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Intelligenza Umana, Intelligenza Artificiale e il futuro della guerra algoritmica

By: A A
17 October 2026 at 16:30

La tecnologia può stabilire come un’arma raggiunge il bersaglio, mentre spetta all’umanità decidere se quel bersaglio debba essere colpito. La domanda che si cela dietro a tutto ciò è chi, concretamente, eserciti quell’umanità, con quali strumenti di conoscenza e dentro quali istituzioni.

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Dalla persona al bersaglio

Che cosa ne è dell’umanità quando la tecnologia diventa capace di riconoscere, classificare, seguire e infine uccidere esseri umani senza che chi colpisce li abbia mai visti? Se lo è chiesto l’amico Mohammad Reza Dehshiri e la sua risposta ha una formula efficace. Il pericolo, scrive, non è l’intelligenza artificiale ma l’inumanità artificiale, cioè la possibilità che le macchine diventino più accurate proprio mentre gli uomini smettono di sentirsi responsabili di ciò che quelle macchine fanno in loro nome.

Con questo articolo apro una serie che parte dalla diagnosi di Dehshiri e prova a spingersi oltre. Se il problema è l’inumanità artificiale, la risposta non può consistere in un’IA «più etica», come se l’etica fosse un modulo da installare a valle di un sistema già progettato. Bisogna recuperare una categoria che il lessico tecnologico ha reso quasi impronunciabile: l’intelligenza umana, intesa non come un residuo da proteggere nelle pieghe dell’automazione, ma come una forma di conoscenza con prerogative proprie, che nessun aumento della potenza di calcolo può surrogare.

La chiamerò Human Intelligence, e l’ambiguità è voluta. Nel gergo dei servizi di informazione, HUMINT designa la più antica delle discipline informative: quella che passa per le persone, le fonti, le lingue, la frequentazione paziente dei luoghi. Nel lessico filosofico l’espressione indica la facoltà di comprendere. La tesi di questo primo contributo è che i due significati oggi convergono, e che la loro convergenza ha una portata geopolitica che va ben oltre il dibattito sull’etica delle armi.

Possiamo descrivere la catena operativa della guerra contemporanea in sette passaggi: rilevare, identificare, classificare, predire, ordinare per priorità, designare, colpire. Ogni anello può essere tecnicamente raffinato senza che la sequenza, presa nel suo insieme, lo sia sul piano morale. Il fenomeno che ne risulta viene chiamato «datificazione della vita umana»: l’individuo ridotto a un’identità, a una posizione, a uno schema di comportamento, a un punteggio di minaccia.

Non si tratta di un’astrazione. Nell’aprile 2024 un’inchiesta di Yuval Abraham per +972 Magazine e Local Call ha descritto Lavender, un sistema impiegato dalle forze armate israeliane a Gaza per attribuire a decine di migliaia di persone una probabilità di affiliazione ai gruppi armati. Secondo le fonti interne citate dall’inchiesta, la verifica umana di ciascun nominativo si riduceva spesso a una ventina di secondi, il tempo necessario per accertare che il bersaglio fosse di sesso maschile. Le forze armate israeliane hanno contestato questa ricostruzione e hanno descritto Lavender come una banca dati di supporto agli analisti. Anche accettando la versione ufficiale, però, il nodo resta intatto: un operatore umano era presente, e la sua presenza non bastava a trasformare la raccomandazione del sistema in un giudizio.

La psicologia cognitiva ha un nome per questo fenomeno, automation bias: la tendenza di chi lavora con un sistema automatizzato a trattarne le indicazioni come sostituto della propria verifica, e a non cercare le informazioni che potrebbero smentirle. Nel 1976 Joseph Weizenbaum, che aveva costruito uno dei primi programmi conversazionali della storia, distingueva già tra la capacità di calcolare e quella di giudicare, e sosteneva che vi sono compiti che non andrebbero affidati a un calcolatore anche se il calcolatore fosse in grado di svolgerli. Mezzo secolo dopo la distinzione è diventata più urgente. Il calcolo lavora su ciò che è già stato tradotto in dato. Il giudizio deve decidere se quella traduzione è stata fedele.

Dehshiri fissa il punto con quattro distinzioni: la precisione tecnica non è precisione etica, l’accuratezza non è giustizia, l’automazione non è responsabilità, la superiorità tecnologica non è superiorità morale. Ne aggiungerei una quinta, di ordine epistemico, da cui dipendono le altre: la correlazione non è comprensione. Un sistema di apprendimento automatico riconosce regolarità statistiche in un insieme di dati. Non sa che cosa sia una scuola, perché non sa che cosa sia un bambino, e non sa nemmeno di non saperlo.

L’iraniano prende un caso studio interessante: Il 28 febbraio 2026, nelle prime ore della guerra, la scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia di Hormozgan, fu colpita più volte durante l’orario di lezione. Le cifre fornite dalle autorità iraniane oscillano tra 150 e 175 morti, in grande maggioranza bambine, con decine di insegnanti e alcuni genitori; il procuratore della contea ha indicato un bilancio definitivo di 156 vittime. Washington non ha mai riconosciuto direttamente la propria responsabilità né pubblicato le conclusioni dell’indagine del Pentagono. Amnesty International ha parlato, nella migliore delle ipotesi, di un grave fallimento dell’intelligence.

C’è un dettaglio, emerso dalle immagini satellitari, che sposta l’analisi dal piano morale a quello conoscitivo. Secondo i media occidentali, la scuola sorgeva accanto a una base navale dei Guardiani della Rivoluzione e in passato ne aveva fatto parte; tra le spiegazioni circolate negli ambienti statunitensi c’è quella di dati di puntamento non aggiornati. Se l’ipotesi venisse confermata, Minab non sarebbe il caso di una macchina che sbaglia, ma di un archivio che ha smesso di corrispondere alla realtà. L’edificio era cambiato. Il dato no.

Nessun algoritmo di classificazione, per quanto sofisticato, può accorgersi che un vecchio fabbricato militare è diventato una scuola se nessuno ha registrato il cambiamento. Lo sapeva chiunque vivesse a Minab: i genitori che ogni mattina accompagnavano le figlie, il conducente dello scuolabus, gli insegnanti. È esattamente il tipo di sapere che la HUMINT raccoglie e che la guerra a distanza tende a considerare superfluo, perché lento, costoso, difficile da scalare. Allo stato delle fonti pubbliche, la responsabilità statunitense appare altamente probabile, mentre la dinamica resta indeterminata e la confidenza su questo punto è bassa: errore della banca dati, errore di classificazione, oppure accettazione consapevole del rischio. Le tre ipotesi, però, convergono sulla stessa domanda. Chi, prima del lancio, ha verificato se in quell’edificio ci fossero persone?

Oltre il “human-in-the-loop”

Il dibattito internazionale si è a lungo accontentato del principio del human-in-the-loop, l’essere umano inserito nel circuito decisionale.

La formula è insufficiente: un uomo può essere presente nel circuito e limitarsi a ratificare la raccomandazione dell’algoritmo. Propone di sostituirla con un principio più esigente, che chiama humanity-in-command: la capacità effettiva di mettere in discussione, respingere, scavalcare e arrestare il processo automatizzato.

La storia della Guerra fredda offre due esempi che chiariscono che cosa significhi in concreto. Il 26 settembre 1983 il sistema sovietico di allerta precoce Oko segnalò il lancio di cinque missili balistici dagli Stati Uniti. L’ufficiale di turno, Stanislav Petrov, classificò l’allarme come un errore e non lo trasmise come attacco in corso, ragionando che un primo colpo americano non sarebbe mai consistito in cinque missili soltanto. Aveva ragione: il satellite aveva scambiato per lanci i riflessi del sole sulle nubi. Ventuno anni prima, il 27 ottobre 1962, nelle acque dei Caraibi, il sottomarino sovietico B-59, isolato e bersagliato da cariche di profondità di segnalazione, fu sul punto di impiegare un siluro a testata nucleare. Il lancio richiedeva il consenso dei tre ufficiali superiori a bordo, e Vasilij Archipov lo negò.

In nessuno dei due casi l’uomo approvò una raccomandazione del sistema. La contraddisse. E non lo fece perché disponeva di più dati: i dati, anzi, erano il problema. Lo fece perché seppe porsi una domanda che nessuna procedura gli imponeva, cioè se ciò che vedeva avesse senso rispetto a tutto il resto che sapeva del mondo. Petrov conosceva la dottrina nucleare americana; Archipov conosceva la differenza tra un attacco e un’intimidazione. È questa capacità di confrontare il segnale con l’insieme, il particolare con il plausibile, che chiamo Human Intelligence. Vale la pena notare che il Dena è stato affondato da un sottomarino. Non sappiamo che cosa sia stato chiesto ai suoi ufficiali, né quali margini di valutazione avessero.

La proposta va precisata, perché il rischio è di ridurla a un appello umanistico generico. La Human Intelligence, così come la intendo, si articola su tre piani distinti, ciascuno dei quali segna un limite strutturale, e non contingente, dell’intelligenza artificiale.

Il primo piano è epistemico. La tradizione scolastica distingueva tra intellectus, l’atto con cui la mente coglie in modo immediato una verità, e ratio, il procedere discorsivo da un elemento all’altro: per Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, I, q. 79, a. 8) le due non sono facoltà diverse ma momenti di un unico intelletto, in cui il ragionamento parte da una comprensione e a una comprensione ritorna. I sistemi attuali di apprendimento automatico realizzano una ratio di potenza inaudita, capace di inferire, combinare, predire su scale inaccessibili alla mente umana. Manca loro il momento dell’intellectus, cioè la presa sul senso di ciò che elaborano. È una tesi filosofica e va presentata come tale, ma ha conseguenze operative precise: un sistema privo di comprensione non può sapere quando il proprio modello del mondo è diventato falso.

Il secondo piano è pratico. La prudentia, nella definizione tomista, è la retta ragione applicata all’agire, e il suo compito specifico consiste nel portare il principio universale fino al caso singolare. La macchina generalizza: il suo valore sta nel ricondurre il singolo caso a una classe. La prudenza fa l’opposto, perché deve riconoscere ciò che, in questo caso, sfugge alla classe. La guerra, che è il regno del singolare e dell’imprevisto, è il terreno in cui la differenza pesa di più. La nota vaticana Antiqua et nova del gennaio 2025 ha ripreso questa linea, insistendo sul carattere incarnato e relazionale dell’intelligenza umana e sulla sua irriducibilità a una funzione di elaborazione.

Il terzo piano è relazionale, ed è qui che il significato filosofico incontra quello dei servizi. Sherman Kent, che negli Stati Uniti del dopoguerra fondò di fatto gli studi sull’intelligence, la definiva prima di tutto come conoscenza, prima ancora che come organizzazione o attività. La HUMINT è la forma di questa conoscenza che passa attraverso l’altro come persona: chi parla la sua lingua, conosce le sue abitudini, sa leggere un quartiere, distingue una festa da un raduno. Negli ultimi tre decenni le grandi potenze hanno progressivamente spostato risorse verso le discipline tecniche, dalla raccolta di segnali all’osservazione satellitare, fino alle piattaforme di fusione dei dati. Minab mostra il prezzo di questo squilibrio.

Nulla di tutto questo implica un rifiuto della tecnologia. La Human Intelligence non si oppone all’IA come il manuale si oppone al meccanico. Ne stabilisce la gerarchia: l’algoritmo come strumento ordinato a un giudizio che non può produrre da sé. E ne ricava un principio, che Dehshiri formula e che merita di diventare criterio operativo: quanto più la tecnica allontana chi agisce dalle conseguenze del proprio atto, tanto più deve crescere la responsabilità cosciente di chi decide, non diminuire.

Geopoliticamente parlando

Fin qui la questione potrebbe sembrare di filosofia morale. Non lo è soltanto. La distribuzione della capacità di guerra algoritmica è una distribuzione di potere, e le regole che la governeranno saranno scritte, se mai lo saranno, da chi ha interesse a limitarle il meno possibile.

Lo stato del diritto internazionale lo conferma. Il gruppo di esperti governativi istituito nell’ambito della Convenzione su certe armi convenzionali discute dei sistemi d’arma autonomi letali dal 2017 senza essere approdato a uno strumento vincolante. Gli Stati Uniti hanno promosso nel novembre 2023 una dichiarazione politica sull’uso militare responsabile dell’IA, per definizione non vincolante; nel dicembre dello stesso anno l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la prima risoluzione dedicata a questi sistemi, mentre il Comitato internazionale della Croce Rossa chiede dal 2021 il divieto dei sistemi autonomi imprevedibili e di quelli progettati per colpire esseri umani. Nel giugno 2024, intervenendo al G7 di Borgo Egnazia, Papa Francesco aveva chiesto che nessuna macchina sia mai messa nelle condizioni di decidere della vita di una persona. Il divario tra queste posizioni e la pratica dei teatri di guerra del 2026 si misura in vittime.

C’è poi un’asimmetria più profonda. Chi controlla i dati decide chi è un bersaglio, e le vittime della guerra algoritmica si trovano in larga parte fuori dall’Occidente: a Gaza, in Iran, nel Sahel, nello Yemen. Per gli Stati che non producono le piattaforme e non ne controllano gli archivi, la Human Intelligence diventa allora una questione di sovranità. Un Paese che mantiene competenze linguistiche, conoscenza regionale, reti umane di informazione conserva un’autonomia di giudizio; un Paese che affida la propria visione del mondo a sistemi progettati altrove, spesso da imprese private, la cede insieme ai dati. In un ordine che tende al multipolarismo, questa differenza separerà gli attori che giudicano da quelli che vengono giudicati.

Ne discende una proposta concreta, che svilupperò nei prossimi contributi. Accanto al principio generale del controllo umano significativo, il diritto internazionale umanitario potrebbe codificare un obbligo specifico di verifica umana dello status civile per ogni infrastruttura fissa inserita in una lista di obiettivi, con una data di validità oltre la quale l’informazione decade e va rinnovata con fonti dirette. È una norma minima. Applicata a Minab, avrebbe imposto a qualcuno di chiedersi se quell’edificio fosse ancora ciò che l’archivio diceva.

La tecnologia può stabilire come un’arma raggiunge il bersaglio, mentre spetta all’umanità decidere se quel bersaglio debba essere colpito. La domanda che si cela dietro a tutto ciò è chi, concretamente, eserciti quell’umanità, con quali strumenti di conoscenza e dentro quali istituzioni. A Minab qualcuno avrebbe dovuto sapere che c’era una scuola. Il fatto che nessuno lo sapesse, o che nessuno lo abbia chiesto, è il punto da cui ricominciare.

Proteste giovanili e contestazione delle falsificazioni nel censimento, l’India assedia Nerendra Modi

By: A A
17 October 2026 at 10:30

Nerendra Modi intende forgiare un nuovo cittadino indiano, un nazionalista di Bharat, il nuovo e al contempo antico nome che ha imposto all’immensa e plurale nazione, prima al mondo per abitanti e terza per capacità economica, deciso a realizzare tale chimerica utopia, non disdegna di utilizzare tutte le leve del potere, anche in modo spregiudicato.

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Arrestare settemila studenti è certamente un segno di debolezza, il tutto con un dispiegamento di cinquantamila soldati delle forze dell’ordine e militari, come a inizio ottobre 2026 a Delhi e in altre città a fronte del movimento di protesta che ha saldato insieme i giovani scesi da mesi nelle piazze per rivendicare un futuro e non l’insulto di “scarafaggi”, loro tributato dal ministro all’istruzione poi costretto alle dimissioni, termine trasformatosi nella definizione del loro movimento politico, il Partito del Popolo degli Scarafaggi, unitosi con i rappresentanti di tutti gli altri partiti dell’opposizione, decisi a rigettare i nuovi elenchi elettorali che hanno fatto sparire, è vero, alcuni indiani deceduti, ma anche molti del tutto vivi e vegeti, eppure sgraditi, spesso perché musulmani, con la capziosa giustificazione che non sarebbero cittadini indiani, quando lo sono da sempre, registrati nell’anagrafe nazionale e in quella elettorale, impropriamente accusati di essere immigrati bengalesi che si camuffano da indiani.

Le manifestazioni sono state aperte, in testa ai cortei, dai “resuscitati”, ovvero i presunti morti, in realtà in ottime condizioni fisiche e mentali, insomma quasi un gogoliano ribaltamento delle celebri “Anime morte”, infatti in questo caso non si contano nei censimenti i morti, ma si fanno sparire i vivi.

Delhi resta in stato d’assedio, le manifestazioni sono state generalmente vietate, tuttavia Nerendra Modi, dopo quasi tre lustri di potere incontrastato e di politiche di totale deregolamentazione neoliberista e ultra – induista, deve fare i conti con l’insofferenza ogni giorno crescente e manifesta di ampi settori della società.

D’altronde tanto accanimento interno contro gli oppositori è inteso a ovviare anche alla modesta estate del primo ministro, il vertice dei BRICS organizzato nella capitale indiana è stato un mezzo fallimento. Nessuno degli attuali promotori del multipolarismo si fida di lui, essendo un amico fraterno di Israele, nonché in combutta economica e militare con gli emiratini, a loro volta al servizio dell’imperialismo occidentale contro gli iraniani e in Sudan e Burkina Faso in azione contro i governi legittimi e contro i progetti di cooperazione di quelle nazioni con Cina e Russia.

Le politiche di Modi sono tutte orientate ad abbandonare la storica vicinanza alla causa palestinese dei tempi del non – allineamento indiano, privilegiando piuttosto la cooperazione nel settore degli armamenti con l’entità statuale israeliana, amplificata, come emerso dal trionfale discorso di Modi alla Knesset nel febbraio 2026, dalla profonda affinità tra il sionismo e l’estremismo induista propugnato dal Bharatiya Janata Party.

Al vertice kirghiso dello SCO, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, di fine agosto Modi è stato relegato ai margini della fotografia ufficiale, mentre il presidente ospitante si stringeva al centro con il primo ministro pakistano, oltre ovviamente a Vladimir Putin e a Xi Jinping.

L’indiana Via del Cotone poi, visti i conflitti che incendiano tutta l’Asia Occidentale, sono sempre più aleatori, buoni soltanto per la mistificazione mediatica messa in campo dai media europei in funzione anti – cinese.

Le manifestazioni hanno per altro rovinato la festa per l’avvento, un quarto di secolo fa, il 7 ottobre 2001, al potere di Modi nel Gujarat, continuazione della parossistica celebrazione del suo 76° compleanno lo scorso 17 settembre, festeggiato con manifestazioni e pellegrinaggi.

La stampa d’opposizione ha insistito piuttosto nel ricordare come, solo un anno dopo il suo insediamento nel 2002, Modi abbia scatenato nel Gujarat una caccia al musulmano senza precedenti, un’ondata di violenza che ha mietuto almeno un paio di migliaia di morti, fatti la cui brutalità è rimasta tragicamente e traumaticamente nel ricordo collettivo.

Il vero dato che spaventa il primo ministro è il fatto che mobilitazioni di così grande portata non attraversano il vasto paese dai tempi di Jawaharlal Nehru e successivamente di sua figlia Indira Gandhi, tuttavia quelle erano manifestazioni a sostegno e non contro il capo di governo, nel primo caso per sostenere il Movimento dei Non Allineati, nel secondo per sottolineare la soddisfazione popolare per l’alleanza con i sovietici, volta a trasformare l’India in una potenza atomica.

Il nazionalismo indù del BJP, ovvero Bharatiya Janata Party, di Nerendra Modi sta invece tentando una rottura netta con tutto quel passato, immagina la nazione come capace di proporre sullo scenario internazionale una propria egemonia, se non esattamente imperialistica, certamente verso un mondo indiano – centrico. Anche in questo caso le aspettative di Modi si scontrano con la modestia delle relazioni stabilite con le vicine nazioni nello spazio eurasiatico e ugualmente negli altri continenti, mentre la proposta multipolare sino – russa risulta largamente condivisa dalle nazioni del Sud Globale.

La narrazione ufficiale di un Nerendra Modi quale figlio di un venditore di tè  dalle origini estremamente umili, è parallela alla lunga militanza nel Rashtriya Swayamsevak Sangh, ovvero la Lega Nazionale dei Volontari, organizzazione ultra – induista fondata nel 1925, nota per la sua feroce adesione al sistema delle caste, molto prossimo ai criteri di discriminazione dei sistemi  fascisteggianti della prima metà del XX secolo. È stata quella infatti la scuola sociale e politica nella quale da giovane si è formato, rafforzando la devozione che tanto lui quanto i dirigenti e i militanti del suo partito portano verso l’assassino del mahatma Gandhi, ovvero Nathuram Godse, il quale proprio grazie a Modi dal 2020 ha un santuario che ne ospita le ceneri e che è meta di pellegrinaggio per tutti gli attivisti del Bharatiya Janata Party, lo stesso primo ministro si è recato più volte a Pune, mostrando convinta adesione alle ragioni nazionalistico – induiste, anti – pakistane e anti – musulmane che hanno ispirato quel gesto omicida compiuto il 30 gennaio 1948 a Nuova Delhi.

Alcune iniziative promosse dai suoi sostenitori nel corso dei festeggiamenti di settembre – ottobre più che aumentare la considerazione del primo ministro, hanno rasentato il ridicolo, nel piccolo stato del Tripura il governatore locale Manik Saha ha imposto, con vivo disappunto delle famiglie, alle bambine e ai bambini di tutte le cinquemila scuole di partecipare a concorsi di disegno e di scrittura in lode di Nerendra Modi. Il risultato è che dopo un decennio di egemonia induista lo stato di Tripura ha tutta la possibilità di tornare ad essere governato dal Fronte di Sinistra, guidato dal Partito Comunista Indiano – Marxista (CPI-M) e dai suoi alleati. Tuttavia questo fenomeno può apparire estremo, ma non isolato, in Rajasthan, lo storico partito dei Gandhi, il Congresso, oggi all’opposizione, ha criticato le direttive rivolte a studenti e insegnanti di tutti gli istituti scolastici statali e privati per la partecipazione alle celebrazioni per il primo ministro.

Proprio il Congresso sottolinea e documenta ampiamente come sia imbarazzante investire tanti denari pubblici per celebrazioni fuori luogo, quando, a detta dello stesso primo ministro, ancora molte siano le aree, non solo rurali, in cui mancano i servizi igienici e il collegamento, almeno per i villaggi più remoti, alla rete elettrica, il tutto mentre gli indiani scendono in piazza per protestare e al contempo gli attivisti del Bharatiya Janata Party scorrazzano in bus collettivi e motociclette da Varanasi a Vadnagar, città natale di Modi nel Gujarat, con gigantografie del primo ministro ed enormi bandiere arancioni.

Anche i conflitti in corso in ogni landa del pianeta stanno assestando un duro colpo alla dottrina ultra – liberista di Modi, il quale fondandosi sulla massima deregolamentazione e la più spregiudicata libertà per i capitali, con il drammatico risvolto di scarsissime tutele per i lavoratori, non rispettando mai le organizzazioni sindacali e le normative ambientali, ha accresciuto il Prodotto Interno Lordo prima del Gujarat, poi di tutta l’India, con una crescita ancora al 7% per l’anno fiscale 2025/2026, tuttavia è abbastanza evidente che l’economia nel 2026/2027 segnerà un brusco ridimensionamento, complicando di molto la vita di quel terzo di indiani che vivono di un lavoro nel settore precario o in quello informale, già molto poco avvantaggiati dalla crescita degli anni passati, tra questi lavoratori molti sono musulmani, cristiani, dalit, ovvero appartenenti alla casta degli intoccabili, e adivasi, i popoli nativi che quasi nessuno conosce e ricorda, ma sommano nell’insieme almeno cento milioni di persone, non è un caso che la modesta lotta alla povertà abbia visto piuttosto accrescere profonde e pesanti divaricazioni sociali, con una ristretta minoranza sempre più abbiente.

Il governo per altro è stato ferocemente contestato per quasi tutto il 2026 anche dagli agricoltori, il movimento dei lavoratori della terra è infatti riuscito a impedire l’introduzione nel settore di leggi smaccatamente liberiste e penalizzanti i produttori diretti.

I venti di opposizione non appaiono impensierire per il momento il governo, tuttavia l’epoca dei trionfalismi, come quando nel gennaio 2024 Modi ha presieduto la sfarzosa inaugurazione del colossale tempio di Ram nella città di Ayodhya, anche in questo caso come altre volte edificato sul luogo di una preesistente moschea, appaiono se non irripetibili, del tutto lontani.

“Il cinema oggi mi inquieta, non fa ridere. Laura Antonelli è morta sola e povera, ascoltava Radio Maria, parlava con Dio chiamandolo ‘papino’ e diceva che la cocaina era la sua droga”: così Marco Risi

17 October 2026 at 10:14

La ricetta per rilanciare il cinema italiano è “mezzi importanti e idee importanti”, ma soprattutto “non bisogna ripetersi”. Marco Risi è un uomo intelligente. Forse un po’ malinconico, sicuramente dallo sguardo acuto e disincantato sulla vita, sul mondo e su quel cinema intrapreso a filo di babbo Dino, uno dei più grandi e sagaci della commedia all’italiana del dopoguerra. In una lunga e bella intervista rilasciata al Corriere, il regista di Mery per sempre e Il Muro di gomma ha aperto lo scrigno dei ricordi, tra cui la sua relazione sentimentale, e la fine tragica, di Laura Antonelli, la difficoltà nel girare film in Italia oggi senza fare flop e ovviamente l’ombra lunga del padre. “Una volta Vittorio Cecchi Gori disse a proposito di suo padre Mario: “Io morirò figlio”, spiega Risi jr. “Con papà tu dovevi sempre adeguarti. Lui quello sforzo non lo faceva. Dovevi sempre trovare la chiave per interessarlo. Quando mi dilungavo nei racconti di una cosa che era accaduta, lui mi guardava e diceva: “Titolo!”, non voleva perdite di tempo inutili – ricorda il regista spiegando che Dino non gli faceva mai complimenti, che era abbastanza duro e che non l’ha mai incoraggiato a fare cinema. “Anche se mi ha aiutato, perché dopo un mio periodo difficile, mi ha voluto con lui per scrivere due film. E una volta mi elogiò perché avevo scritto una scena riuscita e volgarotta per Sono fotogenico. Ma quando gli mostrai Mery per sempre vidi che gli brillavano gli occhi, era soddisfatto, forse persino orgoglioso di me”.

Risi jr. evoca anche momenti di una tenerezza inaudita riesumando dieci ore di girato del padre anziano, magrissimo (“pesava quarantotto chili, io lo stringevo e sentivo le sue ossa”) e la sua lontananza dalla politica: “Era stato socialista nenniano, poi gli piaceva La Malfa, alla fine si era ritratto. Ma non si sentiva parte della comunità dei registi e sceneggiatori che lui avvertiva come troppo impegnati e paventava il rischio che in ragione dell’appartenenza partitica si potesse perdere libertà e autonomia espressiva”. Infine gli ultimi istanti prima della fine nel 2008, con Marco che gira Fortapasc a Castelvolturno e Dino che lo raggiunge incuriosito sul set. Poi l’ultimo abbraccio e l’ultima telefonata qualche giorno dopo: “Al telefono disse che non ne poteva più. Aveva 91 anni e mezzo, una vita enorme e un vissuto straripante. Era stanco, semplicemente stanco. Io gli dissi di resistere, di farlo per me, non per lui. E lui mi ha risposto una cosa bellissima: “Pensa al tuo film”. Il capitolo Laura Antonelli è altrettanto doloroso. Con Marco ci fu un flirt (“non conosceva presunzione, non se la tirava, era bellissima, incredibilmente bella, la più bella del creato”) ma anche l’oblio e il cupio dissolvi di una diva finita in disgrazia che morirà sola e povera: “Di tutte le ricchezze accumulate con il suo lavoro non aveva più nulla. In casa c’erano solo pacchi di pasta, conserva di pomodoro e nell’armadio un solo abito, una specie di palandrana nera. Non aveva la televisione, ascoltava solo Radio Maria. Si sentiva in dialogo con Dio, che chiamava “papino”. Le ho chiesto se a rovinarla fosse stata la cocaina per la quale fu arrestata. Forse quel momento ha cambiato la sua vita. Lei mi ha risposto che no, che la cocaina era la “droga di Dio”.

L’ultimo film girato dal 75enne regista milanese è Il punto di rugiada. Film delizioso e poetico, perfino con una punta di cinismo paterno, eppure zero tituli al botteghino. “È un momento difficile per me e per il cinema italiano. Io ho tre soggetti e una sceneggiatura pronta, ma mi rendo conto che oggi realizzare un film è diventato complicato. Il cinema italiano al box office non va bene ed è un peccato, perché ci sono buoni film. Ma se la gente va in sala, e spesso non sono i più giovani, non vuole vedere un piccolo film sul grande schermo. Ci vogliono mezzi importanti e idee importanti, non bisogna ripetersi”. Poi certo, non sappiamo più ridere come una volta e il cinema ne ha risentito assai: “Ho sorriso vedendo un buon film italiano, Serpenti, ma ridere come si faceva una volta è diventato difficile. È fuori, nel mondo reale, che si trova il grottesco. Ma inquieta, non fa neanche ridere”.

L'articolo “Il cinema oggi mi inquieta, non fa ridere. Laura Antonelli è morta sola e povera, ascoltava Radio Maria, parlava con Dio chiamandolo ‘papino’ e diceva che la cocaina era la sua droga”: così Marco Risi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Archivio Aperto, a Bologna il festival del filmato amatoriale con oltre 40mila pellicole

17 October 2026 at 06:06

Il cinema non è solo quello che riempie le sale, non è i ‘film evento’. È anche altro. Sono tante le mini-produzioni indipendenti, ignorate dai distributori, magari opere prime che non accettano quella trita struttura ‘televisiva’ nazionale che annienta, ormai da troppi anni, lo ‘specifico filmico’, per usare un desueto termine anni Settanta. Ci sono poi i prodotti audiovisivi ‘minori’ (si fa per dire…) che spesso appassiscono dopo labili apparizioni nei festival specializzati.

Meno male che, ogni tanto, c’è qualcuno che tenta di porre un freno a questo maligno sistema: certo lo fa Archivio Aperto, il festival di Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia (siamo alla diciannovesima edizione) che si tiene a Bologna anche quest’anno dal 22 al 26 ottobre. Un appuntamento “dedicato alla riscoperta del patrimonio filmico privato amatoriale, sperimentale, d’artista, in piccolo formato” conservato, catalogato e restaurato dai primi anni Duemila in poi e che ha creato, passo dopo passo, una monumentale montagna di oltre quarantamila pellicole.

La locuzione ‘film di famiglia’ non deve trarre in inganno: non si tratta, infatti, di filmati amatoriali che i papà e le mamme girano in giardino o in spiaggia per riprendere i propri pargoletti. Qui stiamo parlando di prodotti audiovisivi, girati senza tecniche iperprofessionali, ma che ci raccontano più realisticamente di tanti film prodotti con soldoni la storia del nostro Paese. E non unicamente quella.

Forse solo uno, fra questi filmati, almeno fra i prodotti italiani, l’ha girato una regista professionista come Francesca Archibugi: la storia pubblica e privata di una delle voci più dirompenti e lucide del femminismo, quella di Carla Lonzi (1931-1982). Dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, è la prima uscita pubblica del film sulla Lonzi ed è in programma il 22 ottobre, in serata.

Le opere presentate a Bologna (lungometraggi e cortometraggi) hanno tutte un unico comun denominatore: offrire uno sguardo sulla complessità del mondo che stiamo vivendo. Qualche appuntamento: Unsetting Genealogies, ad esempio, è una “ricerca di Alessandra Ferrini ospitata nella project room del festival e pone l’accento sulle origini fasciste di alcune istituzioni artistiche italiane”. E “in parallelo”, anche “sulla dimensione privata e affettiva della storia”.

Focus Upside Down descrive invece, con una serie di proiezioni e incontri, “le pratiche di militanza e di mediattivismo”; nella sezione L’Archivio che non c’è viene proiettato il documentario A Place in the Italian Sun che “riporta alla luce una storia poco conosciuta di violenza coloniale, esilio e reclusione” e in Storie Sperimentali viene presentata una retrospettiva d’autore: la proiezione delle Songs “canzoni visive mute” in pellicola originale (8 millimetri), ideate e realizzate da Stan Brakhage (1933-2003), regista americano sperimentale, autore di oltre 400 opere, la maggior parte delle quali girate in 8 e 16 millimetri (a volte dipingeva o manipolava con interventi esterni la pellicola…).

Fra gli altri, anche i filmati, interessantissimi, delle lotte sociali e politiche degli anni Sessanta e Settanta “che fecero dei media uno spazio di partecipazione, protesta, sperimentazione e libertà di informazione: da quello, a oggi inedito, su Radio Alice, a 50 anni dalla nascita dell’emittente, alle tristi esperienze del G8 di Genova; dalle Street TV dei primi anni Duemila, provocazione situazionista e di difesa della libertà d’informazione contro l’oligopolio televisivo, al film ‘militante a soggetto’ Processo politico di Francesco Leonelli e dello scultore Arnaldo Pomodoro sull’affaire Pinelli-Calabresi”.

Il concorso internazionale dedicato alle opere realizzate con materiali d’archivio presenta 16 titoli, fra cui 13 anteprime italiane (fra le quali Auber 89 di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia, 1980), sulle vicende passate (e in itinere) della periferia parigina a partire dagli anni Ottanta. Ma non mancano filmati sul conflitto israelo-palestinese e persino storie curiose come quella del primo e unico astronauta afghano. Nella sezione Open Frame sono in competizione opere brevi di found footage (letteralmente ‘filmato rinvenuto’, ovvero una tecnica grazie alla quale alcune scene sembrano registrazioni di filmati amatoriali). Sono opere selezionate realizzate all’interno di vari organismi legati al cinema e alle arti visive.

In definitiva, le varie sezioni della manifestazione (Festival, Concorso internazionale, Installazioni, Archivio aperto) formano un coacervo di informazioni e approfondimenti sul mondo che abbiamo vissuto (e che viviamo) di cui oggi c’è un gran bisogno: una sorta di riposizionamento delle nostre coscienze, una boccata d’ossigeno, un momento di disintossicazione da un sistema mediatico drogato e drogante.

L'articolo Archivio Aperto, a Bologna il festival del filmato amatoriale con oltre 40mila pellicole proviene da Il Fatto Quotidiano.

Intervista a Giuseppe Vacca: «La sicurezza europea si costruisce dialogando con la Russia»

By: A A
16 October 2026 at 22:26

Il centrosinistra diviso sull’Ucraina, il futuro della difesa comune e il nuovo peso dell’Asia: intervista a Beppe Vacca sugli equilibri che cambiano.

Segue nostro Telegram.

Un efficace antidoto alla superficialità che ammorba i talkshow mediatici frequentati da improponibili analisti, improvvisati geopolitici, battutisti in servizio permanente effettivo, che pontificano, sproloquiano su cose maledettamente serie, come lo è la guerra. Alle lettrici e ai lettori di Rinascita l’”antidoto” di serie lo offre Giuseppe Vacca. Professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bari, già direttore dell’Istituto Gramsci, Vacca è stato più volte parlamentare del Pci. Della sua enorme produzione saggistica, ricordiamo il suo ultimo libro: Vita e pensiero di Palmiro Togliatti (Einaudi).

Professor Vacca, una visione condivisa della politica estera dovrebbe essere a fondamento di una coalizione che si candida al governo dell’Italia. Invece, nel centrosinistra domina il rovello armi sì armi no all’Ucraina. Lei come la vede?

La politica estera è discriminante per qualunque attore di una campagna elettorale, in particolare in Italia visto che in campagna elettorale ci siamo già entrati di fatto con la sconfitta referendaria del progetto di Meloni sulla giustizia ed è peraltro difficile prevedere che la legislatura arrivi a scadenza ordinaria, anche per le turbolenze del contesto internazionale.

In questa prospettiva, il problema principale a me pare che consista nella differente postura in politica estera tra il Pd e il Movimento5stelle.

La postura del Pd dipende molto dal problema della sicurezza europea e dall’altro tema connesso che è quello della difesa. Qui c’è innanzitutto un problema di come la s’imposta.

Vale a dire?

Armi sì o armi no all’Ucraina non è un problema autonomo bensì una derivata di come s’imposta la visione di una possibile ripresa del progetto di unificazione europea e quindi del carattere europeo della costruzione di una effettiva difesa comune.

La difesa dipende dalla percezione del nemico. Da un lato si ripete che noi, noi Europa, non siamo in guerra con la Russia, dall’altro si ventila una minaccia della Federazione Russa principalmente sull’Europa. E su questo si legittima l’aumento del 14% della spesa militare europea nel 2025, raggiungendo il maggiore incremento dalla fine della Guerra fredda.

Ora, rispetto alla ripresa e al compimento del processo europeo, fermatisi non per caso alla moneta e alla Bce, lasciando invece sospesi i problemi della politica estera e di difesa comuni, il primo problema da discutere è in che relazione l’Europa sta con la Russia, dal punto di vista geopolitico.

Se questo è il nodo di fondo da sciogliere, su che basi andrebbe impostata a suo avviso una discussione rigorosa e non propagandistica?

Dal punto di vista geopolitico, non c’è dubbio alcuno che la Russia è parte dell’Europa. Parte non vuol dire che ci possa essere una confederazione, ma possiamo stare ancora all’ultima definizione della Nato, seguita all’invasione russa dell’Ucraina, per cui l’Alleanza atlantica non è più una un’alleanza genericamente difensiva, ma è un’alleanza difensiva contro un nemico indicato con nome e cognome, cioè la Federazione Russa.

Come è possibile pensare un’Europa potenza civile, secondo la missione originaria, che misura e definisca i suoi organi e le sue missioni in base all’individuazione di un nemico. Questo porta necessariamente ad un approccio iper-militarista che moltiplica i conflitti.

Tornando sulle vicende interne, la prima questione è come si possa trovare una quadra nella politica estera tra il Pd che è attestato, a partire dall’Ucraina, sull’idea che la Russia è il pericolo, e i M5s che propone una politica di dialogo, o che comunque abbia come questione fondamentale la fine della guerra e la costruzione della pace attraverso un rapporto, un dialogo che riguardi ambedue i belligeranti, quindi anche Mosca.

Da questo punto di vista c’è un problema, al momento irrisolto, di unità dei principali partner della coalizione di centrosinistra nella visione della politica estera.

E questa unità si può o si deve raggiungere impostando il problema della sicurezza, io credo, in maniera dialogica e non pregiudizialmente antagonistica con la Russia.

Detto in altri termini: qual è il problema della sicurezza così come è percepito da parte dei russi? Perché anche loro hanno un problema di definizione, di percezione dei rischi della sicurezza. Da ciò discendono questioni strategiche che investono il futuro stesso dell’Europa.

A cosa si riferisce, professor Vacca?

A un’Europa che nella costruzione di una politica estera comune e di una politica di difesa comune, una volta che non c’è più la delega agli Stati Uniti come potenza egemone della Nato garante della sicurezza europea, garantisca la propria sicurezza commisurando la percezione del rischio al modo in cui quella percezione del rischio e il problema della sicurezza si propongono per l’altra parte. Altrimenti l’effetto dell’apparente uscita degli stati Uniti da questa partita è solo quello di ereditare la russofobia di sempre nella politica americana, da parte dell’Europa, in quanto tale, ovvero di concepire una difesa comune europea, da cui anche l’innalzamento al 5% del Pil delle spese militari, come una sostituzione nella funzione di antimurale militare della Russia come nemico. Ma questo non corrisponde alla realtà e non risolve il problema che comunque, nel momento in cui si sviluppa una divergenza strategica all’interno dell’Occidente, a fronte alla crisi da parte degli Stati Uniti di una egemonia globale, che con la presidenza Trump si acuisce ma che non nasce con l’ingresso del tycoon alla Casa Bianca, non si risponde al presupposto geostrategico fondamentale, cioè quello di capire in che rapporto non bellico impostare la sicurezza europea e la sicurezza russa.

Non ci può essere altra via di uscita, se non quella di affrontare e provare a risolvere il problema della difesa in termini di reciprocità, attraverso un dialogo con la Russia che abbia chiaro questo obiettivo.

Un tema di enorme rilevanza strategica, direi epocale, che va oltre la dimensione geopolitica e aggredisce altre questioni cruciali…

Quali?

Come si stabiliscono i confini dell’Europa? E come se ne ridefinisce la visione? Chi si deve preoccupare del rapporto geopolitico tra l’Europa e la Russia. Problemi che non si possono affrontare unilateralisticamente e solo con una riduzione del problema della sicurezza a problema di competitività dal punto di vista militare-tecnologico.

Questo, secondo me, è anche il modo di trovare un punto di unità all’interno del centrosinistra tra la posizione del Pd e quella dei 5stelle.

Non è questione se continuare o no a dare sostegno militare all’Ucraina. Il problema della difesa degli interessi dell’Ucraina come parte dell’Europa, che può trovare un precedente valido se si struttura la novità intervenuta dalla volontaria adesione all’Unione Europea del Canada, il che significherebbe l’istituzionalizzazione di una fisionomia più articolata di rapporto geostrategico dell’Europa.

Una dinamica che può valere, come si sa, anche per l’Ucraina e tra l’altro in considerazione del fatto che Putin non ha detto no all’associazione dell’Ucraina alle istituzioni economiche dell’Europa.

Quali ricadute questo complesso ragionamento potrebbe o dovrebbe avere nel dibattito aperto nel centrosinistra?

Aldilà del momento elettorale, c’è il problema di come si esercita il governo nell’eventualità di una vittoria alle elezioni, per cinque anni. Qui la politica estera continua ad essere discriminante. È un vincolo naturale di qualunque politica di governo, che vive di un costante rapporto tra politica interna e politica internazionale.

Come si esercita per una legislatura questo ruolo? Diventando un pezzo di uno schieramento europeo dominato da una russofobia?

Non posso non considerare che una parte significativa dei sostenitori della risposta militare alla invasione dell’Ucraina da parte della Russia è stata quella di ritenere che così si creava uno schieramento talmente forte tra Stati Uniti, con Biden prima e poi con Trump, ed Europa da riaprire e attualizzare la prospettiva non solo della sconfitta ma dello smembramento della Russia.

Una russofobia che ha attraversato la storia dell’Occidente, e in esso dell’Europa, fino ad essere parte del sostegno e dell’affermazione di Hitler in Germania. Perché Hitler e il nazismo non nascono solo in maniera endogena, ma nascono anche dal fatto che la politica di sostegno inglese e americana mirava a fare dell’anticomunismo hitleriano e tedesco una leva per scaricare questa potenza della Germania nazista solo sulla Russia piuttosto che su tutto l’Occidente e il mondo democratico.

Tornando all’oggi, due restano gli interrogativi di fondo: la Russia è non è parte dell’Europa geopoliticamente? E siccome è innegabile che sia parte dell’Europa, non significa questo debba riguardare l’architettura della UE così com’è; significa che nel fare quegli ulteriori passi che non erano stati mossi dal periodo di Maastricht ad oggi, l’Unione Europea, tenendo fermo e ben piantato il vessillo della potenza civile, ed anzi attrezzandosi meglio per poterlo rafforzare, definisca dialogicamente con la Russia la reciprocità degli interessi, nella percezione del rischio e quindi nella co-definizione della sicurezza.

Mi lasci aggiungere che questo comporta di conseguenza una ricaduta sul problema israeliano profondamente diversa da quella mainstream.

In che senso, professor Vacca?

Netanyahu come lo si definisce? Netanyahu è uno dei capi, degli strateghi, della politica internazionale dei neoconservatori a livello globale. Nel momento in cui in Israele le vecchie forze socialdemocratiche sono state sconfitte e sono andate al potere le destre, beh, questo mica è avvenuto senza il sostegno degli americani, e non solo di essi.

La strategia di Netanyahu, se la si analizza con freddezza, io la leggo così: perché la Grande Israele? Solo perché in base alla mitologia biblica, Dio deve avere tutta quell’aerea per il suo insediamento? Il problema mi pare molto prosaicamente diverso, cioè Netanyahu è il leader di una militarizzazione, di un consolidamento territoriale ampliato dello Stato d’Israele in vista di una situazione geopolitica mondiale che cambia e cambierà ancor più nel momento in cui Israele non potrà far leva per la sua sicurezza solo sulla potenza americana, che tra l’altro è molto distante anche dal punto di vista geopolitico. Dovrà trovare il modo di garantire la propria sicurezza attraverso accordi con le potenze che guidano il processo mondiale di emersione dell’Asia, cioè con l’asse russo-cinese. E ormai ci siamo vicini, al fatto che questo tema entri nell’agenda geopolitica dei BRICS; un’agenda che muove dalla emersione della centralità dell’Asia come nuovo epicentro del mondo, sotto la duplice guida, che io considero talmente fondata da rendere indistinguibile l’individuazione dei soggetti Russia e Cina, definendosi, da questo punto di vista, come un soggetto unico che agisce in maniera articolata per costruire quello che sta già realizzando, vale a dire la leadership di tutta una rete che si va vieppiù strutturando dall’Iran al Sud globale, in alternativa al mondo che abbiamo conosciuto, tarato sull’asse Est/Ovest e non aveva risposte emancipative per il Sud globale a cui invece pensano la Cina e in parte la Russia, ormai strettamente collegate, soggetto unitario di questo processo globale enorme che ha attraversato l’intera storia del ‘900 e che oggi è il vero punto di svolta e di rottura con la vecchia egemonia del mondo transatlantico.

Articolo originale:  rivistarinascita.it

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