“Genes saltitantes”: porque os cães grandes vivem menos

Le idee, Giorgia Meloni, le ha chiare in testa: portare a casa dal Consiglio europeo tutto il buono possibile per l’Italia e la sua economia. Tanto per cominciare, la flessibilità sui conti pubblici, invocata da più parti, a cominciare dagli industriali, e senza la quale ogni intervento a sostegno di famiglie e imprese è praticamente impossibile. Attenzione, bisogna fare un passo indietro. Nei giorni scorsi la Commissione europea ha accordato all’Italia la famosa clausola Nec, che concede uno scostamento di bilancio da 28 miliardi fino al 2028, da mettere a servizio degli investimenti in efficientamento energetico e Difesa. Dunque, almeno nella logica di Bruxelles, l’Ue la sua parte l’ha fatta. Per Palazzo Chigi, invece, il punto di vista è un po’ diverso.
Non solo, infatti, Roma non disdegnerebbe una maggiore flessibilità sul deficit, (al 3,1% e dunque imprigionato, giova ricordarlo, nella procedura di infrazione che salvo sorprese cadrà tra qualche mese, non appena la traiettoria, calcoli del Tesoro alla mano, si riporterà entro fine anno sotto al 3%, per poi risalire al 3,4% nel 2027). Meloni vuole di più, ovvero utilizzare le maggiori risorse già liberate dall’attivazione della citata clausola Nec per forme più pure di sostegno alle imprese e ai nuclei. Tradotto, una delle questioni che porrà Meloni sul tavolo del Consiglio europeo, è permettere ai denari sbloccati dalla flessibilità concessa di confluire direttamente nella manovra, ma con destinazione all’opportunità anche diversa da Difesa e investimenti nell’energia.
Difficile dire l’Europa possa o meno dire di sì. Specialmente in costanza di altre aperture importanti da parte di Bruxelles. Come, per esempio, quella arrivata proprio in queste ore e che riguarda da vicino il decreto Bollette del febbraio scorso. Palazzo Chigi, infatti, ha previsto nel provvedimento un principio di disaccoppiamento del prezzo del gas sul costo dell’elettricità, al fine di porre fine all’eccessiva influenza che il primo ha sulla seconda. “Siamo vicini a una soluzione compatibile con le regole dell’Ue che consentirebbe di attuare la misura proposta, che ridurrebbe in modo efficace l’incidenza dei costi di generazione a gas sul prezzo complessivo dell’elettricità. Dopo discussioni intense e costruttive negli ultimi mesi tra la Commissione e le autorità italiane, si sta delineando un accordo di massima sugli elementi chiave”, hanno chiarito dalla Commissione alla vigilia del Consiglio.
Insomma, l’Italia chiede ma l’Europa, a suo dire, concede. Anche perché c’è la questione Ets sempre sulla sfondo. Roma ne farebbe volentieri a meno, adducendo al meccanismo che tassa il carbone una delle concause dell’aumento del costo dell’energia. Bruxelles, dopo un primo alleviamento dei vincoli, la scorsa estate, non ha più ripreso in mano il dossier. Tutto questo mentre il governo ha tracciato il perimetro della prossima legge di Bilancio. Il Documento programmatico di bilancio (Dpb) 2027, deliberato martedì dal Consiglio dei ministri e trasmesso nella notte alla Commissione europea e al Parlamento, delinea una manovra da circa 23,5 miliardi di euro per il 2027, pari a quasi un punto di Pil di interventi. Le coperture arrivano dal settore finanziario, dai risparmi dei ministeri e dai giochi, mentre la quota destinata a difesa e sicurezza energetica sarà finanziata con la clausola di salvaguardia nazionale.
L’impatto netto sui conti è pari allo 0,54% del Pil nel 2027, circa 13 miliardi, e allo 0,56% nel 2028, per poi ridursi allo 0,15% nel 2029. La bussola resta la stessa degli ultimi anni e qui ci ricollega direttamente al discorso delle richiesta italiane in sede di Consiglio europeo: il governo, si legge, “pone al centro della politica di bilancio la tutela del potere di acquisto delle famiglie, con particolare attenzione a quelle più fragili, nonché il sostegno alle imprese e gli investimenti” in una strategia che punta a rafforzare il potenziale di crescita “in continuità con l’azione già intrapresa dal governo, salvaguardando, al contempo, la sostenibilità della finanza pubblica”. Il quadro definitivo dipenderà però, come detto, dal confronto con Bruxelles. Il testo precisa, infatti, che “la definizione puntuale degli interventi che confluiranno nel disegno di legge di bilancio di prossima presentazione al Parlamento terrà conto degli esiti delle interlocuzioni in corso con le Autorità europee finalizzate alla migliore definizione del perimetro di attivazione della clausola nazionale di salvaguardia”.
Il bicchiere mezzo pieno c’è. E si vede. L’accordo tra Cina ed Europa che riduce a 350 mila i veicoli cinesi ibridi importati nel Vecchio continente, può essere un buon modello su cui impostare i futuri rapporti di forza con la Cina. Di questo sono più che convinti gli economisti del Bruegel, secondo i quali l’intesa raggiunta “è coerente con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio e si inserisce in una politica commerciale e industriale altrettanto coerente per il settore automobilistico dell’Ue. Per il settore automobilistico sono inoltre rilevanti le misure di facilitazione degli scambi in materia di controlli sulle esportazioni e un dialogo sugli investimenti”.
Ed è “probabile che approcci simili vengano adottati in altri settori colpiti dall’impennata delle importazioni cinesi. In tali casi, le misure di salvaguardia possono giustificare l’introduzione di quote assegnate sulla base delle quote di importazione relative a un recente periodo rappresentativo. Anche se le misure vengono applicate a tutte le importazioni, l’impatto sul commercio dei fornitori consolidati è di norma limitato. Per questo raggiungere un accordo tempestivo con la Cina sull’assegnazione delle quote (in questo caso le auto, ndr) può contribuire ad allentare le tensioni”.
Di qui una conclusione. “Se l’accordo sui veicoli ibridi venisse effettivamente replicato in altri settori, rappresenterebbe un importante passo avanti nella gestione della concorrenza delle importazioni dalla Cina, evitando un’escalation e rispettando gli impegni internazionali. E dal punto di vista della Cina, introdurrebbe inoltre un elemento di stabilità e prevedibilità nelle relazioni con l’Ue”. Certo, una rondine, in questo caso un accordo, non fa primavera. “È fondamentale verificare la disponibilità della Cina a impegnarsi in nuovi negoziati e in buona fede su questioni quali i sussidi industriali o il ruolo delle imprese a controllo statale. Questi fattori sono alla base delle distorsioni competitive nei settori in cui le importazioni dell’Ue dalla Cina sono aumentate vertiginosamente”.

E pensare che Giancarlo Giorgetti lo ha detto giusto giusto pochi giorni fa, rivolgendosi direttamente ai partiti. Attenti, questo il messaggio di fondo, a non scherzare con il fuoco: i mercati nei giorni scorsi hanno mandato segnali fin troppo chiari, la Francia è un bacillo pronto a contagiare l’intera Europa e l’Italia ne sarebbe la prima vittima con un debito di oltre 3 mila miliardi finanziato per una quota rilevante dagli stessi investitori. Una tempesta finanziaria, insomma, metterebbe il Paese in seri guai. E questo nonostante un paracadute che in questi anni ha più volte permesso all’Italia di schivare una crisi del debito sovrano come quella del 2011. Un paracadute che risponde al nome di banche, per tradizioni grandi sostenitrici del debito italiano.
Due numeri per capire. A marzo 2026 gli istituti di credito detenevano nei propri bilanci 407,3 miliardi di euro di titoli pubblici italiani, con un incremento di 27,2 miliardi rispetto ai dodici mesi precedenti e una crescita annua del 7%. Un dato che conferma il consolidamento di una tendenza iniziata nel corso del 2025 e che segna una netta inversione rispetto al biennio precedente, quando il peso dei Btp nei portafogli bancari era progressivamente diminuito. Tradotto, dopo una flessione del 6,8% nel 2023 e del 2,5% nel 2024, gli investimenti delle banche in titoli di Stato italiani hanno registrato una forte accelerazione nel 2025, con una crescita del 9,9%, per poi attestarsi al 7% nel marzo 2026. Complessivamente, i titoli di Stato rappresentano oggi circa il 75,6% dell’intero portafoglio obbligazionario detenuto dalle banche italiane, che ammonta a 538,8 miliardi di euro.
Eppure l’Europa, o meglio il suo governo, vale a dire la Commissione, è pronta a mettere un tetto alla possibilità per le banche di acquistare titoli di Stato, nell’ambito della più ampia creazione dell’unione bancaria europea. Il parlamento Ue, però, come raccontato dal Sole 24 Ore, sta cercando di far saltare la norma, anche in scia al pressing di alcuni governi, tra cui quello italiano, che non giudicano opportuno in un frangente simile, privare molti Paesi dell’ombrello bancario. Eppure il rischio che l’ombrello si chiuda, anche se non del tutto, c’è. Formiche.net ne ha parlato con Innocenzo Cipolletta, economista di lungo corso ed ex presidente di Assonime.
“Mi sembra una mossa un po’ rischiosa, rischiamo di porre limiti fisici poco utili in una fase in cui i debiti pubblici stanno crescendo in tutto il mondo. Far venire meno una domanda importante di titoli come quella delle banche mi pare poco opportuno in questo momento. L’Europa non dovrebbe agire con formule rigide, semmai operare anche con delle moral suasion“, spiega Cipolletta. Il quale poi chiarisce un concetto. “Dobbiamo sfatare il mito che Stati come l’Italia o la Francia possano fallire, questo rischio non esiste. La stessa Bce, all’indomani della crisi greca, si è sempre impegnata affinché nessuno Stato dell’Unione possa fallire. Ciò non toglie che privarsi di un sostegno al debito come quello delle banche sia un errore in questo lasso temporale”. Cipolletta ne ha poi anche per l’ulteriore flessibilità chiesta da Giorgia Meloni all’Europa, da aggiungere a quella già concessa sotto forma di clausola Nec. “Mi sembra che ulteriori richieste non aiutino la causa dell’economia, mi pare più un calcolo politico che altro”.