente devastanti per Kiev. E nel mirino torna l’Europa, insieme al Regno Unito: “Se l’Europa continua a mettersi di mezzo, includendo anche la Gran Bretagna, dove a mio avviso c’è tutta la gran regia, questa guerra non finirà. E vuol dire che l’Ucraina sparirà come nazione”.

L'articolo D’Orsi: “Putin dietro le proteste di Milano? Ci hanno imbottito i crani con la storia dei russi cattivi ma ora il giochino si sta rompendo” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il campo largo decida ora da che parte starà l’Italia o si spaccherà al primo voto

A un anno dalle elezioni politiche (se non verranno anticipate) il centrosinistra è competitivo come non accadeva da tempo. Secondo i sondaggi di metà ottobre 2026, la coalizione progressista e il centrodestra sono separati da pochi decimali. Il Partito democratico, il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva, Più Europa e il nuovo soggetto politico di Ernesto Maria Ruffini discutono di primarie, di un programma da scrivere e di un nome nuovo per l’ormai logora formula del “campo largo”. Prima del nome, del candidato e del programma c’è però una domanda che nessuno vuole porsi apertamente traendone le necessarie conseguenze: su quale idea della collocazione internazionale dell’Italia si fonda questa alleanza?

Dove sono d’accordo – Sarebbe ingeneroso negare che i punti di convergenza siano numerosi e concreti. Le forze del centrosinistra (continuiamo a chiamarle così anche se qualcuna tra esse a sentire sinistra se la dà a gambe) hanno presentato insieme una proposta di salario minimo legale. Difendono il finanziamento della sanità pubblica e la lotta alle liste d’attesa. Si sono opposte all’autonomia differenziata e al premierato. Condividono un’agenda sui diritti civili, sulla scuola pubblica, sulla transizione ecologica e sul contrasto alla precarietà. Su Gaza, dopo molte incertezze, hanno trovato posizioni comuni in Parlamento e in piazza. È un patrimonio programmatico reale, un dato di fatto, non un’invenzione propagandistica.

Dove si dividono – Anche le divergenze, però, non sono marginali. In politica interna riguardano la giustizia, con Italia Viva più vicina alla separazione delle carriere, e il lavoro, come ha mostrato il referendum sul Jobs Act, che ha visto il Pd (ma non solo) di Schlein e i renziani su fronti opposti. Riguardano anche le infrastrutture e l’energia, dai termovalorizzatori al nucleare, le politiche di sostegno al reddito e i bonus edilizi. Sono differenze serie che a essere seri precluderebbero qualsiasi possibilità di spacciarsi di fronte agli elettori come possibile maggioranza credibile e coesa. Ma volendo fare uno sconto agli interessati e munendosi di uno sconfinato ottimismo, diciamo che potrebbero essere divergenze negoziabili, collocabili nella normale dialettica di ogni coalizione italiana.

Diverso è il caso della politica estera. Le posizioni sull’invio di armi all’Ucraina, sull’aumento delle spese militari, sul piano europeo di riarmo e sul rapporto con la Nato e con l’amministrazione americana non sono sfumature di uno stesso orientamento: sono orientamenti diversi. Il Pd, pur con un dibattito interno vivace, ha sostenuto l’aiuto militare a Kiev. Italia Viva, Più Europa e l’area riformista lo considerano non negoziabile. Il Movimento 5 Stelle e AVS chiedono di fermare l’invio di armi e di puntare solo sulla via diplomatica (come se fossero alternative) e hanno votato contro il riarmo europeo. Non a caso, dentro il Pd c’è chi già oggi giudica inaccettabile la linea di Conte, e dentro il Movimento c’è chi considera la linea del Pd subalterna all’Alleanza atlantica e dunque da respingere.

Perché la politica estera non è un capitolo come gli altri

Nella tradizione politica italiana (ma aggiungerei in qualsiasi seria democrazia) la politica estera non è mai stata un semplice capitolo del programma: è stata la cornice entro cui tutto il resto prendeva senso. Ai congressi dei grandi partiti di una volta, dalla Dc al Pci al Psi, le relazioni iniziali, la base su cui confrontarsi, si aprivano immancabilmente con l’analisi della situazione internazionale e solo dopo passavano alle questioni interne. Non era un rito: era la consapevolezza che la collocazione internazionale del Paese fissa i margini di ogni altra scelta, dall’economia al welfare, dalle politiche fiscali alla sicurezza.

La storia lo conferma. Nel 1949 la scelta atlantica di De Gasperi definì per decenni il perimetro delle maggioranze possibili. Negli anni Sessanta il centrosinistra organico nacque solo dopo che il Psi di Nenni ebbe chiarito la propria posizione sull’Alleanza atlantica: senza quel chiarimento i socialisti non sarebbero potuti entrare al governo. Nel 1976 Enrico Berlinguer sentì il bisogno di dichiarare che si sentiva “più sicuro” sotto l’ombrello della Nato, perché sapeva che la credibilità di governo del Pci passava di lì.

Gli esempi più recenti sono ancora più eloquenti e dovrebbero essere oggi considerati alla stregua di un monito. Nel febbraio 2007 il secondo governo Prodi andò in crisi proprio su un voto di politica estera, quello al Senato sulla mozione presentata da D’Alema su Afghanistan e base di Vicenza, che fu affossata da senatori della stessa maggioranza. L’anno seguente quella fragilità portò alla caduta definitiva. Nel 2022 la scissione di Di Maio dal Movimento 5 Stelle nacque dallo scontro sulle armi all’Ucraina, e da quelle tensioni partì la crisi che chiuse l’esperienza del governo Draghi. La politica estera, insomma, non è soltanto il terreno su cui le coalizioni nascono, discutono, litigano: è quello su cui cadono.

Una questione di onestà verso gli elettori

Per questo il problema smette di essere tattico e diventa non solo strategico ma, per la buona politica, anche etico. Già oggi, infatti, si può prevedere con ragionevole certezza che, chiunque vinca le primarie, Schlein o Conte, la maggioranza si spaccherebbe al primo voto sugli aiuti a Kiev o sulle spese per la difesa. Se è così, presentare questa coalizione come un’alternativa di governo stabile significa chiedere agli elettori di chiudere gli occhi e concedere una delega su qualcosa -piena coesione della maggioranza, unità di intenti, assicurazioni sulla stabilità- che non esiste. Non basta una formula lessicale da scrivere nel programma, tipo un “sostegno all’Ucraina nel quadro di un’iniziativa diplomatica europea” o simili, che ciascuno può domani leggere anche in due modi opposti. Le formule ambigue reggono in campagna elettorale, non al momento del voto nelle aule di Montecitorio e Palazzo Madama.

Prima ancora delle ricette economiche, i cittadini hanno dunque diritto di sapere da che parte starà l’Italia: con quali alleati, con quali impegni, con quale idea della sicurezza europea. È questa la prima garanzia di trasparenza che una forza di governo deve offrire. Un’alleanza che ha come unico obiettivo battere l’avversario e rimanda il nodo decisivo della collocazione internazionale in un contesto bellico a dopo il voto rischia di essere percepita persino dai propri elettori, come un cartello elettorale piuttosto che come un serio progetto di governo.

Che cosa resta in mano agli elettori

Si dirà che anche il centrodestra ha le sue contraddizioni in politica estera e che nessuna coalizione è perfettamente omogenea. È vero, ed è giusto riconoscerlo. Ma i problemi del fronte contrapposto non risolvono i propri. La strada onesta è una sola: affrontare ora, pubblicamente, la divergenza sull’Ucraina e sulla collocazione internazionale, e risolverla con una scelta chiara, anche a costo di perdere un pezzo dell’alleanza. Se la divergenza è insanabile, onestà intellettuale e politica dei diversi partiti, ma anche dei rispettivi leader, impongono di dichiararlo. A quel punto restano due strade: andare al voto con alleanze più ristrette ma coerenti, oppure stringere un patto esplicitamente limitato, dicendo agli elettori fin dove arriva.

Fingere che il problema non esista è la soluzione peggiore. Lo è per i partiti, che si condannerebbero a un governo fragile. Lo è per i cittadini che voterebbero un’alleanza che non sa nemmeno dove portare l’Italia nel mondo. Un pastrocchio, se non un’impostura, in grado di assicurare poltrone di governo, ma non certo quella alternativa politica di cui si dice il Paese ha bisogno. Morale: se la buona politica si fonda sulla trasparenza e l’onestà di intenti, il campo largo-progressista deve avere il coraggio e la saggezza di sciogliere immediatamente questo nodo in maniera chiara e netta di fronte agli elettori. A meno che non voglia prenderli in giro promettendo cose che non riuscirà mai a realizzare con il rischio di tornare alle urne al primo inciampo.

L'articolo Il campo largo decida ora da che parte starà l’Italia o si spaccherà al primo voto proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Guerra in Ucraina, altra notte da incubo a Kiev: ripetuti attacchi missilistici russi: 13 esplosioni in otto minuti

Missili balistici lanciati dalle forze russe hanno colpito diverse località di Kiev, ferendo sei persone e causando esplosioni che hanno scosso la città. Lo riferiscono i media ucraini. Intorno alle 2 del mattino (ora locale) nel quartiere di Dniprovsky sono stati colpiti due edifici residenziali e “potrebbero esserci persone intrappolate sotto le macerie”, secondo quanto dichiarato dal sindaco, Vitali Klitschko, citato dal Kyiv Independent. Un’ora più tardi missili balistici hanno nuovamente preso di mira la capitale: almeno 13 esplosioni hanno scosso la città in meno di otto minuti. Una terza ondata di esplosioni è stata avvertita intorno alle 3:35.

Un edificio adibito a struttura medica è stato danneggiato nel quartiere di Pecherskyi, mentre nel quartiere di Sviatoshynskyi, a seguito di un attacco nemico, è scoppiato un incendio all’interno di un ristorante”, ha riferito l’Amministrazione militare della città. Massiccio attacco di droni ucraini verso Mosca. Secondo quanto riferito dal sindaco della capitale russa, Sergei Sobyanin, tra le 20.30 di ieri e le 4 di oggi, 650 velivoli senza pilota hanno sorvolato la zona, la gran parte dei quali sono stati abbattuti.

Le forze ucraine hanno colpito con un attacco di droni la città russa di Lipetsk, importante centro industriale e capoluogo dell’omonima provincia, a 335 chilometri a est del confine ucraino. Secondo quanto riportato dal Kyiv Independent, nell’attacco è stato colpito un edificio di diversi piani e sono state udite esplosioni in città. Testimoni oculari hanno diffuso video che sembrano mostrare droni ucraini che sorvolano la città a bassa quota e fiamme che illuminano il cielo notturno. Lipetsk ha una popolazione di circa 500.000 abitanti e ospita l’acciaieria di Novolipetsk, un imponente impianto che assicura il 20% della produzione totale di acciaio grezzo della Russia ed è il più grande stabilimento siderurgico del paese.

L'articolo Guerra in Ucraina, altra notte da incubo a Kiev: ripetuti attacchi missilistici russi: 13 esplosioni in otto minuti proviene da Affaritaliani.it.

  •  
❌