Emma Bonino ha meritato l’inferno anche per questo:
ha promosso il referendum per l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (perché irrigidiva il mercato del lavoro).
Ha promosso referendum per la piena liberalizzazione del collocamento privato abolendo ogni vincolo e responsabilità del datore di lavoro.
Ha sostenuto la piena libertà di contratto individuale (quali che siano i rapporti di potere contrattuale) e l’abolizione dei contratti collettivi.
Ha sostenuto l’abolizione dell’obbligo di stipulare assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro con l’INAIL aprendo alle assicurazioni private.
Ha sostenuto l’abolizione del Servizio Sanitario Nazionale, da sostituire con assicurazioni private.
Ha sostenuto costantemente l’innalzamento dell’età minima per accedere alla pensione.
Lei, la libertaria, era favorevolissima al Green Pass, che riteneva essere un grande contributo civile.
Si è sempre definita un’amica sincera di Israele e ha sostenuto tutte le iniziative del sionismo.
Ha supportato dal primo minuto e fino alla fine l’invio di aiuti militari a Kiev e la necessità di dare una lezione alla Russia.
È sempre stata ferocemente atlantista e filoamericana.
Non si può dire che non sia stata una vita coronata di successi, magari indiretti.
In vista dei coccodrilli che pioveranno in questi giorni, credo sia corretto dire che Emma Bonino, dal punto di vista della gente che vive del proprio lavoro e che ama l’Italia, è stata politicamente il Male.
Niente di personale, se la vedrà lei dall’altra parte.
Ma per quanto riguarda questa valle di lacrime, se avesse fatto la cassiera invece della parlamentare l’intero paese ne avrebbe tratto beneficio.
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo Castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla figura di Emma Bonino. Buona lettura e condivisione.
§§§
di Matteo Castagna
“Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che gli uomini di bene non facciano nulla” – scriveva il tradizionalista Edmund Burke. Spesso mi torna in mente questo aforisma quando noto che troppi cattolici sono diventati dei “cadaveri”. L’ha scritto anche don Ugo Carandino sul suo profilo Facebook, nei confronti di chi non si scandalizza più, neppure davanti alla più vile blasfemia di uno spot televisivo. E non fiata. Non scrive.
Il modello dev’essere diventato “Fantozzi subisce ancora”, con cinquant’anni di ritardo. Ben più grave il silenzio o il sentito cordoglio di alcuni per la morte di Emma Bonino, perché era amica di Bergoglio, che la riteneva una grande donna. Il più giusto ed efficace epitaffio viene da un grande intellettuale, che non è neanche un cattolico conservatore o tradizionalista, Marcello Veneziani:
“Emma Bonino ha rappresentato con coerenza e passione il contrario morale, civile e politico di quanti riconoscono il valore della vita, della famiglia e della nascita, della civiltà e della tradizione. Pietas, nella divergenza più radicale”. Le auguro un atto di contrizione, anche all’ultimo secondo, altrimenti avendo diretto per decenni la Sovversione anticristiana e contro natura temo che la sua anima non avrà un’eternità felice.
In ogni caso, i danni che ha prodotto con Marco Pannella sono spaventosi: dall’aborto, al divorzio, al testamento biologico, alla fecondazione artificiale, al gender, alle unioni civili. E tutto il mondo la “santifica” perché è stata coerente con le sue battaglie. Ma erano tutte sbagliate e satanicamente contrarie alla nostra identità classico-cristiana! Fatalmente i suoi uomini si sono sempre piazzati sia a sinistra che a destra del parlamentarismo italiano, in nome dell’ideologia liberale. La peggiore. La più ingannevole. Quella che trasforma il vero in comodo, il desiderio in diritto, l’errore in scelta legittima. Quella che pretende di poter votare su tutto, anche su ciò che Dio ha stabilito o inscritto nell’animo umano.
L’ideologia liberale porta a considerare la follia una normalità, in nome dell’inclusione. Sicché, poiché in questi giorni ho ricordato nella preghiera la figura di Charlie Kirk, che ha fatto della militanza cristiana e del confronto le sue bandiere fino ad essere ammazzato da un trans per questo, mi è tornato in mente un articolo di Brent Cope che avevo ricevuto nel dicembre del 2018 da Turning Point USA, il gruppo del giovane credente, bianco, etero, sposato e con due figli naturali. Cos’hanno combinato i Radicali con la loro perversa idea liberal? Lo sappiamo, hanno stravolto i rapporti tra persone e creato persino una neo-lingua.
Il “deplatforming”, ad esempio, è il processo attraverso il quale gli attivisti dichiarano che una persona è bigotta/fascista/nazista/razzista/trans-misogina/omofoba o comunque offensiva, e che quindi non dovrebbe avere la libertà di esprimersi pubblicamente. Il deplatforming si manifesta in tutte le forme e dimensioni, dal mettere a tacere un relatore in un college o in un’università al ban sui social, alla demonizzazione su YouTube, alla denuncia penale. In pratica, è un eufemismo per nascondere la parola censura.
Certo, perché i confini del liberalismo li definiscono loro, mica i cattolici! Male quando i cattolici tacciono o addirittura tollerano i catto-liberali, condannati mirabilmente dalla Chiesa con Leone XIII e San Pio X.
Meghan Murphy è una femminista di Vancouver che fu sospesa da Twitter per aver scritto che “gli uomini non sono donne”. “Che un’azienda multimiliardaria censuri fatti essenziali e metta a tacere le persone che si pongono domande su questo dogma è folle” – scrisse la donna, certamente priva di simpatie tradizionali. Infatti ha conseguito un master in Women’s Studies presso la Simon Fraser University, quindi non si tratta di un troll online.
È istruita, intelligente e discute di argomenti di grande attualità. Il ban permanente è arrivato poco dopo questa discussione. Nessuno di noi dovrebbe sorprendersi: negli ultimi anni i social hanno preso provvedimenti severi contro le idee dissenzienti, soprattutto quelle “conservatrici”. Alex Jones e Milo Yiannopoulos sono stati tra i primi a essere bannati, e in pochi se ne sono dimenticati. Molti, tuttavia, all’epoca commentarono che queste persone erano come canarini nella miniera di carbone e che la china scivolosa della rimozione dei contenuti “offensivi” sarebbe continuata. Siamo arrivati al punto in cui affermare fatti basilari come “uomini e donne non sono uguali” è considerato “odioso”.
Oggi la situazione su X e Facebook è un po’ migliorata, ma non troppo.
“Vorrei sottolineare – scriveva Cope – che le persone trans e genderqueer subiscono discriminazione e intolleranza da parte delle loro famiglie e dei loro coetanei. È una delle principali cause di senzatetto e suicidio in quella particolare fascia della popolazione. Personalmente, quando mi viene chiesto, uso qualsiasi pronome o nome mi venga fornito.
Questa è una conseguenza della mia precedente accettazione dell’orientamento sessuale autoproclamato dagli altri. Se qualcuno mi dice di essere gay, etero o bisessuale, il mio primo istinto è credergli. Potrei lamentarmi quando qualcuno mi dice di essere genderqueer o comunque non binario, perché il mio standard per una cosa del genere è la biologia, non i sentimenti. Se sei “intersessuale” – e queste persone esistono – allora quell’identità è assolutamente disponibile.
Questo è anche il modo in cui affronto i pronomi non binari. Tendo a rispettarli per essere rispettoso verso l’esterno, ma il contesto è importante. Obbligare legalmente le aziende a utilizzarli (legge di New York) è un po’ estremo. È anche una soluzione non testata e non ci sono prove che possa creare condizioni più sicure per la popolazione transgender”.
L’ideologia transgender è relativamente nuova e favorita dall’ideologia liberal dei Radicali di tutto il mondo, coi fondi di speculatori internazionali o di miliardari di dubbia moralità. Molti la sostengono come la nuova causa di sinistra del momento, paragonandola ai diritti degli omosessuali.
“Voglio essere chiaro: tutti meritano l’uguaglianza di fronte alla legge e il diritto di essere trattati umanamente dai loro coetanei. Detto questo, la prima regola della medicina è “non nuocere”. In questo contesto, ciò significa che qualsiasi intervento volto a risolvere il problema deve dimostrare di funzionare e di non peggiorarlo. Temo che stiamo peggiorando di molto la situazione”.
L’ideologia trans ha una forte radicamento nelle democrazie occidentali più orientate a sinistra, ma grazie al trasformismo dei liberali Radicali, pure a destra non si scherza. Il Regno Unito ha una particolare affinità per l’ideologia genderqueer, così come il Canada e New York City. Ma in molti casi, questi “diritti” conquistati sono affrettati e mal concepiti, e solitamente introdotti da “attivisti” che si spacciano per rappresentanti della comunità trans senza alcun titolo. Sarebbe ridicolo se affermassi di parlare a nome di tutti gli uomini gay, non è vero? La stessa logica non si applica ai membri della comunità trans.
Queste idee sono incredibilmente potenti e potenzialmente destabilizzanti. Il loro effetto sulla cultura occidentale non dovrebbe essere sottovalutato.
Ciò che è più preoccupante è l’impatto che questa ideologia sta avendo sui bambini. Non ho dubbi che ci siano bambini che soffrono di disforia di genere, il termine tecnico per la diagnosi che tradizionalmente è un prerequisito per il trattamento ormonale e/o l’intervento chirurgico per il sesso opposto.
Questa è anche una delle differenze interessanti tra il movimento per i diritti dei gay e l’ideologia trans: per decenni gli attivisti gay hanno sostenuto che l’omosessualità non è una malattia mentale e hanno lottato per farla rimuovere dal DSM. Alla fine lo è stato. Oggi, le persone trans chiedono a gran voce che venga diagnosticata la disforia di genere perché è la porta d’accesso alla transizione fisica (terapia ormonale e intervento chirurgico). È il sigillo ufficiale che certifica che la loro identità è reale.
In passato, il ruolo dello psicoterapeuta era quello di identificare la presenza di disforia di genere; ora sembra che tale ruolo sia stato assunto dalle persone trans stesse, con i terapeuti che si limitano a convalidare la decisione. Questo approccio relativamente nuovo è chiamato “affermazione di genere” e deriva dall’ideologia radicale di massa.
Quando gli psicoterapeuti indagano, cercano prove “insistenti, persistenti e coerenti” dell’identità trans. Questo è il requisito standard per gli psicoterapeuti che si occupano di affermazione di genere per diagnosticare la disforia di genere. Ciò significa che il bambino deve dichiarare direttamente il proprio stato transgender, affermarlo costantemente e non deve mai variare a seconda del contesto. Quando questo non avviene, potrebbero entrare in gioco altri fattori ambientali.
Ad esempio, un bambino più grande che nota che la sorellina riceve più attenzioni potrebbe erroneamente pensare che stiano dando attenzione alla nuova nata a causa del suo genere. Potrebbe iniziare a vestirsi da femmina e a comportarsi come tale per ottenere più attenzione dai genitori. Un bambino del genere ovviamente non soffre di disforia di genere, ma anche solo avanzare questa ipotesi è offensivo per molti nella comunità degli attivisti transgender.
L’idea stessa di non affermare immediatamente l’identità transgender di bambini molto piccoli (3-6 anni) è vista come malvagia, traumatizzante e potenzialmente pericolosa per la vita. Non furono forse i radicali con il loro concetto di ipersessualizzazione sociale, a dire che anche la pedofilia potrebbe essere un’inclinazione sessuale?
L’ideologia trans ha una base più solida nel Regno Unito, e il canale britannico Channel 4 ha recentemente trasmesso un documentario intitolato Trans Kids: It’s Time to Talk, dell’autrice e terapeuta Stella O’Malley. L’autrice sottolinea che da giovane era convinta di essere un ragazzo. Oggi è sposata e ha figli. Camille Paglia, femminista, autrice e autoproclamata maschiaccio, si aspetta che anche lei sarebbe stata identificata come trans. Questo suggerisce che molti bambini presumibilmente “trans” oggi vengano erroneamente identificati.
Questo si collega a un altro enorme punto cieco del movimento trans: nessuno vuole discutere di desistenza (quando una persona trans decide di voler essere il suo genere di nascita). Anche solo parlarne è considerato un’eresia. Se circa il 75-85% dei bambini transgender desistono e crescono fino a diventare normali adulti cisgender, cosa succede quando le persone vengono accompagnate durante la transizione e decidono troppo tardi di voler tornare al loro genere originale? La transizione è un’alterazione permanente del corpo e, sebbene possa essere in parte reversibile, non sarà mai come se non fosse mai accaduta.
Indipendentemente dalla tua identità di genere, o da ciò che dichiari di essere, esistono differenze – piuttosto evidenti – tra uomini e donne. Le donne trans non saranno mai donne biologiche, indipendentemente da quanti interventi chirurgici, ormoni o trucco indossino. Gli uomini trans non avranno mai la stessa esperienza di un maschio biologico. Queste sono impossibilità attuali, anche se un giorno potrebbero essere superate.
Infine, come si collega tutto questo alla Ponerologia e di cosa diavolo si tratta? Ponerizzazione è il processo attraverso il quale un gruppo o un movimento viene contagiato da personalità patologiche. “Poneros” deriva dal greco, ed è la parola che indicano il male. Ponerologia, ponerizzazione e ponerogenesi sono lo studio del male sociale, di come gruppi e movimenti sociali ne vengano dirottati e una descrizione scientifica di come inizia.
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Un movimento infetto si distorce nel tempo, e alla fine potrebbe persino arrivare a comportarsi come le persone a cui si opponeva originariamente. Antifa ne è un esempio lampante: antifascisti che si comportano come fascisti: non potrebbe essere più ovvio di così! Esistono persone patologiche, ma non le sentirete reclamare il diritto di torturare, stuprare e uccidere. Quello che fanno è arruolarsi nell’esercito, diventare poliziotti o chiunque altro abbia autorità. Molti di loro diventano criminali e vengono catturati. Molti no. Anche la patologia esiste in uno spettro, a volte il semplice fatto di rendere difficile la vita delle persone può essere per loro una “soddisfazione” sufficiente.
Yusra Khogali, una delle fondatrici di Black Lives Matter Toronto, è nota per la sua retorica incendiaria. “La bianchezza non è sinonimo di umanità, anzi, la pelle bianca è sub-umana”, ha scritto. “Tutti i fenotipi esistono all’interno della famiglia nera e le persone bianche sono un difetto genetico dell’essere nere”. Patologico? A voi la decisione.
Le persone patologiche adorano unirsi ai movimenti sociali fin dal basso, in modo da poter acquisire ruoli di leadership e autorità all’interno del movimento. Qualsiasi gruppo di attivisti sociali organizzati (o altro) che non sia attivamente consapevole di questo fenomeno e non esamini attentamente i propri membri è a rischio. Ci saranno persone patologiche che si identificano come trans come strategia per raggiungere i propri obiettivi. Probabilmente saranno indistinguibili dalle vere persone trans, tranne quando si esaminano il loro comportamento e le loro parole.
I tipi patologici usano la loro identità come scudo, se possibile: ciò fornisce loro contemporaneamente un’ideologia per giustificare il loro comportamento e un gruppo di persone che accorreranno in loro difesa, in quanto appartenenti alla stessa “tribù”. Israele che mette a tacere i suoi legittimi critici con accuse di antisemitismo è un altro ottimo esempio di questa tattica.
Un modo in cui queste persone reclutano altri è atteggiarsi a vittime (ciò non significa che chiunque si dichiari vittima abbia secondi fini, solo che è possibile). Questo ci riporta al motivo per cui esigo definizioni forti per i termini e chiarezza durante le discussioni difficili. Se non stiamo attenti alle nostre parole, il loro significato verrà distorto e questo è il primo passo verso la violenza. Gli attivisti trans spesso citano la sofferenza reale delle persone trans come motivo per attaccare chiunque con cui non siano d’accordo. Questo è un campanello d’allarme. Quando si usa la sofferenza come giustificazione per ulteriore violenza, si sta entrando in territorio patologico. Non nuocere con i tuoi interventi, altrimenti il problema non farà che peggiorare.
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Giustamente i cattolici stanno ricordando l’attività anti vita della Bonino. Ma non ci sono state solo queste. Leggete questo “necrologio” del professor Zhok.
Emma Bonino
ha promosso il referendum per l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (perché irrigidiva il mercato del lavoro).
Ha promosso referendum per la piena liberalizzazione del collocamento privato abolendo ogni vincolo e responsabilità del datore di lavoro.
Ha sostenuto la piena libertà di contratto individuale (quali che siano i rapporti di potere contrattuale) e l’abolizione dei contratti collettivi.
Ha sostenuto l’abolizione dell’obbligo di stipulare assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro con l’INAIL aprendo alle assicurazioni private.
Ha sostenuto l’abolizione del Servizio Sanitario Nazionale, da sostituire con assicurazioni private.
Ha sostenuto costantemente l’innalzamento dell’età minima per accedere alla pensione.
Lei, la libertaria, era favorevolissima al Green Pass, che riteneva essere un grande contributo civile.
Si è sempre definita un’amica sincera di Israele e ha sostenuto tutte le iniziative del sionismo.
Ha supportato dal primo minuto e fino alla fine l’invio di aiuti militari a Kiev e la necessità di dare una lezione alla Russia.
È sempre stata ferocemente atlantista e filoamericana.
Non si può dire che non sia stata una vita coronata di successi, magari indiretti.
In vista dei coccodrilli che pioveranno in questi giorni, credo sia corretto dire che Emma Bonino, dal punto di vista della gente che vive del proprio lavoro e che ama l’Italia, è stata politicamente il Male.
Niente di personale, se la vedrà lei dall’altra parte.
Ma per quanto riguarda questa valle di lacrime, se avesse fatto la cassiera invece della parlamentare l’intero paese ne avrebbe tratto beneficio.
3 commenti su “L’Ideologia di Emma Bonino era, è e sarà la Sconfitta della Civiltà. Matteo Castagna.”
Luca Francesco PERSICO
E’ da un pezzo che la fase dell’”inazione” dei cosiddetti buoni è terminata, adesso siamo andati oltre, siamo alla fase della complicità con il male, della sua promozione e protezione e tutela, un’orgia di totale imbecillità che sembra non avere più fine, anche nella Chiesa, ma “nel calice è un vino drogato, fino alla feccia dovranno berne.”.
Difficile non provare un sentimento di rivalsa sapendo che Bonino, la satanista, si trova finalmente davanti al Giudice supremo. Benedetto XVI nella Spe Salvi ricorda: “I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato. ” (44) Non c’è altro da aggiungere.
Ammiro la coerenza di un Essere votato alla parte di Satana, da sempre e senza titubanze, neanche negli ultimi tempi, quando ha ricevuto la visita di Francesco “papa”, il giorno prima della sua dipartita per poi “andare a rapporto” il giorno dopo… Sì, la Bonino, con la consapevolezza delle sue scelte politiche per la distruzione dell’umanità, secondo i dettati dei “senza-dio” e dei loro superiori demoniaci che dirigono gli “apprendisti stregoni” della politica italiana della Sinistra, del Centro, e magari pure della Destra, e di sicuro la maggioranza della Politica di una Europa fasulla, che non c’è, poiché é solo e ancora “una espressione geografica”, come ebbe a dire dell’Italia della sua epoca il Cancelliere austriaco Metternich. E cosi possiamo dirlo dell’Europa, capace solo di buttare soldi a palate nella pancia di uno Zelensky, il piccolo Dux di uno Stato fasullo come l’Ucraina filo-nazista,…
La Bonino – ritorno da lei – se non ha un ripensamento totale sui suoi crimini verso l’umanità entro i tre giorni e mezzo, ossia prima che si spezzi l’”atomo seme” che tiene legato il corpo fisico al suo corpo eterico (invisibile) si penta di ciò che ha combinato in vita contro la “Vita”, lei si è autocondannata all’inferno, da dove non si esce, manco se tutti i Papi, i Vescovi e i Teologi del rinnovamento lo implorassero ad alta voce nelle chiese… Esiste qualcosa di peggiore dell’inferno di fuoco tradizionale. Si chiama Ottava Sfera.
I Massoni maceratesi hanno elevato una statua a Macerata, aspramente criticata da gli Artisti locali e da Vittorio Sgarbi, rappresentante Lilith, il demone mesopotamico, dai cui segni si comprende che si riferisce all’Ottava Sfera. D’altra parte come opporsi alla Macerata Città di Maria, che ha visto il rito esoterico della arcinota Pamela, sezionata e lasciata in bella vista in due sacchetti perché qualcuno la prelevasse. Cosa che non è avvenuto, appena in tempo…
I Teosofi non voglio rivelare in effetti cosa sia l’Ottava Sfera. Lo fa Rudolf Steiner. è una regressione in un pianeta che Lucifero e Arimane (lo storico Satana, che dovrà reincarnarsi, come è già avvenuto per Lucifero) stanno costruendo con materiale eterico, quindi invisibile all’occhio fisico e ai telescopi, ma visibile all’occhio del chiaroveggente, oltre l’orbita lunare, in cui finirà la Bonino, in tanta buona compagni di quei cattolici che non rispettano i “Principi negoziabili della Chiesa Cattolica”, a cominciare dalla difesa dell’individuo dal concepimento fino alla morte naturale, dalle droghe che distruggono l’individuo, al materialismo imperante, eccetera: tutte cose realizzate dalla Bonino, a cominciare dagli aborti, di cui si vantava di averli realizzati con una pompa della biciletta… “A ciascuno il suo” – era scritto all’entrata di un campo di sterminio nazista… .E così sia per chi percorre la Via della Mano Sinistra, quella del Cattivo Ladrone, e non la Via della Mano Destra, quella del Buon Ladrone, che riconosce le sue colpe, si pente, e chiede aiuto al Cristo che ha versato il Suo Sangue solo per lui… e per i MOLTI. Ossia, non per TUTTI, come oggi credono coloro che rinnegando la Parola hanno svuotato le chiese.. . .
São 18 famílias que começam uma nova vida no histórico Bairro Municipal Frederico Ulrich, em Loulé, outrora conhecido como “Bairro Operário”. A Câmara Municipal de Loulé assinalou mais um marco na sua política de habitação com a entrega das chaves de 18 habitações totalmente reabilitadas, naquela que foi a primeira fase da empreitada.
A intervenção, financiada pelo PRR – Plano de Recuperação e Resiliência, passou pela reabilitação do espaço de cada um dos fogos, de tipologia T2 e T3, através da ampliação da área e compartimentação interior, bem como a requalificação dos respetivos logradouros, garantindo “novas e modernas condições de habitabilidade” para as famílias.
“É com enorme alegria que hoje devolvemos vida a esta obra, recuperando para as pessoas um projeto que, há mais de sete décadas, já colocava a dignidade das famílias no centro do desenho da nossa cidade, e que hoje volta a fazer exatamente isso”, afirmou o presidente da Câmara de Loulé, Telmo Pinto.
Mas este foi também um momento de valorização do património e identidade local – e sentimental – pela carga histórica que o bairro encerra. Nascido entre 1948 e 1950, desenhado originalmente pelo engenheiro Alberto da Silveira Ramos e pelo icónico arquiteto louletano Manuel Maria Laginha, o Bairro Frederico Ulrich foi a primeira iniciativa de habitação social em Loulé para famílias com poucos recursos. Alguns dos primeiros moradores continuam a viver aqui.
Mas o compromisso do Município com o Bairro Frederico Ulrich terá continuidade imediata com o arranque da segunda fase de reabilitação do edificado, correspondendo a 30 fogos. À semelhança do que aconteceu com a primeira fase, os moradores serão realojados temporariamente em apartamentos da cidade, e também em algumas das casas reabilitadas na primeira fase e que não foram ocupadas.
Durante a cerimónia, Telmo Pinto recordou o percurso iniciado em 2019, com o lançamento da Estratégia Local de Habitação, numa altura em que o parque habitacional do Município contava com apenas 280 fogos. Com as 18 chaves disponibilizadas esta quinta-feira, o concelho ultrapassa a marca das 490 casas, o que representa um crescimento superior a 70% em pouco mais de sete anos.
“Ainda temos muitos projetos pela frente”, assegurou o autarca. Para responder de forma robusta à pressão demográfica e à escalada de preços no setor imobiliário, a Autarquia está a avançar neste momento com mais de 500 novas habitações, através da aquisição de terrenos, projetos de compra e construção em vários pontos do concelho. “Já no próximo ano iremos avançar com mais 600 fogos”, anunciou Telmo Pinto.
Também o apoio ao arrendamento, que contemplou recenetemnte mais 65 famílias, continua a ser um instrumento importante para responder, no imediato, às necessidades habitacionais dos louletanos. No futuro, a Autarquia quer “triplicar o número de famílias apoiadas e aumentar também o valor atribuído”.
Esta reportagem foi produzida com o apoio do Pulitzer Center e faz parte da etapa africana da“Mão Invisível das Big Techs”, uma investigação transnacional liderada pela Agência Pública e pelo Centro Latinoamericano de Investigación Periodística (CLIP).
Em fevereiro de 2025, representantes de três das empresas de tecnologia mais poderosas do mundo se reuniram com a Comissão de Proteção de Dados da Nigéria (NDPC na sigla em inglês). Meta, Microsoft e Google estavam no encontro para discutir uma colaboração com o governo nacional. Vincent Olatunji, chefe da comissão, mostrou-se satisfeito “com a perspectiva de colaborar com gigantes globais da tecnologia”. Ele destacou a importância da “sinergia entre setor público, privado, grupos da sociedade civil e academia”.
Na época, a Meta travava uma disputa com os órgãos reguladores nigerianos sobre a forma como lidava com os dados pessoais de milhões de pessoas. Em julho de 2024, outro ente regulador do país, a Comissão Federal de Concorrência e Proteção ao Consumidor (FCCPC, na sigla em inglês), havia multado a Meta e o WhatsApp em US$ 220 milhões, após uma investigação de 38 meses. O órgão concluiu que os nigerianos não tinham controle suficiente sobre a forma como suas informações eram coletadas, compartilhadas e utilizadas.
Em vez de pagar a multa, a Meta recorreu da decisão e perdeu. Posteriormente, a empresa de Mark Zuckerberg ameaçou suspender seus serviços. Apesar do prazo de 60 dias para o pagamento, que terminou em junho de 2025, a Meta continua operando normalmente enquanto o impasse jurídico permanece sem solução.
Poucos dias após a reunião de fevereiro de 2025 com a NDPC ter sido divulgada publicamente, o próprio órgão também aplicou outra multa de US$ 32,8 milhões à Meta.
Nos meses seguintes, porém, a multa de US$ 32,8 milhões foi derrubada. Segundo uma investigação do Premium Times, um acordo anulou a penalidade, bem como oito determinações a serem cumpridas pela Meta, liberando a empresa das obrigações decorrentes do caso. O site informou que diversas exigências regulatórias específicas foram substituídas por compromissos mais amplos da Meta de cumprir a legislação nigeriana de proteção de dados e fortalecer suas medidas de proteção de dados.
Em seguida, a mesma NDPC anunciou que, “em colaboração com a Meta”, havia traduzido a Lei de Proteção de Dados da Nigéria para idiomas locais.
Em maio de 2026, outro órgão do governo lançou o GovGuide Nigeria, um bot de inteligência artificial desenvolvido com a tecnologia da Meta para ajudar os nigerianos a navegar pelos serviços públicos.
O The Continent perguntou à Meta e a órgãos do governo nigeriano quando começaram as discussões sobre o GovGuide. Na Nigéria, as empresas não são obrigadas a registrar reuniões desse tipo em um cadastro. Não existe um registro público que mostre quais empresas estão procurando autoridades do governo, o que querem delas ou o que é discutido a portas fechadas.
Por isso, o The Continent começou a construir esta base de informações.
Nossa investigação identificou pelo menos 17 interações documentadas publicamente entre grandes empresas de tecnologia e o Estado nigeriano desde 2024. Elas incluem reuniões com o presidente do país, Bola Tinubu, e órgãos reguladores, além de encontros sobre projetos governamentais de inteligência artificial, programas de treinamento, financiamento e discussões sobre políticas públicas.
Muitas dessas interações são contatos corriqueiros entre o governo e empresas que atuam em um dos maiores mercados digitais da África. Mas outras colocam as empresas de tecnologia em contato mais próximo com as instituições responsáveis por decidir como elas devem operar na Nigéria.
O caso da Meta mostra a responsabilidade dos órgãos reguladores.
A principal preocupação de diferentes órgãos nigerianos era o fato de que os usuários do WhatsApp não tinham opções suficientes sobre o que era feito com seus dados. As informações coletadas sobre as pessoas podem ser usadas para criar perfis de seus interesses e comportamentos e, entre outras coisas, determinar quais anúncios elas recebem.
A Comissão de Concorrência e Proteção ao Consumidor também concluiu que a Meta compartilhava e transferia informações pessoais de nigerianos sem a devida autorização e oferecia aos usuários locais menos proteção sobre seus dados do que aos usuários de alguns outros países.
Lançamento do bot GovGuide Nigeria, desenvolvido com o apoio da Meta
O GovGuide levanta questões relacionadas ao mesmo problema. A plataforma alimentada por inteligência artificial ajuda os nigerianos a encontrar e compreender informações do governo por meio de texto, voz e WhatsApp, em inglês, iorubá, hauçá e igbo.
Mas seu aviso de privacidade informa que a plataforma pode coletar nomes, dados de contato, endereços, identificadores emitidos pelo governo, geolocalização, informações sobre o dispositivo e o endereço IP, além dos comandos enviados pelos usuários ao chatbot, documentos, imagens, áudios e registros de conversas. Essas informações podem ser utilizadas para personalizar serviços, realizar análises e pesquisas e aprimorar o chatbot e os modelos de aprendizado de máquina.
O advogado especializado em privacidade Olumide Babalola, que atuou como advogado no caso Odunola Kehinde v. Vesti, uma ação envolvendo alegadas divulgações não autorizadas de dados, destaca que o caso da NDPC contra a Meta tratava fundamentalmente da forma como a empresa lidava com os dados dos nigerianos.
“O marco regulatório nigeriano de proteção de dados, de modo geral, proíbe o processamento de dados pessoais, exceto quando existe uma base legal para isso”, explica Babalola.
“Na ausência de qualquer documento que estabeleça o contrário, a Meta não tem base legal para utilizar os dados dos cidadãos de maneira não divulgada. No caso do GovGuide, o contexto é completamente diferente. Os cidadãos estão interagindo com o que acreditam ser um serviço governamental, e não uma rede social pública. A presunção deveria ser de que qualquer processamento de dados ocorre estritamente com o objetivo de fornecer esse serviço governamental, a menos que seja obtido consentimento explícito e informado para qualquer outro uso.”
A NDPC também foi questionada sobre se a colaboração proposta com a Meta, mencionada no início da reportagem e discutida na reunião de fevereiro de 2025, avançou enquanto o processo relacionado à privacidade contra a empresa permanecia ativo e durante seu posterior acordo. Nem os órgãos envolvidos nem a Meta responderam às perguntas sobre o GovGuide ou sobre a colaboração. Os registros das 17 interações coletados pelo The Continent mostram que as medidas regulatórias e as discussões sobre colaboração ocorreram no mesmo período, mas não comprovam que ambas estivessem relacionadas.
Mais parcerias com Big Techs
Entre as 17 interações entre Big Techs e o Estado nigeriano identificadas pela reportagem nos últimos três anos, há registros de financiamentos, treinamentos, reuniões com autoridades de alto escalão, projetos de tecnologia e relações com órgãos reguladores.
É difícil determinar a real dimensão das interações entre o governo, os órgãos reguladores e as Big Techs devido à falta de registro único sobre as reuniões oficiais. Muitos dos acordos que sustentam essas parcerias também não são públicos, deixando apenas um quadro parcial de quão profundamente as Big Techs se integraram às ambições digitais da Nigéria.
Ali Sabo, chefe de Direitos Digitais da ONG Centre for Information Technology and Development (Citad), descreve a relação entre empresas e governo como uma “influência sutil”.
“Embora seus projetos possam contribuir para o desenvolvimento nacional, essas empresas também moldam silenciosamente a maneira como os formuladores de políticas enxergam a tecnologia e a governança.”
Se não houver controle, alerta Sabo, as plataformas tecnológicas estrangeiras ameaçam a independência do governo, levam a uma dependência excessiva de determinados fornecedores e podem restringir futuras opções de políticas públicas. “As parcerias precisam ser transparentes, protegidas por salvaguardas claras e abertas à participação de universidades, organizações da sociedade civil e desenvolvedores locais de tecnologia.”
Em outubro de 2024, o governo nigeriano firmou uma parceria com a organização pan-africana Data Science Nigeria para anunciar uma doação de cerca de 2 milhões de dólares do Google para programas nacionais de formação de talentos em inteligência artificial vinculados ao Ministério Federal das Comunicações, Inovação e Economia Digital.
Treinamento de IA para servidores nigerianos com apoio do Google, em outubro de 2025
Entre os programas implementados estavam o DeepTech Ready Track, voltado para 20 mil alunos avançados; o programa Experience AI para professores, que pretendia alcançar 25 mil professores e 125 mil estudantes; e o Government AI Campus, para servidores públicos. Esses programas visam familiarizar milhares de nigerianos com ferramentas específicas, programas de certificação e ecossistemas de software desde cedo.
Mas, segundo analistas ouvidos pela reportagem, essas empresas estão, na prática, garantindo clientes para seus ecossistemas.
Taiwo Kola-Ogunlade, gerente de comunicação e relações públicas do Google para a África Ocidental, afirmou que os produtos da empresa utilizam “tecnologia de ponta no setor” para proteger as informações dos usuários e citou os controles de privacidade, o registro da empresa junto à NDPC e a nomeação de um responsável pela proteção de dados. No entanto, ele não informou onde os dados gerados pelos programas do setor público são armazenados, por quanto tempo são mantidos ou se podem ser utilizados para aprimorar produtos comerciais de inteligência artificial.
Em 2025, a Microsoft firmou uma parceria com o Ministério Federal das Comunicações, Inovação e Economia Digital, a Data Science Nigeria e a Lagos Business School, localizada na capital nigeriana. As instituições lançaram a AI National Skills Initiative (AINSI), com o objetivo de capacitar 35 mil pessoas em inteligência artificial. Os participantes também receberam certificados vinculados ao programa nacional 3 Million Technical Talent (3MTT). Outra parceria da Microsoft com a ONG Junior Achievement Nigeria (JA Nigeria) apresentou milhares de jovens estudantes aos conceitos básicos de inteligência artificial generativa.
Grace, estudante da Federal University of Technology Akure, participou do programa Microsoft/JA Nigeria Career Essentials AI e recebeu acesso gratuito ao Microsoft Copilot e ao LinkedIn Premium. Mais tarde, ela e outros participantes levaram o programa a estudantes de outro campus. Mas sua experiência também mostra como a empresa apresenta aos jovens seu ecossistema tecnológico mais amplo, para além da inteligência artificial.
Questionada sobre privacidade e acesso aos dados, a Microsoft forneceu números sobre inscrições, atividades de aprendizagem e certificações. Entretanto, a empresa não divulgou os acordos comerciais, valores dos contratos, informações sobre compras públicas ou condições de licenciamento solicitados. Sobre o papel de seus próprios produtos nos treinamentos, a companhia afirmou: “determinadas trilhas de treinamento podem incluir tecnologias da Microsoft, quando pertinentes ao currículo”.
O analista de tecnologia Eze Hanson considera esses programas uma combinação de filantropia estratégica e desenvolvimento de força de trabalho, mas alerta para riscos ocultos. “A incorporação de um conjunto de redes de desenvolvedores, caminhos de certificação e plataformas de busca de emprego com treinamento em massa apoiado pelo Estado pode ser percebida como uma forma de criar uma base cativa de usuários e padronizar a dependência nacional de uma infraestrutura tecnológica”, explica Hanson.
Essa preocupação se contrapõe às próprias ambições da Nigéria de conquistar maior independência digital. O país está tentando assumir mais controle sobre seus dados e sua infraestrutura digital. Mas faz isso enquanto se torna cada vez mais dependente das empresas que fornecem dinheiro, treinamento e tecnologia para essa transformação. Muitos dos acordos que definem essas relações continuam fora do alcance do público.
“Quando o governo estabelece parcerias com empresas multinacionais para lidar com dados e serviços públicos, o público tem o direito de conhecer os termos do acordo”, afirmou Adekunle Omolabi, ativista da sociedade civil pela transparência.
Por enquanto, os anúncios são públicos, mas grande parte do que foi acordado nos bastidores, não.
O Agrupamento de Escolas Cidade do Entroncamento inicia o ano letivo com 3.258 alunos, 41% estrangeiros, e prepara uma nova resposta às necessidades educativas especiais, que aumentaram cerca de 7%. O presidente da Câmara do Entroncamento, Nelson Cunha (Chega), disse hoje à Lusa que está a ser preparada uma prestação de serviços específica para estas crianças, considerando “urgente” reforçar a…
Investigamos o que importa para os brasileiros além do que passa na campanha eleitoral. Leia mais reportagens como essa clicando aqui.
Em 22 de julho, os brasileiros presenciaram a oficialização de uma das alianças mais improváveis na corrida eleitoral deste ano. Ciro Gomes (PSDB) publicou nas redes sociais um vídeo em que agradece ao Partido Liberal (PL), sigla do ex-presidente Jair Bolsonaro, pela aliança firmada em torno de sua candidatura ao governo do Ceará. Partiu do Partido Democrático Trabalhista (PDT), antiga sigla de Ciro, a ação que tornou Bolsonaro inelegível por oito anos.
Crítico ferrenho do ex-presidente, Ciro construiu trajetória recente em oposição ao bolsonarismo. Em entrevistas, chamava o ex-presidente de “corrupto”, “fascista”, “incompetente”, “imitador de Trump” e “ladrão de galinhas”. Em 2026, no entanto, mudou o tom da fala e passou a liderar uma frente que reúne candidatos de diferentes campos da política estadual, incluindo bolsonaristas que ele próprio criticava duramente.
Entre os integrantes do novo palanque de Ciro estão André Fernandes (PL) – deputado federal e uma das principais lideranças bolsonaristas, e Capitão Wagner (União Brasil), ambos antigos opositores a Ciro e seus aliados no Ceará.
Ciro Gomes e antigos adversários se unem no Ceará para disputar as eleições de 2026
A aliança rendeu críticas dentro do próprio PL. A ex-primeira dama e candidata ao Senado pelo Distrito Federal Michelle Bolsonaro (PL) se mostrou insatisfeita com a parceria por considerar Ciro “o principal responsável” pelo processo que resultou na inelegibilidade do marido, além de lembrar das ofensas de corrupção feitas não apenas ao ex-capitão do Exército, mas também a seus filhos.
Contra Elmano de Freitas (PT), que disputa a reeleição ao governo do estado, Ciro se juntou ao PL para a disputa e divulgou como mote: “É hora de união para mudar os rumos do Ceará”.
Por meio de nota, Wagner disse que a história dos recém aliados “é pública” e que “não foge dela”: “Eu e Ciro estivemos em lados opostos e tivemos embates muito duros. Em alguns momentos, o calor da disputa levou os dois a excessos. O próprio Ciro reconheceu publicamente que personalizou críticas, que foi injusto em algumas acusações e me pediu desculpa”. O candidato ao Senado resumiu a aliança da dupla como: “compreensão de que nenhum interesse pessoal, vaidade ou mágoa poderia ficar acima do Ceará”. Ciro Gomes e André Fernandes foram procurados por email e por telefone, mas não responderam à reportagem.
Para o advogado e analista político Melillo Dinis, os partidos políticos não se articulam necessariamente com base em afinidades ideológicas, mas em torno dos interesses e das vantagens de suas lideranças. “Não é uma conta de chegada. É um acordo de partida”, começou.
[Essas] movimentações políticas são reflexo do fenômeno que acaba por ser explicado pelas expectativas de resultado, antes das urnas apuradas. É um ciclo em que o rabo abana o cachorro e o comanda, sem a menor preocupação com a coerência.”
Melillo Dinis
Analista político em Brasília
A aliança política firmada entre os ex-rivais no Ceará não é evento isolado. Políticos que outrora trocaram acusações contra opositores e que, em alguns casos, chegaram a transformar a rivalidade em marca eleitoral mudaram de lugar nas trincheiras e passaram a dividir partido, chapa ou palanque com antigos inimigos. Alguns exemplos elencados pela Agência Pública chamam a atenção e confirmam como Relembrar é votar.
Kalil e Aécio já trocaram críticas duras. Agora, antigos rivais dividem a mesma chapa em Minas
De instinto “matador” a amizade eterna ao sabor mineiro
A aproximação do ex-prefeito de Belo Horizonte Alexandre Kalil (PDT) e do deputado federal Aécio Neves (PSDB) tem como antecedente uma das disputas mais incisivas da política mineira recente.
Em 2016, Kalil concorreu à prefeitura de Belo Horizonte contra João Leite (PSDB) – candidato apoiado pelo grupo político de Aécio. À época, Kalil declarou ter tido “vontade de matar” Aécio quando o tucano se aliou a partidos contra ele, criticou duramente o deputado e, em uma das ocasiões, disse que não adiantava “quererem” que ele “lambesse o saco de Aécio”. Naquele ano, Kalil saiu vencedor.
Dez anos depois, a história é outra. Kalil se lançou candidato ao governo do estado e o PSDB passou a integrar a chapa, após articulação de Aécio. A aliança incluiu o anúncio do ex-deputado federal Carlos Mosconi (PSDB) como seu candidato a vice-governador.
Presidente nacional do partido, Aécio chegou a ser cogitado para disputar o Senado na composição com Kalil, mas anunciou, em 4 de agosto, que não concorrerá a cargos em 2026.
Na sabatina realizada por Folha e UOL, Kalil reconheceu a mudança de relação. Disse que havia atacado Aécio em 2016 e afirmou: “Eu agredi o Aécio, mas ele nunca respondeu”. Também declarou que não guardava mágoa do tucano e classificou a aproximação como uma decisão política.
Alexandre Kalil informou que não comentará a questão. O deputado federal Aécio Neves foi procurado por meio do email oficial de seu gabinete na Câmara dos Deputados e pela assessoria que o representa, mas não respondeu aos questionamentos. Este espaço será atualizado em caso de manifestação.
Rivais na eleição de 2006, Arruda e Abadia voltam a dividir o mesmo palanque no Distrito Federal
Um reencontro no planalto central
No Distrito Federal, a origem da ex-rivalidade entre José Roberto Arruda (PSD) e Maria de Lourdes Abadia (PSD) está na eleição de 2006. Abadia era governadora e disputava a reeleição, mas foi derrotada por Arruda. Os adversários permaneceram distantes politicamente por quase 20 anos até voltarem a dividir espaço neste pleito.
A reaproximação passou pela mudança partidária de Abadia. Em março, a ex-governadora anunciou sua filiação ao PSD, partido que abriga o projeto de Arruda para voltar ao Palácio do Buriti. Abadia passou a participar das articulações do grupo de Arruda para 2026 e esteve ao lado do ex-governador em encontros partidários e na convenção que confirmou a candidatura dele ao governo.
São duas trajetórias antes opostas que voltam a se encontrar no mesmo palanque em 2026.
Em resposta à Pública, Arruda declarou que “diferente dos tempos de hoje, onde as pessoas não são adversárias, mas sim inimigas”, ele e Abadia “nunca fizeram política assim”. “Nós mesmos já fomos aliados, muito aliados, e também já fomos adversários. No entanto, no tempo em que estávamos em caminhos diferentes, nunca deixamos de nos respeitar e isso nunca afetou a nossa relação de amizade pessoal”, disse o ex-governador do DF. Abadia não disponibiliza contato público,foi procurada por mensagem ao perfil oficial que mantém nas redes sociais Instagram, mas não respondeu aos questionamentos.
Após uma disputa acirrada em 2024, Débora Régis e Antônio Rosalvo agora são aliados na Bahia
Briga com tempero baiano
Em apenas dois anos, uma relação marcada por acusações de misoginia e suspeita de violência física e política evoluiu para parceria inabalável, em Lauro de Freitas (BA). Nas eleições de 2024, Débora Régis (União Brasil) derrotou por 60% a 40% o candidato Antônio Rosalvo (PT). Em 2026, eles são aliados.
Durante a campanha, os dois trocaram críticas públicas e acusações sobre a administração do município e o período foi marcado por episódios de tensão. Em maio daquele ano, Rosalvo afirmou, durante ato político, que iria “tapar a boca” de Débora ao responder a críticas feitas por ela sobre problemas da cidade. Ela o acusou de se valer do fato de ela ser mulher na política.
Depois, ele afirmou à imprensa local que um apoiador de Débora teria sido responsável por um tiro que atingiu um de seus aliados, pediu calma e que a disputa não fosse marcada pela violência.
Mas Rosalvo mudou de grupo político. Em 2026, deixou a base do PT, filiou-se ao PSDB e passou a integrar o campo político de ACM Neto – vice-presidente nacional do União Brasil. Agora, o ex-candidato a prefeito concorre a uma vaga de deputado estadual e recebe apoio público de Débora Régis para que integre a Assembleia Legislativa da Bahia.
Em agosto, Débora defendeu a candidatura de Rosalvo durante evento político em Lauro de Freitas: “Temos que colocar Rosalvo como deputado estadual para defender Lauro de Freitas.”
À Pública, Rosalvo explicou que “nenhum momento” afirmou que taparia a boca de Débora Régis “no sentido literal”, que o termo seria “uma figura de linguagem relacionada à disputa política e à resposta administrativa”: “Qualquer interpretação de que eu estivesse defendendo agressão, violência ou que pretendesse literalmente “tapar a boca” de uma mulher não corresponde ao que quis dizer”, pontuou. “Não pretendo apagar ou negar os embates ocorridos em 2024. Foi uma eleição extremamente disputada, com momentos de muita tensão e divergências profundas entre os grupos políticos”, concluiu em nota.
Régis foi procurada por meio do email oficial de seu gabinete, pelo telefone da prefeitura e pelo perfil oficial dela nas redes sociais, mas não respondeu.
Witzel (à esq) desistiu da disputa pelo governo do Rio e declarou apoio ao antigo adversário, Garotinho (à dir)
Disputa pelo governo do Rio é samba para poucos
Dois ex-governadores do Rio de Janeiro estariam em embate direto nas urnas nas eleições 2026, mas os adversários agora estão no mesmo lado. Wilson Witzel (Democrata) desistiu de disputar o governo para apoiar Anthony Garotinho (Republicanos).
Witzel havia lançado sua pré-candidatura ao Palácio Guanabara em julho. Menos de um mês depois, em 1º de agosto, retirou o nome da disputa e declarou apoio a Garotinho. A decisão foi oficializada durante a convenção estadual do Democrata.
A justificativa apresentada por Witzel foi eleitoral. Segundo ele, o objetivo era criar uma frente para levar Garotinho ao segundo turno. A aproximação ocorre entre dois políticos que já estiveram em lados opostos e tiveram trajetórias marcadas por confrontos.
O ex-juiz usava sua trajetória na magistratura para questionar o adversário, enquanto Garotinho respondia atacando Witzel ao dizer que ele tinha “problemas de corrupção”.
Agora, ao justificar o apoio, Witzel também faz referência à trajetória jurídica de ambos e aponta que os dois tinham “uma história de injustiças” e destacou que processos que levaram Garotinho à prisão haviam sido posteriormente anulados pela Justiça.
A reportagem tentou contatar Wilson Witzel e Anthony Garotinho por email, telefone e rede social, mas não obteve retorno. Em caso de manifestação, este espaço será atualizado.
A Câmara Municipal de Loulé, através da Revista Al-’Ulyà do Arquivo Municipal de Loulé, está a promover a 4ª edição do Prémio de Investigação Joaquim Romero Magalhães.
O prémio bienal visa galardoar estudos de investigação sobre o património histórico e cultural do concelho de Loulé nas suas diferentes abordagens, tais como na Histórica, Arqueológica e Etnográfica.
Os candidatos deverão enviar um exemplar da obra candidata para pserra@cm-loule.pt, até 15 de maio de 2027, ano a que respeita o concurso, de acordo com o regulamento disponível em www.cm-loule.pt
O trabalho vencedor terá um prémio pecuniário de 4000 euros, para além de ter a sua primeira edição publicada pela revista Al-’Ulyà. A cerimónia de entrega do galardão acontece no dia 21 de novembro de 2027, data comemorativa do lançamento desta revista.
O Prémio foi criado para homenagear o ilustre Professor e Historiador, autor de uma obra histórica notável, promotor e divulgador da documentação histórica do Arquivo Municipal de Loulé, que desde 2021 passou a ter o seu nome.
Joaquim Romero Magalhães nasceu em Loulé, 18 de abril de 1942, e faleceu em Coimbra, 24 de dezembro de 2018.
Licenciou-se em História na Faculdade de Letras da Universidade de Coimbra, em 1967. Obteve o grau de Doutor, em 1984, na Faculdade de Economia da Universidade de Coimbra, e integrou o corpo docente dessa Faculdade. Foi nomeado, em 1994, Professor Catedrático daquela Universidade. Foi Presidente do Teatro dos Estudantes da Universidade de Coimbra (1963), Presidente da Associação Académica de Coimbra (1964) e Presidente do Conselho Diretivo da Faculdade de Economia da Universidade de Coimbra (1985-1989 e 1991-1993).
Foi Professor convidado da École des Hautes Études en Sciences Sociales, de Paris (1989 e 1999), da Universidade de São Paulo (1991 e 1997) e da Yale University (2003).
Desempenhou as funções de Comissário-Geral da Comissão Nacional para as Comemorações dos Descobrimentos Portugueses (1999-2002), e dirigiu a revista Oceanos (1999-2001).
Foi membro da Comissão Consultiva das Comemorações do Centenário da República (2009-2011).
Dirigiu a revista “Anais do Município de Faro”, de 2012 a 2018.
A 12 dezembro de 2018 recebeu o título de Doutor Honoris Causa da Universidade do Algarve.
Duas armas de cano longo e cinco pistolas de fabricantes variados, inclusive internacionais, como Glock, Sig Sauer e FXR. Esse pequeno arsenal foi apreendido pela Polícia Federal (PF) nesta quinta-feira, 10 de setembro, em nome do deputado Mário Frias (PL). Segundo a corporação, as armas não estavam no endereço registrado, o que configuraria crime de porte ilegal de armas de fogo.
Embora o arsenal irregular não tenha sido o que motivou a ida da polícia atrás de Frias — o mandado de busca e apreensão mira o que seria uma organização criminosa que usaria dinheiro de emendas parlamentares para alimentar a produtora do filme de Jair Bolsonaro, o Dark Horse —, são as armas que explicam como o deputado se aliou ao bolsonarismo e ganhou poder político.
Ex-galã da Malhação, Frias tem um currículo “artístico” antes de chegar à política: passou pela Globo, Record e RedeTV antes de ingressar no Governo Federal. A estreia na política formal aconteceu em maio de 2020, quando a também colega atriz Regina Duarte foi demitida do cargo de Secretária Especial de Cultura após uma passagem rápida e problemática, que incluiu uma entrevista que minimizou a ditadura militar brasileira.
A saída de Duarte levou Frias a assumir a Secretaria, onde pôde unir dois mundos que interessam a ele e ao bolsonarismo: armas e cultura.
Armas de cano longo e cinco pistolas apreendidas hoje durante operação da Polícia Federal
O plano para a cultura de 2020 a 2022: dinheiro para grupos armamentistas
Em 2022, a Agência Públicarevelou como Frias, ao lado do então secretário nacional de Incentivo e Fomento à Cultura, André Porciuncula, prometeram R$ 1 bilhão da Lei Rouanet para conteúdo pró-armas.
“Pela primeira vez, vamos colocar dinheiro da Rouanet em eventos de armas de fogo, vai ser super bacana isso”, disse Porciuncula. A estratégia era convocar grupos armamentistas a submeterem projetos que usassem a isenção de impostos da Rouanet para conseguirem aprovar projetos elogiosos à cultura do uso de armas no Brasil. Uma pauta, no mínimo, contraditória, visto que a Rouanet é historicamente criticada por bolsonaristas e já foi chamada de “desgraça” por Jair Bolsonaro.
“Estou à disposição, qualquer dúvida, enquanto estiver na secretaria — que eu devo sair agora esta semana para concorrer —, mas nós vamos deixar uma equipe totalmente alinhada ao secretário especial de cultura. Qualquer dúvida estamos de portas abertas, o Mario é CAC, nós adoramos atirar. Essa pauta é importantíssima, uma pauta de liberdade e eu peço senhores, usem (a Lei Rouanet) e não deixem de usar”, frisou Frias.
A promessa foi feita durante a Convenção Nacional Pró-armas, realizada pelo grupo presidido pelo hoje deputado Marcos Pollon (PL-MS) — que hoje aparece novamente ao lado de Frias, justamente no escândalo do Dark Horse. Pollon é um dos deputados suspeitos de enviar emendas para o filme de Jair. Segundo a PF, Pollon enviou R$ 1 milhão à Academia Nacional de Cultura (ANC), entidade presidida por Karina Ferreira da Gama, produtora do longa-metragem. Foi também durante a gestão de Frias na Secretaria que ele teria conhecido Karina Gama, segundo apurou a Folha de S. Paulo.
A promessa de Frias gerou ao menos um resultado. A Pública mostrou com exclusividade que, em novembro de 2025, foi lançado um livro sobre a história das armas no Brasil com recursos captados via Lei Rouanet. Todo o dinheiro para bancar o livro veio da Taurus, a maior fábrica de armas do Brasil e a maior fabricante de revólveres do mundo, que patrocinou R$ 336 mil e doou outros R$ 85 mil para o livro. A fabricante pode abater impostos a partir dessa produção.
Após a Secretaria de Cultura de Bolsonaro, Frias foi para o Congresso. Catapultado pela visibilidade que alcançou no governo de Bolsonaro e por mais de R$ 1,4 milhão da direção nacional do PL, ele se elegeu em 2022 deputado federal por São Paulo.
Mário Frias durante a Convenção Nacional Pró-Armas, realizada em 28 de março de 2022, quando ainda era secretário da Cultura do governo Jair Bolsonaro
A atuação como deputado de 2023 a 2026: produção e dinheiro para filme de Bolsonaro
É durante o mandato de deputado federal que Frias se envolve no escândalo atual: os pedidos de dinheiro para o filme autobiográfico de Jair Bolsonaro e o envio de emendas parlamentares — isto é, dinheiro público — para o Instituto Conhecer Brasil, o ICB, da mesma Karina Gama, produtora do filme. Segundo a PF, foram duas emendas de Frias no valor de R$ 2 milhões. Além de Frias e Pollon, os negócios de Karina teriam recebido também emendas de Bia Kicis, no valor de R$ 150 mil.
A investigação também aponta um círculo de favores: o dinheiro das emendas sai dos cofres públicos, por meio de Frias, para o ICB de Karina; do outro lado, pessoas ligadas a outras empresas de Karina doam para a campanha de Frias em 2022.
A Públicamostrou como Karina tem acesso a gabinetes de ministérios e prefeituras e comanda empreendimentos que prometem uma revolução no empreendedorismo cristão. Dentre os principais apoiadores, está o prefeito de São Paulo, Ricardo Nunes (MDB), que abriu portas para Karina em ao menos três ocasiões, para os muitos negócios da empresária — o ICB, a ANC e o grupo lobista GT Cristão. O ICB tem um contrato de R$ 108 milhões com a Prefeitura de Nunes para a instalação de wi-fi na periferia de São Paulo.
Frias também é próximo do marido de Karine, Wemerson Marinho dos Santos. Os dois participaram de reuniões com Frias enquanto ele era secretário da Cultura de Bolsonaro.
Além do envolvimento financeiro, Frias é o principal idealizador do filme sobre Jair. O embrião já estava na sua gestão na Secretaria de Cultura quando apoiou a criação de heróis nacionais alinhados à pauta bolsonarista para disputar os corações dos jovens — uma ideia que dialoga com o ex-mentor dos Bolsonaro, o falecido Olavo de Carvalho. “Se a gente acredita em armas, a gente precisa criar os heróis. A gente precisa entender que as narrativas, principalmente pra população mais jovem, não são a partir de estatística, coronel, não são a partir de números que a gente vai convencer essa garotada de que nós queremos um Brasil melhor, e sim a partir da cultura”, disse à época.
Como a Públicamostrou com exclusividade, o argumento inicial do filme — e um dos principais — era atacar a imprensa e associá-la a uma suposta conspiração para matar Jair Bolsonaro durante a campanha eleitoral de 2018. O texto criava a figura de uma jornalista com passado comunista, Iara, que representaria o antagonismo da imprensa contra Jair, e que se envolvia numa teoria da conspiração com Adélio Bispo, autor das facadas contra o ex-presidente em 2018.
A Pública também mostrou que Frias se ausentou da Câmara dos Deputados, dizendo que faria uma viagem em missão oficial para “participar de debates sobre implantação de escolas cívico-militares”. No mesmo período, foram realizadas gravações do filme.
Mario Frias (ao centro) no set de Dark Horse
Os escândalos de 2026: o envolvimento não explicado dos filhos de Jair
Todo o escândalo envolvendo o Dark Horse envolve não apenas Frias, mas também ambos os filhos de Jair Bolsonaro.
Flávio, candidato à presidência, apareceu em áudio, revelado pelo Intercept, pedindo R$ 134 milhões a Daniel Vorcaro, ex-dono do Banco Master, para bancar a produção do filme. “Irmão, estou e estarei contigo sempre, não tem meia conversa entre a gente”, disse em mensagem. Inicialmente, ele negou o envolvimento, dizendo “É mentira”. Depois, admitiu, negando qualquer ilegalidade. A apuração mostrou que Vorcaro teria pago R$ 61 milhões entre fevereiro e maio de 2025. Depois, a revista piauí mostrou que os pagamentos foram ainda maiores, com mais R$ 8,2 milhões, e aconteceram após o período que Flávio havia admitido.
Áudio obtido pelo Intercept mostrou Frias agradecendo a Vorcaro pelo apoio ao filme Dark Horse.
Já a ligação com Eduardo aparece em um rascunho de contrato com uma empresa com braços na Hungria e na Holanda, a Freeway Cam B.V., que moveria fundos para o filme, como revelou a Pública. Ele e Karina procuraram a empresa, e Eduardo assumiu o compromisso de financiar a produção mesmo com o risco do filme não sair.
Ele também aparece no escândalo através do fundo Havengate, sediado nos EUA, onde o ex-deputado vive com muitas mordomias. O advogado de imigração Paulo Calixto, próximo de Eduardo, é quem administra o fundo. Ele teria recebido cerca de R$ 69 milhões através do doleiro Antonio Carlos Freixo Júnior, o “Mineiro”, também para o filme de Jair.
Mário Frias no ato de 7 de Setembro na Avenida Paulista, convocado e liderado por Flávio Bolsonaro
A operação de hoje: as acusações contra Frias
A operação desta quinta, 10 de setembro, leva o nome de Make Up, expressão do inglês que remete a algo fabricado e também faz alusão à Go Up, empresa que produz o filme de Jair. Autorizada pelo ministro Flávio Dino — que é relator das investigações envolvendo o desvio de emendas para a produção do filme no STF (Pet 16669) —, a operação acontece em São Paulo, Rio de Janeiro, Ceará e Distrito Federal.
Assim como Frias, Karina também é um dos alvos. São investigados os crimes de peculato, falsidade documental, lavagem de dinheiro, organização criminosa e crimes licitatórios.
A polícia, utilizando informações do Conselho de Controle de Atividades Financeiras (Coaf), aponta envios de Frias no valor de R$ 645,4 mil à Go Up em um período de menos de 60 dias, que seriam incompatíveis com o rendimento do deputado, de cerca de R$ 44 mil mensais. O deputado está impossibilitado de deixar o país por ordem de Dino, mas ainda não há ordens de prisão.
Ao todo, o relatório aponta que a produtora movimentou R$ 19 milhões entre 10 de novembro e 30 de dezembro de 2025. O período de gravação do filme Dark Horse seria praticamente o mesmo, de 20 de outubro a 7 de dezembro de 2025.
As investigações são um desdobramento da ação Compliance Zero, que investiga os desvios no Banco Master e levou à prisão de Vorcaro em 2025. No STF, o ministro André Mendonça é o relator das investigações sobre as fraudes envolvendo o banco. É esse o inquérito que gerou o relatório envolvendo o também ministro Alexandre de Moraes, divulgado na semana passada, e que deu início à crise atual envolvendo o STF. Dino, que é relator do inquérito sobre irregularidades no orçamento de emendas do Congresso, conduz investigações envolvendo a produção do filme Dark Horse por envolverem emendas parlamentares.
Nasceu no Reino Unido, trabalha em Lagos e tem 30 anos. Regressava a casa a pé, quando foi abordado por cinco ou seis jovens, que o agrediram. Corre o risco de ficar cego de uma vista.
José Manuel Oliveira
Um cidadão de 30 anos, nascido no Reino Unido, foi assaltado e violentamente agredido por volta das 04h00 da madrugada do passado domingo, 06 de Setembro, junto ao parque de estacionamento do Anel Verde, em Lagos, quando regressava a casa a pé.
Autores do assalto com agressões são jovens portugueses residentes em Lagos, que lhe roubaram uma carteira contendo documentos e cartões multibanco. Vítima também ficou sem 4.000 euros, na sequência de movimentos bancários efectuados pelos assaltantes.
Trata-se de um crime público, podendo as autoridades policiais e o Ministério Público avançar com investigações mesmo sem queixa da vítima. Moldura penal aponta para um ano a oito anos de prisão.
Segundo apurou o ‘Litoralgarve’, o homem, que trabalha em Lagos, foi abordado por cinco ou seis jovens portugueses, também residentes nesta cidade, os quais começaram a conversar com ele, acabando por ser roubado e espancado em plena via pública. Ficou sem a carteira com documentos e cartões multibanco. Ao que se sabe, também ficou sem 4.000 euros, na sequência de movimentos bancários efectuados pelos assaltantes. Essa quantia pertencia à conta bancária da empresa em que trabalha.
Suspeitos podem estar envolvidos noutras ocorrências no Verão, em Lagos, e com ligação a outros indivíduos que têm provocado desacatos, actuando em gangue. É habitual andarem nas ruas dos bares, no centro da cidade, a pé ou de ‘scooters’ eléctricas.
Os jovens podem estar envolvidos noutras ocorrências no Verão, em Lagos, e com ligação a outros indivíduos que têm provocado desacatos, já noticiados pelo ‘Litoralgarve’, actuando em gangue. É habitual andarem nas ruas dos bares, no centro da cidade, a pé ou de ‘scooters’ eléctricas.
As agressões de que o homem foi alvo são de tal forma graves que o obrigam a estar, agora, a aguardar uma intervenção cirúrgica em Lisboa, para a reconstituição da face. Contudo, corre o risco de ficar cego de uma vista, de acordo com informações recolhidas pelo nosso Jornal. A vítima, que irá apresentar queixa na Esquadra de Lagos da Polícia de Segurança Pública (PSP), conhece “de vista” os autores do assalto e espancamento.
Na mesma madrugada de domingo, houve outro assalto com roubo, também em Lagos, desconhecendo-se, para já, mais pormenores.
O roubo e espancamento àquele indivíduo junto ao parque de estacionamento do Anel Verde, perto da Praça d´Armas e já na Estrada da Ponta da Piedade, é considerado crime público, podendo as autoridades policiais e o Ministério Público proceder à investigação mesmo sem a apresentação de queixa por parte da vítima. Após serem identificados, os suspeitos, em tribunal, incorrem numa moldura penal de um a oito anos de prisão.
Populares alertam ao ‘Litoralgarve’: “Mais uma noite em que não houve reforço de policiamento por parte do Corpo de Intervenção da PSP, sendo notório que a sua ausência neste Verão terá levado a um aumento de violência durante a madrugada.”
Já há pessoas com receio de andar sozinhas na rua durante a noite para regressar a casa ou ir trabalhar
A situação agora ocorrida e que se segue a outros episódios de violência nocturna nesta cidade, como o ‘Litoralgarve’ tem descrito, continua a provocar um sentimento de alarme entre a população, que se sente insegura, queixando-se da falta de policiamento.
“Foi mais uma noite em que não houve reforço de policiamento por parte do Corpo de Intervenção da PSP, sendo notório que a sua ausência neste Verão terá levado a um aumento de violência durante a madrugada”, alertaram, ao nosso Jornal, vários populares. Um deles até acrescentou: “Com o final do Verão, em Setembro, termina a presença de agentes do Corpo de Intervenção da PSP e cada vez mais haverá menos polícias nas ruas durante as noites em Lagos, o que provocará o aumento da insegurança.” Tal situação já contribui para o receio de quem tem de circular a pé na via pública, a fim de regressar a casa, ou para ir trabalhar.
O Parque Verde do Bonito, no Entroncamento, reabre esta quinta-feira, de forma parcial, após mais de sete meses encerrado devido aos estragos provocados pela tempestade Kristin, disse à Lusa o presidente da Câmara Municipal. “A reabertura não será integral. A grande maioria do Parque voltará a estar acessível à população, mas permanecerão interditas algumas zonas onde ainda não estão reunidas…
Agentes da Guarda civil de Salamanca detetaram, durante um controlo de velocidade na zona de Carpio de Azaba, um veículo que circulava a 218 km/h pela A-62, superando em 80 km/h a velocidade máxima permitida, segundo a Guardia Civil.
O condutor, de nacionalidade portuguesa, foi levado para o Destacamento de Trânsito de Ciudad Rodrigo para a instrução das correspondentes diligências por um presumível crime contra a segurança rodoviária.
9 de setembro de 2026 Por: Dino Frazão
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Copas das árvores urbanas permanecem cada vez mais vulneráveis à seca e ao calor; financiamento para a manutenção a longo prazo é frequentemente negligenciado, deixando as florestas urbanas vulneráveis e os orçamentos municipais sob pressão.
A utilização da luz com finalidade terapêutica vem ganhando espaço em diferentes áreas da saúde. Entre essas tecnologias está o ILIB — Intravascular Laser Irradiation of Blood, uma modalidade de fotobiomodulação sistémica investigada principalmente por seus possíveis efeitos sobre inflamação, stress oxidativo, circulação e metabolismo celular.
Embora tenha se tornado bastante popular nos últimos anos, compreender corretamente o que é o ILIB, como ele funciona e quais benefícios já possuem respaldo científico é fundamental para que a técnica seja utilizada de maneira responsável.
O que é ILIB?
O ILIB surgiu originalmente como uma técnica em que uma fibra óptica era inserida por via intravenosa para irradiar diretamente o sangue com laser de baixa potência.
Posteriormente, foram desenvolvidas abordagens não invasivas nas quais a luz é aplicada externamente sobre vasos sanguíneos superficiais, especialmente sobre a artéria radial, localizada na região do punho.
Na literatura científica mais atual, esta última abordagem é denominada fotobiomodulação vascular transcutânea — VPBM (Vascular Photobiomodulation), embora comercialmente ainda seja frequentemente chamada de “ILIB” ou “ILIB modificado”. (PubMed)
A técnica faz parte do conceito de fotobiomodulação (PBM), que utiliza luz em comprimentos de onda específicos e em baixa intensidade para produzir respostas biológicas sem provocar aquecimento ou destruição dos tecidos.
Como a fotobiomodulação age no organismo?
A ação da fotobiomodulação está relacionada principalmente à interação da luz com estruturas celulares capazes de absorver energia luminosa.
Entre os mecanismos propostos está a influência sobre a atividade mitocondrial, especialmente sobre componentes da cadeia respiratória celular. Como consequência, podem ocorrer alterações na produção de ATP — a principal molécula energética utilizada pelas células — e na sinalização celular.
Também são estudadas alterações relacionadas a:
produção de óxido nítrico;
microcirculação;
metabolismo energético;
espécies reativas de oxigénio;
mecanismos antioxidantes;
mediadores da resposta inflamatória.
Uma revisão sistemática publicada em 2024 avaliou estudos sobre ILIB e encontrou alterações em citocinas relacionadas à resposta inflamatória e aumento de óxido nítrico. Entretanto, apenas seis estudos preencheram os critérios da revisão, demonstrando que a evidência disponível ainda é limitada. (PubMed)
O ILIB realmente ajuda a “desinflamar” o organismo?
A expressão “desinflamar o corpo” é bastante utilizada popularmente, porém cientificamente é mais apropriado falar em modulação da resposta inflamatória.
Uma revisão publicada em 2025 analisou oito ensaios clínicos randomizados, envolvendo 340 participantes. Os trabalhos avaliaram diferentes condições clínicas e encontraram resultados relacionados à redução de marcadores como IL-6 e TNF-α, diminuição de marcadores de stress oxidativo, redução de dor e melhoria de alguns indicadores de qualidade de vida. Não foram relatados eventos adversos graves nesses estudos. (PubMed)
Isso não significa, entretanto, que o ILIB funcione como uma espécie de “detox” capaz de neutralizar os efeitos de uma alimentação rica em açúcar, excesso de sal, álcool ou produtos ultraprocessados.
A fotobiomodulação deve ser entendida como terapia complementar. Sono adequado, alimentação equilibrada, atividade física, hidratação e tratamento das alterações metabólicas continuam sendo fundamentais para o controlo da inflamação sistémica.
Principais benefícios estudados
Os estudos disponíveis sugerem que a fotobiomodulação vascular pode estar relacionada a:
Modulação da inflamação Algumas pesquisas demonstramalterações de citocinas pró e anti-inflamatórias.
Redução do stress oxidativo A técnica vem sendo investigada pela capacidade de modular mecanismos envolvidos na produção e neutralização de espécies reativas de oxigénio.
Microcirculação e função vascular O óxido nítrico participa da regulação vascular e alguns estudos sugerem que sua disponibilidade pode ser influenciada pela fotobiomodulação.
Metabolismo e função mitocondrial A PBM é estudada pela capacidade de modificar processos associados à produção de energia celular.
Dor e recuperação tecidual A fotobiomodulação possui aplicações estudadas em diferentes condições relacionadas à dor e reparação de tecidos.
Apesar desses resultados, uma revisão integrativa publicada em 2025, que reuniu 37 trabalhos sobre ILIB e fotobiomodulação vascular, concluiu que as diferenças entre protocolos, parâmetros dos aparelhos e metodologias ainda impedem afirmar categoricamente sua eficácia para todas as aplicações propostas. (PubMed)
Para quem o ILIB pode ser indicado?
A literatura investiga a fotobiomodulação sistémica como terapia complementar em diferentes situações relacionadas a:
processos inflamatórios;
stress oxidativo elevado;
alterações circulatórias;
determinadas condições metabólicas;
condições musculoesqueléticas e dolorosas;
recuperação e reparação tecidual.
A indicação deve sempre considerar a condição individual, os parâmetros do equipamento, a formação do profissional e a legislação que regulamenta a utilização do dispositivo.
É importante reforçar que ILIB ou VPBM não substituem diagnóstico médico, medicamentos prescritos ou tratamentos específicos para doenças sistémicas.
Contraindicações e cuidados
A literatura científica ainda não apresenta uma lista universal e definitiva de contraindicações específicas para ILIB/VPBM. Revisões sobre a técnica apontam justamente a necessidade de estudos mais robustos para definir melhor protocolos, dosimetria, segurança em longo prazo e indicações clínicas. (PubMed)
Por isso, antes da aplicação devem ser avaliados fatores como:
utilização de medicamentos ou substâncias fotossensibilizantes;
doenças ou condições sistémicas relevantes;
alterações hematológicas importantes;
gravidez, devido à limitação de estudos específicos;
condições oncológicas ativas ou em acompanhamento, que exigem avaliação individualizada;
presença de alterações cutâneas no local onde o equipamento será aplicado;
sensibilidade individual e características específicas do equipamento.
A utilização de proteção ocular adequada e o cumprimento dos parâmetros recomendados para cada dispositivo também são fundamentais.
Um consenso internacional publicado em 2025 considera a fotobiomodulação, dentro de parâmetros apropriados, uma modalidade geralmente segura e destaca que a luz vermelha utilizada em PBM não demonstrou induzir dano ao DNA. (PubMed)
Quanto tempo dura uma sessão?
Não existe um tempo universal de aplicação para todas as modalidades e equipamentos.
Entretanto, protocolos de 30 minutos são bastante encontrados em pesquisas queutilizam aplicação transcutânea sobre a artéria radial.
Um estudo com 28 mulheres, por exemplo, utilizou laser vermelho de 660 nm e 100 mW durante 30 minutos sobre a artéria radial. Os pesquisadores identificaram modificações em alguns metabólitos plasmáticos após a aplicação, embora tenham ressaltado que o impacto geral sobre o metaboloma foi pequeno e que novas pesquisas são necessárias. (PubMed Central (PMC))
O tempo, frequência e número total de sessões, entretanto, não devem ser copiados de maneira automática, porque comprimento de onda, potência, energia, área irradiada e objetivo terapêutico interferem diretamente na dose recebida.
Fotobiomodulação é uma terapia dependente de dose.
E QUAL A RELAÇÃO ENTRE ILIB E SAÚDE CAPILAR?
Este é um ponto particularmente interessante para a tricologia.
O folículo piloso é uma estrutura metabolicamente ativa e extremamente sensível às condições do organismo.
Inflamação, stress oxidativo, alterações metabólicas, deficiências nutricionais, alterações hormonais, stress psicológico e algumas doenças sistémicas podem interferir no ciclo capilar.
Nesse contexto, uma terapia capaz de modular determinadas vias inflamatórias e oxidativas pode teoricamente ser interessante como coadjuvante dentro de um protocolo tricológico global.
Entretanto, existe uma diferença científica muito importante:
ILIB/VPBM não é a mesma coisa que aplicar fotobiomodulação diretamente no couro cabeludo.
As evidências atualmente disponíveis para crescimento capilar são muito mais robustas para a fotobiomodulação local do couro cabeludo (LLLT/PBM) do que para ILIB.
Uma revisão sistemática e meta-análise publicada em 2024 avaliou 38 estudos e 3.098 pacientes. Entre os pacientes com alopecia androgenética, a fotobiomodulação de baixa intensidade aplicada diretamente para tratamento capilar produziu aumento significativo da densidade dos fios quando comparada ao placebo. (PubMed)
Outra meta-análise envolvendo 15 estudos e 795 pacientes também encontrou aumento significativo da densidade capilar com fotobiomodulação em indivíduos com alopecia androgenética. (PubMed)
Uma revisão sistemática anterior igualmente demonstrou resultados favoráveis tanto em homens quanto em mulheres com alopecia androgenética. (PubMed)
Portanto, atualmente podemos afirmar que existe evidência clínica razoável para fotobiomodulação aplicada diretamente no couro cabeludo na alopecia androgenética.
Por outro lado, ainda não existem evidências clínicas suficientes para afirmar que o ILIB isoladamente seja capaz de provocar crescimento capilar ou tratar alopecias.
Essa diferenciação é essencial.
Como o ILIB pode ser inserido dentro de um protocolo tricológico?
Em vez de considerá-lo um tratamento isolado contra queda de cabelo, uma abordagem mais coerente é utilizá-lo, quando indicado, como parte de uma estratégia integrativa.
O protocolo pode envolver:
avaliação detalhada do couro cabeludo e dos fios;
tricoscopia;
investigação da provável causa da queda;
fotobiomodulação diretamente no couro cabeludo;
tratamentos específicospara equilíbrio da microbiota e oleosidade;
terapias voltadas à barreira cutânea;
orientação nutricional e médica quando necessária;
e fotobiomodulação sistémica como terapia complementar em pacientes criteriosamente selecionados.
A escolha dependerá do diagnóstico ou da hipótese tricológica.
Eflúvio telógeno, alopecia androgenética, alopecia areata, alterações inflamatórias e doenças cicatriciais são condições completamente diferentes e não devem receber um protocolo único simplesmente porque todas apresentam queda de cabelo.
Luz como aliada, e não como solução isolada
A fotobiomodulação representa uma das áreas mais interessantes da terapêutica contemporânea e possui mecanismos biológicos plausíveis e um corpo científico crescente.
Entretanto, ciência também significa reconhecer os limites da evidência.
Até o momento, estudos sobre ILIB e fotobiomodulação vascular demonstram resultados promissores principalmente em mecanismos associados à inflamação, stress oxidativo e função celular, mas ainda existe grande heterogeneidade de protocolos e necessidade de ensaios clínicos maiores e padronizados.
Na saúde capilar, as evidências são mais consistentes para a aplicação de fotobiomodulação diretamente no couro cabeludo, especialmente na alopecia androgenética.
Por isso, a verdadeira evolução da tricologia não está simplesmente em utilizar mais tecnologias, mas em saber por que, quando e para quem cada tecnologia deve ser utilizada.
A terapia deve estar sempre baseada em avaliação individualizada, conhecimento do ciclo capilar, compreensão das alterações sistémicas e utilização consciente das ferramentas disponíveis.
Referências científicas selecionadas
Díaz L. et al. The clinical efficacy of intravascular laser irradiation of blood (ILIB): A narrative review of randomized controlled trial. Photodiagnosis and Photodynamic Therapy. 2025. PMID: 40324571. (PubMed)
Brassolatti P. et al. Systemic photobiomodulation: an integrative review of evidence for intravascular laser irradiation of blood and vascular photobiomodulation. Lasers in Medical Science. 2025. PMID: 39847118. (PubMed)
Influence of Intravascular Laser Irradiation of Blood (ILIB) on inflammatory cytokines and nitric oxide in vivo: a systematic review. 2024. PMID: 38433159. (PubMed)
Maghfour J. et al. Evidence-based consensus on the clinical application of photobiomodulation. Journal of the American Academy of Dermatology. 2025;93(2):429–443. PMID: 40253006. (PubMed)
Low-Level Laser and LED Therapy in Alopecia: A Systematic Review and Meta-Analysis. Dermatologic Surgery. 2024. PMID: 39404126. (PubMed)
Gupta AK, Bamimore MA. Factors influencing the effect of photobiomodulation in the treatment of androgenetic alopecia: A systematic review and analyses of summary-level data. Dermatologic Therapy. 2020;33(6):e14191. (PubMed)
Coluna de saúde/beleza Fabiana Fukuda tricologista e cabeleireira
O Entroncamento concluiu uma das duas intervenções municipais em habitação apoiadas pelo Plano de Recuperação e Resiliência (PRR) e tinha, em 31 de agosto, a construção de 64 novos fogos com uma execução de 91%, disse hoje o presidente da Câmara. Em declarações à Lusa, Nelson Cunha (Chega) afirmou que a construção dos 64 fogos entre as ruas Coronel Joaquim Estrela Teriaga e das Gouveias atingiu…
Un barchino con otto migranti a bordo avrebbe tentato di raggiungere la riva a forte velocità davanti allo stabilimento El Tiburon Beach, a Santa Margherita di Pula, nel Cagliaritano. L’episodio è avvenuto intorno alle 15 e, secondo quanto riferito da alcuni testimoni, si è concluso con una rapida inversione di rotta dell’imbarcazione dopo la reazione dei bagnanti.
Il conducente, mentre il natante si avvicinava alla battigia, avrebbe poi puntato nuovamente verso il largo dirigendosi a tutta velocità in direzione di Cagliari. La scena ha suscitato preoccupazione tra le persone presenti in spiaggia, anche alla luce del precedente incidente avvenuto a Tuerredda lo scorso 16 agosto, quando una turista era stata travolta da un’imbarcazione con a bordo migranti mentre faceva il bagno. Nell’occasione la donna aveva riportato gravi ferite ed era stata soccorsa dopo aver rischiato di annegare. Per quell’episodio era stato arrestato uno scafista algerino di 28 anni.
“Si è rischiata l’ennesima tragedia sulle coste di Santa Margherita”, denuncia Massimo Vargiu, segretario provinciale del Siulp. “Siamo sconcertati che imbarcazioni a motore riescano ad arrivare fino a riva con il motore acceso. Evidentemente sulle nostre coste non c’è nessun controllo. I cittadini in vacanza o al mare devono sentirsi sicuri e tutelati”.
Secondo i dati citati dal sindacato, nella sola giornata di oggi sono stati registrati una trentina di sbarchi nel Sulcis e nel Sud Sardegna, in particolare nella zona di Porto Pino.
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No dia 11 de agosto, Cláudio Rafael Landeiro, 37, foi linchado nas ruas de Copacabana, no Rio de Janeiro. Ele parou em um estabelecimento comercial com a bicicleta da irmã, quando seguranças particulares e alguns entregadores, que estavam por perto, o acusaram de ter roubado a bicicleta que conduzia. Cláudio foi atacado com socos, chutes e pauladas, não resistiu aos ferimentos e morreu.
O caso expõe uma prática que não é nova no Brasil, mas tem ganhado força nos discursos políticos às vésperas das eleições: o uso da violência como resposta aos problemas de segurança pública. Para discutir o tema, o Pauta Pública recebe o jornalista e pesquisador Bruno Paes Manso, autor de A República das Milícias e A Fé e o Fuzil. Na entrevista a Andrea Dip, ele comenta o caso do ciclista e reflete sobre os discursos que associam violência à produção de ordem.
“Essa ideia de que a violência tem um aspecto pedagógico, que a violência produz ordem, está muito arraigada na crença e no cotidiano do brasileiro, e gera tragédias. A violência, em vez de produzir ordem, produz covardia e desordem.”
Leia os principais pontos da conversa e ouça o podcast completo abaixo.
EP 232
A violência como promessa em ano eleitoral – com Bruno Paes Manso
4 de setembro de 2026
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Jornalista e pesquisador fala sobre o avanço do discurso de violência e seus efeitos no Brasil
O Brasil registrou 227 casos de linchamento em 2025 e nesse ano, até maio, já eram 88 casos. Como você vê o episódio com esse ciclista e como ele se conecta com o que parece ser um crescimento desse “justiçamento”?
Eu acho que faz parte da linguagem das redes sociais hoje, o linchamento. Faz parte desse universo em que você, de repente, identifica um bode expiatório e vai todo mundo contra ele com força e junto, porque é muito covarde. Normalmente o linchamento tem esse componente de covardia.
E, nesse caso, acaba, de alguma maneira, indo para as ruas porque, principalmente no cotidiano das cidades, essa criminalidade ligada ao roubo e furto de celulares é muito presente. Isso acumulando um ranço, um ódio e uma tentativa de controlar o problema. E você começa a ter uma articulação entre pessoas que se oferecem como dispostas a solucionar esse problema.
Parece que foi justamente o que aconteceu neste grupo. Rapidamente eles se articularam e, de alguma maneira, tentaram usar a violência como forma de dar uma lição e a gente vê isso fazer parte da história do Brasil, de uma forma geral.
Essa ideia de que a violência tem um aspecto pedagógico, que a violência produz ordem, está muito arraigada na crença e no cotidiano do brasileiro e gera tragédias. A violência, em vez de produzir ordem, produz covardia e desordem.
Em 2025 aconteceu o massacre da Penha-Alemão, a Operação Contenção, com imagens terríveis de corpos enfileirados nas ruas, mais de 120 mortos. Depois, uma pesquisa da Genial/Quaest saiu dizendo que mais de 67% dos brasileiros aprovavam a operação. Você acha que o Rio tem um componente especial nessa violência? E o que essa aprovação representa?
O Rio tem um aspecto bem próprio da história do crime na cidade e do que isso acabou gerando, porque, em primeiro lugar, você tem o aspecto que a governança criminal está muito ligada ao controle territorial armado dos territórios. Desde a época do jogo do bicho. Mas quando chegou o tráfico de drogas, esse controle territorial armado significava que o mercado da droga era conquistado a partir do controle do bairro vizinho, o que acabava gerando muitos conflitos.
Então, você tem um caldeirão de medo, ressentimento e ódio muito grande. Ao mesmo tempo, nos morros, onde esses grupos controlam e tiranizam os territórios, dependendo do grupo, você tem as incursões da polícia cotidiana. Então, sete da manhã as mães estão indo trabalhar, os filhos estão indo para a escola e começam aqueles tiroteios por causa das operações policiais.
Ao mesmo tempo tem os proibidões, os bailes funk e toda essa cena de droga que de alguma maneira acaba sendo associada ao descontrole, à irracionalidade, ao prazer em excesso e as mães morrem de medo que seus filhos sejam seduzidos por isso e se tornem viciados ou trabalhando para o crime, a tensão é muito grande nesses lugares.
E, por causa disso, uma operação como aquela, que causou 122 mortes, muitas vezes é usada como uma forma de manipular esse medo pelos governantes. Era uma coisa que o Cláudio Castro vinha fazendo quando a candidatura dele estava fragilizada, para atiçar e manipular esses medos, para continuar no poder com suas conexões com o crime e com as facções, enganando a população, porque, mais uma vez, as pessoas acreditam que violência produz ordem e produz efeitos pedagógicos. Então, ele continua apostando na desordem para que as pessoas tenham medo e ele possa manipular esse medo, ganhar dinheiro e poder com a guerra.
Agora, Bruno, existe também um componente racial nessa ideia de quem é o bandido que precisa morrer…
Com certeza. Isso faz parte da nossa história. A gente não consegue entender o que está acontecendo hoje, no fundo, sem pensar nos nossos mais de 500 anos de história. Então, você tem 450 anos de um Brasil rural, 350 anos de escravidão. As pessoas vivem nas cidades de 50 em diante. Até então, viviam num ambiente rural e nos latifúndios com coronelismo muito presente.
Laços de vizinhança e religiosos, muito próprios do ambiente rural, migram para as cidades, começam a despertar o medo das pessoas que vivem nas cidades, que começam a usar a violência policial como forma de tentar produzir algum tipo de ordem. Isso começa a gerar ciclos viciosos, mas sempre com o negro, com o preto e com o pardo, visto como aquele que ameaça, visto como cidadão perigoso, que mora num lugar que tem uma idade específica, que tem um gênero específico.
Então, o homem jovem, morador de periferia, negro, é visto como essa ameaça e a guerra se volta contra eles. Ao mesmo tempo, o aprisionamento passa de 90 mil para 900 mil. Quem vai para as prisões são essas pessoas que vivem nesses bairros considerados perigosos, que são presos em flagrante. E aí, começa uma articulação dentro das prisões voltada para gerir o crime. Mas é uma questão muito focada na raça e focada na nossa história de injustiças, colonização e industrialização – e como é que isso é reinventado nas cidades, como as polícias passam a lidar com isso, como a justiça passa a lidar com isso? E os efeitos colaterais que isso provoca, os ressentimentos, os ódios.
Entregadores de iFood estavam falando que era bom, por exemplo, se pôr em risco ou fazer sacrifícios no seu trabalho, porque isso era ‘ser homem’, era ser ‘macho’. O transbordamento da violência, do punitivismo, do “justiçamento” se relacionam com essa exacerbação de um masculinismo?
Sem dúvida. Como escrevo sobre homicídios, eu acabo sendo um pesquisador de comportamentos relacionados ao gênero masculino, porque 95% dos homicídios são feitos por homens, isso independente da idade, independente da classe, independente do país, independente do tempo na história. Poucos comportamentos são tão vinculados a gênero como a violência. Então, é algo que se faz pensar a respeito das masculinidades.
Eu acho que a gente vive justamente esse momento de crise, de transformações históricas muito profundas, e uma das mudanças mais importantes e mais fundamentais e estruturais tem a ver com o gênero, com o feminismo e com o papel que as mulheres passam a ter na sociedade na cidade.
Depois de mais de 5 mil anos com o homem mandando e controlando e estabelecendo o cotidiano e a estrutura da rua e da casa, de alguma maneira essa mudança da presença das mulheres no dia a dia, no trabalho, na política e tudo mais, causa uma insegurança muito grande, e aí a violência e guerra surgem como o último artifício da masculinidade em crise.
O uso da força é a única forma de você restituir uma autoridade perdida. É uma maneira de você tentar voltar para o passado, ao que era antigamente, você impor sua autoridade e ser obedecido porque você é violento, porque você é mais forte fisicamente. É um ato meio desesperado de uma masculinidade em crise com essa transformação dos tempos.
Hoje em dia, a sensação é que os gêneros nunca estiveram tão descolados, tem uma dificuldade de diálogo e a sensação é, um pouco, que os homens estão indo para um caminho e as mulheres estão indo para outro. Então, esses interregnos são sempre muito complicados. A gente não sabe para onde vai com uma disputa permanente acontecendo.
Quando o economista escocês Adam Smith, conhecido como pai do liberalismo, falou no século 18 sobre “a mão invisível do mercado”, ele previa que ao buscar seu próprio benefício os indivíduos poderiam favorecer o conjunto da sociedade. Mas Smith também advertiu que os comerciantes costumam mancomunar-se e manipular as regras a seu favor e que o Estado deve evitar monopólios e garantir bens públicos. Hoje está claro que, se não fiscalizadas, Big Techs e demais empresas atuam como Smith temia: moldam as leis, cooptam governos e manipulam a opinião pública em benefício próprio.
Diante de avanços legislativos, existe um setor que tem se destacado nas ações de lobby anti-regulação em todo o mundo: as Big Techs, um grupo seleto de companhias bilionárias como Meta (dona do Facebook, WhatsApp e Instagram), Alphabet (dona do Google), Amazon, Microsoft e Apple – conhecida como as “Big Five” – e outras, como a chinesa ByteDance (dona do TikTok), a gigante argentina Mercado Livre, e novos players da corrida pela inteligência artificial, como a OpenAI.
Juntas, as gigantes da tecnologia têm um impacto maior em todos os aspectos da vida das pessoas do que muitos governos. No entanto, diferentemente dos governos, cujo objetivo é servir ao público e que têm de responder a ele, as Big Techs têm como objetivo maximizar lucros e prestar contas a seus acionistas.
Há poucos dados sobre como elas agem para influenciar legislações. Hoje, as Big Techs são o setor que mais gasta em lobby na União Europeia, onde são obrigadas a declarar seus investimentos. Em 2024, o setor gastou 67 milhões de euros, um aumento de 57% desde 2020. Nos Estados Unidos – onde também são forçadas a publicizar seu gasto em lobby, elas gastaram 61 milhões de dólares no mesmo ano, um aumento de 13% em comparação com 2023. Para abrir portas com a administração Trump, empresas como Amazon, Meta, Google e Microsoft doaram 1 milhão de dólares cada para o comitê da cerimônia de posse, e os CEOs se enfileiraram durante o evento.
Pela primeira vez, uma investigação colaborativa e transfronteiriça conseguiu identificar quase 3 mil ações de lobby das Big Techs realizadas em parlamentos e governos de todo o mundo, que podem ser acessadas nesta base de dados interativa. Também registramos processos judiciais e projetos de lei envolvendo as regras do jogo na indústria de tecnologia.
Conheça aqui as táticas de lobby identificadas neste projeto e a nota metodológica.
Tornar visíveis a “mão invisível” das Big Techs é uma tarefa que as organizações participantes deste projeto consideram urgente. Por isso, todas realizam um disclaimer coletivo sobre financiamentos recebidos de empresas tecnológicas atualmente ou no passado. Veja aqui a lista completa.
Depois do lançamento, a RSF publicou um comunicado sobre as revelações:
“Essa investigação inédita, conduzida com ajuda da RSF, mostra a enorme influência que as grandes corporações de tecnologia exercem sobre decisões estratégicas que afetam diretamente o futuro do jornalismo, seja por meio de lobbies contra legislações democráticas ou de esforços para evitar uma remuneração justa pelo conteúdo jornalístico. O projeto confirma a necessidade de enfrentar o desequilíbrio de poder que favorece as grandes plataformas online em detrimento da saúde das sociedades democráticas. Se legisladores cederem ao lobby das big techs, o futuro do jornalismo estará ameaçado — assim como o direito dos cidadãos a acessar informação confiável.
Artur Romeu, Diretor da RSF América Latina
Mas como as Big Techs operam no resto do mundo?
As grandes empresas de tecnologia têm mais dinheiro do que muitos países. Segundo seu relatório financeiro, a Alphabet, dona do Google, teve uma receita de 350 bilhões de dólares em 2024, quase o equivalente ao PIB do Chile, três vezes o do Equador e dez vezes o de El Salvador. A Meta teve uma receita de 164 bilhões de dólares em 2024, mais de três vezes a produção econômica do Paraguai. A receita da Amazon no ano passado foi de quase 638 bilhões de dólares, um valor equivalente ao PIB da Argentina e um terço do PIB brasileiro.
Seu poder de barganha é maior em países menos desenvolvidos, e as Big Techs sabem usá-lo. Em alguns países – como é o caso da maioria dos países da América Latina e do Sul Global, inclusive o Brasil – o lobby não é regulamentado, e, portanto, é ainda mais difícil registrar ações de lobby e mensurar em que medida elas afetam as regulações aprovadas no Congresso.
Mas essas mãos que moldam as sociedades não devem continuar agindo nas sombras. Esse trabalho é feito por profissionais bem pagos que fazem parte de operações complexas, chamados internamente de “relações governamentais”, ou “assuntos públicos”. Estes departamentos, por sua vez, contratam terceiros para atuar em seu nome, como escritórios de advocacia ou associações empresariais. Essas operações investem em maneiras de construir e manter relacionamentos com autoridades, distribuindo benesses; promovem reuniões privadas, happy hours e jantares após o expediente; e forjam alianças com base no acesso às suas tecnologias.
Para a Organização para a Cooperação e Desenvolvimento Econômico (OCDE), lobby e atividades de influência são “ações realizadas diretamente ou por meio de qualquer outra pessoa física ou jurídica, dirigidas a funcionários públicos no exercício do processo de tomada de decisão, às suas partes interessadas, à mídia ou a um público mais amplo, e que visam promover os interesses dos agentes de lobby e influência com referência aos processos de decisão pública e processos eleitorais”.
Estratégias de lobby frequentemente extrapolam o relacionamento com agentes públicos e podem incluir campanhas de manipulação da opinião pública, da imprensa, financiamento para institutos e até para a produção de conhecimento científico.
Sarah Wynn-Williams, ex-executiva do Facebook, descreve em seu livro, “Careless People”, como seus chefes na empresa de tecnologia, surpresos com seu próprio poder e ingênuos, começaram a negociar com os governos do mundo e, movidos apenas pelo lucro, acabaram “crescendo rápido e infringindo leis”. A autora estava parafraseando com ironia o slogan de Mark Zuckerberg, fundador e controlador da Meta: “Movam-se rápido e quebrem as coisas”.
Para documentar como funcionam essas operações de lobby, o projeto A Mão Invisível das Big Techs vai publicar três séries de reportagens que descortinam como estas corporações têm buscado moldar leis e regulações, atuado judicialmente contra governos e realizado operações de influência para evitar regulações que buscam mitigar seus impactos negativos sobre a sociedades e sobre a política; como têm influenciado o debate sobre a informação pública; e qual é o impacto ambiental dos datacenters.
A China anunciou a intenção de enviar taikonautas à Lua antes de 2030. Os Estados Unidos fizeram saber que os seus astronautas estariam «lá para os receber». O desenvolvimento de um setor espacial chinês competitivo é visto por Washington como uma ameaça existencial. No entanto, o seu crescimento não foi, de forma alguma, um caminho fácil. No dia 3 de dezembro de 2025, a sala de controlo do centro de lançamento espacial de Jiuquan, no deserto de Gobi, é sacudida por uma salva de palmas. (…)
O governo alemão, considerado extremamente sovina, está a inundar a sua economia vacilante com centenas de milhares de milhões de euros. A defesa é a beneficiária deste estímulo invulgar. Mas este relançamento da economia pelas armas poderá erodir as condições geopolíticas que favoreceram os sucessos industriais renanos. No passado dia 10 de junho, enquanto inaugurava o Salão Internacional da Aeronáutica (ILA) em Berlim, o chanceler alemão Friedrich Merz teve um momento de desorientação. (…)
NA MOTAUma reportagem do South China Morning Post mergulha no encontro anual do RXZ Members, um clube malaio que reúne os aficionados por uma mota, apesar de esta ser relativamente banal (10 de agosto). A Yamaha RX-Z, uma mota de dois tempos com 135 centímetros cúbicos, tornou-se muito comum na Malásia logo após o seu lançamento na década de 1980, antes de a sua produção ter cessado por volta de 2011. Desde então, a sua raridade fez disparar os preços, com os proprietários a gastarem (…)