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Giordania, attacco armato a una chiesa a sud di Amman: “Almeno 7 morti”

23 October 2026 at 14:26

Attacco in una chiesa in Giordania. Almeno 2 uomini armati sono scesi da un veicolo e hanno aperto il fuoco durante un corteo funebre presso la chiesa di Hamoud nella provincia di Karak, a sud della capitale Amman. Almeno 7 persone sono rimaste uccise, altre 10 sono rimaste ferite, molte delle quali in maniera grave. E’ in corso una vasta operazione per trovare i responsabili.

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L’Oceano Pacifico è sempre più blu, ma non è un buon segnale

L’Oceano Pacifico è sempre più blu. E per quanto potrebbe sembrare una buona notizia, in realtà, non lo è. Il Pacifico, infatti, visto dagli strumenti satellitari, è attraversato orizzontalmente da...

“Ho un mandato d’arresto”: sposini fermati dalla polizia durante il viaggio di nozze. Sorpresa e poi risate

23 October 2026 at 13:56

Una luna di miele dai risvolti inaspettati per Kara Lewis Webb e West Webb, sposi l’11 ottobre nel Tennessee: pochi minuti dopo aver lasciato il luogo della cerimonia e pronti per il viaggio di nozze, la coppia è stata fermata dalle forze dell’ordine. L’agente ha dichiarato che a carico dello sposo risultavano una multa per eccesso di velocità non saldata in California e un mandato di arresto.

La realtà dei fatti, tuttavia, si è rivelata ben diversa da quanto inizialmente sembrava. Il filmato dell’episodio, diventato rapidamente virale, ha totalizzato oltre 9 milioni di visualizzazioni su Instagram, trasformando quella che avrebbe dovuto essere una romantica prima notte di nozze in un momento decisamente memorabile e del tutto fuori dal comune.

Una notte di nozze da ricordare per Kara Lewis Webb e West Webb che, dopo aver celebrato il loro matrimonio il 11 ottobre nel Tennessee, si sono ritrovati protagonisti di un episodio inaspettato.

A pochi minuti dalla partenza verso la meta della luna di miele, la coppia è stata fermata dalla polizia. L’agente, avvicinatosi al finestrino, ha chiesto allo sposo se avesse mai ricevuto una multa per eccesso di velocità in California, aggiungendo con tono serio che a suo carico risultava un mandato di arresto.

La tensione è durata però pochissimi istanti: l’uomo in divisa ha subito rivelato che si trattava di uno scherzo, congratulandosi poi con i novelli sposi. L’intera scena, ripresa in un video pubblicato dalla sposa sui social media, ha totalizzato circa 9 milioni di visualizzazioni su Instagram.

“Una cosa è certa- ha dichiarato Kara a People -racconteremo questa storia per il resto della nostra vita».

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Perché l’Argentina di Milei conferma che le ricette neoliberiste sono fallimentari

23 October 2026 at 12:54

C’è uno strano caso di “miracolo” economico che riesce a far quadrare i conti dello Stato mentre manda fuori squadra quelli di chi lavora, produce, consuma. Se volete toccare con mano, prendete un aereo per Buenos Aires, nell’Argentina di Javier Milei, il presidente con la motosega anti-sprechi, anti-spesa pubblica, anti-tutto. Uno strumento che, a giudicare dai risultati, funziona egregiamente. Il punto è capire che cosa stia tagliando.

All’atto del suo trionfale avvento, nel 2023, Milei era stato dipinto come un auspicato innovatore della deregulation contro-statalista in salsa sudamericana. Esaltato in primis dagli opinionisti turbo-liberali mai sazi di sforbiciate al deficit, pareggi di bilancio, privatizzazioni e tutto il ben noto pacchetto di riforme degli emuli, o nostalgici, della “filosofia” ultraliberista.

Partiamo dalle imprese: tra novembre 2023 e luglio 2026, secondo i registri ufficiali argentini, 32.290 datori di lavoro in meno (-6,3%) e 437.600 posizioni lavorative perdute (-4,4%). Non tutti fallimenti o licenziamenti, ma senz’altro una bella emorragia. In Argentina, il piatto piange, ma letteralmente, non per modo di dire. Prendete la carne bovina, icona nazionale del comparto alimentare: 46,3 chili annui pro capite nel luglio 2026, il 9,4% in meno rispetto all’anno precedente. Nel Paese dell’asado, anche la bistecca è diventata un lusso.

Quanto alle pensioni, il bonus per i trattamenti più bassi è congelato a 70.000 pesos dal marzo 2024. I prezzi, ovviamente, no: e il taglio delle pensioni “povere” vien da sé, per opera dell’inflazione, senza colpo ferire e senza bisogno di scomodi interventi “strutturali”. Infine la povertà: risalita dal 28,2% al 32,3% nel primo semestre 2026, con il 7,5% degli argentini nell’indigenza.

Certo, Milei ha ottenuto risultati importanti sul piano della stabilizzazione: avanzo fiscale nel 2024 e nel 2025, inflazione mensile scesa all’1,9 per cento nel settembre 2026. Liquidare questi risultati come inesistenti sarebbe poco onesto. Ma confondere il miglioramento degli indicatori fiscali e monetari con il benessere e la qualità della vita dei cittadini è un errore ancor più grave.

Uno Stato non è un’azienda, e tanto meno un foglio Excel dove l’unica variabile degna di nota è il saldo entrate-uscite e dove i benefici sono sempre e solo quelli rilevabili con l’occhiuta tigna di un cassiere. Né il giudizio su un Paese può essere appaltato in esclusiva alle agenzie di rating. Esso deriva anche da come sono tutelati i suoi abitanti (sul piano del welfare, della sanità, della vecchiaia), da quanto l’ecosistema economico sia favorevole anche alle piccole e medie imprese, dall’adeguatezza dei salari dei suoi lavoratori, dal potere d’acquisto delle sue famiglie.

Per capire la filosofia che ispira il format albiceleste, bisogna fare un salto indietro di mezzo secolo. Destinazione: Cile, anni Settanta. All’indomani del colpo di Stato di Pinochet, i cosiddetti Chicago Boys, economisti cileni formatisi nell’ambiente accademico dell’Università di Chicago, contribuirono a realizzare un radicale programma di liberalizzazioni, privatizzazioni, disciplina monetaria e ridimensionamento dell’intervento statale.

Naturalmente il Cile di Pinochet era una dittatura e l’Argentina di Milei è una democrazia. Ma la genealogia economica degli “sperimentatori” è riconoscibile tanto quanto l’identità nazionale delle cavie, entrambe sudamericane. La convinzione di fondo condivisa è che lo Stato sia omologabile a una SpA, la spesa pubblica un male da estirpare e il mercato il solo prodigioso meccanismo in grado – una volta sbrigliato dai lacci e lacciuoli di ogni pretesa di ingerenza “sociale” – di far quadrare i conti e di generare surplus.

Milei sembra la versione più estrema, quasi fumettistica – persino dal punto di vista lombrosiano, coi suoi rampanti basettoni da protocapitalista ottocentesco – di un’intera scuola di pensiero: un Chicago Boy in grisaglia senza il gessetto del professore e con l’intraprendenza di un boscaiolo.

La parabola di Milei dovrebbe farci riflettere perché – sia pure in modo esasperato e iperbolico – ben restituisce l’esito per molti versi fallimentare, sul piano sociale, delle ricette neoliberiste. Ricette che abbiamo conosciuto sulla nostra pelle sia pure in una declinazione più ordo-liberista di stampo teutonico. E ciò a far data quantomeno dai primi anni Novanta con la fine della tanto vituperata prima repubblica, il celebre incontro sul Britannia del 1992, la svendita dell’IRI, l’avvento dell’euro, la firma dei trattati di Maastricht e di Lisbona che hanno finito per stravolgere, se non per tradire del tutto, lo spirito keynesiano della nostra Costituzione originaria.

Il tutto precisamente in ossequio a quel culto della competitività, delle “lenzuolate” e dei “conti in ordine” che rappresenta una delle matrici ideologiche tutt’altro che secondarie dell’architettura unionista.

www.avvocatocarraro.it

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Francia, sparatoria a Trappes: un morto e quattro feriti. Procura antiterrorismo indaga sull’aggravante razziale

Dopo l’attacco armato a Trappes e La Verrière vicino Parigi, la Procura Nazionale Antiterrorismo ha aperto un’inchiesta per “omicidio in relazione a un’impresa terroristica, con l’aggravante che i fatti siano...

Acqua in bottiglia, radio a manovella e cibo in scatola: la guida di sopravvivenza di Londra contro crisi climatica e “potenze ostili”

23 October 2026 at 12:26

La campagna, che durerà tre anni, è stata lanciata dal Cabinet Office, il dipartimento che si occupa del coordinamento del governo britannico, e mira a persuadere le persone a fare scorta di provviste sufficienti per 72 ore, in un contesto di crescente preoccupazione ufficiale per l’impatto della crisi climatica, la dipendenza tecnologica e le minacce provenienti da stati ostili. La campagna “Be Ready” è stata illustrata in Parlamento dal ministro per la Sicurezza Dan Jarvis, secondo cui “chiunque possa seguire questi consigli dovrebbe farlo”: meno pressione sui servizi di emergenza significa poter dare la priorità a chi ne ha davvero bisogno. Le azioni chiave sono due: tenere in casa acqua in bottiglia e cibo non deperibile sufficienti per tre giorni e iscriversi, se si ha diritto, al Priority Services Register, il registro gratuito che segnala alle aziende di luce, gas e acqua i clienti più fragili da assistere per primi in caso di guasti.

Secondo le nuove linee guida del governo, ogni cittadino britannico è invitato a fare scorta di nove litri di acqua in bottiglia e di cibo sufficiente per tre giorni, al fine di garantire la sopravvivenza delle famiglie in caso di emergenze meteorologiche, informatiche o di altro tipo grave. Dan Jarvis, il ministro della sicurezza, ha affermato che “chiunque possa seguire questo consiglio dovrebbe farlo”. Si tratta di “semplici passi per essere pronti alle emergenze quotidiane” nell’ambito di un più ampio sforzo a livello comunitario “per migliorare la nostra resilienza come nazione”, ha aggiunto.

Wes Streeting, il ministro della Difesa, ha aggiunto che la Gran Bretagna deve anche prepararsi alla minaccia del “terrorismo sponsorizzato dallo Stato” da parte della Russia o di altre potenze ostili, prendendo di mira le infrastrutture quotidiane. “Di fronte a queste minacce, che non sono ipotetiche ma reali, e non provengono da altrove ma sempre più spesso sono qui, dobbiamo farci avanti e prendere sul serio la nostra resilienza nazionale, oltre alla nostra difesa nazionale”.

Si consiglia di tenere a casa una scorta di coperte e denaro contante, oltre a un kit di pronto soccorso, una torcia con batterie e una radio FM a manovella. È inoltre necessario conservare tre litri d’acqua a persona al giorno per bere, e una quantità maggiore per cucinare e lavarsi, aggiungono le linee guida. Ad agosto il governo aveva annunciato che ai cittadini del Regno Unito sarebbe stato consigliato di fare scorta di cibo in scatola, ma la campagna ‘Be Ready’ del Cabinet Office è più specifica. Sarà seguita da una campagna pubblicitaria sui social media e alla radio.

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Attacco a Hebron, l’ultradestra fa scattare le ruspe. Smotrich: “Demolizione immediata di edifici arabi”. Ben Gvir: “Ora smantellare l’Autorità Palestinese”

23 October 2026 at 12:16

L’attacco armato avvenuto questa mattina a Hebron da parte di due cittadini palestinesi scatena la prevedibile controffensiva politica dei partiti dell’ultradestra israeliana, alla vigilia delle elezioni parlamentari del 27 ottobre. “In seguito all’attentato – ha annunciato su X il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich -, ho disposto la demolizione immediata di un’ampia serie di edifici arabi abusivi situati nelle immediate vicinanze del luogo dell’attentato in Cisgiordania. L’ordine sarà eseguito entro la prossima ora e le operazioni proseguiranno nel corso delle ore pomeridiane”.

“E’ inevitabile una campagna militare su vasta scala in Giudea e Samaria (nome che le autorità israeliane usano per indicare i Territori occupati, ndr) per smantellare l’Autorità Palestinese, sequestrare le armi ed eliminare i terroristi. Proprio come a Gaza e in Libano”, aveva commentato il leader del Partito Nazionale Religioso-Sionismo Religioso subito dopo l’attentato. ”Nell’attuale governo, abbiamo guidato una rivoluzione negli insediamenti che stronca la pericolosa idea di instaurare uno stato terrorista nel cuore dello Stato di Israele, ma il compito non sarà completato senza un cambiamento del concetto di sicurezza e senza sconfiggere il terrorismo e i suoi responsabili con un’ampia campagna militare. Nel prossimo governo, questo sarà uno dei primi passi che dovremo esigere e attuare”, ha aggiunto.

Anche il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, anch’egli esponente dell’estrema destra, ha chiesto lo smantellamento dell’Autorità Palestinese. “Dobbiamo agire prima che sia troppo tardi. L’Autorità Palestinese deve essere smantellata e smilitarizzata, e la sua infrastruttura terroristica completamente eliminata”, ha affermato il leader di Otzma Yehudit. Noto per le sue posizioni estremiste, Ben Gvir ha affermato che l’attacco a Hebron dimostra che Israele deve limitare la libertà di movimento dei palestinesi in Cisgiordania: “Le vite degli abitanti della Giudea e della Samaria, dei coloni, le vite dei soldati, delle forze di polizia e dei nostri combattenti sono un milione di volte più importanti della libertà di movimento”.

Hamas, intanto, esulta per l’attacco avvenuto nei pressi dell’incrocio di Yehuda: “L’eroica operazione nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, rappresenta una vivida espressione della volontà del nostro popolo tenace e invia un messaggio chiaro al nemico sionista: la nostra resistenza continua, e sarà sempre più formidabile e intensa, finché l’occupazione non sarà scacciata dalla nostra terra e dai nostri luoghi sacri”, ha scritto l’organizzazione sul suo canale Telegram.

“Questa eroica operazione costituisce una risposta naturale e legittima ai crimini in corso e alle brutali aggressioni contro il nostro popolo: non deporremo le armi finché l’aggressione non cesserà, l’occupazione della nostra terra non avrà fine e la benedetta Moschea di Al-Aqsa non sarà purificata dalla profanazione dei coloni usurpatori”, aggiunge la nota, in cui Hamas lancia “un appello a tutti gli individui liberi del nostro popolo perché dirigano il loro fuoco contro gli occupanti che continuano a commettere i crimini più efferati contro la nostra gente in Cisgiordania, a Gerusalemme e nella Striscia di Gaza. È una lotta che può portare solo alla vittoria o al martirio”.

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“È ora. Mi sono goduta ogni singolo minuto. Non si può andare più in alto”: l’assistente di volo di American Airlines va in pensione dopo più di 63 anni di servizio

23 October 2026 at 12:12

Dopo 63 anni e mezzo di servizio, a 83 anni, Carol Fair, assistente di volo dell’American Airlines, lunedì 26 ottobre compirà il suo ultimo volo, da Londra a Charlotte, in Nord Carolina, prima di andare in pensione. Fu proprio lei, nel 1987, a fare da assistente di volo nel primo volo sulla tratta Charlotte-Londra, che fece comprendere come la città del North Carolina sarebbe diventata uno degli hub aeroportuali più importanti del paese.

Su circa 30.000 assistenti di volo di cui dispone American Airlines, Fair andrà in pensione ricoprendo il primo posto per anzianità. “È ora. Mi sono goduta ogni singolo minuto. Sono arrivata prima su 30.000. Non si può andare più in alto, quindi tanto vale che mi ritiri” ha motivato la sua scelta di andare ora in pensione.

La sua carriera da assistente di volo è iniziata nel 1963, presso la Piedmont Airlines, poco dopo che la compagnia aerea aveva iniziato ad assumere donne. Così oggi si ritrova a volare con piloti molto più giovani di lei. “Volo da molto più tempo di quanto alcuni di loro sono nati, ma se ho bisogno di aiuto mi sostengono al 100%” ha raccontato la donna.

Per lungo tempo, però, ha lavorato al suo fianco Meba Thompson, anche lei assistente di volo per la Piedmont Airlines, ora assorbita da American Airlines. L’ex collega negli ultimi anni ha ospitato spesso Carol Fair, che preferisce dormire a casa di Thompson, nella zona sud di Charlotte, piuttosto che affrontare le tre ore di macchina per raggiungere la sua abitazione a Johnson City, nel Tennessee.

Le due colleghe hanno condiviso anche battaglie sulla propria pelle. Ai tempi in cui avevano iniziato a lavorare le assistenti di volo si battevano infatti contro le restrizioni lavorative che le obbligavano a pesarsi per entrare in servizio, a non sposarsi e ad andare in pensione a 32 anni.

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A novembre negoziati tra Russia e Ucraina ad Abu Dhabi. Gli Stati Uniti saranno mediatori

23 October 2026 at 11:56

A novembre Russia e Ucraina faranno un nuovo tentativo per arrivare a un accordo di pace. Dopo i colloqui indiretti favoriti dalla mediazione degli Stati Uniti ma poi naufragati, un nuovo round si terrà, come ipotizzato nei giorni scorsi, ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Ad annunciarlo è stato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, con la Russia che si è dichiarata pronta a riprendere i colloqui di pace, in stallo dall’inizio dell’anno, dopo un incontro avvenuto mercoledì tra il presidente russo Vladimir Putin e Steve Witkoff, inviato speciale di Donald Trump. Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si era espresso a favore.

L’Europa, come dall’inizio del conflitto, viene esclusa dai tavoli dei negoziati, pur essendo rimasto, dopo il disimpegno di Trump, il principale sostenitore dell’Ucraina. In quasi 5 anni di guerra non ha ancora nominato un suo mediatore da proporre in sede di negoziati, tema sul quale governi e famiglie politiche si sono già scontrate. Adesso, secondo il Daily Telegraph, nella shortlist dei cinque papabili figurerebbe anche quello della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Insieme a lei, tra i candidati ci sono, si legge, il presidente finlandese Alexander Stubb, quello ceco Petr Pavel, la premier danese Mette Frederiksen e il premier norvegese Jonas Gahr Store.

Nomi che, però, rischiano di essere respinti in blocco da Mosca. Per due motivi. Il primo, il Cremlino non ha intenzione di accogliere al tavolo un ulteriore soggetto determinato a difendere i diritti e gli interessi dell’Ucraina, rafforzando così anche la posizione di Zelensky. Il secondo, quattro di questi nomi sono esponenti delle istituzioni di Paesi Ue che la Russia considera soggetti attivi nel conflitto, dato che forniscono aiuti militari ed economici all’esercito ucraino, e quindi incandidabili per il ruolo di mediatore. Diversa la posizione del premier norvegese che, comunque, rimane capo dell’esecutivo di un Paese Nato.

Un portavoce della Commissione Ue ha intanto fatto sapere, nel corso del consueto midday briefing, che l’Unione sta “lavorando costantemente affinché l’Ucraina si trovi, innanzitutto, in una posizione di forza e affinché si raggiunga una pace giusta e duratura. Attualmente ci aspettiamo che si terranno dei colloqui a livello multilaterale con alti funzionari. L’Ue sarà presente a questi colloqui che si terranno nel prossimo futuro. Il formato dovrebbe essere simile a quello dei precedenti colloqui, ad esempio quelli di Miami“.

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“Hanno perso il controllo e lo hanno lasciato cadere, si è rotto vicino all’Antartide”: danneggiato il mappamondo di Eisenhower che Pete Hegseth voleva nel suo ufficio

23 October 2026 at 09:39

Il segretario della Difesa (e della Guerra, così come è stato ribattezzato da Donald Trump) Pete Hegseth avrebbe voluto nel proprio nel suo studio al Pentagono uno storico mappamondo, che risale ai tempi di Eisenhower, generale a cinque stelle dell’esercito statunitense ai tempi della seconda guerra mondiale e poi presidente degli Stati Uniti dal 1953 al 1961.

Quel mappamondo è stato però danneggiato per via di un improvvido spostamento realizzato dallo stesso staff del segretario della Difesa, come ha documentato con tanto di foto il Washington Post. Al Pentagono, infatti, venivano conservati due mappamondi da terra utilizzati dal generale Eisenhower nel corso del secondo conflitto mondiale.

A colpire Hegseth sarebbe stato il valore storico di questi mappamondi e da qui sarebbe nato il desiderio di averne uno all’interno del proprio studio. In particolare il suo staff – non è chiaro se dietro una precisa richiesta del segretario della Difesa o per la volontà di un altro funzionario del suo ufficio – ha deciso di tentare di spostare il mappamondo che ha un diametro di 76 centimetri.

Per trasportare oggetti di questo tipo normalmente l’iniziativa viene affidata a dei curatori specializzati, che realizzano l’opportuno imballaggio e la documentazione necessaria per effettuare lo spostamento. Il coinvolgimento gli esperti del Centro di storia militare dell’esercito americano è stato però accantonato quando la loro attività è stata sospesa dalla parziale chiusura delle attività governative, provocata dallo stallo sulle politiche migratorie dell’amministrazione Trump.

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Attacco in Cisgiordania: feriti 6 soldati israeliani, uccisi 2 assalitori. Idf: “Volevano fare strage di civili sull’autostrada 35”. Netanyahu chiude i Territori: “Lockdown totale”

23 October 2026 at 09:22

“Ho ordinato alle Israel Defense Forces e alle forze di sicurezza di imporre immediatamente un coprifuoco sulla città di Hebron e di prepararsi a un lockdown totale su tutta la Giudea e Samaria a partire da oggi”. E’ il post su X con il quale Benjamin Netanyahu ha annunciato il blocco totale della Cisgiordania dopo una sparatoria avvenuta questa mattina. Il primo ministro ha ordinato al suo partito, il Likud, di annullare tutti gli eventi politici previsti per la mattinata. Martedì 27 ottobre Israele torna alle urne per le elezioni parlamentari.

Questa mattina l’esercito israeliano e fonti mediche israeliane hanno riferito che un conflitto a fuoco durato oltre 20 minuti nei pressi dell’incrocio di Yehuda, vicino a Hebron, ha causato la morte di due uomini armati e il ferimento di almeno 6 soldati israeliani, due dei quali in modo grave. Secondo Al Jazeera alcuni palestinesi, a bordo di un’auto con targa israeliana, avrebbero aperto il fuoco contro i soldati nei pressi di un posto di blocco militare, uno dei tanti che circondano Hebron. Dopo una breve caccia all’uomo, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver ucciso due palestinesi. Le vittime sono state identificate come Mohammad Jaaba e Firas Jaaba, entrambi residenti a Hebron e di 27 anni. I due appartenevano alla stessa famiglia, sebbene il loro esatto grado di parentela rimanga poco chiaro. L’Idf ha imposto un blocco a Hebron e a diversi villaggi della zona. Secondo l’esercito, gli aggressori erano armati di un fucile M16 e di una pistola.

La dinamica dell’attacco. Intorno alle 7:30, hanno ricostruito le forze di sicurezza, una task force del Comando del Fronte Interno stava effettuando un controllo stradale di routine (“check-post”) alle porte di Hebron. I due terroristi sono arrivati a bordo di un’auto. Quando si sono resi conto che non avrebbero potuto superare il blocco per raggiungere la Route 35 – un’importante arteria stradale percorsa da civili israeliani – hanno cambiato piano, decidendo di colpire direttamente i militari sul posto.

I due, ricostruisce ancora l’Idf, sono scesi dall’auto armati di un fucile automatico M4 e una pistola. Sfruttando i ripari offerti dagli edifici vicini, hanno aperto il fuoco contro il checkpoint. Ne è nato un violento scontro a fuoco durato oltre 20 minuti, nel quale alcuni militari sono rimasti feriti. La situazione si è sbloccata grazie all’intervento dei comandanti di settore e di un’unità di paracadutisti della zona adiacente: i rinforzi hanno aggirato i terroristi, uccidendoli entrambi al termine del conflitto.

Le perquisizioni successive hanno rivelato che l’auto dei terroristi era piena di munizioni, inclusa un’intera cassa di proiettili. Secondo gli inquirenti l’obiettivo originario della cellula era raggiungere la Route 35 per compiere un massacro tra i civili. Il piano della strage è fallito solo grazie alla presenza del posto di blocco temporaneo.

L’intelligence israeliana ha precisato che non c’erano avvisi specifici per quel checkpoint, ma l’allerta era già massima a causa di un periodo di forti tensioni legato alla stagione della raccolta delle olive e alle imminenti elezioni. “Sapevamo che avrebbero tentato di fare attentati in vista del voto”, ha confermato un alto ufficiale. Ora le indagini dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, si concentrano sulla matrice dell’attacco: si cerca di capire se si sia trattato di una cellula locale o se i due abbiano agito per conto di organizzazioni più grandi o attori esterni.

Il portavoce dell’Idf ha comunica che i soldati stanno effettuando “operazioni offensive antiterrorismo nell’area di Hebron, posta sotto blocco di sicurezza, e in altre aree. I militari stanno operando all’interno delle abitazioni dei terroristi e di altri sospettati”. L’Idf riferisce inoltre di aver effettuato decine di operazioni nel corso della settimana in tutta la Cisgiordania, “arrestando circa 70 ricercati, tra cui individui affiliati a Hamas e Jihad islamica, nonché soggetti che incitavano contro lo Stato di Israele e i soldati. Sono state rinvenute decine di armi, tra cui fucili M16, mitra di tipo Carlo e quattro ordigni esplosivi”.

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Trump e Netanyahu all’unisono alla vigilia delle elezioni: “Pronti a finire l’Iran”

23 October 2026 at 08:16

Due appuntamenti elettorali fondamentali per il loro futuro, una retorica comune. Donald Trump e Benjamin Netanyahu si avvicinano alle elezioni negli Stati Uniti e in Israele tornando a mettere nel mirino l’Iran. “Ho risolto otto guerre e ne stiamo risolvendo altre due – ha premesso il capo della Casa Bianca nel corso di un comizio in Iowa -. Finiremo l’Iran molto presto. In un modo o nell’altro. Per me è quasi insignificante come”, ha proseguito il presidente repubblicano indicando ancora una volta il regime di Teheran come obiettivo militare – di una guerra che, stando ai sondaggi, i cittadini americani capiscono sempre meno – a pochi giorni dalle elezioni di medio termine del 3 novembre.

Nelle stesse ore in Israele Netanyahu ha dichiarato che l’alleato della Casa Bianca lo ha indicato come il leader più adatto a condurre fino in fondo la guerra contro gli ayatollah, e citando il recente sostegno espresso da Trump, ha riferito che il presidente americano ha chiarito di voler “portare a termine il lavoro” avendo lui, Netanyahu, come partner. A poche ore dall’apertura delle urne il 27 ottobre inoltre il capo del governo israeliano, riferisce Al-Jazeera, ha aggiunto che qualsiasi nuovo attacco da parte dell’Iran riceverà una risposta caratterizzata da “una forza e una potenza che non riescono nemmeno a immaginare“, utilizzando una retorica che fin dall’inizio della guerra il 28 febbraio ha in comune con il tycoon.

Ieri il New York Times aveva riferito che Washington e Tel Aviv hanno messo a punto nuovi piani per attaccare l’Iran subito dopo le elezioni di metà mandato. I dettagli dei nuovi raid sono ancora in fase di elaborazione, ma sarebbero già stati individuati i bersagli da colpire: dalle infrastrutture energetiche agli impianti nucleari, passando per l’arsenale di droni. Funzionari iraniani, ha riferito ancora il quotidiano, hanno pronosticato che Teheran potrebbe rispondere a nuovi raid “ampliando gli obiettivi al di là di navi commerciali e infrastrutture energetiche della regione” e mettendo nel mirino anche “centri di elaborazione dati e i cavi sottomarini per Internet“.

“Il messaggio dell’Iran è netto – scrive oggi il Wall Street Journal -: se gli Stati Uniti e Israele dovessero riprendere la loro campagna aerea, Teheran risponderà colpendo non solo basi e navi da guerra americane, ma anche aeroporti, condutture e altri obiettivi civili nei paesi vicini del Golfo Persico”. “Tali avvertimenti, scrive ancora il giornale, formulati sia pubblicamente che attraverso canali diplomatici riservati, mirano chiaramente a scoraggiare qualsiasi attacco mediante un linguaggio dai toni duri. Tuttavia, essi rappresentano anche una minaccia concreta: l’Iran dispone infatti di un consistente arsenale di missili e droni, oltre alla capacità di impiegarli”.

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Colombia, la “controrivoluzione culturale” del presidente de la Espriella colpisce il Museo Nazionale: rimosse 30 opere sul movimento femminista e Lgbtq+

23 October 2026 at 07:04

La battaglia culturale del presidente colombiano Abelardo de la Espriella arriva anche nei musei. Il governo ha ritirato dal Museo nazionale della Colombia a Bogotá, una delle istituzioni culturali più importanti del Paese, circa 30 opere legate alla storia dei movimenti femministi e studenteschi, alla comunità LGBTQ+ e agli Accordi di pace. Le opere sono state rimosse il 14 ottobre, poche ore dopo la visita di de la Espriella al Ministero delle Culture, delle Arti e dei Saperi: il presidente aveva dichiarato che avrebbe preso misure “contro il wokismo” nella sua “controrivoluzione culturale“. Il provvedimento è stato criticato dall’opposizione, ma anche dagli abitanti della capitale che hanno manifestato denunciando un atto di “censura“.

Come ricostruito dai media locali, le opere d’arte in questione si trovavano in tre sale del museo e comprendono almeno dieci oggetti legati alla storia dei femminismi, tra cui una copia di Nuestras Mujeres, una pubblicazione degli anni Cinquanta che sosteneva i diritti civili delle donne, e un manifesto sulle prime lotte contro la violenza di genere. Inoltre sono stati rimossi la bandiera dell’orgoglio appartenente all’attivista Elizabeth Castillo e un manifesto della campagna presidenziale di Bernardo Jaramillo Ossa, il candidato del partito Unión Patriótica assassinato nel 1990. Nella sezione del museo intitolata Memoria y Nación non si può più vedere il Balígrafo, la penna ricavata da un proiettile utilizzata per siglare gli Accordi di pace firmati con le Forze Armate Rivoluzionarie (FARC). Non ci sono più i riferimenti a Carlos Pizarro, ex comandante dell’M-19 assassinato mentre era candidato alla presidenza. Manca anche una scheda elettorale della Séptima Papeleta, l’iniziativa della società civile che aveva contribuito al processo politico culminato nella convocazione dell’Assemblea costituente e nella Costituzione del 1991.

La ministra della Cultura Paola Holguín ha difeso la misura dell’esecutivo affermando che i musei pubblici “non devono servire come strumenti di indottrinamento politico né devono diffondere versioni faziose della storia“. Oltre alle critiche dell’opposizione al governo, il provvedimento ha suscitato le reazioni dei professionisti della cultura che denunciano la mancanza di trasparenza nei criteri che sarebbero stati applicati per scegliere le opere da ritirare dal museo.

Come riportato da El Pais, l’attuale configurazione del Museo nazionale della Colombia è stata ideata per rappresentare la diversità culturale ed etnica del Paese. Dopo la Costituzione del 1991, un gruppo di curatori d’arte, storici e antropologi aveva progettato e organizzato gli spazi in modo da assegnare il giusto riconoscimento alle voci afrodiscendenti, appartenenti alle comunità indigene e meticce, così come per ricordare i momenti complessi e dolorosi della storia colombiana. Rimuovere senza apparenti criteri le opere d’arte, secondo chi sta criticando questa misura, rischia di compromettere la memoria storica e la sua complessità, mutilandola. Inoltre, qualsiasi modifica alla disposizione di una sala museale implica procedure tecniche che non sono state eseguite.

A seguito delle polemiche, il 19 ottobre il giudice César Osorio Ortiz di Bogotá è intervenuto accogliendo un ricorso contro il Ministero delle Culture. In via preliminare, ha ordinato al museo di preservare le sue opere e di astenersi dal “distruggerle, spostarle fuori dalle proprie strutture, restituirle a terzi o alterarle in qualsiasi modo”. Inoltre, ha imposto al ministero di non “rimuovere, smantellare o alterare altre opere dalle mostre in base al loro contenuto senza un precedente atto amministrativo che giustifichi tali decisioni”.

Seguendo il copione di altri presidenti della regione e dell’estrema destra globale, Abelardo de la Espriella ha definito il cosiddetto wokismo come “uno dei più grandi mali che minacciano l’unità nazionale”. Ha annunciato di volere cambiare il nome del Ministero delle Culture, delle Arti e dei Saperi in Ministero della cultura e del patrimonio: per potere modificare la denominazione, voluta dall’ex presidente Gustavo Petro per riconoscere il multiculturalismo del popolo colombiano, avrebbe bisogno dell’approvazione del Parlamento. In Argentina è successo qualcosa di simile. Milei ha ribattezzato il Centro Cultural Kirchner a Buenos Aires in Palacio Libertad. La decisione era stata motivata con la volontà di sottrarre gli spazi pubblici alle appartenenze politiche e si inserisce nella battaglia di Milei contro l’eredità del kirchnerismo, la corrente peronista legata agli ex presidenti Néstor e Cristina Kirchner.

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Trump e il petrolio del Venezuela: l’accordo segreto che tutela gli investitori Usa e lascia Caracas senza garanzie

23 October 2026 at 07:04

Donald Trump lo aveva definito come l’accordo petrolifero “più grande della storia”, utile a “riempire le riserve strategiche degli Usa” e – parlando all’elettorato, in vista del midterm – ad “abbattere i costi della benzina”. L’intesa – che coinvolge compagnie come Chevron, Eni, Total, Repsol – avrebbe portato “grandi benefici” anche al Venezuela, diceva il presidente Usa, ricordando però che “il bottino appartiene al vincitore”. E lui avrebbe vinto, prelevando l’allora presidente Nicolás Maduro all’alba del 3 gennaio. Delcy Rodríguez (presidente in carica del Venezuela) parlava addirittura di “accordo storico”, che avrebbe fatto “rinascere” il Paese, riportando “speranza ai venezuelani”. Promesse smentite dall’accordo stesso – 18 pagine, classificate dagli Usa con la scritta “sensibile” – che blinda la compagnia North American Blue Energy Partners (Nabep), con sede alle Barbados, mediante la partecipazione diretta degli Usa (35%), il suo amministratore delegato Alejandro Betancourt, già indagato negli Stati Uniti per corruzione, e addirittura gli investitori secondari e contitolari, che godono di assoluto anonimato. Tali condizioni impediscono di verificare la reale provenienza e la destinazione dei fondi della Nabep. Così lo svela una recente inchiesta di ProPublica, che ha potuto visionare l’accordo, sottolineandone durata e vincoli: cent’anni di estrazione Usa su 17 giacimenti (distribuiti tra la conca del Lago di Maracaibo e la Fascia dell’Orinoco), e mezzo secolo di “diritti di acquisto preferenziale” sul 20% delle riserve di greggio a 30 dollari al barile.

E non solo. Stando al documento, la maggioranza dei soci della Nabep deve essere costituita da cittadini americani, mentre non è prevista alcuna rappresentanza dello Stato venezuelano. La Casa Bianca ha inoltre potere di veto sui membri del Consiglio. L’accordo non prevede alcun “obbligo vincolante” che garantisca i 200 miliardi di dollari in tasse e royalties spettanti a Caracas. “Il Venezuela subirà una perdita netta di entrate fiscali”, prevede l’economista Francisco Rodríguez. L’intesa, sottoscritta dal segretario di Stato Marco Rubio, dal segretario alla Guerra Pete Hegseth e dallo stesso Alejandro Betancourt, prevede una clausola di confidenzialità che impedisce a Nabep di svelare al pubblico i dettagli commerciali del contratto. Eventuali controversie – si legge – saranno discusse “davanti a un Tribunale federale del Texas”, togliendo allo Stato venezuelano ogni potestà sulle proprie risorse. Nulla di nuovo, in un Paese che vede i propri servizi segreti (Sebin) sotto intervento Usa. Washington si riserva anche la possibilità di acquistare l’intera produzione della Nabep in caso di dichiarata emergenza nazionale. Lo scopo è impedire l’annullamento del contratto da parte dei futuri governi.

C’è chi però considera già “nullo” l’accordo, come i senatori dem Jeanne Shaheen, Jack Reed, Elizabeth Warren e Martin Heinrich, che in una missiva inviata al governo federale chiedono “dettagli” sull’operato dell’amministrazione Trump, sollevando diversi interrogativi sulle “basi legali” e sulle competenze del Pentagono nell’accordo. I senatori esprimono perplessità anche sulla figura di Alejandro Betancourt, già indagato negli Usa per “corruzione” e “riciclaggio”, chiedendo una copia del documento, mai giunto nelle loro mani. Interpellato da ilfattoquotidiano.it, l’istituto di ricerca Oikos Research sottolinea che l’intesa “presenta profili di illegalità sia a Washington che a Caracas” in quanto “la concessione di cento anni supera di gran lunga il limite di 25 anni imposto dalla Legge organica sugli idrocarburi” in vigore nel Paese sudamericano. Inoltre, il Dipartimento della Guerra Usa non potrebbe acquistare partecipazioni in compagnie private senza previa autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti.

A livello pratico, l’accordo affronta molteplici difficoltà socioambientali. Fonti e Ong locali denunciano a Ilfattoquotidiano.it il moltiplicarsi di incidenti e fuoriuscite di greggio nel Lago di Maracaibo, dove sono presenti una decina di campi petroliferi coinvolti nell’accordo. “Siamo una trentina, tutti ingaggiati da Nabep – commenta Eligio Quintero, 32 anni, pescatore del municipio di Cabimas – ed eccoci qua, senza attrezzature: il compito è rimuovere il greggio che rovina le nostre coste, ma in pratica dobbiamo farlo con le unghie”. Secondo l’associazione Azul Ambientalista, l’emergenza ambientale coinvolge almeno sei municipi dello stato Zulia, tra cui Lagunillas e Baralt. “Non c’è un piano reale per rispondere ai costanti disastri petroliferi”, denuncia Yohan Flores, direttore dell’associazione, a Ilfatto.it, “il nostro lago muore, insieme a tutto l’ecosistema, colpito dall’indifferenza di chi comanda”. La regione affronta anche blackout che superano le dieci ore giornaliere, aumentando il malcontento della popolazione. “Alle compagnie petrolifere è stato chiesto di provvedere al proprio fabbisogno energetico, ma molte restano ancorate al Sistema elettrico nazionale, già privo di manutenzione, sottraendo più di mille megawatt alla popolazione”, denuncia a Ilfatto.it un ingegnere della Corporación Eléctrica Nacional (Corpoelec), che ha chiesto di rimanere anonimo perché non autorizzato a riferire alla stampa.

I danni sono alla luce del sole, anche se i pozzi attivi sono appena il 30% del totale e, dopo una prima impennata (circa 1 milione di barili al dì), la produzione è tornata a calare del 27%, allontanandosi dal traguardo degli 1,5 milioni di barili giornalieri voluto da Trump. “Gli Stati Uniti si prendono il nostro petrolio, ma i soldi rimangono alle élite – lamenta Raúl Pápariti, portavoce del Sindacato dei lavoratori petrolieri dello Zulia –, ma noi siamo ancora senza trasporti, senza salari degni e i campi petroliferi sono in rovina”.

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“Il sistema russo anti-jamming ha più del 75% di componenti Usa”: la rivelazione dell’intelligence ucraina

Il sistema russo anti jamming denominato Kometa, che serve a guidare sugli obiettivi missili e droni senza subire interferenze elettroniche, è composto almeno da 37 parti: 28 di queste sono riconducibili a fabbricazioni americane. A rivelarlo, con un documento pubblicato sul portale War&Sanctions, è l’intelligence della difesa ucraina (DIU). Tra le aziende che producono i componenti ci sono Texas Instruments, Altera Corporation (intel), Analog Devices, Micron technologies. Altri pezzi che arricchiscono Kometa sono attribuibili a Toshiba, Murata e Resenas (Giappone), Cosmo Electronics (Taiwan), U-blox e StMicroelectronics (Svizzera) e aziende cinesi come Elitestek, Shenzen MMIC Microelettronics e Runic.

A costruire le varie versioni di Kometa, sempre secondo i dati forniti dalla DIU, sono 28 aziende, tra russe e cinesi. Il produttore principale si chiama Vniir-Progres, che appartiene al gruppo Abe Electro: solo nell’anno in corso, sono 100mila i sistemi Kometa richiesti.

I servizi ucraini nel loro documento scrivono: “Tra i componenti più critici figurano i field-programmable gate array (FPGA) Altera Cyclone prodotti da Intel (USA), i convertitori analogico-digitali e digitale-analogici e i circuiti integrati a radiofrequenza prodotti dall’azienda americana Analog Devices e dalla sua sussidiaria Linear Technology. È stato appurato che Vniir-Progress è costantemente alla ricerca di canali di approvvigionamento alternativi e di prodotti sostitutivi per Altera e Analog Devices, poiché le consegne sono diventate difficili a causa delle sanzioni e dei controlli più severi sulle esportazioni”.

La questione dei componenti per realizzare il sistema di protezione dalle interferenze elettroniche è legata alle sanzioni imposte dall’Occidente e al sistema di controllo che, evidentemente, non sempre funziona. Lo scorso luglio è stato il New York Times a rivelare che il Giappone era terreno fertile per le attività del Servizio segreto militare russo (Gru). La sezione conosciuta come 20esima Direzione è stata indicata dal quotidiano americano come responsabile dell’acquisto di componenti per le armi di Mosca, utilizzate anche nel conflitto in Ucraina. C’è da dire che secondo le risultanze ottenute dal New York Times, aziende giapponesi come Toshiba, Panasonic e Nippon Electric non hanno esportato in modo consapevole i loro prodotti verso l’industria bellica russa.

La rete organizzata dalla 20esima Divisione sfrutta vie commerciali non soggette a restrizioni come Uzbekistan, Cina, Sri Lanka e Vietnam. Un documento esaminato dai giornalisti americani mostrava che una compagnia giapponese, la Proco Air Service, partner commerciale di Aeroflot, che curava spedizioni di merce attraverso paesi terzi prima di arrivare in Russia. Fino ad agosto 2026 l’Ucraina ha documentato 5.816 componenti di fabbricazione estera in circa 200 sistemi di armamenti russi. Ad esaminare le tecnologie e compilare l’elenco è stato la Direzione principale dell’intelligence del Ministero della Difesa (HUR). In occasione della pubblicazione del rapporto sono stati mostrati alcuni esempi, come riportato dal media United24, tra cui un micro computer Jetson Orin di Nvidia che era stato recuperato all’interno di un missile da crociera M71 Monochrome. Tuttavia, per gli stessi servizi ucraini, le sanzioni restano ancora uno strumento da applicare, a patto che siano rafforzate per “interrompere le catene di approvvigionamento tecnologico verso la Russia e limitare le capacità del complesso militare-industriale”.

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A settant’anni dall’inizio della rivoluzione ungherese, tiro fuori da una vecchia scatola il discorso di Imre Nagy trascritto da mia nonna

23 October 2026 at 05:37

Il 23 ottobre 1956 gli studenti ungheresi vogliono manifestare: pretendono l’uscita dalla Gioventù Comunista, vogliono ricostituire l’organizzazione autonoma degli studenti.

Il giorno prima hanno elaborato una piattaforma di rivendicazioni in 16 punti. Fra le principali: solidarietà con la Polonia di Gomulka, il revisionista che sta lottando perché la destalinizzazione sia vera e che ha giustificato i moti di Poznan in quanto espressione del “legittimo” malcontento dei lavoratori. Chiedono il ritiro delle truppe sovietiche dal Paese. Eguaglianza nei rapporti con Urss e “l’eretica” Jugoslavia di Tito. Processi pubblici ai dirigenti del Pci ungherese e reintegrazione piena di Imre Nagy nella direzione del Paese (con il ripristino del distintivo repubblicano di Kossuth, il mitico leader del Risorgimento ungherese, al posto di quello comunista). Organi di autogoverno come i Consigli Operai e i Comitati Nazionali. Infine, hanno aggiunto un 17esimo punto, il più dirompente: richiesta di elezioni pluripartitiche.

Il ministero degli Interni prima vieta la manifestazione, poi cede e l’autorizza. Comincia alle 15, sotto la statua del grande poeta e patriota Sandor Petofi (1823-1849) a Pest. Nagy, invocato dalla folla, pronuncia poche parole dal Parlamento. La radio trasmette insulti e minacce di Erno Gero, primo segretario del Partito Ungherese dei Lavoratori. L’enorme statua di Stalin viene distrutta dai manifestanti. Gli studenti stringono d’assedio la sede della radio di Stato: chiedono che trasmettano i loro slogan. Rifiuto. La polizia politica Avh spara sulla folla disarmata.

Comincia una furiosa battaglia. La rivolta dilaga in altre città. La gente assalta le caserme. In riunione d’urgenza, il comitato centrale del partito comunista ungherese nomina Nagy capo del governo. Ma invoca la clausola della “necessità” che prevede l’intervento militare sovietico. I blindati sovietici irrompono nelle città il 24 ottobre, però l’insurrezione è ormai irrefrenabile, i depositi di armi vengono saccheggiati, le fabbriche si fermano, gruppi armati occupano posti chiave, si proclama lo sciopero generale. Mosca è costretta ad inviare Mikhail Suslov e Anastas Mikojan, due tra i più influenti e potenti membri del Presidium che costringono Gero a dimettersi, accusandolo di non essere stato capace di gestire la rivolta.

Nagy, intanto, ha formato il nuovo governo: non ci sono stalinisti, c’è tra gli altri il grande filosofo György Lukacs, con lui i moderati Béla Kovács e Zoltán Tildy. Sono giorni convulsi, Krusciov prepara le contromosse, chiede l’assenso dei Paesi del Patto di Varsavia per l’invasione. L’ambasciata russa a Roma informa Togliatti che tutto è imminente. Togliatti approva. Il 3 novembre, a Torino, durante un comizio, Giorgio Amendola si augura l’intervento armato dell’Urss e che le cose tornino al posto loro. Ovazioni entusiastiche.

Il 4 l’Armata Rossa attacca Budapest. È l’alba. Quella dei sogni infranti raccontata da Indro Montanelli. Gli ungheresi resistono eroicamente cento ore. Nagy rivolge un ultimo disperato appello alla radio. Fu mia nonna Sabina, che aveva parecchi amici ungheresi, a trascriverlo, perché un giorno avremmo capito quanto eravamo stati “vigliacchi”. Disse proprio così, lei era davvero una donna combattiva, emancipata per quei tempi e assolutamente sempre dalla parte del più debole. Io avevo appena compiuto otto anni, non capivo perché eravamo dei vigliacchi. Glielo chiesi: “Quei poveracci – mi rispose – si battono come gli indiani contro i soldati americani”. I miei genitori concordarono.

Mia madre, in quei giorni, suonava al piano sempre la rapsodia ungherese di Liszt (ho ancora gli spartiti). Mio padre tornava carico di quotidiani. Montanelli era stato inviato dal Corriere della Sera per seguire la rivoluzione ungherese contro il regime sovietico. Scriveva della popolazione in festa, di colonne infinite di carri armati sovietici che parevano abbandonare la città, per lui i giovani e gli operai che erano stati i principali “eroi” della rivolta non erano ribelli come il Pci italiano li aveva vergognosamente definiti, ma “patrioti”.

Ogni volta che ricorre l’anniversario della tragica insurrezione ungherese, i miei ricordi spuntano in modo sparso, come funghi nel bosco dopo la pioggia. Così, tiro fuori da una vecchia scatola il foglietto scritto in bella calligrafia dalla nonna, quello del disperato appello di Radio Kossuth, quando i sovietici stavano per riprendere il controllo di Budapest e dell’Ungheria. È un rito per non dimenticare: “Qui parla Imre Nagy. Oggi all’alba le truppe sovietiche hanno aggredito la nostra capitale con l’evidente intento di rovesciare il governo legale e democratico dell’Ungheria. Le nostre truppe sono impegnate nel combattimento. Comunico la notizia al mondo intero”.

Il 4 novembre, da noi, era giorno di festa. Da loro, fu giorno di morte. L’appello lanciato all’alba era stato ripetuto poi in tutte le lingue, ogni mezz’ora. Rammento che ci trovavamo in cucina, per la prima colazione, la radio era sintonizzata da giorni su quella di Budapest. Il messaggio continuò disturbato, gracchiante: pareva fosse accompagnato da sventagliate di mitra.

Quando, in occasione del cinquantesimo anniversario, nell’ottobre del 2006, Repubblica mi inviò per un reportage, andai per prima cosa dritto alla sede della radio: sui muri dell’edificio c’erano ancora visibili i segni dei colpi. Non riuscirono a coprirli, o forse non vollero. Sta di fatto che li vidi. Incontrai un paio di anziani ex tecnici, invitati per le commemorazioni, che avevano partecipato all’avventura radiofonica “della Kossuth, simbolo della rivoluzione”. Riuscirono a scappare in tempo prima che le truppe dell’Armata Rossa occupassero la radio e uccidessero chi era rimasto nei locali delle trasmissioni. Mi confermarono che i rumori da me sentiti cinquant’anni prima erano gli echi delle sparatorie. I sovietici avevano mandato cinquemila carri armati e 200mila soldati per occupare l’Ungheria e debellare la ribellione.

Quell’autunno tragico del 1956 rappresentò la devastante sconfitta della libertà e dell’indipendenza. Dimostrò l’impossibile convivenza della democrazia con un regime comunista. Trentamila ungheresi pagarono con la vita quel sogno. La delusione più grossa fu constatare che il “mondo libero” tanto vagheggiato era rimasto inerte. Le democrazie occidentali rimasero a guardare, nonostante l’indignazione dell’opinione pubblica. Peggio di tutti fu il comportamento ignobile dei due più grossi partiti comunisti dall’altra parte della Cortina di Ferro, ossia il Pci e il partito comunista francese, che definirono addirittura “fascisti” e “controrivoluzionari” gli insorti.

Le ripercussioni lacerono profondamente i rapporti all’interno della sinistra: gli avvenimenti ungheresi, come si legge in una lettera di Palmiro Togliatti al Comitato Centrale del Pcus inviata il 30 ottobre, “hanno creato una situazione pesante all’interno del movimento operaio italiano, e anche del nostro partito”, ammetteva il leader del Pci. Pragmatica ammissione.

In effetti, fu aperta una breccia nella crosta del regime comunista sovietico e in quella dei partiti occidentali ad esso vassalli, “lasciando scorgere abissi che pochi conoscevano” (da Hungaricus 1956, pagina 68, serie di articoli su “alcuni insegnamenti della rivoluzione nazionale-democratica ungherese”, Sapere 2000). L’intransigente posizione di Togliatti mandò in crisi molti militanti, disorientati per la posizione di un partito e dei suoi dirigenti che non volevano vedere, “o che, pur avendo visto, non potevano ammettere: per evitare di mettere in discussione le scelte di una vita, oppure semplicemente per non perdere posizioni di potere (spesso per entrambi i motivi)”, come ha scritto Federico Argentieri nel suo bel saggio su Ungheria 1956, la rivoluzione calunniata (Marsilio, 2006).

Argentieri cita l’anatema sprezzante di Concetto Marchesi contro gli ungheresi che “si liberavano tra gli applausi della borghesia”. La campagna di calunnie del Pci e della stampa comunista (soprattutto dell’Unità, l’organo ufficiale) fu vigorosa e implacabile. Nagy si era rifugiato nell’ambasciata jugoslava, diciotto giorni dopo, indotto a lasciarla perché aveva ricevuto un salvacondotto del premier János Kádár; fu invece catturato dai sovietici, portato alla sede del Kgb, e poi a Snagov, vicino Bucarest. Processo clandestino. Condanna a morte. Togliatti chiese che la sentenza venisse eseguita dopo le elezioni in Italia. L’accontentarono. Nagy fu infatti liquidato il 16 giugno 1958. Togliatti aveva giustificato l’intervento di Mosca come “dolorosa necessità”, e i corifei del partito imposero d’accettare la “dura replica della storia”.

Mia nonna aveva ragione: lo penso quando ammiro i quattro quadri di artisti ungheresi in esilio che aveva comprato ad un’asta benefica per aiutare il loro popolo, una delle spontanee campagne umanitarie che volevano rimediare alla viltà della politica.

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Guerra in Ucraina, Putin apre ai negoziati: “Accordo possibile”. Ma intanto i raid continuano

22 October 2026 at 20:57

Raggiungere un accordo sulla situazione in Ucraina è possibile. Almeno a sentire le ultime dichiarazioni del presidente russo Vladimir Putin: “Siamo concordi su questo”, ha detto il leader russo riferendosi alla fattibilità di un’intesa di lungo termine che chiuda l’invasione iniziata il 24 febbraio 2022. Al centro della disputa restano sempre le porzioni di territorio ucraino, attualmente occupate dalle forze di Mosca, che il capo del Cremlino ha definito “storicamente russe”, alzando la posta in gioco nei negoziati per risolvere il conflitto.

Putin ha definito “inappropriata” la dichiarazione del leader ucraino Vladimir Zelensky, secondo cui sarebbe disposto ad accettare la perdita di alcuni territori pur di raggiungere la pace, aggiungendo che i territori in questione sono storicamente russi: “Innanzitutto, la mia opinione su questa questione è che non si tratta di territorio russo, ma di territorio storicamente russo”, ha dichiarato Putin in un’intervista al conduttore Pavel Zarubin. “Le persone che vivono in questi territori hanno votato, in primo luogo, per l’indipendenza dello Stato e, in secondo luogo, per la riunificazione con la Federazione Russa”, ha affermato. “Pertanto, parlare di eventuali perdite territoriali mi sembra inappropriato”, ha concluso.

Un eventuale vertice tra Putin, Zelensky e Donald Trump potrebbe essere il formato con il quale finalizzare la possibile intesa? “La discussione è in corso”, ha rimarcato il vice ministro degli Esteri russo, Serghei Ryabkov, il giorno dopo il faccia a faccia tra Putin e l’inviato statunitense Steve Witkoff. “L’argomento è stato sollevato” mercoledì durante le tre ore di confronto tra i due a San Pietroburgo, ma “al momento non c’è ancora una chiara comprensione in merito”, poiché “non c’è un accordo completo, ma la discussione è in corso”. È ancora presto per parlare di una vera e propria apertura, anche se Trump – che ha intanto chiesto a Elon Musk di riattivare totalmente l’uso di Starlink in Ucraina – si è lasciato andare nelle ultime ore all’ottimismo affermando che “ci stiamo avvicinando alla risoluzione della guerra” e forse – ha aggiunto – “è il punto in cui siamo stati più vicini finora”.

L’unica novità ufficialmente resa nota dopo l’incontro di San Pietroburgo – oltre al rilascio dell’americano Stephen Hubbard dalle carceri russe – è stata la probabile ripresa il mese prossimo dei contatti trilaterali tra Mosca, Kiev e Washington, ma a livello di tecnici, non ancora certo di leader. Tuttavia, anche il consigliere di Putin per la cooperazione e gli investimenti stranieri, Kirill Dmitriev, che ha partecipato al colloquio, si è detto convinto che ci si stia muovendo “verso una pace a lungo termine che garantirà la sicurezza di Russia, Ucraina ed Europa”. Proprio l’Unione Europea, nelle scorse ore, ha rimarcato che in qualsiasi formato dovesse svolgersi dei nuovi colloqui ritiene di doversi sedere al tavolo.

Di tono opposto i commenti all’incontro di San Pietroburgo da parte di Zelensky, che il giorno prima aveva avuto un colloquio con Witkoff a Oslo insieme a rappresentanti di Paesi europei, compresa l’Italia. Il leader ucraino ha denunciato bombardamenti russi nella notte tra mercoledì e giovedì con l’impiego di 21 missili e oltre 200 droni e un bilancio di almeno due morti e 34 feriti. “Tre ondate di missili balistici sono state lanciate contro Kiev dai ‘compassionevoli’ russi“, ha rincarato Zelensky, ironizzando su quella definizione di ‘compassionevole’ usata da Witkoff per Putin quando l’ha ringraziato per il rilascio di Hubbard.

Zelensky ha affermato che nei raid è stato colpito “persino un monastero”. Il ministero della Difesa si Mosca ha invece rivendicato attacchi solo su obiettivi militari, tra cui uno stabilimento dell’industria aeronautica Antonov dove si assemblano droni e missili da crociera Flamingo, oltre che sul ponte ferroviario e stradale Sud. Mentre sull’altro fronte nel corso della notte 600 droni sono stati lanciati verso Mosca, con la maggior parte neutralizzata dalle forze di difesa aerea nelle zone periferiche, secondo il sindaco, Serghei Sobjanin. Nell’est dell’Ucraina, invece, a causa dei continui bombardamenti russi, è stata decisa l’evacuazione forzata delle famiglie con bambini da tutti gli insediamenti delle comunità di Kramatorsk e Slavyansk, le due cittadine che sono l’obiettivo più ambito delle truppe di Mosca per completare la conquista della regione di Donetsk.

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