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La Russia sta raggiungendo gli obiettivi strategici dell’Operazione Militare Speciale?

By: A A
13 October 2026 at 22:38

Nel dicembre 2021, la Russia presentò agli Stati Uniti e alla NATO due bozze di accordi formali per ottenere garanzie di sicurezza legalmente vincolanti, facendo intendere che se non fossero state accolte ci sarebbero state delle conseguenze.

Segue nostro Telegram.

In effetti, dopo il rifiuto di Washington di prenderle in considerazione, il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa intraprese l’Operazione Militare Speciale in Ucraina, ancora in corso.

Tra le richieste avanzate allora da Mosca sottolineiamo:

  • Blocco dell’allargamento della NATO: l’impegno formale a impedire ulteriori espansioni dell’Alleanza Atlantica, escludendo esplicitamente l’adesione dell’Ucraina.
  • Limitazioni alle Forze Militari: il divieto per la NATO di dispiegare truppe o armamenti nei Paesi entrati a far parte dell’Alleanza Atlantica dopo il maggio 1997.
  • Basi negli ex Stati sovietici: il divieto per gli Stati Uniti di stabilire basi militari o sviluppare cooperazione bilaterale nei Paesi dell’ex URSS che non fanno parte della NATO.
  • Missili a raggio intermedio e corto: il divieto reciproco di dispiegare missili a raggio intermedio e corto in aree da cui possano colpire il territorio dell’altra parte.
  • Attività militari: la limitazione delle esercitazioni e delle attività militari della NATO in Europa orientale, nel Caucaso e in Asia centrale.

Stati Uniti e NATO nel 2021 rifiutarono le richieste principali (in particolare il veto sull’allargamento della NATO e il ritiro delle infrastrutture militari ai confini del 1997), offrendo invece di negoziare su temi specifici come il controllo degli armamenti e la trasparenza delle esercitazioni.

Perciò, il 17 febbraio 2022 Mosca consegnò una contro-risposta formale agli Stati Uniti, lamentando la mancanza di disponibilità a fornire garanzie vincolanti e preannunciando la necessità di adottare misure ‘tecnico-militari’: pochi giorni dopo ci fu l’invasione dell’Ucraina.

La Russia aveva fondati motivi per ritenere che Kiev stesse per entrare nella NATO e uno dei bersagli inziali dei suoi missili balistici (13 marzo e 17 maggio 2022) furono proprio i centri di addestramento ucraini di Yavoriv (nella zona di Leopoli, vicino al confine polacco ma all’interno dei confini ucraini), a tutti gli effetti infrastrutture della NATO, come visibile nelle mappe della stessa Alleanza Atlantica (1).

Tralasciando le questioni diplomatiche e l’auspicata volontà comune di riaffermare i principi delle Nazioni Unite che venivano espressi nel documento presentato da Mosca e sui quali l’Amministrazione Trump ha tirato oggi una riga definitiva, è interessante capire se siano stati compiuti dei passi da parte dell’attuale presidenza statunitense per venire incontro alle richieste russe (2).

All’art. 1: Russia e U.S.A. non intraprenderanno azioni né parteciperanno o sosterranno attività che pregiudichino la sicurezza dell’altra Parte; non attueranno misure di sicurezza – adottate da ciascuna Parte individualmente o nell’ambito di un’organizzazione internazionale, di un’alleanza militare o di una coalizione – che possano compromettere gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Sul supporto decisivo dell’intelligence USA e dei grandi gruppi tecnologici statunitensi (da Starlink a Palantir, entrambi vicini all’Amministrazione Trump) all’Ucraina al fine di colpire il territorio della Federazione Russa ho già ampiamente scritto in precedenza e perciò non mi soffermo (3).

Articolo 2

Le Parti si adopereranno affinché tutte le organizzazioni internazionali, le alleanze militari e le coalizioni a cui partecipa almeno una delle Parti si attengano ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.

Abbiamo assistito recentemente alla doppia aggressione condotta dalla “Coalizione Epstein” all’Iran, senza alcun fondamento nel diritto internazionale e senza alcuna considerazione dei “principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite”. Per non parlare del supporto statunitense ai bombardamenti israeliani su Siria, Libano e Yemen (aggressione alla quale contribuisce in gran parte l’Arabia Saudita) o del rapimento illegittimo del Presidente venezuelano Maduro.

Articolo 3

Le Parti non utilizzeranno i territori di altri Stati allo scopo di preparare o compiere un attacco armato contro l’altra Parte o altre azioni che pregiudichino gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Naturalmente, la violazione di questo articolo non avviene solo utilizzando il territorio ucraino per colpire la Russia; recentemente, sul sito del Ministero della Difesa di Mosca è comparso un elenco di venti aziende europee accusate di essere parte integrante dell’apparato militare-industriale ucraino. Quattro hanno sede in Italia, tre in Germania, due in Gran Bretagna, due in Polonia, due in Turchia, due in Repubblica Ceca, poi sono rappresentate anche imprese con basi in Israele, Spagna, Paesi Bassi, Lituania e Lettonia. Tutto ciò avviene con il consenso implicito degli Stati Uniti. Anche le infrastrutture della NATO e le basi militari statunitensi in Europa (Sigonella ad esempio in Italia nel 2022) contribuiscono così ad alimentare questo conflitto (4).

Articolo 4

Gli Stati Uniti d’America si impegneranno a impedire un’ulteriore espansione verso Est dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a negare l’adesione all’Alleanza agli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Gli Stati Uniti d’America non stabiliranno basi militari nel territorio degli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che non siano membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, né utilizzeranno le loro infrastrutture per attività militari di alcun tipo, né svilupperanno con essi una cooperazione militare bilaterale.

Senza trascurare l’immediato ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO all’inizio dell’Operazione Militare Speciale, l’attuale Amministrazione a Washington ha annunciato l’invio di ulteriori 5.000 soldati statunitensi in Polonia e l’istituzione di una nuova base militare permanente nel Paese (ridenominata “Fort Trump”). Ma gli U.S.A. non si sono fermati qui; in Armenia, nazione che fa ancora formalmente parte dell’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Eurasiatica, lo scorso settembre Washington e Erevan hanno tenuto un nuovo ciclo di consultazioni bilaterali sulla difesa e firmato un verbale congiunto d’intesa (jointly agreed minutes) per dare seguito alla Charter on Comprehensive Strategic Partnership sottoscritta nel maggio 2026. Gli accordi discussi riguardano:

Supporto alla trasformazione e riforma delle Forze Armate armene.

Addestramento di sottufficiali (NCO), istruttori, comandanti junior e personale per il mantenimento della pace (peacekeeping).

Istruzione militare ed esercitazioni congiunte.

Sviluppo delle capacità industriali della difesa e potenziale fornitura di equipaggiamenti tramite il programma Foreign Military Sales (FMS) e programmi educativi come l’IMET, orientando l’Armenia verso una progressiva modernizzazione degli standard militari occidentali.

Articolo 5

Le Parti si asterranno dallo schierare le proprie Forze Armate e i propri armamenti – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree in cui tale schieramento potrebbe essere percepito dall’altra Parte come una minaccia alla propria sicurezza nazionale, fatta eccezione per lo schieramento all’interno dei territori nazionali delle Parti stesse. Le Parti si asterranno dal far volare bombardieri pesanti equipaggiati con armamenti nucleari o non nucleari, o dallo schierare navi da guerra di superficie di qualsiasi tipo – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree situate rispettivamente al di fuori dello spazio aereo nazionale e delle acque territoriali nazionali, dalle quali sia possibile colpire obiettivi nel territorio dell’altra Parte.

Poco più di un mese fa, si è tenuta un’esercitazione aerea della NATO nel nord-est della Polonia, nelle vicinanze di Kaliningrad con alcune decine di velivoli. All’esercitazione hanno partecipato caccia statunitensi e norvegesi, un aereo di sorveglianza NATO E-3A Sentry AWACS, velivoli per il rifornimento in volo e un aereo statunitense EA-37B per la guerra elettronica: Mosca teme che si tratti di manovre preparatorie all’isolamento dell’enclave russa dal resto della Federazione e ha risposto duramente ma soltanto sul piano diplomatico.  Inoltre, la NATO Ballistic Missile Defence (BMD), la difesa antimissile balistica dell’Alleanza Atlantica, è una rete costituita da sensori e da sistemi missilistici che i Paesi Membri offrono quale contributo nazionale alla struttura, i cui punti di riferimento in Europa sono lo European Phased Adaptive Approach (EPAA), statunitense, con il sistema americano Aegis Ashore schierato in Romania e Polonia e le navi Aegis per la BMD, stazionate nelle acque spagnole. Il sistema radar della IAMD si trova in Turchia, mentre l’infrastruttura di comando e controllo in Germania (5). Nel 2016 (grazie all’annullamento del Trattato ABM deciso da Trump) gli Stati Uniti hanno prima messo in funzione una base ABM in Romania, un sistema che utilizza lanciamissili Aegis potenzialmente in grado di lanciare Tomahawk con testata nucleare ad oltre 2400 chilometri di distanza, successivamente nel 2022 hanno costruito un sito Aegis in Polonia, ancora più vicino ai confini russi. Gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto che i siti ABM hanno lo scopo di fermare le testate puntate sull’Europa dall’Iran o dalla Corea del Nord. Mosca ovviamente non la pensa così; François Geleznikoff, direttore delle applicazioni militari presso la Commissione per l’energia atomica e le energie alternative, intervenne nel marzo 2019 in audizione presso l’Assemblea Nazionale francese sull’argomento contraddicendo Washington: “Negli Stati Uniti, la Nuclear Posture Review (NPR) non si rivolge realmente alla Corea del Nord (gli americani hanno armi che permetterebbero loro di vetrificare il Paese più volte) ma piuttosto alla Russia, in risposta alle dichiarazioni del presidente Putin” (6).

Articolo 6

Le Parti si impegnano a non dislocare missili a raggio intermedio e a corto raggio lanciabili da terra al di fuori dei propri territori nazionali, né in aree dei propri territori nazionali dalle quali tali armi possano colpire obiettivi situati nel territorio nazionale dell’altra Parte.

Il 22 settembre 2026, Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia hanno firmato a New York un accordo di sicurezza trilaterale che prevede l’apertura e la gestione di due nuove basi militari americane e la modernizzazione di quella esistente. Gli Stati Uniti ottengono ampie libertà di movimento (aria, terra e mare) per collegare le basi e la possibilità di utilizzare l’isola per il sistema di difesa missilistica (la Pituffik Space Base – ex Thule Air Base – nel nord-ovest dell’isola, ospita sistemi radar d’allerta precoce per i missili balistici). Il sistema difensivo pensato dagli Stati Uniti si evolverà da una presenza concentrata in un unico punto a una rete di strutture distribuite su tutta l’isola. Anche perché le due nuove basi non saranno le uniche installazioni militari che si insedieranno sull’isola (7).

Articolo 7

Le Parti si asterranno dal dislocare armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali e riporteranno nei propri territori nazionali le armi già dislocate all’estero al momento dell’entrata in vigore del Trattato. Le Parti elimineranno tutte le infrastrutture esistenti per il dislocamento di armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali. Le Parti non addestreranno personale militare o civile proveniente da Paesi non dotati di armi nucleari all’uso di tali armi. Le Parti non condurranno esercitazioni o attività di addestramento per forze convenzionali che prevedano scenari di impiego di armi nucleari.

A partire dal 13 ottobre 2026, si svolgerà in Italia Steadfast Noon, ‘Mezzogiorno risoluto’, l’esercitazione che l’Alleanza atlantica svolge ogni anno e che coinvolgerà le basi aeree di Aviano, in provincia di Pordenone, e Ghedi, nel Bresciano, oltre a diverse località in tutta l’area di responsabilità ben oltre il Nord del Paese. “È necessario il contributo congiunto di tutti gli Alleati: si tratta di un’iniziativa che non può limitarsi a un singolo Paese”, ha riferito il colonnello David Bull, capo delle operazioni nucleari della Nato, facendo riferimento al fatto che anche lo spazio aereo dei Paesi limitrofi potrebbe essere coinvolto. Vi parteciperanno velivoli in grado di svolgere missioni convenzionali e nucleari, anche se l’esercitazione non prevede l’impiego di armi atomiche. “Ma siamo in sintonia con Roma sul fatto che si tratti di un’esercitazione nucleare”, ha poi precisato Barrows. Gli Stati Uniti saranno presenti con equipaggi di volo e personale addetto alla manutenzione. Secondo gli stessi documenti del Pentagono, in Italia sarebbero dislocate circa 80 ordigni nucleari sotto controllo statunitense nelle basi militare italiane a Ghedi e Aviano (8).

Conclusioni

Il sintetico panorama offerto da questo articolo vuole dimostrare che la Russia non potrà cantare vittoria nemmeno dopo aver completato la conquista del Donbass, perché l’inizio dell’Operazione Militare Speciale in Ucraina è legato a considerazioni di sicurezza geopolitica tuttora irrisolte se non addirittura aggravatesi rispetto al 2022.

Se qualcuno al Cremlino crede che dopo un eventuale accordo con l’attuale Amministrazione U.S.A., la Russia verrà lasciata stare si sbaglia di grosso, perché l’Occidente collettivo si sta già preparando non solo al dopo Putin ma anche al dopo Trump.

L’obiettivo degli Stati Uniti non è altro che prendere tempo in attesa del verificarsi di almeno una delle due condizioni: l’allontanamento di Mosca dalla partnership strategica con Pechino e il conseguente rallentamento della dedollarizzazione – gli Stati Uniti non pagheranno di certo il diesel russo in rubli – e la fine della preparazione da parte della NATO ad un conflitto diretto contro la Russia – termine individuato nel 2030, quando sicuramente Trump non sarà più alla Casa Bianca.

Dal punto di vista occidentale la considerazione della Russia non è cambiata molto da quando il direttore della rivista “Foreign Policy”, l’israelo-statunitense John Feffer, la definì una “Nigeria con le armi nucleari”; secondo questa visione, Mosca deve tornare ad essere una sorta di ‘colonia estrattiva’ o ‘appendice di materie prime’ a esclusivo vantaggio delle industrie euro-statunitensi. A maggior ragione nel momento in cui la competizione tecnologica con la Cina necessita da parte degli Stati Uniti di quelle risorse strategiche di cui la Federazione Russa è ricca.

Pochi giorni fa, i 32 membri del Comitato Militare della NATO (quello statunitense in primis), erano a Kiev per ribadire il loro sostegno incondizionato all’Ucraina “rimasta costantemente al centro delle valutazioni, delle decisioni e della pianificazione futura dell’Alleanza”. Prima di fare qualsiasi altra concessione a Washington, Vladimir Putin dovrebbe pensarci bene: passare da una vittoria tattica ad una sconfitta strategica potrebbe essere più semplice di quanto sembra.

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(1) https://www.nato.int/structur/nmlo/links/yavoriv-training-centre.pdf. Il sito internet è oggi irraggiungibile (forse per mascherare le prove?), ma la sua presenza come infrastruttura dell’Alleanza Atlantica era rintracciabile ancora nel giugno 2024. Come ammise anche il “Corriere della Sera”, i morti furono più di 300 e tra di essi numerosi soldati e addestratori della NATO: Giulia Fasano, Nella base militare di Yavoriv i morti sono stati trecento, 26 marzo 2022. Anche secondo il quotidiano “Repubblica”: “Il ‘Centro internazionale per la pace e la sicurezza’ di Yavoriv ospitava istruttori occidentali, come conferma il Ministro della Difesa di Kiev”.

(2) Il documento completo è stato pubblicato sul sito internet del Ministero degli Esteri della Federazione Russa: Treaty between The United States of America and the Russian Federation on security guarantees, 17 dicembre 2021.

(3) Ad esempio, cfr. Le basi della CIA in Ucraina: chiave del contenimento anti-russo in Europa, “Strategic Culture Foundation”, 11 aprile 2026.

(4) Nel contesto del conflitto in Ucraina e della postura di deterrenza della NATO, le basi militari presenti sul territorio italiano (gestite sia dalle Forze Armate italiane che dagli Stati Uniti) svolgono funzioni chiave di sorveglianza aerea, intelligence, logistica e comando, cfr. ad esempio Federico Petrangeli, Supporting Kyiv: Italy’s Military Assistance between Strategic Continuity and Political Division, IAI, 11 giugno 2026.

(5) Senato della Repubblica italiana, Schema di decreto ministeriale di approvazione del programma pluriennale di A/R n. SMD 32/2025, relativo all’ammodernamento, al rinnovamento e al potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza Atlantica, alla protezione di teatro delle forze schierate in aree di operazione, inclusa la componente navale (n. 377), Resoconto sommario del 4 febbraio 2026.

(6) Stefano Vernole, La forza di dissuasione nucleare francese, Focus CeSEM, 3 maggio 2022.

(7) Stefano Vernole, Gli Stati Uniti hanno messo le mani sulla Groenlandia dimostrando la totale irrilevanza dell’Unione Europea, “Strategic Culture Foundation”, 5 ottobre 2026.

(8) Redazione Peacelink, L’esercitazione nucleare della NATO Steadfast Noon 2026 comincerà sui cieli italiani il 13 ottobre.

The EU’s latest mad plan to save itself

By: A A
13 October 2026 at 22:16

Ursula von der Leyen has the answer. Borrow even more money. Borrow like there’s no tomorrow.

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The most remarkable thing about the rapid demise of the U.S. is that when it hits the bottom of the ocean floor economically, it will be in a better state than the EU. The panic among EU leaders, in particular Ursula von der Leyen, is breathtaking. Barely a week passes before she makes another crackpot policy announcement, gives herself a salary increase, or makes a statement about needing to give even more money to Ukraine. But in recent months these announcements have become more radical and existential, and we are seeing a new dawn now in the EU where the only solution to cover up the feral spending and borrowing is to fabricate a war with Russia and then blame Putin for the whole fiasco.

Every now and again we get a sober reminder about the economic situation of the U.S., EU and Russia. The recent news that Putin is going to sell around 2 million tonnes of diesel oil to “global markets” (as U.S. media phrases it), the lion’s share going to the U.S. before, during and just after the midterm elections in a bid to stabilise the price to help Trump. We will have to assume that countries who buy some of their diesel from the U.S. will continue doing so, but it might, in fact, be Russian oil.

There’s a lot of fake news buzzing around originating from Trump, who likes to distract journalists away from the top issues. It’s hard to see how the American public will respond to Trump’s latest decision to buy Russian diesel, but it’s hard to see this being a solution to the global oil crisis, let alone Trump’s record-low ratings. Will Trump really go ahead with a new wave of strikes on Iran after the midterms, as he has said? Or is it that his own intelligence agencies have picked up information that Iran is poised for a massive strike, and so therefore he is obliged to send even more troops, plus a carrier, to the region?

Regardless of how France and Germany get their diesel in the coming weeks, after Trump forced these governments to dip into their own reserves by threatening a U.S. export ban, it’s hard to see how the Achilles heel of most EU economies – crude oil products – can still be controlled by Moscow. While intellectually challenged figures like Mark Rutte make such stupid comments about how Russia could never win a war with NATO based on comparative GDP data, this latest move might be a huge wake-up call for Macron and Merz, the latter facing dismally low poll ratings. How do you continue to fund a war in Ukraine with the ‘frenemy’ relationship pushed to breaking point, such as is the case now with the U.S. having to buy diesel from Russia? EU countries loathe Putin, as the one hope they had to magically breathe new life into EU economies by taking Ukraine under its wing was shattered when Russian forces invaded. Putin is everything they are not. Nobody can deny Putin is a leader – the very thing that is so desperately lacking in EU countries. Leadership.

But the situation now has reached farce. With a global diesel crisis brought about by Trump’s war with Iran, EU countries are expected to buy diesel on the international market, topped up by Russia. In fact, buying oil from your enemy is nothing new. Countries have been doing this for decades. Even in Syria, we saw terror groups in the north-east of the country take over the oil infrastructure and then sell oil back to the Assad regime.

It’s hard to see how EU countries will draw a line in the sand between their geostrategic military objectives and their very realistic need for a stable oil supply. But in the midst of this chaos, Ursula von der Leyen has the answer. Borrow even more money. Borrow like there’s no tomorrow. Her latest proposal is to expand the current seven-year EU budget to 2 trillion euros, and there is only one way this can be achieved, as member states are never going to cough up more for the EU experiment. She will be forced to borrow from international banks to replace a previous loan of 750 billion euros for COVID. This is the solution for failing economies. Where once for so many years EU apparatchiks would defend the EU’s failure to implement its own rule book, in preference for constantly adopting new legislation, now this seems to have been replaced by ‘create a panic about Russia and make the EU a sort of executive of NATO without a single trace of democratic virtue’. Von der Leyen doesn’t stipulate what this massive increase is for, but we can assume some of it will be siphoned off for Ukraine. Madness on steroids. But hidden in the text is a new series of taxes which the EU itself could impose on individuals, and so in the smoke-and-mirrors confusion we see there is a back-door way to start taxing EU citizens, something Brussels never touched before. How long has the whole project got?

Students gather in Germany to discuss EU’s Erasmus scheme

13 October 2026 at 19:28

Students from various EU countries are coming together this week to discuss the future of the Erasmus exchange scheme.

The Erasmus+ scheme is the European Union’s official funding programme for education, training, youth, and sport.

It is widely considered one … Read more

Upcoming summit should aim to build a “deep and ambitious a partnership” between the EU and UK

13 October 2026 at 19:22

An upcoming EU and UK summit has been greeted as “welcome news” by a senior MEP.

UK PM Andy Burnham will meet with Ursula von der Leyen, President of the European Commission, and EU council president António Costa on 20 … Read more

European Elections Could Trigger Major EU Policy Shifts in Brussels

13 October 2026 at 19:08

Brussels, 13 October, (Brussels Morning Newspaper) – European elections could bring significant changes to the European Union’s political direction, with shifting parliamentary alliances influencing decisions on migration, climate action, economic competitiveness and defence. As the European Parliament continues … Read more

Trump-Russia Diesel Deal Sparks Major EU Sanctions Alarm in Brussels

13 October 2026 at 18:58

Brussels, 13 October, (Brussels Morning Newspaper) – The Trump-Russia diesel deal has triggered fresh concerns among European Union officials, who warn that Washington’s decision to ease restrictions on Russian fuel exports could weaken international pressure on Moscow while … Read more

The Guardian view on Burnham’s Brexit reset: overdue, but proceed with care | Editorial

13 October 2026 at 18:30

The prime minister is correct to judge the time is right to push for closer links with the EU. The political risk is far outweighed by the potential rewards

The German philosopher GWF Hegel famously evoked the owl of Minerva when discussing the historical wisdom that comes through hindsight. This autumn, she has flown tirelessly over the landscape of British politics. Party conference season was dominated by conflicting Labour and Conservative accounts of the 1970s and 80s. And a decade after the United Kingdom voted to leave the European Union, Andy Burnham this week abandoned all equivocation over the damage – economic but also strategic – that resulted from that decision.

Having declared that it is time to “face up to the reality that Brexit has done more harm than good”, Mr Burnham told the House of Commons on Monday that it would be a “dereliction of duty” not to explore all options for closer relations with Brussels. Though he confirmed that in this parliament he will honour the red lines in Sir Keir Starmer’s Labour manifesto, all bets will subsequently be off.

Do you have an opinion on the issues raised in this article? If you would like to submit a response of up to 300 words by email to be considered for publication in our letters section, please click here.

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© Photograph: Tobias Schwarz/AFP/Getty Images

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Brexit Does Not Mean Brexit

13 October 2026 at 17:24

As he charges head first into the Brexit debate, Andy Burnham resembles no one so much as Donald Trump, says Prof James Alexander: cause a stir via wild assertions, the better to give cover to what you really want to do.

The post Brexit Does Not Mean Brexit appeared first on The Daily Sceptic.

Britons travelling to EU countries told not to apply for delayed Etias visa waiver

Abta advice comes as more than more than 150 websites offer service of securing entry to Schengen zone

Britons travelling to EU countries have been told not to apply for an Etias visa waiver, with more than 150 websites touting the service despite its introduction being delayed.

Non-EU citizens, including UK travellers and those from other visa-exempt countries including the US, Australia and Canada, will soon need to pay €20 (£17) for an electronic waiver to enter the Schengen zone under the European travel information and authorisation system (Etias).

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© Photograph: Hugh Williamson/Alamy

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Brexiters can’t cope with the fact that Putin was cheering them on | Rafael Behr

13 October 2026 at 16:21

Russian meddling probably didn’t affect the referendum result – but the Kremlin’s motives for wanting to undermine the EU still matter

Russian territorial aggression against Ukraine didn’t feature much in the Brexit referendum campaign. It made headlines briefly when Boris Johnson blamed Moscow’s 2014 annexation of Crimea on the European Union.

According to the Vote Leave frontman, Vladimir Putin’s land grab was a consequence of Brussels making foreign policy “on the hoof” and having “pretensions to running a defence policy”.

Rafael Behr is a Guardian columnist

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© Composite: Guardian Design/Getty Images/Reuters/EPA

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Russia did try to interfere in Brexit referendum, head of MI5 confirms

Ken McCallum says Kremlin attempted to influence vote through social media and TV reports but had little impact

Russia did try to interfere in the Brexit referendum through social media and television reports, the head of MI5 said on Tuesday, but he added that did not mean the Kremlin had any impact on the result.

Ken McCallum endorsed comments by Andy Burnham, who raised the issue over the past two days, though he said continuing to debate it risked giving the Kremlin a needless propaganda victory.

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© Photograph: Jonathan Brady/Reuters

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Europe’s leaders are preparing for war. Workers are organising to stop it

By: A A
13 October 2026 at 16:00

By John REES

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Preparations for war with Russia and complicity in Israel’s genocide in Gaza have set off a struggle over jobs, wages and military production

War preparation is now a reality across Europe. Within a single September week, Poland issued fresh warnings, Germany ran drills and national alerts, military exercises were held across the Baltic, and Lithuania published plans to evacuate residents of Vilnius in the event of an attack.

The Finnish government is in full cry over the prospect of war, reminding its citizens yet again that they should be ready, in mind and in practice, for the disruption it would bring.

On 18 September, French President Emmanuel Macron gathered party leaders and presidential hopefuls at the Elysee Palace to hear the heads of France’s intelligence services describe what his office called the rapid deterioration of the international situation.

Nato, meanwhile, talks ever more openly about Russian sabotage, cyber attacks, arson and drone attacks.

Many workers and citizens across the continent, though, are not convinced by the war fever.

Thousands of Airbus workers in Spain began strike action on 1 July after rejecting the company’s pay and conditions offer.

Representatives of the UGT and CGT unions said the stoppage had slowed military and commercial production and would make it harder for the company to meet its delivery target. Airbus’s eight sites in Spain produce military transport planes and parts for commercial aircraft and satellites.

As the Defence Matters website reported: “The industrial pressure is not confined to commercial aviation. Spain is central to Airbus Defence and Space, including military transport and satellite activity. European governments are asking manufacturers to increase output at the same time as companies compete for engineers, technicians and production workers.”

Supply lines are so tight that Airbus has had to hire giant Antonov An-124 heavy-lift aircraft to ferry parts from one plant to another just to keep production running.

Air Data News reported that the strike “threatens key military aircraft programmes”, noting that the Eurofighter plant near Madrid and the military transport aircraft site near Seville were both affected.

Spanish unions said about 90 percent of eligible workers took part in the stoppage on 25 August, part of an indefinite strike. The strikes were called after workers voted at plant-level assemblies to reject the company’s offer.

French unions briefed on the dispute said the three striking Spanish unions represent about 40 percent of Airbus Spain’s roughly 14,000 employees. Workers were seeking inflation-linked pay rises, the restoration of previous remote-working arrangements and sick-leave benefits.

After the intervention of Industry Minister Jordi Hereu and concessions from Airbus, the strikers paused the stoppage on 10 September, but not the movement. Two days later, around 8,000 workers from Airbus sites across Spain marched through Madrid to keep the pressure on.

On 1 October, 77 percent of those voting backed an improved offer providing for the restoration of lost purchasing power, inflation-linked pay rises and the protection of remote-working rights, a settlement that months of industrial action had forced out of the company.

The Airbus dispute shows the leverage workers hold in the very industries on which Europe’s rearmament depends.

Trains and the TUC

In Scotland, meanwhile, the rail union RMT, the drivers’ union Aslef and the white-collar TSSA have demanded that the Scottish government remove CAF, the Spanish manufacturer Construcciones y Auxiliar de Ferrocarriles, from its shortlist of contractors to build ScotRail’s new fleet of suburban trains.

The company is included in the UN human rights database of businesses involved in Israeli settlements for its role in running the Jerusalem light rail and helping to extend it into territory illegally seized by Israel.

Aslef made clear that its members would refuse to drive CAF trains, a position echoed by TSSA general secretary Maryam Eslamdoust when she urged the Scottish government to “think again”.

Scottish Greens co-leader Gillian Mackay put the first minister on the spot, asking him directly: “So will the first minister agree that CAF should be blocked from this contract, and will he stand with the rail workers who have refused to drive trains produced by a company that they say profits from apartheid?”

In his response, the first minister confirmed that ScotRail was seeking advice on the contract.

For the second year running, delegates at the Trades Union Congress (TUC) backed a motion opposing increases in arms spending.

This year’s motion passed with even more support than last year’s, which reversed the TUC’s previous backing, advocated by the GMB and Unite unions, for higher defence spending.

Speaking in favour of the motion, Alex Gordon, a former RMT president and national officer of the Stop the War Coalition, said: “This movement is about fighting for jobs, for public services, for investment in the industries of the future that our young people, that our young workers need.

“Those industries are not military industries. The skills of the workers in the military sector are vital skills, vital skills that need to be used in civilian production.”

Ports and classrooms

Dockworkers’ unions in at least six countries are planning an international day of action and strikes on 30 October to protest against the war on Gaza and demand an immediate end to the genocide of the Palestinian people.

This coordinated mobilisation follows a strike on 6 February this year that shut down cargo operations at more than 20 Mediterranean and European ports to halt arms shipments bound for Israel.

“No to the war economy, government rearmament plans, and the project of militarisation of ports and strategic infrastructure from [the] EU,” the unions said in their statement. “Public resources must be used to meet people’s social needs, not to finance war.”

The signatories include CGT FNPD in France, Enedep in Greece, LAB in the Basque Country, Liman-Is in Turkey, ODT in Morocco, and Orsa Porti and USB in Italy.

The next generation, at least in Germany, seems even less enthusiastic about the prospect of a new European war. More than 45,000 school students across the country walked out of class in late September to protest against plans for compulsory military service, after hundreds of young men were summoned for medical examinations.

The School Strike Against Conscription initiative said demonstrations took place in more than 100 cities after the German defence ministry began calling in 18-year-old men for medical screening. Service itself remains voluntary for now, but the screening is compulsory.

Students took to the streets demanding a halt to the forced checks, the repeal of the new military service law and an end to what they call a step-by-step return to the draft.

This is now the ground on which European politics is being fought. It is a contest between a political establishment obsessed with war and preparations for war, and millions of workers across the continent unwilling to pay for rearmament with their wages, jobs and living standards.

These are the opening shots in that battle.

Original article:  middleeasteye.net

‘They may be surprised if we block the budget’ – Poland threatens to block new EU budget

13 October 2026 at 09:52

Poland could veto the European Union’s next long-term budget if the European Commission proceeds with plans to divert a share of national proceeds from carbon-emission allowances into the EU’s common budget, according to Polish officials.

“If Brussels does not yet understand our opposition, they may be surprised if we block the budget,” one Polish government representative told RMF FM.

Under the Commission’s proposal for the EU budget for the 2028-2034 period, Poland may lose out.

Of the EU’s new “own resources” (the dedicated revenue streams that finance the EU budget), 30 percent of the proceeds from auctioning allowances under the existing Emissions Trading System (ETS) would go to Brussels rather than remaining with member states. The Commission estimates this would generate an average of €9.6 billion a year for the EU over the seven-year period. For Poland, which currently receives roughly €3.8 billion annually from the auctions, the shift would mean transferring about €1.14 billion a year to the EU budget.

The Irish presidency has suggested phasing in the new rate for countries that benefit from the Modernisation Fund, which aids the energy transition in lower-income member states. Polish officials have rejected the concession as inadequate.

Poland’s stance reflects the country’s still-heavy reliance on coal and the cost of the energy transition. Officials argue that the Emissions Trading System already drives up power prices and accounts for roughly 16 percent of a typical household electricity bill.

Any new source of EU revenue requires unanimous approval by member states and subsequent national ratification. In Poland, that process would need parliamentary consent and the signature of President Karol Nawrocki, who has criticized the ETS and called for its abolition.

The Commission’s proposal remains under discussion among member states. No final decision has been reached.

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MI5 chief Ken McCallum confirms Russia did interfere in Brexit referendum but says it had little impact – as it happened

13 October 2026 at 17:23

He argued there was no evidence to suggest the result of the Brexit vote had been swayed as a result of the effort

Zia Yusuf, Reform UK’s home affairs spokesperson, has said he does not agree with his colleague Suella Braverman’s assertion that black people cannot be English.

Asked about her views in an interview on Sky News, Yusuf said:

In my view Ashley Cole is the best English fullback in history, and I won’t take any other position. So in my view, Ashley Cole is English. I think the argument that he’s not English doesn’t hold water with me.

Nasser Hussain, who I grew up watching when I went to the cricket, the idea that those people aren’t English is an alien concept to me.

I would respectfully disagree with people, who make the opposite argument.

To say I’m English is to take a ‘laissez-faire, anything-goes’ attitude to ethnicity, citizenship and identity. It also denies me my Asian heritage. The liberals (many of them in today’s Conservative party) take this cosmopolitan approach to Englishness. They’re terrified of being called racist so they say that anyone, as long as they’re born here, can be English.

I take the conservative approach. Englishness is an ethnicity. There have been English people for centuries and we need to recognise this more if we are to start taking a more muscular approach to citizenship and nationality. And no, it’s not racist to say this.

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© Photograph: Jonathan Brady/Reuters

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Europe’s big election season is about to kick off. It could change everything | Nathalie Tocci

13 October 2026 at 05:00

If far right nationalists gain power in four big countries simultaneously, we are in for a dramatic Trumpian tilt

When it comes to Europe’s economy or its peace and security, it is obvious that decision-making has to be done largely at the European level to be meaningful. Yet electoral politics is still conducted mostly at the national level. The silver lining of this mismatch is that from country to country in Europe we have governments with different political priorities and leanings. Unlike in the US, where one presidential election can radically change the entire country’s course, as we have seen so vividly under Donald Trump’s leadership, the same drama has not so far unfolded in Europe. This may be about to change.

Pedro Sánchez rolled the dice in Spain last week, calling a snap election for next month after an unholy alliance of the conservative People’s party (PP), the far-right Vox and Catalan pro-independence party Junts blocked his big housing reform package in parliament. If the socialist prime minister, hailed by progressives globally but demonised by Europe’s right and Trump’s US, loses his election gamble, Spain could fall into the hands of a conservative/far-right coalition, which is currently ahead in the polls.

Nathalie Tocci is a Guardian Europe columnist

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© Photograph: Benoît Tessier/Reuters

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EU Targets Heart of Russia’s War Machine With Unprecedented Sanctions Against 1,569 Firms and Executives

12 October 2026 at 23:04

The European Union has adopted an unprecedented package of sanctions against Russia’s military-industrial complex, blacklisting 1,569 companies and individuals involved in supplying weapons for Moscow’s war against Ukraine.

The Council measures announced on 12 October target 826 companies and 743 executives. Unlike earlier sanctions targeting political figures, the latest listings reach deeper into the industrial supply chains needed to manufacture missiles, drones, aircraft and ammunition.

Ballistic missile supply chains

EU foreign policy chief Kaja Kallas said more than half the new listings concerned ballistic missile production. The Council identified electronics manufacturers, semiconductor suppliers, radar specialists, navigation equipment firms and producers of explosives.

These businesses occupy positions in production networks that enable Russia to sustain the manufacture of weapons despite restrictions on its access to Western technologies. The Council announcement estimates their combined annual turnover at at least €20 billion and employment at more than 250,000.

The move follows intensive Russian missile and drone strikes against Ukrainian cities and energy installations. European governments increasingly seek to undermine Moscow’s operational capacity by identifying businesses that procure or manufacture components for its armed forces.

Enforcement beyond EU borders

Listed firms face asset freezes, while EU businesses and citizens cannot make funds or economic resources available to them. The named executives also face travel restrictions. Suppliers and financial institutions will need to check commercial transactions for links to sanctioned entities.

The actual impact on Russian output remains uncertain. Businesses with few assets in Europe may experience limited immediate disruption. Moscow has developed alternative procurement channels through third countries, some involving intermediaries that acquire electronics or equipment originally manufactured elsewhere.

Sanctions effectiveness therefore depends on customs intelligence, financial due diligence, international cooperation and the willingness of commercial partners to stop dealing with listed companies. Targeting managers individually is also intended to raise the personal costs of directing Russia’s military production.

A test for Europe’s economic pressure

Precision navigation systems, sophisticated electronics and specialised manufacturing technology remain difficult to substitute rapidly. Nevertheless, listing a supplier cannot by itself prevent components from moving through indirect trading routes.

The sanctions coincide with renewed discussion of a possible halt to attacks on energy infrastructure. Brussels is signalling that negotiations about the war’s conduct need not entail relief from restrictions on Russia’s defence economy.

Whether the measures reduce missile production will depend on changes in procurement and output over the coming months. Their immediate significance is the EU’s decision to extend restrictions beyond the most visible weapons producers into the broader industrial networks sustaining Russia’s war.

Svizzera: la neutralità resta sulla carta mentre avanza l’integrazione nel blocco occidentale

By: A A
12 October 2026 at 22:05

La netta bocciatura dell’iniziativa sulla neutralità lascia formalmente intatto lo storico status della Confederazione, ma consolida una traiettoria iniziata con le sanzioni contro la Russia nel 2022 e proseguita con una crescente interoperabilità militare con la NATO.

Segue nostro Telegram.

Le votazioni referendarie federali tenutesi in Svizzera il 27 settembre hanno prodotto due risultati particolarmente netti. Gli elettori hanno respinto con il 72,53% dei voti l’iniziativa «Per un’alimentazione sicura», che chiedeva di rafforzare la produzione nazionale sostenibile, favorire una maggiore presenza degli alimenti vegetali e garantire una migliore protezione delle risorse idriche. Ancora maggiore, sotto il profilo politico e geopolitico, è stata tuttavia la portata della bocciatura dell’iniziativa «Salvaguardia della neutralità svizzera»: il 70,16% degli elettori ha votato contro, mentre soltanto il 29,84% si è espresso a favore, con un’affluenza del 47,07%. Nessuno dei ventisei cantoni ha approvato la proposta.

Per evitare equivoci, sottolineiamo che il quesito non chiedeva di abolire lo storico status della Confederazione né di aderire alla NATO. La scelta riguardava piuttosto il significato concreto da attribuire alla neutralità nel nuovo contesto internazionale: mantenerne l’interpretazione flessibile sviluppata dal governo negli ultimi anni oppure fissarne nella Costituzione una definizione molto più stringente, capace di limitare tanto la partecipazione alle sanzioni quanto la cooperazione con alleanze militari.

Anche dopo il voto, dunque, la Svizzera rimane formalmente neutrale, non appartiene alla NATO e non è vincolata agli obblighi di difesa collettiva previsti dall’articolo 5 del Trattato nordatlantico. Tuttavia, soprattutto dal 2022, la distanza tra questa neutralità giuridica e la collocazione politico-strategica effettiva della Confederazione si è progressivamente ridotta. Il voto del 27 settembre, di conseguenza, non avvia questa trasformazione che sta avendo luogo da anni, ma respinge il tentativo di imporle un limite costituzionale.

L’iniziativa, in particolare, chiedeva di sancire che la neutralità svizzera fosse «permanente e armata» e, soprattutto, di tradurre tale principio in obblighi precisi. La Confederazione non avrebbe potuto aderire a un’alleanza militare o difensiva né collaborare con essa, salvo nel caso di un’aggressione diretta contro la Svizzera o di preparativi concreti in vista di tale aggressione. Berna non avrebbe inoltre potuto partecipare a conflitti militari tra Stati terzi né adottare sanzioni contro Stati belligeranti, fatta eccezione per quelle imposte dalle Nazioni Unite e per i provvedimenti necessari a impedirne l’elusione. Il testo prevedeva infine che la Svizzera utilizzasse attivamente la propria neutralità per svolgere un ruolo di mediazione.

In termini geopolitici, il cuore della proposta era dunque duplice: impedire che la Svizzera continuasse a recepire autonomamente i sistemi sanzionatori elaborati dall’Unione Europea contro una delle parti di un conflitto e porre un limite all’intensificazione della cooperazione con la NATO. Non si trattava quindi soltanto di riaffermare simbolicamente un principio storico, ma di ricostruire uno spazio di autonomia tra la Confederazione e le strutture politico-militari occidentali.

Il punto di svolta dell’attuale evoluzione va individuato nel 28 febbraio 2022. Quattro giorni dopo l’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina, il Consiglio federale decise di associarsi alle sanzioni adottate dall’Unione Europea contro Mosca. La scelta suscitò immediatamente un dibattito sulla compatibilità di tale allineamento con la neutralità tradizionale. Il governo rispose distinguendo tra il diritto della neutralità, che riguarda principalmente gli obblighi militari di uno Stato neutrale, e la più ampia politica di neutralità, all’interno della quale Berna ritiene di disporre di un considerevole margine di manovra. Secondo questa interpretazione, l’adesione alle sanzioni dell’UE non avrebbe modificato lo status neutrale della Svizzera, poiché la Confederazione continuava a non sostenere militarmente nessuna delle parti belligeranti.

Sul piano strettamente giuridico, questa distinzione permette a Berna di continuare a definirsi neutrale. Sul piano politico, però, il 2022 ha segnato un cambiamento qualitativo. Per la prima volta nella crisi che contrappone frontalmente Russia e blocco euro-atlantico, la Svizzera non si è limitata a esprimere una posizione diplomatica, ma ha integrato nella propria legislazione il sistema di misure economiche punitive costruito dall’Unione Europea contro Mosca. La neutralità militare formale è rimasta intatta, ma l’equidistanza economica e politica si è sensibilmente ridotta.

Oltretutto, questa scelta non è stata episodica, in quanto Berna ha continuato a recepire progressivamente i successivi pacchetti di sanzioni europee. Ancora il 19 agosto scorso, poco più di un mese prima del referendum, il Consiglio federale ha deciso di attuare ulteriori misure contenute nel ventesimo pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia. La stessa Segreteria di Stato dell’economia ha descritto la decisione come conforme alla «prassi seguita finora», confermando che l’allineamento alle misure europee è ormai divenuto una componente strutturale della politica svizzera verso Mosca. Circa 2.790 persone e organizzazioni risultavano allora sottoposte a congelamento patrimoniale in Svizzera in relazione al conflitto ucraino.

Il processo non si è però fermato alla dimensione economica. Dalle sanzioni del 2022 si è progressivamente passati a un rafforzamento della cooperazione nel campo della sicurezza e della difesa, facendo emergere con maggiore evidenza la direzione strategica assunta dalla Confederazione.

Sempre a rigor di precisione, va sottolineato che la Svizzera partecipa al programma NATO Partnership for Peace dal 1996, dimostrando che la collaborazione con l’Alleanza Atlantica non costituisce una conseguenza esclusiva del conflitto ucraino. La novità degli ultimi anni consiste piuttosto nell’intensità e negli obiettivi di tale cooperazione. Nel dicembre 2025, infatti, Svizzera e NATO hanno definito un Individually Tailored Partnership Programme per il periodo 2025-2028, esplicitamente inserito dall’amministrazione federale nella volontà del Consiglio federale di «intensificare la cooperazione internazionale nella politica di sicurezza».

Il concetto che viene utilizzato per descrivere questa cooperazione con la NATO è quello di interoperabilità. Essa punta infatti anche a sviluppare e mantenere capacità che consentano alle Forze armate svizzere di operare insieme a quelle dei membri della NATO e degli altri Paesi partner. L’Alleanza stessa indica tra i settori della relazione con Berna lo sviluppo delle capacità delle forze svizzere di lavorare con quelle NATO nelle operazioni multinazionali.

Prima l’allineamento economico alle sanzioni europee, poi l’approfondimento della cooperazione nella politica di sicurezza, quindi la ricerca di una maggiore interoperabilità militare con l’Alleanza Atlantica. Nessuno di questi passaggi, preso isolatamente, abolisce la neutralità svizzera. Considerati nel loro insieme, tuttavia, descrivono una progressiva integrazione de facto della Confederazione nell’architettura strategica occidentale.

Lo stesso Consiglio federale, nella campagna contro l’iniziativa, ha difeso esplicitamente questa possibilità. Secondo il governo, la crescente instabilità europea rende necessario orientare la politica di sicurezza e di difesa verso una maggiore cooperazione internazionale. Berna considera compatibile con la neutralità la partecipazione a esercitazioni militari internazionali non direttamente collegate a una guerra e sostiene che un’eventuale cooperazione difensiva con altri Stati in caso di aggressione debba essere preparata in anticipo. Il governo riconosceva inoltre che un’approvazione dell’iniziativa avrebbe comportato una riduzione della cooperazione con la NATO, compresi settori come le esercitazioni congiunte e lo scambio di dati.

La neutralità, dunque, viene progressivamente ridefinita non più come mantenimento di una significativa distanza dalle strutture militari dei blocchi, ma come assenza dell’obbligo formale di intervenire militarmente al loro fianco. Entro questo perimetro molto più ristretto diventano compatibili con la neutralità tanto le sanzioni economiche coordinate con l’Unione Europea quanto la preparazione operativa con la NATO.

La Confederazione si colloca così in uno spazio intermedio: non è membro dell’Alleanza Atlantica, ma aumenta la propria capacità di operare insieme ai suoi membri; non appartiene all’Unione Europea, ma ne recepisce ripetutamente le misure coercitive contro la Russia; non rinuncia formalmente alla neutralità, ma interpreta questo principio in modo tale da rendere possibile una crescente integrazione nelle strutture politiche e di sicurezza dell’Occidente.

La Svizzera, del resto, non è mai stata neutrale nel senso di un’impossibile equidistanza ideologica assoluta. Già durante la Guerra fredda, essa apparteneva economicamente, culturalmente e politicamente al mondo occidentale. La specificità della sua neutralità consisteva soprattutto nel mantenimento di un’autonomia strategica rispetto alle alleanze militari e ai conflitti tra i blocchi. La trasformazione contemporanea non consiste quindi nel passaggio improvviso di una Svizzera neutrale a una Svizzera occidentale, perché la Confederazione è sempre appartenuta all’Occidente in senso storico e socioeconomico. Il cambiamento riguarda piuttosto il passaggio da un’appartenenza occidentale accompagnata da una marcata autonomia strategica a un’integrazione sempre più profonda nelle politiche economiche, di sicurezza e militari del campo euro-atlantico.

Resta dunque una neutralità formalmente intatta, ma sempre più distante dalla funzione politica che l’aveva storicamente caratterizzata. La Svizzera continua a non essere membro della NATO e conserva tutti gli strumenti giuridici per definirsi uno Stato neutrale. Allo stesso tempo, recepisce le sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia, approfondisce il coordinamento della propria politica di sicurezza con i partner occidentali e prepara le proprie Forze armate a una crescente interoperabilità con quelle dell’Alleanza Atlantica.

Andy Burnham promises ‘serious dialogue’ over UK’s relationship with EU

PM hails next month’s ‘reset’ summit as first step to closer ties, but tensions over trade may prove problematic

Andy Burnham has promised a “serious dialogue” over the UK’s future place in Europe, saying the existing relationship is “not good enough” as he framed next month’s Brussels summit as a possible first step to EU membership.

The prime minister said Britain must take a “clear-eyed rational look” at its long-term relationship with the bloc to boost economic growth and control immigration, which needed to go beyond Labour’s existing red lines.

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