Jornalista português acusa Israel de "limpeza étnica"

© JOÃO PORFÍRIO/OBSERVADOR

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A Universidade Europeia e a Fundação Joaquim Chissano assinaram, esta segunda-feira, 12 de outubro, um protocolo de colaboração que prevê a atribuição de bolsas de estudo anuais a estudantes moçambicanos, com o objetivo de promover o acesso ao ensino superior e reforçar a cooperação académica entre Portugal e Moçambique. A cerimónia, que decorreu no Oriente […]
Diversi dirigenti di alto livello del settore energetico sono stati esclusi dal programma del World Petroleum Council (WPC) Energy Congress, in corso a Riyadh dal 11 al 15 ottobre. Il Regno Saudita ha insistito per svolgere la conferenza nonostante le minacce alla capitale da parte delle Forze Armate Yemenite (YAF), guidate da Ansarallah.
Inizialmente era prevista la partecipazione dei vertici di ExxonMobil, TotalEnergies, Shell, Chevron e BP, ma lunedì i loro nomi non figuravano più nell'agenda ufficiale diffusa dagli organizzatori.
"A tutti coloro che sono venuti a Riyadh, va il nostro ringraziamento", ha dichiarato il ministro dell'Energia saudita, Abdulaziz bin Salman, nel suo discorso di apertura. "Sapete che questo Paese è sicuro e che la vostra protezione ci sta a cuore… Il fatto che ci troviamo qui non significa però che il rischio sia scomparso". Il ministro ha definito "gravi" le operazioni degli yemeniti contro il Regno, sottolineando che meritano una risposta "altrettanto seria".
L'evento, originariamente programmato per aprile, era stato rinviato a causa dell'escalation militare di febbraio che ha coinvolto Stati Uniti, Israele e Iran.
"Purtroppo, a causa delle difficoltà di viaggio, non possiamo essere presenti di persona. Apprezziamo enormemente le nostre consolidate collaborazioni nella regione", ha dichiarato un portavoce di BP a Reuters, aggiungendo che l'azienda ha fatto "ogni sforzo per partecipare". Shell ha rifiutato di rilasciare commenti, mentre TotalEnergies, ExxonMobil e Chevron non hanno risposto nell'immediato.
Tensione a Riyadh e impatto sui mercati
Il congresso si tiene a soli 10 chilometri dall'aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh, colpito durante il fine settimana dalle forze yemenite in un attacco che ha causato 12 vittime. La sospensione dei voli nello scalo è stata prorogata fino a lunedì. Nonostante i ripetuti avvertimenti lanciati nei giorni scorsi da Sana'a, le autorità saudite hanno insistito per mantenere operative le strutture aeroportuali. Anche l'aeroporto di Abha e diversi impianti chiave di Aramco, comprese alcune raffinerie, sono stati ripetutamente presi di mira.
Intervenendo alla conferenza, l'amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser, ha lanciato un allarme globale: la pressione sul mercato dell'energia è destinata a peggiorare finché lo Stretto di Hormuz non sarà completamente riaperto dall'Iran. "A livello globale, la tensione sul petrolio greggio è seria", ha affermato, spiegando che l'impennata dei prezzi dei carburanti raffinati sta aggravando il quadro. Nasser ha aggiunto che le scorte offshore si trovano "ben al di sotto" dei 6 milioni di barili, stimando che potrebbero volerci fino a due anni per ricostituirle garantendo al contempo il soddisfacimento della domanda.
Nel frattempo, lunedì i prezzi del greggio hanno toccato i massimi delle ultime due settimane: il Brent è salito dell'1,25% arrivando a 106 dollari al barile, mentre il WTI statunitense è stato scambiato a 92 dollari al barile, sui livelli più alti dal 29 settembre.
Crisi economica e scontri sul campo
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal (WSJ), Riyadh ha subito ingenti danni a causa del conflitto con lo Yemen e delle successive attacchi di rappresaglia da parte di Sana'a. Questa situazione ha ampliato il deficit di bilancio saudita, spingendo l'economia del Regno verso la contrazione.
In Yemen continuano intanto violenti scontri tra le forze guidate da Ansarallah e i gruppi filogovernativi, con l'obiettivo di espellere la coalizione a guida saudita dal Paese. A settembre, le YAF hanno preso il controllo di Bab al-Mandab, di gran parte della costa occidentale yemenita e di diverse isole nel Mar Rosso, e stanno ora avanzando verso la città di Taiz.
L'ampia campagna di attacchi contro l'Arabia Saudita è la risposta all'escalation del conflitto avviata a luglio. Negli ultimi giorni si sono intensificati anche i bombardamenti sauditi sullo Yemen, provocando numerose vittime civili.
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Israele ha introdotto nuove restrizioni di sicurezza che vietano a piloti e assistenti di volo stranieri con cittadinanza di Paesi privi di relazioni diplomatiche con Tel Aviv di prestare servizio sui voli diretti nel proprio spazio aereo. A darne notizia è il quotidiano Haaretz.
La decisione giunge in seguito al presunto tentativo di dirottamento di un volo FlyDubai diretto a Tel Aviv, che avrebbe visto protagonista un copilota omanita. In risposta all'evento, il Centro operativo per la sicurezza aerea del Ministero dei Trasporti israeliano ha emesso una serie di direttive aggiornate.
Secondo quanto riportato dall'emittente pubblica israeliana KAN, il divieto si applica anche ai professionisti in possesso di doppia cittadinanza, precludendo di fatto l'accesso ai cieli israeliani al personale di volo proveniente dalla maggior parte dei Paesi a maggioranza musulmana.
Le nuove linee guida interesseranno piloti e assistenti di volo di 31 Paesi, tra cui Arabia Saudita, Iran, Malesia, Venezuela, Pakistan e Oman. Secondo le prime ricostruzioni, United Airlines e Air France si sarebbero già adeguate alle norme informando i propri dipendenti. L'applicazione di tali restrizioni da parte di Air France potrebbe tuttavia esporre la compagnia a contenziosi legali in Francia, dove molti cittadini hanno la doppia cittadinanza algerina o tunisina (due Paesi che non mantengono rapporti diplomatici con Israele).
Nel frattempo, l'emittente Canale 13 ha riferito che almeno una compagnia aerea israeliana ha avviato verifiche sui precedenti penali e personali di circa 2.500 dipendenti del settore aeronautico locale.
L'incidente FlyDubai e le incongruenze nella ricostruzione
Secondo le versioni ufficiali di Israele ed Emirati Arabi Uniti, il copilota omanita Hammam al-Hammami avrebbe tentato un attacco terroristico a bordo del volo FlyDubai 1073, cercando di far schiantare l'aeromobile per uccidere i passeggeri israeliani. I funzionari emiratini hanno riferito che al-Hammami avrebbe aggredito il comandante con un'ascia d'emergenza nel tentativo di prendere il controllo dei comandi.
Diversi elementi della ricostruzione presentano tuttavia forti incongruenze, portando diversi osservatori a ipotizzare una narrazione di propaganda.
Un passeggero israeliano di 50 anni, Yaniv Hayun, titolare di un'azienda idraulica senza alcuna esperienza di volo, ha raccontato di essere intervenuto nella cabina di pilotaggio, di aver bloccato l'aggressore e di aver stabilizzato l'aereo mentre questo precipitava per 20.000 piedi. Hayun ha affermato di essere riuscito a far uscire l'aereo dalla picchiata rimettendolo in assetto grazie alle nozioni apprese guardando un programma televisivo sugli incidenti aerei.
La versione ha sollevato forti perplessità tra gli esperti. Un pilota intervistato dalla CNN ha espresso seri dubbi sulla fattibilità della manovra descritta: "I dati riportati non hanno alcun senso dal punto di vista della fisica aeronautica: un'escursione di quota così rapida e violenta avrebbe causato la disintegrazione strutturale dell'aereo". Inoltre, nei filmati girati a bordo durante la presunta caduta libera, si vedono i passeggeri camminare e stare in piedi nel corridoio per osservare cosa stesse accadendo verso la cabina di pilotaggio.
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© DEBBIE HILL / POOL/EPA
Mentre l'Unione Europea sprofonda in una crisi energetica sempre più grave, i suoi leader hanno trovato il tempo e la voglia di scagliarsi contro l'accordo siglato il 9 ottobre tra Donald Trump e Vladimir Putin per le forniture di diesel russo agli Stati Uniti. Un'intesa che prevede l'esportazione immediata di oltre 300.000 tonnellate di diesel verso il mercato USA, con la sospensione temporanea delle sanzioni statunitensi sul carburante russo fino all'aprile 2027 e la conseguente rimozione delle restrizioni russe all'esportazione. Numeri che fanno impallidire l'Europa, la quale continua a comprare energia russa nonostante le sanzioni e le dichiarazioni di facciata.
La reazione europea non si è fatta attendere. Kaja Kallas, capo della diplomazia Ue, ha tuonato che non è il momento di allentare la pressione su Mosca. Il primo ministro finlandese Petteri Orpo ha parlato di una delusione tremenda, accusando Washington di finanziare la Russia. Berlino, per voce del portavoce del cancelliere Friedrich Merz, ha ribadito che la Germania mantiene ferme le sanzioni e lavora con i partner europei per imporne di nuove. Tutti compatti nel condannare l'accordo, tutti ugualmente incapaci di guardare in faccia la realtà.
Russian strikes killed over 80 Ukrainian civilians in two days. Moreover, it has stepped up its hybrid attacks against Europe, both EU Member States and NATO Allies. Suspending sanctions on Russian diesel provides Moscow with more revenues to wage war. This is not the time to ease pressure on Russia, and Europe won’t. On Monday, EU Foreign Ministers intend to approve the biggest set of sanctions listings targeting Russia’s war machine since the start of the war.
— Kaja Kallas (@kajakallas) October 10, 2026
Perché la realtà è che l'Europa, da anni, continua a comprare energia russa nonostante le sanzioni e le dichiarazioni di facciata. Lo ha ricordato senza giri di parole il segretario al Tesoro USA Scott Bessent, che in un'intervista a Fox News ha definito ipocrita l'atteggiamento delle capitali europee. Dal 2022, ha spiegato, gli europei hanno dato più soldi ai russi che agli ucraini proprio perché non riescono a liberarsi dalla dipendenza energetica da Mosca. La loro politica energetica è fallita e continuano a finanziare Putin. Quindi non possono certo lamentarsi se gli Stati Uniti si prendono un po' di respiro sui prezzi del diesel.
Ma la crisi energetica europea non è solo una questione di importazioni. È una crisi che l'Europa si è creata con le proprie mani, con una serie di decisioni scellerate che hanno portato i prezzi dei carburanti a livelli non più sostenibili da cittadini e imprese. Emmanuel Macron definiva insostenibili i prezzi del carburante in Francia nello scorso mese di settembre. Il 17 settembre il prezzo medio della benzina nell'Ue era di 2,6 euro al litro, contro i 2,12 dell'Eurozona. Da inizio anno i prezzi della benzina sono aumentati del 29 per cento e quelli del diesel del 40 per cento. Numeri che pesano come macigni sui bilanci delle famiglie e delle imprese.
Gli esperti spiegano che i governi europei avrebbero tre strumenti per affrontare l'emergenza: ridurre temporaneamente la tassazione sui carburanti, aiutare le famiglie vulnerabili e le imprese di trasporto, e garantire maggiori forniture. Ma nessuno di questi strumenti viene utilizzato con la necessaria determinazione. Vladislav Belov, vice direttore dell'Istituto per l'Europa della Russia, osserva che i prezzi eccezionalmente elevati di diesel e benzina stanno diventando un ulteriore freno alla crescita economica dell'Ue. I costi del trasporto merci, dell'agricoltura, dell'edilizia e di alcuni comparti manifatturieri lievitano e si trasferiscono sui prezzi al consumo. Se i livelli attuali dovessero persistere, dice, è prevedibile un'ulteriore pressione inflazionistica, un calo dei redditi reali e della domanda, e un deterioramento della competitività dei produttori europei.
Alexander Frolov, vice direttore dell'Istituto Mgimo per la politica energetica internazionale, ricorda che i paesi europei detengono il primato mondiale per i prezzi dei carburanti, principalmente a causa della tassazione. La situazione in Medio Oriente ha aggravato le interruzioni delle forniture russe al mercato globale, già causate dagli attacchi all'Ucraina, spingendo i prezzi al rialzo e acuendo la crisi energetica cronica che l'Europa affronta dalla fine degli anni 2010. Con l'interruzione dei legami commerciali con la Russia e la strategia di abbandono graduale dei suoi idrocarburi entro la fine del 2027, è venuta meno la rete di sicurezza. La ricerca di forniture sostitutive su mercati alternativi non fa che aumentare i prezzi. L'Europa risente di qualsiasi sconvolgimento nelle aree periferiche, impatti che in precedenza potevano essere compensati dalle forniture russe abbinate a misure di risparmio energetico.
Alexey Belogoriyev, direttore della ricerca presso l'Institute for Energy and Finance Foundation, sottolinea che le cause della crisi dei prezzi del carburante sono le stesse in tutte le regioni del mondo, ma per gli Stati Uniti un fattore chiave è l'eccezionale redditività delle esportazioni di petrolio e prodotti petroliferi, che sottrae carburante al mercato interno. L'Europa, al contrario, è un importatore netto. I paesi dell'Ue stanno subendo le conseguenze di decenni di dieselizzazione del parco auto e dell'interruzione dei legami energetici con la Russia. La percezione pubblica della crisi è simile negli Stati Uniti e in Europa, ma le ripercussioni economiche per i consumatori europei sono più gravi.
E mentre tutto questo accade, mentre i cittadini europei fanno i conti con bollette impossibili e prezzi alla pompa che non accennano a scendere, l'Unione Europea continua a finanziare il regime di Kiev per portare avanti la guerra per procura contro la Russia. Aggravando così, di fatto, la propria crisi energetica, politica ed economica.
Le importazioni di gas russo nell'Ue sono scese dal 45 per cento del totale a un 12 per cento previsto per il 2025, mentre quelle di greggio si sono ridotte al 2 per cento. Ma questi dati non raccontano l'intera storia. Perché l'Europa continua a dipendere da forniture energetiche che arrivano da mercati alternativi a prezzi maggiorati, mentre i suoi cittadini si ritrovano con bollette insostenibili e prezzi alla pompa tra i più alti del mondo. Bruxelles continua a prendere petrolio dalla Russia, ma attraverso paesi terzi e quindi con prezzi maggiorati. La Russia vende il suo petrolio greggio a paesi terzi, per esempio Turchia, India, Georgia. Quei paesi lo raffinano nelle loro fabbriche e ne ricavano diesel, benzina e altri prodotti. Poi vendono quei prodotti raffinati all'Europa. Sulla carta, quel diesel è "turco" o "indiano". In realtà dentro c'è petrolio russo. E con i piani del blocco di proibire totalmente il gas naturale liquefatto russo a partire dal 1 gennaio 2027, gli analisti avvertono che potrebbero esserci ulteriori aumenti dei prezzi durante l'inverno. Questo è il livello di follia ideologica e russofoba a cui è giunta l’Unione Europea.
La verità è che l'Europa ha perso la bussola. Condanna gli accordi altrui mentre i suoi leader si dimostrano incapaci di proteggere i propri cittadini. Si trincera dietro sanzioni che non funzionano e che si rivoltano contro se stessa. Continua a ripetere che non è il momento di allentare la pressione su Mosca, mentre sono proprio i cittadini europei a pagare il prezzo più alto. E allora viene da chiedersi quanto ancora dovrà durare questa commedia. Quanto ancora dovranno aspettare gli europei prima che qualcuno a Bruxelles ammetta che la politica energetica del blocco è un fallimento. Quanto ancora dovranno subire le conseguenze di decisioni prese da leader che sembrano aver dimenticato per chi dovrebbero lavorare.
L'accordo tra Trump e Putin sul diesel è solo l'ultimo tassello di una vicenda che espone tutta l'inettitudine, l'inadeguatezza e il fanatismo ideologico di un'Unione Europea in piena crisi energetica. Una crisi che, va detto con chiarezza, è in gran parte autoindotta. Un'Unione che continua a predicare bene e razzolare male, che accusa gli altri di ipocrisia mentre è la prima a praticarla, che si erge a paladina della democrazia e dei diritti mentre lascia i suoi cittadini al freddo e al caro bollette.
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LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:
Catastrofe Neoliberista di Angelo D'Orsi
“Catastrofe neoliberista” di Angelo D’Orsi è un viaggio nella storia e una necessità. Un viaggio che ripercorre le origini e le dinamiche di una dittatura totalitaria, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia, dominando la vita quotidiana di miliardi di persone. Una necessità, perché solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. Con il rigore di un grande storico e l’ottimismo della volontà di ispirazione gramsciana, D’Orsi ci offre gli strumenti per decifrare il presente e costruire un futuro diverso.

Intervenendo a La7, l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha sentenziato che l’Italia, di fatto, non può sottrarsi al sostegno militare all’Ucraina.
Il giornalista Telese gli ha ricordato una cosa elementare: viviamo in una democrazia o presunta tale aggiungiamo noi. E in una democrazia, domani, potrebbe vincere una forza politica che non vuole più mandare armi al regime di Kiev. Una eventualità legittima, prevista dalla Costituzione, scritta nero su bianco.
La risposta di Gentiloni è stata glaciale: «L’Italia non può tirarsi indietro».
Non “non dovrebbe”. Non “sarebbe sbagliato”. Proprio: non può. Come se la volontà popolare fosse un dettaglio trascurabile. Come se il voto non contasse più quando entra in scena la ragion di Stato.
E allora la domanda sorge spontanea, e va posta senza ipocrisie: fino a dove?
Fino a quando si continua a dire “non ci tiriamo indietro”? Fino all’ultimo missile? Fino all’ultimo euro sottratto a sanità e salari? Fino alla guerra diretta contro una potenza nucleare?
Perché il punto non è se sostenere o meno l’Ucraina. Il punto è chi decide. Il popolo, o qualcun altro al posto suo?

La NATO, ancora una volta nel mirino di Jean-Luc Mélenchon. Di fronte ai militanti riuniti allo Zénith d’Auvergne, il candidato all’Eliseo della sinistra francese ha dedicato una parte del suo discorso alle crisi internazionali, rivolgendo un’accusa diretta all’Alleanza Atlantica. «Non prepareremo i nostri figli e i nostri nipoti a morire», ha affermato, denunciando «operazioni azzardate e inventate dalla NATO».
Per il fondatore di La France insoumise, il pericolo principale è quello di un’estensione dei conflitti che trascinerebbe la Francia in guerra. Ha così messo in relazione, in un unico monito, i teatri europei e mediorientali. «Diventare cobelligeranti in Ucraina o diventare cobelligeranti in Arabia Saudita è un pericolo immenso che non vogliamo», ha dichiarato.
A questa prospettiva, Jean-Luc Mélenchon oppone la sua linea diplomatica. «Siamo sostenitori del non allineamento», ha ribadito con forza. Il leader degli “Insoumis” rivendica per la Francia la libertà di determinare i propri impegni, le relative modalità e i territori in cui intervenire. Rifiuta che una potenza esterna le imponga la propria linea di condotta e presenta l’interesse dell’umanità come la bussola di questa politica. Un modo per porre l’indipendenza delle decisioni francesi al centro della sua argomentazione contro la spirale militare.
«Vogliamo la pace adesso, non dopodomani, adesso!», ha proseguito.

La richiesta è arrivata secca. Zelensky si faccia da parte e si torni alle urne. Il regime di Kiev l'ha presa come un'aggressione. Ma sotto l'indignazione ce n'è un'altra, molto più pratica.
Cosa succede domani.
Gli ucraini Trump lo conoscono, come evidenzia Welt È impulsivo, alza la voce, cambia idea e poi riapre il discorso. A febbraio del 2025 si erano strillati dietro nello Studio Ovale, su come chiudere la guerra e a quali condizioni. Sembrava la fine, qualche settimana dopo si erano risentiti. Adesso il giro è di nuovo quello, e stavolta l'impressione è che voglia spingere più a fondo la questione.
Il punto è l'elenco di cose che Washington può spegnere con una firma. I Patriot, per prima cosa, e i missili che li tengono vivi, l'unico scudo che intercetta con una certa affidabilità i ballisticici a corto raggio. Poi Starlink, la rete di Musk che tiene insieme le comunicazioni al fronte e manda in volo i droni. E poi i dati satellitari, le informazioni che gli USA passano e che a Kiev considerano indispensabili. Queste le leve che può azionare Trump per costringere Zelensky e la sua cricca a più miti consigli e per ridimensionare la loro spavalderia.
Zelensky ha letto il movimento trumpiano e si è girato verso ovest, a cercare gli europei, sempre pronti a immolarsi per la causa dei neonazisti ucraini. Il Financial Times racconta anche dell'altro, gli USA minacciano di chiudere i rubinetti se gli ucraini non smettono di colpire le raffinerie russe.
A Mosca non fanno i salti di gioia per tali sviluppi. Capiscono Trump quanto i suoi collaboratori, forse più dei suoi collaboratori, improvvisa, incoerente, fedele a un solo interesse che è il proprio. In queste settimane negli Stati Uniti si giocano le elezioni di metà mandato, i repubblicani non stanno bene nei sondaggi e il Congresso è in bilico. Trump ha bisogno di carburante a basso prezzo, il diesel lo compra a Mosca e lo paga con un alleggerimento delle sanzioni. Lo scontro con Zelensky entra in quel quadro come ci entra tutto, dentro una campagna.
Per questo in Russia aspettano. Sanno che oggi il presidente statunitense attacca e domani può svegliarsi con un'idea opposta, che non è un amico di nessuno e tanto meno il loro.

O Hospital Estadual da Criança e do Adolescente (Hecad), em Goiânia, terá atividades para pacientes hospitalizados de 13 a 31 de outubro. Segundo a Secretaria da Saúde de Goiás, a programação do mês das crianças inclui teatro, cinema, oficinas, brincadeiras e interação com animais.
Na terça-feira (13/10), a Cavalaria da Polícia Militar de Goiás (PMGO) visitará a unidade a partir das 7h30. Os pacientes terão uma experiência de Terapia Assistida com Animais (TAA), com interação com os cavalos. Às 13h30, haverá apresentação teatral do Serviço Social do Comércio (Sesc).
O cineminha temático está previsto para 14 de outubro, às 13h30. No dia 15, também às 13h30, a agenda terá Cabelo Maluco e oficina, incluindo a proposta “O que é ser criança para você?”. Em 16 de outubro, às 13h30, haverá Cabelo Maluco e oficina de brincadeiras antigas. Os colaboradores participarão com penteados criativos durante a rotina de trabalho nos dias 15 e 16.
Em 31 de outubro, os Amigos da Márcia Chiquinha retornarão ao hospital para entregar brinquedos aos pacientes. A secretaria informou que as ações fazem parte das estratégias de humanização da unidade e buscam estimular a interação, a criatividade e as brincadeiras durante a internação.
A programação é voltada aos pacientes hospitalizados. O Hospital Estadual da Criança e do Adolescente fica na Avenida Bela Vista, 2.333, Parque Acalanto, Goiânia (GO).
O DM também noticiou o projeto Hecad nas Escolas, voltado à prevenção do abuso sexual infantil.
Fotos: Hecad
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Quando si torna indietro e si osserva davvero la rappresentazione storica delle «realtà russe» nei media di lingua inglese, si nota che Putin è sull’orlo della destituzione dal 2000 e da allora anche l’economia russa è sull’orlo del collasso. Tutto ciò che viene scritto sulla Russia in inglese in Occidente è una menzogna.
Parleremo dei vari aspetti della presunta “epidemia” in Russia, ma emerge una tendenza più ampia quando si esamina l’interpretazione data dai media a questo evento, che sia reale, falso o una sorta di enigma. Chiunque abbia familiarità con il mio lavoro mi avrà sentito affermare qualcosa del tipo: «Tutto ciò che sapete sulla Russia, scritto in inglese, è una menzogna», e continuo a credere in questa affermazione. Quando i politici occidentali dichiarano che «la Russia ha il potenziale economico della Spagna» o che «la Russia è la Nigeria con la neve», o fanno altre affermazioni simili, non stanno mentendo in modo diretto e consapevole.
Sulla base di tutti i dati e le informazioni di cui dispongono «laggiù» riguardo all’economia russa, questa visione era logicamente «vera». Se si analizzano i numeri basandosi sui dati occidentali, immagino che la Russia sia semplicemente un’economia enigmatica avvolta nel mistero, delle dimensioni di una nazione dell’UE di secondo piano, ma ovviamente nella realtà non è così. La Russia è terribilmente draconiana e repressiva, perché ovunque si legge che è proprio così. I calcoli secondo cui la Russia avrebbe ceduto immediatamente e il «rublo sarebbe crollato» dopo l’inizio dell’Operazione Militare Speciale non erano falsi, erano semplicemente basati su dati errati. Se si esaminano le informazioni occidentali sulla Russia, sembrerebbe davvero che l’economia del Paese poggi esclusivamente sui prezzi del petrolio, che la popolazione attenda una sola scintilla per ribellarsi al tiranno e che, nel complesso, il castello di carte sia pronto a crollare da un momento all’altro. Ma, come hanno dimostrato gli anni di guerra, non è stato così; tuttavia, le stime iniziali erano «corrette» sulla base dei dati su cui si fondavano.
Persino la famosa citazione di Lenin secondo cui «una menzogna ripetuta abbastanza spesso diventa verità» – ironia della sorte – potrebbe non essere mai stata pronunciata da lui, ma questa pseudo-affermazione getta un’ombra negativa sulla Russia, per cui l’Occidente continua a ripeterla. In Russia, poiché alcune persone sono state arrestate per attività online dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale – tra cui l’organizzazione di atti terroristici – ciò viene considerato «negativo»; tuttavia, il fatto che nel Regno Unito vi siano 70 volte più persone dietro le sbarre per ciò che hanno espresso online non viene preso in considerazione, poiché si tratta di una situazione diversa e non è mai stata nemmeno presa in esame da un giornalista britannico. Gli arresti per dichiarazioni e azioni online si applicano solo a coloro che sono considerati «cattivi», a riprova della loro cattiveria.
Se l’esercito russo è forte, si tratta di militarismo; se l’esercito russo è debole, è prova di corruzione e inettitudine. Se vi sono processi per corruzione, ciò dimostra che il regime autoritario di Putin sta eliminando i propri nemici; se invece non vi fossero processi per corruzione, ciò costituirebbe prova della corruzione e del controllo totalitario del regime. Non esiste alcuna possibilità di vittoria per la Russia nella stampa occidentale; persino durante il presunto trattamento mediatico favorevole riservato a Eltsin nei «bei vecchi tempi», l’intero establishment si è abbandonato a un’orgia di schadenfreude per la caduta dell’URSS e per lo stato di umiliazione della Russia degli anni ’90.
Per dirla senza mezzi termini: se accade qualcosa o si dice che sia accaduto qualcosa in relazione alla Russia:
– Se i media russi lo avallano, ciò è prova che la Russia è cattiva
– Se i media russi si oppongono, ciò è prova di un insabbiamento del misfatto che dimostra che la Russia è cattiva
– In definitiva, qualsiasi azione o inazione da parte della Russia è negativa e costituisce prova della sua malvagità.
La posizione della CNN su questa questione è la classica russofobia
E, puntuale come un orologio, ecco che la CNN interviene per sostenere questa narrativa sulla peste che sembra essere fondamentalmente falsa. Parleremo di ciò che sta realmente accadendo con questa «epidemia» un po’ più avanti, ma per ora concentriamoci sull’aspetto mediatico della questione. Già nel titolo dell’articolo della CNN in questione «Liste di controllo, mascherine e mistero: cosa sappiamo sull’allarme peste in Russia» si nota chiaramente come la propaganda stia prendendo piede.
«Le autorità russe hanno cercato di placare le preoccupazioni globali in merito alla morte di una giovane donna che lavorava in un laboratorio siberiano specializzato nella lotta alla peste. Tuttavia, le misure adottate per isolare i suoi contatti e introdurre nuove misure di controllo della malattia negli ospedali locali hanno suscitato preoccupazioni tra le persone che temono di non essere informate su tutta la verità.»
Per quanto riguarda il paragrafo precedente, come potete vedere, la parte russa è vista in modo negativo perché presenta una versione dei fatti diversa e ha l’audacia di condividerla con il mondo. Tuttavia, se i media russi avessero taciuto su questa vicenda, ciò sarebbe stato ugualmente negativo, in quanto avrebbe costituito una prova di colpevolezza per omissione. Il fatto che le autorità russe stiano adottando alcune misure per cercare di fermare un’epidemia è negativo perché tali misure generano paura o qualcosa del genere, ma quantomeno ciò è sufficiente per giustificare una condanna. Tuttavia, se il governo adottasse misure estreme, queste sarebbero «draconiane», mentre se non adottasse alcuna misura, ciò sarebbe «terribilmente irresponsabile». Pertanto, adottare misure di livello medio «induce paura» o qualcosa del genere e, naturalmente, ciò è negativo e assolutamente inaccettabile.
«Ulyana Gavryunina, una blogger ventinovenne di Angarsk, città della regione di Irkutsk, ha dichiarato alla CNN di aver dovuto cambiare ospedale ostetrico alla quarantesima settimana di gravidanza, poiché le restrizioni di quarantena appena imposte impedivano a suo marito di stare con lei durante il travaglio.»
Pertanto, poiché l’amministrazione locale dispone di strutture limitate, purtroppo questa donna ha dovuto partorire in condizioni tutt’altro che ideali. È una situazione spiacevole per lei e sono certo che sia stata piuttosto frustrante, ma ancora una volta la CNN sostiene che l’intervento delle autorità russe sia negativo perché ha avuto ripercussioni negative sulle persone; tuttavia, se non avessero fatto nulla, sarebbe stato altrettanto grave. Se le persone non fossero state messe in quarantena in quella struttura, ciò sarebbe stato «pericoloso e irresponsabile» o qualcosa del genere.
«Mercoledì l’autorità sanitaria russa ha affermato che non sussiste alcun rischio epidemico a seguito della morte della donna e che sta riducendo gradualmente l’intervento. Rospotrebnadzor ha dichiarato che il monitoraggio medico è stato completato per “oltre il 90%” dei contatti della ricercatrice deceduta e che non sono stati rilevati agenti patogeni “pericolosi”. Tuttavia, permangono alcune domande senza risposta».
L’espressione «ma rimangono domande senza risposta» è stata utilizzata in questo contesto per negare l’opinione del governo russo. Se questo paragrafo si fosse concluso senza queste parole, avrebbe fatto apparire pienamente legittime le opinioni delle autorità locali. Quando «rimangono domande», si allude a una cospirazione, al fatto che la versione ufficiale non corrisponda alla realtà. Ancora una volta, indipendentemente da ciò che le autorità russe avrebbero dichiarato pubblicamente, la reazione sarebbe stata negativa perché la CNN le considera nemiche. Il nemico non può fare nulla di giusto. E le azioni della Russia sono quelle di un nemico e, pertanto, sono universalmente negative agli occhi di qualsiasi giornalista che si rispetti.
“Secondo il proprio sito web, l’Istituto Antipeste impiega circa 95 ricercatori ed è un’importante struttura sanitaria pubblica responsabile del monitoraggio e della prevenzione dei focolai di infezioni batteriche e virali ad alto rischio in tutta la Siberia e nell’Estremo Oriente russo.
L’istituto è stato fondato nel 1934 per combattere la peste e continua a studiare la malattia poiché la Yersinia pestis, il batterio che causa la peste, circola ancora naturalmente nella fauna selvatica in alcune zone della Siberia e nelle regioni limitrofe».
Sorprendentemente, la CNN non ha definito la struttura di ricerca in cui lavorava la signora Shipilova come un «laboratorio biologico» né ha utilizzato altri termini infamanti. In realtà, si è limitata a «crederle sulla parola» e a riportare semplicemente le informazioni presenti sul sito web. Ciò è risultato veritiero e piacevole da leggere.
Cosa è realmente accaduto, quindi?
Passiamo ora ad analizzare la situazione reale relativa a una potenziale epidemia di peste e alla misteriosa morte della ricercatrice che stava lavorando per combatterla. Esiste un video realizzato da una donna americana anonima residente a Irkutsk (nome del canale: American in the Motherland) sull’intera vicenda che, in meno di 15 minuti, analizza l’intera storia con fonti, fatti e filmati provenienti direttamente dalla regione. Per brevità, condividerò i punti salienti delle sue argomentazioni. Come potete vedere, ancora una volta una sola giornalista cittadina smonta punto per punto la versione dei media mainstream. L’immagine qui sotto è tratta dal video e mostra la «genialità» della stampa internazionale e le sue reazioni affrettate su questo tema.
I punti chiave del video erano:
La signora Shipilova è stata ricoverata in un ospedale fuori da Irkutsk perché in quella sede era presente una struttura progettata per gestire questo tipo di focolai epidemici dell’era Covid, e non nell’ambito di una qualche cospirazione.
Non si è verificato nessun altro decesso per la stessa causa di quello della signora Shipilova.
La causa della morte di Daria Shipilova è stata una «polmonite di origine sconosciuta».
La storia della «provetta rotta» è un mito, poiché è stata inventata da un blogger russo. Quando si lavora con malattie gravi, non si va in giro in un ambiente simile a un ufficio con provette fragili. La Russia non opera secondo la stessa metodologia della Umbrella Corporation, agitando a casaccio fiale fragili contenenti agenti patogeni.
La parte russa non ha trovato alcuna prova di un incidente presso la struttura di ricerca.
La ricercatrice non si era recata in Buriazia prima della sua morte. Pertanto, non ha contratto la malattia da marmotte locali o da altri tipi di roditori.
Al momento della stesura di questo articolo o della realizzazione del video collegato sopra, non si sono verificati altri casi simili a quello che ha causato la morte della signora Shipilova.
La peste è curabile, poiché è causata da un batterio che continua a esistere in tutto il mondo. Ogni anno, negli Stati Uniti e in altri paesi, una manciata di persone la contrae ancora. Gli antibiotici rappresentano una contromisura efficace contro questa malattia; pertanto, ciò non sembra costituire motivo di panico internazionale.
Perché la peste si diffuse nella Russia medievale?
Un aspetto importante da sottolineare a questo proposito è che, storicamente, sebbene la peste bubbonica abbia mietuto vittime anche al di fuori dell’Europa occidentale, ha avuto effetti devastanti solo all’interno di quest’ultima. I russi continuano ancora oggi ad andare fieri di possedere un elevato livello di igiene culturale che risale al Medioevo. I russi del Medioevo e altri popoli al di fuori dell’Occidente sembravano aver «capito da soli» la necessità di lavarsi regolarmente e di lavarsi le mani. Si ritiene che questa cultura igienica sia la ragione per cui la Russia, nel XIX secolo, vantasse una popolazione così numerosa rispetto alle nazioni circostanti. Molti in Russia ritengono che, se non fosse stato per errori madornali quali la Prima guerra mondiale, la Rivoluzione, la Seconda guerra mondiale e gli anni ’90, la popolazione attuale sarebbe molto più vicina a quella della Cina o dell’India.
Pertanto, da un punto di vista culturale russo, ciò appare chiaramente come un’altra campagna di proiezione: un terzo della popolazione inglese morì a causa della peste, mentre in Russia ne morirono solo pochi. Di conseguenza, la peste nera non ebbe in realtà alcun impatto culturale sulla Russia e, a giudicare dagli scritti del XIX secolo, la tubercolosi sembra essere stata un problema molto più persistente e fastidioso per questa società, che ancora oggi riveste una certa rilevanza. In tutta la Russia esistono strutture antitubercolari e non è possibile immigrare nel Paese se si presentano sintomi della malattia. L’intera questione del «vivere con i parassiti» non era una realtà quotidiana per i russi né nel Medioevo né in epoca moderna; tale primato spetta all’Occidente liberale e illuminato.
I media sono il vero problema.Abbiamo esaminato solo un particolare articolo su questo tema, ma vi sono numerose riflessioni assurde da parte della stampa occidentale che seguono la formula «maledetti i russi se lo fanno, maledetti se non lo fanno». Titoli come questo del Daily Mail ne sono l’esempio perfetto:
«Trump offre a Putin un’ancora di salvezza mentre la Russia si affanna a contenere una mortale epidemia trasmessa per via aerea dopo la morte di un ricercatore di laboratorio».
Ancora una volta, se «Putin» non facesse nulla sarebbe cattivo, ma sta facendo qualcosa, quindi si sta «affannando» in preda al panico, il che è altrettanto negativo. Il fatto che Trump gli offra un «ancora di salvezza» implica che Putin non abbia altra scelta se non quella di accettare questo aiuto, qualunque esso sia, altrimenti sarebbe cattivo. Ma indovinate un po’? Se accetta l’ancora di salvezza, ciò significa sicuramente che è debole o qualcosa del genere, il che significa che è cattivo.
Quando si torna indietro e si osserva davvero la rappresentazione storica delle «realtà russe» nei media di lingua inglese, si nota ovunque questa manipolazione narrativa isterica e nietzschiana da «untermensch». Putin è sull’orlo della destituzione dal 2000 e da allora anche l’economia russa è sull’orlo del collasso. Tutto ciò che viene scritto sulla Russia in inglese in Occidente è una menzogna.

In seguito al recente attacco condotto dagli Houthi, in risposta ai ripetuti attacchi sauditi contro i civili, contro l'aeroporto di Riyadh — che ha provocato oltre una decina di morti e più di 300 feriti — gli Stati Uniti si trovano di fronte a un complesso dilemma strategico. Come riporta Bloomberg, Washington deve decidere se ampliare il proprio supporto militare all'Arabia Saudita, rischiando un coinvolgimento diretto nel conflitto, o mantenere il sostegno attuale limitato allo scambio di informazioni di intelligence.
Tra le 12 vittime dell'attentato del 10 ottobre figura anche un cittadino statunitense. Il decesso dell'americano incrementa la pressione sul presidente Donald Trump, che tenta di evitare una nuova escalation militare con l'Iran alla vigilia delle elezioni di medio termine di novembre. Washington, che finora si è limitata alla collaborazione informativa, aveva già condotto imponenti raid aerei contro il gruppo prima di raggiungere un accordo di cessate il fuoco. Interpellato su un eventuale ritorno alle operazioni aeree congiunte, Trump ha dichiarato: "È possibile, ci penseremo".
Secondo quanto riferito a Bloomberg da William Usher, ex analista della CIA per il Medio Oriente, Riyadh chiederà attacchi diretti statunitensi contro le postazioni Houthi, l'invio di nuove risorse per la difesa aerea, un incremento del flusso di intelligence e un forte sostegno politico per intensificare la campagna militare in Yemen.
Tuttavia, prevenire ulteriori incursioni resta una sfida complessa: nonostante gli anni di raid aerei condotti dalle coalizioni americana e saudita, il gruppo Houthi conserva una disponibilità significativa di droni e missili balistici a lungo raggio in grado di colpire la capitale saudita. L'impennata delle tensioni mette a dura prova anche gli equilibri diplomatici di Turchia e Pakistan, che ad agosto hanno siglato un accordo di difesa con il regno saudita, sebbene Ankara abbia già escluso la propria partecipazione a operazioni di tipo offensivo.
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In concomitanza con il primo anniversario del cessate il fuoco promosso dall'amministrazione statunitense, le forze armate israeliane hanno ampliato la propria presenza nella Striscia di Gaza, intensificando le operazioni e i bombardamenti in diverse aree del territorio. Dall'entrata in vigore dell'accordo nell'ottobre 2025, le autorità sanitarie locali registrano quasi 1.500 vittime palestinesi.
???????? GAZA CITY: FOOTAGE SHOWS DESTRUCTION FOLLOWING ISRAELI AIRSTRIKES — Footage circulating online reportedly shows damage to buildings and infrastructure following Israeli airstrikes on Gaza City. * Continued destruction threatens civilian lives and complicates reconstruction, underscoring the urgent need for a lasting ceasefire and humanitarian access.
— ???????????????????????????????? ???????????????????? (@SprinterPress) October 11, 2026
Secondo quanto riferito dal quotidiano Arab48, l'esercito ha esteso la propria area di controllo a est di Gaza City, avanzando nel quartiere di Shujaiya e spostando verso ovest i blocchi di cemento che delimitano la cosiddetta "Linea Gialla". L'operazione ha portato sotto il controllo militare nuove abitazioni, costringendo decine di famiglie a fuggire. Durante la notte, i veicoli militari hanno superato le precedenti posizioni sotto la copertura dell'artiglieria e dei droni. I residenti hanno riscontrato il posizionamento dei nuovi sbarramenti a ridosso delle aree abitate, mentre i bombardamenti hanno colpito abitazioni e tende di sfollati, causando diversi feriti.
Israel has pushed the so-called “Yellow Line” westward beyond the Shuja'iyya neighborhood in eastern Gaza City, bringing it to within just 10 metres away from Salah al-Din Street, Gaza's main north-south road Palestinian families have begun fleeing the area after their homes were brought within the expanded military-controlled zone, further restricting civilians' access to their homes and land.
— Quds News Network (@QudsNen) October 11, 2026
Con questi ultimi avanzamenti, le stime indicano che Israele controlla una quota compresa tra il 63% e oltre il 70% della Striscia di Gaza. Le incursioni e i raid aerei delle ultime ore sono stati confermati anche dal Quds News Network, che ha segnalato distruzioni nei quartieri di Rimal e Shujaiya a Gaza City, oltre che a Deir al-Balah, nella zona centrale della Striscia.
Il Ministero della Salute di Gaza ha comunicato che nelle ultime 24 ore si contano 7 morti e 28 feriti, portando il bilancio complessivo delle vittime dall'inizio del conflitto a oltre 74.300. Esperti e riviste mediche internazionali sottolineano tuttavia che, a causa della compromissione del sistema sanitario e delle migliaia di dispersi sotto le macerie, il bilancio reale potrebbe risultare sensibilmente superiore.
Sul piano umanitario, l'ingresso dei soccorsi nella Striscia rimane fortemente limitato, con restrizioni che colpiscono anche la fornitura di dispositivi medici essenziali. Parallelamente, fonti di stampa indicano che le forze israeliane stanno completando la realizzazione di una trincea infrastrutturale all'interno del territorio, mentre la "Linea Gialla" — originariamente concepita come perimetro temporaneo di ritiro — viene progressivamente consolidata con postazioni permanenti.
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Exposição percorre quatro espaços do concelho e coloca imagens históricas lado a lado com recriações feitas por jovens olhanenses
A exposição fotográfica “Olhão antes e depois” foi inaugurada sábado, 10 de outubro, nos Mercados Municipais de Olhão, dando-se aí início a um percurso por quatro espaços do concelho — Mercados Municipais, Ria Shopping, Escola Secundária Dr. Francisco Fernandes Lopes e Casa Municipal da Juventude de Olhão Hugo Charrão —, onde estará patente até 13 de novembro.
Com curadoria de Luís Torres e integrada na programação cultural do Bicentenário da Câmara Municipal de Olhão, a exposição coloca lado a lado imagens históricas da cidade e recriações fotográficas realizadas por jovens olhanenses, propondo um olhar sobre a evolução urbana de Olhão e convidando a comunidade a percorrer a cidade através do tempo.
A mostra nasceu do desafio lançado a alunos do 10.º ano da área de Multimédia da Escola Secundária Dr. Francisco Fernandes Lopes para recriarem, nos dias de hoje e nos mesmos locais, uma seleção de cerca de 50 fotografias históricas de Olhão. Participaram no projeto os alunos Miguel Sousa, Samuel Ventura e Maria Moniz, bem como Charline Fournier, elemento do Clube de Fotografia da Casa Municipal da Juventude Hugo Charrão.
Para concretizar o trabalho, foram utilizadas fotografias com cerca de 70 a 80 anos, pertencentes ao Arquivo Municipal de Olhão, e imagens com 40 a 50 anos, provenientes do arquivo pessoal de Luís Torres. Depois de um processo de pesquisa e levantamento, os participantes percorreram as ruas da cidade e procuraram reproduzir os enquadramentos originais, recriando as imagens nos mesmos locais e permitindo uma comparação direta entre diferentes épocas.
O resultado é uma exposição distribuída por quatro núcleos expositivos, que propõe um percurso pela cidade através das suas transformações e permanências. O confronto entre as fotografias históricas e as imagens atuais permite observar a evolução urbana de Olhão, mas também recuperar lugares, edifícios e espaços que fazem parte da memória coletiva da cidade.
No dia da inauguração, o percurso pelos quatro núcleos começa nos Mercados Municipais, às 10:30, seguindo para o Ria Shopping, às 11:15, para a Escola Secundária Dr. Francisco Fernandes Lopes, às 11:45, e terminando na Casa Municipal da Juventude de Olhão Hugo Charrão, às 12:15.
A exposição poderá ser visitada até 13 de novembro, nos quatro espaços, de acordo com os respetivos horários de funcionamento.
Com esta iniciativa, o Município de Olhão pretende valorizar a criatividade e o envolvimento dos jovens olhanenses e, simultaneamente, promover junto da comunidade um maior conhecimento da história contemporânea e da evolução urbana da cidade. O projeto terá ainda continuidade, estando prevista a sua passagem pelas várias freguesias do concelho.
Integrada no programa comemorativo dos 200 anos da Câmara Municipal de Olhão, “Olhão antes e depois” aproxima diferentes gerações através da fotografia e proporciona uma viagem visual entre o Olhão de ontem e o Olhão de hoje.
di Alex Marsaglia per l'AntiDiplomatico
Nell’annus horribilis 2026, in cui l’imperialismo ha arrestato legittimi presidenti come Maduro in Venezuela e massacrato guide spirituali e religiose come Khamenei, l’Occidente collettivo continua ad ergersi a giudice dei “diritti umani”. Sembrerebbe grottesco, non fosse tragico. Se si approfondisce il tema però emergono tutte le ramificazioni della vicenda che rientrano pienamente nella visione colonialista che l’Occidente mantiene verso il resto del mondo, considerato semplicemente come un’entità indistinta da giudicare, processare e sottomettere al fine di estrarre valore. In questa visione suprematista i popoli non devono avere alcuna ambizione di sovranità o diritto di rappresentanza di sorta, in quanto non sono popoli in grado di ergersi allo status di nazioni, ma semplicemente moltitudini da dominare.
Poco importa l’Occidente sia in bancarotta, rispetto al Sud Globale. L’ideologia suprematista che permea la retorica colonialista dei diritti umani continua ad operare alimentata da buoni propositi. Solo quelli, poiché le azioni restano improntate alla violenza e alla sopraffazione. Così, durante la Terza Commissione dell’81esima Assemblea Generale dell’ONU l’Occidente guidato dall’impero decaduto britannico è tornato ad attaccare la Repubblica Popolare Cinese sul tema dei “diritti umani”. Nella sua replica il vice-rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite Sun Lei ha evidenziato il doppio standard in atto, tanto più in un contesto in cui in Occidente queste norme che i “maestri” vorrebbero rispettate all’estero non risultano affatto in vigore. Pochi giorni dopo ha affondato la lama nella ferita aperta anche la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, chiedendo all’Eliseo notizie del “giardino incantato” (rif. Joseph Borrell) in cui i diritti umani sono sospesi verso “i propri figli” in piazza. E ovviamente l’Iran non ha potuto non evidenziare, tramite Baqaei, come proprio sui diritti umani nel giro di pochi mesi vi sia stato un cambio repentino di registro a seconda dell’area geografica, ammonendo: “se i diritti umani e il diritto di manifestare sono principi universali, la loro definizione non dovrebbe cambiare in base alla geografia del manifestante”.
Ormai anche la questione liberale dei “diritti formali” viene messa in discussione in Europa con la scusa della “guerra ibrida” e delle pressioni geopolitiche. È sufficiente pensare che Macron stesso è in preda alla paranoia da infiltrazioni filo-russe, avendo condiviso con i leader di partito i timori di una destabilizzazione non più tardi di poche settimane fa. In America invece, se vogliamo è ancora peggio, poiché con Maduro si è proceduto d’imperio, senza alcun artificio retorico che tentasse di giustificare il golpe. E oggi, a ormai dieci mesi di distanza, si rincara la dose.
L’FBI ha infatti fatto sapere di avere un nuovo capo d’accusa per il prigioniero Maduro e consorte Flores: “cospirazione, finalizzata alla tortura”. I processi politici, quando si fanno - come non ha avuto l’onore Khamenei sterminato con parte della progenie - si fanno alla famiglia per “complicità” e sulla base di capi d’accusa variabili, evidentemente. La personalità della responsabilità penale diventa aleatoria, così come è mutevole il capo d’accusa, quando è in corso un’incriminazione politica da parte di un regime e così, la “cospirazione, finalizzata alla tortura” diventa un reato in cui il dolo e la colpa divengono estensibili all’intera cerchia di persone con cui ci si relaziona. Lo si chiami dunque col suo nome: processo politico, non giudiziario. Ebbene, l’Occidente che in questo 2026 si è dedicato ai processi politici sommari, ha il coraggio di ergersi a “maestro”, per non dire a “giudice”, e puntare il dito contro la Repubblica Popolare Cinese per il mancato rispetto della vita umana. Curioso, quantomeno perché il rispetto della vita umana richiederebbe il riconoscimento e il rispetto della pluralità delle forme organizzative delle popolazioni, l’autodeterminazione dei popoli e tutti questi principi di cui l’Occidente continua a infischiarsene in nome del primato della forma di governo liberal-democratica. Una forma che mai come in questo 2026 si sta rivelando una forma nel suo senso letterale, cioè un “aspetto esteriore”.
Al suo interno infatti questa liberal-democrazia contiene dei vulnus che ne inficiano ormai la vita stessa. Su tutti si prenda il caso di quanto sta accadendo in Romania dove, dopo la vittoria del candidato sovranista indipendente C. Georgescu, le elezioni sono state semplicemente annullate additando la motivazione di “manipolazione dei consensi”. Sul fatto che vi sia una magistratura costituzionale che stabilisce quale sia un consenso “manipolato” e uno “integro” nessun “giudice” dei sacri “diritti umani” occidentali ha avuto nulla da eccepire. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha addirittura sottoscritto, dichiarando inammissibile il ricorso di Georgescu. D’altra parte questi “giudici” che amano sproloquiare sulle condizioni politiche altrui, non si sono accorti delle condizioni liberticide di rifugiato in cui ha dovuto vivere tale Julian Assange per il reato di giornalismo, prima di dover abiurare e ritirarsi a vita privata. Così come è stato costretto a fare il Presidente Georgescu in Romania, ma in questo caso non è bastato. Il reato politico evidentemente incide maggiormente, d’altra parte c’era già un filosofo che ricordava ad altri filosofi come il punto oggi sia non più fornire interpretazioni, ma cambiare lo stato di cose presenti. Chi agisce direttamente in politica non basta che abiuri e si ritiri a vita privata, avendo un trascorso di relazioni che influisce ancora sul presente.
Infatti, la repressione contro l’ideologia sovranista in Romania è stata indirizzata contro il leader Georgescu al punto da averlo sottoposto a diverse incriminazioni, fermi e arresti preventivi (sic!) che non si sono fermati nemmeno davanti al suo annuncio di ritiro a vita privata e nemmeno a lui stesso. Come ricordavo prima, la caratteristica di un processo politico è che non vi è più la personalità della responsabilità penale, poiché siamo in presenza di un regime politico che persegue un’idea. E come ricordava curiosamente Medgar Evers, proprio un attivista per i diritti civili ammazzato a fucilate alla schiena da un suprematista nel suo cortile di casa nella Patria dei “diritti civili”, le idee non si fermano arrestando un uomo poiché «si può uccidere un uomo, ma non si può uccidere un’idea». Così si procede direttamente con l’arrestare e l’incriminare la cerchia di persone più vicine o addirittura chi professa la stessa idea. Non è casuale che il principale candidato rumeno dell’opposizione George Simion, che porta avanti l’ipotesi sovranista in quel Paese, dopo aver improvvisamente perso le elezioni al secondo turno nel maggio 2025, abbia lanciato l’allarme negli ultimi giorni riferendo di temere l’arresto (https://georgesimion.ro/stenogramele-bogos-simion-inventate-exclusiv-prezentate-pe-georgesimion-ro/). Il tutto avviene mentre C. Georgescu è stato nuovamente incriminato e arrestato nell’ambito di una recente indagine per una presunta frode (https://www.politico.eu/article/calin-georgescu-detained-romania-fraud-investigation/). E mentre la Romania resta senza Governo da ormai cinque mesi, in uno stallo istituzionale che rivela l’incapacità di governare avendo annullato delle elezioni con una precisa attribuzione di legittimità ad uno schieramento dell’agone politico, destituito a vittoria ottenuta. La pervicacia con cui la magistratura rumena si incaponisce sulla figura dell’ex politico rumeno ha nel frattempo scatenato proteste di popolo in tutta la Romania e la comunità rumena, anche all’estero, facendo scattare la solidarietà verso colui che viene indicato come “il Presidente in carica”. Insomma, atti curiosi accadono in un Occidente che ama ergersi a paladino dei diritti umani e campione di liberal-democrazia, ma solo in casa altrui.

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di Agata Iacono
In Giordania cresce la mobilitazione contro il concerto di Andrea Bocelli previsto il 27 novembre a Petra. Molte associazioni contro il sionismo, tra cui il movimento BDS giordano, chiedono ai cittadini di non acquistare i biglietti e alle autorità di cancellare lo spettacolo, accusando il tenore italiano di un lungo sostegno pubblico a Israele.

L’Impero ottomano e in minor misura seppur ugualmente lo stato turco fondato da Mustafà Kemal, detto Atatürk, ovvero padre dei turchi, era ed è una nazione formata da molti popoli, ma non cosmopolita, bensì polietnica, la turchicità e la lingua turca ne rappresentavano e ne rappresentano la sintesi
La società polietnica turca, come spiega il professor Şükrü Hanioğlu[1], non è una società multietnica in senso occidentale, ogni comunità etnica e ogni gruppo linguistico, pur connotata da una forte identità sociale e culturale, è estranea al multiculturalismo tutto confondente di matrice anglo – statunitense, così come allo stesso modo è priva di una dimensione nazionalistica, essendo l’appartenenza alla nazione turca parte dell’identità.
La turchicità e la lingua turca dunque si sostanziano come collante di una pluralità etnica, linguistica e religiosa che ha tutto l’interesse a coltivare la propria specificità e a perpetuarsi, pur dentro la cornice della nazione turca.
Questa peculiare forma di plurime identità, etniche ma non nazionali e ancor meno nazionaliste, è stata in parte trasformata nel corso della seconda metà del Novecento dall’introduzione dall’esterno, leggasi ingerenza statunitense, dentro alcune comunità, massimamente quella curda, di un nazionalismo funzionale a propagandare il separatismo etnico, in ultima istanza una risorsa dell’imperialismo in funzione di contenimento delle spinte di autonomia e sovranità della Turchia, tuttavia la recente scelta dei separatisti curdi di deporre le armi e rientrare nell’alveo della comunità nazionale turca, accettando di porsi sul piano della democrazia politica, rappresenta un’ulteriore vittoria della Turchia, intesa ad assolvere un fondamentale ruolo nella costruzione del nuovo ordine mondiale multipolare e sempre meno legata agli interessi euro – atlantici, anche in ragione del sempre più acceso confronto con l’entità statuale sionista, che rischia, per colpa di Tel Aviv, di degenerare in un pericolosissimo conflitto armato dagli imprevedibili sviluppi tanto per l’Asia Occidentale, quanto per il Mediterraneo.
La storia della civiltà turca si dipana dai tempi del sovrano turco Osman figlio di Ertuğrul, diventato sultano di un impero che aveva in Bursa la sua capitale e da lui prenderà il nome di ottomano, il tutto, siamo nel 1299, mentre Dante Alighieri ancora fa politica a Firenze.
Osman è seguito dal figlio Orhan, dal nipote Murad, in successiva continuità con Bayezid, detto Ylderim, ovvero il Fulmine, sebbene sconfitto da Timur e Lan, ovvero Tamerlano, quindi Mehmet I e infine Murad II. Tutti e sei questi primi sultani riposano a Bursa, cuore anatolico anche della Turchia moderna, ospitati in “turbe”, ovvero mausolei, di incomparabile bellezza artistica e architettonica islamica.
La svolta più significativa avviene con Mehmet II Fatih, figlio di Murad II e settimo sovrano, detto appunto il Conquistatore, che riposa a Istanbul – Costantinopoli, avendola conquistata e avendone fatto il cuore di un impero che per diversi secoli ha rappresentato una assoluta potenza presente su tre continenti.
Da poco più di un secolo la Turchia è una repubblica kemalista, ovvero orientata al coinvolgimento popolare delle lavoratrici e dei lavoratori nei destini della nazione, con una profonda tradizione di autentica emancipazione femminile.
Il partito patriottico Vatan, guidato dal marxista Doğu Perinçek, un pragmatico rivoluzionario capace nella sua lunga militanza di poter vantare profonde e durature amicizie con Mao Ze Dong, Deng Xiaoping e Kim Il Sung, si avvia a tenere ai primi di gennaio 2027 il suo prossimo congresso e ha nel frattempo pubblicato le tesi congressuali, come sempre di grande rilevanza e di profondo interesse.
Nel complesso nelle tesi per l’imminente 17° Congresso, pubblicate nel numero di TEORİ rivista teorica del Partito di settembre 2026, Vatan ribadisce la sua adesione al socialismo scientifico e al marxismo, intensi non dogmaticamente, ma creativamente, alla ricerca di una sintesi teorica originale.
Il congresso intenderà ovviamente procedere al rafforzamento organizzativo interno e al radicamento sul territorio, forte di una avanguardia militante di quadri politicamente consapevoli e ben formati, non disdegnando tuttavia una attenta valutazione delle forze in campo a partire dal ritorno al kemalismo e all’antimperialismo del CHP, ovvero il socialdemocratico Partito Popolare Repubblicano, il quale, ora guidato da Kemal Kılıçdaroğlu, intende ripristinare, abbandonando le derive atlantiste degli ultimi anni, la centralità del patriottismo repubblicano e l’impegno per l’uguaglianza dei cittadini, con un intervento riequilibratore dello stato.
Al proposito Vatan rilancia la necessità di politiche sociali, proponendo il blocco triennale degli affitti e l’istituzione di un tribunale speciale contro la corruzione, con processi rapidissimi e confisca dei beni dei corrotti.
Vatan si propone di elaborare una legge esplicita per vietare le organizzazioni e la propaganda LGBT, intese non come strumenti di salvaguardia dei diritti individuali, che il Partito rispetta e non discute, ma come pesante strumento eterodiretto di intromissione atlantista nelle scelte della Turchia, oltreché come uno strumento di alienazione naturale dei generi biologici e di frantumazione della famiglia, cellula fondamentale di resistenza della nazione lavoratrice.
Il Partito dichiara inoltre di combattere, oltre all’ideologia LGBT, il cosmopolitismo e il femminismo di matrice neoliberale.
Le tesi ammoniscono altresì che l’avanguardia rappresenta pur sempre una minoranza ed è dunque chiamata a non isolarsi dalle masse, altrimenti tenderebbe inevitabilmente a trasformarsi in una struttura di potere separata.
Vatan riconosce nell’Eurasia e in particolare nell’alleanza strutturata tra Turchia, Russia, Cina e Iran il cuore della costruzione del nuovo ordine mondiale multipolare. Viene formulata una critica radicale all’eurocentrismo del XIX e del XX secolo, accusato di aver intrappolato la sinistra occidentale in una pesante autoreferenzialità che le impedisce di capire la nuova fase storica e l’avvento del multipolarismo.
Le tesi congressuali criticano duramente la cosiddetta “coscienza di sinistra”, sia nella sua versione liberal e genderista di matrice compromissoria, socialdemocratica e in ultima analisi atlantista, sia nella sua versione massimalista e spesso violenta, definita “rozza e settaria”, ispirata a un ribellismo controproducente e in ultima istanza prossimo a un atteggiamento che intende imporre la dittatura di una minoranza sulla maggioranza della popolazione. Piuttosto il socialismo scientifico invita a ripensare ed agire nel solco della “coscienza dei lavoratori”, fondata sui valori morali popolari di onestà, solidarietà, rispetto del lavoro altrui e giustizia sociale.
La dimensione dell’umanità – nel duplice significato di insieme degli esseri umani e modalità di relazione – assurge a categoria del socialismo scientifico e viene richiamata in aperta contrapposizione rispetto alla precarizzazione, alla mercificazione, all’iper – individualismo in cui sono schiacciati gli esseri umani, non solo in Turchia, ma in tutte le nazioni a regime capitalistico.
Il Partito integra nel materialismo storico una lettura assolutamente innovativa delle nuove tecnologie. Si teorizza che lo sviluppo della robotica e dell’Intelligenza Artificiale non rappresenti una minaccia per il proletariato, ma la precondizione tecnica reale per la sua piena ed effettiva liberazione.
Anzi con molte ragioni Vatan legge nello sviluppo scientifico e tecnologico, come la Cina Popolare dimostra, la possibilità per la prima volta nella storia dell’umanità di edificare una reale società dell’abbondanza, riducendo progressivamente la necessità del lavoro manuale alienato e ponendo le basi materiali per l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Il Partito celebra anche l’origine della sua storia politica, quando tra la fine degli anni ‘60 e gli albori degli anni ‘70 il movimento Aydınlık, antesignano del Partito e oggi nome del pregevole settimanale edito dallo stesso, ha assunto una posizione, unica nel panorama turco, di critica del sistema sovietico, in posizione filo – cinese.
Tuttavia questo riannodare i fili del tempo non è frutto di un’esigenza meramente celebrativa, ma intende piuttosto riannodare il passato per guardare al presente.
Intanto il Partito ha sempre interpretato il tragico esaurirsi del campo sovietico non come il fallimento del socialismo scientifico, ma come la conferma empirica delle tesi storiche da lungo tempo espresse dalla dirigenza guidata da Doğu Perinçek, confermando come la degenerazione burocratica e il revisionismo moderno, iniziati dopo la scomparsa di Iosif Stalin dai suoi successori, abbiano inevitabilmente portato al collasso dello stato socialista e alla paurosa perdita delle conquiste popolari.
Per altro, mentre i sovietici dichiaravano prematuramente di aver realizzato il “comunismo”, cercando malamente di nascondere gli enormi limiti della loro esperienza, la Cina piuttosto non ha statalizzato forzatamente ogni aspetto della società ma, promuovendo un’economia pianificata e mista in cui la proprietà statale e quella privata coesistono, ha evitato l’ipertrofia burocratica che ha contributo alla fine dell’esperienza sovietica.
Infatti in Cina ancor oggi si lotta contro le disuguaglianze, applicando misure concrete per contrastare i processi di stratificazione in classi all’interno dello stato e della società.
Tutt’altro discorso e tutt’altra analisi conduce dunque, con molte ragioni, Vatan rispetto al cammino intrapreso in questo ultimo mezzo secolo dalla Cina Popolare, in cui nel solco di Deng Xiaoping e oggi di Xi Jinping i comunisti si sono affermati non come un “Partito-Stato” oppressivo, perché non hanno usurpato il potere dei lavoratori, ma hanno agito come nucleo dirigente di un autentico “potere popolare” in cui la dialettica tra avanguardia e masse rimane aperta, vitale e orientata verso il socialismo, senza disdegnare il fondamentale vincolo marxiano di sviluppo delle forze produttive e di accrescimento del benessere dei cittadini, con fondamentali elementi di ridistribuzione rispetto alle necessità infrastrutturali della nazione cinese e al diritto inalienabile in una società socialista a casa, scuola, istruzione, cultura, salute e lavoro, possibili solo in un quadro di eccezionale primato economico, scientifico e tecnologico, con ricadute immediatamente messe al servizio della cittadinanza.
[1] Si rimanda al suo pregevole “Breve storia del tardo impero ottomano” (in Italia edito da Sellerio) per ogni approfondimento legato alla polietnicità dell’identità turca.