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Mattarella contro l’eccesso di ‘giornate nazionali’: lo stesso discorso andrebbe esteso ai festival

16 October 2026 at 16:48

La sortita del Presidente Mattarella rispetto all’esigenza di contenere la proliferazione delle “giornate nazionali”, per ridurre il rischio di deriva inflattiva che determina la sostanziale inefficacia delle stesse, stimola una riflessione in coloro che credono (ancora) in uno Stato che sappia sviluppare una sana politica culturale.

Il nostro Presidente si è mai posto un quesito “simile”, rispetto alla gran quantità di festival che durante l’anno si svolgono in tutta Italia?! Senza dubbio, si tratta di una ricchezza del nostro territorio, e in alcuni casi sono anche veri e propri preziosi presidi culturali sopravvivenziali, in zone del nostro Paese che soffrono di una tremenda desertificazione (ci sono migliaia di comuni nei quali non ci sono più teatri, non ci sono più cinematografi, non ci sono più nemmeno edicole!). Un monitoraggio curato da alcuni anni dal centro di ricerca indipendente che presiedo, IsiCult, ha censito oltre 4mila festival in tutto il Paese, e crescono di decine e decine ogni anno (e altrettanti muoiono, quasi sempre a causa di deficit di sostegno pubblico).

Si tratta dell’iniziativa “Italia dei Festival” (www.italiadeifestival.it), che beneficia di un modesto contributo della Direzione Cinema e Audiovisivo come “progetto speciale” (per l’anno 2024 e per l’anno 2025).

Spesso si tratta di piccole iniziative, che potrebbero ben svilupparsi con sovvenzioni di poche decine di migliaia di euro, ma la macchina burocratica del Ministero della Cultura attribuisce sostegni ad una minima parte del totale dei festival italiani. Si tratta indicativamente di circa 600 festival l’anno, su un totale di oltre 4mila. Quelli non “premiati” dal Mic riescono a vivere (spesso soltanto a sopravvivere) grazie a contributi delle Regioni, dei Comuni, delle fondazioni ex bancarie, di sponsor privati.

IsICult sta cercando di costruire una mappatura dei festival anche dal punto di vista economico-finanziario, con grande difficoltà perché i livelli di trasparenza non sono sempre eccellenti. In verità, questo dataset dovrebbe essere costruito dallo stesso MiC, ma pare che, nel corso dei decenni, nessuno ci abbia pensato…

Nell’economia festivaliera italica, emergono poi i “big”, ovvero una ventina di festival che sono classificati come nazionali e speciali – con criteri spesso misteriosi – che beneficiano di sovvenzioni a botte di milioni di euro, con una quantificazione sganciata da criteri oggettivi, ma determinata dalla discrezionalità del Principe di turno: tra questi, uno di quelli che spicca è senza dubbio il Festival del Cinema di Roma, che si sta svolgendo in questi giorni.

Qualcuno si è mai preso la briga di comprendere se questo festival (che ha un budget di 8 milioni di euro) determina reali ricadute concrete nel sistema cinematografico nazionale?! Esattamente come per Venezia, si pone come simpatica vetrina per cinefili, con red carpet integrato, ma poco più di sostanziale, considerando che la gran parte dei film che propone non hanno poi alcuno sbocco nel mercato cinematografico. Si tratta di festival che costano molti milioni di euro di danaro del contribuente, danno certamente lavoro a decine e centinaia di persone, ma che non modificano l’audience cinematografica in modo sostanziale.

La questione riguarda ovviamente anche la stessa Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: contribuisce – al di là del red carpet appunto – a promuovere realmente la fruizione di cinema (e magari di cinema nazionale), o si tratta di una grande “macchina burocratico-culturale” autoriferita ed autoreferenziale?! Altresì dicasi per il David di Donatello… Quanti piccoli festival potrebbero essere sostenuti con una parte del sostegno pubblico assegnato a grandi kermesse come Venezia e Roma e poche altre dell’eletta schera?!

Queste patologie riguarda le “giornate nazionali” così come i… “comitati nazionali”, ai quali il Presidente della Repubblica non ha ancora (non ancora?!) dedicato attenzione. In sostanza, così come a livello nazionale non si dispone di vere “valutazioni di impatto” (né per il cinema e l’audiovisivo, né per lo spettacolo dal vivo, che complessivamente assorbono oltre 1 miliardo di sovvenzioni da parte del MiC), a livello territoriale lo Stato non dispone di strumentazione adeguata per ben valutare il senso delle iniziative culturali.

Il discorso va ben oltre lo specifico festivaliero. Senza dimenticare la gran quantità di danari che il MiC assegna direttamente a Cinecittà s.p.a. con assoluta discrezionalità, senza rendere conto a nessuno, per i cosiddetti “progetti speciali”: basti pensare alle decine di milioni di euro ogni anno di una incerta campagna promozionale – con zero trasparenza – tanto cara alla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, qual è “Cinema Revolution”, oppure al misterioso progetto “Rambaldi”, gestito dal “Comitato Nazionale per le Celebrazioni del 100° anniversario della nascita di Carlo Rambaldi”.

Trattasi di 1,6 milioni di euro (perché non 2 o 3?!), con un “Comitato Nazionale” la cui presidenza è stata affidata (non si sa bene da chi) a Chiara Sbarigia, Presidente da anni dell’Associazione Produttori Audiovisivi (Apa), già Presidente di Cinecittà, nonché ancora oggi consigliere di fiducia della Sottosegretaria Borgonzoni…

E che dire – ancora? – dei 2,2 milioni (perché non 3 o 4?!) di euro che Cinecittà ha concesso graziosamente all’Italian Global Series Festival per l’edizione 2025. Iniziativa anch’essa promossa dall’Apa presieduta da Chiara Sbarigia… L’elenco completo sarebbe troppo lungo. E sconfortante. E nel frattempo, sul territorio centinaia e centinaia di piccoli festival boccheggiano.

Giochi di palazzo, capitale relazionale, conventicole e lobby, amichettismi diffusi e trasversali… A nessuno sembra interessare la verifica della reale efficacia (ovvero inefficacia) del sostegno pubblico alla cultura. Prevale discrezionalità ed opacità. E sempre latente è il rischio di clientelismo, di asimmetrie: sostanzialmente di ingiustizie. Con buona pace della tanto decantata meritocrazia e – in fondo – della democrazia culturale.

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Il Nobel per la non-Pace, versione 2026

By: A A
16 October 2026 at 10:30

Sacrifica ciò che è scomodo, mai il progetto. Il “pal-washing” in azione.

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Un copione già noto

Il 9 ottobre 2026 il Comitato norvegese per il Nobel ha assegnato il Premio per la pace a Navanethem Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, già giudice della Corte penale internazionale e Alta commissaria Onu per i diritti umani. La motivazione parla di una persona che ha aperto la strada a un ordine giuridico globale più completo. Il presidente del Comitato, Jorgen Watne Frydnes, ha aggiunto che il premio è un messaggio per chi attacca e mina il sistema internazionale e le sue istituzioni. Il verdetto è dichiaratamente politico, ed è su questo piano che va discusso.

La stessa figura che nel 2011 avrebbe «abbattuto» Gheddafi, spianando la strada al saccheggio del petrolio libico e alla schiavitù dei migranti africani, ora «abbatterebbe» Netanyahu, e preparerebbe così la riabilitazione di Israele. Il filo logico non sarebbe la morale né la pace, ma l’agenda dell’Open Society di George Soros: sacrificare i soggetti diventati scomodi, mai l’essenza del progetto. Qualcuno l’ha battezzata «pal-washing». La domanda di fondo è seria, perché chiede se dietro premi e giurisdizioni dell’ordine liberale ci sia una regolarità.

Occorre sottolineare che il copione è già noto. Vi ricordate quando Barack Obama ricevette il premio Nobel per la pace, inaugurando guerre su guerre? O vi ricordare i personaggi in cerca d’autore come Machado, Mohammadi, o i difensori dei criminali Ucraini? Ma andiamo per ordine.

 

Atto Primo: la Libia

Nel febbraio 2011 Pillay, Alta commissaria, chiese al Consiglio per i diritti umani un’azione vigorosa per fermare le violenze e chiamare i responsabili a risponderne; il Consiglio condannò le violazioni e istituì una commissione d’inchiesta. Il passaggio successivo toccò al Consiglio di sicurezza: il rinvio alla CPI con la risoluzione 1970, poi la 1973, approvata con dieci voti favorevoli e cinque astensioni (Brasile, Cina, Germania, India, Russia). Nessuno sostiene che Pillay abbia deciso la guerra. Conta la sequenza: il linguaggio dei diritti umani aprì la porta, quello della protezione dei civili autorizzò la forza, e l’operazione scivolò verso il cambio di regime. Già in aprile Lavrov accusava la NATO di eccedere il mandato, e un ministro francese ammetteva che il cambio di regime avrebbe richiesto un nuovo voto.

Poi i costi. Nel 2017 l’OIM documentò aste di migranti subsahariani nel sud della Libia, venduti per somme tra 200 e 500 dollari. Il nesso con il crollo dello Stato dopo il 2011 è la lettura più plausibile, benché la fonte documenti il fenomeno e non la sua causa. Il prezzo lo pagarono la Libia e i migranti; la cornice giuridica ne uscì, sul piano formale, intatta, anche se la controversia sul mandato avrebbe poi pesato sui veti di Mosca e Pechino in altri dossier.

Atto Secondo: Bibi

Il 21 novembre 2024 la Camera preliminare I della CPI emise mandati d’arresto per Netanyahu e per l’ex ministro della Difesa Gallant, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Pillay aveva lasciato la Corte nel 2008, ma ha presieduto la Commissione d’inchiesta Onu che il 16 settembre 2025 ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza. Qui il «pal-washing» trova il suo meccanismo. Il diritto penale internazionale lavora su persone: un imputato, un’imputazione, un periodo. Se il caso si chiude con la sorte di un leader, si apre una cesura narrativa, il prima e il dopo di un uomo, dopo la quale lo Stato può presentarsi come reintegrato. La Libia offre l’analogia: là il caso si chiuse con la caduta di un uomo.

I limiti del percorso giocano a favore della lettura. La Corte non ha una polizia e l’esecuzione dei mandati dipende dagli Stati parte; la Commissione non è un tribunale e non parla a nome dell’intera Onu; lo stesso Comitato, riferisce AFP, ha detto che spetta a una corte stabilire se vi sia genocidio. Il premio non produce effetti giuridici, lo sappiamo, però produce legittimazione per un circuito che promette giustizia e non può garantirla.

Dobbiamo, poi, considerare che dinamiche del genere le abbiamo già viste più volte all’interno dell’ordine globalista che domina in Occidente. L’Open Society Foundations si presenta come il maggiore finanziatore privato al mondo di gruppi per giustizia, democrazia e diritti umani, attivo in oltre cento paesi, e Pillay ha ricevuto lo Stockholm Human Rights Award, lo stesso che nel 2011 è andato a Soros e a Neier. Sembra proprio che si ripeta di nuovo il pattern della agenda sorosiana, fatta di fondazioni, ONG, tribunali, commissioni e burocrazie che condividono un lessico e un orizzonte, quello di un ordine liberale da perfezionare e mai da rimettere in discussione. Chi opera dentro quel lessico può denunciare un governo, un leader, perfino uno Stato, ma non può contestare i presupposti dell’ordine che gli dà legittimità.

Alcuni obietteranno che la Commissione di Pillay attribuisce la responsabilità a Israele come Stato, non soltanto ai suoi leader, il che contraddice l’idea di un’operazione puramente personalizzante. Il secondo è la reazione. Netanyahu ha accusato il Comitato di aver perso la bussola morale, il Ministero degli Esteri israeliano ha parlato di una grottesca strumentalizzazione del premio, e Washington ha annunciato sanzioni contro la CPI poche ore dopo l’annuncio. Tutto vero. Ma avrebbe senso e valore se il sistema occidentale non fosse marcio fin dalle sue fondamenta, se il suo sistema giuridico funzionasse, ma così non è, sotto nessun aspetto (e abbiamo avuto già sufficienti dimostrazioni – non scordiamoci anche il caso Epstein).

Se nei prossimi dodici mesi la caduta politica di Netanyahu verrà presentata come chiusura del caso, anziché come una tappa di un procedimento che riguarda lo Stato, il «pal-washing» guadagnerà peso. Se i procedimenti proseguiranno oltre la sua persona, e se gli Stati parte eseguiranno i mandati, forse ne perderà. Allo stato delle prove la tesi è plausibile e, fino a smentita comprovata, questo è l’ennesimo Nobel della non-Pace, che non possiamo chiamare “guerra”.

L’accordo sul gasolio tra Putin e Trump potrebbe essere più ampio di quanto si pensasse inizialmente

By: A A
15 October 2026 at 22:42

Dopo questa decisione sul diesel, la guerra potrebbe essere appena diventata molto più semplice e più netta.

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Trump sta forse pensando di avvalersi di Putin per tirarsi fuori dal pasticcio causato sia dai suoi bassi consensi nei sondaggi sia dalla guerra con l’Iran? A prima vista potrebbe sembrare inverosimile, ma egli è completamente intrappolato nella questione iraniana, e qualsiasi opzione prenda in considerazione sembra portare a uno scenario apocalittico. Potrebbe Putin aiutarlo sia a risolvere la questione dei prezzi del gasolio nel Paese, sia a negoziare un accordo con l’Iran che faccia apparire agli americani che lui, e l’America, siano in qualche modo i vincitori?

Il fatto che il presidente russo venda quasi 2 milioni di tonnellate di gasolio ai Paesi occidentali, compresi ovviamente gli Stati Uniti, sembra un cerotto su una ferita enorme nelle economie americana e occidentale. A meno che, ovviamente, non vi sia un secondo accordo dietro le quinte di cui giornalisti ed esperti non siano a conoscenza, o che semplicemente scelgano di non riportare. Per quanto riguarda l’iniziativa di Putin sul gasolio, la quantità offerta non è enorme, ma vi sono un paio di precedenti che essa stabilisce e che sono più importanti.

In primo luogo, apre le porte a un’ulteriore revoca delle sanzioni (che potrebbe essere abbinata a quella relativa all’Iran, date le relazioni di Mosca con Teheran), ma, cosa forse ancora più importante, rende il presidente ucraino Zelensky un bersaglio ancora più importante per Trump. Molto dipenderà dai prossimi giorni e dalla decisione che Zelensky prenderà riguardo al proseguimento dei bombardamenti contro gli impianti petroliferi russi. Prenderà quella pillola suicida? Le guerre sono spesso caotiche e vi sono sempre zone d’ombra in cui i due paesi in conflitto si trovano di fronte a situazioni illogiche e impraticabili. Forse i bombardamenti degli impianti petroliferi russi nell’ambito della guerra in Ucraina hanno raggiunto il loro punto di svolta e, indipendentemente da quanto i leader dell’UE siano vicini a Zelensky – che, nella migliore delle ipotesi, possiamo definire un leader ad interim – ciò metterà alla prova questo rapporto fino al punto di rottura.

È necessario che un gran numero di cittadini in Francia e Germania muoia quest’inverno semplicemente a causa di una crisi energetica e/o di una crisi economica nei propri paesi, che hanno investito miliardi per mantenere viva la guerra in Ucraina? Putin è così sicuro che quest’inverno sarà l’ultimo per le sue truppe, dato che la linea difensiva tra le forze ucraine e quelle russe sembra sul punto di cedere da un momento all’altro? Gli stessi ucraini sono pronti ad affrontare un inverno gelido a Kiev, incapaci di fornire elettricità o riscaldamento ai propri appartamenti? Tante guerre sono iniziate per le riserve energetiche, ma non quella in Ucraina. Eppure potrebbe finire proprio per quelle.

I commenti minacciosi di Trump sui social media riguardo a Zelensky dovrebbero essere presi sul serio. Se la stessa cricca di consiglieri incompetenti di Trump riesce davvero a convincerlo che un’invasione terrestre dell’Iran sia fattibile, se non addirittura vincente, si potrebbe semplicemente sostenere che un cambio di regime in Ucraina dovrebbe essere un gioco da ragazzi e garantirgli un enorme guadagno – dal punto di vista politico, economico e geopolitico. La rimozione di Zelensky porrebbe immediatamente fine alla guerra, e Trump potrebbe rivendicarne la vittoria, mentre chiede al suo amico Putin di intervenire discretamente in Iran e di risolvere la questione dello Stretto di Hormuz.

Il fatto che Trump abbia effettivamente reagito allo sfogo di Zelensky davanti ai giornalisti – secondo cui la decisione di acquistare gasolio russo fosse «debole» – minacciando di destituirlo, dimostra che la sua pazienza ha raggiunto un punto in cui sta iniziando a considerare il presidente ucraino come la fonte dei problemi. Rimuovere Zelensky sostenendo un rivale sarà difficile e lo metterà in contrasto con i leader dell’UE, ma si potrebbe sostenere che le relazioni non potrebbero davvero peggiorare ulteriormente e che, una volta che Macron e Merz avranno compreso che la pace è l’unica opzione e che Zelensky è in realtà l’unico vero ostacolo a ciò, faranno ciò che fanno tutti i leader dell’UE e seguiranno l’esempio degli Stati Uniti.

Spesso sentiamo gli analisti su YouTube parlare del gioco del «chi ha più coraggio», ma non c’è mai stato un momento più fugace di questo, poiché sia Trump che Zelensky si osserveranno a vicenda per vedere chi batterà ciglio per primo. Zelensky, fino ad ora, ha condotto un gioco pericoloso fingendo di essere servile nei confronti dell’egemonia statunitense, mentre in realtà si limitava a incassare denaro e armi e a ridere di Trump in mezzo a una cerchia di deboli leader europei nelle loro residenze sontuose. La guerra è stata complessa sin dall’inizio, poiché gli Stati Uniti e l’UE raramente erano d’accordo, ma se Trump dovesse dare seguito alla sua minaccia di negare agli ucraini la condivisione di informazioni di intelligence, ciò costituirebbe un pessimo presagio per il futuro di Zelensky, poiché egli eserciterà una pressione ancora maggiore su britannici, francesi e tedeschi affinché forniscano ulteriori armi e denaro in una guerra impossibile da vincere, su cui hanno puntato tutto e da cui dipendono le loro intere carriere politiche.

La guerra, dopo questa decisione sul gasolio, potrebbe essere appena diventata molto più semplice e binaria, e dalla follia delle farneticazioni dell’UE potrebbe emergere una narrativa collettiva da parte di paesi che non riescono nemmeno a proteggere la propria popolazione sul proprio territorio dall’invasione di falsi richiedenti asilo. Non sarà solo la prova definitiva per le relazioni tra Stati Uniti e Ucraina, ma anche per quelle tra Stati Uniti e UE, e potrebbe forse rappresentare la fine della NATO così come la conosciamo.

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