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Trump fa la guerra, Zelensky riceve il conto

14 October 2026 at 12:33

President Donald Trump meets with Ukraine's President Volodymyr Zelenskyy during the United Nations General Assembly, Tuesday, Sept. 22, 2026, at the UN headquarters. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Donald Trump ha trovato il responsabile del caro carburanti: il presidente del Paese invaso da Vladimir Putin. Gli ucraini colpiscono le raffinerie russe, il gasolio scarseggia, dunque fermino i droni. La guerra americana contro l’Iran, le rotte del Golfo sconvolte, gli impianti danneggiati scivolano sullo sfondo. Il conto arriva a Kyjiv.

Per capire il rovesciamento bisogna distinguere due crisi energetiche e il rapporto che le lega. La prima esplode con l’aggressione russa del 2022. La seconda con la guerra americano-israeliana contro l’Iran nel 2026. Attribuire una percentuale esatta a ciascuna sarebbe inventare una precisione che i dati non consentono. Individuarne le cause principali è invece possibile.

Putin aveva cominciato a stringere il rubinetto prima dell’invasione. Nell’ultimo trimestre del 2021, i flussi russi via gasdotto verso l’Europa erano già diminuiti di circa un quarto rispetto all’anno precedente. Nel 2022, le esportazioni verso l’Europa Ocse si dimezzarono. La favola secondo cui ci saremmo inflitti tutto da soli con le sanzioni cancella l’uso del gas come arma di pressione.
L’Europa reagì cercando altri fornitori e comprando più gas liquefatto. Ridusse la dipendenza da Mosca, ma aumentò la propria esposizione alla concorrenza asiatica e alle rotte marittime. È su questo sistema già trasformato dalla guerra di Putin che si è abbattuta quella di Trump.

Le dimensioni del nuovo shock sono documentate dall’Agenzia internazionale dell’energia: la maggiore interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero mondiale. Attraverso Hormuz passava circa un quinto del commercio mondiale di gas liquefatto. Nella regione quasi tre milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione sono stati fermati dagli attacchi o dall’impossibilità di esportare. Qui sta il centro della nuova emergenza.

Le responsabilità del regime iraniano, che attacca navigazione e infrastrutture, restano intere. Altrettanto intera resta la responsabilità politica di chi ha aperto una guerra senza riuscire a governarne le conseguenze. Trump non può rivendicare il comando e attribuire ad altri il disastro.

Gli attacchi ucraini alle raffinerie russe contribuiscono alla scarsità di carburanti? Sì. Lo riconosce la stessa Agenzia internazionale dell’energia. Negarlo sarebbe un favore alla propaganda avversaria. Ma un effetto economico non stabilisce da solo una responsabilità politica. Kyjiv cerca di indebolire la macchina bellica del Paese che la invade. Se ogni costo internazionale della sua resistenza diventasse una ragione per proibirgliela, all’aggressore basterebbe rendere economicamente scomoda la difesa dell’aggredito.

È questo il ricatto che l’Europa deve respingere. Ha già pagato la propria dipendenza da Putin. Ora paga anche le conseguenze delle decisioni di Trump. Accettare che il rimedio sia disarmare l’Ucraina significherebbe aggiungere alla bolletta energetica una capitolazione politica. Poi c’è il paradosso che ieri Trump ci ha sbattuto in faccia. Sul suo social ha scritto che l’Unione europea ha pagato alla Russia duecentocinquanta miliardi di dollari per l’energia. Lo ha fatto per difendere il suo accordo con Putin sul diesel russo, e il ministro del Tesoro Scott Bessent aveva già accusato gli europei di ipocrisia. La cifra non è verificata: Mosca stessa parla di oltre 320 miliardi venduti dal 2022 a Paesi europei, ma si tratta di un totale su quattro anni, in gran parte del 2022 e 2023, con prezzi altissimi, e non tutto riguarda l’Unione Europea. Nel 2026, i flussi sono molto più piccoli, anche se il GNL russo ha segnato un record: quasi 8 miliardi di euro nei primi nove mesi.

È vero, dunque, che continuiamo a comprare, e la ragione è che le sanzioni non hanno riguardato gas e GNL, e l’uscita è fissata per regolamento al 2027. Questo è un buon motivo per criticare l’Europa. Non è un buon argomento per chi, nello stesso fine settimana, apre ai carichi di diesel di Mosca. Trump vuole il gasolio a basso prezzo. L’Europa non può permettergli di ottenerlo barattando la sicurezza del continente. Un carburante più economico pagato con la resa dell’Ucraina non è un affare: è una capitolazione anticipata.

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L’eccellente discorso di Meloni sull’Ucraina, e le parole che il campo largo non sa dire

14 October 2026 at 09:19

Il Presidente Giorgia Meloni in occasione delle comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista della riunione del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Senato Roma, Mercoledì 14 Ottobre 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse) PM Giorgia Meloni on the occasion of the statements by the President of the Council of Ministers ahead of the European Council meeting of 15 and 16 October. Senate, Rome, Wednesday, 14 October 2026.(Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

La Russia ha avviato la sua nuova campagna d’autunno contro l’Ucraina. Incapace di avanzare sul fronte, Mosca ha iniziato a colpire sempre più duramente la popolazione civile. Centrali elettriche, ospedali, persino autobus che portano le persone al lavoro come nell’orrenda strage di Kramatorsk. È una strategia con la quale la Russia prova a piegare l’Ucraina con il freddo, il terrore, il buio, semplicemente perché non è riuscito a piegarla sul campo di battaglia. I fatti smentiscono la propaganda del Cremlino e anche quella di chi la porta qui in Italia. Dall’inizio dell’anno Mosca ha guadagnato pochissimo terreno e nel solo mese di settembre ha perso buona parte di quanto aveva conquistato negli ultimi mesi.

Questo stallo non è caduto dal cielo, lo hanno costruito il coraggio degli ucraini e il sostegno dell’Occidente, Italia compresa. E continuo a ritenere che questo stallo sia l’unico strumento efficace che abbiamo per portare la Russia a un tavolo negoziale serio. So che il dibattito è acceso, anche in quest’aula, e lo rispetto, perfino lo comprendo, perché nessuno in quest’aula vogliamo la guerra, tutti vogliamo che si arrivi alla pace. La differenza è su come pensiamo che ci si arrivi. Per come la vedo io il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile. Perché se l’aggressore può puntare la resa dell’avversario che bisogno ha di negoziare? Solo che la resa non è pace, è conquista. Se l’Ucraina domani smettesse di difendersi come in molti auspicano e propongono, noi non avremmo la pace, noi discuteremmo dell’occupazione di una nazione europea e del ritorno dell’imperialismo di stampo sovietico che l’Europa ha conosciuto per mezzo secolo.

Personalmente non rimpiango quegli anni, non rimpiango i carri armati russi che repressero le rivolte di Praga e Budapest, e non rimpiango il muro di Berlino.

Nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa definirsi pace. La pace che vogliamo e che lavoriamo per costruire, anche pagando un prezzo in termini di consenso, è una pace giusta. Perché solo una pace giusta può durare. Solo una pace giusta mette al sicuro l’Europa e i nostri interessi. Dunque la posizione del governo non cambia. Sostegno a Kyjiv, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica rimagono i pilastri della nostra azione.

In questo contesto dobbiamo considerare anche l’intesa sul gasolio russo. Chiaramente tutti comprendiamo e condividiamo l’esigenza di contenere i prezzi dell’energia che pesano su famiglie e imprese, anche in Italia. Ma dobbiamo essere consapevoli che l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina. E quindi il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari. Una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraina, nuove entrate con cui finanziare la guerra, un implicito indebolimento della leva sanzionatoria sono elementi che non possiamo ignorare e che contraddicono quanto finora fatto dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative.

Discorso diverso è una tregua tra le parti sulle centrali energetiche che l’Italia chiaramente sostiene. Ringraziamo il presidente Zelensky per aver immediatamente dichiarato disponibiità ucraina in questo senso. Ci aspettiamo ora che la Russia faccia altrettanto e interrompa l’attacco alle centrali elettriche ucraine.

Dopodiché, in un momento così compresso, in cui tante variabili sfuggono al nostro controllo, c’è almeno una cosa che dipende da noi. Fare in modo che l’Europa non resti a guardare. Perché le condizioni di una pace che riguarda il nostro continente, e quindi la nostra sicurezza, non possono essere scritte senza di noi, per questo continuo a chiedere che i Ventisette individuino una figura autorevole con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa. E se su un nome non si trova convergenza siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse. Se ad esempio Francia, Germania e Gran Bretagna nel famoso formato E3 ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti. Perché, sarò onesta, considero secondario che siede a quale tavolo, mi interessa a nome di chi si siede al tavolo e poter chiedere cosa. Mi interessa che l’Europa non proceda in ordine sparso e parli con una voce sola. Perché unEuropa che si divide sui formati offre un’immagine di sé infantile, ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca. E di regali a Mosca di questi tempi ne abbiamo fatti abbastanza.

Il Consiglio europeo discuterà in modo specifico dell’escalation delgi attacchi ibridi russi. Ed è giusto così perché la minaccia ibrida russa è diventata il nuovo normale di questa guerra travagliata. Sono i droni che violano lo spazio aereo dei nostri partner, e che sorvolano aeroporti e basi in diverse nazioni europee, sono i cavi sottomarini nel Baltico, sono gli attacchi informatici a ospedali, porti e amministrazioni pubbliche, sono le campagne di disinformazione costruire per dividere le nostre opinioni pubbliche e per screditare esponenti politici considerati nemici, condizionare le elezioni fino a vere e proprie forme di manipolazione dello spazio cognitivo, la strumentalizzazione dei migranti spinti alle frontiere come armi di pressione. UN quadro di questo tipo richiede una risposta coordinata, e l’Italia porterà a Bruxelles alcune priorità che considera fondamentali: proteggere le nostre infrastrutture critiche, reti energetiche, dominio subacqueo, porti, aeroporti, sostenere l’industria italiana nel dare un contributo decisivo ai sistemi antidrone e antimissile, e ribadire che la sicurezza ai confini dell’Unione è indivisibile. E questo significa che nel sostenere il fianco est non possiamo perdere di vista il fianco sud. Perché difendersi oggi significa un ospedale che continua a curare sotto un attacco informatico, una centrale che nons i spegne, un aeroporto che non si ferma per un drone. Difendersi non è proteggere un’idea astratat di potenza, è proteggere la vita quotidiana dei cittadini.

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Le misure attive di Mosca, e le contromisure che l’Europa vuole attivare

14 October 2026 at 03:45

Il presidente russo Vladimir Putin visita le esercitazioni militari Center-2026 al poligono di Chebarkul (AP/LaPresse)

Il capo dell’intelligence estera estone, Kaupo Rosin, esclude un attacco militare russo contro l’Estonia nei prossimi dodici mesi, a condizione che Europa e Nato mantengano credibile la deterrenza. La minaccia più concreta resta il sabotaggio, anche attraverso operazioni sotto falsa bandiera progettate per attribuire all’Ucraina la responsabilità degli attacchi e indebolire il sostegno europeo a Kyjiv. In un’intervista rilasciata nei giorni scorsi a Holger Roonemaa, Rosin ha invitato i servizi europei a passare dalla raccolta di informazioni all’azione, anche con misure preventive non militari sul piano informativo, psicologico e tecnico, applicando a Mosca i suoi stessi metodi. Il Cremlino punta inoltre a rallentare il riarmo europeo attraverso operazioni clandestine e influenza politica. La guerra continua intanto a pesare sull’economia russa e il malcontento interno cresce, senza che questo renda imminente una rivolta contro Vladimir Putin.

È anche per restringere il margine di manovra di Mosca che i vertici dei servizi europei hanno intensificato le loro dichiarazioni pubbliche. Lunedì, alla Camera di Praga, Michal Koudelka, direttore del servizio di sicurezza interna ceco (Bis), ha spiegato che negli ultimi mesi la Russia ha perseguito una strategia di «escalation per la de-escalation», illustrando anche le ragioni di una maggiore esposizione pubblica dei suoi colleghi (arrivata dopo la visita a Mosca di John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency americana). Una linea che, secondo Koudelka, serve a rendere più difficile per Mosca negare le proprie intenzioni e conquistare consensi nell’opinione pubblica internazionale. «Se un drone o un missile russo colpisce un deposito di armi in un Paese europeo e Mosca sostiene che si sia trattato di un errore o di un problema di navigazione, noi diciamo al mondo intero: sappiamo che è proprio questo il vostro piano», ha dichiarato. Lo stesso vale, ha aggiunto, se la Russia ammassasse truppe ai confini di un Paese baltico sostenendo di essere impegnata soltanto in un’esercitazione: «Non vi crediamo e siamo pronti a difenderci e a vincere». L’obiettivo è togliere al Cremlino la possibilità di sfruttare l’ambiguità per condizionare il dibattito internazionale.

Anche Ken McCallum, direttore generale del Security Service britannico (o MI5), è intervenuto nel dibattito. Martedì, nell’annuale discorso sulle minacce alla sicurezza nazionale, ha definito la Russia «il principale aggressore» e avvertito che il suo servizio dedica alle minacce degli Stati più risorse che durante la Guerra fredda. Nell’ultimo decennio, ha spiegato, le minacce riconducibili a potenze straniere sono quadruplicate, fino a portare le attività operative contro gli Stati a un livello paragonabile a quelle antiterrorismo. L’espulsione di quasi mille diplomatici e operativi russi dopo l’invasione dell’Ucraina ha inoltre spinto il Cremlino a ricorrere sempre più a intermediari criminali per organizzare attacchi e sabotaggi. Secondo McCallum, Mosca conduce una campagna ibrida cercando di evitare azioni che provochino una risposta collettiva della Nato.

La risposta europea, però, non riguarda soltanto la comunicazione e l’intelligence. Dopo il tentato sabotaggio all’aeroporto di Lipsia/Halle, in Germania, all’inizio di agosto, diversi media hanno indicato alcuni presunti responsabili e ipotizzato un coinvolgimento dell’intelligence militare russa (Gru), senza tuttavia fornire prove conclusive. The Insider ha identificato altri presunti operativi legati al piano, che sarebbero stati coinvolti in precedenti operazioni di sabotaggio in Polonia. Inoltre, sembra che Mosca sia pronta ad alzare la posta mettendo nel mirino anche i manager dell’industria della difesa.

Un’industria che si sta ponendo il problema della protezione delle infrastrutture. Knds, produttore franco-tedesco di armamenti i cui stabilimenti di Colleferro sono stati teatro di una sospetta esplosione ad agosto, chiede ai governi europei di autorizzare le aziende del settore ad abbattere o neutralizzare autonomamente i droni sospetti che sorvolano i loro impianti. In un’intervista a Politico, il vicepresidente Marcel Grisnigt ha sostenuto che gli attuali vincoli normativi impediscono alle imprese di reagire tempestivamente a minacce che comprendono sabotaggi, incendi e spionaggio, alcuni dei quali attribuiti dalle autorità europee alla Russia. La Francia ha già introdotto norme che consentono ai produttori di armamenti e ad altri operatori di infrastrutture critiche di impiegare sistemi antidroni; in Germania, invece, questa possibilità non è prevista. Knds intende portare la questione a Bruxelles, chiedendo che l’industria della difesa sia riconosciuta come infrastruttura critica, possa accedere alle informazioni d’intelligence e riceva finanziamenti europei per proteggere i propri impianti.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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L’intelligenza artificiale potrebbe replicarsi da sola, anche negli elettrodomestici

14 October 2026 at 06:32

Aspirapolvere

L’intelligenza artificiale potrebbe essere in grado, nel giro di pochi mesi, di replicarsi autonomamente attraverso dispositivi connessi a internet, dai televisori alle telecamere di sicurezza, fino ai forni intelligenti e ai robot aspirapolvere. È l’allarme lanciato da Anthropic, secondo cui alcuni modelli potrebbero presto trasformarsi in una sorta di malware autonomo, capace di infiltrarsi nei dispositivi, sfruttarne la potenza di calcolo e propagarsi senza intervento umano. Un’evoluzione che renderebbe molto più difficile contenere un attacco informatico, perché non esisterebbe più un unico punto da disattivare per fermarlo.

Il Guardian ha esaminato il rapporto pubblicato lunedì dai ricercatori della società di intelligenza artificiale. Il documento descrive la possibilità che nascano veri e propri «vermi informatici» basati sull’IA, programmi capaci di copiare se stessi da un dispositivo all’altro. Una volta compromessa una macchina, il modello potrebbe trasferire il proprio codice e i propri pesi, cioè i parametri che ne permettono il funzionamento, sul dispositivo successivo, per poi riprendere l’attività e continuare a diffondersi.

La novità rispetto ai malware tradizionali è che questi sistemi potrebbero adattarsi anche a dispositivi e ambienti informatici che non conoscevano in precedenza. I primi bersagli potrebbero essere le abitazioni e le piccole imprese, dove sono diffusi apparecchi connessi spesso dotati di protezioni informatiche limitate. Tra quelli potenzialmente vulnerabili ci sono televisori, forni e frigoriferi intelligenti, tosaerba automatici, videocamere e sistemi per le videoconferenze. Molti di questi apparecchi integrano già piccoli chip progettati per eseguire modelli di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo, senza dover ricorrere ogni volta a un centro di calcolo remoto.

Secondo i ricercatori, in uno scenario estremo più sistemi autonomi potrebbero coordinarsi e attaccare insieme infrastrutture informatiche. Non è però ancora chiaro quale forma assumerebbe una simile minaccia. Potrebbe trattarsi di una diffusione lenta e persistente, paragonabile a una muffa digitale che si espande gradualmente, oppure di un modello più sofisticato, capace di colpire rapidamente grandi strutture come i data center. Un’altra possibilità è che i sistemi cerchino di procurarsi le risorse necessarie al proprio funzionamento attraverso truffe e furti di credenziali.

Gli autori dello studio avvertono che un replicatore autonomo sarebbe difficile da fermare proprio perché distribuito su una rete di dispositivi diversi. «Dovremmo rendere i nostri sistemi più resistenti, così da ostacolare la diffusione di questi replicatori, ma prepararci anche a un mondo in cui saranno presenti in modo permanente», scrivono. Il rischio, dunque, non riguarda soltanto la possibilità di un attacco immediato, ma anche la difficoltà di eliminare completamente un sistema una volta diffusosi nella rete.

L’allarme arriva in una fase in cui le principali aziende del settore segnalano capacità sempre maggiori dei propri agenti di IA, sistemi progettati per agire in autonomia e svolgere compiti complessi. Negli ultimi mesi sono emerse segnalazioni sulle loro capacità di individuare vulnerabilità e tentare intrusioni nei sistemi di aziende e istituzioni pubbliche. Questi sviluppi hanno spinto ricercatori, dirigenti e politici a chiedere maggiori garanzie di sicurezza e più controlli, mentre le stesse società continuano a sviluppare e distribuire nuovi modelli.

Il problema, sottolinea il Guardian, è che le difese informatiche dovranno adattarsi a una minaccia potenzialmente diversa da quelle conosciute finora: un sistema capace non solo di sfruttare le vulnerabilità, ma anche di trasferirsi su altre macchine e continuare a operare senza un controllo centralizzato. Per Anthropic, rendere più sicuri i dispositivi connessi e prepararsi a individuare queste reti sarà essenziale prima che simili capacità diventino più diffuse.

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L’Ucraina è un po’ più vicina all’ingresso nell’Unione europea

14 October 2026 at 06:26

Ukraine's President Volodymyr Zelenskyy, left, walks with European Commission President Ursula von der Leyen after participating in a media conference at EU headquarters in Brussels, Belgium, Sunday, Aug. 17, 2025. (AP Photo)

L’Ucraina compie un altro passo avanti nel percorso verso l’adesione all’Unione europea. Ieri in Lussemburgo, Kyjiv ha ottenuto l’apertura di altri due cluster negoziali, portando a quattro su sei quelli finora sbloccati. Si tratta di gruppi di riforme che i Paesi candidati devono completare per entrare nell’Ue. Il traguardo non equivale all’ingresso nell’Unione, ma permette di avanzare nel processo di integrazione, dopo una lunga fase di stallo. Con l’Ucraina, anche la Moldova è allo stesso punto del percorso.

I due cluster appena aperti riguardano il mercato interno e la competitività, e sono anche i più ampi per numero di ambiti normativi interessati. «Dietro questi nomi tecnici ci saranno benefici concreti per gli ucraini», ha detto la commissaria europea all’Allargamento, Marta Kos, citando maggiori opportunità per le imprese, migliori condizioni di lavoro, più tutele per i consumatori, investimenti e posti di lavoro. «L’Ucraina è pienamente impegnata nelle riforme necessarie per l’adesione e intende portare avanti questo lavoro il più rapidamente possibile», ha aggiunto il viceministro ucraino per l’Integrazione europea, Vsevolod Chentsov.

Come scrive Reuters, l’apertura dei due nuovi cluster è stata possibile dopo che l’Ungheria ha ritirato le proprie obiezioni. Il governo di Budapest ha dato il via libera dopo che lunedì il Parlamento ucraino ha approvato una legge che amplia i diritti della minoranza ungherese e degli altri gruppi minoritari a ricevere un’istruzione nella propria lingua. Era una delle condizioni poste dall’Ungheria per consentire ulteriori progressi nel percorso europeo di Kyjiv. Nei mesi scorsi erano già stati aperti il primo cluster, relativo allo Stato di diritto e al funzionamento delle istituzioni democratiche, a giugno, e quello sulle relazioni esterne, a luglio.

Restano ora da sbloccare gli ultimi due gruppi di riforme. La Commissione europea e la presidenza irlandese del Consiglio dell’Ue puntano ad aprirli entro la fine del 2026. Il percorso, però, potrebbe diventare più complicato: tra i settori coinvolti ci sono l’agricoltura e i trasporti, nei quali l’Ucraina è competitiva e potrebbe rappresentare un concorrente per alcuni Paesi membri. Il timore è che le differenze economiche e regolamentari diventino un ostacolo politico all’allargamento.

Martedì anche Francia e Polonia hanno ribadito il loro sostegno all’apertura dei sei cluster. E la Commissione europea ha già indicato una possibile strada per affrontare il nodo agricolo. In una serie di proposte presentate il 6 ottobre sul futuro dell’allargamento, Bruxelles ha suggerito di prevedere un trattamento specifico per l’agricoltura ucraina durante il negoziato, invece di utilizzarla come motivo per bloccare l’avanzamento del processo.

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I giornali, le zone grigie, e il potere degli inserzionisti pubblicitari

14 October 2026 at 06:15

Giornali

Ieri i comitati di redazione di Corriere della Sera, Repubblica, Sole 24 Ore e Stampa hanno messo nero su bianco che «la distinzione tra attività giornalistica, interessi degli inserzionisti e strategie commerciali delle aziende editoriali non può avere deroghe o zone grigie» e occorre «difendere la professionalità, la deontologia e la reputazione delle giornaliste e dei giornalisti».

Il problema è che quelle zone grigie esistono da tempo e nessuno le ha mai davvero chiuse.

Il riferimento è all’inchiesta di Napoli su Multiversity-Pegaso. Secondo gli investigatori, soldi di pubblicità e rapporti commerciali sarebbero serviti a ottenere articoli favorevoli, a smussare notizie scomode o a farle sparire. Nelle carte compaiono quasi tutti i grandi giornali italiani e figure di primo piano: Mario Orfeo per Repubblica, Andrea Malaguti per La Stampa, Claudio Cerasa per il Foglio, Francesco Cancellato per Fanpage, Peter Gomez per il Fatto Quotidiano.

Sono ipotesi tutte da dimostrare, e non tutto ciò che viene descritto è automaticamente un reato. L’indagine ha avuto comunque una sua utilità perché ha fatto riscoprire improvvisamente il sistema delle garanzie: nessuna intercettazione sul caso Pegaso-stampa è uscita sui giornali, in meticoloso rispetto della legge, come ha notato ieri Claudio Caprara su Substack.

Ma chi pensa che il problema della libertà di stampa si esaurisca nel codice penale si sbaglia di grosso. La censura più efficace non arriva da fuori. È quella che si fa da soli. Non servono ordini, telefonate o interventi del direttore. Basta sapere che una notizia può far perdere un inserzionista importante o una collaborazione commerciale. A quel punto molti scelgono di non cercarla.

Nella politica queste cose si vedono meglio. Gli orientamenti dei giornali sono noti, le omissioni si confrontano, le deformazioni vengono contestate. In televisione è già più difficile: tempi stretti, talk show partigiani, censurati che non si vedono. Quando però entrano in gioco gli interessi economici dell’editore o dei grandi inserzionisti, diventa quasi impossibile accorgersene. Chi conosce i contratti pubblicitari? Chi sa quanto pesa davvero un cliente sul bilancio di un quotidiano? Chi può scoprire un’inchiesta che non è mai stata commissionata?

La stampa italiana ha una lunga tradizione in questo campo. Il Giorno nasce dall’Eni, La Stampa e poi Repubblica dalla Fiat, Il Messaggero dalla Montedison e oggi da Caltagirone, il Corriere salvato negli anni Ottanta da Fiat, Pirelli, Montedison e Mediobanca. I giornali servivano anche a proteggere gli interessi dei proprietari. Spesso non c’era nemmeno bisogno di intervenire: si sapeva già di cosa conveniva non parlare.

Non è solo storia antica. Nell’aprile 2024, con Repubblica ancora in mano agli Agnelli-Elkann, centomila copie di Affari & Finanza finirono al macero perché contenevano un pezzo di Giovanni Pons che toccava Stellantis. La redazione sfiduciò il direttore con 164 voti a 55. Due anni dopo, a settembre 2026, lo stesso comitato di redazione – con un altro proprietario e un altro direttore – è tornato a protestare per un’intervista non proprio graffiante a John Elkann.

Carlo Calenda ha più volte accusato Repubblica di non aver raccontato con sufficiente indipendenza la crisi di Stellantis e i suoi rapporti con gli aiuti pubblici. Ma gli attacchi della politica ai giornali su questo terreno sono rari, e si capisce perché: chi li muove teme ritorsioni. O peggio, di non essere più trattato affatto, come denunciava instancabilmente Marco Pannella, che peli sulla lingua non ne aveva.

Oggi forse il proprietario non è il problema principale. Secondo l’Agcom, tra il 2020 e il 2024 i ricavi dalle vendite dei quotidiani sono crollati da 865 a 551 milioni, quelli pubblicitari da 507 a 425. La pubblicità cala meno delle copie e il suo peso sui ricavi complessivi sale dal 33,5 al 37,4 per cento. Un giornale fragile diventa più ricattabile. Non serve comprarlo: basta comprarne la pubblicità. Qui sta il pericolo: non occorre comprare un giornale per influenzarlo, può bastare comprarne la pubblicità. Se è stato sempre vero, oggi è più vero ancora.

Il danno più grave non è la notizia ritoccata o ritardata. È quella che non viene mai cercata. Il giornalista che non propone un tema perché sa già la risposta del direttore, il direttore che anticipa i desideri dell’editore senza bisogno di chiedere. È la censura perfetta: non lascia documenti, non ha responsabili, non produce scandali.

Non si può affidare ai magistrati il compito di garantire l’indipendenza delle redazioni. Sarebbe un paradosso pericoloso.

Servono trasparenza sui rapporti economici rilevanti, separazione reale tra informazione e pubblicità, e autonomia professionale dei giornalisti. Sarebbe utile sapere se l’Ordine e la Federazione nazionale della stampa se ne stanno occupando, oltre ai Cdr delle testate coinvolte.

Il principio è semplice: il giornale vende informazione ai cittadini e spazi pubblicitari alle imprese. Sono due attività distinte. Se la distinzione sparisce, non c’è bisogno di abolire la libertà di stampa. Basta svuotarla.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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A Papa Leone è stato esportato un tumore maligno al polmone

14 October 2026 at 06:09

Pope Leo XIV arrives in St. Peter's Square on the occasion of the weekly general audience at the Vatican, Wednesday, Sept. 30, 2026. (AP Photo/Andrew Medichini)

Papa Leone XIV è stato operato al Policlinico Gemelli di Roma per un adenocarcinoma polmonare, un tumore maligno che ha reso necessario l’intervento di asportazione del lobo inferiore del polmone destro. L’operazione è riuscita e non si sono verificate complicazioni, ha comunicato la Santa Sede. Il Pontefice, settantuno anni, si è svegliato regolarmente dall’anestesia ed è tornato nella sua stanza al decimo piano dell’ospedale dopo un periodo di osservazione. «Il Papa ha anche chiesto la cena», ha riferito ai giornalisti il portavoce vaticano Matteo Bruni.

Il Santo Padre era arrivato al Gemelli poco dopo le 13 di martedì. Era stato lui stesso ad annunciare domenica, durante l’Angelus, il ricovero previsto per rimuovere un «nodulo circoscritto», individuato al polmone durante alcuni controlli medici e descritto come localizzato in una fase molto iniziale. I dettagli sono arrivati in serata, con una nota firmata dal medico personale del Papa, Luigi Carbone, e dal chirurgo Stefano Margaritora, che ha guidato l’équipe.

«Il Santo Padre è stato sottoposto, come programmato, all’intervento di chirurgia toracica. Per rendere l’intervento radicale, è stato asportato il lobo inferiore del polmone destro con tecnica videoassistita», hanno scritto i medici. L’esame istologico eseguito durante l’operazione ha confermato la diagnosi di adenocarcinoma polmonare, già sospettata sulla base degli esami preoperatori. L’obiettivo dell’intervento era quindi rimuovere integralmente la parte interessata dal tumore, non soltanto il nodulo.

Il Papa è rimasto in sala operatoria per circa tre ore, mentre la procedura chirurgica vera e propria è durata circa 90 minuti. «L’intervento è riuscito e non ci sono state complicanze», hanno precisato i medici, confermando il regolare risveglio e il ritorno in stanza dopo l’osservazione postoperatoria.

Il nodulo, scrive Repubblica, sarebbe stato individuato incidentalmente durante una Tac dell’addome eseguita al Fatebenefratelli. L’esame, richiesto per controllare altre possibili patologie, avrebbe mostrato anche un’anomalia nella parte inferiore del polmone, inducendo i medici ad approfondire gli accertamenti. La scoperta avrebbe così portato alla decisione di intervenire chirurgicamente.

Adesso l’attenzione è rivolta al decorso postoperatorio e agli esiti degli esami. Come riferisce l’Ansa, le prossime 24-48 ore saranno particolarmente delicate. Al momento il Vaticano non ha indicato la necessità di eventuali terapie successive: la valutazione dipenderà anche dai risultati degli accertamenti. Prima dell’intervento era stata prevista una degenza di circa una settimana, mentre tra le ipotesi circolate c’è quella di un possibile ritorno a casa dopo cinque o sei giorni.

La notizia ha suscitato apprensione nella Chiesa e tra i fedeli. Al suo arrivo al Gemelli, Leone era apparso sorridente e sereno, salutando la folla che lo attendeva davanti all’ospedale. Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha espresso fiducia: «Speriamo che al più presto possa risolvere questo problema. Siamo fiduciosi». La malattia potrebbe inoltre mettere a rischio il viaggio in Sudamerica previsto per novembre, per il quale i preparativi sono già in corso. Per ora, tuttavia, la priorità resta il recupero del Pontefice dopo l’intervento.

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Dieci errori da evitare per una festa nuziale perfetta

14 October 2026 at 03:45

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Sarà vero che sposa bagnata, sposa fortunata? La saggezza popolare prova a esorcizzare una delle eventualità che più inquietano ogni coppia che stia per vivere il grande giorno, la pioggia. Ma se il maltempo rappresenta il grande antagonista di ogni ricevimento en plein air, non è certo l’unica eventualità capace di incrinare l’incanto del giorno delle nozze. Sono i dettagli, spesso impercettibili, a decretare la differenza tra un matrimonio impeccabilmente riuscito e una celebrazione che rischia di assumere i contorni di un piccolo incubo. A indicarci le insidie da scongiurare è Giorgia Fantin Borghi, tra le più importanti wedding planner italiane, esperta di storia della tavola e arte dell’ospitalità.

Esistono inconvenienti decisamente più sottili di un acquazzone e, proprio per questo, più insidiosi: un ospite lasciato in attesa, informazioni comunicate tardivamente, una sedia che viene a mancare proprio quando se ne avverte la necessità, un trasferimento organizzato senza considerare le differenti esigenze degli invitati. Piccole disattenzioni che, all’interno della complessa macchina di un matrimonio, possono incidere in maniera tutt’altro che marginale sulla qualità dell’esperienza.

Per Giorgia Fantin Borghi, che ha recentemente curato anche l’organizzazione del matrimonio di Ida De Filippo, protagonista di “Casa A Prima Vista” su Real Time, tutto muove da un principio tanto semplice quanto imprescindibile: gli ospiti vengono prima degli sposi.

«A loro devono essere riservate tutte le attenzioni. Gli sposi sono gli anfitrioni e dovrebbero fare in modo che i loro invitati ricevano un’accoglienza perfetta, facendo in modo che tutti si sentano meravigliosamente». È questa cultura dell’ospitalità, più ancora della spettacolarità, a definire l’autentica qualità di un ricevimento. Ed è proprio da qui che prende forma il suo decalogo. Ecco quindi i dieci errori più gravi.

1. Dire di no
Sembra una parola innocua, ma a un matrimonio il «no» dovrebbe essere quasi bandito dal vocabolario. «Un errore basilare è dire di no a un ospite: è necessario fare sempre il possibile per accontentare le richieste. E quando le richieste sono impossibili, esiste sempre un modo gentile per rispondere senza risposte eccessivamente tranchant, ad esempio “Provo a vedere cosa posso fare”. È un atteggiamento che rivela una precisa concezione dell’ospitalità: non promettere l’impossibile, naturalmente, ma manifestare sempre la disponibilità a ricercare una soluzione. Perché anche quando una richiesta non può essere esaudita, l’ospite deve percepire di essere stato ascoltato, considerato e accolto».

2. Sottovalutare la comunicazione
Un matrimonio può essere orchestrato con assoluta meticolosità e, al contempo, risultare sorprendentemente complesso per chi vi partecipa. Il motivo? Informazioni insufficienti, tardive o poco esaustive. «Un buon sistema di informazione per gli ospiti è fondamentale. Bisogna far sapere per tempo dove devono presentarsi e quando, fornendo informazioni sul parcheggio, sulla distanza da percorrere a piedi, sull’anticipo con cui è opportuno presentarsi in chiesa, sul percorso consigliato e anche sul tipo di strada».

Ciò che per gli sposi appartiene alla sfera dell’ovvio, per un invitato può essere tutt’altro che chiaro: «È fondamentale non dare mai per scontato che le persone sappiano già tutto. E negli spostamenti tengo sempre ben presente un mio personale mantra: when you move, you lose, ovvero quando li muovi, li perdi. Il motivo è semplice: una compagine di invitati non si sposta mai realmente come un corpo unico. Ci sono giovani e anziani, bambini, mamme con il passeggino, signore con i tacchi alti. Per questo è essenziale che ciascuno sappia dove recarsi e, soprattutto, quale esperienza lo attende».

La regola d’oro? Prevenire le domande e rispondere prima ancora che vengano formulate. «Le informazioni vanno mandate con buon anticipo e ripetute circa una settimana prima del matrimonio».

3. Non rispettare i tempi
«Le persone detestano aspettare. Sembra un concetto scontato, ma non lo è». Anche qui ritorna il principio dell’ospitalità. Gli sposi possono desiderare di dedicare tutto il tempo necessario alle fotografie, ed è perfettamente legittimo. Gli invitati, tuttavia, non dovrebbero mai avere la sensazione di essere stati relegati in una sala d’attesa. «Se gli sposi desiderano impegnarsi in una lunga sessione di fotografie è loro pieno diritto, ma intanto gli ospiti vanno intrattenuti con un aperitivo. È necessario offrire immediatamente qualcosa da bere agli ospiti, soprattutto quando in estate le temperature sono elevate: acqua, succhi di frutta, un calice di champagne, accompagnati da qualcosa da stuzzicare».

E soprattutto, nessuna dilazione superflua prima dell’avvio del ricevimento. «La scelta migliore è dare inizio subito all’aperitivo, in modo che non vi siano lunghe attese: aspettare gli sposi non è affatto necessario. I famigliari possono fungere da padroni di casa, accogliendo i loro ospiti con gioia». Gli sposi possono anche tardare. L’ospitalità non dovrebbe mai conoscere ritardi.

4. Non prevedere abbastanza sedute all’aperitivo
Un aperitivo in piedi può essere elegante, dinamico e informale. Ma in piedi non significa necessariamente senza sedute. «Il mio suggerimento è di prevedere un numero di posti a sedere pari almeno al cinquanta per cento del numero totale degli invitati, una specie di minimo sindacale per me, ma personalmente non scendo mai al di sotto del settanta per cento».

Un elemento apparentemente logistico che si trasforma, ancora una volta, in una questione di riguardo e lungimiranza nei confronti degli ospiti. Perché anche in un ricevimento informale, concedersi una pausa e accomodarsi dovrebbe essere una possibilità, non un privilegio.

5. Dimenticare anziani e bambini
Sono gli invitati che più facilmente rischiano di essere penalizzati da una progettazione votata esclusivamente all’estetica. «Gli ospiti più adulti hanno la necessità di sedersi e prediligono quasi sempre sedute alte. Pouf e tappetoni non sono adatti a loro: sono necessarie sedute comode, che consentano di alzarsi senza difficoltà». Anche l’accessibilità va verificata con la medesima attenzione riservata agli allestimenti considerando la presenza o meno di scale, ascensori, zone scivolose o terreni impervi. La cura può assumere una dimensione ancora più personale: «È bene prevedere un cameriere dedicato, sarà lui a provvedere a un servizio ad hoc». E quando una figura dedicata non è possibile, resta comunque imprescindibile una particolare sensibilità verso le necessità degli anziani.

«Poi ci sono i bambini, che appartengono a un’altra grammatica dell’ospitalità. Per i più piccoli infatti, è bene prevedere seggioloni da accostare alle sedute dei genitori al tavolo, ma è bene ricordare che i bambini a tavola tendono ad annoiarsi in fretta». La soluzione? «Si può predisporre un servizio di animazione che li intrattenga e che sollevi i genitori da un accudimento costante».

Anche il menu merita una riflessione. «Cerchiamo di far contenti i bimbi evitando però cibi che sporchino facilmente: una pasta al sugo, che sembra la scelta più ovvia e naturale, si trasforma in genere in una fonte inesauribile di “medaglie” sul vestitino». Perché un matrimonio memorabile è auspicabile, una collezione di macchie di pomodoro sull’abito da cerimonia, decisamente meno.

6. Non fornire indicazioni sull’abbigliamento
Il dress code per un matrimonio dovrebbe essere universalmente conosciuto, ma i tempi sono cambiati e spesso viene percepito come una prescrizione eccessivamente rigida. Se sapientemente calibrato, può invece diventare una forma garbata di accompagnamento degli ospiti nell’atmosfera dell’evento. «Consiglio di fornire sempre qualche blanda indicazione sul dress code. Sembra strano, ma anche quando si tratta di un matrimonio le persone sono sempre piene di dubbi in merito a come vestirsi. Niente di troppo vincolante: suggerirei di preparare un moodboard (ossia una tavola con immagini che definiscano lo stile e l’atmosfera, nda) a cui gli ospiti possano ispirarsi. Un’immagine, a volte, può aiutare molto più della dicitura “abito scuro”».

E quando si desidera lasciare maggiore libertà, possono essere sufficienti indicazioni puntuali: «Se l’aperitivo sarà in spiaggia, suggerire una calzatura adeguata. Se la cena si svolgerà su una terrazza all’aperto, suggerire l’utilizzo di uno scialle per le ore serali». Il comfort, in fondo, è una delle espressioni più autentiche dell’eleganza.

7. Non curare la disposizione degli ospiti a tavola
La disposizione dei tavoli è una delle arti più delicate di un ricevimento. Non si tratta soltanto di stabilire dove far accomodare le persone, ma di creare le condizioni affinché la conversazione possa germogliare con naturalezza. «Certamente esistono persone estroverse, capaci di interloquire con perfetti sconosciuti senza alcun problema, ma in generale è bene creare tavoli con persone che abbiano almeno qualche interesse in comune. Il benessere degli ospiti si riflette sempre sulla buona riuscita di un evento».

Anche il momento in cui si cerca il proprio posto merita attenzione. «Ciò che viene definito tableau de mariage, ovvero l’assegnazione del posto a sedere, va comunicato a ciascun ospite in modo facile. Personalmente preferisco dei cartellini singoli a un grande tabellone, ma questa è questione di gusti».

Qualunque soluzione si scelga, l’importante è che sia immediatamente leggibile e fruibile per tutta la durata dell’aperitivo, così che ciascuno disponga del tempo necessario per individuare il proprio posto a tavola. E, quando possibile, esiste una soluzione ancora più raffinata: «Predisporre un addetto all’accoglienza, che abbia una lista con nomi e tavoli e indirizzi gli ospiti ciascuno al proprio posto». Perché individuare il proprio tavolo dovrebbe essere un gesto naturale e quasi impercettibile, non una piccola prova di orientamento.

8. Avere poco personale
Un ricevimento ben riuscito ha un’aura di spontaneità e naturalezza, dietro la quale si cela una macchina organizzativa che deve funzionare con assoluta precisione. E il personale ne costituisce uno degli ingranaggi essenziali. «In ogni evento è bene calcolare un numero minimo di un cameriere ogni dieci invitati, più i caposala», spiega Fantin Borghi. «Questo numero però può variare in funzione della tipologia di servizio prevista. Generalmente io preferisco aumentare il personale addetto per garantire un servizio perfetto e ben curato, ma fluido».

Per gli ospiti, naturalmente, tutto questo dovrebbe rimanere quasi impercettibile. Il servizio più raffinato è quello che si avverte senza mai imporsi: puntuale, premuroso, discreto.

9. Scegliere un menu banale o, al contrario, esageratamente complicato
A tavola, la parola d’ordine dovrebbe essere una sola: equilibrio. «La banalità non paga mai a un matrimonio. Pollo e patatine sono un menu casalingo, non adatto a un evento speciale, ma anche l’eccesso di ricercatezza può rivelarsi un errore. Portate troppo complesse possono mettere in difficoltà gli ospiti o, comunque, non essere apprezzate». L’esempio classico è quello della selvaggina: «Le quaglie, così apprezzate nell’alta cucina, risultano certamente poco adatte ad un ricevimento di nozze».

Il menu dovrebbe articolarsi come un percorso armonico, nel quale ogni portata deve trovare il proprio equilibrio rispetto alle precedenti e alle successive. «Se si opta per un grande buffet di aperitivi e antipasti, sarebbe meglio mantenere più leggera la parte dei piatti serviti a tavola».

La formula che Giorgia Fantin Borghi predilige? «Un aperitivo ricco ma leggermente più contenuto in termini di tempistica e successivamente un menu servito di tre portate: antipasto, primo e secondo. Il più classico e il più compiuto». E per concludere, il ritorno al buffet: «Si può poi tornare al buffet per i dolci, per rendere felici gli ospiti più golosi di ogni età». Perché anche la raffinatezza, quando incontra il dessert, può concedersi una parentesi di golosa indulgenza.

10. Risparmiare sul catering
Se c’è una voce sulla quale il risparmio può trasformarsi facilmente in un boomerang, è quella del catering. «Se i catering propongono prezzi troppo bassi, la qualità rischia di non essere all’altezza. È importante che la scelta ricada su professionisti affidabili e conosciuti, mantenendo per quanto possibile un buon equilibrio tra gusto, estetica e costo».

C’è poi un aspetto che non ammette distrazioni: le allergie. «Vanno comunicate al catering almeno dieci giorni in anticipo, insieme alle planimetrie dei tavoli che indichino il posizionamento degli ospiti allergici». La gestione delle esigenze alimentari, oggigiorno, sembra quasi essersi trasformata in una disciplina a sé. Ma è, a tutti gli effetti, parte integrante di quella cultura dell’ospitalità che dovrebbe animare ogni ricevimento.

Bonus: non avere un piano B
Anzi, per essere davvero preparati, servirebbero anche un piano C, D, E. «Il tempo atmosferico è sempre più variabile. Anche in piena estate la pioggia può arrivare ed essere protagonista della giornata. Oppure può piovere la mattina ed esserci il sole al pomeriggio. E, se la pioggia ci viene risparmiata, sempre più spesso dobbiamo fare i conti con venti sostenuti o altre problematiche climatiche».

Il punto, alla fine, è proprio questo: un matrimonio perfettamente orchestrato non è quello in cui non si presentano inconvenienti, ma quello in cui ogni imprevisto viene governato con tale naturalezza da risultare invisibile agli occhi degli ospiti. La vera perfezione, in fondo, non consiste nell’abolire l’imprevisto, ma nel saperlo assorbire con eleganza, lasciandolo dissolvere dietro le quinte. «Pronti a tutto, sempre con un bel sorriso!».

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Meloni e Conte tengono insieme destra e sinistra, ma non sanno più dove portarle

14 October 2026 at 03:45

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni incontra il Presidente della Repubblica di Polonia, Karol Nawrocki a Palazzo Chigi, sede del Governo italiano a Roma, Lunedì 18 Maggio 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Prime Minister Giorgia Meloni meets with President of the Republic of Poland , Karol Nawrocki at Palazzo Chigi, the seat of the Italian Government in Rome, Monday May 18 2026 (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Della lunghissima campagna elettorale della destra fa parte il capitolo della compattezza della coalizione. In questo senso, l’apertura di Giorgia Meloni sull’autonomia differenziata – la riforma meno interessante degli ultimi anni – è un chiaro regalino a Matteo Salvini in vista del congresso “sovietico”, cioè senza rivali, che la Lega terrà il 24 e 25 ottobre a Milano.

Il capo leghista, dopo mesi di tribolazioni, lo vincerà anche grazie a questi piccolo scalpo gentilmente donatogli dalla presidente del Consiglio che ha tutto l’interesse a salvare il vicepremier dalla contestazione, come al solito inefficace, dei suoi oppositori interni, le eterne promesse dei Luca Zaia e dei Massimiliano Fedriga che regolarmente sul più bello se la squagliano. Meloni lavora su tre piani intimamente connessi: il rilancio dell’azione di governo, il rafforzamento del suo partito, la compattezza della coalizione. Sul secondo e terzo punto ci siamo abbastanza. In particolare, si ha l’impressione che la campagna elettorale permanente della presidente del Consiglio stia funzionando per quel che riguarda il consenso a Fratelli d’Italia.

È un po’ lo stesso meccanismo mediatico adottato ai suoi tempi da Silvio Berlusconi, le cui uscite pubbliche facevano crescere costantemente i consensi di Forza Italia: in questo senso anche Fratelli d’Italia, checché se ne dica, è ormai un partito personale. Meloni ha aperto la sua campagna elettorale alle 19 del 4 settembre al porto di Bari per la celebrazione della durata del governo, la mitica longevità: ha tenuto un comizio privo di indicazioni, ma di forte richiamo identitario. Da quel giorno è stato un susseguirsi di iniziative pubbliche, sul territorio e davanti a ogni tipo di associazioni economiche e del mondo produttivo. E su vedono gli effetti di questi attivismo della premier su Fratelli d’Italia e sulla compattezza, registrata anche nei vari voti di fiducia e in quello segreto sulla legge elettorale, del centrodestra.

Dove le cose vanno male invece è sul piano dell’azione del governo. È una strana contraddizione: i partiti della maggioranza tengono botta ma l’esecutivo annaspa. A parte i penosi diversivi sugli alunni stranieri nelle classi e gli scarsi interventi sul prezzo dei carburanti, il governo non ha prodotto altro. Non sa come affrontare la crisi economica con un’idea di respiro. È questo il muro su cui la premier va a sbattere: l’economia. Quella reale delle famiglie massacrate dal carovita. E l’economia nel senso delle prospettive: la scena di un Giancarlo Giorgetti ieri alla Camera ne è stata una dimostrazione veramente molto triste.  Non solo perché ad ascoltarlo non c’era nessuno. Ma perché ha praticamente ammesso che davanti ai nuvoloni in arrivo non sa bene cosa fare.

Siccome l’economia è il terreno sul quale si misura l’efficacia di un governo e su cui ci si giocano le elezioni, il problema è molto serio e da questo si può concludere che il governo Meloni ha esaurito la sua spinta.

Se ci fosse un’alternativa seria e credibile, Giorgia Meloni e i suoi sodali sarebbero al capolinea. Ma il campo largo, in mano a Giuseppe Conte o a Rosy Bindi – che lanciando Pier Luigi Bersani ha implicitamente sfiduciato Elly Schlein – risulta sempre meno affidabile per costruire qualcosa di diverso. Che il capo del Movimento 5 stelle stia esercitando una pressione egemonica è ormai certo. Ieri il campo largo ha trovato una convergenza parlamentare contro l’aumento delle spese militari. Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e, novità dirompente, Italia Viva hanno sottoscritto una risoluzione comune che contesta il piano di riarmo e chiede di riconsiderare gli impegni di spesa assunti in sede Nato.

La posizione non è stata ammessa al voto per un impedimento regolamentare, ma resta il fatto che la coalizione sia unita, addirittura con la firma del partito di Matteo Renzi, nel mancato rispetto degli impegni assunti dalla Nato. L’avvocato del populismo ha esultato.

Oggi in Parlamento però ci sarà l’ennesima divisione sull’Ucraina, con Conte che su questo tema sta dando l’idea di tirare molto la corda. Che potrebbe anche spezzarsi. Sarebbe il caso che il Pd lo richiamasse all’ordine: se non lo facesse, sarebbe complice. Si può essere certi che se gli convenisse l’avvocato del populismo troverebbe il modo di rompere. Antipasto di un disastro elettorale e quindi di un big bang del centrosinistra dagli esiti imprevedibili. Altro che Bersani leader.

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Francesco Toscani vince la prima edizione di “Teatro, specchio del tempo”

14 October 2026 at 03:45

Si è svolta ieri al Teatro Franco Parenti la presentazione del vincitore della prima edizione di “Teatro, specchio di un territorio”, il bando dedicato alla nuova drammaturgia che racconta la cultura, la storia e i linguaggi della Lombardia. A premiarlo, l’Assessore alla Cultura di Regione Lombardia Francesca Caruso.

L’iniziativa è promossa dalla Fondazione Pier Lombardo, a cura del Teatro Franco Parenti, con il contributo di Regione Lombardia. L’obiettivo è sostenere gli autori che scelgono di misurarsi con l’identità del territorio lombardo, portando sulla scena storie, voci e dialetti di una regione plurale.

Sono quarantacinque i testi che hanno partecipato al bando. Al termine della selezione ne sono rimasti cinque, e tutti i finalisti provengono dalla Lombardia. Francesco Toscani, di Como, con Milano e i morti; Alessandro Ceresi, di Milano, con L’ort; Edoardo Coppi, di Suzzara, nel Mantovano, con Ossa; Riccardo Francesco Vicardi, di Treviglio, in provincia di Bergamo, con Milano non ha paura; Daniela Annamaria Mandelli, di Garbagnate Milanese, con Sem chi. Una geografia che attraversa la regione, dal Lario alla Bassa mantovana, dalla Bergamasca all’hinterland milanese.

Teatro specchio di un territorio – Mise en espace di Milano e i morti di Francesco Toscani, regia di Claudio Autelli. Courtesy of Teatro Franco Parenti

I cinque lavori sono stati infatti affidati ad altrettante realtà lombarde di produzione e formazione teatrale, incaricate di realizzare le mise en espace: Lab121, CTB, Farneto Teatro, Teatro Fraschini e Teatro dei Filodrammatici. Il progetto mette così in relazione la nuova scrittura con teatri e compagnie attivi in diversi territori, creando una rete che unisce autori e professionisti della scena.

Le cinque mise en espace sono state presentate lunedì 12 ottobre al Teatro Franco Parenti, in una sessione interna riservata alla giuria. A valutarle una commissione presieduta da Andrée Ruth Shammah, di cui fanno parte Anna Bernardini per Regione Lombardia e Monica Gattini per la Fondazione Pier Lombardo, insieme a tre giornalisti: Fabio Francione de La Provincia di Lodi, Sara Magnoli de La Prealpina e Giorgia Valeri di Famiglia Cristiana.

A vincere il premio è Milano e i morti, di Francesco Toscani, presentato da Lab121 con la regia di Carlo Autelli. Racconta la storia di due amiche che abitano nella stessa città, Milano, pur vivendola in modo molto diverso. Clara vive in centro, mentre Laura vive a Corsico. Il loro rapporto si sviluppa in una ricerca di salvezza e di evasione dal luogo in cui sono cresciute, un tentativo di evasione dalla propria solitudine. L’evoluzione del loro rapporto racconta anche le trasformazioni della città, attraverso i cambiamenti economici, sociali, e del paesaggio. La storia di due esistenze, che attraversano la città senza essere viste.

Francesco Toscani

  «Milano e i morti di Francesco Toscani risulta fin dalla mise en espace di avere una produzione teatrale per la capacità di leggere con l’elastico temporale di storie minime e private l’essenza stessa della città e del territorio lombardo con le sue contraddizioni, trasformazioni, fragilità, e punti di forza sottolineati anche nella caratterizzazione dei personaggi con le loro interazioni e i loro pensieri interiori – scrivono i giudici –. Il testo riesce inoltre a portare in scena i timori, i dubbi, le aspettative, i sogni e i dialoghi dei e delle giovani di ieri come di oggi e il loro spesso taciuto bisogno di avere ascolto da parte di un mondo adulto che si mostra talvolta incapace di affrontare il mutamento e le paure. Un portato che da un lato mostra l’apertura del cuore e dall’altro dà corpo e voce all’amarezza di chi, anche se ce la fa, non si sente più parte di una comunità».

Per l’opera vincitrice è previsto un percorso di produzione a cura del Teatro Franco Parenti presso la “Bottega dell’arte” di Trivolzio (Pv) e la presentazione a Milano, in una delle sale della sede storica, nella stagione 2026/2027. 

Con questa prima edizione, “Teatro, specchio di un territorio” si propone come un laboratorio stabile per la drammaturgia contemporanea regionale, capace di intercettare nuove voci e di valorizzare il patrimonio di storie, memorie e linguaggi che la Lombardia continua a produrre.

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Lo Studio Ovale dorato di Trump è il simbolo della sua nostalgia per l’Ottocento

14 October 2026 at 03:45

Una mattina l’addetta stampa Karoline Leavitt è entrata nello Studio Ovale e ha trovato Donald Trump con un tubetto di colla in mano che cercava di fissare decorazioni dorate alla mensola in marmo del camino. Era risaputo che preferiva fare da sé quando si trattava di decori, quindi vedere il presidente che spremeva colla sulle decorazioni dorate e le appiccicava di persona sul muro non ha sorpreso nessuno nella sua cerchia ristretta.

La prima moglie di Trump, Ivana, vicepresidente del design d’interni della sua azienda, aveva la tendenza a far diventare ogni cosa d’oro. Pareva fosse stata Ivana a incoraggiare per prima l’ossessione per l’oro poi diventata un tratto distintivo delle proprietà del marito. L’oro trasmetteva l’ostentazione che sarebbe diventata il marchio di Trump, e lui si crogiolava nel suo splendore. Il suo edificio simbolo a New York portava la scritta Trump Tower in lettere d’oro e ostentava porte di ascensori e scale mobili color oro; seta dorata rivestiva le pareti della camera da letto del suo aereo privato, si era coperto di gioielli per la copertina di Esquire, e sarebbe arrivato a vendere sneakers dorate.

Lo Studio Ovale era sempre stato volutamente sobrio: a ricordare che gli Stati Uniti sono una repubblica, non una monarchia, e che l’ufficio del presidente non è un palazzo. Trump aveva seguito quella tradizione nel suo primo mandato. Nel secondo mandato ha scatenato il Luigi XIV che era in lui. Ogni presidente aveva lasciato il proprio segno alla Casa Bianca. Nel 1909 William Howard Taft aveva dipinto di verde oliva l’espansione originale dello Studio Ovale nella West Wing. Alcuni critici all’epoca pensavano che il verde di Taft fosse un omaggio alla bellezza naturale dell’America; in realtà a Taft semplicemente piaceva il verde. Allo stesso modo ora Trump portava l’oro. Vasi e calici d’oro hanno sostituito l’edera svedese verde sul camino che aveva decorato lo Studio Ovale per molti decenni prima di Trump. Con il passare dell’anno ha continuato ad accumulare sempre più pezzi d’oro sul camino. Quando chiedeva allo staff della residenza della Casa Bianca che ne pensasse di quella scintillante esposizione, la maggior parte delle risposte era tiepida, ma la sua devota assistente Natalie Harp traboccava entusiasmo. Cherubini dorati svolazzavano nei frontoni sopra le porte. Modanature dorate circondavano la stanza, un sigillo presidenziale dorato brillava come il cielo dal soffitto a incasso e inserti dorati adornavano il camino e le pareti, accanto a dipinti con elaborate cornici dorate provenienti dalle vaste collezioni d’arte del governo federale.

Trump definiva gli antichi vasi d’oro presi dalla collezione della Casa Bianca “contanti” e diceva: “Vedi quei contanti? La gente li guarda, e quello che vede sono contanti.” L’attaccamento di Trump all’oro non era soltanto estetico. Durante la campagna dell’anno precedente Trump aveva spesso parlato del suo ideale economico: le politiche tariffarie della Gilded Age che avevano alimentato l’America dalla fine della Guerra civile fino all’inizio del ventesimo secolo. Quello era il suo modello di prosperità nazionale. In un discorso del 5 settembre 2024 all’Economic Club di New York ha dichiarato: “Per citare un grande ma assai sottovalutato presidente, William McKinley, la politica tariffaria protettiva dei repubblicani ha reso la vita dei nostri concittadini più dolce e luminosa.”

Ma l’espressione “Gilded Age”, coniata ironicamente da Mark Twain, descriveva anche un periodo di forte industrializzazione, ricchezza concentrata, povertà diffusa e corruzione politica dilagante. Tutto ciò si nascondeva sotto una sottilissima patina d’oro. Ma per Trump l’oro era oro. Ha continuato a citare McKinley come sua guida economica. “Io sono un uomo dei dazi e sto in piedi su una piattaforma tariffaria,” aveva detto McKinley durante la campagna presidenziale del 1896. Anche Trump si è definito un uomo dei dazi. McKinley aveva maturato il suo attaccamento ai dazi in modo onesto e nel 1890 aveva fatto approvare quella che è nota come la McKinley Tariff quand’era presidente della Commissione di bilancio della camera dei rappresentanti, una politica pensata per punire le importazioni straniere e favorire le “industrie nascenti” nazionali. Il disegno di legge di McKinley fissava i dazi d’importazione a una media di quasi il cinquanta per cento, aumentando i prezzi al consumo e causando in tutta risposta aumenti tariffari che avevano indebolito l’economia americana e contribuito al Panico del 1893.

Eppure il fascino dei dazi come barriera commerciale, fonte di entrate e soprattutto strumento di potere, era irresistibile per Donald Trump. Undici giorni dopo il suo ritorno in carica, il 31 gennaio 2025, ha detto: “Tra il 1870 e il 1913 eravamo al culmine della ricchezza. Allora avevamo ed eravamo un paese di dazi. Poi si è passati al concetto di imposta sul reddito.” Il giorno dopo ha firmato tre documenti: gli ordini esecutivi 14193, 14194 e 14195, appellandosi a poteri d’emergenza ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA).

La Casa Bianca sosteneva che, a causa della “straordinaria minaccia rappresentata da immigrati illegali e droghe, incluso il letale fentanyl”, Trump imponeva dazi sulle importazioni dai tre principali partner commerciali dell’America: venticinque per cento per Canada e Messico e un ulteriore dieci per cento sulle importazioni dalla Cina. Era il colpo iniziale della guerra commerciale globale che avrebbe condotto in primavera. Il preannuncio dei dazi è arrivato più in fretta di quanto alcuni dei più alti collaboratori di Trump avessero desiderato. Nessun lavoro preparatorio era stato svolto al Dipartimento del commercio ed era poco chiaro cosa il presidente sperasse davvero di ottenere. Chi lavorava fuori dalla sua cerchia ristretta era costretto a fare supposizioni sulle sue intenzioni. Né il fentanyl né gli immigrati illegali attraversavano il confine settentrionale in quantità rilevante, in più il Messico stava collaborando con gli sforzi di Trump per bloccare le immigrazioni illegali.

La presidente appena eletta Claudia Sheinbaum aveva dispiegato migliaia di soldati ai confini del Messico per gestire meglio il flusso di migranti. In una riunione nello Studio Ovale il 31 gennaio, il giorno prima che Trump firmasse gli ordini esecutivi, Stephen Miller si è espresso contro i dazi del venticinque per cento sul Messico. “Hanno fatto tutto ciò che abbiamo chiesto sull’immigrazione,” ha detto al presidente. Miller non aveva obiezioni ai dazi sul Messico se fossero stati parte di un regime tariffario globale, ma non riteneva sensato colpire il Messico prima di formulare un disegno più ampio. Marco Rubio era d’accordo. Scott Bessent ha suggerito a Trump di rinviare l’attuazione dei dazi al primo marzo, dicendo che sarebbe stato meglio avviare un’analisi del Tesoro sui potenziali impatti sull’economia statunitense e globale. Ma Trump ha respinto queste preoccupazioni e i dazi sono entrati subito in vigore.

A dimostrazione di quanto il piano fosse improvvisato, a un certo punto della riunione Trump si è reso conto di aver dimenticato di includere la Cina. “Dove sono?” ha chiesto. “Inseriteli al dieci,” ha aggiunto su due piedi. La concezione di Trump dell’economia globale e della posizione dell’America al suo interno era racchiusa nell’ambra della sua giovinezza, ed era in gran parte ancora scevra dall’influenza dei grandi cambiamenti dei decenni successivi. Secondo lui l’America avrebbe dovuto essere sempre il colosso manifatturiero che era stato un tempo, consumando perlopiù ciò che produceva e dettando le condizioni al resto del mondo. La caduta della cortina di ferro aveva inaugurato la terza ondata della globalizzazione, portando alla delocalizzazione di posti di lavoro manifatturieri e favorendo la creazione di catene di approvvigionamento complesse che avevano integrato profondamente l’economia globale.

L’economia americana si era trasformata a un livello quasi molecolare in qualcosa che non era più dominato dalla manifattura e dall’industria pesante. Era ormai un’economia di servizi, informazione e tecnologia, nella quale il settore finanziario rappresentava una quota sempre più rilevante. Molte fabbriche si erano spostate in Cina, e così i posti di lavoro. In risposta ai lavoratori dislocati e alle città abbandonate che avevano ottenuto ben poco dalla globalizzazione, entrambi i partiti a Washington avevano parlato molto e agito poco sulla formazione per i mestieri del futuro.

Pur restando la più grande economia del mondo, gli Stati Uniti consumavano di più e producevano di meno. Questo colpiva nel profondo sia l’attrattiva di Trump sui lavoratori sia la sua visione ferma nel tempo del ruolo economico dell’America nel mondo. Trump voleva “riportare indietro” i posti di lavoro finiti altrove. Parlava con entusiasmo del ritorno di industrie del passato come il carbone. Prometteva il ritorno ruggente della base manifatturiera americana. Era in parte il motivo per cui amava i dazi.

Tratto da “Cambio di regime” (Bompiani), di Maggie Haberman e Jonathan Swan, 20,90 euro, 560 pagine.

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In città si parla la lingua della violenza

14 October 2026 at 03:45

CITTA’ DI NOTTE

1981

Sono arrivati i nuovi campioni. Qualcosa di cui Green non poteva parlare al telefono. Lui e Carney avevano un sacco di codici. Se fiutavano sbirri c’era Ho delle cifre da farti controllare. Green parlava di “campioni” quando aveva tra le mani un affare che poteva fare al caso di Carney. Di solito Carney declinava – «Non fa per me» – ma a volte gli sembrava che Green cercasse solo un pretesto per incontrarlo. Non lo vedeva da quando l’aveva chiamato la Sterling. Forse dopo potevano mangiare qualcosa insieme, per festeggiare l’occasione, anche se il trafficante di gemme non usciva molto da quando era nato Seth.

Paternità. Green ne aveva fatta di strada, dai tempi in cui si vestiva come il fratello hip del batterista di Jimi Hendrix, inzeppando il suo gergo da trafficante di riferimenti al Sistema e al complesso militare industriale. Carney aveva parecchi clienti bianchi ex hippy, e li aveva visti scivolare lentamente nel conformismo, un mutuo sulla casa e un motto di autorealizzazione alla volta. Il 1979 era stato particolarmente difficile. Green aveva passato una fase di blazer blu sopra dolcevita bianchi a trecce, come se uscisse per arbitrare una regata invece che per bere un aperitivo. Poi un giorno era sparito, proprio quando Carney doveva piazzare alcune collane Louis Long, roba bella, la refurtiva di una rapina a Philadelphia che necessitava di una nuova sistemazione. La segreteria diceva che Green non era reperibile – si era poi saputo che era in California, a sorbirsi un “seminario di trasformazione” di sessanta ore a Mendocino. Follia. Quella volta Carney si era rivolto a Barry Cruz.

Al suo ritorno Green era così pieno di gergo esoterico e così animato da una nuova filosofia incomunicabile che ricordava un ex detenuto. «La soddisfazione personale potrebbe essere il colpo più grosso di tutti.» Okay, Jim. Il tempo passato in galera, nelle varie galere di questo mondo, cambia chiunque. Tanto che una sera Green aveva perfino ammesso di aver votato per Ronald Reagan, un tradimento fondamentale dei principi dei figli dei fiori che confermava l’ipocrisia di quella generazione, passata in un batter d’occhio dal mito di Timothy Leary a quello dei tagli alle tasse. Green non era il solo. Nel suo lavoro Carney aveva avuto a che fare con ogni tipo umano, ed era abituato a considerare la corruzione individuale come un riflesso della temperie culturale. Il gregge andava verso l’orrore. Carney cercava di non fargliene una colpa. Ci provava con tutte le sue forze.

Un ratto sgusciò da dietro un cestino della spazzatura traboccante e si lanciò sui binari.

La banchina si riempì per il treno successivo.

Quando uscì in strada, Carney si rese conto che era da un po’ che non passava per 42nd Street – a est e a ovest, su e giù lungo Lexington, era tutta un’impaziente frenesia di cantieri. Quella parte della città era in fermento, spettacolarmente viva, tra clacson impazziti, martelli pneumatici e raschiare di travi d’acciaio sul cemento. I grandi palazzinari si davano da fare per battere le scadenze delle normative urbanistiche e delle agevolazioni fiscali. Un varco tra gli edifici indicava che un negozietto era stato demolito per far posto a qualcosa di meglio. I camionisti scaricavano tubature e lastre di vetro dietro recinzioni di compensato blu, che nascondevano i mastodontici scavi delle fondamenta. Parcheggiati accanto ai marciapiedi, in doppia e tripla fila, c’erano rimorchi, generatori scoppiettanti e gru vacillanti. Sulla Lex stavano dando gli ultimi tocchi a due nuovi palazzi di uffici, derrick esili come ragni calavano travi e pannelli isolanti…

«Spostati!»

Un vecchio bianco magrissimo con un carrello della spesa pieno di “Reader’s Digest” gli andò addosso. Sì, sì. Colpa sua che era rimasto lì impalato a guardare. Ora di punta. L’irritabile moltitudine che scaturiva dentro, fuori e in mezzo agli edifici. Un portento. Quando era stata l’ultima volta che si era costruito tanto? Quando aveva provato quell’impressione che un grattacielo potesse spuntargli sotto i piedi e catapultarlo via? Doveva tornare agli anni Sessanta, prima della paralisi generale, dell’alta marea di sporcizia. Il sindaco Lindsay al primo mandato, quando ancora la città non si era arenata.

Copyright © 2026 by Colson Whitehead
© 2026 Mondadori Libri

Freddo come una macchina, Cover

Tratto da “Freddo come una macchina”, di Colson Whitehead con la traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori, 2026, 23€, 420 pagine

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Colson Whitehead sarà ospite dell’evento di apertura della quindicesima edizione di BookCity Milano, lunedì 23 novembre alle ore 20.00 al Teatro Dal Verme. L’autore dialogherà con Francesco Costa e per l’occasione riceverà il Sigillo della Città dal Sindaco Giuseppe Sala. L’incontro sarà condotto da Giovanna Zucconi.

BookCity Milano torna dal 23 al 29 novembre con il tema Il senno sulla Luna: sette giorni per riflettere sul nostro bisogno di razionalità, sulla cura del nostro senso critico e sul modo in cui immaginiamo il futuro.

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Il lusso oggi passa anche dallo spiazzamento

14 October 2026 at 03:45

Foto di Liam Shaw su Unsplash

A Pont Street, nel cuore di Belgravia, si può entrare in una gelateria e ordinare un cono alla salsa di soia Kikkoman. Oppure scegliere Paxo, il preparato per ripieno al gusto di salvia e cipolla che per un britannico appartiene al Sunday roast, o Euthymol, storico dentifricio dalla confezione rosa. Sono alcuni dei gusti di The Ice Cream Project, il pop-up che Anya Hindmarch ha inaugurato nel 2022 nel suo Village londinese e che negli anni è diventato un appuntamento estivo.

Chiamarli semplicemente gelati strani significa perdere la parte più interessante dell’operazione. Hindmarch lavora su qualcosa che precede il gusto: l’aspettativa. Kikkoman, Euthymol, Paxo, Heinz, HP Sauce sono marchi sedimentati nell’immaginario quotidiano britannico. Prima ancora di assaggiarli sappiamo dove dovrebbero stare, come dovrebbero presentarsi, in quale momento della giornata incontrarli. La bottiglia di salsa di soia appartiene alla tavola, il tubetto di dentifricio al bagno, il ripieno al pranzo della domenica. Trasformarli in una pallina fredda dentro un cono significa spostare qualcosa di perfettamente conosciuto nel posto sbagliato.

È questa frizione a rendere The Ice Cream Project più interessante della trovata pubblicitaria. Time Out lo ha definito «pop art in disguise», evocando inevitabilmente Andy Warhol e le lattine di Campbell’s Soup. Il meccanismo ha qualcosa in comune con la Pop Art: prendere un oggetto commerciale così familiare da essere diventato quasi invisibile e costringerci a guardarlo nuovamente. Solo che qui entra in gioco un senso ulteriore, perché il consumatore deve assaggiarlo.

E l’assaggio è un territorio governato dalle aspettative molto più di quanto immaginiamo. Prima che un alimento arrivi in bocca, il cervello ha già costruito una previsione utilizzando colore, forma, odore, consistenza, confezione e memoria. Numerosi studi sulla percezione multisensoriale hanno mostrato quanto queste informazioni possano modificare persino ciò che crediamo di sentire.

Un gelato, quindi, porta con sé un copione preciso. Freddo, cremoso, dolce o comunque riconducibile a un repertorio ormai familiare. Quando quella consistenza restituisce invece salsa di soia, eucalipto e timo oppure salvia e cipolla, previsione ed esperienza smettono di coincidere.

Qui nasce lo spiazzamento. È importante però capire come viene costruito. Il gelato Euthymol, per esempio, non contiene semplicemente dentifricio: traduce quell’universo aromatico attraverso eucalipto e timo. Paxo ricostruisce il profilo di salvia e cipolla del celebre ripieno. Kikkoman lavora sulla salsa di soia naturalmente fermentata accompagnandola con sesamo tostato. Dietro l’apparente assurdità c’è dunque un lavoro gastronomico che rende possibile ciò che culturalmente sembra impossibile.

Eater aveva colto questo elemento già alla prima edizione, osservando come il progetto riuscisse ad andare oltre il semplice gioco creativo. Il successo del pop-up, tornato negli anni con nuove collaborazioni e nuovi gusti, suggerisce che la curiosità non derivi soltanto dalla domanda «sarà buono?». Prima ancora arriva un’altra domanda: «che cosa succederà quando lo assaggerò?».

È uno slittamento significativo anche per il lusso contemporaneo. Per decenni il desiderio è stato costruito soprattutto attraverso la rarità, il prezzo, l’accesso e il possesso. In un ecosistema saturo di immagini e prodotti, diventa preziosa anche la capacità di interrompere una previsione. L’oggetto che sorprende conquista qualche secondo in più di attenzione, genera una fotografia, una conversazione, un racconto. The Ice Cream Project funziona perché parte dall’ordinario: nessuno deve spiegare al pubblico britannico cosa siano Paxo o Euthymol. La memoria è già disponibile. Hindmarch la prende e la sposta di pochi centimetri, dalla credenza al freezer, dal bagno alla gelateria, abbastanza perché ciò che conosciamo da sempre torni improvvisamente visibile.

In questo senso il cono di Pont Street racconta qualcosa che va oltre il gelato: nell’economia dell’attenzione la sorpresa diventa una forma di valore. E il lusso può permettersi persino di vendere, per qualche minuto, la sensazione più rara di tutte: incontrare qualcosa di familiare come se fosse la prima volta.

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La stretta europea sulla tecnologia cinese mette l’Italia tra i Paesi più esposti

14 October 2026 at 03:45

L’Europa vuole ridurre la dipendenza dalle tecnologie cinesi nelle infrastrutture digitali più sensibili. Ma sostituire gli apparati già installati ha un costo, e non tutti i Paesi sono esposti allo stesso modo. Secondo un’analisi di Strand Consult, Germania, Italia e Spagna concentrano oltre il 55 per cento delle apparecchiature che dovranno essere sostituite nei prossimi cinque anni. In Italia, i principali operatori coinvolti sono Vodafone e Wind Tre.

Il nodo è la proposta di revisione del Cybersecurity Act europeo, nota come Cybersecurity Act 2 (Csa2), presentata dalla Commissione europea a inizio anno per rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento tecnologiche in 18 settori critici. Il provvedimento punta a limitare la presenza dei fornitori considerati ad alto rischio, tra cui Huawei, nelle infrastrutture strategiche. La società cinese ha sempre respinto le accuse secondo cui le sue tecnologie rappresenterebbero un rischio per la sicurezza.

Il 29 settembre Reuters ha riferito che i governi europei vogliono però rendere meno rigida la transizione. Una bozza negoziale elimina la scadenza fissa di 36 mesi prevista dalla Commissione per dismettere gli apparati interessati. I tempi dovrebbero invece dipendere dal livello di rischio, dal ciclo di vita delle infrastrutture, dalle esigenze di interoperabilità e dalla disponibilità di alternative adeguate. La proposta dovrà essere negoziata con il Parlamento europeo prima di diventare legge.

Il problema economico resta. La valutazione d’impatto della Commissione stima che la sostituzione degli apparati ad alto rischio costerebbe tra 3,4 e 4,3 miliardi di euro all’anno per tre anni, tenendo conto anche dei normali cicli di rinnovo delle reti. Le aziende del settore prospettano una cifra molto più alta: in una lettera congiunta di settembre, il ceo di Deutsche Telekom Timotheus Höttges e altri sedici dirigenti hanno avvertito che il conto potrebbe arrivare a 40 miliardi di euro, sottraendo risorse agli investimenti in fibra, 5G e 6G.

Le due cifre non sono direttamente sovrapponibili: la prima è una stima della Commissione, la seconda è la valutazione massima indicata dagli operatori. Il confronto riflette anche una diversa lettura del problema. Per Strand Consult, l’esposizione residua è concentrata in un numero limitato di reti e deriva dalle scelte di operatori che hanno continuato a usare fornitori ad alto rischio anche dopo gli avvertimenti europei e il 5G Toolbox del 2019. È una valutazione di parte, che contesta le stime dell’industria; ma mette in evidenza quanto il costo della transizione possa essere distribuito in modo diseguale tra Paesi e aziende.

La questione, però, non riguarda soltanto gli apparati da rimuovere. Bruxelles sta lavorando anche a un sistema europeo per le comunicazioni critiche, destinato a polizia, soccorritori, protezione delle frontiere e altri servizi pubblici. La proposta per l’EU Critical Communication System (Euccs) prevede di rendere interoperabili le reti nazionali, così che possano comunicare tra loro anche oltre i confini, mantenendo il controllo dei singoli Stati.

L’idea non è costruire una rete parallela riservata alle emergenze, ma utilizzare le infrastrutture commerciali già esistenti. Gli operatori potrebbero così ricavare nuove opportunità di business dagli investimenti effettuati per il 5G. In cambio, dovrebbero garantire requisiti più stringenti di sicurezza, resilienza e prestazioni, compresa la priorità del traffico critico nei momenti di congestione. Il piano prevede l’avvio del dispiegamento nel 2030 e la piena interconnessione entro il 2036.

È qui che i due dossier si incontrano. La proposta sull’Euccs prevede di escludere i fornitori ad alto rischio non soltanto dal nucleo delle comunicazioni critiche, ma anche da «qualsiasi altra risorsa ICT chiave». Una formulazione ampia, il cui perimetro dipenderà anche dall’esito dei negoziati sul Cybersecurity Act 2. Le restrizioni potrebbero riguardare componenti ulteriori rispetto alle apparecchiature di rete, fino a coinvolgere software, servizi cloud e altri elementi tecnologici necessari al funzionamento delle comunicazioni.

Anche questo progetto ha un conto da presentare. Secondo l’analisi di Strand Consult, la Commissione stima 3,571 miliardi di euro di costi diretti per l’Euccs e altri 12,667 miliardi per la più ampia transizione nazionale verso comunicazioni critiche a banda larga nell’arco di sette anni. Sono cifre riferite a un programma distinto dalla sostituzione degli apparati ad alto rischio: non vanno sommate alle stime sui costi del Csa2 come se riguardassero lo stesso intervento.

Resta soprattutto una domanda: chi pagherà per rendere le reti commerciali abbastanza sicure e robuste da sostenere anche le comunicazioni delle istituzioni? La proposta europea richiama una remunerazione degli operatori a condizioni «eque e ragionevoli», senza definire nel dettaglio come calcolarla. Tra nuovi obblighi, apparati da sostituire e investimenti da finanziare, il modo in cui Bruxelles risolverà questa questione sarà decisivo per il settore. L’obiettivo europeo è ridurre le dipendenze tecnologiche e rendere le infrastrutture più resilienti; la sfida sarà farlo senza frenare gli investimenti da cui dipende la prossima generazione di reti.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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Il cambiamento come possibilità, nel nuovo numero di Etc

14 October 2026 at 03:45

Il 2013 era un altro mondo rispetto al 2026. C’era grande entusiasmo, energia travolgente, percezione che le cose sarebbero inevitabilmente migliorate. Era una lettura ottimista, quando ancora aveva un senso dirsi ottimisti, perché cominciavano già a vedersi i segni di stanchezza dell’Occidente satollo, una diversa percezione delle ingiustizie economiche, e le prime manifestazioni del bipopulismo di destra e di sinistra che hanno caratterizzato gli anni successivi (con il nostro paese, come al solito, Silicon Valley del populismo e precursore di ogni tipo di demagogia politica). 

Nel 2013, uno dei giganti del rock britannico, Johnny Marr che degli Smiths è stato l’anima musicale, scrisse una bella canzone che interpretai subito come un manifesto politico ed esistenziale, quasi un corollario pop all’idea favolosa ma sempre più sbiadita, già allora, della fine della storia per sopravvenuta e inesorabile vittoria del modello liberal-democratico. 

La canzone s’intitolava European Me, “Io europeo”, e aveva un testo sufficientemente criptico da essermi preso la libertà di interpretarlo e farlo mio, soprattutto dopo aver ascoltato il primo verso: «Now there is no turning back». 

Erano gli anni in cui le picconate al modello democratico-tecnologico che cominciavano a smantellare la nostra civiltà non potevano farci dire altro che «non si può tornare indietro» (ricordate L’alba di Lorenzo Cherubini?). 

No, non si poteva tornare indietro, eppure andando molto avanti siamo anche andati molto indietro su parecchie cose, e in questo 2026 che si va a chiudere il bilancio finale sui passi avanti e sui passi indietro è ancora prematuro. 

Qualche settimana fa, Johnny Marr ha pubblicato un nuovo disco intitolato The Age of Everything, “L’epoca del tutto”. Marr in fondo scrive soltanto canzonette, ma anche questa volta le ho interpretate come fotografie perfettamente a fuoco del presente e della società sovraccarica e sovrastimolata dal cambiamento, fiaccata dall’abbondanza di informazioni, stimoli, emozioni, suscettibilità. 

Cambia tutto, tutto è disponibile, tutto arriva in tempo reale. Tutto sempre più velocemente della nostra capacità psicologica e spirituale di adattarci. Siamo cotti dall’eccesso di cambiamento. 

Nel presentare l’album, Marr ha invitato però a considerare il cambiamento anche come una possibilità: «La tecnologia ha generato nella nostra cultura una sensazione di sovraccarico, ma se la si guarda da un’altra prospettiva può anche emergere la sensazione che tutto sia possibile». Ecco, il “cambia tutto” della cover story di Etc guarda il mondo da questa prospettiva lungimirante: bisogna soltanto mettersi comodi, farsi coccolare dalla matericità della rivista, farsi ammaliare dal design delle pagine, e leggere gli articoli per cercare ancora una volta nuove possibilità.

***

Il nuovo numero de Linkiesta Etc sarà disponibile su Linkiesta Store da lunedì 19 ottobre, e nelle edicole selezionate di Milano e Roma, negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia a partire da giovedì 22 ottobre.

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Come Silvia Salis ha imparato nello sport a riconoscere gli inganni della politica

14 October 2026 at 03:45

La parte più difficile da raccontare è sempre l’inizio. Perché è una fase che, nella vita, quasi non esiste. C’è ben poco, infatti, che cominci in un istante preciso e misurabile. Non possiamo certificare, ad esempio, la partenza esatta di un amore, di una vocazione, di una rivalità o di una passione. Tutto comincia sempre molto prima rispetto a quando ce ne rendiamo conto. Qualcosa prende forma lentamente, senza dare nell’occhio, e solo dopo decidiamo di etichettare l’istante di ogni singolo big bang e appuntare una data nel calendario della nostra memoria.

“Inizio” è una parola confortevole ma falsa, una scorciatoia narrativa che usiamo per dare una parvenza di ordine a ciò che ordine non ha. “Fine”, invece, è una parola onesta, nonostante sia assai meno popolare. La fine arriva e non regala mai possibilità di equivoci. Perciò questo racconto comincia dalla fine. Da oggi.

Mi chiamo Silvia Salis e sono la sindaca di Genova, la mia città d’origine e del cuore. È passato poco più di un anno da quel lunedì di maggio del 2025 che ha cambiato la mia vita per sempre.

Sono cresciuta dentro un campo d’atletica e se oggi sono qui è solamente perché quel campo mi ha regalato molto più di un mestiere. Lo sport è stato infatti una palestra ideale. È un’arena in cui è impossibile fingere, perché costringe ogni atleta a fare i conti con i suoi limiti, senza poter raccontare a se stesso e al mondo una versione più edulcorata e comoda della realtà. Se non sei preparato abbastanza o hai paura se ne accorgono tutti, specie i tuoi avversari. Nello sport non c’è nessuno spazio per la mistificazione: si vince, si perde, a volte si pareggia. Non esistono sondaggi, exit poll e interpretazioni faziose, ma solo misure e classifiche ufficiali. Alla fine ottieni un numero, punto.

E tutto questo modifica per sempre il tuo modo di affrontare la vita. Ti abitua a una forma di verità non filtrata dalle parole. Così, quando ti trovi in contesti dove invece le parole contano più di ogni altra cosa, cogli subito la differenza e fiuti il pericolo. La politica è uno di quei contesti; anzi, è quello dominato per eccellenza da sfumature, diplomazie, distinguo, distanze prese, slogan, sofismi e talvolta, per non dire spesso, inganni.

La politica è entrata nella mia vita, senza bussare, sotto forma di domanda. “Cosa succede fuori dal campo sportivo, oltre quel perimetro in cui le regole sono chiare, in cui il merito è riconosciuto da inappellabili centimetri e secondi, in cui il gesto ha un esito indiscutibile? Cosa accade dove invece il risultato non arriva subito, la responsabilità si sparpaglia come zizzania e la bontà di ogni decisione si verifica nel tempo?”

All’inizio a spingerti a esplorare questo nuovo territorio è soltanto la curiosità. Poi, con il passare dei mesi, la curiosità diventa inquietudine, perché cominci a distinguere dettagli di cui prima non ti accorgevi nemmeno. Piccole disfunzioni del sistema o disuguaglianze sottili. Allora la domanda si ripresenta con maggiore impeto e precisione: “Cosa succede fuori dal campo?”. E, soprattutto: “Chi decide?”.

Capisci così che restare a guardare non è più sufficiente. È un cambio di punto di vista definitivo. Non riesci più a separare ciò che sei da ciò che accade intorno a te. Non riesci più a dire: “Non mi riguarda”. E quando arrivi a quel punto, anche se non la chiami ancora “politica”, sei già dentro la politica. Non è una vocazione, non è una scelta consapevole, è qualcosa che irrompe mentre stai facendo altro, mentre credi di occuparti solo di te stessa, dei tuoi muscoli, dei tuoi infortuni, delle tue vittorie o delusioni, e invece stai già imparando a traslocare dentro qualcosa di più grande.

È già domani - Silvia Salis - copertina

Tratto da “È già domani” (Feltrinelli), di Silvia Salis, 18 euro, 272 pagine.

PRESENTAZIONI
Il 14 ottobre a Genova alle 18 nella Libreria Feltrinelli di via Ceccardi in dialogo con Corrado Formigli.
il 17 ottobre a Milano alle 18 alla Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte, il 25 ottobre al Teatro Puccini di Firenze alle 19.

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La Francia ha perso il fronte repubblicano che per vent’anni ha fermato i Le Pen

14 October 2026 at 03:45

French far-right leader Marine Le Pen greets the crowd at the end of her political meeting, Sunday, Sept. 13, 2026 in Henin-Beaumont, northern France. (AP Photo/Jean-Francois Badias)

La buona notizia per la sinistra francese è che Raphaël Glucksmann ha vinto le primarie per le presidenziali col sessantasei per cento dei voti (Ségolène Royal ha riscosso un umiliante sette per cento), ma la cattiva notizia, che dice tutto sullo stato di salute della gauche francese, è che al voto hanno partecipato solo centoventimila elettori, mentre alle primarie del 2011 che designarono la candidatura di François Hollande parteciparono 2.844.000 elettori. Un declino netto, che lascia ben poche probabilità che sia lui a vincere, al secondo turno, la sfida della sinistra contro Marine Le Pen, perché i sondaggi gli attribuiscono solo tra l’undici e il quattordici per cento dei voti. Di conseguenza, sempre stando ai sondaggi, a contendersi invece l’accesso al ballottaggio con Marine Le Pen saranno Jean-Luc Mélenchon e il centrista Édouard Philippe, leader del partito Horizons, dal 2017 indispensabile alleato di Emmanuel Macron, entrambi accreditati oggi di percentuali comprese tra il quattordici e il diciannove per cento, con un sensibile vantaggio per il primo.

Non solo, sulla candidatura di Raphaël Glucksmann – che non è iscritto al Partito Socialista ed è a capo di un suo movimento, Place Publique – incombe anche la minaccia di una candidatura in solitaria di François Hollande al primo turno, in preda a una senile ambizione di rivincita dopo una presidenza tanto disastrosa da indurlo a non ricandidarsi nel 2017, caso unico nella storia delle presidenziali francesi, per un secondo mandato consecutivo.

Dunque, mentre Marine Le Pen si consolida largamente al primo turno con una cifra tra il trentuno e il trentacinque per cento dei voti previsti dai sondaggi, lo sfidante verrà scelto dall’esito del confronto tra il candidato dell’estrema sinistra e il candidato centrista. E qui si misura il peso decisivo della decisione difficilmente comprensibile di Emmanuel Macron di non designare un suo erede. Infatti, la tenzone al primo turno tra due suoi ex primi ministri, Édouard Philippe, appunto, e Gabriel Attal rischia di rivelarsi fatale e di favorire nettamente l’ipergauchista Jean-Luc Mélenchon. Attal, che è stato primo ministro per soli nove mesi nel 2024 e che è stato travolto dall’improvvida decisione di Macron di indire elezioni politiche anticipate dopo un disastroso voto popolare alle europee, è accreditato al primo turno solo tra il cinque e l’otto per cento dei voti. Ma sono tutti suffragi centristi tolti a Édouard Philippe, che è stato premier per tre anni e che, a seguito di questa concorrenza nella sua area, rischia appunto di essere superato da Jean-Luc Mélenchon. Invece, se Attal non avesse deciso per questa candidatura suicida, che alcuni sospettano essere solo funzionale, appunto, a “impallinare” Philippe, tutti i sondaggi indicano che la sfida al secondo turno all’estrema destra sarebbe condotta dal candidato centrista, che batterebbe nettamente il leader dell’estrema sinistra. Philippe avrebbe infatti non poche chances di contrastare la Le Pen, tanto che oggi, a sette mesi dal voto, viene sì dato come perdente dai sondaggi, ma con un margine risicato che va dal quarantasei addirittura al quarantanove per cento dei voti. Una distanza che potrebbe essere colmata da una buona campagna elettorale.

Dunque, a oggi, due sole sono le certezze sulle prossime presidenziali, oltre a quella di una più che possibile vittoria di una Marine Le Pen favorita da una frammentazione dei suoi avversari che ricorda e supera quella del Campo Largo nostrano. La prima certezza, notevole, è che si è dissolto il Front Républicain, quel voto e quella mobilitazione corale di tutto l’elettorato francese contro l’estrema destra che il 5 maggio 2002 portò Chirac all’82,21 per cento contro Jean-Marie Le Pen. Si è infatti dissolto negli anni quel fronte antilepenista che ha poi funzionato contro Marine Le Pen nelle presidenziali del 2017, in quelle del 2022 e anche nel secondo turno delle legislative anticipate del luglio 2024.

Duplice la ragione dello sbriciolamento di questo argine all’estrema destra. Innanzitutto, un deciso riposizionamento centrista e addirittura neogollista della Le Pen, che ha addirittura espulso suo padre dal Front National nel 2015, che ha cambiato nome al movimento, che ha preso nette posizioni filo israeliane, condannando nettamente l’antisemitismo non tanto sotto traccia di Jean-Marie Le Pen, che ha virato su una posizione antirussa e a favore dell’Ucraina — ma con aiuti a Kyjiv, anche militari, calibrati pesantemente sulle difficoltà economiche della Francia — e che, soprattutto, nel 2022 ha sconfessato quel referendum che ancora nel 2017 aveva proposto per uscire dall’euro e dall’Unione europea.

Oggi, abbandonata ogni ipotesi di Frexit, il suo Rassemblement National non parla assolutamente più di uscita dall’euro, propone una riforma delle regole di Bruxelles dall’interno, in difesa delle prerogative nazionali — innanzitutto contro la prevalenza del diritto europeo su quello nazionale e contro le regole del patto di stabilità — e si presenta all’elettorato con un programma economico moderato. È suo un progetto di taglio della spesa pubblica di centoquaranta miliardi nel quinquennio, finalizzato non solo a contrastare l’aumento del costo della vita — prima motivazione del voto popolare — ma anche a ottenere l’appoggio fondamentale dei poteri economici, con una diminuzione del debito pubblico al centododici per cento del Pil (Macron l’ha portato al centodiciannove per cento) e una diminuzione del deficit sotto il tre per cento (sotto la presidenza Macron ha sfondato il cinque per cento).

La seconda certezza sulle presidenziali è che la rivolta degli studenti, fortemente intrecciata con quella dei giovani di seconda e terza generazione delle banlieues, non avrà un sensibile sbocco politico sulle presidenziali. I pronostici per Jean-Luc Mélenchon non hanno infatti subito una variazione verso l’alto dopo l’ondata di manifestazioni giovanili e resta solo confermato un dato già presente nelle rilevazioni da mesi di un suo consenso pari al quaranta per cento dell’elettorato giovanile.

Anche in Francia si assiste così a un probabile, se non certo, passaggio del governo alla destra, stranamente ma nettamente favorito dall’incapacità del centro e della sinistra riformista di fare fronte comune sul piano politico e programmatico per contrastarlo.

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Art Wins the War è stato presentato a Milano presso l’Ufficio del Parlamento Europeo

14 October 2026 at 03:45

L’incontro si è svolto presso l’Ufficio del Parlamento europeo a Milano, a Palazzo delle Stelline, ed è stato il momento riepilogo di una serie di iniziative dedicate all’arte, alla moda, all’educazione e alla diplomazia culturale. Tra i partecipanti figurano Maurizio Molinari, direttore dell’Ufficio del Parlamento Europeo a Milano, rappresentanti di comuni italiani, organizzazioni culturali, licei artistici e università.

Hanno partecipato anche rappresentanti di istituzioni educative ucraine di Lviv, Odesa, Kharkiv e Zaporizhzhya. Alcuni studenti, docenti e partner ucraini sono intervenuti online. Durante l’incontro Maurizio Molinari ha sottolineato l’importanza delle iniziative culturali ed educative per rafforzare il dialogo tra le istituzioni europee, le nuove generazioni e la società civile.

L’obiettivo principale di Art Wins the War è rendere visibili in Europa le voci ucraine e utilizzare l’arte e l’educazione come strumenti di dialogo, conservazione della memoria e costruzione della pace. Il progetto è nato a Lviv nel 2023 e si è successivamente trasformato in una piattaforma internazionale che riunisce arte contemporanea, moda, poesia, cinema, tecnologie digitali ed educazione. Complessivamente presenta le opere di quasi ottanta artisti provenienti da diversi Paesi. «Quando persone, organizzazioni e realtà culturali diverse si uniscono, creiamo uno spazio senza guerra, uno spazio di vera pace», ha dichiarato Natalia Siasina, fondatrice delle organizzazioni VitaUkr e VITAWORLD.

Courtesy of VitaUKR

Il programma artistico e dedicato alla moda si è svolto nel periodo della Milan Fashion Week, riunendo mostre, sfilate, poesia, performance e progetti digitali. L’incontro tra arte e moda è diventato un linguaggio di dialogo e un messaggio rivolto alle istituzioni europee. Il progetto dimostra come le relazioni tra persone e comunità possano trasformarsi in collaborazioni concrete tra artisti, scuole, università, comuni, organizzazioni civiche e rappresentanze ucraine all’estero.

Uno degli elementi centrali della presentazione è stato il dialogo educativo tra Italia e Ucraina. Durante l’incontro è stato presentato il docu film Occhi dell’Umanità, realizzato dagli studenti dell’Università Nazionale di Kharkiv “V. N. Karazin”, sotto la curatela di Iryna Fedorenko, in collaborazione con gli studenti del Liceo Artistico di Brera, coordinati dalla professoressa Stefania Donno.

Si sta inoltre sviluppando una collaborazione tra licei italiani e un istituto scolastico di Lviv. Gli studenti e i docenti coinvolti stanno già lavorando alla pubblicazione congiunta di un libro. Un ulteriore ambito riguarda la cooperazione con istituti universitari di Zaporizhzhya.

La collaborazione tra arte, educazione e moda è stata presentata anche da Oksana Hodan, vice preside Fashion College Lviv, fondatrice del concorso internazionale Fashion Battle, un’iniziativa che sostiene giovani designer e studenti, offrendo loro la possibilità di sviluppare e presentare i propri progetti a un pubblico internazionale.

Courtesy of VitaUKR

Presso l’Ufficio del Parlamento europeo a Milano hanno presentato le proprie collezioni anche le designer ucraine Olga Nikitenko, che vive e lavora a Kharkiv, città vicina alla linea del fronte, e Oksana Unytska, fondatrice del marchio Gorsset, attualmente residente nei Paesi Bassi. «L’arte non può fermare la guerra, ma aiuta le persone a rimanere umane. In questo progetto siamo riusciti a unire design, arti visive e poesia», ha affermato Olga Nikitenko.

«Per me la moda è un modo per preservare l’identità ucraina e raccontare l’Ucraina attraverso un linguaggio comprensibile in tutto il mondo», ha dichiarato Oksana Unytska.

La presentazione è stata preceduta da iniziative culturali nei comuni di Pieve Emanuele e Buccinasco, che hanno riunito mostre, performance, poesia, video e sfilate di designer ucraini. Presso la sede del Parlamento europeo a Milano sono intervenuti gli artisti del progetto: Doriam Battaglia, Alfredo Mazzotta, Ivanna Kitliaruk e altri. 

All’evento ha partecipato anche Valentyna Bilan, curatrice d’arte britannica, giornalista e diplomatica culturale. Insieme agli organizzatori ha presentato sei artisti residenti in Ucraina, nel Regno Unito e in Canada: Alyona Kushnirenko, Yuliia Heneralova, Alina Burkovska, Stanislav Topolskyi, David Sharashidze e Iryna Kuts.

«L’arte è un linguaggio universale che non ha bisogno di traduzione. Ci aiuta a costruire ponti culturali, unire le comunità e creare collaborazioni internazionali durature», ha concluso Valentyna Bilan.

L'articolo Art Wins the War è stato presentato a Milano presso l’Ufficio del Parlamento Europeo proviene da Linkiesta.it.

Chi paga non deve scrivere le regole

14 October 2026 at 03:45

Molte sperimentazioni digitali pubbliche si sono fermate il giorno in cui è finito il finanziamento. Non per mancanza di idee. Per mancanza di qualcuno disposto a pagarne i risultati. Negli articoli precedenti abbiamo descritto che cosa potrebbe fare una mutualità cittadina dei dati e come dovrebbe essere governata. Cominciamo quindi dalla prima delle tre domande: quanto costa, chi la paga e con quali conseguenze sul potere di chi la governa.

Partiamo da che cosa si costruisce. Non un grande modello linguistico, che costa miliardi e non avrebbe senso, ma la catena che trasforma i dati in risposte: gestire le adesioni, integrare fonti diverse, adattare a compiti precisi modelli aperti già esistenti, verificare che funzionino e non discriminino, consegnare il risultato a un operatore. Il valore sta nell’ultimo miglio. E l’ultimo miglio è fatto soprattutto di persone.

Da quella catena escono tre prodotti, e soltanto tre. Proposte di diritti e segnalazioni verificate, per chi eroga servizi pubblici. Statistiche aggregate e anonime, in licenza solo per le finalità approvate dagli aderenti. E, nel tempo, il modello stesso, che altre città possono adottare. Non si vendono mai dati personali, profili o singole schede. Il cliente compra un risultato, e i dati restano sotto il controllo di chi li ha conferiti.

I soggetti sono due, perché il regolamento europeo sulla governance dei dati chiede a chi intermedia i dati di restare neutrale e separato da chi li usa. La cooperativa degli aderenti raccoglie i mandati, uso per uso, e autorizza soltanto gli usi previsti dalla carta delle finalità: si fa pagare per rendere possibile la condivisione, non per vendere analisi. La società operativa lavora dentro il perimetro autorizzato e vende i risultati, mai i dati. Tutto nel rispetto delle regole europee sulla protezione dei dati personali, assunte come vincolo di partenza e non come adempimento successivo: informative chiare, ruoli definiti per ogni trattamento, consenso revocabile, tracciabilità degli accessi. Questa società va scelta con procedura pubblica. La strada della società in house resta possibile, ma vincola il modello: oltre l’80 per cento del fatturato deve venire dai compiti affidati dagli enti che la controllano, e le vendite ad altri clienti sono ammesse solo entro quel limite e a condizione che giovino all’attività principale. Il piano dei ricavi che immaginiamo, in cui pesano i gestori dei servizi, le imprese e i centri di ricerca, in quel vincolo non ci sta.

La cooperativa, a sua volta, deve poter vivere. Vive di due cose. Un fondo di dotazione, costituito con una parte del capitale di avvio, pari ad almeno due anni dei suoi costi annui, separato dai conti dell’operatore e intoccabile dai contratti. E una quota dei ricavi della società per l’attività di intermediazione. Chi autorizza gli usi deve poter dire di no senza mettere a rischio la propria sopravvivenza.

La sostenibilità non si decide con un contributo iniziale, per quanto generoso. Dipende da tre cose. La prima è il modello economico: capitale di avvio per i primi anni di perdite, ricavi ricorrenti che coprano i costi di struttura, una riserva per reggere un ritardo. La seconda è la qualità dei servizi e il loro apprezzamento. Chi paga non compra un software, compra un risultato, e rinnova soltanto se quel risultato arriva. Se le proposte non raggiungono le persone giuste, o le analisi non cambiano una decisione, non c’è capitale paziente che tenga. La terza è ciò che il territorio si fa restituire da chi lo usa.

Le cifre di questo pilota non si improvvisano, e le abbiamo messe in un piano economico-finanziario che accompagna la proposta. Qui basta dirne la forma. L’investimento iniziale serve a costituire i due soggetti, a integrarsi con le piattaforme pubbliche che già esistono e a mettere insieme il gruppo di lavoro. Il costo annuo è fatto soprattutto di persone, non di tecnologia. Il piano assume quattro fonti di ricavo: il welfare proattivo per il Comune, l’analisi della mobilità per il gestore del trasporto, analisi per altri gestori di servizi, le licenze sulle statistiche aggregate. I ricavi non arrivano tutti subito, e il capitale da raccogliere prima di partire deve coprire anche le perdite dei primi anni e la riserva.

Le fonti di avvio sono contributi a fondo perduto, dalle amministrazioni, dalle fondazioni e dai programmi europei, insieme a capitale paziente, remunerato solo con gli avanzi successivi al pareggio ed entro i limiti di legge per le imprese sociali. I fondi europei servono all’avvio. Un bando che finisce può far nascere un’istituzione. Non può tenerla in piedi.

C’è una voce di costo che dipende da ciò di cui abbiamo scritto la settimana scorsa. Il patto di insediamento con i data center, se prevede spazio e allacciamento riservati agli usi pubblici e accordi quadro a tariffe calmierate con i fornitori di servizi cloud, riduce il costo del calcolo. È il punto in cui una trattativa urbanistica diventa un pezzo di conto economico. Il territorio che ospita il calcolo ne usa una parte per sé.

Alcune regole economiche vanno scritte nello statuto accanto a quelle di governo. Nessun cliente può pesare oltre la metà dei ricavi dal secondo anno, e oltre un quarto dal quinto, perché chi porta metà del fatturato finisce per dettare metà delle regole. Nel primo anno il tetto è impossibile, perché gli altri contratti partono dopo: lì l’autonomia è protetta dal fondo di dotazione e dalla licenza revocabile, non da una percentuale. I prezzi delle licenze sono pubblici e il bilancio è certificato. E si stabilisce in anticipo quando fermarsi: se alla fine del secondo anno contratti e risultati restano sotto le soglie dichiarate, il consiglio decide se correggere il servizio, ridurlo o chiuderlo in modo ordinato. La riserva assorbe un ritardo, non può assorbire un errore.

Resta la seconda domanda, che in realtà precede le altre. Perché un’amministrazione comunale dovrebbe impegnarsi in tutto questo, che nessuna legge le assegna espressamente? Perché il suo mestiere è dare servizi migliori e costruire l’ecosistema in cui un territorio cresce e si lavora meglio. E perché l’intelligenza artificiale sta cambiando in fretta gli equilibri economici e sociali di quel territorio, usando i dati che consegniamo gratuitamente ogni volta che navighiamo, compriamo o chiediamo aiuto da un telefono.

Lo scambio è squilibrato. Ormai lo vediamo tutti. Con i nostri dati contribuiamo a creare valore, e ciò che torna indietro rischia di non valere quasi nulla per noi. Il diritto europeo ha cominciato a riconoscerci la possibilità di riaverli e, in alcuni casi, di sapere che uso se ne è fatto. Metterli in comune non serve a fare speculazione come le grandi piattaforme. Serve a dimostrare che con gli stessi strumenti si può produrre valore sociale invece di estrarlo.

Milano l’ha già fatto una volta. La posa della fibra ottica che ha cambiato il modo in cui guardiamo la televisione e usiamo i computer è partita da qui, ed è stata l’ultima grande impresa di una società municipale nata per portare gas e luce in tutte le case, realizzata insieme a partner privati. Oggi la sfida è un’altra rete, che usa i dati dei cittadini della grande Milano per dare servizi migliori, e il primo utente è l’amministrazione stessa.

C’è anche una posta più grande dei conti. Gli strumenti digitali, così come li usiamo oggi, tendono a rompere le relazioni: isolano chi lavora, trasformano in solitudine amicizie apparenti, alimentano bolle di disinformazione. Destinare i dati che regaliamo a obiettivi decisi insieme rovescia il segno di quegli strumenti. È, alla lettera, un nuovo movimento di mutuo soccorso: il punto da cui questa serie è partita.

Ed è qui che arriva la terza domanda: con chi far crescere tutto questo. Due società non bastano. Se il primo utilizzatore dei dati è l’amministrazione, che può migliorare trasporti, anagrafe e assistenza, i primi progettisti devono essere anche i corpi intermedi e il volontariato che tengono insieme il tessuto sociale di questo territorio. Sono loro a conoscere i bisogni che cambiano e a poterli tradurre in servizi. Vanno coinvolti dal primo giorno, non dopo, a sistema già costruito. È la differenza tra una piattaforma che eroga e una rete che genera. Vale la pena renderlo concreto sul primo servizio. Il welfare proattivo di un municipio si progetta con i servizi sociali del Comune, con i patronati e con le associazioni che incontrano quelle famiglie ogni giorno: sono loro a sapere quali diritti restano inutilizzati. Lo compra il Comune, che paga una quota fissa per la struttura e una quota variabile per i diritti effettivamente attivati. E il rinnovo del contratto dipende da tre numeri verificati da un’università: quante famiglie che prima non chiedevano nulla hanno ricevuto ciò che spettava loro, quanta parte di quelle potenzialmente escluse è stata raggiunta, quanti errori hanno prodotto le segnalazioni. Il primo numero da solo premierebbe i casi facili.

Ogni riforma vera ha dei perdenti, e anche questa li ha. Perde chi è abituato ad avere i dati gratis e senza condizioni. Perdono i fornitori di sistemi chiusi, che vendono licenze e non risultati. Perde chi vive di finanziamenti a termine senza che nessuno verifichi che cosa ne è uscito. E perde chi pensa di poter comprare influenza pagando, che sia un finanziatore pubblico, un cliente privato o un politico. La mutualità accetta il loro denaro. Non accetta che diventi un voto.

Welfare, prevenzione, mobilità e governo dei dati non stanno in piedi senza un conto che li tenga insieme, e senza una partecipazione sociale che gli dia motivo. Tutto si tiene, o niente regge. Milano ha il capitale, le università, le fondazioni, le imprese e i corpi intermedi per dimostrare che un’intelligenza artificiale al servizio dei cittadini può essere pagata da chi ne usa i risultati senza essere governata da loro.

Un’istituzione può ricevere denaro pubblico e restare libera. Non resta libera se chi paga scrive anche le regole.

 

Quinto di cinque articoli. Qui il primo, il secondo, il terzo e il quarto.

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