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La Russia sta raggiungendo gli obiettivi strategici dell’Operazione Militare Speciale?

By: A A
13 October 2026 at 22:38

Nel dicembre 2021, la Russia presentò agli Stati Uniti e alla NATO due bozze di accordi formali per ottenere garanzie di sicurezza legalmente vincolanti, facendo intendere che se non fossero state accolte ci sarebbero state delle conseguenze.

Segue nostro Telegram.

In effetti, dopo il rifiuto di Washington di prenderle in considerazione, il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa intraprese l’Operazione Militare Speciale in Ucraina, ancora in corso.

Tra le richieste avanzate allora da Mosca sottolineiamo:

  • Blocco dell’allargamento della NATO: l’impegno formale a impedire ulteriori espansioni dell’Alleanza Atlantica, escludendo esplicitamente l’adesione dell’Ucraina.
  • Limitazioni alle Forze Militari: il divieto per la NATO di dispiegare truppe o armamenti nei Paesi entrati a far parte dell’Alleanza Atlantica dopo il maggio 1997.
  • Basi negli ex Stati sovietici: il divieto per gli Stati Uniti di stabilire basi militari o sviluppare cooperazione bilaterale nei Paesi dell’ex URSS che non fanno parte della NATO.
  • Missili a raggio intermedio e corto: il divieto reciproco di dispiegare missili a raggio intermedio e corto in aree da cui possano colpire il territorio dell’altra parte.
  • Attività militari: la limitazione delle esercitazioni e delle attività militari della NATO in Europa orientale, nel Caucaso e in Asia centrale.

Stati Uniti e NATO nel 2021 rifiutarono le richieste principali (in particolare il veto sull’allargamento della NATO e il ritiro delle infrastrutture militari ai confini del 1997), offrendo invece di negoziare su temi specifici come il controllo degli armamenti e la trasparenza delle esercitazioni.

Perciò, il 17 febbraio 2022 Mosca consegnò una contro-risposta formale agli Stati Uniti, lamentando la mancanza di disponibilità a fornire garanzie vincolanti e preannunciando la necessità di adottare misure ‘tecnico-militari’: pochi giorni dopo ci fu l’invasione dell’Ucraina.

La Russia aveva fondati motivi per ritenere che Kiev stesse per entrare nella NATO e uno dei bersagli inziali dei suoi missili balistici (13 marzo e 17 maggio 2022) furono proprio i centri di addestramento ucraini di Yavoriv (nella zona di Leopoli, vicino al confine polacco ma all’interno dei confini ucraini), a tutti gli effetti infrastrutture della NATO, come visibile nelle mappe della stessa Alleanza Atlantica (1).

Tralasciando le questioni diplomatiche e l’auspicata volontà comune di riaffermare i principi delle Nazioni Unite che venivano espressi nel documento presentato da Mosca e sui quali l’Amministrazione Trump ha tirato oggi una riga definitiva, è interessante capire se siano stati compiuti dei passi da parte dell’attuale presidenza statunitense per venire incontro alle richieste russe (2).

All’art. 1: Russia e U.S.A. non intraprenderanno azioni né parteciperanno o sosterranno attività che pregiudichino la sicurezza dell’altra Parte; non attueranno misure di sicurezza – adottate da ciascuna Parte individualmente o nell’ambito di un’organizzazione internazionale, di un’alleanza militare o di una coalizione – che possano compromettere gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Sul supporto decisivo dell’intelligence USA e dei grandi gruppi tecnologici statunitensi (da Starlink a Palantir, entrambi vicini all’Amministrazione Trump) all’Ucraina al fine di colpire il territorio della Federazione Russa ho già ampiamente scritto in precedenza e perciò non mi soffermo (3).

Articolo 2

Le Parti si adopereranno affinché tutte le organizzazioni internazionali, le alleanze militari e le coalizioni a cui partecipa almeno una delle Parti si attengano ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.

Abbiamo assistito recentemente alla doppia aggressione condotta dalla “Coalizione Epstein” all’Iran, senza alcun fondamento nel diritto internazionale e senza alcuna considerazione dei “principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite”. Per non parlare del supporto statunitense ai bombardamenti israeliani su Siria, Libano e Yemen (aggressione alla quale contribuisce in gran parte l’Arabia Saudita) o del rapimento illegittimo del Presidente venezuelano Maduro.

Articolo 3

Le Parti non utilizzeranno i territori di altri Stati allo scopo di preparare o compiere un attacco armato contro l’altra Parte o altre azioni che pregiudichino gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Naturalmente, la violazione di questo articolo non avviene solo utilizzando il territorio ucraino per colpire la Russia; recentemente, sul sito del Ministero della Difesa di Mosca è comparso un elenco di venti aziende europee accusate di essere parte integrante dell’apparato militare-industriale ucraino. Quattro hanno sede in Italia, tre in Germania, due in Gran Bretagna, due in Polonia, due in Turchia, due in Repubblica Ceca, poi sono rappresentate anche imprese con basi in Israele, Spagna, Paesi Bassi, Lituania e Lettonia. Tutto ciò avviene con il consenso implicito degli Stati Uniti. Anche le infrastrutture della NATO e le basi militari statunitensi in Europa (Sigonella ad esempio in Italia nel 2022) contribuiscono così ad alimentare questo conflitto (4).

Articolo 4

Gli Stati Uniti d’America si impegneranno a impedire un’ulteriore espansione verso Est dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a negare l’adesione all’Alleanza agli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Gli Stati Uniti d’America non stabiliranno basi militari nel territorio degli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che non siano membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, né utilizzeranno le loro infrastrutture per attività militari di alcun tipo, né svilupperanno con essi una cooperazione militare bilaterale.

Senza trascurare l’immediato ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO all’inizio dell’Operazione Militare Speciale, l’attuale Amministrazione a Washington ha annunciato l’invio di ulteriori 5.000 soldati statunitensi in Polonia e l’istituzione di una nuova base militare permanente nel Paese (ridenominata “Fort Trump”). Ma gli U.S.A. non si sono fermati qui; in Armenia, nazione che fa ancora formalmente parte dell’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Eurasiatica, lo scorso settembre Washington e Erevan hanno tenuto un nuovo ciclo di consultazioni bilaterali sulla difesa e firmato un verbale congiunto d’intesa (jointly agreed minutes) per dare seguito alla Charter on Comprehensive Strategic Partnership sottoscritta nel maggio 2026. Gli accordi discussi riguardano:

Supporto alla trasformazione e riforma delle Forze Armate armene.

Addestramento di sottufficiali (NCO), istruttori, comandanti junior e personale per il mantenimento della pace (peacekeeping).

Istruzione militare ed esercitazioni congiunte.

Sviluppo delle capacità industriali della difesa e potenziale fornitura di equipaggiamenti tramite il programma Foreign Military Sales (FMS) e programmi educativi come l’IMET, orientando l’Armenia verso una progressiva modernizzazione degli standard militari occidentali.

Articolo 5

Le Parti si asterranno dallo schierare le proprie Forze Armate e i propri armamenti – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree in cui tale schieramento potrebbe essere percepito dall’altra Parte come una minaccia alla propria sicurezza nazionale, fatta eccezione per lo schieramento all’interno dei territori nazionali delle Parti stesse. Le Parti si asterranno dal far volare bombardieri pesanti equipaggiati con armamenti nucleari o non nucleari, o dallo schierare navi da guerra di superficie di qualsiasi tipo – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree situate rispettivamente al di fuori dello spazio aereo nazionale e delle acque territoriali nazionali, dalle quali sia possibile colpire obiettivi nel territorio dell’altra Parte.

Poco più di un mese fa, si è tenuta un’esercitazione aerea della NATO nel nord-est della Polonia, nelle vicinanze di Kaliningrad con alcune decine di velivoli. All’esercitazione hanno partecipato caccia statunitensi e norvegesi, un aereo di sorveglianza NATO E-3A Sentry AWACS, velivoli per il rifornimento in volo e un aereo statunitense EA-37B per la guerra elettronica: Mosca teme che si tratti di manovre preparatorie all’isolamento dell’enclave russa dal resto della Federazione e ha risposto duramente ma soltanto sul piano diplomatico.  Inoltre, la NATO Ballistic Missile Defence (BMD), la difesa antimissile balistica dell’Alleanza Atlantica, è una rete costituita da sensori e da sistemi missilistici che i Paesi Membri offrono quale contributo nazionale alla struttura, i cui punti di riferimento in Europa sono lo European Phased Adaptive Approach (EPAA), statunitense, con il sistema americano Aegis Ashore schierato in Romania e Polonia e le navi Aegis per la BMD, stazionate nelle acque spagnole. Il sistema radar della IAMD si trova in Turchia, mentre l’infrastruttura di comando e controllo in Germania (5). Nel 2016 (grazie all’annullamento del Trattato ABM deciso da Trump) gli Stati Uniti hanno prima messo in funzione una base ABM in Romania, un sistema che utilizza lanciamissili Aegis potenzialmente in grado di lanciare Tomahawk con testata nucleare ad oltre 2400 chilometri di distanza, successivamente nel 2022 hanno costruito un sito Aegis in Polonia, ancora più vicino ai confini russi. Gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto che i siti ABM hanno lo scopo di fermare le testate puntate sull’Europa dall’Iran o dalla Corea del Nord. Mosca ovviamente non la pensa così; François Geleznikoff, direttore delle applicazioni militari presso la Commissione per l’energia atomica e le energie alternative, intervenne nel marzo 2019 in audizione presso l’Assemblea Nazionale francese sull’argomento contraddicendo Washington: “Negli Stati Uniti, la Nuclear Posture Review (NPR) non si rivolge realmente alla Corea del Nord (gli americani hanno armi che permetterebbero loro di vetrificare il Paese più volte) ma piuttosto alla Russia, in risposta alle dichiarazioni del presidente Putin” (6).

Articolo 6

Le Parti si impegnano a non dislocare missili a raggio intermedio e a corto raggio lanciabili da terra al di fuori dei propri territori nazionali, né in aree dei propri territori nazionali dalle quali tali armi possano colpire obiettivi situati nel territorio nazionale dell’altra Parte.

Il 22 settembre 2026, Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia hanno firmato a New York un accordo di sicurezza trilaterale che prevede l’apertura e la gestione di due nuove basi militari americane e la modernizzazione di quella esistente. Gli Stati Uniti ottengono ampie libertà di movimento (aria, terra e mare) per collegare le basi e la possibilità di utilizzare l’isola per il sistema di difesa missilistica (la Pituffik Space Base – ex Thule Air Base – nel nord-ovest dell’isola, ospita sistemi radar d’allerta precoce per i missili balistici). Il sistema difensivo pensato dagli Stati Uniti si evolverà da una presenza concentrata in un unico punto a una rete di strutture distribuite su tutta l’isola. Anche perché le due nuove basi non saranno le uniche installazioni militari che si insedieranno sull’isola (7).

Articolo 7

Le Parti si asterranno dal dislocare armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali e riporteranno nei propri territori nazionali le armi già dislocate all’estero al momento dell’entrata in vigore del Trattato. Le Parti elimineranno tutte le infrastrutture esistenti per il dislocamento di armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali. Le Parti non addestreranno personale militare o civile proveniente da Paesi non dotati di armi nucleari all’uso di tali armi. Le Parti non condurranno esercitazioni o attività di addestramento per forze convenzionali che prevedano scenari di impiego di armi nucleari.

A partire dal 13 ottobre 2026, si svolgerà in Italia Steadfast Noon, ‘Mezzogiorno risoluto’, l’esercitazione che l’Alleanza atlantica svolge ogni anno e che coinvolgerà le basi aeree di Aviano, in provincia di Pordenone, e Ghedi, nel Bresciano, oltre a diverse località in tutta l’area di responsabilità ben oltre il Nord del Paese. “È necessario il contributo congiunto di tutti gli Alleati: si tratta di un’iniziativa che non può limitarsi a un singolo Paese”, ha riferito il colonnello David Bull, capo delle operazioni nucleari della Nato, facendo riferimento al fatto che anche lo spazio aereo dei Paesi limitrofi potrebbe essere coinvolto. Vi parteciperanno velivoli in grado di svolgere missioni convenzionali e nucleari, anche se l’esercitazione non prevede l’impiego di armi atomiche. “Ma siamo in sintonia con Roma sul fatto che si tratti di un’esercitazione nucleare”, ha poi precisato Barrows. Gli Stati Uniti saranno presenti con equipaggi di volo e personale addetto alla manutenzione. Secondo gli stessi documenti del Pentagono, in Italia sarebbero dislocate circa 80 ordigni nucleari sotto controllo statunitense nelle basi militare italiane a Ghedi e Aviano (8).

Conclusioni

Il sintetico panorama offerto da questo articolo vuole dimostrare che la Russia non potrà cantare vittoria nemmeno dopo aver completato la conquista del Donbass, perché l’inizio dell’Operazione Militare Speciale in Ucraina è legato a considerazioni di sicurezza geopolitica tuttora irrisolte se non addirittura aggravatesi rispetto al 2022.

Se qualcuno al Cremlino crede che dopo un eventuale accordo con l’attuale Amministrazione U.S.A., la Russia verrà lasciata stare si sbaglia di grosso, perché l’Occidente collettivo si sta già preparando non solo al dopo Putin ma anche al dopo Trump.

L’obiettivo degli Stati Uniti non è altro che prendere tempo in attesa del verificarsi di almeno una delle due condizioni: l’allontanamento di Mosca dalla partnership strategica con Pechino e il conseguente rallentamento della dedollarizzazione – gli Stati Uniti non pagheranno di certo il diesel russo in rubli – e la fine della preparazione da parte della NATO ad un conflitto diretto contro la Russia – termine individuato nel 2030, quando sicuramente Trump non sarà più alla Casa Bianca.

Dal punto di vista occidentale la considerazione della Russia non è cambiata molto da quando il direttore della rivista “Foreign Policy”, l’israelo-statunitense John Feffer, la definì una “Nigeria con le armi nucleari”; secondo questa visione, Mosca deve tornare ad essere una sorta di ‘colonia estrattiva’ o ‘appendice di materie prime’ a esclusivo vantaggio delle industrie euro-statunitensi. A maggior ragione nel momento in cui la competizione tecnologica con la Cina necessita da parte degli Stati Uniti di quelle risorse strategiche di cui la Federazione Russa è ricca.

Pochi giorni fa, i 32 membri del Comitato Militare della NATO (quello statunitense in primis), erano a Kiev per ribadire il loro sostegno incondizionato all’Ucraina “rimasta costantemente al centro delle valutazioni, delle decisioni e della pianificazione futura dell’Alleanza”. Prima di fare qualsiasi altra concessione a Washington, Vladimir Putin dovrebbe pensarci bene: passare da una vittoria tattica ad una sconfitta strategica potrebbe essere più semplice di quanto sembra.

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(1) https://www.nato.int/structur/nmlo/links/yavoriv-training-centre.pdf. Il sito internet è oggi irraggiungibile (forse per mascherare le prove?), ma la sua presenza come infrastruttura dell’Alleanza Atlantica era rintracciabile ancora nel giugno 2024. Come ammise anche il “Corriere della Sera”, i morti furono più di 300 e tra di essi numerosi soldati e addestratori della NATO: Giulia Fasano, Nella base militare di Yavoriv i morti sono stati trecento, 26 marzo 2022. Anche secondo il quotidiano “Repubblica”: “Il ‘Centro internazionale per la pace e la sicurezza’ di Yavoriv ospitava istruttori occidentali, come conferma il Ministro della Difesa di Kiev”.

(2) Il documento completo è stato pubblicato sul sito internet del Ministero degli Esteri della Federazione Russa: Treaty between The United States of America and the Russian Federation on security guarantees, 17 dicembre 2021.

(3) Ad esempio, cfr. Le basi della CIA in Ucraina: chiave del contenimento anti-russo in Europa, “Strategic Culture Foundation”, 11 aprile 2026.

(4) Nel contesto del conflitto in Ucraina e della postura di deterrenza della NATO, le basi militari presenti sul territorio italiano (gestite sia dalle Forze Armate italiane che dagli Stati Uniti) svolgono funzioni chiave di sorveglianza aerea, intelligence, logistica e comando, cfr. ad esempio Federico Petrangeli, Supporting Kyiv: Italy’s Military Assistance between Strategic Continuity and Political Division, IAI, 11 giugno 2026.

(5) Senato della Repubblica italiana, Schema di decreto ministeriale di approvazione del programma pluriennale di A/R n. SMD 32/2025, relativo all’ammodernamento, al rinnovamento e al potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza Atlantica, alla protezione di teatro delle forze schierate in aree di operazione, inclusa la componente navale (n. 377), Resoconto sommario del 4 febbraio 2026.

(6) Stefano Vernole, La forza di dissuasione nucleare francese, Focus CeSEM, 3 maggio 2022.

(7) Stefano Vernole, Gli Stati Uniti hanno messo le mani sulla Groenlandia dimostrando la totale irrilevanza dell’Unione Europea, “Strategic Culture Foundation”, 5 ottobre 2026.

(8) Redazione Peacelink, L’esercitazione nucleare della NATO Steadfast Noon 2026 comincerà sui cieli italiani il 13 ottobre.

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The 25-year war on Afghanistan hasn’t ended

By: A A
9 October 2026 at 14:05

By Emran FEROZ

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The war inaugurated a terrible new global order in which armed drones kill civilians who are neither named nor counted.

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There were nights full of terror. Our village was bombed constantly,” says Zalmay Khan. Afterward, he goes to pray. Because of his wounds, he cannot kneel, so he prays sitting down.

Khan is in his early twenties and now works as a Taliban intelligence officer. As a boy, he says, he learned to read the sky before he learned to read words. His village in Wardak province, near Kabul, was bombed, then bombed again. First came American planes, then NATO’s, then those of the Afghan army the West had built. By night it got worse, when jets and armed foreign contractors hit villages and killed civilians seemingly at random.

“I became a Mujahed [a Taliban fighter] naturally,” Khan tells me.

He is not an outlier. In village after village on my most recent trip to Afghanistan a few weeks ago, I met men who grew up as the so-called war on terror’s raw material. Some wear the Taliban’s turbans, and some do not. Almost all of them say the same thing, with remarkable calm: The American narrative of this war belongs to the past. After two decades of war and destruction, it is their turn to control narratives and to rule the country.

October 7, 2026, marks exactly 25 years since the United States began bombing Afghanistan. The anniversary will pass in Washington with little reflection. In Afghanistan, the reality of it is lived daily.

Drones and Ghosts

The war on terror made history in a way few people remember. In its opening weeks, the United States used an armed drone against a target in Afghanistan, one of the first such attacks ever, in an attempt to kill the Taliban’s founder, Mullah Mohammad Omar, in Kandahar. Omar was not hit on October 7, 2001. He survived and reportedly died of natural causes a decade later, which the Taliban kept secret for years.

Who died instead? The record offers almost nothing: no definitive or officially confirmed names, ages, villages. One news report cites unnamed Kandahar residents suggesting the raid killed Omar’s 10-year-old son and the child’s stepfather, but the Taliban’s ambassador to Pakistan declined to confirm or deny this report.

In other words, the first known attempt to kill a man with an armed drone killed people no one has ever definitively identified, and it set the template for the type of warfare that would dominate over the next decades. No one can say who the victims were. But if the pattern of the following years is any guide, many were likely civilians, like the thousands of victims who came after them. During the Obama years, Afghanistan officially became the world’s most drone-bombed country.

That template repeated itself so often that Afghans developed names for the many men who were declared dead after supposed “surgical strikes,” but who then reappeared alive: mord-e zinda (the living dead) in Farsi and khyali marr (the not truly dead) in Pashto. I call them “Taliban ghosts.”

It continued across successive U.S. administrations, even across the bureaucratic, supposedly methodical “kill lists” infamously used by the Obama administration used to mark people for death from the skies.

The obvious question was almost never asked: If Omar was not the victim, who was killed instead? In the logic of the drone war, a body is a statistic, and a body in a targeted area becomes a militant by default. The dead were not counted, and the stories of their families, who were left to count for themselves, largely continued to go unknown.

Strikes did not only create ghosts. They also created recruits. Researchers, journalists, and Afghan elders have long described the same pattern: A village is hit, a family is destroyed, and the Taliban offer the survivors the only form of justice made available to them. By the end of the war, entire districts had made that choice, not out of ideological conviction but out of grief.

Democratic Torture

One of the people I talked to on my recent trip was a Taliban official who had been held at Bagram, the American prison north of Kabul, for several years. He told me what the Americans wanted from him. “Accept our democracy or get tortured and rot here. That’s what they told me,” he recalled.

The aim, as he described it, was reeducation by coercion: Accept our system, our ideology, and the pain stops. He refused. By his account, he left more committed than when he arrived. He was freed in 2020 under the prisoner exchange the United States negotiated with the Taliban, part of the same Doha process that handed the country back to the movement the war was purportedly meant to destroy.

Consider the sequence. A man is imprisoned and tortured to make him embrace a political order. He then walks out of the prison and eventually helps govern. The war’s own methods created much of its failure.

I make no argument here that the Taliban’s rule is benign. Women and girls have been shut out of education and public life, and dissent is severely punished. These facts belong in any honest account. But an honest account also includes what the war did, who did it, and whom they harmed; the powers that waged it have shown little interest in reckoning with that part.

A War Passed On

Here is the part that does not fit the story that the war on terror ended in August 2021: someone else is still fighting it.

Pakistan is currently bombing Afghanistan. Just a few days ago, Pakistani airstrikes killed at least 10 civilians, most of them children, in the provinces of Helmand and Kunar.

Pakistani authorities say they are targeting militants of the Tehrik-e-Taliban Pakistan, or TTP, often known as the Pakistani Taliban. Afghans on the ground, and independent reports, repeatedly describe civilians as being among the dead. Islamabad has also forced hundreds of thousands of Afghans, many of them born there, out of Pakistan.

The phrasing used to justify these attacks is familiar: “Terrorists were eliminated.” Anyone who covered the American war has heard that sentence before, and the same pattern follows. The claims are hard to verify, the dead are hard to identify, and the people left behind are not asked.

Pakistan has run this game before, and it has historically done well for itself out of it. In the first days of the war on terror, Islamabad aligned itself with Washington while, according to critics and many former officials, hedging its bets with the Taliban. The United States poured billions into Pakistan in military aid and reimbursements. A double game paid for itself.

For a military establishment that benefits from a war to fight, an enemy is an asset. That helps explain why the army has so little tolerance for those who challenge its role. This pattern goes beyond the foreign policy of one country alone. It is a system — one created by the U.S. but now adopted globally — that requires a threat to warrant its continued expansion and removes the people who question its logic.

If Pakistan again needs an Afghan threat to justify its budgets, its alliances, and its hold on power at home, the logic is the same as in 2001. The war on terror, seen from Islamabad, is a renewable resource.

The Violence That Made the TTP

The TTP itself is not a mystery. It did not appear from nowhere, and it cannot be blamed on Kabul alone. It grew out of Pakistan’s own tribal areas, where decades of military operations, drone strikes with Islamabad’s tacit consent, and brutality under former Pakistani President Pervez Musharraf shattered communities. Many of these massacres have been forgotten outside the region. In the tribal belt they are not.

The result was a generation radicalized by state violence, in much the same process I heard described in Afghan villages. The TTP is, in significant part, a product of the very policies now used to justify the continued bombing of Afghanistan. Without Pakistan’s violence in the tribal areas, the group would not look as it does. Accountability for that history will not come from the same army that carried it out.

The war on terror in Afghanistan was sold as a campaign against a specific enemy. What it produced was a country scarred by airstrikes, night raids, and detention, and an enemy that outlasted the world’s strongest military. It also produced a new precedent: That a state can kill from the sky, in secret, and rarely be asked who died, much less held accountable for its deathmaking.

That precedent traveled. Drones have gone from being an innovation in killing, one shrouded in secrecy, to a mainstay of battlefields on multiple continents.. The language of “surgical” strikes and “militants eliminated” has become standard, notably throughout the genocide in Gaza. And in Afghanistan, the war continues in new hands, with the same justifications and the same result.

On October 7, if this anniversary is marked in the U.S. at all, there will be speeches about sacrifice and lessons supposedly learned. The real lessons are available to anyone who asks the people who lived under the sky, and the most critical question is still the one nobody answered in 2001: Who was killed instead?

Original article:  truthout.org

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By: SGT
7 October 2026 at 01:00
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A Bab al-Mandab Saga: The Gate of Grief from Aksum to the TPLF Part 1

5 October 2026 at 12:30
This is a brief designed to locate all the fuses under nearly all the explosive checkpoints, surrounding the chokepoint of grief, called Bab al-Mandab. For five centuries the Red Sea’s front door has been sold as somebody’s “security burden,” and every empire that bought the brochure ended up paying rent. From Aksum’s galleys to the […]

Repeating itself

By: A A
4 October 2026 at 14:35

Europe is beating the drums of war again, regardless of history or common sense. What will happen in the coming months is anybody’s guess.

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History does seem to like to repeat itself, although often in a different guise. Mistakes are usually the things History uses to make these repetitions work.

Mankind is somehow incapable of stopping itself from making the same or similar mistakes over and over again. What does work in a near-fantastic manner is to give the things new names and new justifications.

One other method used is the designation of terms. Not terms as in negotiations, but in the sense of words. Take, for instance, the term “Genocide”.

Genocide has been reserved for the actions taken by the Nazis in Germany under the government of Hitler and his NSDAP party – the mass killing of minorities and opponents on an industrial scale. With a thoroughness often seen as typically German, everything was bureaucratically calculated and accounted for. The net gain generated by the killing and plundering of the victims was offset against the cost of the act of killing itself. Every part and item of that said person was monetised, and a profit was looked for. This, of course, also included the amount of labour extractable before killing and disposing of the remains.

The term “Genocide” has been dedicated to this issue. It has thus become difficult to use in other contexts. Strange, too, is the fact that only one of the groups of victims of the said genocide use it to justify their own actions today.

The next word designated is the term “defence”.

Up to the second Trump presidency, there were only Ministries of Defence. And in most countries, backward thinking no doubt, these Ministries are still so named. Not so in the modern U.S. Here the Ministry has received its rightful name: Ministry of War. Being honest at last. Calling NATO a defence organisation is something that should get the Trump honesty brush-up too. The same with the “defence industry”.

The personal use of such terms is one thing; to claim exclusivity is another.

The definition of Genocide by the United Nations, for example:

Genocide is defined by the 1948 UN Genocide Convention as certain acts committed with intent to destroy, in whole or in part, a national, ethnic, racial, or religious group “as such,” including killing group members. It also covers acts like causing serious bodily or mental harm, deliberately inflicting destructive living conditions, imposing measures intended to prevent births, and forcibly transferring children.

So now everyone can reach their own conclusion on that term and its usage. Defence and War as ministry names is self-explanatory.

Repeating mistakes is another thing worth looking into a bit.

Trying to get at other people’s goods over and over again is a popular mistake made on a regular basis. Trying to set up one-sided trade agreements is one method. The EU has no good track record when it comes to things like this. Trade with African nations, for example, was carried out with such aims in mind. One anecdote springs to mind. When the EU was caught in the throes of BSE (mad cow disease), the EU wanted to import ostrich meat from South Africa. The EU wanted to dictate to the South African ostrich farmers how their meat should meet EU standards. If not met, no business possible. The ostrich farmer rightly pointed out who had a BSE problem. Did he and his ostriches, or the EU with their standards?

End of discussion.

When confronted with larger nations, able to look after themselves, other methods are needed. Back in the Middle Ages, land and resources were a point of contention, wars being fought for such reasons. In modern times, it is not necessarily land that matters, but foremost controlling other people’s resources.

The Second World War was fought for this reason. Hitler and his Nazi movement were supported, financially and morally, by some of the elites in the U.S. and Great Britain, apart from other countries in Europe. The aim of the U.S. was to have a go at the Russian Communists and take economic control over the British Empire. The second part of the plan worked: Britain lost its empire to the U.S.

The first idea, solving the Communist problem, turned out to be more difficult. They just did not stop and stand and be beaten by the German army, even with all its sophisticated weaponry. The idea the Allies had – turning the German Army into an allied one and going at the Russians – did not come to pass. This was seen by some as being a mistake at the time. The idea was not scrapped but only postponed, as can be seen today.

There we have it again: the mistake being repeated, but with a different justification. Which is where NATO comes to the front once more.

It was always an anti-Russian thing. That and controlling the European Continent. Keep America in, the Russians out, and the Germans down. Fun fact: Stalin wanted to join NATO one year before it was founded, but the NATO fathers said no thank you very much. Putin made the same suggestion to Clinton, but he said no thank you too.

Now NATO has done it again and repeated the mistake Napoleon and Hitler and the Finns made – wanting to get hold of the resources Russia calls its own, preferably by force. That saves lengthy negotiations and has always been looked upon as the quickest and easiest method. To do this, NATO came up with a brilliant plan: get Ukraine to do it.

Now let everything go regarding this conflict; enough has been said by more qualified people than me, and I cannot add anything sensible on that subject. Europe is beating the drums of war again, regardless of history or common sense. What will happen in the coming months is anybody’s guess.

One point, however, has, I feel, not been mentioned to the extent it deserves. In fact, Ukraine has been given all kinds of weapons from NATO – the same weapons NATO would have used itself had it come to a direct confrontation between NATO and Russia, not using a proxy.

Even the Ukrainians complained that the weapons sent were not up to scratch and outdated, as in “over the shelf time”. Now the thing is, these weapons have proven below par for all the world to see. Not only that, but this conflict has shown that NATO countries, for all their chest-thumping and war talk, cannot produce the quantity necessary to sustain any kind of prolonged military campaign. And that’s ignoring the quality altogether. The big brother in arms, the U.S., has even shown itself to be unreliable when it comes to equipping its allies. To say nothing of the miserable performance of its so-called “best weapons the world has ever seen”.

Now let us for a moment imagine: what if NATO had gone and attacked Russia directly? It would obviously have used these same said weapons and found them lacking, just like the Ukrainians did and do. NATO, meaning Europe, would have been whipped, like back in 1945. Only more thoroughly this time.

How short can memory be to start and make the same mistake again, for absolutely no reason whatsoever, just 80 years ago? Can any European politician in his or her right mind want the European countries to look like they did then, back in 1945? Destroy and lose all the things that have positively come to be since then?

Either they suffer from amnesia, or mental issues that need serious medical attention by qualified staff, or there is another reason.

If the regime in Ukraine is defending our so-called Western values while being Nazi-inclined, blatantly corrupt and definitely non-democratic, led by a cocaine-sniffing dictator, then the answer could be found in the old English saying:

“Birds of a feather flock together.” Who knows?

Iran has published a naive letter to the American People

By: SGT
3 October 2026 at 02:00
by Paul Craig Roberts, Paul Craig Roberts: “As the first casualty of the endless wars waged by the US government has without exception been the truth, with the American people perpetually receiving the greatest harm as the result of the US government’s campaign of deception, we wish to highlight some of the facts that are […]

Storia dell’Iraq – Parte I: l’Iraq prima e dopo l’Islam

By: A A
2 October 2026 at 23:07

Alla luce del recente rituro delle forze statunitensi dal Paese (esito anche della sciagurata aggressione all’Iran) si rende necessario ripercorrere storia e geopolitica dell’Iraq per meglio comprendere quelle che saranno le future direttrici di quello che per demografia, posizione e ricchezza (in termini di risorse naturali) si presenta come un sicuro protagonista nel futuro della regione.

Segue nostro Telegram.

Per comprendere la storia dell’Iraq sul piano della teoria geopolitica si rende necessario valutarne sia la posizione assoluta (ovvero, la collocazione geografico-spaziale) sia la posizione relativa (la collocazione geopolitica). La seconda, a differenza della prima, può variare in relazione a precise circostanze; è determinata dal rapporto con i vicini; e può donare o far perdere importanza ad un luogo nel corso del tempo (ad esempio, l’Italia che durante la Guerra Fredda, era “favorita” dalla sua condizione di Paese confinante con il “blocco socialista”, mentre oggi non gode più di tale “status”). La posizione assoluta dell’Iraq è quella di Paese inevitabilmente legato alla presenza di due corsi d’acqua (il Tigri e l’Eufrate) che assumono valore non solo in termini di idrografia ma anche come “immaginario geografico” (termine con il quale la “geopolitica accademica” cerca di descrivere la cosiddetta geografia sacra). La posizione relativa, a sua volta, è quella di confine tra due mondi, due spazi e civiltà all’apparenza differenti: il mondo nomadico del deserto arabico (con la sua religiosità “cruda”) e quello parzialmente sedentarizzato dell’Altopiano iranico con la sua cultura millenaria ed una innata tendenza all’afflato mistico. Allo stesso tempo, la sua storia è segnata dal rapporto conflittuale con il vicino siriano che risale sin dai tempi dei primi califfi dell’Islam.

I fiumi Tigri ed Eufrate hanno storicamente rappresentato una forte base di unità sociale per il popolo iracheno. La sua ricchezza idrica e la sua particolare posizione (al centro del quadrante geopolitico del Vicino Oriente) hanno attirato nel corso dei secoli una ragguardevole serie di invasioni e/o migrazioni che ne hanno costantemente sovvertito l’equilibrio.

All’inizio del VII secolo d. C., prima che l’Islam modificasse in modo definitivo il panorama culturale e religioso della regione mesopotamica, i territori che oggi corrispondono all’Iraq erano abitati in larga parte da comunità cristiane nestoriane (parlanti diversi dialetti aramaici), ebraiche e da diversi insediamenti greci e indiani. Lo zoroastrismo, invece, era limitato ai soldati ed agli amministratori persiani, i dahaqin (classe aristocratica composta in primo luogo di proprietari terrieri). I territori a ovest dell’Eufrate, a loro volta, erano abitati da tribù nomadi arabe. Per secoli il regno degli arabi Lakhmidi – che aveva la sua capitale nella città di Hira, sui margini del deserto arabico – aveva prosperato come regno autonomo, sebbene vassallo della Persia sasanide.

L’arrivo dell’Islam, sancito dalla sconfitta sasanide nella battaglia di Qadisiyya (636 d. C.), modificò solo in parte la geografia religiosa della regione. I nuovi conquistatori, chiusi all’interno di villaggi fortificati (gli amsar), in un primo momento non solo non cercarono di imporre la nuova religione (l’islamizzazione totale della regione richiederà diversi decenni), ma assunsero rapidamente molti aspetti culturali dei vinti sasanidi.

La rapida ed enorme espansione dell’Impero arabo-islamico comportò inevitabilmente diverse problematiche di gestione degli affari pubblici e militari, arrivate al culmine con la ribellione delle guarnigioni stanziate in Egitto e l’assassinio del terzo califfo Uthman nel 656. In questo contributo non vi è spazio per analizzare nel dettaglio ciascuna di esse. Tuttavia, è importante sottolineare il fatto che, nel momento della fitna (termine arabo che letteralmente significa “sedizione” ma che viene utilizzato per descrivere uno stato di vera e propria guerra civile), le basi dei belligeranti  erano rispettivamente situate in Iraq (Kufa e Bassora per i seguaci di Ali, cugino e genero del Profeta, nonché quarto califfo dell’Islam) ed in Siria (precisamente a Damasco, dove risiedeva Mu’awiya, governatore regionale e cugino di Uthman, con più di un’aspirazione al soglio califfale).

L’assassinio di Ali nel 661 e la definitiva affermazione della famiglia omayyade (della quale Mu’awiya era allora il principale esponente) diede inizio ad una nuova fase nella storia dell’Islam e sancì la momentanea vittoria della componente siriana su quella irachena. Di fatto, solo quarant’anni

dopo l’Egira (la migrazione del Profeta Muhammad dalla Mecca a Medina), il centro di potere dell’Impero arabo-islamico si era trasferito dalla città oasi al centro della Penisola Arabica all’Iraq prima ed all’assai ricca Damasco poi.

Sul piano prettamente geopolitico, dunque, la ribellione di Hussein (figlio di Ali) contro Yazid (il dispotico figlio di Mu’awiya), ed il martirio del primo insieme ai suoi uomini a Kerbala nel 680, può essere interpretata non solo come l’istante di manifestazione del più puro spirito dei partigiani di Ali (l’idea del sacrificio di sé in nome della giustizia), ma anche come un nuovo episodio dello scontro plurisecolare tra Siria e Iraq. Sempre i “siriani” omayyadi, per mano del califfo Abdul-Malik (685-705) inviarono in Iraq il “duro” governatore al-Hajjaj ibn Yusuf al preciso scopo di soffocare la nascente minaccia sciita. Questi ha un posto del tutto particolare all’interno della storia dell’Iraq, tanto che ancora oggi i giovani iracheni imparano a memoria parti di un suo celebre discorso rilasciato nella moschea di Kufa nel 694: “Il comandante dei fedeli [il califfo omayyade] ha vuotato la sua faretra e morso le sue frecce e ha trovato in me la più dura e più amara di tutte. Perciò mi ha mandato a voi. A lungo siete stati pronti alla sedizione; siete giaciuti nei covili dell’errore e avete fatto della trasgressione la vostra regola. Per Dio, io vi scorteccerò come si fa con gli alberi, vi legherò come una fascina di stecchi, vi batterò come cammelli randagi […] Per Dio, quello che prometto, mantengo; quello che propongo, realizzo; quello che misuro, taglio”.

Le dure riforme di al-Hajjaj ed il processo di arabizzazione forzata da lui portato avanti, paradossalmente, favorirono lo sviluppo di Kufa e Bassora come centri di studio della teologia e della giurisprudenza islamica aperti (per il tramite siriano) all’influenza dello gnosticismo cristiano e più in generale del mondo ellenico da una parte e persiano, dall’altra.

Come riporta lo studioso Thabit A. J. Abdullah, “con l’aumento delle conversioni all’Islam, la contraddizione insita fra l’appello universalistico islamico ed il dominio di una casta militare araba divenne insostenibile”. I primi califfati musulmani (e quelli omayyadi in particolare), di fatto, posero particolare enfasi sull’identità etnica araba del potere. In altri termini, si trattava di uno “Stato” retto da un’aristocrazia militare composta da guerrieri tribali arabi, legati tra loro dalla comune fedeltà al dettato coranico. Va da sé che il termine “Stato” in questo caso viene utilizzato nel senso che ad esso venne attribuito dal geopolitico tedesco Friedrich Ratzel: ovvero di “qualsiasi organizzazione politica” (clanica o tribale comprese), visto che, alla pari dello “Stato moderno”, anche queste nascono per difendere la comunità dai pericoli esterni e per assicurarne il sostentamento attraverso l’accentramento del potere. Solo gli epigoni/successori di Ratzel hanno limitato la geografia politica alla geografia dello Stato nel senso moderno del termine.

Ora, la suddetta prospettiva universalistica dell’Islam metteva in conto la possibilità della conversione. Questa, inizialmente, veniva attivamente scoraggiata anche per ragioni economiche, essendo i sudditi non musulmani costretti a pagare una tassa assai più onerosa rispetto ai musulmani. Nonostante ciò, i primi convertiti erano tenuti ad associarsi ad una particolare tribù come “clienti” (mawali), entrando di fatto nel sistema di protezione tribale proprio della Penisola arabica. Il problema sorse nel momento in cui le conversioni (soprattutto in Iraq e Persia, regioni estremamente popolose per il periodo) divennero un fenomeno di massa e l’espansione, sia verso Oriente che Occidente, conobbe una brusca interruzione, lasciando migliaia di soldati privi di occupazione per un lungo periodo.

Il malcontento nei confronti degli Omayyadi crebbe a dismisura fino ad arrivare all’aperta rivolta iniziata sotto la guida di alcuni membri della tribù dei Banu ‘l-Abbas che vantavano una diretta discendenza dalla famiglia del Profeta Muhammad per il tramite di un suo zio. Questi si appellarono sia al sentimento di giustizia dei partigiani di Ali (gli sciiti), sia alle rivendicazioni estremiste dei kharijiti (coloro che, a suo tempo, si opposero alla pace di compromesso tra Ali e Mu’awiyya) che a quelle di natura più propriamente economiche e di mera rappresentanza politica dei mawali.

La ribellione prese il via dalla regione del Khorasan, ma la battaglia decisiva ebbe luogo nell’Iraq settentrionale, nel 750, sulle sponde del Grande Zab, dove l’esercito lealista omayyade venne sbaragliato.

Non è errato affermare che l’ascesa della dinastia abbaside abbia rappresentato sia un evento rivoluzionario nella storia dell’Islam (con i mawali che vennero finalmente riconosciuti uguali agli arabi musulmani e, di conseguenza, divennero capaci di influenzare in modo determinante l’evoluzione di questa religione); sia una nuova vittoria dell’Iraq sulla Siria.

L’epoca abbaside viene tendenzialmente considerata come l’età dell’oro per l’Iraq, più ancora dell’Antica Babilonia. Nel 900, l’Iraq aveva già raggiunto una popolazione di oltre 20 milioni di abitanti (cifra indubbiamente ragguardevole per il periodo). La figura del califfo, allo stesso tempo, assunse una statura quasi divina, imperniato (com’era) dalla sontuosa tradizione imperiale persiana.

Una delle più grandi imprese degli Abbasidi fu sicuramente la costruzione di una nuova capitale imperiale: Baghdad (nome di probabile origine persiana che significa “dono di Dio”). Il sito della nuova città venne scelto personalmente dal califfo Ja’far al-Mansour, che vide nel confluire dei due fiumi (il Tigri e l’Eufrate) il luogo migliore per garantire alla capitale la necessaria centralità sia in termini di agevole accesso alle vie di comunicazione/commercio fluviali, sia in termini di fertile retroterra agricolo.

Sempre gli Abbasidi favorirono il mecenatismo, lo sviluppo delle arti e del sapere, ed almeno inizialmente il loro rapporto con la classe dei religiosi non fu conflittuale. In questo periodo, infatti, si formarono le quattro scuole giuridiche ortodosse dell’Islam sunnita e lo stesso potere imperiale assunse quella particolare caratteristica di commistione tra diritto e religione che ha portato molti a trovare delle similitudini evidenti tra la Roma dei cesari ed il califfato islamico.

I fondatori di tre di queste scuole, Abu Hanifa (699-767), Muhammad al-Shafi’i (767-820), Ahmad ibn Hanbal (780-855), vissero e insegnarono a Baghdad, nel frattempo trasformatasi in vero e proprio “centro del mondo”: “la più grande città, che non ha uguali né a Oriente né a Occidente”, secondo un’affermazione riportata nel celebre Tarikh al-Ya’qubi, opera storica del periodo che, ancora una volta, non tralascia aspetti propriamente collegati  alla geografia sacra.

Ibn Hanbal in particolare, fondatore della radicale scuola hanbalita, si scontrò apertamente con il potere centrale, quando i califfi abbasidi cercarono di imporre la corrente filosofico-teologica mutazilita (di ispirazione neoplatonica) come “religione di Stato” e, addirittura, crearono un sorta di vero e proprio tribunale dell’inquisizione (la minha) che avrebbe dovuto vigilare sulla corretta applicazione della dottrina. Le vicende che riguardano il processo di Ahmad ibn Hanbal vengono così raccontate dallo storico Tamim Ansary: “Hanbal fu trascinato alla corte imperiale e costretto a dibattere con un filosofo mutazilita di spicco sul tema del Corano creato o increato, un argomento che racchiudeva in sé tutta la questione del ruolo della ragione nella ricerca della morale. Il filosofo affrontò Hanbal con lo strumento della logica, ma quest’ultimo rispose con le parole delle Scritture. Il filosofo lo bloccò con i nodi dell’argomentazione, ma Ibn Hanbal si liberò invocando Allah […]. Quando Ibn Hanbal si rifiutò di rinnegare le proprie idee fu picchiato e gettato in prigione. Ma anche lì continuò a rimanere fedele ai propri principi: non avrebbe mai permesso alla ragione di scavalcare la Rivelazione. Allora le autorità aumentarono le pressioni nei suoi confronti, lo picchiarono nuovamente, lo incatenarono e lo tennero in prigione per anni. Ma Ibn Hanbal si rifiutò di rinunciare al suo punto di vista e gli abusi subiti non fecero altro che incrementare a dismisura il suo prestigio […]. Quando il vecchio e dolorante Ibn Hanbal uscì di galera, grandi folle lo accolsero e lo applaudirono. Nel vedere questo la corte imperiale divenne sempre più diffidente nei confronti della filosofia islamica e delle idee greche che l’avevano ispirata. Il califfo al-Mutawakkil ridimensionò il ruolo dei mutaziliti e ricoprì di onori Ibn Hanbal, un segno del prestigio calante dei mutaziliti e con esso dei filosofi”.

La sua vittoria nello scontro teologico sancì in qualche modo il primato degli ulema sulle questioni teologiche rispetto al potere politico ed alle disquisizioni filosofiche degli intellettuali (un esito che si rifletterà anche sulla successiva, quanto celebre, diatriba tra il filosofo Ibn Rushd o Averroè ed il religioso e mistico Muhammad al-Ghazali).

A cavallo tra il X e l’XI secolo, tuttavia, il potere centrale iniziò ad indebolirsi a causa dell’affermazione in diverse province dell’Impero di dinastie locali sempre più autonome ed indipendenti sul piano politico. Tanto che, intorno all’anno Mille, l’effettivo potere del califfo abbaside non superava i confini dell’attuale Iraq. Allo stesso tempo, si arrivò ad una decisiva separazione tra il potere politico-militare e quello religioso che portò la figura del califfo a divenire una carica meramente nominale.

In questo contesto, nel 945, il capo del clan persiano dei Buyidi si assicurò il titolo di amir al’-umara (emiro degli emiri) e fondò una potente dinastia militare che governò di fatto su Iran e Iraq per oltre un secolo, garantendo, tra le altre cose, una libertà religiosa che portò ad una notevole affermazione dello sciismo nella regione dopo secoli travagliati e carichi di persecuzioni per i partigiani di Ali. I Buyidi, in particolare, diedero forte impulso alle celebrazioni di festività tipicamente sciite come l’Ashura (dove si celebra il martirio dell’Imam Hussein) ed alla costruzione di santuari e mausolei come quelli di Ali a Najaf e quello di Hussein a Kerbala. Gli studiosi sciiti, inoltre, vennero generosamente incoraggiati e le scuole in cui si studiava l’operato dei dodici Imam (diretti discendenti di Muhammad e, di conseguenza, legittimi detentori del potere politico e religioso all’interno della umma islamica, secondo lo sciismo) si moltiplicarono rapidamente.

Paradossalmente questa prima affermazione (reale) dello sciismo non portò ad una accesa conflittualità con la componente sunnita della popolazione. Anzi, sunniti e sciiti iracheni fecero fronte comune contro il sempre più aggressivo controcaliffato fatimide (sciita ismailita) d’Egitto che si era assicurato il controllo sulla Siria, aprendo così un nuovo capitolo dell’eterna rivalità tra le due regioni de Levante. La presenza in Siria dei Fatimidi, di fatto, rappresentò per lungo tempo un antemurale all’influenza mediterranea sull’Iraq. Sotto i Buyidi prima, ed i Selgiuchidi poi (di etnia turca), l’Iraq si orientò in modo deciso verso la Persia e l’Oriente. Ed in questo periodo, fino almeno al XII secolo, l’Islam giuridico e formale (legato alle scuole ortodosse) perse la sua centralità in favore della diffusione delle correnti mistiche sufi, molte delle quali nate proprio in Iraq. Ad esempio, a Baghdad nacque la confraternita della qadiriyya (il cui nome deriva da Abdul-Qadir al-Gaylani, morto nel 1146) che avrà un ruolo di primo piano anche nell’islamizzazione del Caucaso. A Bassora, invece, mossero i primi passi i membri dell’ordine rifa’iyya (seguaci di Ahmad al-Rifa’i, divenuti celebri per pratiche pittoresche quali camminare sui carboni ardenti o ingoiare spade).

Una parziale riaffermazione dell’Islam “legale” si ebbe con gli sforzi della dinastia zangide e del celebre condottiero arabo-curdo Salah al-Din ibn Ayyub (che, a sua volta, diede vita alla dinastia ayyubide) che, dapprima riportò Gerusalemme sotto sovranità islamica e, successivamente, sconfisse il controcaliffato fatimide e riportò l’Egitto sotto l’autorità simbolica del califfo abbaside di Baghdad. Tuttavia, lo stesso Salah al-Din (Saladino) finì per rappresentare una minaccia al califfato, visto che in più di un’occasione strinse d’assedio Mosul nella speranza di aprirsi la strada verso Baghdad e riunificare il cuore dell’Islam sunnita sotto un’unica e completa autorità: la sua.

Al termine di una serie di lotte interne all’Impero creato da Gengis Khan, nel 1251 Mongke, nipote di Temujin, assunse il pieno comando delle forze mongole ed inviò suo fratello Hulagu a conquistare l’Asia occidentale. Questi, alla testa di un esercito di oltre 70.000 uomini, entrò in Iraq nel 1257 e l’anno dopo pose sotto assedio la capitale del califfato abbaside. Lo scontro che portò alla caduta della dinastia califfale ed al saccheggio di Baghdad è stato descritto in questi termini dallo storico Ibn al-Athir: “Il racconto comprende la storia di una terribile sciagura, che non ha precedenti nella storia e che ha colpito il mondo intero, anche se soprattutto quello musulmano […] Essi si scatenarono nella città come falchi affamati che attaccano uno stormo di colombe o come lupi rabbiosi che assaltano un gregge di pecore, correndo a briglia sciolta e con volti protervi, uccidendo e seminando terrore […] Il massacro fu così immane che il sangue degli uccisi scorreva in un fiume più grande del Nilo […] Essi spazzarono via i tesori degli harem di Baghdad […] e la luminosità del giorno si mutò in tenebra”.

Il prezzo pagato dalla popolazione civile di Baghdad, a prescindere da alcune evidenti esagerazioni, fu altissimo. Quella che soffrì di più fu la componente sunnita della popolazione. La comunità cristiana venne in parte risparmiata grazie all’intercessione della moglie (cristiana) di Hulagu, mentre quella ebraica ne uscì praticamente indenne. Gli sciiti, a loro volta, senza alcun fondamento, vennero accusati di aver favorito l’ingresso dei mongoli. In particolare, uno dei ministri dell’ultimo califfo abbaside, lo sciita Ibn al-‘Alqami, venne additato come responsabile della disfatta e come traditore in quanto aiutante della causa gengiskhanide.

In realtà, è cosa nota che Hulagu avesse consiglieri sia sunniti che sciiti ben prima dell’arrivo a Baghdad. Uno di essi, il celebre filosofo, fisico e teologo sciita Nasir al-Din Tusi, nell’opera autobiografica Sayr wa-Suluk, aveva già avuto modo di descrivere la distruzione della biblioteca di Alamut (dove risiedeva, sebbene piuttosto critico con gli abitanti ismailiti della città-fortezza), sempre da parte dei mongoli. Una volta presa Alamut, Hulagu, particolarmente interessato alle scienze naturali, risparmiò lo stesso Tusi che, dopo la caduta di Baghdad, assunse il ruolo di direttore degli affari religiosi per il Khan, favorendo (in modo decisivo secondo alcuni) la diffusione dello sciismo duodecimano tra la Persia e l’Iraq.

Nonostante ciò, i mongoli non risparmiarono affatto dalla profanazione e distruzione i santuari sciiti e molte eminenti figure sunnite irachene non tardarono a conferire la loro consacrazione alla nuove autorità di Hulagu in virtù del fatto che fosse preferibile un sovrano giusto, sebbene non musulmano, ad uno musulmano ingiusto (magari sciita).

Ad ogni modo, la caduta di Baghdad e del califfato abbaside ha segnato un punto di svolta nella storia dell’Islam e della regione. Da quel momento in poi, i principali pensatori sunniti, dall’hanbalita Ibn Taymiyya (nato poco dopo l’invasione mongola) al ben noto sociologo ante litteram Ibn Khaldun (1332-1406), concentrarono i loro sforzi sulla descrizione di ciò che sarebbe dovuto essere il “califfato ideale”. Ibn Taymiyya in particolare (da taluni considerato in modo anche fuorviante come il precursore dell’estremismo islamista del XX e XXI secolo) indicò nel ritorno alla purezza dell’Islam delle origini e nella denuncia decisa delle deviazioni (causa dello sfaldamento dell’unità islamica) la via per la restaurazione di un autentico califfato. Altre importanti conseguenze della conquista mongola prima e delle successive devastazioni delle confederazioni nomadi-tribali turche (i cosiddetti “montoni bianchi” ed i “montoni neri”) e degli eserciti timuridi furono l’accentuarsi della divisione tra l’Iraq e l’area mediterranea (Egitto e Siria soprattutto), l’affermazione definitiva dello sciismo, delle tendenze mistiche dell’Islam e di alcuni movimenti ad esse collegati.

Di particolare interesse, in questo senso, fu la diffusione intorno al XV secolo della confraternita della Naqshbandiyya (originaria dell’Asia centrale e diffusasi soprattutto tra la popolazione curda ed in parte tra quella arabo-sunnita dell’Iraq), e l’apparizione del movimento di ribellione musha’sha’.

Il fondatore di questo movimento, Muhammad ibn Falah, discendente diretto del Profeta profondamente influenzato dalla dottrina messianica sciita, rivendicò il possesso di una conoscenza mistico-esoterica; si arrogò il titolo di Mahdi (il Salvatore atteso che diffonderà la giustizia nel mondo) e quello appunto di al-Musha’sha’ (il Radioso). Il suo successore, invece, si spinse fino ad affermare di essere la reincarnazione spirituale di Ali.

A prescindere da questi aspetti, il movimento conobbe una certa fortuna sia grazie all’alleanza con alcune importanti confederazioni tribali della regione, sia perché le istanze religiose si mischiavano ad altre di carattere prettamente sociale (denuncia delle sofferenze dei poveri, dei rapporti feudali e della ricchezza dei proprietari terrieri); un qualcosa che da qui in poi contraddistinguerà sempre le periodiche rivolte di movimenti di ispirazione sciita in tutto l’arco del mondo islamico.

All’inizio del XVI la forza propulsiva del movimento musha’sha’, che portò lo stesso a spingersi dall’Iraq meridionale fino alla periferia di Baghdad, conobbe una brusca frenata. E lo “Stato” da esso creato venne gradualmente inserito all’interno di una nuova entità territoriale di ispirazione sciita: l’Impero safavide.

Un monde sens dessus dessous

By: A A
1 October 2026 at 14:05

Les civilisations peuvent-elles rassembler les fragments d’aperçus et de savoirs plus anciens pour redonner le contexte permettant de rendre le discours moral à nouveau intelligible ?

D’après une intervention donnée à la Higher School of Economics, Moscou, 7 septembre 2026

L’avenir global est souvent présenté comme celui d’un monde multipolaire ou multi-nodal, avec l’hypothèse implicite que les États s’entendraient mieux – et résoudraient leurs différends plus facilement par la discussion que par la guerre.

Ce fut un mème largement répandu dans les années précédant la Première Guerre mondiale. Des livres furent écrits pour suggérer que la guerre ne pouvait pas avoir lieu : le texte définitif sur ce concept, initialement publié en 1910 sous le titre The Great Illusion, devint un best-seller international.

Son auteur, Norman Angell, soutenait que, parce que les nations dépendaient fortement d’un système commercial mondial hautement imbriqué, le coût économique de la guerre dépasserait largement tout gain potentiel. Il affirmait qu’une nation victorieuse subirait tout autant de ruine économique que la vaincue – rendant obsolète le concept traditionnel de conquête militaire. Son argument fut populairement interprété comme rendant la guerre « impossible ».

Son argument se révéla fallacieux ; la Grande Guerre éclata en temps voulu.

Aujourd’hui, l’idée d’une certaine interaction multipolaire persiste, mais la menace de guerre demeure et est exacerbée par le refus de l’Occident d’entendre – ou de comprendre – ce que disent les États souverains civilisationnels. Cette incapacité à écouter avec un engagement empathique est à la racine des lectures catastrophiquement erronées du renseignement occidental concernant l’Iran et la Russie. Et de la présentation de la Chine comme si « autre » qu’elle en devient un livre fermé aux oreilles occidentales.

Dans son influent ouvrage de 1981, After Virtue, Alasdair MacIntyre soutenait que le projet des Lumières avait coupé l’homme occidental de ses racines traditionnelles, mais avait échoué à produire une morale contraignante fondée sur la seule Raison. Par conséquent, beaucoup de ceux qui vivent en Occident vivent dans un monde de « chaos moral et de fragmentation, où des forces “chaotiques” et désintégratrices ont presque entièrement effacé la véritable enquête morale de la culture européenne ».

Ce qu’il est important de comprendre, c’est que le « chaos moral et la fragmentation » de MacIntyre sont délibérément encouragés pour affaiblir l’attachement national, communautaire et religieux – précisément afin de cibler et d’affaiblir la cohésion nationale et la souveraineté civilisationnelle.

L’argument de MacIntyre est que seule la tradition culturelle, et ses récits moraux, fournissent un contexte aux termes tels que bien, justice et telos :

« En l’absence de traditions, le débat moral est disloqué et devient un théâtre d’illusions où la simple indignation et la simple protestation occupent le devant de la scène. »

« Les lignes sont tracées tôt, et les participants se précipitent pour prendre parti. Mais en prenant parti, ils semblent se rendre incapables d’entendre l’autre… Tout le monde ressent la chaleur, mais personne ne voit la lumière », souligne MacIntyre.

Ce que nous possédons aujourd’hui, suggère MacIntyre, ne sont rien de plus que de simples fragments d’une tradition plus ancienne (la société héroïque). Ces fragments sont tout simplement trop rares, puisque notre discours moral, qui utilise des termes comme bien, justice et devoir, a été dépouillé du contexte qui le rendrait intelligible. En d’autres termes, cela place la vertu du monde héroïque et homérique hors de portée de l’Occident.

Les lignes sont tracées. On se précipite pour prendre parti. Les forces « chaotiques » et désintégratrices d’aujourd’hui ont presque entièrement effacé l’enquête morale de la culture européenne. Le trait le plus frappant des débats moraux est leur tendance à ne jamais aboutir à une résolution.

Quand tous les jugements moraux – dépouillés de leur contexte – ne deviennent guère plus que des expressions de préférence, d’attitude ou de sentiment – l’émotivisme, en d’autres termes – le débat est disloqué ; il se transforme en un théâtre de récits où l’indignation et la polarité occupent le devant de la scène.

Mais, en prenant de tels partis émotifs, les acteurs se rendent incapables d’entendre l’Autre. Les « Autres », alors, qu’il s’agisse de la Russie, de l’Iran ou de la Chine, deviennent simplement invisibles selon les normes de cette approche – car leurs façons d’orienter l’attention humaine vers le monde sont tout à fait distinctes.

Ainsi, nous pouvons être (et sommes) conduits à la guerre par des messages narratifs spécifiquement destinés à contraindre les humains à spatialiser le monde d’une certaine manière, sans que nous en soyons conscients. Nous sommes conduits vers un « seul monde » issu des Lumières, dans lequel toute « altérité » – qu’elle soit russe, iranienne ou chinoise – devient invisible selon les normes, le mode de présence, par lesquels nous abordons les « choses ».

Dans cette « guerre », le monde est mis « sens dessus dessous ». La plupart des gens ne spatialisent pas activement le monde autour d’eux, mais semblent s’être contentés qu’il soit spatialisé pour eux. Les récits sont pétris et étalés sous nos yeux. C’est ainsi que la machine fonctionne. La plupart des gens en Occident croient avoir une prise ferme sur la réalité – les faits, les preuves et les conclusions. Mais en réalité, nous faisons face à une structure qui retourne délibérément comme un gant cette prise imaginaire sur la réalité.

Dans la machine, la « spatialisation » se fait à l’envers : d’abord, ils reçoivent le message, puis ils pétrissent et étalent un récit de la « réalité » comme de la pâte, jusqu’à ce qu’il corresponde au dessein. Et si nécessaire, ils mettent la machine médiatique en marche arrière et pétrissent cette même réalité dans la direction opposée.

Alors, comment les civilisations souveraines peuvent-elles échapper au « piège de MacIntyre » ? Les civilisations peuvent-elles rassembler les fragments d’aperçus et de savoirs plus anciens pour redonner le contexte permettant de rendre le discours moral à nouveau intelligible ?

Sortir de l’espace fustien de la pensée mécaniste et du récit manipulé n’est ni facile ni simple. Bien au contraire. Mais remarquez ce que cela exige – un changement dans notre mode de présence ; la manière dont nous disposons notre attention vers le monde.

La façon dont vous disposez la conscience vers le monde, nous dit le neurologue Iain McGilchrist, est cruciale : car la manière dont vous le faites altère et détermine ce que vous trouverez et comprendrez. Et à mesure que nous spatialisons le monde autour de nous différemment, la perception s’élargit et la spaciosité (jusque-là cachée) de ce qui se trouve au-delà devient visible.

Une récupération de modes de pensée plus anciens – la manière de penser « tout à la fois, tous ensemble » (penser par l’image) et d’autres sources de cognition – peut ouvrir une voie vers une médiation entre les polarités apparemment opposées du subjectif et de l’objectif que la rationalité mécanique laisse si souvent durcies en impedimenta insolubles. L’approche apophatique peut aussi émousser les arêtes vives de la pensée conceptuelle en introduisant l’« entre-deux », trouvant son espace entre les arguments angulaires et tranchants. Ces modes de pensée possèdent leur propre logique qui se tient à l’écart des rigidités des Lumières.

C’est la leçon que l’Iran et sa redécouverte de la pensée ancienne offrent au monde aujourd’hui.

Albert Einstein a un jour fait remarquer que « l’esprit rationnel est un serviteur ; mais l’esprit intuitif est un don précieux. Notre monde, cependant, honore le serviteur – mais oublie [ignore] le don ».

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