16h. Trump anuncia "cessar-fogo energético"








© YAHYA ARHAB/EPA
di Francesco Santoianni
Per decenni l'America ha venduto sé stessa con i cowboy, i marines e Top Gun. La Cina, nel 2026, ci prova con il video di una marcia in un’autentica festa popolare e il rifacimento di una canzone scritta nel 1991. Dopo tre miliardi di visualizzazioni in due mesi, la domanda è legittima: chi ha capito meglio come si conquista il pubblico? Certo, questo è anche soft power prodotto dal governo cinese (qui sotto una documentazione a riguardo), ma resta però il dato di fondo. Un Paese che ha scelto di farsi conoscere con una marcia di festa, un ponte sotto la pioggia e la gente che balla ha capito una cosa che a Washington sembrano aver dimenticato: si convince di più con un invito a ballare che con una portaerei.
P.S. Qui di seguito una saccente documentazione sul video (ovviamente, suggeritami da A.I.):
La festa: i pali, la spirale e la spada
Il Munao Zongge (????) è la festa più importante dei Jingpo, una piccola minoranza che vive nella prefettura di Dehong, nello Yunnan, al confine con il Myanmar. Il nome significa più o meno "riunirsi per cantare e danzare". Si celebra ogni anno il quindicesimo giorno del primo mese lunare, e dal 2006 è nella prima lista nazionale cinese del patrimonio culturale immateriale, come ricorda Xinhua.
Il cuore della festa è una danza collettiva intorno a pali cerimoniali alti fino a una ventina di metri, dipinti a spirali colorate. Migliaia di persone seguono per ore i capi danza in un percorso di anse e spirali. Gli uomini ballano con la spada tradizionale in mano: è da qui che viene la "danza della spada" diventata virale.
Un particolare spesso dimenticato: i Jingpo cinesi sono lo stesso popolo che in Myanmar si chiama Kachin, o Jinghpaw, e che in India e in Thailandia celebra la stessa festa con il nome di Manau.
Tre miliardi di ascolti, zero carri armati
La melodia viene dalla "Marcia del Munao Zongge", composta nel 1991 dal musicista jingpo Shi Legan e suonata ogni anno durante la festa. Nel 2026 l'ha riarrangiata Zhen Zhen, musicista pechinese nato negli anni Ottanta, che pubblica con lo pseudonimo "Banxia Shuiyu" e vive a Dali. Secondo China News Service, già a maggio la canzone aveva superato i 3 miliardi di ascolti. Zhen Zhen ha raccontato di averla composta prima ancora di aver visto Dehong, e di aver evitato di proposito l'effetto "tormentone demenziale".
Poi è arrivata la danza. A maggio Yuan Zhiping, primo ballerino del Teatro di canto e danza della provincia dello Yunnan, ha pubblicato con alcuni colleghi una breve coreografia con le spade. A fine luglio l'ha rigirata sul ponte galleggiante Danxia, sul lago Dianchi a Kunming: abiti occidentali, borsa tradizionale jingpo a tracolla, spade di scena. Il video è finito tra gli argomenti più seguiti dei social cinesi, come ha raccontato Xinhua il 29 luglio. Da lì in poi, imitazioni, rifacimenti e versioni amatoriali in tutto il Paese, e i reel che oggi arrivano anche sui nostri telefoni.
Spontaneo o regia? Tutti e due
Chi immagina un funzionario del Partito che ordina "fate ballare il mondo" resta deluso. Le fonti cinesi stesse descrivono una staffetta in tre tempi, ricostruita dal quotidiano Yangtse Evening Post il 29 luglio. Nel 1991 il compositore jingpo Shi Legan scrive la marcia. A febbraio 2026 Zhen Zhen, ottenuti i diritti, la rielabora con l'intelligenza artificiale, aggiunge elettronica e la fa cantare a una voce sintetica. A luglio il Teatro di canto e danza dello Yunnan, ente pubblico, ne fa una coreografia con le spade per la cerimonia di chiusura del primo campionato calcistico provinciale. A quel punto il conto aveva superato i 4 miliardi di riproduzioni e la canzone era arrivata fino in Africa.
Lo Stato, dunque, non ha inventato il fenomeno. Lo ha riconosciuto e cavalcato. Xinhua e China News Service lo hanno raccontato a più riprese. Il ballerino che lo ha reso iconico è un artista di un teatro statale. E le feste etniche dello Yunnan sono esplicitamente incluse nella strategia turistica nazionale: un servizio Xinhua di aprile 2026 le collega alle misure del Consiglio di Stato del 2025 e al rapporto di lavoro del governo 2026 sul turismo culturale.
È questa la parte "intelligente": un soft power che non produce il contenuto, ma sa riconoscere ciò che funziona dal basso e dargli megafono, palcoscenico e cornice.
Come funziona il soft power cinese
Il concetto di "soft power" lo ha coniato negli anni Novanta l'americano Joseph Nye: la capacità di ottenere ciò che si vuole attraendo, invece che costringendo. Pechino lo ha adottato ufficialmente nel 2007, quando Hu Jintao lo inserì nel rapporto al XVII Congresso del Partito. Con Xi Jinping, dal 2013, la parola d'ordine è diventata "raccontare bene la storia della Cina". Gli strumenti principali:
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Strumento |
Come funziona |
Esempio |
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Media internazionali |
Testate statali in decine di lingue |
Xinhua, CGTN, China Radio International, riunite dal 2018 nel China Media Group |
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Lingua e cultura |
Corsi di cinese e attività culturali nelle università straniere |
Istituti Confucio, dal 2004; dal 2020 affidati a una fondazione dopo le polemiche in Occidente |
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Turismo e visti |
Ingresso senza visto per soggiorni brevi |
Italiani senza visto per 30 giorni dal 1° dicembre 2023, regime prorogato fino al 31 dicembre 2026 |
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Economia e infrastrutture |
Investimenti e prestiti all'estero |
Nuova Via della Seta, citata da Brand Finance tra i motori dell'immagine cinese |
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Piattaforme e intrattenimento |
App, cinema, videogiochi, cultura pop |
TikTok/Douyin, il film d'animazione Ne Zha 2, il videogioco Black Myth: Wukong |
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Patrimonio e feste |
Valorizzazione di tradizioni locali e minoranze |
Il Munao Zongge, la festa dell'acqua dei Dai, la festa delle torce degli Yi |
I risultati si misurano. Nel Global Soft Power Index 2026 di Brand Finance, costruito su oltre 150.000 interviste in più di 100 Paesi e presentato a Davos il 20 gennaio, la Cina è seconda dietro agli Stati Uniti. È l'unico Paese dei primi dieci il cui punteggio sia salito, mentre gli Usa hanno registrato il calo più forte fra tutti i 193 Paesi.
Curiosità

di Francesco Santoianni
Tutti a sinistra ad applaudire l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Navi Pillay, invisa a Trump. Nessuno che si ricordi del ruolo della Pillay nella guerra alla Siria quando, tanto per dirne una, accusava Bashar al Assad per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, senza spendere una sola parola su quelli commessi dai sedicenti “ribelli siriani”; stesso atteggiamento contro Geddafi, contro Maduro, contro Putin (per il quale faceva sue la bufala delle migliaia di bambini ucraini che aveva fatto rapire)…
E per i crimini commessi dall’Occidente? Con l’eccezione di quelli commessi da Israele, mai una parola contro governi o statisti ma solo una qualche richiesta di “indagini indipendenti” per singoli casi commessi, presumibilmente, da militari.
Due pesi due misure?

A Universidade do Minho (UMinho) apelou à diplomacia portuguesa para que o cirurgião ortopédico Mahmoud Abushehada, admitido no mestrado de Biomedicina, possa sair da Faixa de Gaza.
A informação é hoje avançada pelo jornal Público (acesso restrito), dando conta que Mahmoud Abushehada foi admitido com uma média de 17,5 valores, mas continua à espera de apoio do Governo português para conseguir sair de Gaza.
“Apelamos vivamente a que sejam encontradas, com a maior brevidade possível, as soluções necessárias para que este colega possa dar continuidade à sua formação científica”, apelou a UMinho numa carta de apoio institucional pela direção do mestrado ao escritório de representação de Portugal em Ramallah, enviada em 01 de setembro.
De acordo com a mesma fonte, o Governo tem conhecimento do caso pelo menos desde julho, quando o PCP questionou o executivo. “Sem um processo de pedido de visto ativo ou uma carta oficial de apoio do Ministério dos Negócios Estrangeiros de Portugal (MNE) ou da embaixada, é impossível garantir a coordenação fronteiriça necessária para que Mahmoud Abushehada possa sair de Gaza”, destacava o PCP.
“O escritório em Ramallah fechou completamente a este cidadão, alegando que os serviços de vistos não estão disponíveis para os residentes de Gaza, deixando-o num impasse burocrático”, acrescenta.
O Governo respondeu às questões no dia 06 de agosto, explicando que “um pedido de visto, incluindo para efeitos de frequência do ensino superior, deve ser, obrigatoriamente, apresentado presencialmente junto de um Posto Consular habilitado para o efeito, cumprindo o requisito da confirmação da identidade do requerente”.
“A apresentação de um pedido de visto está, ainda, sujeita à entrega de toda a documentação instrutória exigida pela legislação em vigor. A emissão de vistos para nacionais palestinianos residentes na Faixa de Gaza enfrenta constrangimentos significativos, decorrentes das restrições de mobilidade impostas e do encerramento, por motivos de segurança, do Centro de Pedidos de Visto da VFS Global em Gaza”, acrescenta o Ministério dos Negócios Estrangeiros, liderado por Paulo Rangel.
“Atendendo aos desafios referidos, o Estado Português permite que estudantes admitidos em instituições de ensino superior portuguesas e em território nacional possam apresentar os pedidos de visto no Escritório de Representação de Portugal em Ramallah ou, em alternativa, na Embaixada de Portugal no Cairo”, pode ler-se. No entanto, a deslocação aos postos consulares é da “responsabilidade do requerente, estando, por isso, sujeita ao deferimento das autoridades que exercem o controlo fronteiriço”.
Segundo o Público, um familiar do médico, que vive em Portugal desde 2000, já contactou a Direção-Geral dos Assuntos Consulares e das Comunidades Portuguesas (DGACCP), explicando que “não existem ‘meios próprios’ de saída autónoma da Faixa de Gaza”.
A DGACCP respondeu que não tem “competências, nem instruções” para “promover ou coordenar” questões ligadas à saída de cidadãos de Gaza.
Ao mesmo jornal diário, o gabinete de Paulo Rangel disse que “o MNE procurou flexibilizar as opções de acesso a um posto consular na região, salvaguardando as exigências legais aplicáveis”, mas salientou que as saídas de Gaza “competem exclusivamente às autoridades israelitas”. Para além disso, “não existe na legislação nacional um ‘visto humanitário’.”
Ao Público a Universidade do Minho confirmou que a vaga de Mahmoud Abushehada está garantida.
O conteúdo Cirurgião admitido na UMinho pede apoio a Portugal para sair de Gaza aparece primeiro em O MINHO.
Con il decreto 147 il governo interviene sull’autonomia tributaria regionale, per limitarla drasticamente, mettendo a rischio alcuni servizi essenziali. Senza margini di manovra sui tributi locali, non ci può essere effettiva responsabilizzazione fiscale.
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Compra de votos, chantagem, criação de dossiê e até a morte. 25 anos depois dos ataques contra os EUA por parte de terroristas, a constatação de observadores internacionais é de que não foram apenas as Torres Gêmeas que desabaram. Naquele dia 11 de setembro de 2001, ainda que ninguém ousasse saber o destino do mundo, inaugurou-se um novo período de ingerência dos EUA na diplomacia internacional.
Atacado em seu próprio território, o governo norte-americano se deu o direito de invadir, destituir, sequestrar e desmontar qualquer instituição que pudesse significar uma ameaça aos seus interesses.
Gestos que até hoje ecoam pelo mundo e que transformaram para sempre regiões inteiras do planeta e abalaram a soberania de países.
A década de 1990 havia sido de esperança. A ONU voltava a funcionar e o Conselho de Segurança era convocado a agir, finalmente. Mas o que parecia ser a exuberância do sistema multilateral escondia, na realidade, um fervor por parte dos EUA de manter um mundo à sua imagem e semelhança. E com a Casa Branca como o polo da hegemonia global.
Mas bastou um teste para que a máscara da cooperação internacional fosse retirada. Os EUA nunca estiveram dispostos a dividir o poder e, machucado em seu orgulho a partir de 2001, iniciaram uma ofensiva para fazer valer sua visão de mundo e suas ambições.
O Iraque passou a entrar no radar e, com ele, o argumento espúrio das armas químicas. Derrubar o ditador Saddam Hussein era uma questão de honra, e de petróleo. Mas o argumento era frágil e logo uma das agências internacionais – a Organização para a Proibição de Armas Químicas (Opaq) – alertou que poderia fazer a vistoria da suposta existência dessas armas.
Washington não gostou nada da ideia. Afinal, se houvesse um caminho diplomático, o principal argumento para a guerra estaria enterrado. George W. Bush decidiu que era hora de calar a Opaq e seu diretor, o brasileiro José Maurício Bustani.
Lembro-me de desembarcar em Haia em abril de 2002, sede da entidade, e encontrar uma instituição no epicentro de um conflito de enormes proporções.
Bustani, que estava no comando da Opaq desde 1997 e tinha sido reeleito por unanimidade, insistia que sua instituição tinha informações de que as armas químicas do Iraque haviam sido destruídas após a Guerra do Golfo de 1991. Além disso, a entidade dizia que o Iraque “não tinha capacidade” para repor os estoques graças às sanções sob as quais tinha sido submetido por uma década.
Ele precisaria cair e mensagens chegaram até o brasileiro, sugerindo que ele deixasse o cargo, sem alarde. Seria hipocritamente aplaudido se renunciasse. Ele não aceitou. John Bolton, que comandava parte do esforço diplomático de Bush e que tinha em sua mesa uma granada, orquestrou, assim, uma campanha contra o brasileiro. Seu argumento para derrubá-lo: “má-gestão”.

Em sua sala em Haia, atrás de um quadro, foi descoberto um sistema de escutas. Bustani sabia que seu destino estaria vinculado com uma guerra muito mais ampla que sua dimensão como diplomata.
No dia 21 de abril de 2002, a pedido dos EUA, foi realizada uma reunião especial da Opaq para votar seu afastamento. Nas semanas anteriores ao encontro, países que estavam com sua anuidade atrasada na instituição fizeram os pagamentos para poder ter direito ao voto. Alguns chegaram com dinheiro vivo, despertando a desconfiança de que a Casa Branca estaria pagando pelos votos.
Ao final de um rápido encontro, 48 países se manifestaram a favor de seu afastamento, com sete contra e 43 abstenções. Anos depois, nos tribunais da OIT, Bustani seria recompensado por uma decisão que determinou que seu afastamento havia ocorrido sem justificativa. Mas, para os EUA, isso pouco importava. A estátua de Saddam já estava derrubada e o sequestro de um organismo internacional era realidade.
Não demorou para que um segundo abalo transformasse a ONU. Preocupada com o destino do Oriente Médio depois da queda de Bagdá, a entidade aceitou o papel de reconstruir o Iraque. Bush tinha chamado ao Salão Oval o brasileiro Sérgio Vieira de Mello, uma espécie de bombeiro das Nações Unidas para as crises mais impossíveis.
A Casa Branca o queria no comando do escritório da entidade no Iraque, inclusive para dar legitimidade à nova etapa. Tanto o diplomata brasileiro quanto o secretário-geral Kofi Annan hesitaram em assumir o papel. Mas, sob pressão do maior doador do sistema internacional, cederam.
O brasileiro seria, então, enviado ao front em 2003, como representante oficial do Secretário-geral das Nações Unidas no Iraque. Mas insistia que não via a ONU como parte das “potências ocupantes”. Numa entrevista concedida a este repórter no dia 17 de agosto daquele ano, Vieira de Mello afirmava que não estava com medo e que a instituição era vista como uma aliada dos iraquianos. Criticou os EUA e admitiu que a população local estava sendo humilhada. “Imagine como nós, brasileiros, nos sentiríamos com tanques estrangeiros em Copacabana”, disse.
Dois dias depois, em 19 de agosto de 2003, uma bomba colocada num caminhão no muro do escritório da ONU em Bagdá tiraria a vida do brasileiro e de mais 20 pessoas.
Sob os escombros estava o fim de uma utopia.

O alvo não era mais apenas os EUA, mas todos aqueles que pudessem ser vistos como cúmplices. A ONU vivia o fim de sua era da inocência com uma explosão que ainda reverbera pelos corredores da entidade.
Ao não conseguir evitar a guerra no Iraque e diante da morte de seus funcionários e de um de seus melhores amigos, Annan declarou em setembro de 2004 que a ofensiva norte-americana era “ilegal”.
O comentário foi considerado como uma afronta em Washington e, imediatamente, a Casa Branca iniciou um processo para também silenciar o chefe das Nações Unidas. Para isso, retirou das gavetas da CIA um dossiê que revelava corrupção em programas da ONU e que envolvia até mesmo o filho de Annan. Paralisado, o secretário-geral apenas teve de assistir o desmonte do direito internacional e a marginalização de sua própria instituição.
Annan ficou tão abalado pela crise que mergulhou em uma depressão. Ficou sem voz, literalmente. Começou a faltar a reuniões importantes e deu fortes sinais de que pretendia abandonar o cargo de maior liderança da diplomacia mundial. Afônico por motivos emocionais, um dos poucos homens que poderia frear o desmonte das leis internacionais havia sido silenciado.
A crise de credibilidade que a ONU enfrenta hoje é a mais séria em seus mais de 80 anos. Mas foi, a partir de 11 de setembro de 2001 que começou a ruir o sonho de um organismo internacional capaz de manter a paz no mundo.

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A cura di Margherita Furlan
Con la collaborazione di Jeff Hoffman
Editing di Davide Marletta e di Simone Orletti
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